Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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06 ottobre 2021

In libreria

 Carlo Verdelli
Acido. Cronache italiane anche brutali
Feltrinelli, Milano, 2021, pp. 304.

Descrizione
"Benvenuti nel nuovo mondo. Dalla galassia Gutenberg (1450) si è passati in un baleno alla galassia Zuckerberg, dominata dal padrone di Facebook (ma anche di Instagram e WhatsApp) e dagli altri quattro regni che la governano (Apple, Amazon, Microsoft e Google): tutti insieme, nel 2020, l'anno desertificato dalla pandemia, hanno visto crescere i loro profitti di oltre mille miliardi di dollari, il 5 per cento del Pil statunitense. Un salto di civiltà." L'editoria attraversa una fase di vertiginoso passaggio. In Italia nel 2000 si vendevano 6 milioni di quotidiani al giorno. A giugno del 2020 il totale era precipitato a 1 milione e 300mila. Tutto marcia verso il cloud, mentre la fisicità della carta, dei centri stampa, dei punti vendita e del corpo redazionale si smaterializza. È un riflesso del fenomeno sociale che determina la nostra epoca: una rivoluzione inarrestabile che ci trasforma in immigrati digitali, abitanti di un mondo dove vale soprattutto il qui e ora. Eppure, esiste ancora un modo di fare giornalismo che cerca, rovista, butta per aria le verità ufficiali, senza trascurare alcun dettaglio, anche a costo di essere brutali. Forse solo così si può davvero capire qualcosa delle vicende e delle persone che hanno fatto e fanno l'Italia. Da Enzo Tortora a Rosa e Olindo, da Alex Zanardi a Patrick Zaki, da Vallanzasca alla coppia dell'acido della Milano bene, Carlo Verdelli racconta la nostra storia in 40 pezzi scritti su carta (tutti tranne l'ultimo) e ci guida in una galleria ricchissima e tumultuosa di casi chiusi ma rimasti spesso irrisolti, di infaticabili lottatori e di luoghi impregnati di trame e di simboli. Una storia perturbante e irresistibile di chi siamo e del perché siamo diventati così.
"Nessuna nostalgia per come eravamo. Nessuna prevenzione su come saremo. Soltanto la speranza che, nel salto di specie, la debolezza dei vecchi giornali non si traduca in debolezza dei giornalisti e quindi del giornalismo."
Un mosaico di grandi cronache, affrontate col rigore del mestiere e animate da una passione umana e civile.
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19 luglio 2021

In libreria

Silvia Resta
Il giornalista partigiano. 
Conversazioni sul giornalismo con Massimo Rendina,
All Around, Roma,2021, pp. 160. 
Descrizione
Massimo Rendina, esponente della Resistenza e giornalista (Venezia, 4 gennaio 1920 – Roma, 8 febbraio 2015). 
Un’analisi senza sconti sullo stato del giornalismo italiano e sul sogno – naufragato in parte ­– di chi ha combattuto nella Resistenza per una stampa libera e indipendente. Dalla mancanza di un editore puro al controllo della politica, dalle pressioni dei gruppi di potere al conflitto di interessi: perché in Italia l’informazione soffre di un deficit di libertà. Un testamento sul mestiere di giornalista e sul suo ruolo di servizio pubblico, lasciato da uno degli eroi della Resistenza che fu primo direttore del telegiornale della Raie ne fu cacciato per disubbidienza alla politica.

*Link alla Prefazione 

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18 luglio 2019

Il cambiamento “normale” del giornalismo



Sergio Splendore è un docente di Communication Research e Sociologia della comunicazione all’Università degli Studi di Milano e visiting professor all’Ècole de Journalisme de Grenoble. Nel seguente libro si occupa di come cambia il mondo del giornalismo. Le nuove tecnologie hanno portato alla mutazione del modo di fare informazione e degli strumenti utilizzati. Tutto questo viene definito “ecologia dei media”. Ciò ha comportato un cambiamento anche nel lavoro del giornalista, che si distacca inevitabilmente dalle modalità “tradizionali”.
La trasformazione avviene soprattutto a partire dagli anni 2000. Infatti l’autore riporta come avvenimento divisorio, tra la “vecchia” tradizione e le nuove modalità, il discorso di R. Murdoch del 2005. Le parole dell’imprenditore americano vanno dritte al punto: i giornalisti inizialmente disprezzavano il web ma, furono costretti ad adeguarsi ed avvicinarsi alle nuove tecnologie quando tutto il mondo iniziò a farlo. Splendore vuole far capire, partendo da queste parole, come il “vecchio” mondo non esisteva più ma l’idea positiva del giornalismo digitale non fu immediata, almeno non ovunque.
Ma cosa cambia nel legame tra cittadino e mondo dell’informazione? Il ruolo del lettore assume un’importanza differente perché attraverso i social media può partecipare quando vuole e comunicare ciò che vuole. Chi legge non è passivo ma può intervenire, commentare, dando visioni differenti e spesso offrendo fonti al giornalista. Questo tipo di giornalismo è definito “partecipativo” perché il mondo del web, rispetto alla carta stampata, può essere interattivo. Il problema di tutto questo è che non si hanno limitazioni e non tutti quelli che scrivono online hanno un “filtro morale”.
Ruolo nuovo e fondamentale è quello dell’uso dei dati e di algoritmi. Questi servono al giornalista per distribuire al meglio le notizie e per garantirsi una diffusione massima dell’informazione. Tutto questo si denota come “indicizzazione” dei motori di ricerca.
Splendore evidenzia come il punto di forza del giornalismo online sia l’eliminazione dei limiti temporali e fisici per la scrittura di un articolo. Questa è la grande differenza tra la carta e lo schermo. La mancanza di barriere offre maggiori possibilità e un flusso di notizie continuo. Il lettore può essere sempre informato e il giornalista può sempre informare.
Innovazione dell’autore è la considerazione “normale” di questo processo Le sue riflessioni non esprimono nessun giudizio negativo tra ciò che è stato e ciò che è ma vengono unicamente esposte le differenze. Questa trasformazione è sinonimo di normalità e soprattutto di utilità.
Il libro si occupa del giornalismo italiano, spesso confrontandolo con quello anglosassone. In Italia i tratti distintivi, che si differenziano dal mondo inglese, sono sempre uguali: il legame con la politica, la mancanza di obiettività e la presenza invasiva del commento. Questo evidenzia che il cambiamento ha mutato il contenitore ma non la tradizione del contenuto. L’autore espone anche la difficile e lenta adozione delle nuove tecnologie da parte dei giornalisti italiani, che tuttora si trovano arretrati rispetto ad altri.
Splendore propone una riflessione positiva ed esaustiva dell’ambito del giornalismo che, come molti altri, è cambiato, stando al passo con i tempi. Il giornalismo muta e si trasforma ma non cessa la sua natura.
Alessia Lancini

Sergio Splendore 
Giornalismo ibrido. Come cambia la cultura giornalistica italiana 
Carocci, Roma, 2017, pp. 144.

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07 giugno 2018

In libreria



Renato Butera e Paola Springhetti (a cura di), 
È la verità che fa liberi
Dalle fake news al giornalismo di pace per una informazione responsabile, 
LAS edizioni, Roma, 2018, pp. 324. 
Descrizione

Mai come prima il messaggio del Papa per Giornata Mondiale della Comunicazio­ne sociale appare così urgente e aderente alla situazione che sta vivendo la comu­nità umana. L’avvento di Internet e dei media sociali ha “cambiato” il modo di fare informazione e di usare i big-data per il controllo degli utenti della rete. Per di più, la sovrabbondanza delle informazioni ha reso più difficile identificare la qualità delle notizie e spinto verso un confronto in cui sospetto e acredine stimolano il meccanismo del fascino e della accettazione o al contrario del rigetto apriori. Tempestività e istantaneità della pubblicazione hanno inficiato il dovere della ve­rifica soprattutto per chi pubblica, ma anche per chi legge. Il fruitore stesso, lettore o spettatore che sia, si trova a volte di fronte alla sospensione del giudizio sulle informazioni ricevute rischiando di cadere nel paradosso della credibilità: le noti­zie cioè sono valutate incredibili, ma probabili o possibili. In questo clima prolifi­cano le notizie false o menzognere il cui obiettivo è quello di creare distorsione della verità e conseguente disinformazione, e reconditamente di montare il so­spetto, il complotto, la violenza verbale e il conflitto. Perciò l’appello alla “respon­sabilità personale di ciascuno nella comunicazione della verità” appare più che mai opportuno. Solo la veridicità delle notizie può contribuire a un giornalismo di pace, non “buonista”, ma a servizio dell’interesse di tutti poiché genera fiducia e apre “vie di comunione e di pace”. Accogliendo la sfida proposta dal messaggio del Papa, la Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale dell’UPS ancora una volta propone il contributo di docenti e specialisti dell’ambito su un tema di tale attualità convinti che informare, come afferma Papa Francesco, è “avere a che fare con la vita delle persone”.

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11 dicembre 2016

Tra Pinocchio e Gian Burrasca


 
“Ne ammazza più la penna” è un titolo ambivalente che mette il pubblico di fronte ad una serie di brevi letture lasciando quesiti aperti e disparati.
Chi sono le vere vittime della penna?
La penna, forse, ha “ammazzato” i protagonisti delle storie d’Italia riportate negli articoli dei diversi giornalisti che si sono susseguiti nel tempo?
O, forse, sono state più le volte in cui gli stessi giornalisti e scrittori si sono visti soccombere di fronte a quelle notizie e idee da loro portate alla luce e che mai avrebbero dovuto raggiungere l’opinione pubblica nei diversi momenti storici e politici vissuti?
Nel percorso storico intrapreso e riportato da Vercesi, dai tempi della caduta di Napoleone fino agli anni Sessanta del Novecento, attraverso fatti, notizie ed aneddoti, emerge come vi sia stata un’evoluzione del giornalismo e come, allo stesso tempo, ciò che accadeva nel periodo post giacobino si sia mantenuto e ripetuto nel tempo.
Vi sono giornalisti eroici che hanno rischiato la loro stessa esistenza in nome della verità e della loro onestà intellettuale.
Silvio Pellico, durante i dieci anni di detenzione nel duro carcere dello Spielberg, avrebbe scritto un’opera letteraria come “Le mie Prigioni”, senza conoscerne e goderne mai il successo meritato e riconosciuto, a posteriori, dal pubblico. Scontata la pena, una volta tornato libero, decise di tenersi lontano dalla politica, senza mai rinnegare le proprie idee e continuando a coltivare la sua vena giornalistica e letteraria.
Vi sono, quindi, giornalisti che non hanno mai tradito sé stessi.
Giuseppe Mazzini, il quale dedicò la sua intera esistenza al mondo dell’informazione, può essere considerato, nuovamente, un vero eroe. Non bastava impegnarsi; ogni articolo doveva riportare la firma in calce. Ci si doveva esporre in prima persona.
Non sempre, però, si poteva rischiare ed apporre la firma sugli articoli pubblicati.
O meglio, forse ci si sarebbe anche potuti scontrare con i grandi poteri centrali e le estreme dittature, ma a quale prezzo?
Così, soprattutto in tempo di guerra, la maggior parte dei professionisti avrebbe optato per l’autocensura e, così, per l’autoconservazione.
Vi sono i codardi e “fifoni”: quelli che hanno respirato una boccata di libertà con l’uscita dalla scena politica di Napoleone e che, appena sono venuti a conoscenza dell’imminente ritorno di Sua Maestà, ne hanno condiviso la gioia universale sui giornali e con il popolo.
E poi, vi sono i carrieristi, gli ambiziosi o, meglio ancora, gli arrivisti che sanno quando è giunto il tempo di cogliere un’opportunità; quelli avidi di successo e potere e che, per questo, sanno cavalcare l’onda cambiando repentinamente la propria direzione, senza vergogna e senza alcuno scrupolo.
Vercesi, nelle vicende narrate in piccoli paragrafi e scorci di storia, ha la grande capacità di far emergere nel lettore un’immagine del giornalista alquanto complessa.
Emerge l’amante della verità, dell’amor proprio e dell’onestà intellettuale.
Emerge il timoroso che preferisce mettersi al riparo da ogni possibile ritorsione.
E, infine, emerge l’arrampicatore.
Lo sguardo al passato di Vercesi sembra unirsi e mescolarsi con quello dei giorni nostri, facendo diventare il ruolo del giornalista ed i problemi ruotanti intorno alla sua professione quanto mai attuali e in continuità con quelli dei secoli precedenti.
In conclusione, risulta significativo il paragone che lo scrittore utilizza tra due personaggi fantasiosi della letteratura italiana: Pinocchio da un lato e Gian Burrasca dall’altro.
Pinocchio, il burattino che vedrà allungarsi il naso tutte le volte in cui dirà una bugia, già da bambino è abbastanza adulto e responsabile da sapere che il mondo, senza il suo senso di colpa, non sta insieme. Pinocchio è un libro aperto, come appare.
Pinocchio è la vittima predestinata delle autorità.
Gian Burrasca, invece, è bugiardo come il demonio e le sue vittime se ne accorgeranno troppo tardi (quando se ne accorgono). E’ la disperazione dei genitori, è il prototipo di tutti i no global, un kamikaze. Gian Burrasca rappresenta l’estremismo ed è nemico di tutte le autorità.
Pinocchio rappresenta il politically correct; Gian Burrasca è l’outsider.
Di fronte a questi due immaginari, l’Italia non è mai riuscita a scegliere.
Valentina Trinchero


Pier Luigi Vercesi
Ne ammazza più la penna.

Storie d'Italia vissute nelle redazioni dei giornali 
Palermo, Sellerio, 2014, pp. 384

31 dicembre 2015

In libreria

Paolo Nori
Manuale pratico di giornalismo disinformato
Marcos y Marcos, Milano, 2015, 208 pp.

Descrizione
Ermanno Baistrocchi non l’avrebbe mai detto che gli sarebbe successa una cosa del genere, ma sul tavolo della sua cucina, tre giorni fa, era steso un morto. Era un periodo difficile, perché erano successe altre due cose stranissime, la prima che aveva guadagnato troppo, la seconda che la donna con cui avrebbe voluto vivere aveva deciso che voleva vivere con lui. Era un periodo che non voleva, si svegliava e pensava “Non voglio”, e le cose che faceva non le faceva perché doveva farle, ma per non fare quello che avrebbe dovuto fare, e cioè scrivere il nuovo romanzo che il suo editore gli aveva chiesto di scrivere. Pur di non scrivere il nuovo romanzo, guardava su internet, ascoltava la musica, mangiava, si offendeva, perdeva le cose, accettava inviti a tutti i festival, andava in giro a fare corsi di giornalismo disinformato. Che Baistrocchi, proprio adesso che la gente smetteva di leggere i giornali, si occupava di giornalismo, ma di un giornalismo nuovo, che provava a diffondere: il giornalismo disinformato. Un giornalismo dove delle cose di cui si scriveva, non si sapeva niente e non si voleva saper niente; un giornalismo dove non si intervistava la gente che contava, ma la gente che non contava; dove non si scrivevano le cose che si possono scrivere, ma quelle che non si possono scrivere. E Baistrocchi, che ai suoi corsi di giornalismo disinformato consigliava di scrivere le cose che non si possono scrivere, e di non scrivere, per esempio, la cronaca nera, o rosa, adesso che c’era un morto, con un buco nel petto, sul tavolo della sua cucina, era costretto a scrivere un libro di cronaca nera, o rosa, o gialla, si potrebbe dire.
*link ad una Nota di Paolo Nori, autore del libro
*link ad una Rassegna stampa sul libro, pubblicata sul sito dell'editore.
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23 ottobre 2014

In libreria

Pier Luigi Vercesi
Ne ammazza più la penna.
Storie d'Italia vissute nelle redazioni dei giornali 
Palermo, Sellerio, 2014, pp. 384.
disponibile anche in formato ebook.
Descrizione
Ne ammazza più la penna è la storia dei giornalisti italiani dai tempi della caduta di Napoleone – e precisamente dal primo possibile scoop, il misero fallimento dell’impresa di Gioacchino Murat fermato dalla plebe calabrese nel 1814 mentre tentava di tornare sul trono di Napoli – fino agli anni Sessanta del Novecento. Storia di giornalisti, più che del giornalismo, da Ugo Foscolo (messo a libro paga dagli austriaci) alla rivoluzione editoriale di Enrico Mattei. Giornalisti avventurieri, giornalisti scandalosi, giornalisti venduti e comprati, giornalisti eroici, di svelatori di luminose verità o occultatori di vergogne nazionali: dai grandi ai meno noti, ognuno con la precisa cifra della propria personalità. Mentre le loro carriere si adeguano alle innovazioni tecnologiche, politiche, culturali, sociali e finanziarie del mondo che cambia, sullo sfondo della vita in redazione scorre la storia d’Italia nei suoi momenti cruciali, colti nella realtà quotidiana. Così il rapporto tra i due versanti del racconto – i giornalisti e la storia d’Italia – è tessuto in modo tale che i giornalisti sembrano quello che in realtà furono: l’ombra della storia d’Italia, il suo lato meno noto, ma parte integrante, e a volte determinante, dell’intero. Patriottismi e scandali, ideali e corruzione, coraggio innovativo e conflitti d’interesse, servitù culturale e ardimento d’avanguardia, fanno da refrain a un racconto che diventa, pagina dopo pagina, una storia culturale minuziosissima di notizie, fatti e aneddoti. Questo libro riesce a riflettere, come uno specchio, il carattere nazionale nella minuta vicenda di ascese e cadute personali, con la concertazione vera e piacevole di una commedia di costume.
Pier Luigi Vercesi, da trent’anni giornalista in numerose testate, tra cui La Stampa e il Corriere della Sera, attualmente è direttore di Sette, il settimanale del quotidiano di via Solferino. È autore di alcuni saggi di storia del giornalismo, tra cui una Storia del giornalismo americano, e ha insegnato Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico presso la facoltà di Lettere dell’Università degli studi di Parma.

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19 maggio 2014

Media e giornalisti in Cina





L’autrice di questa opera è Emma Lupano: giornalista professionista (ha collaborato con Job 24 - Il Sole 24 ore - Agichina24 e altri); docente di lingua e cultura cinese presso l’Università degli Studi di Milano e sinologa. Nel suo lavoro parla dei media in Cina, dei giornalisti cinesi e della propria esperienza personale tra il 2008 e il 2009 all'interno della redazione del People's Daily Online - il "Quotidiano del popolo". Qui ha lavorato come redattrice per l’edizione web, in lingua inglese, di questo importante giornale che, dal 1948 è il portavoce del Partito Comunista Cinese (PCC). Ho servito il popolo cinese porta alla luce i meccanismi che regolano propaganda e censura, ma anche le storie di chi quotidianamente prova a eludere quel sistema. Il titolo è autoironico in quanto in Cina il ruolo del giornalista è quello di servire il popolo, essere sulla carta la voce del popolo, ma in realtà, visto che il partito comunista si autodefinisce a sua volta come rappresentante del popolo, si diventa i servitori del partito. Con un po’ di autoironia l’autrice si è definita una giornalista "rossa". Dopo essersi occupata, facendo un dottorato di ricerca sui giornalisti cinesi e nello specifico dei giornalisti freelance, l’autrice, lavorando a stretto contatto con loro, si è accorta che l’idea che avevano gli italiani e gli occidentali in generale di come funzionano i media cinesi era ancora molto vaga e scollata dalla realtà. Da questa sensazione è nata la spinta per questo lavoro. L’autrice ci racconta di come l'ingresso in questo mondo, così differente dal nostro, sia stato reso possibile da una Guanxi (un network di conoscenze tipico della cultura cinese) cioè da un rapporto privilegiato che ha avuto con una persona la quale, a sua volta, ne ha avuto un altro con un giornalista del quotidiano cinese. Quest'ultimo si è speso per permetterle l’ingresso in redazione. L’esperienza ha avuto un tempo prestabilito e limitato di tre mesi, quasi come fosse stata una sorta di favore del quotidiano. Infatti il ruolo ricoperto dalla giornalista all’interno della redazione non aveva precedenti e non ha avuto conseguenti; nessuno dopo di lei ha ricoperto il ruolo lasciato libero. Ciononostante è utile sottolineare come Emma Lupano sia stata in assoluto la prima giornalista italiana ad avere l'onore di lavorare per il "Quotidiano del popolo". Durante il lavoro in redazione la giornalista si è in parte autocensurata, almeno sulla scelta degli argomenti, prediligendo quelli innocui a discapito di quelli pericolosi che avrebbero potuto crearle problemi durante la sua permanenza. Questi temi, anche se leggeri, dovevano sempre essere approvati dal caposervizio. Inoltre una volta finiti non uscivano subito (addirittura di 7-8 giorni di "buco" per i primi articoli e di 3-4 giorni di media per la pubblicazione) perché dovevano essere controllati dai "piani alti". L’autrice si è sentita, in parte, un corpo estraneo nella redazione che veniva monitorato. L’obbiettivo principale di questo libro è quello di sfatare alcuni miti: in primo luogo che la stampa in Cina non è solo censura; in secondo che i giornalisti cinesi non solo sono servi del potere e in terzo luogo viene mostrato come i media cinesi si stanno aprendo ormai da anni al sistema di mercato, fatto quest'ultimo, che riguarda l’Occidente da vicino. Non soltanto perché i media occidentali potranno continuare ad investire nel mercato dei media cinesi che è in grande espansione ma anche perché gli stessi media cinesi stanno arrivando in Europa, compresa l’Italia, e hanno già incominciato ad investire nei media italiani. La Lupano ci mette in guardia: se non sappiamo che le testate sono scritte, curate e in qualche modo coordinate anche dai cinesi potremmo non renderci conto che una parte delle informazioni sono mediate dal punto di vista cinese. Per la giornalista dobbiamo cominciare a renderci conto che alcune delle informazioni che circolano sulla Cina, anche in Italia, sono controllate dalla Cina. Quindi se da una parte Ho servito il popolo cinese sfata il mito che la Cina sia tutta censura, dall’altra ci conferma come questa sia ancora una presenza costante. Oggi però sempre più giornalisti tentano con il loro lavoro di sfatare quell’idea, radicata soprattutto in noi occidentali, della persona che si limita passivamente a seguire le regole della censura. Infatti molti giornalisti cinesi, pur consapevoli dei limiti in cui devono lavorare, cercano di spostare poco a poco una linea, spesso difficile da vedere e mutevole, che divide ciò che è consentito dire da ciò che non è consentito. I meccanismi, l’ambiente, l’atmosfera culturale della Cina rendono ovviamente molto diverso il lavoro dei giornalisti e di chi lavora nei media rispetto a i colleghi occidentali. Emma Lupano con questa opera vuole sfatare l’idea che i cinesi siano o dissidenti o servi del potere. Il libro, accessibile a chiunque, scritto in uno stile fluido e di facile lettura, ci racconta che non è così, che ci sono tantissime vie di mezzo e ci sono moltissimi cinesi che lottano dentro il sistema. Il volume descrive il mutamento della dimensione mediatica negli ultimi 30 agitati anni della Cina e ci spiega che nonostante ci sia stato un movimento in avanti contemporaneamente si è verificato un contro-movimento che tende a frenare questo cambiamento. Ciò si vede nei media ma anche nella politica cinese. Inoltre ci svela che i giornalisti in Cina devono sempre sottostare a una tripla interazione: Il pubblico (che deve essere soddisfatto anche nei gusti più volgari), la pubblicità e soprattutto il partito che è sempre in allerta. In conclusione Ho servito il popolo cinese ci permette di andare oltre i luoghi comuni e i pregiudizi che spesso abbiamo noi occidentali della Cina, e di adottare uno sguardo più obiettivo e realistico su una realtà così lontana, complicata, differente della nostra, ma estremamente affasciante.
Domiziano Marsciani



Emma Lupano
Ho servito il popolo cinese.
Media e potere nella Cina di oggi
Milano, Francesco Brioschi Editore, 2012.

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05 febbraio 2014

Il giornalista non è un burattino

“Se non capisci la Storia non capisci l’oggi. Tempo fa il mestiere del giornalista era preso sul serio, si scriveva tanto e con un piccolo episodio racconti una grande storia, perché la storia raccontata da un’esperienza personale, attraverso un piccolo aneddoto della vita di un uomo o di un villaggio, impressiona di più. Parlando di qualcosa che hai vissuto sulla tua pelle trasferisci al lettore quell’emozione che hai provato. Il giornalista non è un burattino che partecipa alle conferenze e prende appunti o fa interviste ma, invece, chiede spiegazioni, esplora e capisce più degli altri del suo mestiere. Quando si è ad un bivio e si trovano una strada che va in su e una che va in giù, prendi quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida”.
Tiziano Terzani


* cit. in EuroMedFocus.

25 ottobre 2013

In libreria

Luigi Grassia
In mongolfiera contro un albero.
Vita vera del giornalista della porta accanto
Milano, De Agostini, 2013, 189 pp.

Descrizione
"Da bambino mi sono mangiato un foglio di giornale. Avrò avuto un anno e mezzo. La mamma mi ha trovato seduto per terra con un po' di carta ancora in bocca. Masticavo tranquillo, con l'aria di dire: 'Sono qui, che devo fare? Mi mangio la Gazzetta del Popolo'. Siccome mancava una pagina quasi intera, doveva essere buona". Parecchi anni dopo, il bilancio di Luigi Grassia, giornalista alla Stampa, è più o meno questo: seimila articoli firmati; viaggi in cinquanta paesi dei cinque continenti per gli Esteri, l'Economia, la terza pagina; interviste a centinaia, compresi Henry Kissinger, Kofi Annan, Leah Rabin e Indro Montanelli; tre lanci spaziali (visti) e un volo in mongolfiera (fatto) sul deserto rosso australiano con atterraggio d'emergenza. Che cosa fa, esattamente, un giornalista? La risposta possiamo trovarla in questo libro, nel collage un po' borderline di schizzi, frammenti, istantanee in cui le memorie e le esperienze dell'inviato si alternano al back-stage, ai pomeriggi di lavoro in redazione, tra i flash d'agenzia più bizzarri e le e-mail dei lettori, cogliendo lo humour che ogni volta lo spunto offre perché Grassia è capace di raccontare le emozioni e i pensieri delle persone della porta accanto, che i giornali li leggono e talvolta li fanno. Per provare a "prendere le misure del mondo".
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02 gennaio 2013

I saperi del buon giornalista

"Un buon giornalista deve essere sempre pronto a dire come la pensa sulle quistioni di politica estera che presuppongono la conoscenza della storia universale, della storia rispettiva dei popoli e dei secreti di tutte le cancellerie; esso deve abbordare con sicurezza tutto ciò che interessa il perfezionamento della marina, la tecnica e la strategia; criticare l’amministrazione della giustizia, e preparare la riforma delle leggi; fornire la istantanea soluzione di tutti i problemi penitenziari, igienici, ospedalieri, statistici: trattare di morale, di metafisica, di religione, e risolvere en passant i problemi sociali; avere un’opinione sul modo di allevare la gioventù e sull’impulso da darsi alle arti, alla letteratura e al gusto del pubblico; affrontare con la stessa tranquillità il lato tecnico o economico delle ferrovie, delle miniere e dei canali; sorvegliare il funzionamento delle poste e dei telegrafi; nulla ignorare di ciò che ha relazione con l’agricoltura, con l’industria e il commercio; conoscere a fondo le istituzioni fiscali e tenersi all’altezza di tutti i progressi della scienza."
Nicola Bernardini, 1890


*cit. in M. Milan, "La sfida della formazione al giornalismo" in La Facoltà di Scienze Politiche compie 40 anni. Atti del Convegno "Le Scienze Politiche nel mondo contemporaneo", Genova, 19 maggio 2010, a cura  di M.A. Falchi, Genova, GUP, 2012, pp. 127-139.
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17 ottobre 2012

Riflessione meta-giornalistica. Umberto La Rocca incontra gli studenti di Informazione ed Editoria dell’ateneo genovese

“Fate quello che vi piace, fatelo seriamente”. Questo il consiglio dato dal direttore del quotidiano genovese Il Secolo XIX, Umberto La Rocca, agli studenti del corso di laurea in Informazione ed Editoria durante l’incontro di apertura del nuovo anno accademico di martedì 16 ottobre. La Rocca, romano, direttore nella redazione di piazza Piccapietra dal 2009, vanta un esordio, 28enne, sul quotidiano della capitale, Il Messaggero. Approdato nel 2001 alla Stampa di Anselmi, si è fatto strada assumendo il ruolo prima di direttore della redazione romana, poi di vice-direttore. Encomiabile carriera, la sua, ed altrettanto encomiabile l’affabilità mostrata in occasione dell’incontro (ormai consueto) con gli studenti, aspiranti giornalisti.
Curiosità, serietà, versatilità e conoscenza delle lingue: ecco le qualità che il direttore di uno dei quotidiani leader in Liguria e basso Piemonte individua nel tracciare un profilo del giornalista di domani. “Siamo in momento storico in cui molte cose stanno cambiando”, sottolinea La Rocca già nell’inizio del suo discorso, ”e in cui stiamo assistendo al passaggio in modo sempre più insistente dal cartaceo al digitale: tra poco il prodotto-giornale, quello  che fisicamente si acquista in edicola, diventerà un oggetto d’élite”. Come deve reagire il giornalista di fronte al cambiamento? Non lasciarsi spaventare, ma prendere consapevolezza del fatto che il suo mestiere è in evoluzione, perché lo è la società e, di conseguenza, il bacino di utenti che costituiscono il suo pubblico. Ormai lontani dagli anni della supremazia della stampa come fonte informativa e dal giornalista-reporter armato di microfono in stile “Quarto potere”, di wellesiana memoria, stiamo assistendo all’avvento della informazione poliforme di web e social networks vari. Adesso è la notizia stessa che segue il pubblico, ovunque esso si trovi, e rende vecchio nel giro di qualche secondo non solo la notizia di per sé ma lo stesso commento all’accaduto. Il paradosso delle “news”, che nascono già “old”, specchio di una società continuamente protesa verso il dopo, il “post”. È necessario che il giornalista diventi multitasking, professionista in grado di rendersi versatile in diversi settori, dalle riprese, alle foto, alla redazione di pezzi flash, o di commenti estesi estemporanei. Ed è allo stesso modo necessario che il professionista si faccia artigiano: il paradosso all’epoca del web 2.0 è proprio questa convivenza pacifica di tecnocrazia e costruzione della notizia "in fieri", in ogni sua parte. Una sorta di specialista tuttofare, insomma, che deve correre dietro alle innovazioni per restare al passo coi tempi. Soprattutto se si conta che i nuovi mezzi stanno rendendo il giornalismo sempre più interattivo: la gente, i lettori, parlano con le redazioni, dicono la loro sulle notizie, pretendono precisione e correttezza estrema, e per di più contribuiscono al processo di creazione della notizia vera propria, spesso fornendo materiale digitale (foto, filmati, ecc) o testimonianze. A volte fanno perfino lo scoop: La Rocca ricorda l’aneddoto della lettrice che ha fornito lo scoop della “bionda” compagnia del capitano Schettino, durante la proverbiale “ultima cena” pre-disastro della Concordia.
Molti altri i temi trattati dal direttore: la filiera della distribuzione, gli interessi dei grandi gruppi e le pressioni degli editori contro l’indipendenza del giornalista. Dal quadro generale traspare un grande amore per un mestiere, sì, per un’arte, nobile ma ormai priva del lustro di un tempo, inquinata dagli interessi particolari e paralizzata dalla crisi, che costringe a misure restrittive e tagli al personale per riuscire almeno ad arginare il calo delle vendite, senza incappare nella disfatta totale. Il quadro non è del tutto rassicurante (ma, in fin dei conti, nemmeno il giovane più naif della sala avrebbe potuto aspettarsi parole più ottimistiche, senza sentirsi preso in giro), ma lo spirito generale dell’incontro è all’insegna dell’apertura e della speranza: la palla passa ora alle nuove generazioni, le quali dovranno cercare nuove forme, nuovi spazi, nuovi mezzi per raggiungere il pubblico, con un occhio ai ricavi.
Elettra Antognetti
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15 ottobre 2012

In libreria

Andrew Rossi
Page One. Dentro il New York Times
Milano, Feltrinelli, 2012 , Dvd + libro di 96 pagine (collana Real Cinema)
Descrizione
Il film. “È la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente,” dice Humphrey Bogart nel film L’ultima minaccia, quarant’anni prima che internet, il meteorite che ha proiettato il mondo nel futuro, costringesse i dinosauri dell’era dei giornali a camminare sull’orlo del baratro. Page One.  Dentro il New York Times è la cronaca di un anno intero, vissuto nel cuore del più importante quotidiano del globo, al fianco di coloro che cercano di salvare la tradizione della stampa e indagano sul futuro e sul ruolo del digitale. Al fianco soprattutto dei giornalisti del media desk per raccontare dall’interno la trasformazione del sistema dell’informazione nel suo momento di maggiore incertezza, con internet che è diventato la principale fonte di notizie e molti quotidiani in tutto il mondo che chiudono per bancarotta
Il libro. Tra versioni cartacee sempre più obsolete e sfida dell’informazione online, che ne sarà della figura del giornalista tradizionale e della sua professione nel prossimo futuro? Tra i contributi: la profezia del decano del giornalismo italiano Giorgio Bocca, un caso storico analizzato da Mimmo Franzinelli, l’anatomia della rivoluzione di natura culturale, economica e tecnologica prodotta dal digitale per le news (Vittorio Zambardino e Massimo Russo; Vittorio Sabadin). E inoltre: approfondimenti e curiosità sul film e sui suoi protagonisti.
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10 ottobre 2012

In libreria

Caterina Malavenda  Carlo Melzi d’Eril,  Giulio Enea Vigevani
Le regole dei giornalisti. Istruzioni per un mestiere pericoloso
Bologna, Il Mulino, 2012, 184 pp.
Descrizione
In un paese come il nostro si è soliti pensare che non vi sia alcun controllo, che ognuno possa scrivere ciò che vuole, senza rischiare severe sanzioni, come nelle democrazie più serie, né la vita o il carcere, come nei paesi a democrazia sospesa. Eppure anche qui da noi la vita può essere dura per coloro che non hanno un padrone e rispondono solo al lettore. Basata unicamente su notizie «ufficiali», provenienti dalle fonti istituzionali o dai diretti interessati, l’informazione sarebbe indenne da ogni rischio. Per fare davvero il proprio mestiere, il giornalista deve invece trasformarsi in un bravo segugio, che va a cercare le notizie, districandosi fra regole e limiti tesi a bilanciare il diritto di informazione con altri diritti e interessi quali la reputazione, la privacy, il buon costume. Innumerevoli casi di cronaca ci ripropongono continuamente la tensione tra ciò che può e non può essere detto o scritto, tra ciò che è corretta informazione e ciò che è insinuazione o diffamazione, tra ciò che è giornalismo e ciò che è puro gossip. Le norme in materia sono complesse e di difficile interpretazione: di fatto è sempre più difficile far bene il giornalista senza finire sotto processo.

21 luglio 2012

In libreria

Indro Montanelli
Ve lo avevo detto
Prefazione di Massimo Fini
Milano, Rizzoli, 2011, 182 pp.
Descrizione
[...] Questo libro raccoglie per la prima volta in modo organico gli interventi più accesi degli ultimi anni d’attività di Montanelli: editoriali, risposte ai lettori e articoli sferzanti che oggi suonano come una profezia della cronaca dei nostri giorni. Basta leggere cosa scriveva nel 1998, quando, preoccupato che il caso Berlusconi paralizzasse il Paese, proponeva un referendum con questa formula: “Volete voi l’abrogazione dei reati in base ai quali è stato condannato l’on. Silvio Berlusconi?” perché tutti ne intendessero subito il signifi cato. O ancora quando metteva impietosamente alla berlina i difetti del Cavaliere: bugiardo congenito, con un’innata tendenza al vittimismo, circondato da un drappello di parassiti servili, eccessivo, ignorante, volgare. La metastasi del berlusconismo oggi è più evidente di allora e, anche se Indro non c’è più da dieci anni, questo suo lungimirante atto d’accusa delinea il ritratto impietoso dell’Italia dei nostri giorni, un Paese che Montanelli non ha fatto in tempo a vedere, ma che si era perfettamente immaginato.

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25 aprile 2012

Meeting dei movimenti dei giornalisti precari italiani a Perugia

A Perugia il primo incontro del Festival Internazionale del Giornalismo  è stato dedicato alla categoria dei precari dell'informazione e dei free lance. I cosiddetti “sfruttati” dell'informazione hanno iniziato a farsi sentire solo recentemente, diventando nell'ultimo anno protagonisti del dibattito sul lavoro giornalistico in Italia. Questa categoria, che di fatto tiene in piedi il mondo dell'informazione, ha iniziato a rivendicare maggiori tutele e diritti nello svolgimento della professione. Tutto è iniziato ad ottobre, quando i movimenti dei giornalisti precari italiani si sono riuniti a Firenze e hanno scritto un documento deontologico sulla precarietà del lavoro dei giornalisti, la Carta di Firenze che è stata approvata dal Consiglio Nazionale l'8 novembre 2011. Si tratta di uno strumento che doveva servire a porre le basi per regolamentare la posizione dei precari dell'informazione, ma nei fatti ciò non è avvenuto. Molti punti stilati non sono stati rispettati. Ad esempio, gli organi regionali dovevano decidere autonomamente il compenso dei free lance, ma ciò non è stato fatto. Inoltre, al momento non c'è alcun organo che vigila che i principi presenti nel documento vengano rispettati. Il documento è rimasto ad uso e consumo del coordinamento, non è “sceso in strada”, non è stato diffuso neanche tra i colleghi giornalisti che non erano presenti all'incontro e che tutt'oggi non sanno a chi rivolgersi per essere tutelati. In sei mesi, sono stati solo tre i casi in cui si è adoperata la Carta di Firenze. Essa, inoltre, non è chiara su alcuni punti e sicuramente andrebbe rivista, ampliata e concretizzata. Ad esempio, non sono chiare le sanzioni che può fare l'Ordine nei confronti di chi sfrutta i precari. Non è chiara la tutela che spetta al precario che denuncia una situazione di sfruttamento. E ancora meno lo sono i metodi per circoscrivere la situazione dei pensionati che continuano a lavorare in veste di collaboratori, agevolando le testate che vengono esentate dal pagamento dei contributi e togliendo di fatto la possibilità ai nuovi giornalisti di essere assunti. Tutti i relatori sono stati concordi nell'affermare che il documento deve diventare uno strumento reale utile per creare una coscienza di professione. In questo momento stiamo vivendo una fase fondamentale per la professione, in quanto tra poco si discuterà la riforma dell'Ordine dei Giornalisti. Una riforma che si spera porterà un po' di chiarezza all'interno del complesso quadro legislativo che riguarda lo svolgimento della professione. L'Ordine infatti, non va visto come la controparte a cui i precari devono rivolgersi, ma la controparte sono gli editori. Sono loro che devono cambiare. Solo così potrà cambiare il mondo dell'informazione che deve puntare alla qualità del lavoro e non alla quantità.
Anna Lucia Dimasi

*link al video del meeting:

03 marzo 2012

In libreria

Stefania Boscato

Cronisti della democrazia. Il Sindacato della Stampa Parlamentare dalla liberazione di Roma all'Assemblea Costituente 1944 - 1948
Soveria Mannelli, Rubettino, 2011, 206 pp.
Descrizione

Nel luglio del 1944, durante la prima seduta dell’Ufficio di Presidenza della Camera dopo la liberazione della capitale, nel suo discorso di “riconsacrazione” del libero Parlamento, Vittorio Emanuele Orlando si affrettò a disporre la riapertura della sala dei giornalisti a Montecitorio e a richiamare alle sue antiche funzioni il Sindacato della Stampa Parlamentare. La menzione alla stampa parlamentare in uno dei momenti di più alto valore simbolico del secondo dopoguerra esprimeva l’anelito a ripristinare un trait d’union fra Istituzioni e Paese dopo anni di “veline” dal Minculpop. Questo libro analizza le vicende del Sindacato della Stampa Parlamentare negli anni cruciali della fondazione della Repubblica, dal 1944 alla fine dei lavori dell’Assemblea Costituente, collocandole nella giusta prospettiva che intreccia il percorso del giornalismo impegnato nella riorganizzazione della stampa in regime di libertà e la temperie politica del Paese, a cavallo tra l’effervescenza della rinascita democratica e l’aspro scontro politico.
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23 febbraio 2012

Giornalismo (e non solo): istruzioni per l'uso.

Riporto un articolo di Beppe Severgnini, pubblicato oggi su il "Corriere della sera".

Con notevole stupore, e altrettanto piacere, noto che molti giovani italiani sognano di diventare giornalisti. I master di giornalismo sono pieni di ragazze e ragazzi determinati e preparati, che si dimostrano lungimiranti. Non guardano infatti al momento difficile dell'industria, ma alle opportunità e ai nuovi strumenti del mestiere, cui Internet ha regalato una terza giovinezza. I futuri colleghi, spesso, chiedono suggerimenti. Ho già offerto in passato, incoscienti decaloghi; oggi ci riprovo, e allungo. Non stupitevi: chi invecchia ama dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi ( de la Rochefoucauld, ripreso da De Andrè).
1- Impegnatevi a fondo. Non perdetevi in chiacchiere e non mostrate indecisione. Se un giorno volete diventare giornalisti dovete esserne certi.
2- Imparate l'inglese! Non lo ripeterò mai abbastanza. Nell'industria in cui state per entrare buona parte della forza-lavoro parla inglese.
3- Non rubate. Anzi, non fate nulla che vi farebbe fare brutta figura alla macchina della verità.
4- Siate sempre puntuali.
5-Non accampate scuse, non incolpate gli altri.
6- Non datevi mai per malati. A meno che non vi amputino un arto, abbiate un'emorragia arteriosa, ferite al petto invalidanti o muoia un parente prossimo.
7- Pigrizia, sciatteria e lentezza sono cattive qualità. Intraprendenza, ingegnosità e iperattività sono buone qualità.
8- Siate preparati ad assistere a giustizie e follie umane di ogni sorta. Senza che vi mandino in tilt o vi avvelenino l'umore. Dovrete semplicemente sopportare le contraddizioni e le iniquità di questa vita.
9- Aspettatevi sempre il peggio. Da tutti. Ciononostante, non permettete che questa prospettiva negativa influenzi il vostro rendimento. Buttatevi tutto alle spalle. Ridete di ciò che vedete e sospettate.
10- Cercate di non mentire.
11- Evitate i programmi e i giornali che portano il nome del proprietario scritto sopra la testata. Quelli che mandano cattivo odore. E quelli dal nome buffo o patetico; stonerà sul vostro curriculum.
12- Pensate al curriculum! Che effetto farà su chi sta vagliando una pila di email il fatto che non abbiate mai lavorato nello stesso posto per più di sei mesi?
13- Leggete! Leggete giornali, libri sul giornalismo e riviste. Sono utili per tenersi aggiornati sulle tendenze dell'industria e per rubare idee.
14- Prendete le cose con umorismo. Ne avrete bisogno.
Un solidale aiuto ai giovani aspiranti giornalisti, offerto senza presunzione ma con l'obbiettivo di incoraggiare i sogni di chi quotidianamente li vede andare in frantumi, colpiti da una crisi che non sembra dare spazio alle ambizioni di chi una vita lavorativa deve ancora costruirla.
Grazie, dunque, a chi come Severgnini cerca di sostenere pubblicamente la classe giovane della nostra società, senza stroncarla sul nascere.
Con umorismo tagliente ci vengono offerti consigli che oltre a farci sentire spalleggiati da professionisti di maggior esperienza, ci aprono gli occhi su un mondo non del tutto rose e fiori.
L'aspetto più sorprendente di questo articolo è la conclusione: un Post Scriptum che rivela un dettaglio tutt'altro che immaginabile.
Severgnini ci informa, infatti, che:

Questi consigli vengono da Kitchen Confidential di Anthony Bourdain (Feltrinelli). Ho semplicemente sostituito "chef" con giornalista, "cucina" con giornalismo, "ristoranti" con giornali e "lingua spagnola" con lingua inglese. Le ricette del successo professionale sono le stesse dovunque, ragazzi.

Oltre ad essere una precisazione inaspettata, questo chiarimento di Severgnini garantisce al suo articolo maggiore riconoscienza. Sapendosi allontanare dalla sua professione ha voluto tendere la mano non soltanto ai suoi futuri colleghi, ma a tutti i giovani che con impegno tentano di costruire una carriera lavorativa.
L'insegnamento che la sua penna ha regalato alla carta stampata è quello di applicare in qualsiasi impiego una forte professionalità.
La speranza è che Severgnini sia solo l'apripista di una serie di professionisti, i quali decideranno di spendere poche parole per guidare i giovani verso il loro futuro.
Sara Azza

19 gennaio 2012

In libreria

Gianpaolo Pansa
Carta straccia. Il potere inutile dei giornalisti italiani

Milano, Rizzoli, 2011, 428 pp.


"Ho cercato di scrivere pagine schiette, al limite del sarcasmo. Spero che i tanti vip narrati in Carta straccia mangino un po’ di rabbia per l’irriverenza di un vecchio giornalista che non appartiene a nessun clan. E si diverte ancora a tirare sassi contro i vetri blindati di molte eccellenze.” G.P.

Descrizione
Carta straccia non è un pedante trattato sui media. È un libro carogna, un racconto all’arma bianca, sornione e beffardo, pieno di ricordi. Mette in scena una quantità di personaggi, tutti attori di una recita alla quale ho partecipato anch’io: l’informazione stampata e televisiva, di volta in volta commedia o tragedia. Sono un signore che ha trascorso cinquant’anni nei giornali, lavorando in molte testate con incarichi diversi. Che cosa ho capito della mia professione? All’inizio pensavo che avesse la forza di un gigante, in grado di vincere su chiunque. Poi ho cambiato opinione: in realtà, il nostro è un potere inutile, serve a poco, non conta quasi nulla rispetto a quello politico, economico e giudiziario. Il perché lo spiego in Carta straccia. Dopo un’occhiata al passato, la mia prima macchina per scrivere e l’apprendistato ferreo imposto da direttori senza pietà, vi compaiono i capi delle grandi testate di oggi. E i misfatti delle loro truppe. La faziosità politica dilagante. Gli errori a raffica. Le interviste ruffiane. Le vendette tra colleghi. Lo schierarsi in due campi contrapposti, divisi da un’ostilità profonda. Il centrodestra, dove si affermano Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri, con le campagne di stampa condotte senza guardare in faccia a nessuno. E il centrosinistra, dominato dalla potenza guerrigliera di Ezio Mauro e dalle ambizioni politiche di Carlo De Benedetti, nemici giurati di Silvio Berlusconi. Accanto è esploso il bubbone dei talk show televisivi. In gran parte rossi anche quando si fingono imparziali, come è accaduto con il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Il tutto sullo sfondo di un paese diventato violento che assiste dilaniandosi al tramonto del Cavaliere, eroe di un mondo finito.
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25 dicembre 2011

Giorgio Bocca

1920-2011
"[...]La dittatura nessuno la auspica e la vuole, a parole, ma in molti la preparano, giorno per giorno, approvando, spalleggiando ogni giorno ciò che svuota la democrazia, aggiungendovi ogni giorno qualcosa che la limita. Il passaggio dall'autoritarismo al terrore si annuncia in modi disparati, apparentemente disparati. Oggi è il drogato ucciso a percosse, domani il barbone bruciato vivo, la donna con le mani tagliate, che sembrano non lasciare traccia. Ma la lasciano, lasciano l'ostilità alle leggi, l'avversione ai diritti umani, l'ignoranza dei doveri. [...]".  -
Giorgio Bocca, 2009.

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Giorgio Bocca
È la stampa, bellezza! La mia avventura nel giornalismo
Milano, Feltrinelli, 2008, 240 p.


*link alla scheda dell'editore in cui si trovano anche alcuni stralci del libro e una video-intervista all'autore.


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