Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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07 gennaio 2022

Dott. John Prentice / Jacopo Ortis



Il 6 gennaio, nel giorno in cui è morto l'attore Sidney Poitier la7 ha modificato il palinsesto con la riproposta di Indovina chi viene a cena? (1967, regia di Stanley Kramer). Si poteva cambiare canale per un film visto e rivisto mille volte, ogni volta con sguardo nuovo? Ieri sera ho scoperto che quel confronto tra il padre postino e il figlio John Prentice, medico affermato (per me nodo centrale di tutto il dibattito sul problema razziale) è il replay di quel dialogo tra Jacopo Ortis e l'anziano poeta Giuseppe Parini a Milano nel romanzo epistolare di Ugo Foscolo Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802)*.
Nel ricordo di Foscolo il Parini è "il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto"... Ortis ascolta le parole del Poeta, definitivamente rassegnato alla irreversibilità del sistema politico esistente, con tutte le sue distorsioni ben evidenti. Il giovane Ortis/Foscolo ascolta con devota attenzione ogni parola ma poi scrive "Allora io guardai nel passato – allora io mi voltava avidamente al futuro," perchè nel futuro sarà il mondo nuovo.
E nel film che cosa risponde il giovane medico di colore al padre, certo che non si possa sfidare l'intera società americana fondata sul primato dei bianchi e l'emarginazione dei neri? Il dott. Prentice (nero americano del 1967) con tutta la sua determinazione replica che il mondo nuovo è là fuori e ora tocca a me/a noi dargli forma, anche sposando una donna bianca.

*Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis (prima edizione 1802). Per il dialogo tra Parini e Foscolo cfr. l'edizione digitale in liberliber.it, pp. 133-134 (lettera 4.12. 1798).
mmilan
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13 dicembre 2021

E' stata la mano di Dio


E' stata la mano di Dio
è u
n film sconsolato e sconsolante. Credo di aver capito che nel film di Paolo Sorrentino (orfano dall'età dell'adolescenza) ci sia la metafora della storia di Napoli (neppure la più recente). Il ritratto della città è brutale, mai sprezzante, in cui quasi tutti perdono o sono destinati a perdere. In ogni scena si vede e respira una inconsapevole miseria morale che avrebbe bisogno di interventi straordinari in ogni ambito (l'istruzione soprattutto) ma, c'è chi investe una cifra astronomica per consegnare alla Città il "sogno Maradona", con scandalo di nessuno. Il sogno arriva, come se arrivasse "la mano di Dio" ... ma anche Maradona si perderà tra droga e adiacenze alla camorra. Alla fine, se ti vuoi salvare, devi cercare di organizzare il tuo futuro altrove, magari a Roma, dove forse diventerai un regista da Oscar, con tutta la tua storia di 'migrante in fuga' dentro il cuore; se resterai sarai intrappolato (come il fratello di Fabio) in quel mix di apparente allegria e tanta desolazione in ogni angolo. La chiave di lettura arriva con i titoli di coda ritmati dalla canzone di Pino Daniele Napule è, da leggere come la risposta/promessa ad una delle ultime battute del film "Non ti disunire". Non basta il gol del Maradona di turno, anzi probabilmente è l'ennesima beffa per una Città di sorprendente umanità perché "Napule è mille culture / Napule è mille paure". Napule è la colla che manterrà unite le tessere della tua esistenza a Roma, a Venezia o a Hollywood. 
mmilan
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27 febbraio 2020

Gli anni dell'amicizia e dell'amore

Gli anni più belli è l’ultimo film del regista de L’ultimo bacio (2001) e  A casa tutti bene (2018) Gabriele Muccino, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 13 febbraio 2020.
Questo film è un inno all’amicizia che nei suoi 129 minuti descrive il viaggio tortuoso di quattro amici che cercano di mantenere un rapporto analogo a quello avuto durante l’adolescenza, ma che viene continuamente scosso da tutti gli avvenimenti della vita che inevitabilmente si intrufolano. Tutto il film è un susseguirsi di momenti di incontro, che portano avanti la loro storia d’amicizia e d’amore, e di altri momenti in cui si perdono di vista, qualche volta anche per un intero decennio, in cui i quattro personaggi principali si sviluppano e vivono la loro vita compiendo delle scelte che li porteranno più vicino a quello che rispettivamente cercano di ottenere: affetto, affermazione professionale, gloria e, soprattutto, amore. Nonostante il continuo perdersi e le complesse situazioni di tensione e di tradimento che hanno luogo durante gli anni, i quattro amici trovano sempre il modo di superare le difficoltà perché l’amicizia che li lega è inscindibile.
L’amicizia e l’amore sono i due temi principali del film, ma intorno ad essi si hanno altri argomenti diversi che portano avanti la trama. Uno di questi temi può essere individuata nella famiglia, che già nei primi momenti del film porta uno dei personaggi (Gemma) a compiere una scelta importante che successivamente si ripercuoterà in ogni decisione che prenderà per la maggior parte degli suoi anni da adulta e che la fa diventare una “vittima”, sempre in cerca di affetto e di protezione, ma che con difficoltà riuscirà ad emanciparsi. Il film tratta il tema della famiglia attraverso diverse problematiche che si riscontrano nella società moderna. Ci sono rappresentazioni di famiglie disfunzionali, con genitori che non sanno come comunicare con i loro figli, con figli che si sentono traditi dai loro genitori e consorti che non si amano più, ma che stanno insieme solo per salvare le apparenze.
Una scelta stilistica importante adottata dal regista Muccino in questo film è stata quella di alternare alla trama anche momenti storici che hanno cambiato il mondo e hanno definito lo spirito di intere generazioni, come ad esempio il Muro di Berlino, Tangentopoli, l’Attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle, e così via. 
 Un merito particolare va anche al casting degli attori poiché la somiglianza fisica tra gli attori che recitano nella prima parte del film, ossia quella adolescenziale in cui si ha il momento d’incontro di tutti e quattro i protagonisti e le loro prime avventure, e gli attori che recitano la parte dei personaggi già adulti, è davvero strabiliante. Una piacevole novità è stata anche la presenza della cantante Emma Marrone nel suo primo ruolo di attrice, che recita accanto ad attori del livello di Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Claudio Santamaria e Kim Rossi Stuart.
Adriola Doda

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05 gennaio 2020

L'importanza della riflessione critica nel pensare contemporaneo


La nostra epoca è caratterizzata da un eccesso di stimoli provenienti da ogni dove: gli smartphone, la televisione, internet... da ogni fonte giunge un costante flusso di informazioni che circolano e si susseguono ad una velocità senza precedenti. La sovrabbondanza di cui quotidianamente facciamo esperienza può però portare ad un senso di angoscia e paralisi: in che modo riusciamo a capire cosa dovremmo leggere, ascoltare, guardare? In un mondo di costante cambiamento, come si può capire ciò che è bello? E sulla base di cosa ciò che è bello è tale?
Ecco che il ruolo della critica si rivela in tutta la sua importanza e Andrew Scott, critico cinematografico del New York Times, effettua un'intelligente analisi di quest'importantissima attività, non solo in veste professionale, ma come attitudine quotidiana poiché, e come lui stesso afferma, a tutti piace giudicare e tutti giudichiamo.
Il saggio di Scott non si propone di fornire quelli che sono i dettami critici che gli individui dovrebbero operare nelle loro scelte quotidiane, ma evidenzia l'importanza di formarsi un pensiero critico e di esercitarlo con costanza in tutte le situazioni, anche quelle di semplice svago, che siamo portati a pensare non debbano suscitare profonde riflessioni o da intellettualizzare. Al contrario, Scott evidenzia come proprio in quei momenti sia importante esercitare un pensiero critico, per non togliere la possibilità a film o libri, apparentemente di intrattenimento puro e semplice, la possibilità di essere qualcosa di più, ad esempio un potenziale oggetto di riflessione.
Attraverso un'attenta analisi, anche storica, del ruolo della critica e del mestiere del critico, Scott sollecita a non adagiarsi nella comodità del pensiero di gruppo. Egli invita a superare l'alone di pregiudizi di cui è ammantata la critica, sorella gemella dell'arte e forma d'arte essa stessa.
È in base a ciò che ci piace e ciò che non ci piace che formiamo la nostra identità di individui, siamo tutti accomunati dal desiderio di coltivare il piacere verso qualcosa e l'attitudine critica è dunque fondamentale.
Questo testo, che si pone come “manifesto contro la pigrizia e la stupidità”, accompagna il lettore in uno stimolante viaggio nel mondo della critica per meglio comprenderla ed esercitarla nella nostra così abbagliante e caotica contemporaneità.
Selina Grillone


A.O.Scott
 Elogio della critica. 
Imparare a comprendere l'arte, riconoscere la bellezza 
e sopravvivere al mondo contemporaneo
Milano, il Saggiatore, 2017, pp. 256.

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17 marzo 2018

In libreria

Alberto Pezzotta
La critica cinematografica
Carocci, Roma, 2018, pp. 144.
Descrizione
Come ragionano i critici? Quali sono le premesse in base alle quali emettono i loro verdetti? Il giudizio di valore (magari sintetizzato in “stellette”) è un momento imprescindibile della critica o una prova della sua scarsa scientificità? Che differenza c’è tra una recensione e un’analisi accademica? Il libro analizza la critica cinematografica con gli strumenti della retorica e della teoria dell’argomentazione, per esaminare miti consolidati (dal primato dell’autore al concetto di autoriflessività) e fenomeni come la stroncatura e la rivalutazione del cinema di genere. Ne traccia una storia dalle origini all'era del web e torna a leggere maestri spesso poco ortodossi (André Bazin, Serge Daney, Alberto Moravia, Oreste del Buono) per riflettere sui metodi e le funzioni di una professione che sta
attraversando una profonda trasformazione.

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02 settembre 2015

La libertà è di tutti


 

“Lesbiche e gay sostengono i minatori!” “Lesbiche e gay sostengono i minatori!” urla a gran voce un manipolo di ragazzi sparso tra i marciapiedi londinesi. E’ il 1984 e i minatori della Gran Bretagna rifiutano ostinatamente di tornare al lavoro, mentre una pallida e cotonata Margaret Thatcher, imperturbabile nel suo tailleur di ferro e gabardine, calpesta con le eleganti scarpette nere un’Inghilterra ormai agonizzante. Con la chiusura della miniera di carbone di Cortonwood, il Primo Ministro britannico inaugura una fase di smantellamento di ben venti siti estrattivi le cui conseguenze appaiono immediatamente insostenibili. L’Unione Nazionale dei Minatori, nel tentativo di salvaguardare più di 20.000 posti di lavoro, indice uno sciopero senza precedenti, che si protrarrà per un intero anno. Nonostante la signora Thatcher si mostri priva di qualsiasi scrupolo, sciogliendo in ogni luogo e in ogni ora il guinzaglio di centinaia e centinaia di poliziotti, i minatori non sono soli. Tra i numerosissimi gruppi di sostenitori che, in un modo o nell’altro, tentano di dare il loro apporto a una più che giusta battaglia per la vita, vi sono undici ragazzi omosessuali guidati da Mark Ashton, ventiquattrenne tanto giovane quanto determinato a liberare il mondo dalle sue ingiustizie. Spinti dalla solidarietà verso persone che, come loro, sono vittime di un sistema che teme e condanna la diversità, gli LGSM (Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori) riescono con non poche difficoltà a convincere una piccola comunità di minatori gallesi ad accettare il loro sostegno. La diffidenza e l’imbarazzo iniziali svaniscono in fretta, mutandosi in un reciproco sentimento di stima e affetto, destinato a sfociare in una vera e propria amicizia che coinvolgerà tutti. O quasi tutti.

Pride, diretto da Matthew Warchus e impreziosito da una splendida colonna sonora e da un cast spumeggiante, è assurdamente passato quasi sotto silenzio nelle sale cinematografiche italiane sul finire dello scorso anno. Osannato invece dal Times e dal Guardian,  viene premiato ai Bafta Film Awards di Londra in un trionfo di applausi e consensi. Il film riscrive una storia vera di lotta e coraggio che dimostra quanto una piccola realtà possa cambiare le regole di una nazione intera. Al pugno di ferro del governo Thatcher si oppone la voce di coloro che questo stesso governo si affanna ad ammutolire e nemmeno la fine dello sciopero nel marzo del 1985 può incanalare un fiume ormai sfuggito ai propri argini. L’anno successivo infatti viene proposta in Parlamento una mozione per introdurre i diritti di lesbiche e gay nel manifesto del partito laburista, mozione infine approvata grazie anche al voto unanime di uno dei sindacati chiave d’Inghilterra: quello dei minatori.

E se il Galles nei suoi giorni più bui ha visto riaccendersi un barlume di speranza per l’entusiasmo di un gruppo di ragazzi, liberi e fieri della propria identità sessuale, allo stesso modo il gay pride di Londra del 1985 accoglierà un’inattesa fiumana di minatori, pronti a sollevare gli striscioni per una lotta ormai comune. Perché ciò che Pride mostra è che poco importa quale sia il motivo per cui ci si ribella. La Libertà è di tutti ed è giusto sempre e comunque combattere per essa.

Tuttavia Mark Ashton fu costretto a deporre presto le armi, poiché la morte lo colse l’11 febbraio del 1987 a soli ventisei anni, ma quando passeggiando per le strade di Londra oggi ci si imbatte senza difficoltà in coppie serenamente omosessuali sono certa che da qualche parte, chissà dove, chissà quanto lontano, il giovane eroe del 1984 possa sorridere ancora una volta.  “Abbiamo vinto noi signora Thatcher.” mi sembra di sentirgli dire  “E tu hai perso.”

 G. Camilla Severino

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01 settembre 2015

Four days



“Te lo voglio dire una volta sola, non l’ho mai detto prima d’ora. Questo genere di certezza si ha soltanto una volta nella vita”
Clint Eastwood, “I ponti di Madison County”.

 

Il mondo contemporaneo, quel mondo che ha relegato in una soffitta le grandi locomotive a vapore, le macchine da scrivere e i merletti, sembra aver mandato in pensione anche l’Amore. Certamente non vi è inverno in cui i negozi di piccole e grandi città non si riempiano di cuori e fiori in occasione di San Valentino, non vi è libreria che si privi di tomi e tomi di autentiche romanticherie (strazianti passioni adolescenziali, distanze incolmabili sconfitte dall’ancora non amaro sapore di una lettera…) e infine non vi è sala cinematografica nella quale almeno un paio di volte all’anno non si possa assistere a un matrimonio da favola, a un bacio o a una passeggiata mano nella mano alla luce del tramonto. Ma l’Amore è un’altra cosa, e troppo spesso lo si soffoca nello smielato simulacro di se stesso, ammantandolo di quella banalità che non ne fa altro che uno degli innumerevoli elementi della spettacolarizzazione. Fortunatamente però non è sempre così. Girovagavo tra gli scaffali di un negozio del centro per ingannare il tempo, non c’è poi molto da fare quando fuori il termometro sfiora i quaranta gradi, non si vede una nuvola all’orizzonte nemmeno sforzandosi di cercarla e si è costretti a rinunciare alla spiaggia per svolgere una di quelle odiose “commissioni” che spesso etichettiamo con questo nome che significa tutto e non significa nulla. Insomma era una di quelle giornate in cui avrei volentieri appeso al chiodo i doveri filiali, demandando ad altri l’ingrato compito di attendere mia madre nel forno cittadino, ma ahimè il sì ormai mi era sfuggito e l’aria condizionata del primo negozio aperto mi era sembrata l’unica momentanea consolazione. Avevo già tra le mani una discreta pila di dvd e temevo il momento in cui avrei dovuto sceglierne uno, magari in tutta fretta ricevendo d’improvviso la telefonata di mia madre, quando scorsi, tra un thriller e un cartone animato I ponti di Madison County. La regia di Clint Eastwood mi parve una garanzia, il nome di Meryl Streep appena sopra al titolo mi tolse ogni dubbio (nel caso ancora ne avessi avuti) e, cestinati automaticamente gli altri dvd,  mi avviai risoluta verso la cassa. Il film racconta una storia senza guerre e senza eroi; racconta di un uomo, di una donna e del loro amore. Lui, Robert Kincaid (Clint Eastwood)  è un fotografo giramondo lei, Francesca Johnson (Meryl Streep), moglie e madre in una piccola fattoria dell’Iowa. Quando Francesca, nel fiore degli anni, lascia l’Italia per seguire un giovane soldato americano e divenirne presto la moglie, non avrebbe potuto immaginare che l’amore non avesse ancora giocato tutte le sue carte. Carte che avrebbe scoperto sul tavolo solo molti anni dopo, nel 1965, quando uno sconosciuto inviato del National Geographic avrebbe bussato alla sua porta. Sarà lì che Francesca scoprirà il vero significato dell’essere donna e dell’Amore (quello per un uomo, certo, ma anche quello per la propria famiglia). Quando Francesca lascia sul tavolo del giardino il suo bicchiere di tè freddo e decide di aprire la portiera della macchina di Robert, senza saperlo inizia a riscrivere la storia della propria vita. A Robert e Francesca sono concessi soltanto quattro giorni: quattro giorni per conoscersi, per innamorarsi, per vedersi l’uno come il riflesso dell’altra. Quattro giorni per fuggire insieme o per dirsi addio. In un mondo dominato dall’ipocrisia nel quale donne e libertà mal s’accompagnano, Francesca trova il coraggio di rispolverare i sogni del passato e da questi trae  la forza per lasciarsi travolgere dall’amore. Ma quattro giorni si consumano in fretta e quando il pick-up del marito, con i due figli e il vitello, vincitore di quella fiera che tanto provvidenzialmente li aveva tenuti lontani da casa, compare all’orizzonte la realtà riprende prepotentemente il proprio posto e Francesca deve scegliere tra due parti di se stessa. Il film traspone sullo schermo l’omonimo romanzo di Robert James Waller, lasciandone inalterati la delicatezza e l’eleganza, un tocco leggero che indaga i sentimenti nel profondo, restituendo al lettore – ora anche spettatore – emozioni autentiche e struggenti. Non vi sono retorica né inutili orpelli stilistici nella pellicola di Clint Eastwood, all’epoca già vincitore di due premi Oscar (miglior film e miglior regia per Gli Spietati), ma si fa tangibile l’occhio attento di un uomo che sa creare altri uomini, facendo di ogni film un autentico capolavoro, un intenso istante di vita strappato all’oblio e fatto immagine. E a chi guarda adagiato tra i cuscini di una poltrona non resta che perdersi negli sterminati spazi della campagna dell’Iowa, dove due vite unite ben oltre la morte non possono non strappare una lacrima nemmeno ai più cinici.

 G. Camilla Severino


 

28 gennaio 2014

La commedia noir specchio dell'Italia contemporanea



Il Capitale Umano,  liberamente ispirato all'omonimo romanzo di Stephen Amidon, è il nuovo film di Paolo Virzì in uscita in tutte le sale cinematografiche a partire da gennaio. La vicenda, che dal Connetticut del romanzo sposta la sua ambientazione nella Brianza italiana, ha inizio in una gelida notte alla viglia delle feste natalizie, notte in cui un ciclista perde la vita travolto da un Suv.
Questo antefatto legherà, in un intreccio via via sempre più fitto, la vita di due famiglie di estrazione sociale diversa ma accomunati dalla medesima volgarità morale: i ricchi e agiati Bernaschi e i finti arricchiti Ossola.
La scoperta graduale della verità, inaspettata e per certi versi ingiusta, giunge allo spettatore attraverso il ritmo lento dei capitoli in cui si articola la pellicola, dando voce al punto di vista dei suoi protagonisti, Dino Ossola, Carla Bernaschi, Serena Ossola, sino all' epilogo finale, Il Capitale Umano.
Il regista livornese utilizza per questo film una diversa chiave interpretativa della realtà, lontana dai toni leggeri delle commedie degli esordi, vicina al genere noir, fornendoci il ritratto, non solo del brianzolo tipico di “origine controllata”, per cui Virzì è stato accusato di cadere in un clichet superficiale, ma dell' umanità in genere, una collettività meschina e crudele.
Il Capitale Umano è l 'affresco di un mondo dominato dalla prepotenza finanziaria in cui tutto viene calcolato su base economica come ci segnala, sin da subito, l'illuminante titolo che rimanda al paramentro assicurativo utilizzato per stabilire il rimborso in caso di morte, e che valuta spietatamente e freddamente le nostre conoscenze, abilità, guadagno e qualità affettive, secondo parametri quantitativi.
Il film rivela, in via definitiva, una realtà, quella della dittatura economico-finanziaria a in cui siamo quotidianamente immersi e portata agli estremi, dove anche il valore della vita umana perde il suo significato, ad eccezione di quello stimato in termini di profitto.
Sicuramente una pellicola che merita una particolare attenzione, dove il Virzì-Esopo, attraverso una rassegna di personaggi, poco fiabeschi, ma spregevoli e ipocriti, dannatamente reali, ha la dichiarata intenzione di fornire la sua morale che invita lo spettatore a riflettere su se stesso e sui valori etico-sociali della società contemporanea.
 Unica pecca, per i più sentimetali, amanti del lieto fine, un finale ancor più amaro degli avvenimenti, dove a farne le spese rimangono sempre i socialmente più deboli.
Flavia Torretta


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09 dicembre 2013

L'ultima ruota del carro


Il film è uno spaccato della Roma degli anni '70. Non è la Roma della Dolce vita di Fellini ma è una Roma difficile, vista con gli occhi del protagonista Ernesto Fioretti (Elio Germano). Sono quarant'anni di storia che il regista, Giovanni Veronesi, ci invita a rivivere o a vivere per la prima volta tramite il protagonista. E' lui l'ultima ruota del carro della società di cui a suo malgrado fa parte, Ernesto, che deve lottare con un padre padrone (Sergio Rubini), rigido e poco comprensivo e con il suo migliore amico (Ricky Memphis), che involontariamente lo trascina costantemente sulla cattiva strada e in problemi più grandi di lui, ma Ernesto deve soprattutto combattere contro se stesso e le sue paure. 
C'è stato davvero un Ernesto Fioretti nella vita di Veronesi che tenta di omaggiare il suo ricordo proponendolo allo spettatore caricandone gli aspetti più significativi. "ho dovuto interpretare una persona non un personaggio. " dice Elio Germano. L'unica nota dolce nella vita del protagonista è la bella e ingenua Angela (Alessandra Mastronardi) che dopo un corteggiamento improvvisato e goffo riuscirà a far diventare sua moglie. In amore la tenerezza e il carattere di Ernesto hanno la meglio ma per tutto il resto sarà vittima di chi lo circonda e delle situazioni di quel periodo.
La vita di Fioretti e della sua famiglia è segnata da eventi significativi della storia italiana di quegli anni da Tangentopoli alle brigate rosse all'arrivo di Berlusconi sulla scena politica. Il tono melodrammatico al limite del satirico con cui sono affrontati questi argomenti dai protagonisti della vicenda strizza l'occhio allo spettatore provocando un sorriso ma soprattutto un'inevitabile spunto per riflettere. Per tutta la durata del film, attraverso una narrazione incalzante e discontinua, si ha l'impressione di viaggiare nel tempo, di vivere gli avvenimenti di quel periodo, assaporare le amarezze, le aspettative e le speranze di quegli anni. Si vuole trasmettere una velata nostalgia o forse far rimpiangere di non essere riusciti a cambiare nulla e far vedere come si è arrivati nella situazione odierna. A mio parere L'Ultima ruota del carro può funzionare anche come una sorta di panoramica dell'Italia dagli anni 70 fino ad oggi presentata sotto forma di reportage-commedia. Se avete voglia di ridere ma soprattutto di riflettere non perdetevi questo film.
Simona Cappelli

*link al sito del film L' ultima ruota del carro regia di di Giovanni Veronesi, 2013.

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28 maggio 2013

Talking to the trees

Viaggio tra gli orrori e le speranze della Cambogia

Chi non è mai stato in Cambogia non sa, non può immaginare, quel che i bambini di questo paese riescono a raccontare solo con gli occhi, senza parlare. Da qualche giorno tuttavia un'occasione per scoprirlo esiste, e si chiama Talking to the trees (Parlando con gli alberi). L’iniziativa nasce dall'idea di due registi Italiani, Ilaria Borrelli e Guido Freddi, che hanno realizzato un lungometraggio a sostegno dell’ECPAT, una onlus che collabora con le ONG di Phnom Penh con lo scopo di prevenire e contrastare la prostituzione minorile. L'anteprima del film la si è potuta vedere a Roma sabato 26 maggio, mentre le altre città in cui sarà proiettato sono Torino (30 maggio), Genova (31 maggio), Abbiate Grasso (1 giugno) e Milano (2 giugno). In alternativa è possibile accedervi in streaming sul sito www.talkingtothetrees.com.
Grazie a questo progetto ognuno di noi si calerà, per un'ora e mezza, nella tragica realtà cambogiana, poco conosciuta dal mondo occidentale, ma che vale la pena approfondire.
Nel mondo milioni di bambini sono ogni giorno vittime dello sfruttamento sessuale. La Cambogia è uno dei paesi in cui questa brutalità costituisce la fonte di maggior profitto per le organizzazioni criminali e talvolta, anche se è difficile da accettare, per le famiglie disperate da dove provengono i piccoli.
Il film racconta la storia  di Mia, una giovane donna in carriera italiana ma che vive a Parigi, la quale, stanca  della superficialità  dell'ambiente che la circonda, decide di partire per la  Cambogia, dove lavora il marito. Quello che le si prospetta davanti ha dell’incredibile. Mia scopre con sgomento che  il compagno è di fatto un turista sessuale che trascorre intere giornate all’interno di raccapriccianti bordelli. L’obbiettivo di Mia,  sempre più sconvolta e disorientata dalla scoperta, diventa quindi quello di strappare tre bambini dal loro tragico destino.
Talking to the trees non è soltanto un  film di denuncia,   ma un vero e proprio atto di coraggio, non solo di chi lo ha realizzato e prodotto,  ma anche, per certi versi,  dello spettatore. I contenuti sono indubitabilmente forti, le scene crude, laceranti, difficili da sostenere,   e provocano rabbia e impotenza allo stesso tempo. Il tema,  già di per sé molto delicato, è reso ancora più straziante dalle immagini che scorrono inesorabili. Verrebbe da fermarle,  distaccarsene, dimenticarle magari, ma non si può,  non si deve, occorre  prenderne coscienza fino in fondo, senza alibi o difese. Dalla visione di questo lungometraggio se ne esce turbati, se ancora non ce ne fosse bisogno, si acquisisce la consapevolezza che i mostri non esistono soltanto nelle favole e non sono neppure così lontani da noi.  Ho vissuto per un certo periodo di tempo in Cambogia,  ho visto  bambini  che felici si tenevano la mano per andare a scuola, altri costretti dai genitori a lavorare o chiedere l’elemosina.  Sono tanti i lati oscuri e le contraddizioni di questo bellissimo e tragico paese. Perfino il paesaggio rispecchia questa ambivalenza,  ci si imbatte  in cittadine formate solo da lussuosi resort  per turisti, e poi, quasi  di colpo,  ci si addentra in  villaggi di paglia e fango senza acqua ne corrente elettrica. Eppure i cambogiani non hanno dimenticato il sorriso. Nonostante tutte le difficoltà, i soprusi e l’ancora tangibile devastazione portata dalla guerra civile, la voglia di vivere e  ricominciare è enorme; l'accoglienza, la semplicità,  la verità di questo popolo, disarmante.  Ma risollevarsi è difficile, la corruzione del governo logora il paese, la criminalità lo terrorizza, la povertà lo soffoca. Talking to the trees riesce a descriverne, con forza inaudita e realismo, il lato più buio, crudele, inaccettabile. Ma oltre a tutte queste orribili ingiustizie,  l’emozione che questo splendido film lascia nell'animo è la speranza, sì,  un briciolo di speranza, la stessa che i bambini cambogiani raccontano solo con gli occhi, senza parlare.
Camilla Licalzi

 

www.talkingtothetrees.it

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06 novembre 2012

In libreria

Sbatti Bellocchio in sesta pagina.
Il cinema nei giornali della sinistra extraparlamentare 1968-1976
a cura di Steve Della Casa e Paolo Manera
Roma, Donzelli, 2012 pp. 228.
Descrizione
 Per la generazione del ’68 il cinema è stato uno straordinario strumento di socializzazione. Ecco perché è molto presente sui giornali che la sinistra extraparlamentare ha prodotto fino al 1976, anno in cui la spinta del ’68 finisce, la partecipazione di massa scompare e tutto cambia. Sono i giornali (da «Lotta continua» a «Vedo rosso», da «Servire il popolo» alla «Vecchia talpa», dal «Quotidiano dei lavoratori» al «manifesto») che hanno formato una nuova generazione di giornalisti e un modo nuovo di intendere il giornalismo. In quelle testate il cinema fa spesso capolino, con stroncature spettacolari oppure con titoli a effetto. Gli articoli non sono mai firmati, ma la memoria orale indica nomi di un certo peso: Umberto Eco, Adriano Sofri, Pio Baldelli, Peppino Ortoleva, Vincenzo Vita, Valentino Parlato; Taviani, Bellocchio, Petri, Montaldo, Kubrick, gli autori più recensiti. Si tratta di articoli taglienti, vigorosi, a volte paradossali, forse incomprensibili se non collocati nella durezza del dibattito di quegli anni. Sono segnali di una passione, quella per il cinema, che non ha mai più avuto la stessa importanza nel dibattito culturale. Un gioco della memoria, sospeso tra autoironia e nostalgia. Un libro che racconta un pezzo di storia del nostro paese, uno straordinario «come eravamo», che con un tono semiserio scopre contraddizioni e verità di un mondo che non c’è più, ma che per molti versi è lo specchio del nostro presente. Qualcuno ha parlato di anni di piombo, altri li hanno definiti formidabili. Sicuramente sono stati anni di celluloide.

17 ottobre 2012

I Taviani candidati all'Oscar


Cesare deve morire di Paolo e Vittorio Taviani, sarà la pellicola italiana candidata alla corsa come Miglior film straniero degli Oscar 2013. I due fratelli, grandi registi degli anni sessanta, cercano ancora una volta di stupire con la nuova pellicola, il pubblico. Utilizzano stavolta un ingrediente speciale, provano ad amalgamare con la giusta dose, la poesia e la recitazione in un unico film, rendendo vincitore del festival Orso D’Oro, dopo 21 anni, un film italiano. Un film toccante, duro ma allo stesso tempo emotivo, rappresenta l’animo umano dietro le mura carcerarie, il quale molte volte viene dimenticato. Riprende una delle opere drammatiche di William Shakespeare del 1599, Giulio Cesare, invertendo la linguistica dell’opera nei vari dialetti del Sud Italia. Questo film ha un tocco in più di originalità, girato all’interno del carcere massima sicurezza “Rebibbia”, gli attori non sono altro che i detenuti stessi, i quali stanno scontando pene gravi ed alcuni l’ergastolo. Tutti tranne due Francesco Striano, attore del Gomorra, interpreta questa volta il ruolo di Bruto, ed infine Fabio Cavalli, tramite per la riuscita di questo progetto. La storia tratta di un tema fondamentale “La Libertà”, di non sottoporsi alla tirannia e di uccidere in nome della giustizia, interpretando nell’opera teatrale, i famosi romani, Cesare, Bruto, Cassio, Antonio. Tutto ciò si scontra con la vita dei carcerati, posti nelle loro buie celle, riscoprendosi attori, dando loro un minimo di libertà, la quale si sono privati. Si contrappongono le loro storie, sentimenti e soprattutto i fallimenti, non viene presentato come film sperimentale, ma può farsi che nei protagonisti si veda quel turbamento emotivo, in grado di esprimere loro stessi, auto-considerandosi uomini d’onore o semplicemente infami. Un film che potrebbe vincere l’Oscar come “Miglior film straniero” perché tratta dei temi della cultura internazionale, come i classici teatrali e l'arte, che a volte viene intesa, dicono i registi come: "una forma di libertà, e forse anche l'unica" .
Cristina Valente

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22 marzo 2012

In libreria

Andrea Minuz
Viaggio al termine dell'Italia. Fellini politico
Soveria Mannelli, Rubettino, 2012, 214 pp.
Descrizione
Se Federico Fellini è uno dei più grandi autori della storia del cinema, egli rientra anche nel solco di una tradizione di intellettuali e artisti che da Leopardi a Pasolini si è interrogata sul rapporto tra l’identità italiana e la modernità nelle sue implicazioni sociali, culturali, politiche. I motivi che notoriamente attraversano la sua opera, dalla nostalgia dell’infanzia ai fantasmi della femminilità, dall’invenzione del ricordo al sogno, assumono così, alla luce della lettura politica proposta in questo saggio, un’unica connotazione patologica. E diventano, anzitutto, l’allegoria di un Paese incapace di uscire da un’adolescenza permanente, tratto dominante della sua storia e del carattere nazionale. Il libro è corredato da un’appendice che esplora il rapporto tra Federico Fellini e Giulio Andreotti a partire dalle lettere conservate nell’archivio del senatore.
*segnalato da C.S.
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18 febbraio 2012

Il film "Diaz" premiato dal pubblico a Berlino

Diaz, Non pulire questo sangue, film di Daniele Vicari in concorso alla 62esima edizione della Berlinale è uno dei tre film della sezione Panorama ad aggiudicarsi il premio del pubblico. Co-produzione Italia-Francia-Romania, il film ripercorre le vicende della scuola Diaz, verificatesi in occasione del G8 del 2001.
Ecco le parole del regista, intervistato sull' "Unità" lo scorso 8 febbraio, alla vigilia dell'inaugurazione del "Filmfest" tedesco.
«Fin dai primissimi giorni della preparazione eravamo preda di un dubbio atroce: ci crederanno? Non solo gli spettatori, ma anche coloro che il film dovevano farlo, assieme a noi italiani. Mi sono premunito in due modi. Il primo è di metodo: nel film non c’è una battuta, una frase, un gesto che non vengano dalle oltre 10.000 pagine di documenti processuali che mi sono letto in due anni di scrittura del copione. Il secondo è stato strategico: ho preparato un video di 15 minuti ad uso “interno”, con tutti i dati necessari (numero dei feriti, numero dei poliziotti coinvolti…) e una selezione delle tante immagini girate a Genova in quei giorni, tutte reperibili in internet. Soprattutto quelle filmate da un ragazzo che si era nascosto sul tetto di un palazzo davanti alla Diaz, e che aveva girato l’arrivo e l’irruzione della polizia".
Un vero e proprio docu-film, dunque, quello girato da Vicari, che attendiamo di vedere anche sugli schermi di casa nostra (uscita prevista per il prossimo 13 aprile 2012). Vicari ha cercato di raccontare le vicende così come sono accadute, di portare sugli schermi la verità di una vicenda estrema, sconvolgente per la sua atrocità, in modo sempre non forzato né inasprito per crudezza e violenza. Solo a lavoro terminato, come previsto, si è potuta capire la portata di questa docu-fiction: quella della Diaz non è una vicenda solo italiana, bensì la sua eco esce dal territorio nazionale ed interessa tutti coloro che hanno il coraggio di non voltare lo sguardo altrove.
Commenta ancora Vicari: "Per l’Italia è uno snodo storico, perché quella notte si rompe un patto consolidato fra i cittadini e le istituzioni. Comincia la strada che ci ha portato ad una crisi che non è soltanto economica, ma anche istituzionale. Ma poniamoci una domanda: nei giorni successivi, per molte ore, alcuni cittadini di paesi della Comunità europea scompaiono letteralmente nel nulla, senza che le loro famiglie vengano avvertite, senza che ci siano accuse precise nei loro confronti. In altri momenti questo avrebbe comportato problemi diplomatici enormi. Perché non succede? Perché la vicenda è più grande dell’Italia stessa. Perché tutto il mondo sta prendendo una piega che diventerà evidente due mesi dopo, l’11 settembre 2001".
Anche per il fatto che, in quei giorni, tra i giovani della Diaz ci fossero anche molti stranieri (ben una quarantina di tedeschi, tra i 65 stranieri, su un numero totale di 90 giovani), il film ha avuto tale riscontro a Berlino, in una Germania che, è risaputo, non ha l'abitudine -ahimè più che altro italiana- di voltare le spalle al revisionismo storico. La sensibilità del pubblico tedesco ha premiato Vicari e il suo coraggio di raccontare una storia, la storia di tutti, della rottura del patto sociale a fondamento della nostra democrazia. Non a caso già nel trailer del film compare una citazione da Amnesty International: "La più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale". Diaz racconta fatti analoghi a quelli che erano già stati raccontati da altri (per esempio nel film del 2003 Ora o mai più, di Lucio Pellegrini, con Jacopo Bonvicini e Violante Placido, sulle violenze nella caserma di Bolzaneto), ma lo fa in modo nuovo, forte, senza paura di dire come sono andate realmente le cose.
Lo aspettiamo sui nostri schermi.
Elettra Antognetti

03 febbraio 2012

Aspettando la notte degli Oscar

L'inverno è di sicuro il periodo più piacevole per andare al cinema e quest'anno più che mai, non solo per il freddo polare che si sta abbattendo in tutta la penisola, ma soprattutto perché le possibilità di incappare in un film brutto sono decisamente basse. Infatti, se già Gennaio è stato un mese ricco di piacevoli sorprese cinematografiche (come ad esempio la piccola perla La Talpa, spy story con un cast eccezionale), Febbraio si preannuncia ancora più entusiasmante. Quest'anno all'attesissima notte degli degli Oscar che si terrà a fine mese, come da tradizione al Kodak Theatre di Los Angeles, possiamo arrivarci davvero preparati anche noi italiani, di solito fanalino di coda delle anteprime americane. Sono infatti in uscita nelle sale alcuni dei film più belli del 2011, fra i candidati all'Oscar come miglior film, che quest'anno per la prima volta non sono più dieci bensì nove, potremo assistere alla prima di Hugo Cabret di Martin Scorsese (in uscita dal 3 febbraio), che ha collezionato 11 nomination tra cui anche quella per la miglior regia. Dal 17 febbraio sono in programma: Paradiso amaro di Alexander Payne con un George Clooney toccante, che per questa interpretazione ha già vinto il Golden Globes come miglior attore protagonista e il commovente War Horse di Spielberg, già vincitore di due Golden Globes. Sono già usciti invece, Midnight in Paris di Woody Allen fra i campioni d'incasso del periodo natalizio, The tree of life di Terrence Malick vincitore della Palma d'oro a Cannes e The Help” (ancora in programmazione nelle sale), il tanto discusso film sul razzismo dell'America degli anni '60. Ed è già una bella lista di appuntamenti al cinema da segnarsi, ma non è finita qui. Infatti, anche se dovremmo aspettare la primavera per vedere gli altri tre film in nomination per la statuetta di “best movie”, ci potremmo gustare tre interpretazioni femminili davvero da Oscar (oltre a quella di Viola Davis in The Help che ho già citato). Si tratta delle intramontabili Meryl Streep nel ruolo di Margaret Thatcher (The Iron Lady), per il quale ha già portato a casa la statuetta a forma di globo e uscito in Italia solo qualche giorno fa, e Glenn Close in Albert Nobbs (dal 10 febbraio al cinema) con la sua straordinaria interpretazione di una donna che si traveste da maggiordomo per poter lavorare nell'Irlanda del XIX secolo. Infine la sorpresa è la semi sconosciuta Rooney Mara salita alla ribalta per il ruolo di Lisbeth Salander della saga tratta dall'omonimo libro di Sieg Larsson, Millennium- Uomini che odiano le donne nelle sale dal 3 febbraio.
Insomma, il “toto-Oscar” è già partito ed è davvero agguerrito, il 26 febbraio tutti sintonizzati su Sky Cinema 1 per seguire l'evento della notte più glamour dell'anno in diretta e scoprire se i vincitori delle statuette d'oro saranno quelli che avreste premiato anche voi oppure no.
  Margherita Graziani

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12 gennaio 2012

"L'industriale"

Il nuovo film di Giuliano Montaldo, tra polemica sociale e dramma privato
E' stato presentato il 12 gennaio nelle sale del cinema Corallo di Genova L'industriale, anteprima assoluta dell'ultimo film del regista Giuliano Montaldo (in uscita il prossimo venerdì, 13 gennaio 2012). Ospiti in sala, non solo personalità di spicco del panorama politico italiano - tra gli altri, l'On. Sergio Cofferati -, ma anche una delegazione di operai di Fincantieri, che ha preso spunto dall'evento mondano per portare avanti le loro ragioni ed avvicinare tutto il pubblico in sala alle problematiche dell'industria del Ponente ligure. La proiezione del film, inoltre, è stata anticipata da una breve introduzione dello stesso Montaldo e dell'attore genovese Mauro Pirovano.
Il chiaro riferimento del titolo fa presagire una storia improntata su tematiche sociali: luci ed ombre sul mondo dell'industria italiana. E sotto questo segno sembra, infatti, aprirsi il film. Ad essere raccontata è la storia di Nicola Ranieri, figlio di immigrati approdati dal sud dell'Italia a Torino, dove hanno dato vita ad una fiorente fabbrica, di cui oggi resta solo un carico immenso di debiti a gravare sulle spalle di Nicola e dei suoi operai. Da questo spunto iniziale, tuttavia, la vicenda si allarga e la narrazione penetra fin nella vita privata della famiglia Rinaldi: i fallimenti lavorativi di Nicola influiscono sempre di più sulla sua sfera personale; il suo sentirsi inadeguato come leader riflette la sua inadeguatezza di marito e di uomo. Il crollo definitivo di tutti i pezzi che Nicola Ranieri non tarderà ad arrivare.
La direzione assunta dal film è a dir poco insolita: lo spettatore in sala, che ingenuamente pensava di trovarsi davanti un film impegnato nel sociale (in stile Il posto dell'anima di Riccardo Milani) resta spiazzato quando scopre che il film cela risvolti noir sul genere di Delitto perfetto, o assume le caratteristiche del banale triangolo amoroso io-lei-l'altro che, da Otello in poi, tanto ci appassiona.
Peccato che il regista abbia voluto così divagare e abbandonarsi, talvolta, alla facile retorica perbenista dei luoghi comuni. Montaldo ha messo sul fuoco troppe tematiche scottanti che, per essere raccontate veramente bene, avrebbero avuto bisogno ciascuna di un film a parte: il problema del rapporto dell'integrazione degli extra-comunitari nelle città del nord Italia (si veda il personaggio del rumeno Gabriel), le difficoltà all'interno di una coppia che, dopo otto anni, vive una fase di stallo, la rappresentazione di una tanto ricca quanto vuota classe di "borghesucci" strafottenti, il tutto orbitante attorno alle vicende del protagonista, che perde via via sempre più i tratti dell'industriale per assumere quelli del giovane uomo che deve fare i conti con l'ingombrante spettro paterno. L'appellativo "industriale" si fa progressivamente più inadeguato e lascia intravedere l'universo "umano, troppo umano" che vi si cela dietro.
Il lavoro di Montaldo alla regia, durato ben un anno di lavori ininterrotti, è sicuramente molto ben fatto: ottima la scelta delle ambientazioni, ben girato il film, di alta qualità gli interpreti, a partire da Pierfrancesco Favino, fino a Roberto Alpi, passando per la Crescentini.
Da vedere, comunque.
Elettra Antognetti

05 gennaio 2012

J. Edgar: Clint Eastwood racconta l'ultimo secolo di storia degli Stati Uniti d'America

E' uscito ieri nelle sale italiane (4 gennaio) l’ultimo attesissimo film di Clint Eastwood che racconta la storia di John Edgar Hoover, l’uomo che per oltre mezzo secolo (1924-72) è stato alla guida del Federal Buro of Investigation degli Stati Uniti, ha visto avvicendarsi ben otto presidenti e ha vissuto a fianco delle maggiori personalità del XX secolo.Un figura alquanto controversa e con qualche scheletro nell'armadio quella di J. Edgar, l’uomo che ha cambiato la storia dell’FBI e degli Stati Uniti: grazie alla sua determinazione e alle sue abilità, è riuscito a fare dell’FBI un’istituzione svincolata dalla politica e degna di rispetto, fornita delle migliori tecnologie e delle migliori menti del paese. J. Edgar, uomo complicato, introverso, legato morbosamente ad una madre dispotica e autoritaria, un uomo di altri tempi, nato in quei magici anni ’20 americani e ancora legato a molti clichées razziali e politici (la rivoluzione di Martin Luther King doveva ancora compiersi, lo spettro del comunismo e della Guerra Fredda erano ancora dietro l’angolo): questo è l’uomo che ci rappresenta Clint Eastwood, un timido, balbuziente giovane uomo che, con una determinazione cieca e quasi fanatica e con una passione spasmodica per il suo lavoro riesce nell’ascesa verso le alte sfere, fino a diventare l’uomo che tiene le redini di tutto il paese e controlla i complotti nazionali e internazionali, si insinua dentro la Casa Bianca, dentro ai movimenti politici, dentro le case degli americani, attraverso la creazione del consenso per il suo FBI, l’organo capace di salvare il paese dalle svariate minacce alla sicurezza civile. L’uomo raccontato nel film pecca di saccenteria, di rigore morale, di disciplina, ma è anche l’uomo che soffre per il suo essere “diverso”, “spiccio” (come lo chiamano in modo canzonatorio i colleghi per schernire la sua balbuzie), senza amici, senza famiglia, senza “una donna che gli scaldi il letto”(nel film Eastwood allude ad una relazione omosessuale con il suo braccio destro, Clide Tolson, nella realtà non confermata). E’ un uomo che sacrifica la sua vita privata all’ideale e all'ossessione per la sicurezza nazionale, e all’ambizione di ascesa privata. J. Edgar è un personaggio ambiguo, che non guarda in faccia a nessuno per raggiungere i suoi scopi, che non cede la sua posizione di privilegiato e pur di non lasciare l’ufficio di cui è a capo si sottopone a serrate cure mediche. J. Edgar, pur di dare lustro all’FBI e al suo decennale lavoro, detta una biografia autorizzata, in cui esalta le imprese di un capo che, nella realtà, non ha mai condotto di persona nemmeno un arresto. Nonostante ciò, J. Edgar passerà alla storia come il salvatore della patria, l’uomo che ha salvato l’America e il mondo intero dalla minaccia del bolscevismo, delle bombe, dei gangster, dei rapitori di bambini. J. Edgar auto-assurge a protettore della sicurezza nazionale.
Al triangolo dei personaggi principali J. Edgar, Clide Tolson, Hellen Gandy, rappresentati da Di Caprio, Armie Hammer, Naomi Watts, tutti bravissimi (soprattutto Di Caprio, nei panni sia di un inesperto ventenneMr. Hoover, sia di un vecchio ormai in declino), fa da contraltare la brillante interpretazione di Judi Dench, nei panni della decisa ed intransigente ca madre di J. edgar.
Ormai ripetutamente attestata, la fama di brillante regista di Eastwood viene sicuramente confermata da questa sua ultima fatica, in cui ad essere rappresentata è la storia di un America sconosciuta, o meglio ad essere sconosciuta è la prospettiva che il regista adotta:bando al sogno americano, bando al paese delle meraviglie, Clint Eastwood racconta la storia di un paese che ha paura, che arranca, che, in nome di un ideale di sicurezza e pace superiore, è costretto ad usare mezzi al limite della legalità e della correttezza.
Elettra Antognetti

18 dicembre 2011

In libreria


Marco Salotti

Al cinema con Mussolini. Film e Regime 1929-1939
Genova, Le Mani, 2011, 260 pp.
Descrizione

Durante gli anni Trenta andare al cinema con Mussolini è una scelta di italianità. Non importa se è un film militante alla Blasetti o una commedia alla Camerini, se si canta Giovinezza Giovinezza o Parlami d’amore Mariù, se i protagonisti indossano la camicia nera o quella bianca dello smoking: tutti, credenti e agnostici, fascisti e non fascisti, collaborano a creare l’immagine di una nuova Italia che si sta trasformando in società di massa. L’ottimismo nel presente e la speranza nel futuro animano sia l’eroe aviatorio che il fattorino dei grandi magazzini, sia il combattente etico che il giovane scanzonato. Alla fine degli anni Venti il Fascismo è fatto, ora bisogna fare l’Italia fascista: il cinema, assieme ad altri media, partecipa alla elaborazione di un immaginario che deve essere attuale e insieme ispirato al genio italico. L’impegno del regime, durante gli anni trenta, è quello di far coincidere l’identità italiana con l’identità fascista, “moderna” e “rivoluzionaria”. I film nazionali si collocano sull’ambiguo confine tra queste due identità, tra propaganda esplicita e apparente disimpegno, tra collaborazionismo e fiancheggiamento, tra organicità e presa di distanza tattica. Ma sullo schermo del regime tutto si tiene strategicamente, in un immaginario di celluloide che coinvolge Scipione l’Africano e De Sica, Garibaldi e Amedeo Nazzari, Casta Diva e Mille lire al mese, Ettore Fieramosca e Macario, l’Impero e Totò.


*link alla collana Cinema (editore Le Mani).


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11 ottobre 2011

Il film "americano" di Paolo Sorrentino

Esce il 14 ottobre nelle sale cinematografiche italiane il nuovo film firmato Paolo Sorrentino, This must be the place. Dopo il grande successo de Il Divo, suggellato da un' ottima critica italiana e straniera e dalla vittoria del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2008, il regista partenopeo torna dopo tre anni sul grande schermo e lo fa con un film internazionale. Girato tra l'America e l'Irlanda, interamente in lingua inglese e con un cast eccezionale capitanato da Sean Penn, il film, dopo aver ottenuto un riscontro positivo alla sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes, è senza dubbio una delle novità più attese dagli appassionati di cinema e c'è già chi mormora una sua candidatura agli Oscar 2012.
Sorrentino, nonostante abbia potuto contare su un budget impensabile per un film italiano, 28 milioni di dollari, in gran parte assicurati dalla produzione italiana (Indigo Film, Lucky Red e Medusa), in parte frutto di accordi di co-produzione con Francia e Irlanda, non ha rinunciato ad alcuni dei suoi più fidati collaboratori come Umberto Contarello per la sceneggiatura, Cristiano Travaglioli per il montaggio e Luca Bigazzi per la fotografia.
Il regista sceglie Sean Penn come protagonista del suo film. I due si incontrarono durante il Festival di Cannes 2008 in cui l'attore ricopriva il ruolo di Presidente della giuria, promettendosi reciprocamente di lavorare al più presto insieme. Nonostante la volontà di concedersi un anno di pausa dopo la vittoria del suo secondo premio Oscar con il film Milk, Penn decise ugualmente di prendere parte al progetto di Sorrentino. Lo troviamo così immortalato sulla locandina del film, con una chioma nera cotonata, le labbra truccate di rosso e gli occhi bistrati di nero alla Robert Smith dei Cure. Interpreta Cheyenne, un ebreo cinquantenne ed ex rockstar depressa e annoiata che va a trovare il padre in fin di vita ma trovandosi dall'altra parte del continente, arriva troppo tardi per dargli l'ultimo saluto. Scopre solo in quel momento, sfogliando le pagine di un diario del padre, che era stato prigioniero in un campo di concentramento e tra le terribili azioni di cui fu vittima ricorda, con grande rancore, l'umiliazione subita da una guardia del lager. Per tutta la vita aveva cercato invano di vendicarsi dando la caccia al criminale nazista. Cheyenne decide così di proseguire l'opera mettendosi alla ricerca di quell'uomo che tanto aveva segnato la vita del padre.
Uno degli elementi chiave del film è la musica, come peraltro accade spesso nei film di Sorrentino. Il titolo del film è tratto da un pezzo dei Talking Heads di David Byrne e la colonna sonora è firmata proprio da lui che ritroviamo anche nel cast insieme a Frances Mc Dormand, Harry Dean Stanton e Eva Hewson, figlia di Bono degli U2.
Sorrentino dopo il successo delle sue precedenti pellicole, L'Uomo in più, Le conseguenze dell'amore, L'amico di famiglia e Il Divo, torna a far parlare di sé dimostrando, non solo al pubblico nazionale ma anche a quello straniero, che il cinema italiano non è un cinema spazzatura incapace di attraversare i confini nostrani e convincere la critica fino a strappare premi e riconoscimenti importanti, ma un cinema maturo, capace, ricco di elementi interessanti incorniciati in uno stile eclettico e sofisticato fatto di immagini e inquadrature vorticose da capogiro.
Resta solo l'attesa di pochi giorni per scoprire se il debutto americano del regista napoletano sarà ritenuto all'altezza delle aspettative ed entusiasmerà il pubblico italiano.
Camilla Andrianopoli
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21 aprile 2011

Il papa riluttante

Michel Piccoli

Habemus Papam, ultima prova di Nanni Moretti, é un film scritto con la mano della leggerezza (bellissima la scelta della canzone Todo cambia di Mercedes Sosa che irrompe nelle stanze del Vaticano, bellissima davvero). Il film è davvero sul Vaticano? Il "papa riluttante" è l'antitesi del Caimano. Il caimano è l'uomo di successo che grida ed impone ossessivamente la sequenza dei suoi trionfi ai quattro angoli della terra, in ogni occasione, che reclama senza l'ombra del dubbio il suo diritto di determinare ogni cosa, ogni ambito sovrastando anche la legge, pronto a distruggere come un rullo compressore; il "papa riluttante" è l'uomo del dubbio, consapevole della propria debolezza, ma ... alla fine si rivela l'uomo che sa dire NO. Quel No finale sconvolge ogni piano (forse non il piano di Dio), lascia allibito l'intero Palazzo, stordisce tutti i presenti proprio perché piomba sulla piazza come l'annuncio inatteso. E' il no di chi sa di non saper fare (o non voler fare) quello che altri hanno deciso che dovrà fare (fare bene o fare male a loro non importa). E' il no alla probabile strumentalizzazione. E' il no dell'umiltà, è il no della libertà più responsabile. Perché non si deve mai consegnare la propria libertà ad altri, nemmeno in cambio degli onori più alti.
"Papa riluttante" è colui che non sarà mai caimano, che forse dice No per non rischiare un giorno di ritrovarsi nel ruolo del caimano (magari perché il contesto riuscirebbe a manipolare la sua libertà). Questo il caimano non lo sa, non può saperlo perché non conosce il dubbio, perchè si muove solo per asservire, piuttosto che per servire cause nobili per il bene di tutti, nessuno escluso.
Questa è la mia lettura di questo film forse perché fin dalla prima volta in cui a scuola incontrai "colui che per viltà fece il gran rifiuto" considerai Celestino V l'eroe più umano proprio perché aveva avuto il coraggio del No, "non io".
Ma ritengo anche che il film proponga sottotraccia una lettura più politica, che probabilmente nasce da quel clamoroso intervento di Nanni Moretti del 2002 a Piazza Navona di fronte all'allibito parterre dei leader del Pds ("con questa élite dirigente perderemo sempre"). Con la metafora del "papa riluttante" che sa dire "no, non ne sono capace" chiede a chi pretende di dirigere la sinistra senza avere i requisiti della leadership, senza avere la progettualità, di farsi da parte. Ma é anche il no indicato all'intera intera élite politica della "seconda Repubblica" che in modo trasversale, soprattutto, non sa fare ma pretende di continuare a restare ai posti di comando con tutta l'arroganza di chi non sa neppure che cosa sia l'etica pubblica. Il problema è che all'orizzonte ancora non si vedono personalità capaci di dare concretezza al futuro di noi tutti con sapienza democratica.
mmilan

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