Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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01 febbraio 2019

La costruzione dell’Islam in Occidente



Nato come ideale prosecuzione di Orientalismo (1978) e La questione Palestinese (1992), Covering Islam, del noto critico del concetto di “orientalismo” Edward W. Said, consiste nell’analisi dei processi che hanno portato alla “rappresentazione” e contemporaneamente alla “copertura” del mondo islamico da parte dei media e delle istituzioni occidentali. Lungi dal prendere le difese di quelle società islamiche in cui la repressione delle libertà individuali e i regimi minoritari vengono legittimati, il testo si dimostra utile a comprendere i percorsi che hanno caratterizzato la dialettica tra il mondo Occidentale e quello del Medioriente negli ultimi quarant’anni. Oggi più che mai, è utile comprendere le dinamiche inerenti al mondo islamico che, raccontate all’ordine del giorno, vengono assunte come dati di fatto e accompagnate troppo spesso da affermazioni non ponderate e tanto meno accorte. Solo mettendo in luce il ruolo che i media statunitensi hanno avuto nel veicolare un’immagine dell’Islam semplificata e fuorviante, potremmo essere capaci di cogliere gli obiettivi manipolatori di giornalisti, intellettuali e sedicenti esperti di Islam messi al servizio di una narrazione stereotipata dell’Altro.
Grazie alla costruzione simbolica del nemico islamico, il diverso da “noi” è diventato capro espiatorio, colpevole di una resistenza al progresso offerto dalla modernizzazione. Con minuzia e sagacia, Said ripercorre la cronaca e i dibattiti che hanno trattato i momenti salienti della storia dell’Iran e gli episodi che hanno segnato la memoria dei cittadini americani. Come nel caso della “crisi degli ostaggi” in Iran del 1981, che mette in luce gli ingranaggi mediatici attivati per orientare l’opinione pubblica, lungo le pagine scopriamo come il governo americano abbia gestito notizie e immagini a favore di una visione frammentata della fede musulmana e della situazione politica interna agli stati islamici. Così, attraverso l’attenta rilettura delle affermazioni generali e pressapochiste di accademici e intellettuali intervenuti nel dibattito, il quadro che si compone mostra come gli attacchi tendenziosi all’Islam siano stati sempre più considerati legittimi e legittimati. L’ideologia della modernizzazione, come accusa Said, ha prodotto giudizi ampiamenti contestabili ma rafforzati dalla visione canonica del discorso orientalista e da quella eurocentrica, assunti che, a distanza di più di un ventennio dalla pubblicazione del testo, rimangono attuali e si sono ulteriormente radicati. La più diffusa conoscenza dell’Occidente viene dunque ricondotta dall’autore a una produzione ad hoc, incentrata su una logica di dominio e conquista che ha riscosso enorme successo in particolare negli Stati Uniti, dove per via di una mancata storia coloniale e a causa dei forti interessi petroliferi, la diffidenza nei confronti di una cultura distante migliaia di chilometri si è dimostrata un ottimo deterrente. Ciò che del testo rimane interessante e utile al pubblico contemporaneo, è il tentativo che l’autore fa di aprire una finestra di comprensione e tolleranza sul dialogo tra i due mondi ormai contrapposti, accompagnando il lettore verso un ideale approccio non coercitivo e situazionale, capace di interpretare la conoscenza di una cultura diversa in maniera relativa e non assoluta.
Chiara Rodino

 Edward W. Said
Covering Islam. Come i media e gli esperti determinano la nostra visione del resto del mondo, Massa, Transeuropa, 2017 (ed. or. Covering Islam: How the Media and the Experts Determine How We See The Rest of the World, 1996).
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16 luglio 2018

Storie di genere e media arabi


 Analizzando il mondo arabo attraverso i media e la prospettiva di genere, i saggi raccolti mostrano le aspettative tradite dall'esito delle rivolte relativamente alle aspirazioni di uguaglianza e di diritti, ma anche il manifestarsi di una libertà di espressione inedita grazie alla quale si fanno largo nuove rappresentazioni delle donne e dei rapporti tra i generi.
Quando in Occidente i mass media discutono di mondo arabo spesso usano l'immagine della donna arabo-musulmana per rappresentare la regione nel suo insieme, facendola quindi diventare la rappresentazione stessa della sua essenza immutabile, della sua cultura e del suo sistema valoriale.
Come vengono rappresentate le donne nei media arabi? Come si auto-rappresentano? Qual'è l'immagine delle donne arabe che appare dai media arabi dopo le rivoluzioni?
È a queste domande che i saggi pubblicati in questo libro provano a rispondere. Attraverso l'analisi di programmi televisivi, siti internet, blog, pellicole cinematografiche, vignette, graffiti, i diversi contributi del libro mostrano la condizione femminile in particolare in Egitto, Tunisia e Marocco.
A due anni dallo scoppio delle rivolte, ciò che appare è una pluralità di modelli femminili. Accanto a programmi con telepredicatrici velate che educano alla devozione familiare, alla modestia del corpo e all'empowerment femminile, ci si può imbattere grazie a TV private in programmi che propongono modelli femminili opposti. Ci sono numerosi canali arabi dedicati all'intrattenimento musicale, dove diversi videoclip mostrano corpi ammiccanti, altri dedicati al cambiamento del look ricorrendo anche alla chirurgia estetica, si pensi per esempio a Joelle. A diversificare ancora i modelli femminili proposti dagli schermi televisivi contribuiscono anche i personaggi delle soap opera (musalsalat) provenienti per lo più dalla Turchia.
La pluralità dei modelli femminili veicolata dai media arabi aumenta ancora se prendiamo in considerazione i nuovi media che si sono affermati in maniera decisiva nel periodo delle rivolte tra il 2011 e il 2012. In questi anni si assiste a uno spiccato protagonismo femminile nel costruire la notizia. I nuovi media permettono alle donne, che di solito non hanno facile accesso al dibattito pubblico, di esprimersi e condividere opinioni ed esperienze in maniera libera, finendo per operare un cambiamento di rilievo nella rappresentazione delle relazioni di genere. In particolare Sara Borrillo prende in esame la differenza di modelli femminili proposti dai media di Stato e da alcuni media digitali animati dalla società civile progressista. Alcuni media digitali, come la rivista Qandisha, diffondono un'immagine femminile indipendente e non dogmatica.
Sebbene a due anni di distanza dalle rivolte le donne continuino a soffrire, si registra una sempre crescente pluralità di modelli femminili e una maggiore libertà di espressione delle donne, come testimoniamo le esperienze di tantissime blogger tra cui Lina Ben Mhenni candidata al Nobel per la pace nel 2011, o l'affermazione di donne in altri ambiti quali la vignettistica grazie a pioniere del genere come l'egiziana Doaa el-Adl.
La maggiore libertà di espressione guadagnata dalle donne è però controbilanciata dalla difficoltà di poter agire liberamente nello spazio pubblico e di vedersi riconosciuti pieni diritti di cittadinanza nei paesi che hanno contribuito a trasformare. Siamo di fronte a quello che viene chiamato paradosso di genere: anche se l'immagine della donna sta cambiando, seppur tra molte difficoltà, le donne non sono ancora riuscite a trasformare le dinamiche sociopolitiche dei nuovi Stati nella direzione dell'uguaglianza di genere auspicata al momento dello scoppio delle rivolte. In particolare Azzurra Meringolo mette a nudo il paradosso di genere che attraversa l'Egitto, vale a dire l'esclusione delle donne dalle istituzioni e dal discorso politico a confronto con il loro protagonismo nella complessa trasformazione del paese.
Carolina Popolani ricostruisce l'immagine femminile che emerge dall'analisi di oltre trenta pellicole incentrate sul rapporto uomo/donna prodotte negli anni precedenti e in quelli immediatamente successivi alla caduta di Hosni Mubarak. La violenza di genere, la libertà sessuale e l'attivismo delle donne sono alcuni dei temi maggiormente affrontati dalla cinematografia impegnata egiziana dell'ultimo decennio.
In conclusione, molte delle premesse e promesse di uguaglianza di genere, pari cittadinanza tra uomini e donne sono state tradite, ma tuttavia nuove possibilità si sono aperte per le donne di far sentire la propria voce e trasformare gli immaginari sociali dominanti sulle relazioni di genere.
Francesca Concaro

Le donne nei media arabi. Tra aspettative tradite e nuove opportunità 
A cura di Renata Pepicelli
Carocci, Roma, 2014, pp. 128.
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15 dicembre 2017

La guerra di Francesca



La Guerra Dentro, non è un classico réportage; è un diario. Una narrazione. Una narrazione che non è lineare, non è fluida. È appositamente pensata e costruita da Francesca Borri, free lance classe 1980, che spezza il filo del suo scrivere insieme ai colpi dei mortai e ai proiettili di cecchini che le sfiorano la testa.
Ci porta con lei in Siria, nella sua Siria.
Quella Siria che viene presa in considerazione nell'agosto del 2013, quando viene sferrato un attacco chimico alla periferia di Damasco. Peccato, però, che la guerra civile siriana sia in corso già da due anni.
Quella Siria che riprende il suo posto nel dimenticatoio quando Obama decide, con grande delusione dei giornalisti, di non intervenire, evitando di bombardare le forze governative di Assad.
Quella Siria che viene confusa con la Libia, con l'Iraq, addirittura con l'Egitto.
 “Ma sai che lei sta ad Aleppo? Ad Aleppo?
Ma Gheddafi non era stato ucciso? Credevo la guerra fosse finita.
Ma no, quella è la Libia. Lei sta in Siria. Sta con i talebani.
Due anni. E nessuno sa niente.” (Borri, p. 226).
Quella Siria che è straziata due volte: dalle bombe prima e dall'ignoranza occidentale dopo. Da quei giornalisti che ricercano solo lo scoop, la storia-icona del bambino soldato che, sigaretta in bocca e kalashnikov in mano, vuole uccidere gli infedeli.
Possibilmente tagliando loro la gola.
Perchè al direttore di testata cosa importa della vita quotidiana del Signor X, civile siriano che, tra un cecchino e una mina, si preoccupa principalmente di arrivare, più che a fine mese, integro a fine giornata? Scrivere un pezzo su di lui non lo farà guadagnare.
È anche questa la guerra di Francesca.
Contro il cinismo delle redazioni giornalistiche, contro un'informazione che non scava in profondità, che non vuole le persone, ma lo scoop che faccia sensazione. Quello scoop che se non c'è viene creato ad hoc. Contro quei giornalisti che pretendono di scrivere di Siria dalla loro scrivania a Roma.
Crudele e lucida, ogni pagina è un grido di rabbia e di frustrazione, sapientemente strutturata per farci vivere tutto l'orrore, la devastazione e il senso di impotenza.
Per farci capire che la guerra la sta vivendo lei stessa dentro di sé. Non solo in Siria.
Adesso sono qui, che provo a scrivere, a raccontare, ma mi alzo nervosa ogni cinque minuti, leggo, telefono, mi distraggo, ogni volta cerco un pretesto per interrompere, per rinviare. Scappo dalla pagina perché quando hai scritto, poi non puoi più dimenticare, quando hai visto, non puoi più non vedere”(Borri, p. 228).
È anche questa la guerra di Francesca: il dover imparare a conviverci.
Perché una volta che la vivi, la guerra, diventa parte di te.
Anita Caprioli


Francesca Borri
La Guerra Dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 236.
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30 settembre 2017

In libreria

Samar Yazbek
Passaggi in Siria
Sellerio, Palermo, 2017, pp.  348.

Descrizione
«Dall’istante in cui inizierete a leggere questo libro, la scrittura di Samar Yazbek vi colpirà come un pugno nello stomaco. La sua prosa è talmente raffinata che riuscirete a udire perfino gli uccellini in gabbia e a sentire il profumo di donne truccate alla perfezione. Dopodiché, da qualche parte nelle vicinanze cadrà una bomba e dal soffitto si staccherà una scheggia di intonaco, perché la storia raccontata in queste pagine è una condanna senza appello». Sono le parole di Christina Lamb, autrice di Io sono Malala, dall’introduzione all’edizione inglese di questo Passaggi in Siria, straordinaria testimonianza del conflitto siriano. All’inizio delle rivolte, nel marzo 2011, Yazbek, giornalista e scrittrice affermata, regista e sceneggiatrice per il cinema e la tv, sceglie di scendere in piazza per difendere la libertà di espressione, regolarmente negata dai regimi autoritari che si sono succeduti nel suo paese. Denuncia i crimini perpetrati da Bashar
al-Assad, rivendica maggiori diritti per le donne e l’abolizione della censura. Viene prima trattenuta dalle forze dell’ordine, poi, quando la sua voce diventa troppo invisa al governo e la sua presenza in Siria un rischio, si trasferisce a Parigi, dove persevera nel suo attivismo politico.. In esilio continua a battersi denunciando le atrocità, urlando all’Occidente il bisogno disperato di aiuti umanitari e la necessità di intervenire per fermare ulteriori spargimenti di sangue. Ma il richiamo delle radici e il senso di responsabilità si rivelano troppo forti e Samar Yazbek inizia così a migra; a ritornare in Siria illegalmente, attraversando a piedi il confine turco. Una volta dentro la scrittrice visita le zone «liberate» dal controllo del regime di Assad e occupate dal Free Army dei ribelli o dagli estremisti islamici. Si impegna per offrire sostegno alle persone bisognose. Ascolta testimonianze, storie di singoli individui e di intere famiglie, molte donne, ragazze e bambine che mutano l’orrore in parole da consegnare al mondo. Raccoglie immagini ed emozioni, assiste a scontri armati, alla crudeltà dei cecchini, ai bombardamenti. Vive lutti e speranze, e con questa materia incandescente plasma un racconto che non è un romanzo né un saggio ma li contiene entrambi, senza mai tradire la realtà. Secondo The Observer è un libro essenziale, «uno dei primi classici politici del XXI secolo».
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04 settembre 2017

Se una donna racconta la guerra in Siria

«Il solo modo per non avere paura, qui, è non pensare. Che è però anche il modo migliore perché questa guerra non finisca più. E quindi il vero coraggio, ad Aleppo, è non abituarsi: avere paura, pensare ». Bahia, ventiquattro anni, ha le idee chiare e la giornalista se ne è accorta.
È decisamente un ambiente allucinato e allucinante quello che circonda i giornalisti che osservano e vivono e scrivono le guerre. Francesca Borri propone un resoconto senza compromessi di una terra dilaniata dalla guerra dal 2011, la Siria. Registra e racconta, in qualità di giornalista freelance, cinque stagioni (Autunno, Inverno, Primavera, Estate e di nuovo Autunno) tra il 2012 e il 2013, ad Aleppo. Vive da vicino questo conflitto, e rimane anche ferita durante uno scontro tra cecchini che
segue in diretta e che riporta, con grande lucidità, nel suo resoconto.
Una guerra “per procura”, come la definisce l’autrice, in cui sono in gioco gli interessi di un intero popolo contro gli interessi di pochi, di una Coalizione Nazionale che vuole tenere le fila dell’opposizione non in Siria bensì dalla Turchia, e con un Esercito Libero nato da formazioni di ribelli anti-Assad, verso cui la stessa popolazione civile nutre diffidenza. I ribelli, racconta la giornalista, sono spesso ventenni in t-shirt e ciabatte che imbracciano un Kalashnikov, e che si aggirano per Aleppo sulle loro jeep per torturare e a volte giustiziare chiunque sia sospettato di collusione con il regime. Soprattutto, sono accusati da una parte della popolazione di aver consegnato il regime agli uomini di Al-Qaeda. Quello che descrive è quindi un paese diviso: una metà, quella sotto il controllo del regime, dalla apparente superficie liscia; l’altra metà, ruvida e opaca, dominata dai ribelli. E i confini tra queste due metà sono terribilmente sfumati.
Francesca Borri tenta di far emergere i vari strati della complessa situazione non solo siriana, ma Mediorientale: una terra, si sa, dove sembra praticamente impossibile sbrogliare la matassa di culture, religioni e correnti religiose, mani occidentali che agiscono da lontano e interessi particolari.
È davvero una «guerra dentro»: non solo quella che penetra l’animo, che fa sgranare gli occhi e mozza il fiato davanti ai morti, alle atrocità di ospedali bombardati e ai civili inermi che aspirano alla sopravvivenza, ma anche quella di chi, decidendo di raccontare un conflitto complesso e polveroso, di difficile interpretazione, si scontra con le vite di persone comuni coinvolte in una guerra che sembra non avere un inizio e nemmeno una fine. L’autrice si confronta con due realtà: quella dei civili, dei militari più o meno improvvisati, e quella di altri giornalisti, stranieri anche loro, che arrivano talvolta impreparati a raccontare ai loro lettori un conflitto dai confini incerti, che qualche volta stentano a capire gli stessi siriani. Reporter che preferiscono i morti alle analisi, per darli in pasto a telespettatori impressionati, scorci di “vita vera”, insomma, “un po’ di colore”.
Nel libro viene messa in risalto la deleteria tendenza dei media alla semplificazione, la mancanza di approfondimenti che permettano ai lettori di farsi un’idea di cosa stia succedendo in questa parte di
mondo, la nettezza dei giudizi sulla guerra che scaturiscono durante i talk-show e altre “arene” mediatiche.
La seconda parte del libro è caratterizzata da toni più appassionati, quasi intimistici, frutto della riflessione seguita alle terribili vicende vissute durante i mesi ad Aleppo. L’autrice lamenta, soprattutto, una scarsa collaborazione con gli altri colleghi, il cinismo che come un veleno inodore penetra nei comportamenti dei giornalisti, e anche lei sente di esserne coinvolta, suo malgrado.
Ma ci sono anche fotogiornalisti che svelano con coraggio l’orrore, come il fotoreporter Alessio Romenzi, il cui reportage dalla Siria pubblicato su Time, racconta l’autrice, è stato determinante nella sua scelta di conoscere più a fondo cosa stesse accadendo in questa zona del Vicino Oriente. L’autrice si trova quindi spalla a spalla con bambini costretti a diventare adulti troppo presto, studenti che tra un turno al Kalashnikov e l’altro leggono Habermas, con famiglie che trovano rifugio tra le tombe e insegnanti di inglese che diventano cecchini per vendicare la propria famiglia. Ognuno di loro ha la propria storia da raccontare, ma nonostante le condizioni in cui vivono, i siriani non cedono all’indifferenza nei confronti della realtà politica, si costruiscono una propria opinione.
E dal racconto, un po’ si ha l’impressione di sentire i proiettili che si conficcano sui muri, gli spari, i colpi di mortai, i raid degli aerei che sfiorano i tetti delle case e liberano il loro terribile ventre... Per viaggiare fino alla frontiera con la Turchia, che dista meno di cento chilometri da Aleppo, ci vogliono circa 300 dollari. Eppure, anche solo attraversare una strada, ad Aleppo, può rivelarsi fatale.
Ci si può domandare se il fatto che l’autrice sia donna possa averle fatto scrivere in modo diverso, in modo forse troppo appassionato, coinvolto. Se anche fosse così, va bene lo stesso. La sua è una voce, un punto di vista che permette di costruirsi un mosaico della situazione, di quella guerra vicina e lontana al tempo stesso, una guerra che quasi ci ha stancato, tanto ne sentiamo parlare. Infatti se ne parla sempre meno, i nuovi protagonisti sono ragazzi che uccidono innocenti in nome di Allah nelle pulite città europee.
La voce delle donne gioca un ruolo non marginale, anche se non vengono prese sempre sul serio, nemmeno quando condividono le trincee con gli uomini. Però le donne ci sono eccome nel reportage: Mona e Ghofran, che si avventurano fuori dalla loro casa in cerca di cibo; Zara, infermiera; Bahia, che, come abbiamo detto all’inizio, ha le idee chiare; il cecchino “Guevara”, professoressa di inglese entrata nell’Esercito Libero per vendicare i figlioletti morti in un bombardamento aereo; o, ancora, Loubna Mrie, attivista alawita (come la famiglia Assad) ma schieratasi contro il governo.
Il libro riesce a coniugare bene il racconto dei primi mesi della lunga battaglia di Aleppo, terminata solo nel dicembre del 2016 con la riconquista della città da parte delle forze governative, con le riflessioni maturate dall’autrice sul mestiere del giornalista, un mestiere che per molti è diventato quasi “da mercenari dello scoop”, l’importante diventa tagliare per primi il traguardo per avere un posto in prima pagina. Il libro nasce dalle domande che si pone l’autrice, come cittadina e come giornalista, e che essa pone a chi le sta davanti, anche ai suoi lettori: «Perché è questa l’unica cosa da raccontare, di una guerra, il solo pezzo che davvero avrei voluto scrivere (...): voi che potete, voi
che domani siete vivi, ma che aspettate? Perché non amate abbastanza?»
Arianna Barone

Francesca Borri 
La guerra dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 238.
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29 giugno 2017

Al Jazeera English: the "voice to the voiceless”


 “I heard revolution would not be televised, Al Jazeera proved them wrong.”

Così viene reinterpretato il celebre brano di Gil Scott-Heron dal rapper egiziano-statunitense Omar Al Offendum, alla luce delle proteste in Egitto che nel 2011 fecero dimettere Mubarak. Ed è proprio in questo iconico verso che si racchiude il senso di Voci da sud, nato da una tesi di dottorato che viaggia dall’Orientale di Napoli a Doha e che ruota attorno ad una questione oggi più che mai centrale nel mondo del giornalismo: è possibile invertire il flusso che per secoli ha portato l’Occidente a riversare la sua civiltà, la sua storia, le sue notizie verso un Sud stereotipato, passivo e privo di voce?
Se è vero, come affermava Robert Fisk, che nella storia occidentale cruciale è la relazione tra potere, media e parole, quale può essere il contributo di una singola emittente mediorientale nel processo di decolonizzazione dell’informazione? Al Jazeera ha provato a cambiare verso all’informazione internazionale, trasformando un monologo unilaterale in un dialogo eterodiretto che raccoglie direttamente le voci dei protagonisti della storia e degli eventi di vaste regioni mediorientali, per poi consegnarle all’attenzione dell’Occidente.
L’autrice Viola Sarnelli ripercorre l’apertura del canale in lingua inglese, lanciato dalla trasmittente del Qatar nel 2006 con il dichiarato obiettivo di diffondere contenuti regionali e “alternativi” attraverso piattaforme, modelli e un linguaggio accessibili anche al mondo occidentale, con l’emblematico slogan “Voice to the voiceless”.
Le interviste ai giornalisti che hanno preso parte al progetto e le analisi di massmediologi e studiosi raccolte nel libro si vanno direttamente ad inserire in un dibattito ben più ampio che si interroga sul ruolo dei media. È così che l’autrice, seguendo le tappe percorse dal canale ed i suoi effetti sul pubblico internazionale, ci racconta cosa nel concreto voglia dire promuovere il giornalismo di pace: Al Jazeera English si pone come media conciliatorio, ponte tra due culture lontanissime eppure necessariamente portate al dialogo, sfruttando la lingua come denominatore comune e raccontandoci cosa succede “aldilà” dell’Occidente.
Se è vero che troppo spesso i media occidentali rincorrono una chimerica obiettività, senza dare il giusto peso alle prospettive e al contesto che spiegano i fatti, Sarnelli ci dimostra come Al Jazeera English abbia reso un altro approccio possibile: le testimonianze dirette, gli interventi, i video amatoriali ed i commenti online sono parte integrante delle fonti del canale, che mette a fuoco eventi storici come le proteste tunisina o egiziana direttamente con gli occhi dei suoi protagonisti; il tutto non resta inoltre chiuso in un dibattito interno fine a se stesso, ma viene raccontato in inglese e trasmesso in tutto il mondo, così da raggiungere non solo i protagonisti della diaspora “dal sud” in occidente, ma il pubblico occidentale stesso. Con metodo e ricca capacità argomentativa, Voci da sud pone “un punto e virgola”, come la stessa autrice suggerisce, un tassello finalmente propositivo all’interno dello scontro tra civiltà di Huntington che certo non trova soluzione grazie al singolo contributo di un’emittente, ma che necessariamente passa anche per un coinvolgimento attivo dei media, nel ritrovato significato letterale di “ponte”.
Marianna Mancini

Viola Sarnelli
Voci dal Sud. Al Jazeera English e i flussi delle notizie internazionali
Photocity.it Edizioni, Napoli, 2014, pp. 236.  

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10 giugno 2017

Rober Fisk, il tafano inglese

Robert Fisk è uno dei più autorevoli giornalisti in tema di Medioriente. Vive a Beirut, conosce perfettamente l'arabo e la società mussulmana, ma soprattutto ha passato gli ultimi trent'anni sui principali fronti dell'Asia Minore – prima per il Times e poi per l'Indipendent – ed è stato l'unico giornalista occidentale a intervistare Osama Bin Laden, per ben tre volte.
Nelle sue Cronache mediorientali l'autore regala uno spaccato obiettivo e completo della storia di questa regione negli ultimi cento anni almeno. Una storia nella quale l'Occidente ha avuto un peso consistente e dalla quale ne esce con un ritratto tutt'altro che lusinghiero. Egli, pugnace e approfittatore, pare una sorta di amante per il Medioriente, spirituale e orgogliosa: le promette più volte libertà e democrazia, ma sono vane speranze. Sì, perché lui ha ben altri fini, più materiali. Caso emblematico è la prima guerra del Golfo quando l'immensa coalizione occidentale andò in Iraq nel 1990 per difendere l'indipendenza del Kuwait e liberare il popolo iracheno dal suo dittatore. Peccato che non si era mai mosso un dito per il problema palestinese, risolto sulla carta già dal 1967 dalla risoluzione 242 dell'Onu, e che aveva privato centinaia di famiglie arabe della loro casa, del loro paese, della loro storia a vantaggio del sogno sionista. In realtà il vero obiettivo non era la tutela del diritto internazionale, ma quello di mantenere immutato il valore monetario del petrolio. E qual è stato il frutto di questo di questa campagna per il Bene e per la Pace? Ottocento tonnellate di esplosivo (più di quelle usate nella seconda guerra mondiale) utilizzate sulle città irachene, senza discriminazione tra obiettivi militari e civili. La distruzione delle infrastrutture del paese e quindi la sua messa in ginocchio. Ma la cosa peggiore è forse il mezzo milione di bambini morti di cancro negli anni seguenti per via dei bossoli e i brandelli di bombe occidentali all'uranio impoverito, con i quali hanno giocato attratti dalla loro lucentezza. Bambini che non hanno potuto neppure godere di una cura adeguata per via delle sanzioni e l'embargo dei farmaci varati dall'Onu su richiesta degli Stati Uniti.
Ma questa è solo una delle decine di cicatrici ancora sanguinanti che tingono qua e là il Medioriente. Fatti passati completamente in sordina o chiamati al massimo semplici fatalità, “effetti collaterali”, come fossero cataclismi naturali che non si potevano evitare. E Fisk è ben conscio del fatto che ancora fanno male all'Umma (la comunità mussulmana), che dovevano avere ineluttabili conseguenze drammatiche nei nostri paesi. Il motivo è presto detto: ci siamo fatti odiare.
Il merito più grande dell'autore è forse quello di dire ai suoi lettori: “Aprite gli occhi! Non esistono nella realtà i buoni e i cattivi, come nelle favole”. Quando andiamo a fare la guerra per armi di distruzione di massa inesistenti, uccidendo migliaia di civili che non hanno una colpa al mondo, non siamo “buoni”. Quando ce ne infischiamo delle ruspe israeliane da noi finanziate che radono al suolo le case palestinesi, con all'interno bambini e paraplegici, non siamo “buoni”. Quando lasciamo che il dittatore di turno violi per decenni ogni minimo diritto umano nelle camere di tortura perché ci fa comodo, non siamo “buoni”. Anche i terroristi – termine fra l'altro capzioso, che tronca fin dal principio qualsiasi forma di dialogo ed esame critico perché tocca nel corde della paura – sono persone come tutti noi e non, come spesso sono dipinti, “bestie” composte di pura malvagità viscerale, semplicemente “cattivi”. Se fanno qualcosa, soprattutto un gesto estremo come quelli che ormai siamo abituati a vedere, esiste un motivo alla base, per quanto sia inaccettabile il risultato, un motivo che noi gli abbiamo servito su un piatto d'argento. Allora la regola aurea secondo Fisk, quella che ci permette di vedere al di là della coltre illusoria che governi e media ci ondeggiano davanti agli occhi tutti i giorni, è chiedersi perché. Solo così ci si può liberare dallo spauracchio del terrore che non ci fa pensare razionalmente. Ma questo ovviamente non lo possiamo fare. A ogni nuovo attentato si spendono ore di trasmissione e fiumi d'inchiostro per parlare di tanti elementi marginali, girando torno torno al “perché” senza mai arrivarci. Farlo significherebbe chiedersi come mai le nostre linde bandiere sono imbrattate da così tante macchie di sangue innocente, bisognerebbe vedere in faccia la realtà, cioè che noi abbiamo fatto di peggio.
Il lavoro che svolge Fisk è certosino. Non espone semplicemente i fatti nudi e crudi, ma li basa su prove. Porta al banco della giuria articoli, documenti, interviste, estratti di dibattiti politici, rapporti della Croce Rossa Internazionale o dell'Unicef. Una enorme massa di materiale che non lascia spazio a personali giudizi. Basta farle parlare perché dicano la verità. Il libro quindi è pesante (anche moralmente), ma pure addolcito dalla penna di Fisk. Alleggerisce la cronaca quasi romanzandola. Conduce per mano il lettore, come Virgilio fa con Dante, fra i soldati iraniani gassati da quelli iracheni nella prima (quella vera) guerra del Golfo, oppure sulla uterina carlinga dell'Apache statunitense dalla quale la guerra pare un campo del Risiko e ci si sente un dio, per poi passare dalle 
stelle alle stalle, cioè a terra direttamente sotto il fuoco “nemico”, dove davanti alla paura della morte niente funziona più come prima e tutto perde di senso.
Appare quindi scontata, se non addirittura un dovere morale, la lettura di questa opera, nonostante la fatica e il dolore e la vergogna che attanagliano il lettore di pagina in pagina. Questo per lo meno se si vuole riuscire a collocare le singole notizie con cui i notiziari ci bombardano nel loro reale contesto. Per giudicarle in modo obiettivo e non di pancia. Senza conoscere i passi che hanno portato a quel punto nella strada della Storia, non si può che dare giudizi scorretti e persino razzisti perché non li si può capire nella loro essenza. Se non sappiamo, le nostre parole si possono facilmente tramutare in ferri che sciolgo le carni di nuovo, corde che stringono i colli di nuovo, bombe che dilaniano i corpi di nuovo, gettando fango sugli innocenti.

Matteo Blasigh



Robert Fisk
Cronache mediorientali. Il grande inviato di guerra inglese
racconta cent'anni di invasioni, tragedie e tradimenti
Il Saggiatore, Milano, 2006, 1180 pp.
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30 maggio 2017

In libreria

Sayed Kashua
Ultimi dispacci di vita palestinese in Israele
Neri Pozza, Milano, 2017, pp. 320.

Descrizione
Qualche tempo fa Ha’aretz, il quotidiano progressista israeliano, ha affidato una rubrica a Sayed Kashua, l’autore di Due in uno e di Arabi danzanti, lasciandogli piena libertà nella scelta dei temi trattati. Grazie a un irresistibile connubio tra gli aspetti più intimi e personali della vita dell’autore e la situazione storica e politica di Israele, la rubrica è diventata in breve un appuntamento imperdibile per i lettori di Ha’aretz. Kashua ne ha raccolto in volume gli scritti più significativi, creando una delle sue opere piú riuscite. Il libro è la fotografia tenera, caotica e personalissima della vita di uno scrittore eccentrico: un palestinese nato e cresciuto in Israele, un arabo che scrive in ebraico, un Charles Bukowsky in versione mediorientale, che non esita, in pagine di incontenibile umorismo, a svelare i segreti della sua stessa esistenza privata, innanzi tutto l’intenso e agitato rapporto con una moglie che lo ritiene un bugiardo incallito inguaribilmente attaccato alla bottiglia. È ad un tempo anche il ritratto dolente di un paese in cui è arduo attenersi alla tolleranza e al rispetto degli altri in anni in cui un conflitto sanguinoso, che pare non poter avere mai fine, trascina inevitabilmente con sé la minacciosa ombra del razzismo. Esilaranti, dotati di una profondità di pensiero non comune, i dispacci passano al setaccio dell’ironia e dell’irriverenza qualsiasi costume o atteggiamento che pretenda di tagliare i ponti con l’Altro, fossero anche i costumi e gli atteggiamenti della propria parte, la società araba confinata nello Stato d’Israele. L’intento, tuttavia, che anima la loro ironia e irriverenza è narrare una storia collettiva a cui palestinesi e israeliani possano guardare assieme e nella quale entrambi i popoli possano coesistere. Un intento che si esprime meravigliosamente nella lingua che li alimenta, ma non nella drammatica realtà politica di Israele che, dopo la feroce uccisione di un ragazzo palestinese, e dopo l’approvazione della legge che definisce Israele «Stato della Nazione ebraica», ha spinto Kashua a mettere in salvo la propria famiglia negli Stati Uniti, lontano «dall’odore del sangue e della polvere da sparo».


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10 maggio 2017

Migranti e rifugiati:

Mercoledì 10 maggio 2017, h. 16 
Aula magna della Scuola di scienze umanistiche 
via Balbi 2 - Genova

Il corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria e l’Ordine dei giornalisti della Liguria vi invitano al seminario organizzato nell’ambito della formazione continua dei giornalisti:

"Migranti e rifugiati: la narrazione mediatica della crisi dei rifugiati in Grecia"

con la partecipazione di Dimitra Dimitrakopoulou (Dipartimento di Journalism and mass media dell'Università Aristotele di Tessalonica) e dei giornalisti Donatella Alfonso e Marcello Zinola.

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08 aprile 2017

I figli dell'odio

Se ne parla ancora troppo poco.
I bambini di Mosul rapiti, indottrinati, usati come scudi umani o resi schiavi. Nati già morti. Costretti ad uccidere per non essere uccisi. Oppure arruolati come insospettabili kamikaze.
Di loro non conosciamo i volti, i nomi, le storie. Sono fantasmi nelle nostre coscienze. E forse per questo non sono degni di occupare i nostri dibattiti. Per loro non si accendono gli animi nelle aule del Parlamento. Per loro nessuna fiaccolata o corteo di protesta. E nemmeno la loro tragedia turba i nostri sogni. Dormiamo tranquilli. Mentre loro muoiono. Dimenticati dal mondo.
Innocenti e vittime anonime di una guerra da tutti considerata insensata. Tuttalpiù reputati uno spiacevole effetto collaterale della lotta all'Isis. Immolati in sacrificio a un dio costruito a tavolino per giustificare orrori senza fine.
Bambini. Come i nostri. Bambini che dovrebbero andare a scuola, giocare a pallone o con le bambole. Bambini che non sorridono più. Che non conoscono l'amore ma sanno bene cos'è l'odio. E se lo portano dentro per tutta la vita. Senza aiuti. Senza cibo. Senza medicine. Senza dignità.
Di questi bambini si dovrebbe parlare e scrivere affinché rimanga memoria delle atrocità di cui è capace l'uomo. Dell'indifferenza di cui si copre l'anima vigliacca della politica, volutamente incapace di trovare una soluzione. Gli stessi uomini che commemorano gli orrori del passato, che celebrano le giornate del dolore, che negoziano la pace come fosse una merce anziché un diritto. Quegli stessi uomini che costruiscono muri e moltiplicano armamenti senza alcuna vergogna. Neanche un po' di vergogna per quelle creature lasciate a morire nel corpo e nello spirito.
Come si dimentica facilmente la responsabilità di essere chiamati "uomini".
A questi bambini che muoiono in nome dell'odio che noi abbiamo creato e non sappiamo combattere, vorrei dire che finché non sentiamo le loro urla piene di silenzio, siamo tutti degli sconfitti. Vorrei potergli spiegare che il buio e le macerie non esistono solo a Mosul ma anche nei condomini di egoismo e viltà che popolano le nostre città. Vorrei accogliere ognuno di loro tra le braccia aperte dei nostri giornali per raccontare le loro ferite e fotografare le loro anime. Vorrei condividere con loro tutti i sorrisi che non hanno potuto fare mentre fischiavano le bombe e regalare loro tutta la luce che noi non abbiamo saputo accendere.
A questi figli dell'odio chiedo perdono per non sapere come reagire. Ai padri di questi figli chiedo il coraggio di sopravvivere. A tutto il mondo chiedo di smettere di fare finta di niente.
Anna Scavuzzo
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19 settembre 2016

Apocalisse Saddam?


L’Apocalisse Saddam, pubblicato nel 2002, è un pezzo di storia del nostro mondo. Un pezzo di storia del mondo che troppo spesso abbiamo seppellito sotto le macerie dell’indifferenza.
E’ Mimmo Càndito, corrispondente di guerra dai principali teatri di conflitto in Medio Oriente, Asia, Africa e Sud America durante il XX secolo e che ha seguito, tra l'altro, l'invasione sovietica dell'Afghanistan, l'operazione Enduring Freedom del 2002, i bombardamenti del Kosovo nel 1999, la guerra Iran-Iraq e le due guerre del Golfo, che si assume il difficile compito di illustrare la complessa situazione che per lungo tempo si sono trovate a subire le popolazioni arabe del Vicino Oriente.
E decide di farlo durante una congiuntura estremamente delicata per gli equilibri mondiali, ovvero nei mesi successivi all’11 settembre, quando la “tigre di carta” statunitense ha già rimesso in moto il suo enorme apparato bellico invadendo l’Afghanistan (7 ottobre 2001, ndr) e preparandosi a compiere un altro balzo nel vuoto, ovvero l’invasione dell’Iraq, guidato dal despota Saddam Hussein Al Tikriti.
Il presidente americano sospetta che Saddam Hussein possieda armi di distruzione di massa, gas nervini, sarin, tossine di botulino e Saddam in passato dei gas ha fatto largo utilizzo prima contro i curdi all’interno dei confini del suo stesso Stato e poi contro gli iraniani durante la prima guerra del Golfo quando Saddam era sostenuto anche dagli Stati Uniti e dall’intero blocco occidentale. Poco importava se i gas venivano usati contro i “bassiji” ovvero gli uomini-bambini, arruolati dall’esercito iraniano per difendere i confini.
Ma ora il secolo breve è terminato e cosi anche i suoi protagonisti, Khomeini non c’è più, l’Unione Sovietica è crollata, Reagan ha l’Alzheimer (morirà nel 2004, ndr), “è rimasto solo lui, il Raiss, a segnare una continua immutabile, al di là del tempo; forse anche fuori dal tempo”. Ma la nuova attenzione che Bush jr ha imposto al problema iracheno -identificato come fulcro principale dell’Asse del Male - ha finito per risvegliare un’attenzione che era stata travolta dall’evoluzione dei fatti.
L’obiettivo si è nuovamente focalizzato su Baghdad, come ai tempi di Bush Senior, in occasione della prima guerra del Golfo; operazione che terminò dopo solo 42 giorni con le truppe americane fermate mentre marciavano su Baghdad. In quel occasione Saddam e il regime si salvarono, graziati dagli interessi elettorali di Bush Senior che sognava la riconferma nel 1992 e da qualche scrupolo all’interno dell’amministrazione repubblicana nell’evitare un nuovo Vietnam. Tuttavia la ferocia e la crudeltà di Saddam fanno del regime instaurato a Baghdad uno dei peggiori al mondo, i corpi dei nemici vengono restituiti alle famiglie perché si sappia e quella ferocia venga diffusa. Tutti hanno paura di tutti, un quarto della popolazione irachena è nel registro degli informatori del Mukhabarat, la polizia politica del regime.
“Però Saddam è anche altro, il fallimento del sogno di costruire un Risorgimento arabo sfruttando la ricchezza dei petrodollari”. La guerra preventiva che il presidente Bush ha lanciato contro il Raiss mette assieme la battaglia contro il terrorismo, il controllo delle riserve petrolifere, la sperimentazioni di nuove armi e l’unilateralismo che da sempre è una forte tentazione statunitense si confronta con il desiderio del mondo di trovare un equilibrio nuovo dopo la destabilizzazione provocata dall’implosione del comunismo.
In queste pagine Mimmo Càndito ci racconta i piani segreti della guerra e la crisi del nostro tempo e lo fa intrecciando la storia del dispotico Raiss a quella del popolo iracheno, ripercorrendo le folli spartizioni coloniali che avvennero durante i trattati di Versailles e che crearono entità statuali nuove e senza tradizione e narrandoci con il punto di vista cinico e sincero dell’inviato le due “guerre del Golfo”, la prima quella tra Iraq e Iran e la seconda tra USA e Iraq in seguito all’invasione del Kuwait da parte dei secondi. E infine ci prospetta una scenario apocalittico, uno scenario non molto diverso da quello che poi si è realmente verificato. Certo era difficile prevedere Daesh nel 2002 ma la natura aborrisce il vuoto e quando gli Stati Uniti decisero di rimuovere il “loro mostro” avrebbero dovuto tenere conto di quello che poteva essere.
“Saddam ha fatto due guerre disastrose, contro l’Iran (per 8 anni) e contro gli Usa (per 42 giorni). Dice di averle vinte entrambe; forse gli è soltanto sopravvissuto. Ora è il tempo della terza guerra del Golfo; sopravvivere anche a questa gli sarà più difficile”. Quattordici anni dopo si può dire che probabilmente Mimmo Càndito non sbagliava ma naturalmente il giudizio sarà riservato ai posteri e alla storia.
Gianluca Pedemonte

  

Mimmo Càndito
L’Apocalisse Saddam
Baldini & Castoldi, Milano 2002


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05 aprile 2016

Ciao, Europeo


Chiamami, se vuoi, profugo o clandestino. Migrante o richiedente asilo.
Ma io sono solo una Persona. Impaurita. Disperata. Alla vitale ricerca della propria libertà.
Ho strappato alla guerra un sogno. Era sospeso sul mare, mentre scivolavo piano su una barca e lasciavo che la mia terra venisse sepolta nei ricordi. Mi trascino dietro tutti i pianti e il dolore della mia gente. Pesante bagaglio pescato tra la puzza e il fango di un campo dove il mio corpo randagio ha perso ogni dignità.
Già, la dignità. Quella che per voi europei è divenuta banale merce di scambio. Barattata al miglior offerente per qualche scambio commerciale in più. Mentre voi capi di stato vi riunite a più riprese in eleganti palazzi, io traghetto la mia vita invisibile dentro a questo fradicio campo. Qui, la solitudine affoga nella melma. Qualcuno la chiama accoglienza.
Per mesi ho amato il mio avanzare lento ma ostinato, prima sull’onda, poi sulla zolla. Ho ascoltato pulsare il vostro cuore europeo nell’attesa di un qualsiasi segnale. Ho aspettato. Ho sperato. Ho pregato. Ho implorato. Fino a capire di non essere approdato a nessun porto. Fino a non chiedermi più dove sono. Perché ora, per voi, più non sono profugo. Nemmeno migrante. Nemmeno europeo. Nemmeno persona. Sono solo un problema. Argomento preferito dei talk-show. Narrazione quotidiana nei giornali. Qualche volta, sembro persino essere importante per la campagna elettorale del politico di turno.
Tu non sai quanto ho frugato in quella perenne linea d’ombra che mi separa dall’essere come te. Parte di te. Futuro con te. Ma in quella oscurità dell’anima non c’è luce e tu non mi hai riconosciuto. Mi hai perso mentre ti tendevo la mano, nell’intermittenza di una breve illusione. Come se Europa fosse una parola solo intuita e mai finita. E all’improvviso sono rimasto fuori dal vento, con un pensiero fisso e vagante. Essere cittadino dello stesso stato. Come te.  
Così, mio malgrado, ho scelto fuga e sopravvivenza come estremità della stessa strada. Senza immaginare che ora, su quella strada, tu europeo ci passi con la ruspa. Per allontanarmi o escludermi.
Ora sono in bilico sull’orlo di un muro di filo spinato. Ho la febbre della paura. Sono sfinito. Non ho più sogni e non spero più in un miracolo.
Ora, Europa, sono il tuo schiavo preferito. Venduto. Sfruttato. Denigrato. Perseguitato. Rimpatriato. Deportato.
Posso solo affondare nella magica eloquenza dei tuoi discorsi che hanno il sapore delle libertà negate. Delle canzoni un po’stonate cantate da un dio senza più voce. Afono di idee e di pace.
Attento, caro europeo. Potresti inciampare in un popolo che vuole ancora capire e pensare. Potresti cadere nello stesso fango dove per anni ho alloggiato io. Potresti provare il freddo e la fame sotto una tenda piena di indifferenza. Anche il mio sguardo, allungato dietro la scia di una barca che aspetta, potrebbe darti noia e ricordarti che un giorno anche tu sei partito o potresti partire.
Forse l’apparire sui media a tratti, tra incroci di vuoti e pieni, ti fa sentire quel senso di vaghezza che fa sembrare ogni cosa migliore. Persino più giusta. Come giustificare la guerra. Inutile boa per rimanere a galla quando ci si dimentica di essere tutti persone e si crede di diventare eroi ricostruendo muri e frontiere.
Sai, caro europeo, vorrei avvolgere tutto in un estremo silenzio affinché tu possa avvertire ogni mio tormento, ascoltare ogni pianto di bambino, percepire ogni sussurrato lamento, vedere ogni donna partorire e ogni anziano, da solo, morire.
Chissà se questo ti farà consumare il piacere di una scoperta. Solcando il limite dell’ombra. Con le vele alzate e le braccia tese. Aperte verso di noi. Persone come te.
Condannati a migrare tra l’inferno della guerra e un’Europa che non c’è.
Se solo tu riuscissi a guardare là dove la luce rimbalza sull’acqua e illumina la parte più amara dell’essere umano. Con la volontà di rovistare ancora nel respiro di questo abisso, alla ricerca del tuo essere fratello. Carne e sangue dello stesso continente.
Prova a rimanere immobile mentre il tuono dell’onda sale dentro al cervello. Senza la paura di cadere trascinato da quella grande forza che è la libertà. Prova a cogliere la sfumatura del mio stesso sogno di vita. Sarai il pulsare continuo di un gioco luminoso che resiste ad ogni tempo, ad ogni strazio, ad ogni infamia.
Sarai Persona. Come me.

 Anna Scavuzzo

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11 dicembre 2015

Incontro tra Oriente e Occidente attraverso la TV

 Il progetto di Media Oriente

Leggendo il testo di Donatella Della Ratta, Media Oriente, ho notato da subito l'impostazione originale che lo contraddistingue, il fatto cioè che tratti il tema della TV araba e il suo rapporto con l'omogeneizzazione usando proprio una tecnica televisiva: parte da un campo largo che si restringerà in seguito.
Nel primo capitolo, "Il nuovo Medio Oriente", l'obiettivo dell'autrice viene puntato sul gap culturale tra Oriente e Occidente, una distanza esistente sin dalle origini. L'Oriente viene visto dagli occidentali come luogo dell'irrazionale, della magia e dell'esotico, e dal punto di vista politico poi la differenza è ancora più accentuata. Il concetto di democrazia come lo intendiamo noi è considerato dagli arabi come puramente occidentale, in un sistema in cui non è presente una netta divisione tra religione e stato, a favore della Umma, la comunità allargata di tutti i fedeli musulmani. Tuttavia, come sottolinea Della Ratta, questo rapporto di contrapposizione tra Oriente e Occidente andrà ripensato alla luce della globalizzazione, della possibilità di un messaggio condiviso trasmesso attraverso audience transnazionali.
Nei capitoli centrali del libro, l'obiettivo si dirige verso la TV araba nello specifico, e l'autrice analizza in maniera molto dettagliata e ricca di particolari la storia della nascita dei principali broadcast arabi, soffermandosi in particolare sul concetto di transanzionalità, che caratterizza la TV araba sin dalle origini, per costruire la possibilità di dirigersi verso un target differenziato. Trova poi spazio anche l'esperienza dell'italiana Radio Bari, che negli anni Trenta è stata di fondamentale importanza, scegliendo di programmare notizie e intrattenimento in arabo.
Personalmente, devo dire di aver apprezzato particolarmente gli ultimi due capitoli del saggio, in cui l'autrice dapprima sviluppa un approfondimento di un genere che si rivelerà vincente nella TV araba, il feuilleton, la narrativa seriale, nata da una tradizione da sempre presente nella cultura araba e fondamentale durante il Ramadan, quando la famiglia tipo passa la maggior parte del tempo in casa.
Ma, soprattutto, ho ritrovato la svolta più innovativa del testo nella parte conclusiva, "Tra l'Europa e l'Islam, il Mediterraneo"; qui l'autrice riprende la grande premessa dell'inizio, la profonda distanza tra Oriente e Occidente da sempre esistente, ipotizzando un punto di incontro tra le due culture proprio attraverso la televisione, con la creazione di una rete comune, Euromed.
Il Mediterraneo si sviluppa attorno a due grandi civiltà, l'ellenismo e l'arabismo, ora simboli di Oriente e Occidente, di due culture che sembrano attualmente divise in maniera irreparabile. Servirebbe un avvicinamento tra queste, e non andrebbero considerate antitetiche; secondo l'autrice, un dialogo tra le due sarebbe possibile se si abbandonassero i luoghi comuni e i pregiudizi.
Il progetto Euromed TV, a livello puramente intenzionale, vorrebbe trovare un punto di incontro tra le culture del bacino mediterraneo, e dovrebbe avere caratteristiche di canale multiculturale e multilingue.
Ma rispetto alla creazione di una TV comune, si presentano una serie di problematiche, riguardanti ad esempio la coproduzione dei generi, per cui sarebbe preferibile la fiction o il teatro rispetto alle news, che pongono il problema della censura in molti Paesi.
Indubbiamente il progetto è di non facile attuazione, e un avvicinamento culturale tra Oriente e Occidente sembra quantomai complicato, ma ho trovato molto significativo che l'autrice abbia rintracciato un possibile canale di sintesi proprio nella TV, il mezzo oggi più rappresentativo per la comunicazione e la condivisione. 
Chiara Brizzolara

Donatella Della Ratta 
Media Oriente: modelli, strategie, tecnologie nelle nuove televisioni arabe.
Seam, 2000, 352 pp.
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10 dicembre 2015

In libreria



Pejman Abdolmohammadi - Giampiero Cama
L'Iran contemporaneo. 

Le sfide interne e internazionali di un paese strategico
Mondadori Università, Milano, 2015, 296 pp.

Descrizione
L'Iran è un paese chiave. La sua posizione, il suo rango e il suo retaggio culturale fanno sì che esso eserciti una notevole influenza sulla stabilità o meno del mondo e dell'area medio-orientale. Paese dall'identità complessa e talora contraddittoria (tra oriente e occidente, tra modernità e tradizione), esso ha esercitato questa funzione in modo ambivalente nel corso della storia. La sua politica estera, infatti, è stata per molti anni anche un riflesso dei cambiamenti avvenuti al suo interno. Attualmente, l'Iran è retto da una Repubblica islamica, un curioso esemplare di "regime ibrido". Le sue dinamiche, tra l'altro, hanno spesso anticipato importantissimi e più ampi sviluppi a livello globale. Così come, ad esempio, la rivoluzione khomeinista del 1979 ha dato il via alla diffusione dell'islamismo politico, l'onda verde del 2009 ha preceduto le "primavere arabe" di due anni dopo. Questo volume intende fornire ai lettori un agile, ma approfondito, strumento di analisi per facilitare la comprensione di questa nazione, enigmatica e non facilmente decifrabile, ma tra le più decisive per il nostro futuro. Con Prefazione di Lucio Caracciolo.

08 dicembre 2015

Al Jazeera: l’opinione e l’opinione contraria

Donatella Della Ratta, autrice del libro, si occupa di ricerca sui media arabi per enti nazionali e internazionali. Vincitrice del Premio Ilaria Alpi 2000 come migliore autrice televisiva under 30, nel 2005 scrive “Al Jazeera: media e società arabe nel nuovo millennio”, testo che fornisce una panoramica dettagliata sull’evoluzione dei media nella società araba, focalizzando l’attenzione su Al Jazeera, prima rete televisiva all news araba.
Il libro è diviso in quattro capitoli, il primo affronta i media arabi prima e dopo la Guerra del Golfo e i rimanenti tre concentrano l’attenzione su Al Jazeera, descrivendone l’ascesa E le problematiche che ha dovuto affrontare e le conseguenze subite dopo la tragedia dell’11 settembre.
L’autrice descrive in modo dettagliato e cronologico  il processo evolutivo dei media arabi spaccando la loro storia in due fasi: prima e dopo la Guerra del Golfo. La principale differenza che emerge è la contrapposizione tra il regime di oligopolio televisivo precedente la guerra e la proliferazione di network nati alla fine di questa.
Un testo che offre molti spunti di riflessione su una società che ha tradizioni lontane dalle nostre anche dal punto di vista mediatico. La cultura araba infatti è ben ancorata ai valori e alle usanze della propria tradizione e ciò si riflette anche nei media che, in un primo momento, non riescono a spiccare il volo perché rifiutano l’intrusione dell’occidente e in particolare della CNN, network americano di informazione.
Interessante è l’approfondimento che Donatella Della Ratta rivolge a ogni aspetto affrontato. Non mancano le descrizioni delle televisioni periferiche, che nascono dopo la prima guerra del Golfo, e l’attenzione che essa pone nel tracciare i cambiamenti, non solo politici ed economici ma anche sociali, avvenuti dopo il conflitto. Da sottolineare che l’entrata nei palinsesti televisivi delle reti satellitari ha convinto i governi che non si poteva più nascondere ciò che stava accadendo, le autorità erano ormai davanti a una scelta: vietare la trasmissione dei nuovi programmi, che comunque arrivavano nelle case anche clandestinamente, o accettarne la nascita. Dopo una prima esitazione tutti gli stati acconsentono all’entrata dei nuovi programmi, sebbene riadattandoli al contesto arabo. In questo clima nel 1996 lo stato del Qatar lancia Al Jazeera che diventerà la prima rete televisiva all news araba.
L’analisi dell’autrice non riguarda lo schieramento politico della rete ma la sua struttura e la sua storia. Al Jazeera è accusata fin dalle origini sia dall’Occidente, di essere portavoce di Bin Laden, e sia dal versante arabo, di essere filoamericana. L’autrice vuole descrivere gli aspetti economici, linguistici e il palinsesto del network contestualizzandoli nel panorama arabo e sottolineando che si tratta di un’impresa televisiva, non di un partito politico e né di un’organizzazione religiosa. Al Jazeera è una voce fuori dal coro, non appoggia nessun partito politico e si basa sul principio de “l’opinione e l’opinione contraria”.
La tesi finale del libro pone la domanda se i media possano contribuire alla nascita della democrazia o accelerare un processo di apertura di una società priva di basi democratiche. Conclude affermando che servirebbero mille Al Jazeera congiuntamente a una presa di coscienza politica per riuscire a creare una società aperta. E questa è anche la mia opinione: i media hanno favorito la creazione di un sentimento popolare comune di apertura verso l’occidente, tale sentimento deve essere appoggiato dagli organi politici per far sì che non rimanga fine a sé stesso ma possa concretizzarsi con un’evoluzione delle istituzioni politiche.
Arianna Tripodi

Donatella Della Ratta
Al Jazeera: media e società arabe nel nuovo millennio
Bruno Mondadori Editori, Milano, 2005, pp. 263.
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16 ottobre 2015

In libreria

Monica Maggioni
Terrore mediatico
Laterza, Roma-Bari, 2015, 192 pp.
Descrizione
[...] Il terrore mediatico è parte integrante della strategia dell’Isis: i video dell’orrore diffusi attraverso la Rete ne sono l’espressione più eclatante. Ma come possiamo reagire di fronte a questa offensiva? Dobbiamo difendere la libertà di informazione e di espressione ad ogni costo o dobbiamo porci dei limiti proprio per tutelare questa nostra libertà? A partire dal racconto dei giorni dell’attentato a “Charlie Hebdo”, il direttore di RaiNews24 intreccia la riflessione sul ruolo dei social network e della satira alla descrizione di come operano giornali e televisione. Utilizzando la sua esperienza sul campo – da Parigi a New York, dalla Siria all’Iraq all’Afghanistan – Monica Maggioni ci porta in presa diretta e in prima persona dentro i conflitti drammatici del nostro tempo per provare a capire come siamo arrivati a questo punto. Una riflessione sulle conseguenze del ‘jihadismo globale’. E sulla sofisticata strategia comunicativa di cui siamo tutti bersaglio.
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11 dicembre 2014

Reportage siriano



«Una cosa è certa. Qualsiasi piega prendano gli eventi, la Siria non sarà più quella di prima. Ho vissuto un cambiamento epocale. Ho visto, ogni giorno, cambiare Damasco. Ho sentito a pelle gli umori, i timori, le speranze e le ansie di chi, magari senza volerlo, si trova coinvolto nei cambiamenti della Storia».  

Sono queste le parole con cui Antonella Appiano, giornalista esperta di Medio Oriente e Islam, conclude, affidandolo alle pagine del libro Clandestina a Damasco, il racconto dei tre mesi trascorsi in Siria, dai primi di marzo alla fine di maggio 2011, all’inizio delle contestazioni contro la dittatura di Bashar al-Assad. In un Paese agitato dalle rivolte, che non rilascia accrediti-stampa per i giornalisti stranieri, la Appiano si muove in un periodo storico complesso e in un Paese ostile, con l’ausilio di documenti falsi e la copertura di un gruppo di manifestanti anti-regime, di cui raccoglie testimonianze e storie. Conosciamo così, attraverso la fessura del niqab, il velo che le copre il viso lasciando scoperti solo gli occhi, l’ingegnere Ammar, il tassista Khaled, l’avvocato Siham, la commessa Fatima, l’architetto Hisham, l’artista Rami e molte altre anime, voci e volti che animano il mosaico della città di Damasco, nel momento forse più difficile della sua storia civile. Il racconto, schietto, sincero e mai partigiano, procede con l’andatura di un diario, con l’urgenza di una testimonianza e uno stile minimalista, attento alla descrizione dei dettagli. Puntualmente un’interruzione ‘occidentale’, la trascrizione delle mail che la Appiano si scambia con i colleghi italiani, che aprono un ulteriore punto di vista: quello di chi, qui da noi, apprende quanto accade e prova darsi e dare una spiegazione. L’autrice, rischiando ogni giorno della sua permanenza, costretta a cambiare molto spesso identità e facendo i salti mortali per non mettere in pericolo le persone che la aiutano, riesce a dare un resoconto puntuale ed emozionante di un momento complesso e a tratti incomprensibile, per il mondo Occidentale, come la crisi siriana. Un lavoro da inviata vera, in cui la professione giornalistica si fonde con la pietas che accomuna coloro che lottano per la libertà. Un libro profondo, in cui si respira la polvere delle strade, l’odore delle spezie e la forza di una popolazione.
Antonella Appiano ha collaborato dalla Siria per "Lettera43", "Il Mattino", Radio24, Uno Mattina e "L’Espresso". Nel 2013 ha pubblicato per la casa editrice Quintadicopertina l’e-book Qui Siria. Clandestina ritorna a Damasco, il diario dei suoi viaggi da Damasco ad Aleppo, per capire quali siano le forze in gioco, dove sia nata questa rivolta e chi ne muova più o meno occultamente le fila. L'ebook include fotografie inedite scattate dall'autrice , i collegamenti ai video YouTube che le inviano gli amici siriani, oltre a glossari, schede di approfondimento e timeline interattive che permettono di navigare il testo e muoversi tra il racconto e i materiali di studio inclusi nel testo.
Valentina Merlo

Antonella Appiano
Clandestina a Damasco.
Cronache da un Paese sull’orlo della guerra civile
Roma, Castelvecchi, 2011

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10 agosto 2014

In libreria


Le donne nei media arabi.
Tra aspettative tradite e nuove opportunità
a cura di Renata Pepicelli
Roma, Carocci, 2014, 128 pp.
Descrizione
Questo volume racconta – attraverso l’analisi di vecchi e nuovi media – la condizione delle donne in Egitto, Tunisia e Marocco dopo le rivolte che hanno scosso la regione araba tra il 2011 e il 2012. Le autrici dei saggi qui raccolti parlano di promesse tradite ma anche di una nuova libertà di espressione e di inedite opportunità. Mostrano donne in prima fila nell’informazione e le difficoltà che incontrano sia nel fare le giornaliste sia nell’essere oggetto di notizia. Descrivono l’affermarsi di presentatrici velate e di predicatrici religiose sugli schermi televisivi, analizzano i modelli di femminilità e mascolinità veicolati da film e soap opera. Danno voce alle campagne contro la violenza di genere portate avanti tramite vignette, blog e graffiti. Narrano delle tensioni tra visioni islamiste e visioni laiche della società, studiano le politiche mediatiche di vecchi e nuovi governi, scandagliano l’attivismo femminile per l’uguaglianza dei diritti. Grazie a questo studio dei media da una prospettiva di genere emerge quindi una pluralità di immagini di donne che mette in guardia da qualsiasi tentazione riduzionistica, e suggerisce invece di prendere in considerazione la diversità delle esperienze femminili nel mondo arabo.
*link all'Indice del libro.

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17 maggio 2014

In libreria

Viola Sarnelli
Voci da Sud. Al Jazeera English e i flussi delle notizie internazionali
 Napoli, Photocity.it, 2014, 236 pp.
Descrizione
Voice to the voiceless" è lo slogan che ha accompagnato nel 2006 il lancio di Al Jazeera English, finanziato dal Qatar come il noto canale in arabo, per proporre un punto di vista mediorientale sulle notizie stavolta direttamente in inglese. Nel post-11 Settembre dei conflitti militari e identitari Al Jazeera English introduce un modello di informazione conciliatorio, lontano dai sensazionalismi e decentrato, o meglio dai molti centri, tutti localizzati in un 'Sud' definito per opposizione al 'Nord' culturalmente e politicamente egemone. Questo libro esplora le relazioni contraddittorie tra il canale e i modelli dell'informazione anglo-americana; tra le spinte democratizzanti dell'emittente, come nelle rivoluzioni del 2011, e le politiche del suo stato finanziatore; tra le aspirazioni universaliste e i nuovi regionalismi dell'informazione televisiva transnazionale, con l'apertura di Al Jazeera America nel 2013. Questioni che vengono approfondite analizzando i contenuti del canale, in una prospettiva che mira ad arricchire l'approccio degli studi sui media con quello delle teorie postcoloniali e degli studi culturali.
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20 giugno 2012

L’Iran delle parole disarmate

 Curato da Ahmad Rafat, giornalista italo iraniano membro fondatore dell’associazione Iniziativa per la Libertà d’Espressione in Iran, L’ultima primavera è uno dei numerosi testi di analisi e di testimonianza diretta pubblicati dall’Information Safety and Freedom (ISF), associazione italiana che si occupa di libertà di informazione nel mondo e del cui comitato esecutivo fa parte lo stesso Rafat.
Dodici dei più illustri nomi del giornalismo iraniano raccontano esperienze di repressione, censura e autocensura nel proprio Paese. La lotta per la libertà di informazione attraverso gli occhi e le parole di Ahmad Rafat, Massoumeh Shafie, Maryam Afshang, Ahmad Zeydabadi, Mehrangiz Kar, Ebrahim Nabavi, Lili Farhadpour, Mashaollah Shamselvaezin, Emadeddin Baghi, Mohammad Ghouchani, Mohsen Sazgara, Bijan Rouhani. Ma anche di Stefano Marcelli e Roberto Reale, giornalisti italiani. Tanti nomi, persone e storie diverse. Denominatore comune il desiderio di un’informazione libera, svincolata dal potere, non censurata.
 Ciò che viene descritto nel libro ritrae in maniera inedita il Regime degli Ajatollah e delinea i confini di quell’opposizione liberale di cui però nessuno parla.
I pensieri e le esperienze dei giornalisti, tradotti e impressi su carta, omaggiano l’esercizio della libera espressione, in uno spirito solidaristico rivolto a scrittori e intellettuali ai quali è stato negato il diritto alla comunicazione e all’espressione.
E’ proprio Marcelli, presidente dell’associazione ISF, a scrivere le prime pagine, forse le più crude, sicuramente le più esemplificative. Racconta di Akbar Ganji, il giornalista rinchiuso nel carcere di Evin, “la casa dei fantasmi”, che nel suo settimanale Roche no (Nuova via) aveva denunciato i delitti compiuti dal regime contro gli intellettuali dissidenti e per questo condannato a 6 anni di reclusione. Resiste alle torture, non chiede la grazia, continua a scrivere dal carcere. Nell’estate del 2005 invita il popolo iraniano a boicottare le elezioni contro la prevista vittoria del falso riformista Khatami e inizia uno sciopero della fame che durerà 2 mesi. Si mobilitano per lui Amnesty International, le Nazioni Unite, Kofi Annan: ne denunciano le pessime condizioni, ma il giornalista non viene liberato. “Questa candela è quasi spenta - scrive dal carcere di Evin - ma questa voce non sarà messa a tacere”. Ma non si spegne, Ganji: verrà rilasciato nel 2006.
Anche Ahmad Zeidabai, oggi collaboratore della BBC World Service, fu imprigionato. Nel libro, mediante un’intervista, racconta che cosa ha significato lavorare in un giornale, Hamshahri (Il Cittadino), considerato il capofila del giornalismo indipendente iraniano dell’era post rivoluzionaria. Parla di autocensura, sostiene che solo in rare occasioni è riuscito a evitarla: “non è facile scrivere liberamente, quando si è appreso questo mestiere in un paese dove la censura è una regola e non un’eccezione”.
Viaggio nella storia del giornalismo iraniano, tra i tentativi compiuti dai giornalisti per poter esercitare con libertà e dignità la loro professione. Pagine e pagine alla scoperta dell’Iran più intellettualmente acceso e crudo, quello dei dissidenti disarmati che non usano altro messo mezzo se non la parola. Le donne e il giornalismo di Lili Farhadpour, il viaggio di un fotografo raccontato da Rouhani, e ancora il ruolo dei blog e la repressione in rete analizzati da Roberto Reale. E la conclusione, di Rafat: la speranza è l’ultima a morire.
Il coraggio unito all’entusiasmo e al desiderio di chi vuol “far sapere”, di chi ama il proprio paese e lo vuole libero, di chi difende la propria professione.
Inno alla libertà di manifestazione delle idee. Ciò che fa di un paese un paese democratico.  -
Irene Salinas

 

L'ultima primavera. La lotta per la libertà di informazione in Iran
a cura di Ahmad Rafat
Firenze, Polistampa, 2006, 160 pp.
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