Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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05 aprile 2021

Mario Dondero, professione fotoreporter

"Penso che il cronista autentico sia il fotoreporter. La sua testimonianza è, più di qualsiasi altra, l'immagine della realtà. La parola stampata su giornali o rivista è più fragile. Più esposta alle mistificazioni. Non costringe al rischio. L'ho scritto molte volte non temendo di slittare nella retorica: il fotoreporter è un cavaliere solitario. La cronaca un artigianato. La cronaca attraverso la fotografia è l'artigianato che più si avvicina all'arte."

Bernardo Valli

*Bernardo Valli, In Ghana sulle tracce di Mario Dondero, L'Espresso, 4.4.2021, p. 98.

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22 luglio 2018

In libreria

Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja
8 giorni in Niger. Un diario a 2 voci
Baldini Castoldi, Milano, 2018, pp. 80.

Descrizione

Nell’inverno del 2017 Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja si uniscono a una missione dell’UNHCR in Niger, nel cuore dell’Africa. Otto giorni, poco più di una settimana – e due sguardi, due voci, per cercare di capire e raccontare cosa succede in quel crocevia dove passano profughi e armi, migranti e uranio, mentre il deserto avanza e l’acqua scarseggia sempre più.
Il Niger è uno dei Paesi più poveri al mondo, ma pronto ad accogliere un numero impressionante di rifugiati dal Mali e dalla Nigeria, senza contare gli sfollati interni. Del fiume di denaro occidentale versato per combattere i nostri incubi, cioè migranti e terroristi, la gente del posto non vede che l’ombra. La miseria è onnipresente come la sabbia rossa e metafisica che copre ogni cosa. Eppure proprio qui viene offerto asilo e protezione alle donne liberate dalle carceri libiche, e ai bambini eritrei senza famiglia – «messaggi in bottiglia abbandonati alle onde».
Senza lasciarsi condizionare da alcuna idea preconcetta, Albinati e d’Aloja scoprono sul campo la sorprendente serenità delle genti di fronte agli orrori, la disponibilità verso gli altri e la gioia autentica di aiutare. Negli ultimi anni, innumerevoli immagini hanno documentato i drammi del Mediterraneo. Questo diario a quattro mani si spinge più in là, verso l’origine di tutto, il luogo dove ha inizio l’avventura, e con parole semplici e impressioni immediate ci consegna il resoconto di un viaggio breve ma intenso, sconcertante e duro, alle radici di ciò che forse stiamo perdendo, noi come esseri umani e Stati civili.
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10 maggio 2017

Migranti e rifugiati:

Mercoledì 10 maggio 2017, h. 16 
Aula magna della Scuola di scienze umanistiche 
via Balbi 2 - Genova

Il corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria e l’Ordine dei giornalisti della Liguria vi invitano al seminario organizzato nell’ambito della formazione continua dei giornalisti:

"Migranti e rifugiati: la narrazione mediatica della crisi dei rifugiati in Grecia"

con la partecipazione di Dimitra Dimitrakopoulou (Dipartimento di Journalism and mass media dell'Università Aristotele di Tessalonica) e dei giornalisti Donatella Alfonso e Marcello Zinola.

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15 maggio 2016

In libreria

Giulio Albanese
Vittime e carnefici. Nel nome di Dio
Einaudi, Torino, 2016, 184 pp.
Descrizione
Guerre, dittature, persecuzioni, migrazioni. La religione usata come strumento di odio e divisione nelle periferie del mondo. Contro la «globalizzazione dell'indifferenza», le parole di un sacerdote e missionario che racconta in presa diretta dai luoghi del conflitto. Padre Giulio Albanese ha vissuto per diversi anni in Africa. Di fronte agli abomini perpetrati nelle zone «calde» del pianeta, e alla testimonianza dei martiri del nostro tempo e delle loro comunità, ha sentito l'urgenza di scrivere questo libro, che denuncia come la fede possa essere distorta a fini ideologici, politici ed economici, per ottenere i quali si uccide, o si creano le condizioni per farlo, nel nome di un dio minuscolo, feticcio d'interessi faziosi.
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20 giugno 2015

Lo stato del villaggio globale

A una lettura distratta Il mito del villaggio globale di Luciano Ardesi (Edizioni associate) può apparire un’opera anacronistica, ormai fuori dal tempo. Il libro ha infatti il “difetto” di essere stato scritto nel 1992. Una vita fa.
La prima parte si riferisce alle innovazioni tecnologiche dell’epoca, ed è soprattutto qui che si ha la sensazione di leggere un papiro dell’antico Egitto. L’autore cita tra le innovazioni più recenti i compact-disc, supporti in grado di superare la necessità del cartaceo e di integrare diverse forme della comunicazione: orale, scritta e visiva. Possibilità di cui parla con sincero entusiasmo, ma che fanno sorridere il lettore del 2015, per cui i CD fanno ormai parte della preistoria tecnologica. Terminato il primo capitolo è forte la tentazione di interrogarsi sull’utilità di questa lettura oggi. Non aiuta lo stile di scrittura dell’autore, asciutto e a tratti persino piatto. È evidente la volontà di offrire un quadro quanto più preciso del tema affrontato, ma la conseguenza è che alcuni capitoli assomigliano ad elenchi, a tutto svantaggio del coinvolgimento di chi legge. Basta però addentrarsi nelle pagine successive per trovare facilmente diversi spunti di riflessione anche sull’oggi. Spunti che aprono problematiche non risolte nemmeno a più di 20 anni di distanza.
Come si può intuire dal titolo, il filo rosso che lega gli 8 capitoli in cui si dividono le 319 pagine del libro è la critica al “mito” del villaggio globale. Pensatori visionari come Marshall McLuhan (1939-1980) credono ciecamente nella forza emancipatrice dei nuovi mezzi di comunicazione, destinati a connettere i popoli, scavalcare le frontiere e regalare al mondo una democrazia globale. È a questa visione ingenua del futuro che l’autore si oppone, pur riconoscendo le buone intenzioni e l’approccio positivo verso le nuove tecnologie dei “globalisti”. Luciano Ardesi sottolinea più volte come l’uso delle tecnologie non sia conseguenza automatica del progresso scientifico, ma frutto anche di precise scelte politiche. Solo realizzando la democrazia, insomma, è possibile garantire la libertà di informazione e comunicazione, e non viceversa. La disparità nel accesso alle infrastrutture non è dunque sufficiente per spiegare lo squilibrio tra nord e sud nel mondo nel campo della circolazione delle informazioni, pur essendo un elemento di assoluta importanza. Nel secondo dopoguerra il dibattito sulla libertà di informazione era animato dalle diverse necessità dei “3 mondi”. Il mondo occidentale con gli Stati Uniti in testa spingeva per l’assoluta libertà di informazione. Sull’altro fronte della guerra fredda, l’Unione Sovietica sosteneva invece la necessità di far conciliare l’informazione con gli interessi dello stato, quindi di un forte controllo pubblico sui media. I paesi cosiddetti del “terzo mondo” infine contrastavano il concetto di free flow statunitense da un altro punto di vista. L’attenzione di molti di questi paesi era rivolta alla propria identità culturale, minacciata dall’”imperialismo culturale” dell’occidente. Se in alcuni casi questa battaglia è stata un pretesto per difendere regimi illiberali, altre volte il timore di un nuovo colonialismo (fondato, questa volta, sull’egemonia culturale) si è rivelato fondato. I rapporti si sono infatti regolati esclusivamente sui rapporti di forza, e tra nord e sud non è difficile indovinare chi abbia avuto la meglio. Quando Ardesi scriveva queste cose il Muro di Berlino era crollato da 3 anni, e alle speranze seguite alla fine della guerra fredda si affiancavano timidamente i timori di un futuro monopolare, dominato culturalmente dagli Stati Uniti e dall’occidente.
Cosa possiamo dire al riguardo noi, 23 anni dopo? Il crollo del muro di Berlino ha davvero abbattuto tutte le frontiere della comunicazione o abbiamo piuttosto assistito all’imporsi di una sola narrazione del mondo? Un esempio recente credo sia utile per rispondere a questa domanda. Il 7 gennaio 2015 il gruppo terroristico Boko Haram devasta il villaggio di Baga, nel nord della Nigeria. Il gruppo punta alla creazione di un califfato tra Camerun, Nigeria e Chad e successivamente giurerà fedeltà ad al-Baghdadi, leader del più noto Is. L’attacco di Baga è il più sanguinoso della storia di Boko Haram, la BBC parla di 2 mila vittime. I media occidentali hanno però le telecamere puntate a Parigi, dove nelle stesse ore i fratelli Chouachi sterminano la redazione di Charlie Hebdo. Non è però questo il punto, quanto il fatto che gli stessi media nigeriani dedichino più spazio alla strage di Parigi rispetto a quanto accaduto all’interno dei propri confini. In questo tipo di scelta, le motivazioni tecniche si intrecciano con quelle politiche. Baga è infatti poco raggiungibile dai mezzi di comunicazione ed estremamente pericoloso. Mancano quindi le immagini della strage, oltre che una ricostruzione precisa dei fatti, al punto che nemmeno il numero delle vittime è accertato con precisione. Inoltre l’allora presidente Goodluck Jonathan, proveniente dal sud cattolico e accusato di aver abbandonato il nord ai terroristi, teme per le imminenti elezioni presidenziali, che dopo esser state rinviate dal 14 febbraio al 28 marzo lo vedranno effettivamente uscire sconfitto dall’ex dittatore Buhari, musulmano del nord che promette il pugno di ferro contro Boko Haram. Il fatto che in quei giorni i nigeriani abbiano sentito parlare più di Charlie Hebdo che di Boko Haram è indicativo della portata della vittoria della narrazione occidentale, e dimostra la falla della teoria globalista per cui la libertà di comunicazione possa imporsi a prescindere dai contesti nazionali e locali. Inoltre l’ottimismo di questa visione è oggi fortemente minato da alcune conseguenze indesiderate della libertà di informazione offerta da internet, un media che nel 1992 non esisteva, e che quindi non appare nell’analisi di Ardesi. La rete, infatti, non è portatrice solo di messaggi di pace, tolleranza e fratellanza tra i popoli. Al contrario oggi è molto facile imbattersi in siti razzisti, nazisti, fascisti, antisemiti più o meno mascherati, oltre che nella propaganda jihadista di gruppi come lo Stato Islamico. È l’ovvia conseguenza della neutralità di uno strumento che, in quanto neutrale, riflette la natura dei propri utilizzatori. Un assunto che nella sua banalità è stato ed è tuttora ignorato dai tecno-ottimisti più incalliti, che vedono nella rete una forza emancipatrice.
Luca Lottero

Luciano Ardesi
Il mito del villaggio globale. La comunicazione nord-sud
Edizioni associate, Roma, 1992, 364 pp.

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06 dicembre 2013

Nelson Mandela







"Sapevo che l'oppressore era schiavo quanto l'oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell'odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L'oppressore e l'oppresso sono entrambi derubati della loro umanità".
Nelson Mandela 



14 giugno 2013

Quarto Mondo e media


Rolando Belvedere è un giornalista e scrittore romano che attualmente ricopre il ruolo di opinionista sulla rete televisiva RTI e scrive sul "Quotidiano della Calabria". Nel 2008 ha ideato e realizzato il periodico culturale "Biblionews". Nel 2011 ha pubblicato Dietro i media del Quarto mondo, un libro che conduce il lettore in un vero e proprio viaggio attraverso i meccanismi della comunicazione radicati nei paesi più poveri del mondo.
Nell’era della globalizzazione ognuno di noi è ormai sommerso da notizie di ogni genere che rimbalzano in tempo reale da una parte all’altra dell’emisfero. Belvedere, grazie a uno stile rapido, asciutto e incisivo, spalanca una finestra su una realtà del tutto differente, descrivendo nei dettagli la situazione di degrado sociale che stanno vivendo, ancora nel XXI secolo, circa 805 mila persone in tutto il mondo. Stati come Haiti, Angola, Burkina Faso, Burundi, Ciad, Afghanistan, Bangladesh, Nepal, Laos, Cambogia, solo per citarne alcuni, vivono tutt’oggi in totale isolamento mediatico, l’unica forma di comunicazione è orale o, nei migliore dei casi, via radio. D’altronde come lo stesso autore afferma, chi di noi dovendo sopravvivere con meno di un dollaro al giorno si occuperebbe di spendere i pochi risparmi per un quotidiano o un libro? L’informazione è tuttavia un elemento necessario per la crescita sociale e culturale di uno Stato, poiché contribuisce a preservarne l’identità nazionale. Purtroppo proprio l’indispensabilità dei media, il fatto che nessuno può vivere senza comunicazione, ha contribuito al peggioramento della sua qualità. Il Primo Mondo, ovvero i paesi industrializzati, ha lentamente trasformato la notizia in pura "merce" di scambio, che rispetta proprie leggi di mercato e che di conseguenza, per essere acquistata, deve apparire il più "attraente" possibile. La cronaca è sostituita dal puro intrattenimento, le notizie pessimistiche sono soppiantate da racconti improntati all’ottimismo.
Uno degli obbiettivi dei governi del Quarto mondo è inoltre manipolare l’opinione pubblica, in alcuni casi reprimerla attraverso l’uso della violenza. Reporters sans Frontières, che monitora la libertà di stampa in tutto il mondo, ha registrato, nel 2009, l’uccisione di 77 giornalisti. Sono numeri inaccettabili, sono donne e uomini morti in nome del coraggio di essere riusciti a infrangere, anche solo per un istante, il silenzio che sta inghiottendo questi paesi.
Uno spiraglio di speranza si scorge tuttavia nel mondo del web, dove l’informazione è ancora molto difficile da controllare. In Myanmar, per esempio, nonostante la legge imponga un autorizzazione per avere il modem, sui 48 milioni di abitanti oltre 50 mila navigano su internet per aggirare la censura.
La lettura di questo saggio è consigliata a tutti coloro che sentono la necessità di allontanarsi dagli schemi mentali e sociali imposti dalla civiltà capitalistica, che desiderano capire la vera importanza della libertà di opinione e della libertà di stampa. I paesi più poveri del mondo stanno tutt’ora lottando per questi diritti fondamentali, mentre gli Stati del primo mondo continuano la propria vita frenetica senza nemmeno curarsene.
Camilla Licalzi


Rolando Belvedere
Dietro i media del Quarto mondo.
Nuova geopolitica della comunicazione 
Roma, Armando editore, 2011

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16 settembre 2012

L'Associazione dei giornalisti del Commonwealth

La situazione dell'informazione nei paesi del Commonwealth, le ex colonie dell'impero britannico, è simile a quella riscontrata in India. Anche in questi paesi è stata necessaria la creazione di un'istituzione che controllasse e tutelasse la libertà di stampa e i diritti dei lavoratori dell'informazione.
La Commonwealth journalists association (CJA) nasce nel 1978 per iniziativa di un gruppo di giornalisti dopo una conferenza del Commonwealth alla Dalhousie University in Nuova Scozia. I giornalisti che lavorano nei paesi del Commonwealth hanno molto in comune anche se lavorano in ambienti diversi.
Nonostante ci sia la crescita di giornali indipendenti ancora troppo spesso i media di questi paesi si trovano in situazioni difficili o per mancanza delle risorse necessarie oppure per la pressione esercitata dai governi, per l'intervento di interessi commerciali o di gruppi violenti. Per questi motivi l'accesso a una formazione specialistica è spesso difficile e i giornalisti non hanno i mezzi per fare fronte comune e discutere dei loro problemi, della situazione internazionale e degli affari del Commonwealth. L'Associazione vuole contribuire a porre rimedio a questa situazione, avvicinando i giornalisti dei paesi interessati. Ha sedi in molti paesi del Commonwealth come: Bangladesh, Gran Bretagna, Canada, Fiji, India, Gambia, Ghana, Kenya, Lesotho, Malaysia, Mauritius, Namibia, Nigeria, Pakistan, Sri Lanka, Tanzania, Tonga, Uganda e Zambia. Gli obiettivi dell'Associazione sono: promuovere l'amicizia e la comprensione tra i giornalisti di tutto il Commonwealth, assistere i giornalisti, supportare il processo democratico, difendere i diritti e il lavoro dei giornalisti del Commonwealth e più in generale la libertà di espressione. L'Associazione persegue i suoi scopi attraverso lo scambio di giornalisti tra i paesi membri, organizzando corsi di formazione, seminari e workshop su temi di particolare rilevanza per il lavoro dei giornalisti, il monitoraggio del lavoro giornalistico, la denuncia delle eventuali violazioni e infine tramite la promozione degli ideali del Commonwealth. Regolarmente viene redatta una rivista o newsletter per rendere noto il lavoro dell'Associazione e i temi che possono interessare tutti gli stati membri. Fanno parte dell'associazione i membri a tutti gli effetti, full member, (giornalisti cittadini di un paese del Commonwealth), membri associati (giornalisti part-time e persone che lavorano in settori strettamente connessi al giornalismo, cittadini di un paese del Commonwealth) e le imprese (organizzazioni all'interno del Commonwealth con scopi e finalità simili a quelle dell'Associazione).
Per capire più da vicino di cosa si occupa l'associazione basta osservare gli argomenti trattati nello spazio news del sito internet. Ad Agosto è stato affrontato il caso della TV censurata alle Maldive. L'episodio riguarda la censura del canale televisivo Raajje, che si è vista letteralmente tagliare i cavi con la conseguente interruzione della copertura nazionale della stazione. In precedenza la TV era stata accusata di rivolgere false accuse contro le forze di sicurezza.
Andando a ritroso nel tempo troviamo l'interessante dichiarazione lasciata dal Presidente della CJA in occasione della giornata mondiale della libertà di stampa, 3 Maggio, in cui si ricorda che la violenza e la censura sono ancora delle minacce per il lavoro dei giornalisti di alcuni paesi come il Pakistan, lo Sri Lanka e alcuni Stati africani membri del Commonwealth. In paesi come: India e Pakistan (valutato tra i paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti) è la democrazia stessa a essere in pericolo a causa dei limiti imposti all'operato dei giornalisti. Le armi con cui il CJA compie le sue battaglie sono le parole, accuratamente scelte in difesa del lavoro dei giornalisti di tutto il mondo.
Un momento importante per il CJA è la riunione generale che si svolge a rotazione nei diversi paesi membri. Durante l'ultima conferenza, tenutasi a Malta dal 29 gennaio al 1 febbraio 2012, si è discusso di nuove tecnologie e di come queste influenzano il lavoro del giornalista. Si è parlato di: social media, dei nuovi strumenti del giornalista dal telefono cellulare al tablet, le nuove connessioni esaminando le modalità di interconnessione in grado di far lavorare tutti i giornalisti del Commonwealth.
La conferenza di Malta ha trovato la risposta ai rischi del citizen journalism nella figura del giornalista professionista eticamente addestrato; a ribadire ancora una volta l'importanza di una buona formazione per lo sviluppo di un giornalismo di qualità. Durante la conferenza di Malta non è mancato il riferimento all'attualità politica con le elezioni in India, Bangladesh e Malaysia, discutendo del ruolo che i giornalisti del Commonwealth avrebbero potuto giocare. Altro argomento di stretta attualità in quei giorni era il caso della proposta di secrecy bill del Sud Africa.
In Sud Africa, infatti, il 22 novembre 2011 è stato approvato in parlamento con 229 voti a favore contro 107 il tanto criticato secrecy bill. Chiunque sia trovato in possesso di documenti considerati segreti dallo stato rischia fino a 25 anni di reclusione. La votazione è stata accompagnata da una grande protesta dei giornalisti sudafricani che hanno sfilato vestiti di nero davanti alla sede del governo dell'African National Congress durante quello che è già stato chiamato il "Martedì nero". La legislazione vieta la pubblicazione di qualsiasi documento, anche se di interesse generale, che il governo dichiara segreto.
A Malta si è parlato anche di cambiamento climatico, argomento apparentemente poco calzante con le tematiche della comunicazione, ma che invece è stato trattato in relazione al modo in cui i media possono educare la gente con un'attenta segnalazione dei rischi. Infine si è parlato del caso Murdoch e di cultura dello scandalo nel giornalismo sportivo. Non è mancata poi una riflessione sul futuro del Commonwealth e di un possibile raggruppamento commerciale per i paesi membri.
Scorrendo a ritroso gli indici delle varie news letter possiamo farci un'idea degli argomenti trattati dalla CJA. Dai numeri di Dicembre 2011 a Giugno2012 si parla dei casi di violazione dei diritti nei confronti di giornalisti: dai rapimenti in Sri Lanka, alla preoccupazione per la situazione alle Maldive, l'aggiornamento sulla proposta di legge in Sud Africa, sulla libertà in Bangladesh, della richiesta Leveson in Gran Bretagna, degli attacchi contro i giornalisti in Malesia, alla libera espressione in Uganda e in Gambia.
Sarah Esposito

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16 giugno 2012

Inchiesta a sud di Lampedusa

Tempi duri per il giornalismo di qualità. Tempi duri, quindi, anche per il reportage e l'inchiesta che difficilmente trovano spazio, causa elevati costi economici, nell'informazione nostrana. Ma c'è sempre l'eccezione che conferma la regola. A sud di Lampedusa di Stefano Liberti ne è un esempio. L'autore, vincitore con questo libro del Premio Indro Montanelli, è uno dei pochi giornalisti italiani che seguono gli aspetti piò oscuri (e più facilmente soggetti a luoghi comuni) dei movimenti migratori dall'Africa verso l'Europa. Questo libro, frutto di cinque anni sulle rotte dei migranti, ci restituisce il quadro vivo e sfacettato di un fenomeno che l'appiattimento mediatico riduce a generalizzata, ingestibile "emergenza".
Andrea Ghiazza

Stefano Liberti
A sud di Lampedusa
Roma, Minimum fax, 2011, 210 pp.
*link alla scheda di presentazone e ad un estratto del libro sul sito di Minimum fax.

05 giugno 2012

Un libro, una speranza

 L’Africa dimenticata, l’Africa tribale, nera. Luoghi comuni nati dalla disinformazione.
Africa & Media, pubblicato per iniziativa del Gruppo Abele di don Luigi Ciotti, è un libro sull’Africa, il suo territorio sconfinato e i suoi abitanti, sui media africani che parlano degli africani, e sui media internazionali che parlano troppo poco e in maniera sbagliata di essi. Si tratta di un insieme di racconti, articoli, riflessioni di studiosi e giornalisti impegnati… Impegnati soprattutto a sciogliere i nodi dell’informazione e far dimenticare quei luoghi comuni.
La realtà africana per quanto riguarda il mondo dell’informazione è davvero complicata: nonostante la diffusione dei mezzi di comunicazione stia aumentando, negli ultimi anni  il pubblico che ha la possibilità di accedervi rimane ristretto all’élite urbana. Alcuni dati rendono davvero l’idea: la diffusione dei giornali nell’africa subsahariana è di 12 copie ogni mille abitanti, e a stento arriva a 33 nel Nordafrica. La televisione resta uno strumento di lusso, accessibile solo a pochi, sia per il costo dell’apparecchio in sé, sia perché la maggior parte della popolazione non ha accesso alla corrente elettrica nelle proprie abitazioni.  Il mezzo di comunicazione più diffuso è la radio. Le radioline portatili che funzionano a batterie e che si possono portare al collo durante i lavori nei campi. Le radio che trasmettono musica, ma che subiscono pesanti limitazioni della libertà sui temi politici, sociali ed economici. La sete di informazione è tale che anche le emittenti religiose, riducono spesso al minimo il loro obiettivi evangelici prediligendo una programmazione che aiuti e sostenga gli ascoltatori nella loro quotidianità. La radio, soprattutto nell’Africa subsahariana è l’unico mezzo di comunicazione davvero di massa e, come tale, in grado di diffondere messaggi tanto positivi quanto negativi. In Rwanda, l’azione propagandistica di Radio Milles Collines è stata il mezzo principale attraverso il quale si è potuto attuare uno dei peggiori genocidi della storia, nel 1994. Un lungo lavoro di pianificazione e preparazione durato anni e realizzato attraverso la radio ufficiale e radio Milles Collines ha istigato la popolazione, divisa tra hutu e tutsi, all’odio etnico, trasformando o, almeno non facendo apparire il conflitto per quello che in realtà era: un conflitto meramente politico.
Ma il libro, anche attraverso questa esperienza (certamente negativa, ma con una forza immensa), fa intravedere cosa può diventare il sistema mediatico africano. Dal 1995 è stato liberalizzato l’etere e sono nate le emittenti private e comunitarie, che nonostante le limitazioni politiche, continuano le loro trasmissioni grazie a giovani africani caparbi e italiani che hanno creato piccole emittenti e scuole per insegnare ai giovani tutto ciò che permetta loro di abbattere i costi di creazione e manutenzione degli apparecchi. La politica, le istituzioni ed anche la comunità internazionale devono intervenire per creare un’industria, un mercato autoctoni: non più o non solo aiuti calati dall’alto, ma trasmissione delle competenze, del know-how che permetta ai giovani di fare "Un salto di qualità ed uscire da quello stato di “non conoscenza” che nutre conflitti e guerre" (Romano Prodi). Sembra assurdo pensare allo sviluppo dei media in un continente in cui il problema quotidiano è sopravvivere, alle guerre, alle malattie, alla fame. Eppure attraverso i media si può, come nell’Italia degli anni ’50, insegnare, alfabetizzare, diffondere una cultura che possa permettere alle nuove generazioni di cambiare le cose.
E i mezzi occidentali, per esempio durante il genocidio del Rwanda, dov’erano? Erano distratti… Distratti dalle prime elezioni libere in Sudafrica dopo l’apartheid. Erano nello stesso continente, ma pronti a raccontare una storia felice. I giornali occidentali non potevano mandare altri inviati: i fondi destinati alla sezione esteri erano e sono troppo limitati.  In Italia poi…
Le notizie restano sui computer delle agenzie; la cronaca, la politica, lo sport occupano tutto lo spazio disponibile sulla pagina dei quotidiani così come nell’agenda del pubblico. Quindi le notizie che riescono a sfondare qualche muro sono le istantanee dell’Africa, i visi dei bambini in lacrime o il resoconto di un avvenimento tragico. Mai approfonditi, mai inseriti in un contesto culturale o storico. Contesti che è necessario spiegare ad un pubblico occidentale poiché possa capire una cultura diversa dalla propria. Contesti e approfondimenti che permettano al pubblico di smettere di catalogare le “cose africane” come incomprensibili, ataviche, assurde.  Sui nostri quotidiani "Le guerre sono sempre etniche o tribali; la corruzione è sempre naturale; la violenza rientra nell’ordine della normalità africana, qualcosa di intrinsecamente connaturato alla visione del mondo e al modo di essere dei popoli del continente e dei loro dirigenti" (Jean-Léonard Touadi_ giornalista Rai e insegnante).
Questo libro, nonostante le difficoltà che incontra come qualunque media parli di Africa (a soli 3 anni dalla sua pubblicazione è introvabile in librerie e biblioteche: ho contattato direttamente l’autore per averne una copia ) cerca di rompere qualche muro, cerca di insegnare a guardare la positività intrinseca all’Africa, proprio come si fa per qualsiasi altro paese occidentale e dovrebbe essere letto per acquisire una conoscenza che permetta anche a noi, nuove generazioni occidentali, di cambiare le cose.
Giulia Corazza

 
Africa & Media,
Giornalismi e cronache da continente dimenticato.
a cura di Mario Sarti
Torino,  EGA editore, 2009, 170 pp.

20 aprile 2012

In libreria


Raffaele Masto
Buon giorno Africa. Tra capitali cinesi e nuova società civile
Milano, Bruno Mondadori, 2011, 208 pp.
Descrizione
Le imprese cinesi sono arrivate in massa. E si affacciano leader giovani e pieni di energie. Una svolta epocale? Due decenni di viaggi nell’Africa nera hanno insegnato a Raffaele Masto che i miracoli non succedono, ma che è importante cogliere i segni del cambiamento. In questo libro si rivela l’esistenza di circuiti economici ignorati dalle statistiche occidentali. Si racconta la storia straordinaria di una baraccopoli di Nairobi che si mobilita contro la guerra in Iraq. Si descrivono il viaggio in taxi con un uomo d’affari di Shanghai e le spedizioni nel deserto con guide capaci di illuminare il viaggiatore non solo sulla strada da percorrere. E mille altre storie, che gli occhi aperti di un vero reporter hanno saputo catturare.
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25 marzo 2012

Libri ri/trovati

Mario Sarti
Africa & Media. Giornalismi e cronache nel continente dimenticato  
Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2009
Descrizione
Uno sconcertante studio sullo stato dell’informazione in Africa, firmato da alcuni dei più acuti osservatori del continente africano. Gli esteri, le redazioni esteri, sono state per lungo tempo “luogo di passaggio” nei nostri giornali. Territori dove si finisce quando si è puniti, o poco utili al lavoro di macchina, o giornalisti scomodi. O almeno, così è stato per lungo tempo: c’è oggi un rifiorire d’interesse per le storie lontane, certo complice la globalizzazione, che porta tanti giovani giornalisti a cercare di ribaltare vecchi assunti dell’informazione occidentale, italiana in particolare. Africa & Media è stato scritto in collaborazione con ISF e fa parte della collana “I taccuini del Premio Ilaria Alpi”, focalizzata sulla pubblicazione annuale di saggi legati alle tematiche dell’informazione.
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01 gennaio 2012

La nuova geopolitica della comunicazione


“Non leggo i giornali, pubblicano solo quello che dico io”.
È citando Napoleone III che parte Rolando Belvedere per disegnare un quadro attento e preciso di un mondo tanto vasto quanto poco conosciuto, il Quarto Mondo, il mondo due volte Sud. Una citazione che riesce a dare l'unica chiave di lettura possibile nell'affrontare la nuova geopolitica della comunicazione analizzata dall'autore. Una grossa fetta del globo, popolata da 800 milioni di persone, che arriva a noi filtrata spesso da una rappresentazione per lo più esotica, mondana, banale, superficiale e che volutamente tralascia tutto ciò che concerne la vita reale del mondo in via di sviluppo, vittima di guerre, massacri, colpi di stato e corruzione.
Il quadro risulta assai interessante per molti aspetti.
Da ogni riga fuoriescono le tante contraddizioni che caratterizzano tutti i paesi dell'Africa e dell'Asia «per secoli ai margini della storia e che oggi - come si legge nella prefazione di Franco Siddi, segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana – si affacciano sul palcoscenico mondiale in maniera sempre più dirompente e determinante per la crescita impetuosa delle loro economie e per l'altrettanto impetuoso sviluppo dei loro livelli demografici».
Asia e Africa, dunque, al centro di uno studio che vede realtà distanti, molto distanti, da quella in cui siamo abituati a vivere o confrontarci. Zone in cui la limitata alfabetizzazione risulta ancora essere un problema determinante per la diffusione della Rete tra le popolazioni e tutto ciò che ne consegue. Paesi in cui manca totalmente un sistema pedagogico e dove la Rete surclassa l'editoria cartacea, spesso minima e trascurabile, ma fondamentale in quel dibattito delle idee che permette un confronto internazionale, un approfondimento sulle condizioni di crescita e sviluppo di una società. Il caso più eclatante è quello cinese. Al momento nelle loro attività economiche usano la lingua inglese e sembrano del tutto disinteressati a trasferire la loro cultura verso i loro partner commerciali, ma in un futuro non troppo lontano è prevista un'esplosione di siti creati senza l'utilizzo di alfabeti latini, andando a intaccare la secolare universalità della lingua inglese.
Un lavoro preciso e dettagliato che analizza i media del Quarto Mondo e, parallelamente, quello definibile Primo, dove l'editoria e il giornalismo in genere stanno vivendo una fase di profonda crisi, soprattutto economica. E se gli editori puri rappresentano una rarità nel Primo Mondo, lo sono ancora di più nel Quarto Mondo, tanto che i media applicano un metodo poco virtuoso tipico del primo: la fusione tra notizia e commento. La notizia è spesso soffocata dal commento, a volte il commento addirittura sostituisce la notizia, creando così una catena di pseudo-notizie il cui controllo per il lettore diventa impossibile prevalendo il modo in cui avviene la comunicazione.
Complessivamente al saggio di Belvedere non si può che dare un giudizio positivo vista la minuziosità e precisione con le quali ha curato il testo, corposo assemblaggio di dati, casi e numeri fondamentali per una riflessione d'insieme. Penalizza, come spesso accade per i lavori di saggistica, la poco accattivante grafica imposta al libro, tale da comprometterne la diffusione tra un pubblico non di settore.
Antonio Rodo


Rolando Belvedere
Dietro i media del Quarto Mondo.
Nuova geopolitica della comunicazione
Roma, Armando Editore, 2011, 128 p.

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02 ottobre 2011

E' solo l'inizio

Si parla di Africa e si parla di crisi, di emergenza umanitaria, di migrazioni, di conflitti religiosi, di analfabetismo, di HIV e di mortalità infantile. Adesso la siccità e la carestia.
Di rado si parla di cultura. Lo fa l'Internazionale di Ferrara il 2 ottobre con l'incontro "E solo l'inizio". I protagonisti sono per lo più scrittori, ma anche poeti, artisti, fotografi. Sono nigeriani, kenioti e ivoriani e sono tutti un po' dei "Leonardo Da Vinci", come li definisce Igiaba Scego, mediatrice del dibattito e lei stessa scrittrice. Come Leonardo si occupano di una pluralità di cose: dal giornalismo, a internet, dalla pubblicazione di romanzi e racconti alla fondazione di riviste letterarie; trattano di religione, omosessualità, attualità, guerra, raccontando la loro terra e la loro cultura.
Si snocciolano così temi e domande.
Se sono liberi di scrivere ciò che vogliono? "È una sfida", rispondono. Una sfida fatta di influenza coloniale, di regimi spesso dispotici che toccano da vicino anche l'istruzione, di lingue e linguaggi diversi.
Lasciare o no il proprio Paese? Un quesito che non ha una risposta definitiva, dipende dal sentire di ciascuno.
Si scopre che tutti hanno lo stesso desiderio: quello di un'Africa unita, non tanto sulla carta quanto nella cultura e nel senso di appartenenza ad una storia e ad un destino comuni. E a chi chiede se ritengano sia meglio un più efficace aiuto umanitario o se preferiscano "fare da soli" rispondono con una risata e un sonoro "Basta!". Una basta che non significa "chiudiamo la porta e ognuno resti a casa sua", ma è un basta agli interventi paternalistici e sminuenti. Chiedono di essere conosciuti come esseri umani, credono nel dialogo costruttivo e nello scambio.
Per farlo però, occorre imparare ad ascoltare e per ascoltare è necessario iniziare a tacere. Ci vuole tempo certo, ma "È solo l'inizio".
Marzia Barosso


*link al sito del Festival Internazionale di Ferrara - 2011
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11 marzo 2011

Al-Jazeera monitora i tweet della rivolta

Un post sul blog Misurare la Comunicazione (a cura della Eikon Strategic Consulting) pubblicato il giorno 8 marzo, segnala che Al Jazeera lancia una dashboard per monitorare l’uso di Twitter nei paesi del nord Africa e del medio oriente in rivolta. Lo scopo è illustrare quanto si twitta e  su quali argomenti in Libia, Egitto, Yemen e Bahrain. L’applicazione, in continuo aggiornamento, è divisa in quattro quadranti: I due in alto sono dedicati ai dati di tipo quantitativo; sulla destra possiamo vedere il numero totale dei tweet giornalieri per ciascun paese, con accanto la media tweet/minuto, mentre sulla sinistra un grafico visualizza il numero di post relativi ai diversi paesi nel tempo.  I riquadri inferiori ci raccontano invece la parte contenutistica: a sinistra scorrono gli ultimi tweet, mentre a destra una mappa interattiva cliccabile fotografa la rilevanza degli argomenti principali divisi per paese.
Mentre scriviamo, mercoledì 10 marzo alle ore 15, i post twittati in Libia oggi sono stati 94.747, segue l’Egitto con 43.300; più staccati, Bahrain (13.033) e Yemen (8263).
In Libia gli argomenti più gettonati sono Libia, Gheddafi (con diverse grafie) e 17 febbraio; in Egitto, invece, Egitto e 25 gennaio.
Elisabetta Ferrando

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02 marzo 2011

In libreria

Rolando Belvedere
Dietro i media del quarto mondo.
Nuova geopolitica dell'informazione
Roma, Armando Editore, 2011, 128 p.
Scheda
Capita spesso che notizie fondamentali riguardanti la politica e la cronaca internazionale vengano ignorate dalla radio, dalla televisione e dai giornali dei 40 Paesi appartenenti allo sprofondo dell’emarginazione meridionale di Africa, Asia e Caraibi. Così, gran parte degli oltre 805 milioni di esseri umani subisce molta propaganda e poca informazione. In questo saggio, per la prima volta, si analizzano in maniera approfondita i media del Quarto Mondo, le loro contraddizioni, le relazioni con i media del Primo Mondo, gli interessi tutelati, le tecniche di manipolazione e la competizione anche mediatica dei vecchi e nuovi colonizzatori.

 
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25 febbraio 2011

Scontri a Tripoli, preso l'aeroporto.

Secondo fonti del canale satellitare Al Jazeera (intimata piu volte di lasciare il paese) gli insorti sono riusciti, poche ore fa, a prendere il controllo dell'aeroporto della capitale libica. Sarà da vedere in che modo intendano sfruttare il controllo di questa importante struttura nel caso riescano a presidiarlo a lungo. Gheddafi ha risposto con, ormai purtroppo consueti, spari sulla folla. Risultato 5 morti.
Conquistate anche le città di Misurata e Al-Zawiyah.
Persiste la prepotente barriera mediatica, le sole immagini sono frammentarie e di scarsa definizione, internet è sempre bloccato e tutti i giornalisti stranieri sono stati allontanati da Tripoli dalle milizie pro-regime. Gheddafi minaccia ancora di bloccare l'afflusso di petrolio.
Giro di telefonate incrociate tra Obama e i principali leader europei. Francia e Gran Bretagna, paesi che dispongono di diritto di veto, chiederanno all'ONU azioni chiare verso il governo libico tra le quali l'embargo totale di armi e un'inchiesta presso il tribunale internazionale per scoprire eventuali crimini contro l'umanità commessi dal regime. In Italia il terzo polo chiede la sospensione immediata del trattato di amicizia italo-libico in una mozione a firma dei deputati Vernetti (Api), Della Vedova (Fli) e Adornato (Udc) che e' stata presentata in una breve conferenza stampa alla quale ha preso parte anche il leader Udc Casini. Prevista dalle nazioni europee la creazione di una no fly zone sulla Libia per impedire a Gheddafi di usare l'aviazione militare per bombardare i manifestanti.
Una riunione di Emergenza della NATO è in corso questo pomeriggio.
Luca Saltarelli

11 febbraio 2011

Un nuovo inizio ...

Per capire gli straordinari eventi dell'Egitto e in tutta l'area sud medierranea forse dovremmo ricordare il discorso che nel giugno 2009 Barak Obama pronunciò all'Università del Cairo di fronte ad un pubblico di giovani studenti (particolare non secondario). Erano parole inedite e potenti, ben proiettate verso un futuro tutto da costruire in un percorso di reciproca consapevolezza.


"[....] Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.[....]"  - Barak Obama

*Link al testo integrale del discorso di B. Obama, Con l'Islam un nuovo inizio, pubblicato sul sito di "Repubblica", 4 giugno 2009.

10 febbraio 2011

Egitto: Obama ha ignorato gli allarmi

Sorpresi dalla rivolta in Egitto, il presidente Obama e la Casa Bianca non hanno esitato a scaricare le responsabilità sull'operato della CIA che non avrebbe mai lanciato allarmi evidenti al riguardo. In realtà non sono mancati avvisi chiari e ripetuti che qualcosa di pericoloso per la stabilità dell'Egitto potesse accadere, tali avvisi provenivano dal Working Group on Egypy, creato un anno fa con lo scopo di mettere in luce il crollo del regime di Mubarak e chiedere un cambio di politica da parte dell'amministrazione USA. Il vice direttore della pagina degli Editoriali del Washington Post scrive "The group draws on considerably more expertise on Egypt than exists within the White House" ricordandone l'autorevolezza dei membri.
La prima comunicazione fu una lettera al Segretario di Stato, Hilary Clinton, in data 7 Aprile 2010 riguardante cambiamenti sostanziali di leadership nel prossimo futuro e l'opportunità di sostenere una riforma democratica.
Una seconda lettera diretta al Segretario di Stato, inviata nel Maggio 2010, incoraggiava atti diplomatici efficaci e rapidi da parte del governo americano
per garantire la riforma democratica. A questa lettera non seguirono risposte.
Nel Giugno 2010 una nuova comunicazione del gruppo appare come op-ed sul Washington Post ed è di natura molto critica sull'operato del governo accusandolo di restare muto e passivo, e di ripetere gli errori di amministrazioni della Cold War-era quando supportavano dittatori di destra.
Lunedì notte una lettera aperta a Obama e Clinton contiene preoccupazione sul processo in corso che, secondo gli esperti, ha molti degli attributi di uno "smokescreen", senza significativi cambiamenti dal punto di vista politico e con il rischio di preservare lo stato di regime, ricorda inoltre che la transizione deve iniziare ora e l'Egitto non puo tornare indietro a uno stato precedente i disordini.
Luca Saltarelli
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06 febbraio 2011

La rivolta in Egitto

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Come nasce la rivolta in Egitto? Si può cercare di delineare i principali connotati di questo importante evento storico.
La rivolta in Egitto è innanzitutto, così come è stato in Tunisia, una rivolta giovane, una rivoluzione generazionale. L'età degli insorti - età media ovviamente - è di 24 anni. Più dei 2/3 della popolazione egiziana ha meno di 30 anni. Questa è una delle ragioni principali della sua nascita; ma non solo, è la ragione della sua forza e velocità di propagazione. Gli individui giovani sono i migliori rivoluzionari: per coraggio e rabbia. Questa gioventù sofferente sulla riva sud del Mediterraneo, questa gioventù che per anni ha sfidato la morte attraversando il mare. Questa gioventù oggi si rivolta. Una gioventù con cui abbiamo tanto in comune. Ma solo a una condizione. Che mettiamo da parte gli scacchieri geopolitici della stabilità del più forte e che riconosciamo a tutti il diritto alla libertà. Me lo spiegava bene una signora due giorni fa nella qasbah. "Datemi i diritti, non il pane, non il lavoro, datemi i diritti". E lo diceva lei, una donna di 38 anni divorziata con un bambino di 8 anni da mantenere con uno stipendio come donna delle pulizie di 90 euro al mese. Una che non aveva mai potuto studiare ma non per questo si sentiva meno tenuta a parlare. Esattamente come gli studenti, i blogger dissidenti, gli artisti, gli avvocati o il sindacato. Chapeau a tutti quanti, ma senza i poveri del Cairo o del sud della Tunisia, le rivolte non sarebbero mai esplose. Sono loro che si sono fatti ammazzare per la libertà.
Seconda cosa: questa rivoluzione è laica e non religiosa. Non ci sono bandiere islamiche, si vedono se mai bandiere nazionali. Le masse sono mosse dalla fame e dal desiderio di Libertà, Uguaglianza, Fraternità e Giustizia. Anche gli stessi atti suicidi-incendiari sono politici e non religiosi. Sono atti disperati di una generazione affamata e umiliata.
Bisogna anche dire che queste insurrezioni hanno saputo usare la rete e le tecnologie digitali: sono rivoluzioni intrinsecamente legate alla modernità e al XXI secolo. Lo si è visto in Tunisia. Fotografie scattate con cellulari, video, utilizzo dei social network hanno aiutato la crescita dei movimenti e il rafforzamento delle coscienze. In Tunisia tramite facebook rinasce l'agorà. Una piazza dove incontrarsi e dibattere, in un paese dove la dittatura ha tagliato tutte le relazioni tra i dissidenti e ha azzerato le possibilità di organizzarsi e riunirsi. Una piazza dove non ci sono leader, ma soltanto pagine di riferimento, come quella di Hamadi Kaloutcha, che funzionano da punto di snodo per le informazioni prodotte direttamente dagli iscritti a facebook. Video e fotografie fatte col cellulare e diffuse in rete raggiungono in un attimo migliaia di persone in tutto il paese. Esattamente lo stesso che succede quando iniziano le rivolte nel sud del paese. È tutto un crescendo. Dopo il suicidio di Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010 a Sidi Bouzid, ogni giorno i ragazzi postano sul proprio profilo le immagini delle proprie città. Per un mese, quelle immagini sono l'unica fonte di informazione, e di incoraggiamento. Soprattutto dopo le tre giornate di sangue a Qasserine, quando in tre giorni, dall'8 al 10 gennaio, i cecchini delle milizie di Ben Ali, appostati sui tetti dei palazzi, abbattono una cinquantina di ragazzi innocenti. A fare da detonatore - secondo Soufien - sono soprattutto le immagini dell'obitorio di Qasserine. Quelle del ragazzo con la testa aperta da un proiettile sparato alla nuca.
Alberto Cavallo

Qui il post di Fortress Europe su Hamadi Kaloutcha. Un cyberdissidente a Tunisi
Qui il post di Fortress Europe su Fahim Boukaddous. Un gramsciano a Tunisi
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