Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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12 febbraio 2020

In libreria


Irene Gambacorti - Gabriele Paolini 
Scontri di carta e di spada 
Il duello nell’Italia unita tra storia e letteratura
Pacini editore, Pisa, 2019, pp. 368.

Descrizione
Nei decenni successivi all’Unità, in controtendenza con quanto accade nel resto d’Europa, il ricorso al duello in Italia si intensifica e si diffonde, trovando legittimazione culturale e ampia eco mediatica.
Il volume intende studiare alcuni momenti e aspetti della storia dimenticata di questa “istituzione” che, fondata su leggi cavalleresche e codici d’onore di antica tradizione, resiste fino al Ventennio fascista, fornendo a lungo alla nuova classe dirigente miti e riti identitari, che trovano frequente espressione in letteratura e teatro. Nella parte storica il volume si concentra su ragioni, contesto e modalità della pratica del duello, con particolare riguardo alla sua diffusione in ambito politico e giornalistico. Nella parte letteraria si esaminano modi e significato della presenza del tema del duello nella narrativa e nel teatro, ricostruendo anche alcune vertenze originate da polemiche letterarie.

*Link all'Indice del libro
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02 agosto 2019

In libreria

Claudia Fusani 
"Il tuo nome sarà Irene". Il romanzo della vita di Irene Brin
 All Around,  Roma, 2019, pp. 384.
Descrizione
Irene Brin, (1911-1969), maestra di stile e di bon ton, come giornalista adottò vari pseudonimi: Marlene, Oriane, Mariù, Maria Del Corso, Geraldina Tron, Clara Radjanny von Schewitch e, soprattutto, Contessa Clara e Irene Brin. Con la sua scrittura brillante e inconfondibile rivoluzionò il linguaggio paludato e depressivo delle testate italiane dell'epoca, prima interprete del cosiddetto "giornalismo di costume". Ruolo che le rimase sempre stretto. Per fare l'inviata di guerra e Esteri dovette assumere vari pseudonimi dribblando la censura del fascismo. Dopo un paio di generazioni, la sua lezione aprì la strada al lavori di Lietta Tornabuoni, Camilla Cederna, Natalia Aspesi e Oriana Fallaci. Con il marito Gaspero Del Corso fece della galleria L'Obelisco a Roma il  luogo dei debutti dei più rivoluzionari artisti a cavallo degli anni 40 e 50, da Vespignani a Burri, da Calder a Rauschenberg. Maestra di stile e di bon ton, aprì la strada alla moda italiana nel mondo.

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09 febbraio 2017

Dieta vegana: moda o alimentazione consapevole?



Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un incremento significativo delle persone che cambiano stile di vita e adottano un’alimentazione vegetariana o vegana. Alcuni parlano di moda: forse in qualche caso è così, ma nella maggioranza dei casi chi sceglie questo cambiamento e mantiene nel tempo questa decisione è consapevole di tutti i benefici che apporta. Benefici che partono dal benessere individuale della persona, ma che arrivano ad incidere sull’impatto ambientale che l’uomo ha sul pianeta. Partiamo da una riflessione: gran parte delle malattie che portano mortalità in Occidente sono legate ad un’alimentazione sbagliata, pensiamo ad esempio alle malattie cardiovascolari. In senso strettamente salutistico, in realtà, basterebbe ridurre il consumo di carne e derivati animali per evitare l’insorgenza di questi disturbi. Ma non è solo questo il punto: con l’avvento del consumismo, si è sviluppato un sistema di sfruttamento degli animali inimmaginabile. Sono poche, ma ci sono testimonianze che documentano le condizioni in cui vengono tenuti gli animali “da macello” e probabilmente se la gente le conoscesse, solo per questo motivo, cambierebbe qualcosa. Gran parte della terra coltivata sull’intero pianeta è destinata ad allevamenti o a colture per sfamare il bestiame che deve arrivare sulle nostre tavole; tantissime terre del sud del mondo sono utilizzate per le coltivazioni di soia, da portare agli allevamenti, e tolgono risorse preziose alle popolazioni più bisognose. Insomma, le motivazioni per attuare anche solo un piccolo cambiamento nella nostra vita di tutti i giorni sono tantissime. Il passo fondamentale è informarsi e oggi abbiamo tante opportunità per farlo. Non teniamo la testa sotto la sabbia.
Elena Arata

07 febbraio 2017

Fermi tutti, arriva il Festival


Chissà se nel lontano 1950 Angelo Amato e Angelo Nizza, inventori del festival della canzone italiana, hanno pensato che un giorno proprio la loro creazione avrebbe bloccato un’intera nazione. Già perché, come ormai accade da lungo tempo, anche quest’anno è arrivato il tanto atteso Festival di Sanremo, un evento dalla portata mediatica eccezionale e probabilmente inarrivabile su scala nazionale che ferma, immobilizza, cattura l’attenzione di tutta l’Italia, Italia che per una settimana circa trasferisce il suo cuore pulsante nella piccola cittadina rivierasca. Volente o nolente l’argomento Festival si prende il primato nella sua settimana, solitamente a metà febbraio, ed entra in maniera importante in tutti i media. Dalla radio ovviamente, alla televisione, in parte ai giornali e a Internet che vede nei blog e nei moderni social  fabbriche di commenti e di opinioni su Sanremo e tutto ciò che gli ruota attorno. Per questi cinque giorni nel nostro Paese la crisi sembra scomparire, i compensi milionari percepiti da presentatori e vallette fanno scalpore fino a un certo punto, la tragedia di Rigopiano è quasi dimenticata, Renzi e la Raggi sostituiti da Conti e dalla De Filippi tutto si focalizza sul Festival, che diventa principale fonte di notizia. La manifestazione canora mobilita milioni di persone davanti allo schermo, registra ascolti impensabili per il resto della stagione televisiva tutti pronti per i 20 big. I cantanti in gara insomma, molte volte ex concorrenti di talent show o vecchie glorie della musica italiana, mai o molto difficilmente voci di prim’ordine. Eppure in questa settimana è il Festival la grande attrazione, come se la maggioranza degli italiani decidesse di prendersi una pausa, una vacanza dalla propria vita difficile e si mettesse lì seduta sul divano a guardare l’evento dell’anno. Quando c’è Sanremo tutto passa in secondo piano il protagonista è il Festival c’è poco da fare e a chi si chiede il perché, vien da rispondere con l’ormai celebre jingle: perché Sanremo è Sanremo.
Lorenzo Bonsignorio

12 gennaio 2017

Violenza di genere

Un tema tristemente attuale quello della violenza sulle donne, una riflessione doverosa proprio in questi giorni che hanno visto realizzarsi due terribili fatti simili, uno un giorno dopo l’altro.
Martedì  10 gennaio 2017, Messina, una giovane ragazze di ventidue anni  viene sfregiata nel corpo dal suo ex fidanzato che dopo averla cosparsa di benzine la dà alle fiamme.
Mercoledì  11 gennaio 2017,oggi,Rimini,una giovane ragazza di ventotto anni viene sfregiata nella faccia dal suo ex compagno che le ha tirato nel volto dell’acido rischiando di farle perdere la vista.
Due ragazze, due vittime della gratuità crudeltà maschile, per fortuna ancora vive, ma segnate per sempre da una ferita indelebile.
Due reazioni diverse: la prima ragazza difende il suo carnefice e nega l’accaduto gridando a gran voce: ’Non è stato lui! ’,mentre la seconda lo denuncia.
La violenza sulle donne è un problema reale ,attuale, è un problema criminale tanto quanto culturale dovuto forse alla diseguaglianza del rapporto tra uomo e donna nella costruzione dell’identità maschile.
E’ un problema enorme e dilagante dovuto probabilmente anche al ritardo che il diritto italiano ha impiegato a ritenerlo tale, a considerarlo reato; basti pensare che il femminicidio è stato per molto tempo considerato delitto d’onore per punire le condotte disonorevoli delle donne e poteva godere delle attenuanti del Codice Rocco.
Nel 1981 si è passati a considerarlo come delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, ma bisogna aspettare il 1996 perché la violenza sessuale sia riconosciuta come reato contro la persona, il 2009 perché siano puniti atti persecutori come lo stalking.
In Italia la violenza di genere è la principale causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni e proprio per questo bisogna parlarne, trovare soluzioni, promuovere le associazioni che aiutano le donne vittime di violenza , denunciare e non avere paura, stilare leggi severe per punire questi reati in modo che passi la voglia alla razza maschile di dimostrare la loro superiorità utilizzando la forza.
Forse nell’ambito giornalistico e dell’informazione si potrebbero raccontare le notizie in modo corretto e non distorcere le notizie usando termini inappropriati come ‘raptus di gelosia’ o l’ha uccisa perché l’amava troppo’, facendo trasparire una sorta di giustificazione o un’attenuante per quanto riguarda gli assassini o gli aggressori, e una colpa implicita nelle vittime, ma chiamando le cose con il proprio nome.
Le vittime vanno difese e non accusate.
Elena Sacchelli

04 luglio 2014

In libreria

 Jon Agar
Sempre in contatto
Storia sociale del telefono cellulare

Bari, Dedalo, 2014, 240 pp.

Descrizione
È innegabile: ormai il cellulare rappresenta un’estensione di chi lo possiede. Oltre a garantire un contatto costante con le persone che conosciamo, ci fa sentire partecipi del mondo, soprattutto da quando è diventato smartphone e ha fatto sue le caratteristiche un tempo esclusive dei computer. Grazie a uno stile fresco e scorrevole e a una spiccata capacità di analisi, Jon Agar ci conduce con disinvoltura attraverso le tappe della storia del telefonino, svelandoci i retroscena interessanti e curiosi della tecnologia dei dispositivi mobili. Dal telegrafo senza fili di Marconi alla svolta epocale del­l’iPhone, dal ruolo del telefono cellulare nella storia del cinema agli scandali delle intercettazioni, l’autore offre un’acuta riflessione su un fenomeno tecnologico e sociale che ci riguarda tutti da vicino.

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20 maggio 2014

Vivere nel mondo digitale


 
Ognuno dei capitoli del libro La nuova era digitale  è un viaggio nel futuro: futuro dell’identità, della cittadinanza, dell’informazione, degli Stati, della rivoluzione, del terrorismo, dei conflitti, del combattimento, degli interventi armati e infine della ricostruzione. Basterebbe leggere l’indice per capire il viaggio che stiamo per affrontare, presi per mano dal Presidente esecutivo di Google, Eric Schmidt e dal Direttore di Google Ideas, Jared Cohen. Un libro che parla di nuove tecnologie, di un futuro da immaginare, un futuro che gli autori descrivono evidenziando gli aspetti positivi ma anche i pericoli che incontreremo durante il tragitto.
 "Presto chiunque sulla terra sarà connesso", è con questa affermazione che inizia un percorso ricco di domande alle quali gli autori cercano di rispondere proponendo anche il pensiero di Julian Assange, Henry Kissinger, presidenti e primi ministri di paesi di tutto il mondo. Come cambierà la vita di ogni giorno? Come difenderemo la nostra identità? Come cambieranno le guerre? Quali saranno i nuovi strumenti utilizzati? Il terrorismo sarà facilitato dalla tecnologia? Come sarà la ricostruzione dopo una guerra cibernetica? 
Immaginiamo la nostra vita in un mondo nel quale la maggior parte della popolazione potrà accedere alla rete, dove anche gli abitanti dei paesi in via di sviluppo saranno dotati di smartphone acquistati con meno di 20 dollari. I vantaggi in termini di produttività saranno evidenti soprattutto in queste realtà. Il futuro ci condurrà in un’epoca di scelte e possibilità senza limiti, tutti saremo interconnessi e le informazioni saranno sempre reperibili. Ci sarà un registro di tutte le attività online. Ogni generazione futura produrrà e consumerà più informazioni della precedente. Accadrà anche che alcuni stati avranno meno disponibilità economiche, tutti trarranno beneficio dalla connettività ma non in maniera uniforme.
Le abitazioni saranno dotate di ogni confort elettronico, robot con controllo a distanza, nuovi software dotati di riconoscimenti vocali e gestuali anticiperanno ogni nostra esigenza. Robot microscopici all’interno del nostro organismo saranno il monitor quotidiano per la salute.
L’identità online sarà il bene più prezioso da proteggere. Nuove aziende si preoccuperanno della tutela della privacy o di assicurare la nostra identità.
Nasceranno nuovi stati virtuali, nuove guerre informatiche già definite le future "Guerre dei codici", guerre cibernetiche che potrebbero manifestarsi anche solo nel ciberspazio. Avremo l’era delle proteste digitali, dell’attivismo online. La connettività andrà anche a beneficio dei terroristi e degli estremisti. I governi autoritari si troveranno di fronte popolazioni più difficili da controllare, se vorranno perseguitare una certa minoranza, potranno semplicemente far sparire dalla rete i contenuti di quella comunità o infiltrarsi nell’organizzazione per controllarla. La permanenza dei dati on-line utilizzabili come prove renderanno più difficile per i violenti negare o minimizzare la portata dei loro crimini o le associazioni illegali.
La tecnologia favorirà anche la ricostruzione e sarà un aiuto per i paesi in crisi. La popolazione avrà più informazioni e potere e contribuirà a formare una società più solida e duratura.
Guardando al futuro, la sfida raccontata nelle pagine di questo libro a tratti può sembrarci visionaria, presto ci renderemo conto che il viaggio accelerato ed entusiasmante verso la nuova era digitale sarà più breve del previsto.


Silvia Della Rocca



Eric Schmidt e Jared Cohen
La nuova era digitale

La sfida del futuro per cittadini, imprese e nazioni 
Rizzoli ETAS, 2013, pp. 399.



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18 dicembre 2013

In libreria


Paola Maria Farina
 La rivista «Linus». Un caso editoriale lungo quasi mezzo secolo
Cargeghe (SS), Documenta, 2013, 149 pp.
Descrizione
Perché 'Linus'? Perché Linus, partner e antagonista di Charlie Brown, è un personaggio pieno di fantasia (anche 'grafica': disegna nell'aria!), è simpatico e ha un nome facile da dire e da ricordare". Con queste parole, tanto lievi quanto evocative, un gruppo di intellettuali animati dalla comune passione per i comics, tenne a battesimo a Milano nel 1965 la rivista mensile di fumetti e illustrazione "Linus". Da subito, un successo commerciale da oltre trentamila copie vendute. Da allora, un caso editoriale lungo quasi mezzo secolo. Paola Maria Farina ricostruisce la vicenda della testata ripercorrendone, sul filo della narrazione storica e cronachistica, ma anche memorialistica e aneddotica, il singolare percorso, dai pionieristici esordi con Giovanni Gandini e la libreria Milano Libri agli innovativi sviluppi con Oreste Del Buono e la Rizzoli, dall'interesse per la letteratura grafica all'impegno civile e sociale.
*link alla scheda di presentazione del libro sul sito della casa editrice Documenta.
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30 settembre 2013

In libreria

Francesca Sgorbati Bosi
Guida pettegola al Settecento francese
Palermo, Sellerio, 2013,  360 pp.   
(disponibile anche in formato e-book)
Descrizione
Il gossip, sostiene l'autrice di questo libro, è nato in Francia, nel Settecento illuminista. Inteso come sistema del pettegolezzo, cioè la maldicenza e l'indiscrezione inserite in una rete ben organizzata di informazione e comunicazione ad uso innocente o perverso della gente alla moda. Sia per sapere i segreti degli altri o inventarseli, sia per far parlare di sé comunque. Lo dimostra questa inchiesta tra le centinaia di rumors o di bruits che questo libro raccoglie, cataloga per argomento e inquadra il tempo nello spazio e nei protagonisti. Erano notizie brevissime e senza sottintesi, che venivano pubblicate in libretti e altre forme: Espions, Chroniques, Gazettes scandaleuses. Ed esistevano addirittura allora, come oggi le agenzie, bollettini specializzati che li rifornivano. La curiosità vivissima verso di loro tra il pubblico era accesa dal fatto che mancavano giornali, l'informazione non era libera né fluida, di contro alla novissima aria di libertà che circolava, soprattutto tra le donne. Non mancava a volte la volontà di colpire un avversario, in un'epoca in cui i canali istituzionali non
erano adeguati allo scopo (un po' come oggi i blog rispetto all'insufficienza della stampa e delle rappresentanze politiche). Toccano naturalmente tutti i campi, con preferenza per sesso potere carriera e gloria. E tutti gli ambienti interessanti, dalla corte in giù. Miniature in cui, come diceva Barbey D'Aurevilly, vi è più storia che in molte pagine di libri. Tracciate spesso e volentieri da grandi scrittori - anche Voltaire -, trasmettono ai posteri atmosfere e mentalità di una Parigi spietata-con-grazia, micro racconti da dove «il vizio non importa ma una figuraccia uccide».
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22 ottobre 2011

CiclisticaMente

“Vienna e Monaco hanno più piste ciclabili di tutte quelle dei nostri Comuni messi insieme”. Questa frase, apparsa appena pochi giorni fa su un articolo di Stefano Rodi pubblicato dal Corriere della sera, dovrebbe farci riflettere. Ebbene si, in Italia, nonostante i 30 milioni di biciclette presenti, si “fa fatica” a pedalare. Nel nostro Paese, come emerso da uno studio di Ipr, si predilige il velocipede nel fine settimana, relegandolo al ruolo di “passatempo” piuttosto che di mezzo di trasporto. Altri dati, infatti, rilevano che “in base ad una ricerca di Legambiente, dal 2000 al 2010, nonostante l'incremento delle piste ciclabili in Italia, il numero degli spostamenti in bicicletta in città è rimasto identico, fermo al 3,8%”. Che cosa fa sì che l’italiano medio non riesca ad intendere la bicicletta come utile, economico ed ecologico mezzo di trasporto di cui poter far uso sempre più, e non sempre meno? Innanzitutto, ciò che l’Italia non ha in comune con paesi tipo Vienna e Monaco è l’ingente presenza di piste ciclabili, di cui questi paesi possono ormai ben vantarsi.
La Germania, infatti, per gli amanti della bicicletta, è una specie di paradiso: la rete di piste ciclabili (lunghezza complessiva fuori dai centri urbani: 40.000 km), ben tenuta ed efficacemente segnalata, soddisfa svariate esigenze, permettendo a tutti i cittadini di viaggiare in bicicletta comodi e sicuri, spesso e volentieri anche con carrozzine apposite per avere sempre i bambini al seguito. Meraviglioso è, anche, vedere bambini alle prime armi con il nuovo mezzo fermi al semaforo ed educati perfettamente al traffico ciclistico/stradale. In Germania la bici è diventata una sorta di status symbol, usato sia come mezzo di trasporto che come vera e propria attività sportiva, nonché ludica. Questo può succedere grazie ad una offerta infrastrutturale assai ampia e articolata.
L’Italia, purtroppo, a dispetto di molti altri paesi Europei, e nonostante l’incremento delle sue piste ciclabili, non può permettersi di “gareggiare”, da questo punto di vista, con nessuno. L’Emilia Romagna detiene il primato italiano in termini di lunghezze ciclabili percorribili: dai 405 km del 2000 si è passati ai 1.031 del 2008, ma questi dati non bastano per consentire al nostro Paese di rivaleggiare, e per poter dimostrare che anche l’Italia è entrata, sempre per rimanere in tema, in pista. In Italia solo otto città hanno piste ciclabili percorribili per oltre 100 km. Mancanza di piste ciclabili significa mancanza di sicurezza, ma non solo, significa anche mancanza di praticità. Ragion per cui anche un mezzo utile, economico e pratico, come potrebbe ben definirsi la bicicletta, perde in Italia ogni sua qualifica primaria. Viaggiare in bicicletta, in Italia, viene visto quasi sempre come un'impresa, un’ardua impresa.
Di conseguenza, la cultura della bicicletta, piuttosto diffusa nel contesto europeo a tal punto da caratterizzare l'immagine di alcuni Paesi, risulta ben lontana dal caratterizzare l’immagine del Bel Paese. Ed è proprio sul concetto di cultura che vorrei focalizzare l’attenzione. Indipendentemente dalle strutture ciclistiche, dai mezzi a disposizione che l’uomo ha, è proprio di cultura che dobbiamo parlare. Che cosa distingue il nostro paese dalla maggior parte dei Paesi Europei? La risposta è molto semplice: in Italia manca la cultura della bicicletta. Il cittadino italiano, a differenza di un cittadino tedesco, olandese o via dicendo, ha ceduto il posto alla modernità, alla tecnologia, alla super velocità e alla comodità priva di fatica, e ha così etichettato la bicicletta, il più delle volte, come mezzo scomodo, poco pratico e facilmente rimpiazzabile. Non sono quindi le strutture ad allontanarci dalla bicicletta, ma la nostra cultura anticiclistica a farci allontanare le strutture e di conseguenza ad allontanarci dalla bicicletta. Così, mentre in Germania ci si prepara all’assai innovativa “autostrada per biciclette”, noi italiani, clacson alla mano, ci immergiamo nel traffico, nervosi ma soddisfatti delle nostre comode auto.
Barbara Morello

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13 ottobre 2011

La chef-mania

Da un po' di tempo a questa parte, il mondo della cucina si è aperto anche ai meno esperti.
Siamo stati coinvolti in un turbine di Gamberi rossi, guide Michelin e grandi cappelli bianchi che, inseriti in programmi televisivi, hanno fatto irruzione nel mondo comune.
Abbiamo riscoperto l'arte della cucina con tutto il suo fascino: sarà perchè ci è stata presentata con uno stile "modaiolo", sarà perchè siamo italiani e tutti questi riconoscimenti UNESCO ci riempono d'orgoglio, ma ormai la cucina interessa un po' tutti. Alcuni preferiscono restare spettatori e godere delle nuove, innumerevoli trasmissioni Tv, altri sono del tutto contagiati e si cimentano in piatti nuovi portando la nouvelle cousine fuori dai prestigiosi ristoranti francesi. Non è da sottovalutare quanto ha contribuito il fascino parigino della cucina, quella magia che avvolge una città che non deluderà mai e, poichè di magia si tratta, il connubio tra alta cucina e cartone animato, ha scatenato la scintilla che ha fatto sognare grandi e piccoli, avvicinandoli ad un mondo non più così lontano e meno circoscritto ai soli esperti. Il film di animazione Ratatuille, è il caso di dirlo, non ha affascinato solo i bambini. L'enogastronomia, di recente, sembra essere percepita come una moda che si è diramata su internet con la creazione di molti blog. Non resta da sperare che se proprio di moda si tratta, almeno non sia passeggera.
Sara Azza
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21 settembre 2011

In libreria

Daniela Brancati
Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia.
Una storia dal 1954 a oggi
Roma, Donzelli, 2011, pp. X +230.
Descrizione
Occhi di maschio è il primo tentativo di storia della televisione dal punto di vista dei vinti, cioè delle persone di buon gusto e di buon senso e delle donne. La tv, dominata dallo sguardo maschile, è stata ed è lo specchio dei desideri prevalenti dei maschi italiani. Desideri in principio palesi e dichiarabili, poi sempre più aggressivi e sfacciati. L’autrice è stata fra i protagonisti di questo mondo e ne scrive con aperta soggettività, con aneddoti e ricordi arricchiti dalle testimonianze di alcune persone che hanno contato nella tv italiana, delle quali a volte non si conserva neanche più il ricordo. A completare il volume un vasto dizionario biografico delle oltre ottocento donne che hanno fatto la nostra televisione e una cronologia comparata che mette a fronte l’Italia come era, le conquiste delle donne e l’evoluzione del mezzo televisivo. Infine, un’intervista esclusiva a Lorenza Lei, prima donna a ricoprire l’incarico di direttore generale della Rai. Come scrive Franco Cardini nella sua introduzione, «questo libro diverte, informa, chiarisce, qua e là stupisce. Daniela Brancati ci ha offerto una vera e propria storia della società italiana attraverso la Rai…».

*segnalato da C.S.

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18 marzo 2011

Tutti i particolari in cronaca? Una piccola riflessione

In questi giorni dominati dalla catastrofe giapponese, e dalla minaccia nucleare che ci tiene col fiato sospeso, vorrei condividere con voi una piccola riflessione di tutt'altro tenore, su un fatto che mi ha colpito.
Due giorni fa, mentre monitoravo il Correio da Manhã per la nostra rassegna stampa, all'interno della sezione Mundo mi sono imbattuta in un tipo di notizia che mi ha lasciato molto turbata, non per il fatto raccontato, purtroppo piuttosto comune in ogni parte del mondo (una ragazza violentata e uccisa in Brasile) ma per il taglio che si è scelto di dare alla notizia, una breve di 4 capoversi. 
 La cosa che inizialmente ha attratto la mia attenzione è stata l'immagine: un disegno che raffigurava in modo piuttosto realistico un'aggressione sessuale. Un tipo di immagine che sui nostri quotidiani è difficile trovare. Questo mi ha spinto a leggere, con l'aiuto del traduttore di Google, che uso abitualmente per fare la rassegna. Il breve articolo non lesina particolari crudi e usa un linguaggio estremamente diretto, per descrivere sevizie su cui, solitamente, almeno da noi, si usa sorvolare, anche perché nulla aggiungono al resoconto.
Ma l'immagine resta la cosa che mi ha colpito di più. E' di regola corredare un pezzo, qualsiasi pezzo, con una immagine. Accade per esempio che a commento di un articolo su uno stupro, si veda a volte una foto d'archivo che raffigura una giovane seduta con le braccia intorno alle ginocchia, i capelli a coprirle il volto, a rappresentare in modo astratto la violazione della femminilità di tutte le donne  che ogni giorno sono vittime della violenza. Non credevo invece possibile che un disegnatore arrivasse a ricostruire per un quotidiano la scena dell'aggressione, con tanto di particolari realistici: le mani dell'aggressore intorno al collo della vittima, la donna che urla, la camicetta aperta.
Mi sono chiesta il perché di una scelta di questo tipo, e il perché di questa diversa sensibilità tra i media portoghesi e i nostri. In fondo, si tratta di due realtà che dovrebbero avere diversi punti di contatto. Non sono riuscita per il momento a trovare una risposta. Voi che cosa ne pensate? Una ipotesi potrebbe essere che la contaminazione del mezzo televisivo rende assuefatti a questo tipo di immagini; il suo linguaggio, pervasivo, penetra anche nella carta stampata. E' questo che dobbiamo dare al telespettatore tipo, se vogliamo farlo diventare/rimanere lettore di quotidiani. 
Ma allora mi sono resa conto che viene a cadere un presupposto:  noi non siamo diversi dai portoghesi, a ben guardare. Che senso ha ritenerci superiori, con  i nostri plastici delle villette e le ricostruzioni sceneggiate degli interrogatori degli indagati per omicidio? Forse l’unica differenza è che – per il momento – da noi il peggio resta confinato nel teleschermo, ma è proprio così? 
Elisabetta Ferrando

20 agosto 2010

In libreria

Anna Tonelli
Stato e spettacolo. Pubblico e privato dagli anni 80 a oggi
Milano, Bruno Mondadori, 2010, 192 pp.
Scheda
Il rapporto tra pubblico e privato nella società contemporanea è un tema di forte attualità, ma sinora non è mai stato affrontato con un taglio storico. Lo fa per la prima volta questo volume, che analizza con sguardo acuto le origini e le modalità con cui la dimensione intima si è affermata sulla scena pubblica italiana, dagli anni Ottanta a oggi. Per scattare la fotografia di una società che celebra il trionfo del privato spettacolarizzandolo, l’autrice si sofferma su diversi, significativi fenomeni: dal culto del corpo alla febbre del sabato sera, dalle confessioni personali in radio o in Tv alle lettere ai giornali. E soprattutto dà spazio al privato esibito in politica, passando per i balli e i karaoke dei leader di partito, le storie d’amore degli esponenti del Pci e il “celodurismo” della Lega, per arrivare alle discussioni sull’aborto, sulle unioni civili e sul testamento biologico. Senza tralasciare i riferimenti all’attualità, con la trasformazione della politica e della società in un “reality show”.
*link all'Indice  del libro sul sito dell'editore.

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14 aprile 2010

Dietro ai formalismi...le idee

L’obbligo di indossare il grembiule a scuola, come sta avvenendo nel paesino vicino a Treviso, può sembrare buona cosa, ma dietro a “certi formalismi”a volte si celano le idee e convinzioni profonde.
Negli anni settanta, quando si cercava di riformare la scuola con l’introduzione dei decreti delegati e vivo era il dialogo pedagogico- didattico, molti insegnanti preferirono accogliere i loro alunni anche senza il grembiule tristemente nero con tanto di fiocco blu per i maschi e rosa per le femmine.
Stavano cambiando le modalità anche formali della scuola, molte aule si arricchivano di cartelloni colorati, si cominciava a dare importanza alle attività espressive e grafico pittoriche, si introduceva l’attività psicomotoria vista come attività per apprendere e usando la propria fisicità, ampio spazio era dato anche all’attività teatrale. Insomma nuove modalità per aiutare gli alunni a diventare i protagonisti dell’apprendimento, per aiutare i più deboli ad esprimere le proprie potenzialità.
Non era insolito iniziare l’attività puramente curriculare proponendo giochi di psicomotricità, oppure vedere bambini in cerchio seduti per terra che svolgevano attività ludiche o formative. Il tutto facilitava e rafforzava la relazione e creava un clima sereno e gioioso, più consono allo studio e all’apprendimento. In questo contesto il grembiule nero, per tutti uguale, era solo un fastidio, più facile indossare una tuta acquistata al mercato per potersi muovere con agilità.
Inoltre il grembiule nero ricordava a molti di noi l’uniforme usata nel periodo del fascismo e molti insegnanti (non tutti), in collaborazione con i genitori, optavano per un abbigliamento decoroso, ma personale e adatto alle attività che si svolgevano. Ora, è giusto non mostrare l’ombelico, come ho letto sui giornali e avere un abbigliamento decente a scuola, ma non vorrei che dietro all’obbligo del grembiule si celasse una mentalità retriva e riduttiva dell’insegnamento, un ritorno al passato che ora sembra proprio di moda, un segnale che unito ad altri, mi sconforta.
Valentina

08 marzo 2010

In libreria

Marcela Iacub
Dal buco della serratura. Una storia del pudore pubblico dal XIX al XXI secolo
Bari, Dedalo, 2010, 328 pp.

Dove finisce lo spazio pubblico e dove comincia quello privato? Cosa dobbiamo nascondere e cosa, invece, possiamo mostrare? La definizione dei confini tra individuo, società e Stato è una delle questioni problematiche che la società globale ha ereditato dalla modernità. Il sistematico sconfinamento del potere pubblico negli spazi privati è il frutto di una logica di potere attraverso cui il diritto ha diviso il mondo visibile da quello invisibile, il lecito dall’illecito. Lo spazio «fisico» è stato progressivamente delimitato da linee artificialmente tracciate. Queste frontiere, però, mobili e reversibili, sono state importanti zone di contestazione e di lotte e hanno condizionato e «normato» non solo gli spazi ma anche i corpi, i comportamenti, le pratiche fino a definire talune condotte anormali, devianti e malate. Su questo territorio Marcela Iacub rintraccia e analizza le politiche di definizione e produzione degli spazi e delle condotte sessuali – dal pudore pubblico al nudo artistico, dai reati di esibizione sessuale, alle pratiche omosessuali – invitandoci a riflettere sul legame tra sessualità e spazio pubblico.
*segnalato da C.S.

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25 febbraio 2010

Italia, amore mio

Dialogo (a senso unico, forse senza senso) sulla democrazia
Italia, amore mio, sei tu una monarchia fondata sul televoto quindi? Posso chiederti, Italia, come mai ti opponi a ogni opportunità? Ti spiego: io, sai, sono dell’estrema Liguria d’occidente e qui il Festival di Sanremo si segue. Ha vinto un amico di Maria come l’anno scorso… la conosci Maria no? Sì, conoscerai anche il pupo e il principe che sono arrivati secondi, e anche i due ragazzetti col bel viso, bella voce e, evidentemente, l’x-factor, che sono arrivati uno terzo tra i grandi e l’altro primo tra i giovani. Li conoscerai tutti sì, so che guardi tanta tivù. Ecco, leggevo Repubblica l’altro giorno… come cosa vuol dire? Ah vero, non leggi i giornali: no no, non sto cospirando (semmai sospirando), “repubblica” è solo il nome di un quotidiano, se vuoi anche una forma... vabé, non importa ora (so che non sei in forma). Allora, dicevo: ho letto un interessante intervento di Ilvo Diamanti che dice che «c'è il popolo informato e interessato, che corrisponde alla giuria popolare, selezionata da Ipsos (…) rappresentativa delle persone che acquistano musica (…) o comunque la conoscono e la ascoltano con regolarità. Sono elettori esperti. Poi, ci sono gli specialisti. I maestri orchestrali. Più che elettori interessati: veri e propri militanti. In grado di valutare le qualità dei concorrenti e della loro offerta. Le canzoni e i cantanti. I programmi e i candidati. Infine ci sono gli elettori disinteressati. Quelli che ascoltano la musica in modo disattento. Quando passa in tivù. Interessati ai personaggi più che alle canzoni. Non indifferenti alle qualità canore dei concorrenti, ma assai più attenti alla loro immagine e al loro appeal mediatico». Sono giorni questi sia di canzoni che di elezioni, sono giorni in cui si discute di come (e se) comunicare in regime… di par condicio. Sono stati anni in cui si è parlato di conflitto d’interessi, di sistema televisivo, di personalismo (a dire la verità di molte cose che finiscono in –ismo), di liste e lustrini, paillettes e pagliativi. Vedi, Italia, come è importante l’informazione? Più che l’informazione anzi, la comunicazione, avanzi solo avanzi. «Perché stupirsi o, peggio, scandalizzarsi, allora? Quando la televisione prende il sopravvento e la tivù diventa l'unica arena della competizione - musicale, ma anche politica - vince chi recita meglio la parte. Chi è più telegenico, chi è più conosciuto dal pubblico, chi dispone di consulenti e bravi e impresari potenti. È la democrazia del pubblico». Vedi, Italia, si parla ormai di pubblico, non più di popolo. La doppia “b” di “pubblico” ricorda, rafforza, più la “plebe” che non il “popolo”, vero? Tu non lo sai perché ancora non esistevi, eri a pezzi, ma già Eleonora Fonseca Pimentel, una giornalista di tre secoli fa (è morta per le sue idee, sai?), distingueva tra “plebe” e “popolo”. Il primo senza possibilità d’esprimersi e forse nemmeno pensante, il secondo alla ricerca d’espressione e desiderio d’esser pesante. Oggi c’è “il pubblico”: si esprime, pesa e forse non pensa. È la gente del televoto che vota la gente dal televolto. Capisci, Italia, come è importante la comunicazione. Cosa si vuol far sapere e cosa no, anzi: chi e come lo dice o non lo dice (duce, avanzi solo avanzi). A me il televolto fa paura, so che non esiste, ma Italia, il problema è che resiste. È più reale del reale. Virtualizzando la realtà, realizza la virtualità. Torniamo al Festival: hanno vinto tutti quei telecantanti che sanno usare meglio il teleschermo, quel telepubblico che sa usare meglio il televoto, che è peggio. Amici, pupi e principi, ragazzine e nonnette. Ma sono solo canzonette, Italia amore mio, tu, tu continua a ballare sotto le stelle.
Ma lascia che ti canti una canzone, quella di Simone Cristicchi (è arrivata tra gli ultimi al Festival, come quella di Malika Ayane, arrivati prima però per gli orchestrali, gli elettori specializzati):
La gente non ha voglia di pensare cose negative / la gente vuol godersi in pace le vacanze estive / Ci siamo rotti il pacco di sentire che tutto va male, della valanga di brutte notizie al telegiornale / C’è l’Italia paese di Santi, pochi idraulici e troppe badanti / C’è l’Italia paese della Liberté, Egalité e del Gioca Giuè! / C’è l’Italia s’è desta ma dipende dai punti di vista / C’è la crisi mondiale che avanza e i terremotati ancora in vacanza / Meno male che c’è Carla Bruni / Siamo fatti così - Sarkonò Sarkosì / Che bella Carla Bruni, se si parla di te il problema non c’è /io rido… io rido… / Ambarabàciccicoccò soldi e coca sul comò / C’è l’Italia dei video ricatti / c’è la nonna coi seni rifatti e vissero tutti felici e contenti, ma disinformati sui fatti / Osama è ancora latitante, l’ho visto ieri al ristorante! / Lo so che voi non mi credete / se sbaglio mi corigerete (...) La verità è come il vetro, che è trasparente se non è appannato, per nascondere quello che c’è dietro basta aprire bocca e dargli fiato! Io me la prendo con qualcuno / tu te la prendi con qualcuno / lui se la prende con qualcuno / E sbatte la testa contro il muro / Io me la prendo con qualcuno / tu te la prendi con qualcuno / lui se la prende con qualcuno /noi ce la prendiamo...
Alessandro Ferraro

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