Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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13 gennaio 2026

Noi giornalisti nutriamo la politica

[....] E finalmente siamo al punto: quel che manca in diversi talk è un solido filo narrativo. Proprio l’assenza di questa tessitura professionale è il varco attraverso il quale si consente a una parte dei politici e dei cosiddetti opinionisti di proporre sentenze oracolari: io lo dico, quindi è vero. Ma se su qualsiasi questione ci si limita a dare la parola agli opposti pareri, a quel punto è ineluttabile che si apra una gara puramente emozionale: la caccia all’applauso. Tra l’altro una parte dei giornalisti che partecipano ai talk sono ingaggiati per interpretare il ruolo degli ultras nello spettacolo che prevede politici&giornalisti di destra contro politici&giornalisti di sinistra.
[....] per tenere il passo, i quotidiani tendono spesso a leggere gli eventi politici nella chiave agonistico-sportiva: l’horse race, la corsa dei cavalli. Si alimentano dualismi immaginari e anche contese minori sono lette nella logica “chi vince e chi perde” e questo finisce per eccitare il protagonismo vanesio dei leader. Caso esemplare le tante elezioni regionali degli ultimi due anni: pagine su pagine sono state dedicate all’influenza sul futuro dei principali leader. Spazi inauditi, del tutto sproporzionati per eventi che alla prova dei fatti, non avrebbero prodotto alcuna conseguenza apprezzabile....
Fabio Martini

*F. Martini, Noi giornalisti nutriamo la politica, Rivista Il Mulino, gennaio 2026.

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11 dicembre 2019

Come la politica si è ripresa la RAI, che non ha mai perso

Il libro Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la RAI è stato pubblicato da Feltrinelli nel marzo 2019. L’autore,Carlo Verdelli, milanese 62 anni, ha una lunga carriera nel mondo della carta stampato, iniziata come collaboratore di “La Repubblica” e proseguita in Arnaldo Mondadori, poi come Direttore de” La Sette “ e Vicedirettore de “Il Corriere della Sera” per concludere la prima parte della sua carriera come Direttore de “ La Gazzetta dello Sport”, dove ha stabilito il record di copie per un quotidiano italiano, 2,3 milioni, all’indomani della vittoria italiana ai Campionati Mondiali di calcio del 2006. Nel novembre del 2015 assume l’incarico di Direttore Editoriale per l’offerta formativa alle dipendenze del CEO e Direttore Generale della RAI, Antonio Campo Dall’Orto, dimettendosi poi nel gennaio del 2017. Da febbraio 2019 è Direttore di “La Repubblica” ; nel 2014 ha scritto per Garzanti il libro I sogni belli non si scordano mai.
Nel libro il racconto, lungo poco più di un anno, del percorso all’interno dello stato di arretratezza di un’Azienda che ha dimenticato, o forse meglio non ha affrontato l’esistenza di Internet e dei cosiddetti social (i siti Rai viaggiano intorno ai 230.000 utenti contro i 2.300.00 utenti di La Repubblica) nonostante che “ I tempi non cambiano, sono già cambiati. L’informazione RAI no” e di sprechi, favoritismi, impossibilità del cambiamento nei rapporti con i giornalisti raccolti attorno all’USIGRAI, e intromissioni della politica per il tramite sia della Vigilanza Parlamentare che dei componenti del Consiglio di Amministrazione presieduto dalla giornalista Monica Maggioni.
Nella prima parte l’autore elenca alcune delle pressioni, dei condizionamenti politici e degli “assurdi economici”, dell’apparato RAI: le sedi regionali sono 24, più due distaccate, quando le regioni italiane 20, mentre in Gran Bretagna e Francia le sedi sono rispettivamente 15 e 13, la rete Rai News che sotto la direzione della futura Presidente Monica Maggioni ha raddoppiato gli organici ma non gli ascolti ed anche della “nuova politica” che non riesce a non interferire nella gestione RAI, Di Maio: “ la più grande sfida è mettere le mani sulla Rai”.
Niente di nuovo invero, niente che non sapessimo già, a parte nuovi piccoli dettagli e singoli casi: da sempre la RAI è stata per tutti i partiti e tutti i governi, fin dalla sua nascita, un torta da spartirsi, come lo stesso Verdelli scrive: “ Chi comanda li dentro è telecomandato da chi maneggia a Roma, e giudicato non in base ai risultati ma ai gradienti di fedeltà” o, come sempre l’autore riporta, il giudizio, altrettanto negativo, di Michele Serra su “La Repubblica”: ” ….. non si nominino più direttori generali o direttori di rete, se troppo lontani dalla politica vengono cacciati; viceversa sono solo scaldasedie che non decidono niente”.
Meraviglia come un uomo e giornalista esperto “ si meravigli” che, stante così le cose, ci sia una levata di scudi contro il suo Piano di ammodernamento dell’Informazione; come poteva essere diverso?
Il suo Piano, buono o cattivo che fosse stato, se messo in atto, avrebbe scombinato gli equilibri interni e quelli politici e questo nessuno poteva permetterselo e permetterglielo: il Piano viene bocciato da una maggioranza così vasta che non c’è stato neanche bisogno di metterlo ai voti, il Consigliere Diaconale “ va profondamente revisionato”, il Consigliere Siddi “ sono negativo su tutto”, il Consigliere Messa “ sono d’accordo solo sull’apertura in tempi rapidi di una sede a Washington” ed infine la Presidente Maggioni riportando il suo giudizio durante un Consiglio di Amministrazione” elencando i punti del Piano li ha ritenuti tutti parimenti inadatti al futuro prossimo dell’informazione del servizio pubblico”.
Era quindi inevitabile che Verdelli, non supportato da forze politiche “amiche” non potesse che dimettersi o essere rimosso. C’è da chiedersi se, per arrivare a queste ovvie conclusioni c’era bisogno di scrivere un nuovo libro sull’argomento, libro che nella seconda parte riporta un lungo elenco di giudizi negativi dell’Autore su tutto e su tutti, magari giudizi anche giustificati ma sicuramente “ovvi” stante la situazione di sempre alla RAI.
Contro Tutto: “ temo siano troppi e troppo organizzati: con il nostro (suo e del suo gruppo di lavoro)modo di lavorare, in cui pensiamo a fare bene per chi paga il canone, saremo sempre più vulnerabili a lupi e sciacalli” e “ …. non è più rinviabile una modifica strutturale dell’offerta informativa, meno la RAI cambia e più incerto sarà ilo suo futuro” e contro TUTTI, riportando frasi o giudizi a lui sfavorevoli: Fico, Presidente prima della Vigilanza e poi della Camera,” Campo dall’Orto sta facendo il suo lavoro, ma il punto oscuro è la struttura che fa capo a Verdelli”, Gasparri, sempre appassionato ai problemi delle televisioni, “ smantellare la dannosa struttura di Verdelli e company”, Maggioni “ avere un bagno privato al settimo piano ( della sede Rai di via Mazzini) è potere. Condividerlo logora”, ed ancora, anche sul futuro presidente RAI “ prima di lasciare la Presidenza nelle mani capaci o rapaci di Marcello Foa”, per finire con Renzi “ mai visto un essere umano cos’ felice di essere sé stesso”.
Quindi un libro che si legge bene e facilmente ma di nessuna utilità, del tutto superfluo, salvo ultime novità in casa RAI che però replicano, in chiave moderna, quelle antiche, che racconta la storia di una breve esperienza che è finita come era ovvio finisse, come ovvie sono i dati e le soluzioni, cosi come del tutto ovvie le ultime amare considerazioni di un uomo deluso e ferito da un’esperienza che non avrebbe dovuto provare. Le ultime pagine sono rivolte al Consiglio di Amministrazione “ Voi potete battere tutto e tutti, ma non il futuro”, ed al sistema politico: “ Partiti, lobby, pidocchi e pulci hanno tutto da guadagnare da una Rai inginocchiata, pronta a qualsiasi compromesso pur di garantire la permanenza dello status quo”.
Ma se è così, come in effetti è: perché questa scelta professionale e soprattutto perché questo libro?
Roberto Casini

Carlo Verdelli
Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la RAI
Feltrinelli, Milano, 2019.


25 settembre 2017

In libreria

Alessandro Dal Lago
Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra
Raffaello Cortina editore, Roma, 2017, pp. 170.

Descrizione
L’ascesa della rete come ambiente globale ha cambiato le prospettive politiche. Da una parte, crea l’illusione di una sfera comunicativa senza controlli, in cui si realizzerebbe pienamente la libertà dei cittadini. Dall’altra, consente a leader spregiudicati di contattare senza mediazioni i cittadini stessi, attraverso i social oppure organizzando consultazioni politiche online. La tesi del libro è che a trarne vantaggio siano solo i nuovi leader autoritari – Trump, Erdogan, Putin – o gli aspiranti tali – Le Pen, Grillo, Salvini, Farage. Tutta gente che si vuole disfare dei partiti e persegue una relazione diretta con i cittadini, soddisfacendo le loro paranoie in tema di sicurezza, immigrazione, protezionismo economico. Ecco perché l’ascesa della nuova destra può essere definita populismo digitale. Populismo, perché il popolo non è concepito che come un gregge da vezzeggiare. E digitale, perché senza il trionfo del Web tutto ciò non sarebbe pensabile.
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01 giugno 2017

In libreria

Disinformazione e manipolazione delle percezioni. 
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di L. S. Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.

Descrizione
Questo volume approfondisce il fenomeno della disinformazione come arma di lotta politica, militare e/o economica adoperata da Stati e attori nonstatuali, dedicando particolare attenzione all’uso delle nuove tecnologie informatiche e dei nuovi media nelle azioni disinformative. Nell’era del cyber-power, infatti, aumenta la vulnerabilità di governi, aziende, gruppi sociali e individui nei confronti della disinformazione: un’arma adoperata da Stati e attori non-statuali, spesso in maniera occulta, per raggiungere i propri scopi influenzando e sfruttando uno o più settori della società. La disinformazione mira a creare nel bersaglio una percezione falsa o distorta della realtà allo scopo di indurlo a prendere determinate decisioni che favoriscano gli interessi del “disinformatore”. Essa può anche essere finalizzata a indebolire le capacità cognitive e decisionali del bersaglio diffondendo notizie che generano in esso confusione e incertezza. Oggi la disinformazione non è più un’arma in esclusiva dotazione degli Stati e dei loro servizi d’intelligence: essa è ormai uno strumento alla portata di attori non-statuali sia leciti (partiti politici, aziende e società finanziarie, gruppi di interesse, organizzazioni non-governative) che illeciti (gruppi terroristici ed eversivi, organizzazioni criminali, “poteri occulti”, sette religiose estremiste). Questo è il primo libro pubblicato nel nostro Paese che analizza la disinformazione come minaccia alla sicurezza e alla competitività del sistema-Italia. Esso nasce dal convegno “Disinformazione e manipolazione delle percezioni: una nuova minaccia al sistema-Paese”, promosso nel 2015 dalla Link Campus University e dall’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici. Il volume contiene, inoltre, un contributo del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza (DIS) della Presidenza del Consiglio.

 
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09 dicembre 2016

La grande giovinezza e la piccola saggezza



Il referendum o, come definito da Maurizio Crozza durante la puntata del talk show politico di Giovanni Floris su La7, “referenzium”, a cui sono stati chiamati alle urne gli italiani domenica 4 dicembre, ha evidenziato un grido collettivo di no.
Una sconfitta plateale, al termine della quale Matteo Renzi, secondo le notizie riportate, avrebbe affermato: “Non credevo che mi odiassero così”.
I sondaggi hanno messo in risalto le ragioni che hanno portato a questo risultato politico: in primo luogo, si tratterebbe di un malcontento diffuso tra gli italiani.
Il no è stato un modo, l'unico che gli italiani hanno avuto a disposizione negli ultimi anni, per dire "basta, non ci prendete in giro, per noi non state facendo niente", così interviene su La Repubblica Roberto Saviano.
A votare no sono stati i più giovani e, soprattutto, i giovani del Sud Italia.
Ed ecco che, a tratti, questo giudizio popolare sembra raccontare qualcosa in più; sembra riuscire a collegarsi e a narrarci altre storie, altre “faccende”: personali , da un lato, e socialmente condivise, dall’altro.
Matteo Renzi, il primo ministro più giovane di tutta la storia della Repubblica Italiana, voleva essere l’innovatore e il “rottamatore” di una classe politica immobile ed anziana.
“Attacco alla casta, antiparlamentarismo, mozione degli istinti antipolitici: sono tutti elementi di un inedito populismo del potere che Renzi ha provato a impersonare nel tentativo — o nella tentazione — di disegnarsi un doppio profilo di lotta e di governo, usando le armi dell’antipolitica per combatterla”, scrive Ezio Mauro.
Tutto ciò si è amaramente rivelato un suicidio.
Ed è a questo punto che sembrerebbe emergere uno scontro generazionale e, di conseguenza, il forse necessario incontro, dialogo e appoggio reciproco tra identità che rappresentano ciascuna decenni differenti.
Forse, se Renzi avesse dato maggior ascolto ai consigli provenienti dalla vecchia classe dirigente del suo partito sarebbe riuscito ad inserire la riforma costituzionale in un contesto culturale e conoscitivo differente ed avrebbe ottenuto risultati diversi.
Forse, i giovani avrebbero potuto informarsi ancor più a fondo prima di insorgere e di alzare i toni e sbattere un secco no in faccia ai più esperti adulti.
Forse, se la saggezza ed l'esperienza del vecchio si fosse mescolata alla richiesta di rottamazione degli adulti e alla spregiudicatezza dei giovani, si sarebbe aperto un lungo dialogo, un lungo viaggio di ascolto reciproco che avrebbe portato ad un cambiamento più lento e ponderato, ma anche più stabile.
Ed è all’interno di queste riflessioni che torna vivo nella mente un film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale cinematografiche nel maggio 2015: Youth. La giovinezza.
Il cinema si è più volte occupato, attraverso vari volti e storie, dello scontro e incontro tra diverse generazioni. La stessa storia, tra cui quella del giornalismo, narra della volontà di ribellarsi, con toni spesso anche accesi, dei più giovani nei confronti dei propri discendenti.
Youth. La giovinezza è un film che passeggia, proprio come fanno i due protagonisti ottantenni Fred (Michael Cane) e Mick (Harvey Keitel), che passeggiando cercano se stessi, cercano di ricordare e trovare il perché delle cose.
Ecco, Youth è un film in cerca di un senso e alla ricerca di un buon finale (che non arriva).
Uno dei protagonisti, che recita il ruolo di regista a compimento del suo ultimo film testamento, chiama una delle sue giovani collaboratrici ad osservare il panorama delle Alpi svizzere da un binocolo.
“La vedi quella montagna di fronte?”, chiede il regista.
“Si, sembra vicinissima”, risponde timidamente lei.
“Esatto! Questo è quello che si vede da giovani, si vede tutto vicinissimo. Quello è il futuro.”
Il regista ruota velocemente l’obiettivo del binocolo e, così, capovolge altrettanto rapidamente la visione degli oggetti e, insieme, della vita.
“E adesso… questo è quello che si vede da vecchi, si vede tutto lontanissimo. Quello è il passato.”
Giovane e vecchio sembrano, così, affacciarsi ad uno stesso panorama con vissuti ed esperienze contrapposte. Vicino e lontano, spregiudicatezza e saggezza, passione sfrontata e maturità e, in definitiva, novellino incauto ed anziano accorto sembrano apparire distanti, ma, contemporaneamente, faccia di una stessa medaglia.
Allora l’incontro generazionale, forse spesso non riuscito e impossibile da compiersi per molti aspetti, appare quanto mai inevitabile e necessario, tanto in politica quanto nella vita quotidiana di ognuno di noi.
Valentina Trinchero


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14 dicembre 2015

Eserciti di carta: l'anomalia italiana

Il volume Eserciti di carta è, a mio parere, un lavoro esaustivo ed equilibrato, qualità, quest’ultima, assai difficilmente praticabile quando si entra nel merito di tematiche divisive quanto quelle delle quali si occupano gli autori di questo saggio.
Eserciti di carta tratta, infatti, uno degli argomenti più dibattuti - e più propensi a scaldare gli animi - emersi negli ultimi vent’anni di storia italiana: l’anomalia del panorama giornalistico-mediatico italiano dopo l’entrata in politica di Silvio Berlusconi.
Informazione e politica in Italia sono sempre state molto vicine (tesate apertamente militanti, lottizzazione della televisione pubblica, sovraesposizione di leader ed esponenti politici e via discorrendo sono fenomeni ben noti), ma non per questo, secondo gli autori, l’Italia ha costituito un’anomalia. Non esistono, in alcuna parte del mondo, mezzi d’informazione che non subiscano pressioni da parte di editori, poteri economici o altri gruppi di pressione. Prima della “discesa in campo” in Italia questa tendenza era soltanto più accentuata che nel resto dei paesi democratici.
L’entrata in politica di Silvio Berlusconi è un momento cruciale per il mondo della stampa e dei media nel nostro Paese, da allora le cose cambiano radicalmente e si può parlare di “anomalia italiana”.
L’anomalia, anzi, è duplice.
In primo luogo vi è un caso di conflitto di interessi macroscopico: il proprietario del più importante network televisivo commerciale (e nei fatti l’unico concorrente del servizio pubblico) è anche il leader di una delle due coalizioni che periodicamente si contendono il governo del paese. Inutile precisare che la gravità del conflitto di interessi è centuplicata quando la coalizione guidata da Berlusconi vince le elezioni ed egli assume il ruolo di Presidente del Consiglio. In tale posizione, infatti, Berlusconi si trova a poter disporre, in pratica, di cinque tra le sei reti televisive che costituiscono il duopolio italiano.
Benché questo aspetto dell’”anomalia italiana” sia analizzato con dovizia di particolari nel volume, Lloyd e Giugliano si concentrano però su un’altra caratteristica che contraddistingue il mondo dell’informazione del nostro Paese fin dalla discesa in campo: la divisione del mondo della stampa in due “eserciti”, come appunto recita il titolo, l’uno filoberlusconiano, l’altro a lui avverso.
Una certa dose di conflittualità politica all’interno del mondo della stampa in Italia è sempre esistita ed è stata anche forte: prendendo in esame il periodo a cui il libro fa brevi cenni nei primi capitoli tracciando un quadro storico, dal dopoguerra alla fine della Prima Repubblica gli esempi sono molteplici (i molti giornali di partito, la contrapposizione durante gli anni più duri della guerra fredda, i giornali militanti anche se non prettamente di partito come Repubblica e “Il Giornale” etc.); dal 1994, però, assistiamo ad una vera e propria ripartizione in due schieramenti. Questi due “eserciti” hanno come oggetto di contesa non un’ideologia o un programma, bensì una singola persona.
Ma come può un solo uomo attirare tanta venerazione e tanta avversione? Le ragioni sono molte.
Sicuramente molto ha contato il fatto che Berlusconi sia il proprietario di Mediaset, Mondadori e abbia influenza su più di un quotidiano, quindi il conflitto di interessi di cui si parlava in precedenza, palese affronto al pluralismo che dovrebbe essere pilastro di ogni democrazia. Come se non bastasse, anche il personaggio Berlusconi porta con sé più di un tratto della personalità e della biografia capaci di suscitare ammirazione ed indignazione.
Per quanto riguarda i suoi estimatori, essi sottolineano che il Cavaliere (oramai ex ma questo esula dal libro in oggetto!) è un self made man, un imprenditore, un uomo del fare, che ha portato la modernità della tv commerciale, non legato alla vecchia politica screditata (quest’ultima caratteristica - per altro non del tutto veritiera - ha fatto molto presa nei primi anni del suo percorso politico, iniziato quando ancora erano fumanti le macerie del sistema partitico della Prima Repubblica). L’elenco potrebbe continuare a lungo.
I suoi detrattori pongono l’accento sui molti punti oscuri della sua biografia (presunti rapporti con la mafia, molti guai giudiziari, contiguità al PSI di Craxi, appartenenza alla P2) e indignano non poco molte sue uscite alquanto infelici (Mussolini che mandava la gente “in vacanza”, l’europarlamentare Schultz paragonato ad un kapò nazista, gli attacchi contro istituzioni come la Magistratura e la Corte Costituzionale). Anche in questo caso, gli esempi si sprecano.
Questo panorama caratterizzato da un’altissima conflittualità conosce un’ulteriore radicalizzazione dello scontro a partire dal 2009.
Il 2009 è l’anno dei primi scandali sessuali che investono Berlusconi, allora Presidente del Consiglio (Noemi Letizia, le ragazze di Tarantini). I giornali dello schieramento antiberlusconiano (in particolare “Repubblica”) chiedono spiegazioni in merito a queste vicende, i giornali vicini al premier (“Il Giornale” in prima fila) creano nuovi scandali per infangare chi critica la sua disinvolta condotta sessuale. E’ un copione che si ripeterà negli anni successivi: il primo a pagare le critiche a Berlusconi è il direttore dell’”Avvenire” Boffo, poi tocca all’ex alleato Fini, al magistrato Ilda Boccassini, al leader di Sel Nichi Vendola.
Questa fase dello scontro segna anche un’altra novità quasi assoluta nel giornalismo italiano: la vita privata degli esponenti politici entra di prepotenza a far parte della battaglia politica (e di opinioni).
Riassunta a grandi linee la parabola del  giornalismo italiano durante l’era berlusconiana, merita ancora una volta sottolineare che il libro di Lloyd e Giugliano tratta questi argomenti altamente passibili di partigianeria con un equilibrio ammirabile!
A ciò si aggiungono un linguaggio scorrevole, ricchezza di fonti molto diverse ed interessanti - tra cui molte interviste condotte dagli autori a svariati esponenti del giornalismo italiano - e una trattazione esaustiva che non lascia nessun aspetto della tematica presa in esame poco approfondito o appena sorvolato.
Eserciti di carta” è un libro di 300 pagine denso ma leggibilissimo, che riesce a dare una panoramica d’insieme da una prospettiva non pregiudiziale di una lunga stagione che sicuramente ha mutato a fondo il giornalismo e più in generale il sistema dei media e il campo dell’opinione pubblica in italia.
Sara Piccardo



Ferdinando Giugliano - John Lloyd
Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia 
Feltrinelli Editore, Milano, 2013, 283 pp.

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25 maggio 2015

Informazione e potere in Italia


Come si fa informazione in Italia? É il sottotitolo del libro”Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia” scritto da Ferdinando Giugliano, editorialista del “Financial Times” John Lloyd anche lui giornalista del “Financial Times” e collaboratore di “La Repubblica. L'analisi condotta dagli autori parte da un quadro generale dove sono presentati brevemente i casi in cui l'editoria è in mano a gruppi industriali creando un sistema di controllo sugli organi di stampa per passare poi a descrivere in modo più specifico il caso italiano  analizzando  la figura di Berlusconi e concentrando la loro attenzione sulla sua triplice carriera  di imprenditore, uomo politico e proprietario di un gruppo editoriale, sottolineandone il carattere carismatico e il modo di porsi per arrivare al pubblico.  Il libro segue due direzioni: una forma di controllo diretto da parte della politica sugli organi di stampa e una di controllo indiretto dove a capo di un'azienda ci sono persone che eseguono “passivamente” le decisioni politiche: la situazione viene presentata  nella parte dedicata al caso Rai. Il testo esamina tutti gli organi di informazione dalla carta stampata alla televisione al blog. Il distacco dai temi trattati permette agli autori di  tracciare i vari argomenti in modo obiettivo, analizzandolo a fondo e individuandone  caratteristiche e problemi. I fatti vengono descritti in modo avvincente e stimolano ad ampliare l'attenzione invitando il pubblico ad altre letture sull'argomento. L'inserimento di interviste è utile a capire le diverse posizioni dei vari “attori” che si muovono sul grande palco dell'informazione italiana. Il linguaggio, con cui vengono esposti i temi,  non è il “politichese” usato sempre più spesso, ne abbonda di termini troppo tecnici che potrebbero risultare difficili da comprendere a lettori non del mestiere. Per dare concretezza a quanto viene descritto in queste pagine sono stati inseriti alcuni grafici utili a capire meglio la situazione descritta. Lo scopo degli autori è arrivare ad ampie fasce di pubblico e cercano di raggiungere il loro scopo proprio usando uno stile semplice e molto discorsivo. È una lettura molto coinvolgente che comprende anche fatti di cronaca recente a cui vengono affiancati temi trattati dai quotidiani come ad esempio le famose “Dieci domande” di Repubblica.  La debolezza che si può riscontrare è la mancanza di proposte per trovare una soluzione ai problemi posti. Forse non ci possono essere risoluzioni concrete al rapporto di “intromissione” da parte della politica nell'operato degli organi di stampa. Per rafforzare ulteriormente le tematiche analizzate, alle interviste fatte a persone operanti nei vari settori della comunicazione si potrebbero affiancare i pareri del pubblico dei lettori e dei telespettatori organizzando blog dove chiunque è libero di esprimere il proprio pensiero o creando sondaggi su campioni composti da utenti selezionati. È importante che chi paga un canone annuale per un servizio pubblico o chi quotidianamente acquista un quotidiano abbia la libertà di esprimere il proprio parere.
Sara Peluffo


Ferdinando Giugliano - John Lloyd

Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia

Feltrinelli, Milano, 2013 pp. 283.

14 dicembre 2014

In libreria

Christian Salmon
La politica nell'era dello storytelling
Roma, Fazi, 2014, 180 pp.
Descrizione
Nel suo nuovo saggio, l’acclamato autore di Storytelling (2008) mette a fuoco le trasformazioni che interessano la sfera politica, specialmente nel campo della comunicazione, offrendo anche un’analisi della spettacolare campagna elettorale di Obama. L’homo politicus tradizionale è un animale in via di estinzione? Prima la rivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, poi l’avvento della rete e della società della comunicazione: i politici sono ormai sottoposti alle ingerenze di entità esterne, come il mercato, e chiamati a dire la loro in continuazione, a mettere la faccia – e il corpo – a disposizione dei media. Il loro lavoro è sempre più una performance per catalizzare l’attenzione e suscitare emozioni intrattenendo un elettorato sempre più vorace. Non sarà che in questo nuovo circo politico-mediatico proprio i governanti finiscono vittime di un gioco sacrificale.

Dello stesso autore:
C. Salmon, Storytelling, Roma, Fazi, 2008, 179 pp.
Descrizione
L’arte di raccontare storie è nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo sulla terra e ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali. Ma a partire dagli anni Novanta del Novecento, negli usa come in Europa, questa capacità narrativa è stata trasformata dai meccanismi dell’industria dei media e dal capitalismo globalizzato nel concetto di storytelling: una potentissima arma di persuasione nelle mani dei guru del marketing, del management, della comunicazione politica per plasmare le opinioni dei consumatori e dei cittadini. Dietro le più importanti campagne pubblicitarie – ancor più dietro quelle elettorali vincenti (da Bush a Sarkozy) – si celano proprio le sofisticate tecniche dello storytelling management o del digital storytelling. Questo è l’incredibile inganno ai danni dell’immaginario collettivo svelato da Christian Salmon nel libro, frutto di una lunga inchiesta dedicata alle numerose applicazioni del fenomeno: il marketing conta più sulla storia dei brand che sulla loro immagine, i manager si servono di aneddoti per motivare i propri dipendenti, i soldati in Iraq si allenano su videogiochi progettati da Hollywood, gli spin doctor descrivono la vita politica dei loro clienti come in un racconto. L’autore ci mostra gli ingranaggi della grande “macchina narrante” che ha rimpiazzato il ragionamento razionale, ben più pervasiva dell’iconografia orwelliana della società totalitaria. Ma questo nuovo ordine narrativo non è un semplice linguaggio mediatico: il soggetto che vuole influenzare è un individuo immerso in un universo fittizio che ne filtra le percezioni, ne stimola le sensazioni, ne inquadra i comportamenti e le idee.

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12 gennaio 2014

In libreria

Giampaolo Pansa
La Repubblica di Barbapapà. Storia irriverente di un potere invisibile
Milano, BUR  Rizzoli, 2014, 333 pp.

Descrizione
"Barbapapà è il soprannome che la redazione di 'Repubblica' aveva dato a Eugenio Scalfari, il fondatore e il primo direttore. Ho lavorato accanto a lui per quattordici anni, più altri diciassette all"Espresso'. E oggi qualche amico mi domanda sorpreso: 'Perché hai voluto scrivere da canaglia la storia del trionfo di Barbapapà e di quanto è accaduto dopo?'. Rispondo che l'ho fatto per non sottostare alla regola plumbea che tutela i grandi giornali. Fortezze sempre ben difese, capaci di incutere un timore riverenziale che induce a cautele cortigiane e narrazioni felpate. Con un po' di presunzione, sono convinto che nessun altro fosse pronto a costruire un racconto fondato su un'infinità di ricordi personali e con l'aiuto di un diario tenuto per decenni. Tuttavia questo non è un libro riservato ai soli addetti ai lavori. L'importanza acquisita da 'Repubblica' nell'ultimo trentennio fa del quotidiano guidato da Scalfari e oggi da Ezio Mauro un testimone unico dell'Italia odierna. Uno specchio autorevole, e in molti casi autoritario, che rimanda a un potere invisibile, ma concreto. Lo detiene il gruppo raccolto attorno a una testata in grado di influenzare partiti, governi, mode culturali, comportamenti di massa. Il mio racconto riporta sulla scena le stagioni che hanno reso forte 'Repubblica': l'epoca violenta del Settantasette, la bufera del terrorismo, l'assassinio di Moro, il caso P2, le battaglie con il Psi di Craxi e il Pci di Berlinguer...
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27 novembre 2013

Politica e Fact-checkng

Giovedì 28 novembre 2013 ore 14,30  Aula Mazzini di via Balbi 5 (terzo piano) "Onorevole Pinocchio"
Fact-checking e nuove forme di giornalismo digitale

Tavola rotonda con la partecipazione di:
Francesco Manzitti, giornalista professionista 
Raffaele Mastrolonardo, esperto del giornalismo digitale
Matteo Agnoletto,  direttore de
Il Politicometro.
La Tavola rotonda è organizzata in collaborazione con la redazione de Il Politicometro, fondato nel 2012 per iniziativa di Matteo Agnoletto ed  alcuni studenti del corso di laurea magistrale in Informazione ed Editoria.
*Link al sito de Il Politicometro .
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30 ottobre 2013

In libreria

Ugo Degl'Innocenti
Giornalismo e politica SpA. Un sodalizio canaglia
Roma,  Aracne, 2013, 252 pp.

Descrizione
Disorientati, ansiosi, qualcuno molto vicino a una crisi di nervi. Così sono apparsi i giornalisti televisivi italiani durante lo spoglio delle schede elettorali delle elezioni 2013, mentre appariva evidente l'affermarsi del Movimento 5 Stelle. Presi alla sprovvista dal successo dell'ex comico Beppe Grillo, il quale snobba proprio loro, negandosi alle interviste e rivolgendosi ai suoi seguaci nelle piazze o tramite il web, molti giornalisti appaiono come cantori del potere, aedi dei partiti e quindi poco credibili a una generazione che di giornali e talk show se ne infischia. Perché? La spiegazione va trovata nella storia del giornalismo italiano, da sempre avvinto come un'edera al potere: da Giuseppe Mazzini a Benito Mussolini, da Eugenio Scalfari a Giuliano Ferrara, passando per Michele Santoro, Lilli Gruber e Piero Marrazzo, professione giornalistica e carriere politiche s'intrecciano, dando vita a un modello tutto italiano di giornalismo schierato, ben lontano da quello liberale anglo-americano e quello democratico-corporativo dell'Europa continentale.

*Link all'Indice, alla Prefazione di Sergio Rizzo e all'Introduzione

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07 luglio 2013

In libreria

Adolfo Ceretti - Roberto Cornelli
Oltre la paura. Cinque riflessioni su criminalità, società e politica
Milano, Feltrinelli, 2013, 256 pp.

Descrizione
A fronte delle continue proposte di aumentare le pene, di incrementare la presenza e la visibilità delle forze di polizia e di adottare una politica di rigore nei confronti del degrado e delle inciviltà, di cui gli stranieri sarebbero i principali portatori, la sensazione per chi studia la “questione criminale” è che pochi opinion leader possiedano una conoscenza approfondita del campo penale, vale a dire di quella rete di istituzioni (tribunali, carceri, ospedali psichiatrici giudiziari, servizi sociali, case di lavoro, case di rieducazione, riformatori giudiziari ecc.) e di varie forme di relazioni supportate da agenzie, ideologie, pratiche discorsive, tra cui i saperi criminologici, sociologici, psichiatrico-forensi. Il dibattito pubblico si sviluppa infatti attorno a espressioni – come tolleranza zero, certezza della pena, lotta all’immigrazione – che, sebbene richieste dal codice politico bipartisan e invocate dalle proteste di piazza (mediatica), non sono in grado nemmeno di cogliere quali siano i problemi di insicurezza, convivenza e ordine caratteristici della vita nelle città. Questo libro intende contrastare la tendenza diffusa ad adagiarsi su soluzioni preconfezionate in un dibattito pubblico sclerotizzato, fornendo in modo semplice e chiaro alcuni spunti di riflessione sulla dimensione penale che possono essere utili come armamentario argomentativo per chi si interessa di politica. È un saggio di “criminologia politica”, che non discute quale politica del diritto, sociale, penitenziaria e del controllo sia più opportuno adottare per obiettivi specifici; approfondisce invece i fondamenti delle attuali politiche di sicurezza allo scopo di orientarle in senso democratico, in funzione di un progetto di società civile e aperta che sappia andare oltre la dimensione della paura nella convivenza.
 
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17 giugno 2013

I media italiani: una selva oscura?


In un’arena politica dai toni accesi e spregiudicati, il giornalismo si presenta inevitabilmente come specchio di un confronto bipolare dalla vis polemica intensa. Esercito di carta offre una visione puntuale del panorama informativo italiano e tenta di farlo con un certo grado di obiettività.
Si parte da quella che è percepita nel nostro Paese come una verità assoluta e cioè che tanto la carta stampata quanto il mezzo televisivo non possano esimersi da una scelta di campo: le ragioni risiedono in parte nella convinzione che l’imparzialità sia un’utopia; in parte sembrano rispondere a una logica di sopravvivenza nei confronti della disaffezione del pubblico. L’ipotesi che schierarsi paghi di più nel nostro Paese trova conferma nell’unica realtà editoriale che abbia avuto successo negli ultimi anni: il Fatto Quotidiano. Giugliano e Lloyd non mancano di essere critici nei confronti dell’approccio di Padellaro e della sua squadra. L’antiberlusconismo è la ragione del successo editoriale del Fatto e potenzialmente sarà la causa di un prossimo declino quando si entrerà nell’era post-berlusconiana.
In realtà anche il filo conduttore dell’analisi di Giugliano e Lloyd è, come prevedibile e anche un po’ scontato, Berlusconi: l’ascesa al potere, il carisma giustamente riconosciutogli e l’impero mediatico di cui dispone, sono alcuni degli aspetti che mettono in luce la figura di questo imprenditore della politica. Dal punto di vista giornalistico, Berlusconi è il principale fautore dello scontro bipolare che è sotto i nostri occhi.
E' indubbio che il suo potere si sia consolidato attraverso il mezzo televisivo. Non a caso i due autori dedicano ampio spazio alla RAI, al problema sempiterno della lottizzazione e dell’indipendenza di quella che sembra essere non la televisione degli italiani ma dei politici. La parentesi secondo molti più cupa è quella della direzione Minzolini al TG1: in quel periodo la parzialità del telegiornale sprofonda quasi nel ridicolo, fino all’omissione di alcune notizie o di alcuni dettagli fondamentali. E’ il periodo degli editoriali di Minzolini che non scioccano in quanto tali (la tradizione era stata iniziata dal suo predecessore Gianni Riotta) ma per il contenuto eccessivamente di parte.
L’omologazione di RAI e Mediaset in chiave filogovernativa ha però favorito la comparsa di realtà nuove che sono andate a soddisfare il bisogno inespresso di un’informazione meno faziosa: è il caso di SKY Italia e del TG di La7 condotto da Enrico Mentana.
L’ultima parte del libro è dedicata a Internet: sono citati i blog più importanti del panorama italiano da Piovono Rane, a Linkiesta e Lettera43. In molti casi la considerazione è che si tratti di eccellenti start-up alle prese con difficoltà enormi per riuscire a stabilizzarsi sul piano economico.
Il merito più grande dei blog, in Italia come altrove, risiede comunque nel tentativo di rompere con i vecchi modelli di giornalismo. Questo è vero soprattutto con riferimento al giornalismo economico-finanziario che nel nostro Paese non è caratterizzata da una particolare imparzialità. Casi esemplari sono Noise from America e La Voce anche se riguardano nicchie di mercato.
In conclusione, Eserciti di carta è un libro adatto a chiunque voglia approfondire il legame tra politica e media nel nostro Paese. Tra la crisi della carta stampata e il diffondersi virale della Rete è certo che, come nelle altre democrazie occidentali, il mondo dell’informazione in Italia stia già vivendo un processo di cambiamento inarrestabile. Sta al giornalista, dicono Giugliano e Lloyd, non guardare con troppa malinconia al passato e abbracciare finalmente il futuro. Un futuro che offre più opportunità che vicoli ciechi se si ha il coraggio di aprire gli occhi. 
Michele Archinà


Ferdinando Giugliano - John Lloyd
Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia 
Milano, Feltrinelli Editore, 2013, 283 pp.


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27 dicembre 2012

Spie e informazione: andare oltre l’apparenza



Oggi, nell’era di quella che lo stesso autore chiama “società dell’informazione”, sempre più diffusa è la convinzione di aver raggiunto il mito della completezza e dell’obiettività informativa. La possibilità per ognuno di noi di accedere facilmente e in pochi istanti a una moltitudine di notizie tramite i nuovi canali messi a disposizione dalla rete, ha permesso la diffusione dell’idea di aver eliminato censure e manipolazioni.
È però una realtà diversa quella che emerge dall’indagine di Aldo Giannuli che, nel suo libro Come i servizi segreti usano i media, racconta di come, anche oggi, i servizi segreti abbiano un ruolo decisivo nel processo informativo.
Ecco allora che la verità appare meno chiara di quel che credevamo e la realtà più lontana da noi. Per afferrarla occorre decriptare le notizie, imparando a leggere tra le righe per saperne riconoscere verità e manipolazioni. Dai grandi scenari di guerra alle piccole notizie di normale quotidianità, molti sono i modi con i quali i servizi segreti intervengono sui canali informativi. Per guidare l’opinione pubblica, le informazioni vengono continuamente mutate, ora amplificando ora nascondendo fatti ed eventi. E allora, tra detto e non detto, il lettore si trova a dover affinare gli strumenti a sua disposizione per comprendere ed elaborare la massa di informazioni con cui entra in contatto.
Sono proprio questi strumenti che l’autore vuole fornire, concentrando il suo sguardo sul ruolo che i servizi segreti hanno nel grande sistema comunicativo. Passo dopo passo,  Aldo Giannuli guida il lettore lungo tutto il percorso che attraversa la notizia prima di giungere a noi, mettendone in luce i diversi momenti e i diversi modi con i quali i servizi segreti agiscono sulle notizie.
Ecco quindi che emerge un intreccio che coinvolge intelligence e informazione che mette sotto controllo le nostre comunicazioni, monitorandole e analizzandole ed infine plasma le notizie in funzione dei propri interessi. Un mondo dove i servizi non sono solo “visti come i ghostwriters di parte di quel che leggiamo, ma [anche] come lettori o ascoltatori dei mezzi di informazione. […] Un consumatore sui generis” in quella che l’autore chiama OSINT (letteralmente Open Source Intelligence, studio delle fonti aperte)  e che definisce come “la più recente delle discipline dell’intelligence”.
Una ragnatela di rapporti che il docente alla Statale di Milano, consulente delle commissioni parlamentari d'inchiesta sulle stragi e sull'affare Mitrokhin oltre che consulente giudiziario in vari processi fra i quali quelli di piazza Fontana e piazza della Loggia a Brescia, mette in luce esaminando attori e casi noti e meno noti della stampa recente. Ecco quindi apparire personaggi politici, fatti di cronaca nera, aziende e gruppi editoriali che tutti noi conosciamo ma che ora ci vengono mostrati sotto una nuova luce.
Un libro scritto in maniera frizzante e veloce, capace con la sua meticolosa e a volte pignola attenzione ai dettagli, di guidarti nel tortuoso percorso che la notizia fa dalla sua origine al consumatore finale, il lettore. Un indispensabile manuale di istruzioni, sia per i molti complottisti della nostra epoca sia per i semplici cittadini che vogliono informarsi, per imparare a smontare le notizie e riuscire così a distinguerne le diverse parti che la compongono e ricavarne importanti informazioni.
Mirko Auteri
 
Aldo Giannuli
Come i servizi segreti usano i media.
Con quali tecniche l'intelligence influenza e interpreta l'informazione?
Firenze, Ponte delle Grazie, 2012, pp. 240.

*link al sito di  Aldo Giannulli

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06 dicembre 2012

In libreria


Miriam Mafai
Una vita, quasi due
a cura di Sara Scalia
Milano, Rizzoli, 2012, 270 pp.
Descrizione
“Sono nata sotto il segno felice del disordine.” È l’incipit di una vita, quella di Miriam Mafai, che avrebbe conosciuto molti colpi di scena, in decenni tormentati della storia europea: le persecuzioni razziali, la guerra mondiale, la Resistenza, la parabola grandiosa e tragica del comunismo fino allo sgretolarsi di quella potente illusione. Miriam era nata in una famiglia di artisti: pittore il padre, Mario Mafai, pittrice e scultrice la madre, Antonietta Raphaël, ebrea fuggita dai pogrom della Lituania e giunta in Italia dall’Inghilterra. Visse gli anni terribili dei bombardamenti a Genova e dell’occupazione nazista a Roma, durante la quale assieme alla sorella distribuiva clandestinamente “l’Unità”. Nel dopoguerra la passione fortissima – prima civile e solo in un secondo tempo politica – che ispirò molti della sua generazione la portò a proseguire la militanza come funzionaria del Pci in Abruzzo e assessore comunale a Pescara. Poi gli eventi del 1956, le rivelazioni del XX Congresso del Pcus, l’invasione dell’Ungheria, e il suo trasferimento a Parigi, per cominciare una nuova pagina della sua esistenza. Purtroppo, questo appassionante racconto di una donna e di un secolo si interrompe qui. L’autobiografia che per anni Miriam si era rifiutata di scrivere, e a cui aveva messo mano solo negli ultimi tempi, con impegno crescente e incalzata dalla malattia, non sarà mai terminata. La morte le ha impedito di narrarci la sua seconda vita, quella da giornalista. Ma il libro che leggiamo oggi, a cura della figlia Sara Scalia, ci restituisce lo sguardo penetrante di una bambina, poi di una ragazza e infine di una donna non comune, ostinata e coraggiosa, sul dipanarsi della storia: il lascito più prezioso ed emozionante di un’autrice amatissima.
*il libro è disponibile anche in formato e-book.
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13 novembre 2012

Se noi siamo choosy ....

In questo paese la confusione regna sovrana. Ieri leggendo sul "Manifesto" l'intervento di Alessandro Robecchi ho pensato a qualche hanno fa, quando venni in Italia e iniziai a cercare un lavoretto per pagarmi gli studi. Diversamente da altri miei coetanei, non scartai a priori l'idea di fare le pulizie. Avevo dei sogni e sebbene mi rendessi conto che lavorare per un'impresa di pulizie non sarebbe bastato a realizzarli, era pur sempre un inizio. Inviai il curriculum. Al colloquio la prima e unica domanda che mi posero fu: Ha qualche esperienza di pulizie? Noi cerchiamo gente con esperienza nel pulire le scale di un piccolo condominio.
 Risposi che nel condominio in cui vivevo le pulizie si facevano a rotazione tra i condomini e che quindi una piccola esperienza l'avevo. Non bastò a convincerli.
 Lasciai la casa dei miei genitori a 20 anni col desiderio di rendermi indipendente. Non sono stata né una bambocciona, né choosy (non che ci sia nulla di male) I sogni però sono cambiati, si sono ridimensionati.
 E' vero che molti giovani e anche meno giovani non vogliono più "abbassarsi" a svolgere mansioni definite umili, ma è anche vero che quando capita che un giovane decida di fare il carpentiere gli si sbatte la porta in faccia per quella strana idea che un giovane italiano andrebbe pagato di più rispetto a un giovane marocchino o che un italiano potrebbe avere il "ghiribizzo" di chiedere un contratto in regola, mentre uno straniero no.
Si parla tanto dei giovani e del loro futuro, ma sembra che per lo stato studenti, laureati o diplomati siano solo un bambino petulante e che l'unica soluzione possibile sia quella di porre fine al capriccio infantile con un secco "NO" e un castigo. E non sapendo come giustificare la situazione si ripiega sui sensi di colpa, non i "loro", bensì i nostri.
 Dobbiamo sentirci in colpa per aver sognato, desiderato, sperato? Sembrerebbe proprio di sì. Perchè se vogliamo un lavoro dobbiamo studiare. E dopo? Dopo lo studio bisogna accumulare esperienza. E qui si apre il baratro che inghiotte indiscriminatamente chiunque provi a farsi questa benedetta esperienza. E alla fine dei conti se non riusciamo ad arrivare alla fine del mese è solo colpa nostra e delle nostre scelte sbagliate.
 E quindi cosa resta? Restiamo noi con i nostri sogni. Grandi o piccoli non importa, con un pò di coraggio diventeranno un sasso da scagliare contro Golia.
 Tendiamo al negativo, questo è vero, ma se decidiamo di proseguire gli studi, nonostante l'ambiente che ci circonda sia sfavorevole, evidentemente una piccola parte dentro di noi sogna ancora ed è convinta non sia tempo perso.
Vania Imbrogiano
 
* a proposito di Alessandro Robecchi, Laureati al capolinea, "il Manifesto", 12 nov. 2012 (rubrica Voi siete qui).
 

26 ottobre 2012

I giovani “choosy”

La monotonia del posto fisso e la decadenza giuridica del lavoro: ovvero il governo dei non-retori

Se si dovesse consegnare un “pagellino” di valutazione pseudo-scolastica agli attuali inquilini di Palazzo Chigi, la sezione “retorica/dialettica/espressività” riceverebbe una bella insufficienza, con tanto di biasimo da parte della commissione giudicatrice. Ebbene, in questi quasi dodici mesi di governo tecnico Monti e compari hanno fatto pressoché di tutto per smuovere l’opinione pubblica (peraltro neanche troppo tenera nei loro confronti) con trovate, pensieri, riflessioni, dichiarazioni e battute a dir poco sconvolgenti e scioccanti, sentenze da far rabbrividire persino il peggiore degli imbonitori. Mattatori per eccellenza di questo delirio comunicativo sono stati il premier e la solita Elsa Fornero: a loro, difatti, va attribuita la teoria dell’impiego fisso monotono e il postulato del dinamismo del precariato, il nuovo scandaloso assioma giuridico del lavoro come non-diritto (presentato in anteprima in un’intervista all’Economist) e, ultimo in ordine di pronunciamento, la condanna inquisitoria dei giovani italiani, definiti con un pizzico di inappropriata estero-anglofilia, choosy, ovvero “schizzinosi” e capricciosi di fronte a un mercato del lavoro elastico, flessibile e in perenne movimento che non permette scelte discrezionali e arbitrarie. Insomma, il consesso ministeriale post-Berlusconismo è sempre più una desolante miniera di illazioni, offese, parole confuse, vilipendi, fraintendimenti, minacce velate e demagogia di terza scelta e le dovute conseguenze di questi atteggiamenti retorici, ovvero la moltitudine di indignati – specie giovani – che affollano le bacheche dei network sociali con violenti contro-insulti al mittente, dimostrano che questo Governo, già aspramente criticato per i cospicui tagli, il pressing fiscale e le varie ghigliottinate al sistema degli enti locali, non sappia neanche parlare ed esprimersi correttamente, perlomeno con una terminologia adeguata a rapportarsi con l’odierno complesso contesto sociale. Fallimento professionale di portavoce, addetti stampa, manager della comunicazione e filosofi-retori al servizio del sovrano? Chi può dirlo.
Le carenze espressive di Monti, Fornero & co. non sono tuttavia uno strumento subdolo e velato per mobilitare, facendola infuriare e scatenare uno tsunami di tweet, share, post e creazioni artistico-grafiche di protesta, l’opinione pubblica, né rappresentano la metamorfosi verbale delle loro teorie. Chi mai avrebbe il coraggio di affermare, intenzionalmente e consapevolmente, che il lavoro non è un diritto? Quale sarebbe l’individuo capace di bollare impietosamente come “schizzinosi” (oppure, à la mode anglaise, choosy) una moltitudine di under-30, fra cui brillanti laureati, ingegnosi dottori, elastici freelance e menti raffinate, impantanati nel baratro della disoccupazione e del precariato? E fatemi il nome del politico di turno fermamente convinto della monotonia del posto fisso e della necessità di una migrazione professionale da un impiego all’altro. Nessuno, infatti. Nessuno.
La questione è invece più semplice. Presidente e ministri sono solo pessimi retori, scarsi parlatori, latori di un’espressività verbale carente, inadeguata, ambigua e aperta alle più svariate interpretazioni. Il chiosare che “il lavoro non è un diritto” indica la mancanza – in questo caso della sig.ra Fornero – di chiarezza nella stesura di un discorso ben più articolato e argomentato, mal riassumibile nella forma base soggetto-verbo-complemento, l’accoppiata posto fisso monotono e precariato “divertente” suggerisce d’altro canto un maldestro tentativo di soffocamento degli allarmismi e delle preoccupazioni sociali, come pure il “famigerato” choosy tenta (senza successo) la strada anglofila (e modaiola) della mitigazione linguistica di un concetto considerato poco assimilabile se espresso nell’idioma nazionale.
Dunque, dobbiamo ancora inorridire di fronte a un Governo poco cauto persino nel risolvere problematiche unicamente orali e retoriche? L’unica soluzione è forse l’attesa di un nuovo esecutivo capace almeno di parlare bene e di esprimersi correttamente, notabili che possano dimostrare – in mancanza di altre doti – il minimo senso della lingua, il suo utilizzo e le sue strategie. Anche con l’ausilio di pratici manuali consultativi per demagoghi principianti.
Paolo Giorcelli
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18 ottobre 2012

L’epopea Renzi-Grillo: nuova politica o nuovo inganno?


I sondaggi, seppur considerati una bandiera fondamentale per le tendenze plebiscitarie-populistiche dell’attuale sistema politico, risultano spesso solo parzialmente indicativi della situazione che vanno discorrendo, si arrogano una valenza di empirismo analitico giammai infallibile e cercano in tutti i modi di pre-mobilitare l’elettorato molti mesi prima delle consultazioni alle urne. L’opinione pubblica è ormai sommersa di percentuali, catalogazioni, numeri, cifre e (dis)ordinate classificazioni utili a manipolare e uniformare un’opinione pubblica di per sé già confusa e incerta, “sballottata” dai timori circa il prosieguo della crisi economico-finanziaria. Questo carrozzone pseudo-statistico continua nel suo atto di “seviziare” una società che si sarebbe dovuta (e dovrebbe) emanciparsi con le tendenze anti-massa dei new media e delle reti virtuali ma che purtroppo risulta ancora vulnerabile al populismo della vecchia e desueta mass communication di inizio Seconda Repubblica.
Nonostante ciò, esistono sondaggi, statistiche, percentuali e classificazioni “ben fatti” e particolarmente utili nel rappresentare – seppur semplicisticamente – i troppi vizi e le poche virtù di un antiquato sistema politico vacillante ma non sconfitto. Al riguardo, ho consultato con interesse e viva curiosità un sondaggio pubblicato lunedì 15 ottobre sul Fatto Quotidiano – un foglio che per la sua particolare conformazione ideologica, etica ed anche imprenditoriale è sinonimo del cosiddetto “buon giornalismo” d’opinione e di critica editoriale – ed eseguito da Demoskopea. L’analisi verteva sull’odierna (mala)salubrità della politica italiana, la fiducia popolare verso le istituzioni democratiche, lo stato d’animo della cittadinanza nei confronti della leadership, le intenzioni di voto e non-voto e soprattutto i personaggi-chiave di una millantata “nuova politica” che a mio parere è tutt’altro che nuova.
Tralasciando, pur non intenzionalmente, l’impietoso quadretto dello sfacelo del sistema governativo-istituzionale nostrano (spicca il calo della fiducia nei confronti dei poteri classici e il terrificante 89% di rabbia, pessimismo e rassegnazione concretizzatosi in una larga fetta di elettorato abulico, indeciso e/o intenzionato a non partecipare alla prossimo cambio di legislazione), la mia attenzione si è orientata al capitolo “personaggi nella nuova politica”, ovvero a quei candidati leader rappresentativi della transizione dal berlusconismo al post-berlusconismo attualmente nelle opinabili mani del governo tecnico Monti. Scrutando la classifica a mo’ di “countdown”, si posizionano nelle parti basse Nichi Vendola e Antonio Di Pietro (il primo è considerato una “matricola” nel guazzabuglio della leadeship nazionale, il secondo risulta maggiormente “allenato” nella “palestra” romana, anche per l’illustre passato da eroe di Tangentopoli), poi il mondo imprenditoriale/industriale con le figure carismatiche di Montezemolo e Marcegaglia; un pugno di percentuali in più invece per la squadra dei tecnici di Monti. La top-three è invece più accattivante: alla pedana più bassa del podio vi risiede la categoria dei “nessuno di questi”, mentre al secondo e al primo posto stanno rispettivamente Matteo Renzi e Beppe Grillo.
Figure controverse, chiaccheratissime e inflazionate, Renzi e Grillo – a detta degli intervistati – sarebbero coloro che incarnerebbero la “nuova politica”, gli eredi del post-berlusconismo, coloro in grado di spazzare via l’ondata truffaldina dei vari Belsito, Lusi e Fiorito alias “Batman” e di ristabilire l’onestà, il rigore e la salubrità economico-finanziaria ed anche etico-valoriale. Il sindaco di Firenze e l’ex comico genovese hanno peraltro parecchi obiettivi e caratteristiche comuni: l’odio verso la “vecchia politica”, il disprezzo dell’attuale classe dirigente tecnico-arcaica, la voglia di rivoluzionare il sistema dalla radice, la ricerca di un innovativo sistema di raccolta di consenso e di mobilitazione popolare attraverso i nuovi media, il tentativo di “laissez faire” antigerarchico ai membri più dinamici del proprio schieramento e così via.
La premiata coppia Renzi-Grillo – a mio parere – non rappresenta tuttavia quel vento rivoluzionario tanto acclamato dai sondaggi, né potrà essere veramente capace di spazzare via le velleità affaristiche della casta. Il primo, autodefinitosi “Rottamatore” per il suo acerrimo impegno nel “rottamare”, ossia far sloggiare, gli ottuagenari della politica e gli abituè in Parlamento, pare aver traviato le reali problematiche del Paese: ciò di cui necessita l’Italia non è esclusivamente una classe dirigente esclusivamente giovane e under-40 e, dunque, un radicale rinnovamento dei seggi parlamentari, ma invece il soverchiamento dei “modi di fare” della politica, il rinnovamento della moralità pubblica, il risanamento delle istituzioni e dei consigli dai vari “bricconi” e ladri, come pure la riqualificazione del sistema legale e legislativo volto a un maggiore controllo e la predisposizione di misure restrittive e punitive effettive, efficienti, efficaci e anche “dure”. Non bisogna dimenticare che nemmeno i “giovani”, cui Renzi tanto va acclamando, si sono esentati dal commettere reati e inganni in territorio pubblico-politico: esempio eclatante è il 24enne delfino del Carroccio Renzo Bossi, dimissionario dal Consiglio regionale della Lombardia in seguito allo scandalo Belsito (concernente gli assodati utilizzi privati illeciti di fondi della Lega Nord da parte di alcuni affiliati) e attualmente perseguito per diffamazione.
Il personaggio di Beppe Grillo è invece lo strumento esemplificativo di come la costruzione del consenso, dopo il trionfo del modello 2.0 alle amministrative e ai referendum del 2011, stia nuovamente rideclinando alla politica-spettacolo, alle scenografie di contorno e all’imbonimento di massa. Grillo è sì il migliore interprete e cavalcatore dell’onda di delusi e sfiduciati del post-berlusconismo, ma difficilmente riuscirà a vestire i panni dell’uomo della provvidenza in grado di salvare l’Italia dal baratro. In primis, la sua professione di comico, affabulatore e uomo di pungente e velenosa satira ha letteralmente pervaso - e anzi invaso - la proposta politica del personaggio e del relativo partito, il Movimento 5 Stelle, un partito che crede di interpretare le spinte e le necessità dell’italiano moderno e contemporaneamente si lascia andare a irreali proposte e favolistiche esternazioni pubbliche (si pensi, ad esempio, alla volontà di coniare una propria valuta nel comune di Parma di recente conquistato dai “grillini”, idea confrontabile per fattibilità e credibilità al più antico secessionismo leghista).
Ma Grillo va ben oltre l’irrealtà, l’utopia e il campanilismo finanziario. Negli ultimi giorni è balzata agli onori della cronaca l’ultima delle sue imprese, ovvero l’attraversamento a nuoto dello Stretto di Messina, gesto apotropaico che fungeva da anteprima della sua campagna elettorale in Sicilia. Non so voi, ma a me questo modo di far propaganda ricorda fin troppo i grandiosismi e l’esagerazione spettacolistica del periodo berlusconiano. Certo, il Cavaliere non cavalcava realmente i flutti agitati del Mar Mediterraneo (gli mancavano – e gli mancano – il fisico da nuotatore provetto), ma analogamente cavalcava l’entusiasmo dell’opinione pubblica attraverso show televisivi, parate, manifestazioni..., insomma la mostruosa macchina mediatica che noi tutti conosciamo. Grillo e Berlusconi, due facce che parrebbero agli antipodi, condividono anzi la medesima becera tendenza al populismo più efferato. Gli strumenti, peraltro, ci sono tutti: se Berlusconi aveva (e ha) il colosso multimediale Fininvest, Grillo può contare sul proprio dinamismo web e su quello degli adepti, attivissimi su Facebook, Twitter, Youtube e blog vari. Non occorre tuttavia in tale sede definire differenze ed eguaglianze fra il Cavaliere e il comico genovese; ciò che va rimarcato è la tendenza dei due a costruire belle cornici, mirabolanti scenografie di contorno e nel contempo tralasciare il succo, la sostanza, l’essenza centrale, principale dell’offerta politica: le attraversate a nuoto, gli insulti e le bestemmie di Grillo, come naturalmente il carro armato spettacolistico-mediatico di Berlusconi rappresentano unicamente una sorta di “oppio”, di “loto” da far ingoiare al popolo e nascondergli le reali manchevolezze e problematiche del Paese. E’ infatti più semplice ed efficace la buffonaggine, la giocosità e il perenne teatrino rispetto al serio impegno politico-sociale.
Ora, constatando tutto questo, siamo ancora sicuri che la coppia Renzi-Grillo possa essere elevata a simbolo concreto di un poco effettivo cambiamento politico? Probabilmente no, ma è sicuramente un toccasana per la stabile leadership di finti rottamatori e pseudo rottamandi poco intenzionata a lasciare le comode poltroncine romane e a concretizzare in fatti la fumosa fabbrica di demagogia e retorica da essi istituita, diretta e manipolata .
Paolo Giorcelli
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28 settembre 2012

In libreria

Ugo Intini
 «Avanti!» Un giornale, un'epoca
Roma, Ponte Sisto, 2012, 750 pp.
Descrizione
Il quotidiano del partito socialista, l’Avanti!, dal 1896 al 1993, è stato al centro della storia e spesso, più che raccontarla, l’ha fatta. I suoi direttori hanno infatti lasciato una impronta decisiva nelle istituzioni: da Bissolati a Mussolini, Gramsci, Nenni, Pertini e Craxi. I suoi collaboratori l’hanno lasciata nella letteratura, nel cinema, nel teatro e nell’arte. La vita dell’Avanti! viene raccontata ricostruendo anche gli ambienti, l’atmosfera e i caratteri. Una vita straordinariamente avventurosa, fatta di arresti, incendi, sparatorie con morti e feriti, ma anche di momenti esaltanti, come la vittoria nei referendum sulla Repubblica e sul divorzio, festeggiati da Nenni e Fortuna, i loro protagonisti, nella redazione che è stata il motore dei referendum stessi. L’autore, anche lui direttore dell’Avanti!, ha frequentato i suoi predecessori della seconda metà del ‘900. Aggiunge perciò alla ricostruzione storica aneddoti, particolari e testimonianze dirette, spesso inedite e destinate a far discutere. Specialmente in occasione del 120° anniversario del partito socialista, che si celebra nel 2012 con dibattiti e iniziative.
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29 giugno 2012

Fornero: “Il lavoro non è un diritto”. Trema la Costituzione


Non è una novità che il cosiddetto “sistema della casta” nostrano abbia più volte dimostrato notevole povertà espressiva e comunicativa, scarso interesse verso efficaci e puntuali strategie di interazione pubbliche e frequente propensione a “strafalcioni”, gaffes, errori e ridicolaggini morfologico-lessicali. I politici italiani hanno peraltro dato prova di saper assommare a cotante ristrettezze linguistiche un altrettanto curriculum di ignoranza sui temi di cultura generale; celebri sono state difatti le famigerate inchieste delle Iene di pochi anni fa: appollaiati dietro i cespugli di Montecitorio e Palazzo Madama, gli “incravattati” di Italia 1 infastidivano, muniti di quesiti di storia e geografia, deputati e senatori incapaci di rispondere correttamente. Nel 2012 la storia si sta clamorosamente ripetendo, peggio di prima.
Elsa Fornero, attuale reggente del dicastero del Lavoro e delle Politiche Sociali sotto l’egida del governo Monti, è una delle figure del cosiddetto “esecutivo tecnico” più criticate e meno sopportate dall’opinione pubblica. A parte le discutibili deliberazioni e scelte adottate durante il suo mandato, l’ atteggiamento accademico austero e intransigente, la precaria capacità nel comunicare efficacemente con un popolo che non ha eletto né lei né i suoi colleghi di Palazzo Chigi, nonché l’utilizzo di certe espressioni linguistiche (la celeberrima “paccata”) e comportamentali (le lacrime versate appena prima di annunciare agli italiani nuovi ed estenuanti sacrifici) poco affini al suo impegno socio-istituzionale hanno reso il ministro una personalità non proprio simpatica e piacevole agli occhi della cittadinanza ormai dedita a parodie, sberleffi e insulti che sarebbero persino in grado di superare per rabbia e intensità gli analoghi rivolti ai membri dell’ex governo Berlusconi.
Nonostante l’avversione del popolo, Elsa sembra voler superare se stessa: in un’ intervista al "Wall Street Journal", il ministro ha osato affermare che “il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”. Tralasciando la valanga reazionaria degli utenti Facebook e Twitter, da sempre in guerra contro la vacua dialettica ministeriale e parlamentare, di fronte a siffatte parole alcune domande sorgono spontanee: com’è possibile che l’occupante di un dicastero statale, docente presso l’Università di Torino, soggetto che dovrebbe masticare pane e giurisprudenza ogni giorno a colazione, pranzo e cena pronunci certe insinuazioni? Perché colei che ha in mano il destino (poco felice) di un paese sull’orlo della rivoluzione popolare non è a (perfetta) conoscenza del fulcro della “sacra” Costituzione italiana?
Articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; Articolo 4: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”.
Due disposizioni che reggono, a mo’ del mitologico Atlante, l’intero dettato costituzionale, giammai sottoponibili ad un eventuale processo di revisione del Testo fondamentale, frutto del faticoso e sudato lavoro dei Padri Costituenti succeduti a vent’anni di terrore, di cui a cinque di morte, devastazione, dominazione straniera, Auschwitz e Marzabotto.
Consultando le stime tutt’altro che incoraggianti dell’occupazione giovanile (under 30 perlopiù senza impiego e ancora accasati dai genitori, laureati con 110 e lode in fuga verso mete più soddisfacenti e meglio remunerabili) e alla questione esodati e disoccupati, le parole del ministro Fornero rappresentano un nuovo, doloroso schiaffo alla dignità di cittadino italiano, cittadino vessato dall’onnipresente e onnipotente clientelismo, dal predominio delle grandi poltrone, dagli sberleffi di chi ha trovato una lucrosa e dignitosa sistemazione in un’altra era e non si rende conto che i giochi sono cambiati, e non a suo sfavore. Sarà inutile, pertanto, modificare quel benedetto articolo 18 di cui la signora Elsa va tanto discorrendo: è l’intera Costituzione a procedere verso il baratro dell’inutilità e dell’anacronismo, non il singolo disposto.
Paolo Giorcelli

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