Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

_________________

Scorrendo questa pagina o cliccando un qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie presenti nel sito.



Visualizzazione post con etichetta Reportage. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Reportage. Mostra tutti i post

24 ottobre 2021

In libreria

 Craig Whitlock  
Dossier Afghanistan 
 Newton Compton, Roma, 2021, pp. 352.   

Descrizione
Un racconto esatto e serrato su come tre presidenti degli Stati Uniti e i loro capi militari abbiano ingannato il mondo per venti lunghi anni per giustificare un conflitto infinito costato oltre 2300 miliardi di dollari e 241.000 morti. Proprio come I Pentagon Papers hanno cambiato la comprensione del pubblico del Vietnam, gli Afghanistan Papers riportati nel libro contengono rivelazioni sorprendenti di persone che hanno avuto un ruolo diretto nella guerra, dai leader della Casa Bianca e del Pentagono ai soldati e agli operatori umanitari in prima linea. Con un linguaggio schietto, gli intervistati ammettono che le strategie del governo sono state un disastro, che il progetto di ricostruzione della nazione è stato un colossale fallimento e che la corruzione ha preso il sopravvento sul governo afghano. Il resoconto si basa su interviste con più di 1000 persone che sapevano che il governo degli Stati Uniti stava presentando una versione distorta, e talvolta interamente inventata dei fatti. Craig Whitlock, reporter del «Washington Post» e tre volte finalista al Premio Pulitzer, mostra che il presidente Bush non conosceva il nome del suo comandante in Afghanistan e non aveva alcun interesse a incontrarlo. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha ammesso di non avere «nessuna idea su chi fossero i cattivi». Il suo successore, Robert Gates, ha dichiarato, ancora più esplicitamente: «Non sapevamo nulla di al-Qaeda».
____

11 settembre 2021

In libreria

 Luca Rastello
Uno sguardo tagliente. Articoli e Reportage 1986-2015,
Chiarelettere, Milano,  2021, pp. 420.

Descrizione
I reportage di viaggio (con una predilezione per il Sudamerica e per l'Asiacentrale), la letteratura in generale e quella ceca in particolare, il narcotraffico internazionale e i suoi attori, la guerra nella ex Jugoslavia, le luci e le tenebre di Torino, emblema di un paese intero, i migranti, il Tav, i movimenti anarchici. E poi una galleria di persone, sempre "irregolari" ed eccentriche rispetto ai protagonisti dei racconti mainstream. Trent'anni di vita e di lavoro dedicati a capire le trame e le pieghe del mondo, a cavallo di due secoli. «Fate ogni giorno qualcosa che vi spaventi» è una frase di Kurt Vonnegut molto amata da Rastello, che fa da sfondo a tutta la sua produzione giornalistica e anche letteraria, qui
raccolta attraverso una selezione di articoli e reportage. Rastello non ha paura di inoltrarsi là dove la realtà è più contrastata o addirittura tragica, come se - scrive Morbello nella prefazione - si preoccupasse sempre di «trovare il punto di massimo attrito» sia quando parla della sua città, Torino, squassata da una profonda trasformazione dopo l'effimero rilancio delle Olimpiadi invernali, sia quando ci porta in qualche paese sperduto dell'Asia centrale o in Amazzonia, tra popoli in guerra e in povertà. Nessuna conciliazione o effetto edulcorante: i viaggi
in Bosnia centrale in tempo di guerra, gli antagonisti della Val di Susa e il fantasma dell'alta velocità, le torture a due passi da casa nel carcere di Asti, l'orrore del male colto in un pluriomicida (Donato Bilancia) - senza che mai il giudizio faccia velo sulla presa della realtà - sono offerti non come verità oggettive ma come altrettanti sguardi in cui prima di tutto è dichiarato il punto di osservazione. Per questo il racconto che l'autore ci propone richiede sempre uno sforzo di adesione, o magari di contrapposizione. Come dire: «Tu, lettore, da che parte stai? Io sto qui». Il suo è sempre un situarsi dalla parte più complicata, non per assumere una postura data a priori ma perché i fatti e le persone di per sé sono solcati da luci e tenebre, e perché è «impossibile mettersi in regola con l'ordine del mondo»: eppure ciò non vuol dire rinunciare ad avere uno sguardo ironico e divertito sulle cose, come quello che Rastello ha mantenuto anche nella malattia.

____

20 gennaio 2021

In libreria

 



George Simenon,
Europa 33
Adelphi, Milano, 2020, pp. 377

Descrizione
E' un'Europa che sonnecchia sotto la neve, ma «scos­sa da bruschi e terrificanti sussulti», quella dei pri­mi mesi del 1933. Un'Europa malata, tanto che il medico, mentre la ausculta e le fa dire «33», ha un'aria preoccupata. Non è un medico, Simenon, non ha rimedi da prescrivere, ma ha il fiuto, la curiosità e la cocciutaggine del reporter di razza. E non esita ad attraversarla, questa Europa, dal Bel­gio a Istanbul, spingendosi fino a Batum e concen­trando la sua attenzione soprattutto sui «popoli che hanno fame»: quelli dell'ex impero zarista. Risoluto a ignorare le «cartoline
 illustrate», Simenon ci offre, sul continente negli anni tra le due guer­re, una testimonianza preziosa, fatta di immagini, episodi, annotazioni, dialoghi, scenari (alcuni dei quali torneranno, trasfigurati, nella sua narrativa). E non meno preziose sono le fotografie che scatta in viaggio, e che accompagnano il volume: perché an­cora una volta, nelle stradine ghiacciate di Vilnius come nelle desolate campagne della Polonia, nel­la Berlino che assiste all'incendio del Reichstag come nel sordido dormitorio dei poveri di Varsa­via, nello studio di Trockij sull'isola di Prinkipo come nel miserabile mercato di Odessa (e perfino negli alberghi di lusso delle
grandi capitali euro­pee, popolati di sagaci portieri, stravaganti ban­chieri, ricche dame annoiate e nevrasteniche, truf­fatori e avventuriere di alto bordo), quello che in­teressa a Simenon è stanare l'«uomo nudo», e mo­strarcelo, come farà poi nei suoi romanzi, con compassione infinita e senza mai emettere giudizi.

____




05 gennaio 2021

In libreria

Marie Colvin
In prima linea. Tutti gli articoli e i reportage
Bompiani, Milano, 2021, pp. 784
Descrizione
Corrispondente di guerra tra le più grandi del suo tempo, Marie Colvin ha coperto per decenni i conflitti più feroci del pianeta: Iran, Iraq, Medio Oriente, Libia, Kosovo, Cecenia, Timor Est, Etiopia, Zimbabwe, Sierra Leone, Sri Lanka, Guantanamo, Egitto, Afghanistan, Siria, testimoniando l’eroismo senza gloria e senza voce delle vittime. Scrivere dal fronte era per lei non solo una professione, era la vita stessa, guidata da una regola necessaria: non avere paura di avere paura. La benda piratesca indossata sull'occhio sinistro, colpito dalla scheggia di una granata, non poté che rinforzare un carisma che aggrediva gli stereotipi. Lei che amava indossare lingerie La Perla sotto il giubbotto antiproiettile, lei che nella stessa settimana poteva trovarsi a Los Angeles con Warren Beatty e in Cecenia a rischiare la vita fra le montagne. Uccisa nel 2012 a Homs dal regime siriano, ha lasciato articoli e reportage straordinari, raccolti qui per la prima volta a comporre un modello per le donne – e gli uomini – che fanno il suo mestiere.
Marie Colvin (Oyster Bay, 1956 - Homes, 2012) reporter pluripremiata, è stata corrispondente per gli Affari esteri per il Sunday Times. Tra le più straordinarie giornaliste della sua generazione, ha coperto il Medio Oriente per più di vent’anni e scritto reportage da Timor Est, Cecenia, Kosovo, e Sri Lanka, dove rimase ferita in un’imboscata e perse l’occhio sinistro. Fu uccisa in Siria il 22 febbraio 2012 mentre documentava l’assedio di Homs.

____

28 ottobre 2020

In libreria


Alberto Moravia
L'America degli estremi 
Bompiani, Milano, 2020, pp. 384.

Descrizione
"Pochi paesi al mondo destano nell'animo del viaggiatore reazioni così vive e talvolta così ostili come gli Stati Uniti.
Alberto Moravia sogna l’America fin da bambino. Come inviato va negli Stati Uniti nel 1935-1936, nel 1955 dopo numerosi rifiuti del visto, nel 1968 e nel 1969, e firma articoli lucidi e lungimiranti che attraversano l’America nello spazio, dall'East alla West Coast, ma soprattutto nel tempo, scavando nella memoria collettiva e nei suoi lasciti irrinunciabili. Ogni volta l’America gli appare il paese del futuro e delle insanabili contraddizioni: la definisce la terra degli estremi, tra la ricchezza e la miseria, la libertà e le sue distorsioni, molto più evidenti che nel vecchio continente. Questo libro, grazie a documenti dispersi e ritrovati, a mappe e diari di viaggio che ricostruiscono gli spostamenti dell’autore, raccoglie gran parte degli scritti e un inedito: un reportage postumo che offre uno spaccato di oltre trent'anni e di indubbia attualità. Nell'America rooseveltiana e post maccartista, in quella della rivolta sessantottesca e della conquista spaziale, Moravia viaggia, ragiona sull'uomo della modernità e sulle merci, sui conflitti razziali e sull'avvento di una tecnocrazia preoccupante già alla fine degli anni sessanta. Ammira e insieme condanna la realtà statunitense, sempre all'avanguardia e sempre reazionaria. In un momento storico in cui il razzismo e gli scontri politici si riaccendono e il ruolo degli Stati Uniti come modello culturale è messo in discussione a livello mondiale, le parole di Moravia mostrano tutta la loro potenza rivelatrice e tutto l’acume di un intellettuale libero da pregiudizi.
____

18 novembre 2019

In libreria

Stig Dagerman
Autunno tedesco
Iperborea, Milano, 2018, pp. 160.
Descrizione
Nel 1946 furono molti i cronisti che accorsero in Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto, ma dal coro di voci si distinse quella di uno scrittore svedese di ventitré anni, intellettuale anarchico e narratore dotato di una sensibilità fuori dal comune, inviato dall’Expressen per realizzare una serie di reportage poi raccolti in un libro che è considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario. Mentre le testate di tutto il mondo offrono il ritratto preconfezionato di un Paese distrutto, che paga a caro prezzo gli orrori che ha seminato e dal quale si esige un’abiura convinta, Dagerman, libero da ogni pregiudizio ideologico e rifiutando ogni generalizzazione o astrazione dai fatti concreti e tangibili, si muove fra le macerie di Amburgo, Berlino, Colonia, su treni stipati di senzatetto e in cantine allagate dove ora vivono masse di affamati e disperati, cercando di capire nel profondo la sofferenza dei vinti. Ne emerge un quadro molto più complesso di quello che è comodo figurarsi. Mentre ci si accanisce a cercare nostalgici nazisti, Dagerman si chiede come può un padre che vede morire il figlio di stenti dichiarare che ora sta meglio di prima; mentre le potenze occupanti pensano a punire e ad allestire processi, Dagerman descrive la «messinscena» di una denazificazione di facciata e la morte spirituale di un Paese che è troppo impegnato a lottare ogni giorno con la morte per riflettere sui propri errori, perché «la fame è una pessima maestra» per educare i colpevoli. Con il suo acume analitico e la sua empatia capillare, Dagerman scava nelle contraddizioni della Germania postbellica offrendoci un manifesto di accusa contro tutte le guerre, e una riflessione amaramente attuale sul potere, la giustizia e lo Stato.

____

05 febbraio 2019

"F" di Fusilado!


Cronache infedeli è un libro scritto da Flavio Fusi, collocabile nella serie narrativa. Un libro composto da nove capitoli, tutti avvincenti e con diversi punti in comune descritti nella presente recensione.  
L’autore. La qualità è garantita quando un professionista di elevata caratura come Flavio Fusi mette per iscritto le vicissitudini che un mestiere vocazionale come quello del giornalista inviato. Non i soliti improvvisati reporter, o neofiti privi di esperienza. Flavio Fusi è un professionista di lungo corso. Pochi come lui possono vantare un bagaglio esperienziale e culturale. Le prove di ciò emergono dai racconti fatti attraverso uno stile di scrittura fluente ma preciso e dettagliato che non va mai a discapito di nulla. Il libro in questione descrive le vicende che lo hanno riguardato nel corso della sua lunga carriera giornalistica da inviato. Terre sparse per il mondo, molte delle quali dimenticate da Dio. Descrive dettagliatamente ambientazioni, eventi, personaggi, ma soprattutto contesti sociali ed economici di mondi in crisi ove regna una realtà atipica per noi occidentali. Una realtà in cui si chiede pace e cibo ma si ottiene guerra e miseria.  Fusi mette da subito le cose in chiaro e avvisa il lettore dei viaggi intrisi di cruente realtà incontrate nel corso degli anni e soprattutto nel corso degli eventi. Questo nei primi capitoli è descritto in maniera precisa e dettagliata tanto che pensando alla miseria kosovara, serba, russa, viene da fermarsi nella lettura e meditare sulla fortuna dell’odierno vivere di noi occidentali.
Il titolo. Contrariamente da quanto possa far pensare il titolo, in tutti i capitoli si viaggia a fianco di un narratore che va a braccetto con la cronaca fedele, tipica di chi il mestiere lo conosce bene ma conscio di dover fare i conti con la memoria. E già, perché Fusi sostiene che la memoria sia quell’elemento che ci distingue dagli animali e che al tempo stesso ci induce in errore lasciando le cose piacevoli e sbiadendo quelle meno. Proprio da questo ragionamento muove la scelta del titolo che sa di ossimoro bello e buono e che nei lettori farà sorgere da subito la voglia di scoprirne il dilemma. Per quanto si voglia, esse non potranno mai dichiararsi fedeli in quanto il tempo ha implacabilmente svolto uno dei suoi compiti più complessi e inspiegabili: cancellare le cose brutte.  Ciò nonostante il libro appare tutt’altro che infedele. Viene quindi da chiedersi quali altre cose più cruente avrebbe riportato il Fusi se solo la memoria non fosse stata a sua volta vittima...ma del tempo; e non si comprende quindi la scelta del titolo così criptico e leggermente fuorviante rispetto al testo.
Tratti caratteristici. I capitoli sono splendenti, scritti nel Sole, si potrebbe dire. Non vi è pagina infatti in cui non compaiano parole luminose come quella di Sole e quella di Luce. Come un’auto che per andar dritta ha bisogno di un buon guidatore, così questo libro ha avuto bisogno di parole strategiche che non lasciano cadere il lettore in un grigiore ambientalistico. D'altronde, trattandosi di guerra e fame, il rischio è elevato. Scelta giusta.
Operazione immedesimazione. Il libro fa immedesimare e leggendolo si ha la sensazione di essere al fianco del cronista; di far parte storia dopo storia di un componente del suo gruppo, cameramen, fonista e altri.  Dispiace la perdita di un loro componente che racconta di aver conosciuto in vita e che muore durante le ardite riprese di una guerriglia tra le tante dei posti raggiunti. La tragedia è descritta bene e incute addirittura rabbia per l’incoscienza dell’operatore. Doveva ripiegare e scappare senza telecamera piuttosto che portare a termine il servizio e la sua vita.  Questo è quello che vien da pensare dopo aver letto le pagine che narrano il nefasto evento. Il magone è in gola, un motivo ci sarà. In altro scenario e contesto Flavio Fusi ci racconta di quando è stato fermato da un poliziotto. “...Fusi suena como fucilado...” così gli dice durante il fermo per la perquisizione. Il modo in cui descrive gli scenari e i contesti rendono meglio il senso di come una semplice recensione riuscirebbe a fare. Operazione immedesimazione riuscita!
E’ davvero interessante per coloro a cui piace il giornalismo di inchiesta e di guerra, fatto in un chiave inedita, quasi intima, giacché egli stesso lo consideri un diario. Una veste singolare che fa dimenticare in più momenti di avere tra le mani un libro. Una capacità espositiva semplice e diretta che spiega bene la voglia e il coraggio di vivere degli autoctoni intervistati e che ci porta a conoscere le inquietudini vissute da persone meno fortunate di noi. Persone che al mattino zappano la terra e alla sera difendono i propri territori con in braccio fucili e fionde. Difficile quindi tenere su la tesi dell’infedeltà. 
Il viaggio dell'eroe. Il buon senso vuole che i cronisti di guerra raggiungano il fronte e che dalle retrovie registrino qualche immagine, intervistino qualcuno e abbandonino il posto quanto prima. Ma ci sono anche professionisti - come il nostro Flavio Fusi - che decidono di affiancare i disperati per più giorni al fine di riportare realtà certe e articoli non asettici . Come già detto, Fusi riporta esattamente la disperazione dei fortunati - si fa per dire - messicani. Loro sono al confine e possono sperare nella benevolenza della vicina America del nord che talvolta  concede loro opportunità di lavoro. Ma questo in pochi lo sanno. Il problema reale proviene dai paesi limitrofi al Messico. Il libro ne parla ampiamente.
Cronache infedeli è un diario dal tratto particolare ove spesso l’autore descrive i luoghi visitati in passato e verso cui fa ritorno a distanza di anni. Un viaggio dell’eroe in loop, che non finisce mai, e in cui il protagonista si dimostra tenace al punto di andare alla continua conferma o smentita che il presente sia come il passato.
La riprova. Pochi sono gli avventurieri che si porterebbero presso un’area geografica locale interposta tra la Russia e la Turchia come quella caucasica. Pochi lo farebbero sia per la propria incolumità e sia perchè di luoghi come il Nagorno Karaback importa poco o nulla. L’autore stupisce e delude. Si addentra e raggiunge questo luogo di contesa tra nazioni che sono una più povera dell’altra: l’Armenia e l’Azerbagian. Ma delude poichè in effetti qui è infedeltà: una volta tanto che a parlare dell’Armenia non è un armeno, il risultato è stato un pò scarno. Cronaca di storia - questa -  che non trova pace e giustizia neanche nel suddetto libro. E’ davvero un Peccato.
Nobiltà d'animo. Non stupisce che un giornalista come lui voglia trasmettere segreti anche ai lettori che sognano un giorno di fare lo stesso mestiere. Fornisce un consiglio che può salvare la vita, proprio come accaduto a lui stesso durante il soggiorno a Nairobi:  
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...” 
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
Deformazione professionale. Si da luogo al personale vezzo di osservare e cercare di giustificare anche le scelte grafiche della copertina e si fa notare la presenza del soggetto ivi raffigurato: un soldato con la testa china. Che questo sia in corsa è intuibile dalla posizione delle gambe e ancor di più da quella della testa. Domande: è un soldato qualsiasi quello raffigurato? È in fuga da chi? o forse sarebbe meglio dire: da cosa? Una foto che la maggior parte di noi conosce già. Una foto archètipa e che ha preso posto in ognuno di noi. Taluni la ricorderanno immediatamente, altri dovranno scavare un attimo nei ricordi; e se il collegamento tarda ad arrivare poco importa; basta giungere alla lettura del capitolo dedicato al nefasto evento tedesco perchè il vago ricordo ritorni in mente. Il giornalismo d’inchiesta che racconta e fotografa i disertori alla ricerca di libertà. Quella foto è presente nei libri di storia elementare e media; solitamente è buttata lì nelle ultime pagine, dove la storia contemporanea perde d’importanza, di valore, e viene snobbata...perchè tanto si è a fine anno. Magari, un’altra immagine più esclusiva e leggera poteva rendere di più sia per empatia che per strategia di marketing; ma è pur vero che quando si parla di certi argomenti ci sia poco da tergiversare. Una scelta grafica coerente ma non avvincente. Alcuni diranno che un libro non si giudica dalla copertina. Beh, è vero in parte.
Conclusioni. Per conoscere altri posti visitati da questo grande giornalista basta leggere il suo libro composto così egregiamente e attento ai particolari che a suo modesto avviso “...sono meno di quelli che la mente gli ha concesso di ricordare... 
Durante il corso della presente recensione ci si è più volte posto il quesito se il titolo fosse o meno appropriato e si è lasciato il dubbio che questo non lo fosse. Ciò non per ammonimento ma per riconoscenza di merito di un professionista che ricorda un pò il primo della classe, quello che dice di non aver studiato ma che poi prende 10. La sostanza è tutta dentro e le prove sono tra le pagine, piene di particolari che mai affaticano il lettore neanche quando parla di tribù e avvicendamenti al potere di paesi del sud-Africa e del sud-America. Il giornalista accetta la sfida di descrivere anche i nomi delle tribù locali. Una scelta audace, che sicuramente rallenta la lettura ma che dimostra una lealtà intellettuale che chiede e ottiene fiducia.
Insomma un libro davvero ben fatto e che riempie di emozioni sin dalla premessa che lo apre. Si legge tutto d’un fiato e fa giungere al termine con una maggiore consapevolezza. La consapevolezza che l’essere umano è egoista, cattivo e irrazionale come nessun altro, materializzandoli in morte, fame e miseria generale. Magari fossero infedeli queste cronache.
Joannes Timurian

Flavio Fusi 
Cronache Infedeli 
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
___



27 dicembre 2018

In libreria

Enzo Mignosi
Quelli di via Solferino.
Un cronista, i suoi anni con il Corriere e la guerra di Palermo
Di Girolamo editore, Trapani, 2018, pp. 210.

Descrizione
Una storia di vita e di giornalismo raccontata come un romanzo da un cronista che ha vissuto per 35 anni sulla linea del fuoco nella Sicilia devastata da delitti e stragi di mafia. Reportage rimbalzati sulle pagine del Corriere della Sera, il santuario della carta stampata. Un pezzo di storia d’Italia che torna d’attualità nella narrazione di un testimone di tragici eventi che hanno sconvolto il Paese: i mille morti ammazzati degli anni Ottanta, i primi pentiti, i grandi processi, gli attentati a Falcone e Borsellino, il crollo dell’impero corleonese. Pagine ricche di pathos in cui l’autore lascia sfilare in sequenza una serie di flash che partono da lontano, dai tempi in cui, ancora ragazzo, combatte a mani nude contro una sorte malevola che sembra sbarrargli la via d’accesso alla professione. La tenacia lo premierà con la firma del contratto di praticante al Giornale di Sicilia e subito, a seguire, con l’incarico di corrispondente del Corriere della Sera. L’inizio di un’avventura straordinaria, che apre le porte del mondo fatato di via Solferino, il tempio del giornalismo nazionale.
____

02 settembre 2018

Il giornalismo globale di Kapuściński


“Conclusioni? Per fortuna, nessuna: partecipiamo tutti a un processo storico tuttora in atto […]. Non riesco a immaginare che si possa scrivere un libro per cercare di racchiudere il mondo odierno in una formula fatta e finita”.

Con queste parole termina il libro di Kapuściński, il cui unico difetto può forse trovarsi in un eccesso di umiltà da parte dell’autore. Nel turbine della storia, infatti, si presenta come un chiaro e nitido dipinto della situazione storica, ma soprattutto socio-politica, vissuta e documentata dal giornalista originario di Pinks (nell’attuale Bielorussia).
Un capitolo dopo l’altro vengono affrontate le tappe di uno sviluppo globale ma disuguale dei grandi Paesi, e spesso di interi continenti, non soltanto per narrarne le vicende contemporanee, bensì indagando i problemi attuali nei conflitti e nei nodi del passato, e in particolar modo interrogandosi sul futuro.
La lunga esperienza da reporter di Kapuściński certo si riflette nello stile di questo libro ma, come fa notare Krystyna Strączek nell’introduzione all’edizione Feltrinelli del 2009, l’autore non veste i panni ‘semplicemente’ dello scrittore, del cacciatore e narratore di notizie, ma invita anche a riflessioni che trascendono i fatti, proprio riguardo le prospettive future.
È lui stesso a ricordare, nelle prime pagine, che il compito del giornalista non può e non deve essere quello di riportare le notizie senza una personale intromissione. Oltre a risultare impossibile, sarebbe addirittura inutile.
Tuttavia, Kapuściński trova un sorprendente equilibrio proprio tra le maggiori insidie della sua professione: il libro è più di un reportage giornalistico, più di un manuale storico, un po’ meno rispetto a un diario di viaggio ma non asettico, non privo di analisi; analisi che non cede mai alla netta presa di posizione o alla tentazione della stereotipizzazione.
L’Europa dunque, in questo quadro, non è soltanto il vecchio mondo in declino, ma anche un insieme di nazioni ricche di culture e tradizioni che possono trainare il futuro; Russia non è più sinonimo di comunismo, è un immenso stato che sente la necessità di entrare nella discussione globale; gli Stati Uniti vengono messi di fronte a tutte le loro contraddizioni, fatte di bassezze e bellezze; il cosiddetto Terzo Mondo non è un calderone di stati indistinti, caratterizzati da miseria, ostacoli naturali e sfruttamento, bensì conserva importanti risorse e antiche tradizioni, e una forte dignità che tenta di resistere agli attacchi esterni.
Il linguaggio è asciutto ed estremamente scorrevole, il testo non soltanto è diviso in capitoli concisi ma in tanti brevissimi paragrafi, come uno stream of consciousness con la punteggiatura e la lucidità di un giornalista: tutti questi elementi non sottraggono, anzi aggiungono spessore alle riflessioni di Kapuściński.
Infine, è sorprendente la lettura in prospettiva che lo scrittore offre dopo la narrazione degli eventi. Ancor di più è impressionante leggere nel 2018 un libro che è in grado di predire un futuro ancora tormentato per certi continenti, ad esempio per l’Africa, che comprende già lo sviluppo di paesi quali la Cina, o l’India; soprattutto, un libro che vuole mettere in guardia l’Europa circa la pericolosità di combattere, anziché accettare, il multiculturalismo. Questo, infatti, era già evidente per Kapuściński che non potrà essere arginato, o fermato, al contrario, sarà sempre più pregnante nelle società del futuro.
Lucrezia Naso

Kyszard Kapuscinski  
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009).
 

22 luglio 2018

In libreria

Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja
8 giorni in Niger. Un diario a 2 voci
Baldini Castoldi, Milano, 2018, pp. 80.

Descrizione

Nell’inverno del 2017 Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja si uniscono a una missione dell’UNHCR in Niger, nel cuore dell’Africa. Otto giorni, poco più di una settimana – e due sguardi, due voci, per cercare di capire e raccontare cosa succede in quel crocevia dove passano profughi e armi, migranti e uranio, mentre il deserto avanza e l’acqua scarseggia sempre più.
Il Niger è uno dei Paesi più poveri al mondo, ma pronto ad accogliere un numero impressionante di rifugiati dal Mali e dalla Nigeria, senza contare gli sfollati interni. Del fiume di denaro occidentale versato per combattere i nostri incubi, cioè migranti e terroristi, la gente del posto non vede che l’ombra. La miseria è onnipresente come la sabbia rossa e metafisica che copre ogni cosa. Eppure proprio qui viene offerto asilo e protezione alle donne liberate dalle carceri libiche, e ai bambini eritrei senza famiglia – «messaggi in bottiglia abbandonati alle onde».
Senza lasciarsi condizionare da alcuna idea preconcetta, Albinati e d’Aloja scoprono sul campo la sorprendente serenità delle genti di fronte agli orrori, la disponibilità verso gli altri e la gioia autentica di aiutare. Negli ultimi anni, innumerevoli immagini hanno documentato i drammi del Mediterraneo. Questo diario a quattro mani si spinge più in là, verso l’origine di tutto, il luogo dove ha inizio l’avventura, e con parole semplici e impressioni immediate ci consegna il resoconto di un viaggio breve ma intenso, sconcertante e duro, alle radici di ciò che forse stiamo perdendo, noi come esseri umani e Stati civili.
___

01 febbraio 2018

John Steinbeck alla guerra

Se c'è una cosa che si può certamente affermare su John Steinbeck, tra gli autori più prolifici della cosiddetta lost generation americana, è che non sia mai stato un narratore scontato. Lo si può intuire soltanto pensando ad una delle sue ultime opere, Le gesta di Re Artù e dei suoi nobili cavalieri, uscita postuma nel 1976, così diversa per contenuti e stile dallo Steinbeck lucido, ottimista ed ermetico che tutti conoscevano. Ebbene, anche questa raccolta di lettere che il letterato americano raccolse per il quotidiano "Newsday" come inviato sul campo durante il lungo conflitto vietnamita, dal dicembre 1966 al maggio 1967, presentano un aspetto tutt'altro che banale. L'impressione però è che questa volta lo stesso autore / narratore fosse particolarmente confuso riguardo alla guerra in Vietnam, un conflitto unico nella storia per geografia e andamento, come lo stesso Steinbeck non mancò di notare a pochi giorni dal suo sbarco nel Sud Est asiatico. Se infatti nei primi dispacci, e per gran parte dell'intera opera, lo scrittore, pur nella sua analisi estremamente lucida, fa tutto il possibile per supportare e giustificare l'intervento militare statunitense (a differenza della quasi totalità della letteratura a lui contemporanea e/o futura), nelle ultime lettere, ed in particolare dopo il ritorno in patria, Steinbeck sembra nutrire profondi dubbi sulla bontà di un conflitto tanto lungo quanto dispendioso. D'altronde, come nota l'autore, a differenza del secondo conflitto mondiale (di cui Steinbeck fu giornalista inviato in Europa), la guerra del Vietnam è una guerra senza confini ed eserciti precisi, "una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie", dove il discrimine tra libertà e occupazione, tra omicidio e missione militare, è davvero più labile che ma. In un racconto tanto indecifrabile sia per lo stesso narratore che per i lettori, pochi aspetti mantengono una propria persistenza e continuità: la critica spietata di Steinbeck per i metodi e per le subdole strategie attuati dai Vietcong alle spese della popolazione rurale del Sud (con buona pace delle tante critiche che spesso hanno bollato Steinbeck come un "simpatizzante dei rossi"), tuttavia non fomentate da una pura contrapposizione ideologica (vedasi la brillante critica alla diplomazia americana nell'insistere a definire Taiwan "la vera Cina" pur di non riconoscere Mao), ma al limite velate da quel patriottismo quasi connaturato che nasce sul campo di battaglia (a tale proposito, vedasi la spietata denuncia all'uso da parte dei comunisti di bambini nelle missioni di guerra, salvo poi proporre subito dopo allo stesso Vietnam di fare lo stesso a parti invertite). Un'altra costante del racconto è la curiosità mostrata da Steinbeck in ogni pagina di questa nuova avventura ("Non guarirò mai da questa curiosità esagitata. Mi sento ancora come quando da bambino andavo da Salinas a San Francisco, addirittura a cento miglia di distanza!"), una curiosità ancor più ammirabile se consideriamo che quando Steinbeck scrisse le lettere aveva sulle spalle già 64 anni di vita, di cui sei mesi in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, decine di romanzi pluri-premiati, e perfino un Nobel per la letteratura. L'atteggiamento mostrato dall'autore, che tanto gradevolmente traspare dalla sue parole, è a mio parere un vero e proprio manifesto del giornalismo. Una cronaca lucida, sincera, ma allo stesso tempo appassionata, che non manca di aneddoti personali e talvolta ridicoli, alternati a riflessioni geopolitiche assolutamente non scontate. A tratti lo Steineck giornalista di guerra appare tale e quale a quello conosciuto nel 1943, incanalato tra il New Deal rooseveltiano e il nazionalismo, esaltato dalla descrizione delle armi e dei mezzi militari, critico verso il pacifismo ipocrita e fine a se stesso, abile nel definire in modo spietato e incorruttibile il "nemico". In altri tratti invece prevale lo Steinbeck romanziere, quello difensore dei contadini vietnamiti e thailandesi (così simili per certi versi agli okies, protagonisti di Furore), e capace di regalare al pubblico del Newsday personaggi che sembrano davvero resuscitati dalle pagine di un romanzo, come il Venerabile Giac, il maestro di judo pacifista che insegna la quiete interiore ai bambini di Saigon, o il generale di polizia thailandese che non riesce a capire come Playboy sia diventato "la bibbia dei giovani americani". In particolare nelle ultime lettere, dedicate alla sua permanenza in Laos ed in Giappone prima del rimpatrio, l'autore riesce davvero a fondere questi due mestieri, il giornalista ed il romanziere, in un connubio di entusiasmo, capacità comprensiva, esperienza e persino romanticismo, che per un poco fanno vedere anche gli aspetti più umani di un conflitto definito disumano da tutta la critica del tempo, da Bob Dylan a Norman Mailer, passando per John Lennon e Noam Chomsky. A prescindere dall'aspetto contenutistico, l'opera, uscita postuma (Steinbeck morirà nel 1968, appena un anno dopo l'esperienza vietnamita), può essere vista come un lascito testuale del romanziere. La storia ci ha consegnato tanti John Steinbeck: lo Steinbeck sognatore californiano, lo Steinbeck socialista dopo la crisi di Wall Street, lo Steinbeck pacifista, lo Steinbeck ospite di Roosevelt alla Casa Bianca, inviato di guerra, nazionalista, comunista e anti-comunista. In fin dei conti John Steinbeck ebbe la grande capacità di vedere e interpretare la realtà dei suoi tempi, una realtà mai univoca e che quindi mai può essere letta in bianco e nero. Proprio per questo motivo mi piacerebbe chiudere questa scheda di lettura con la piccola digressione che l'autore si concede nella lettera del 3 febbraio 1967, dove scrive la sua interpretazione sull'effettivo valore della guerra:
"Per me tutte le guerre sono cattive. Non esistono buone guerre e non credo che esista un soldato pronto a darmi torto. Però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo e girano le spalle: quelli che distolgono lo sguardo hanno forse scoperto che una guerra è buona e una è cattiva? Masterson, il soldato semplice di marina che guada le paludi pullulanti di sanguisughe, la famiglia di contadini delle risaie che si rintana terrorizzata nella sua capanna minata all'estremità di un sentiero pieno di trappole esplosive, io che ho visto questa guerra da vicino: tutti saremmo d'accordo nel dire che è tutto cattivo. Ma tutto il male va eliminato in una volta sola, altrimenti continuerà ad esistere come è sempre esistito".
Francesco Massardo


John Steinbeck
Vietnam in guerra: dispacci dal fronte
a cura di T.E. Barden
Libreria editrice goriziana, Gorizia, 2017.
____




29 gennaio 2018

Genova in redazione



Giovanni Ansaldo
 Il fascino di Sigfrido
Prefazione di Francesco Perfetti
Nino Aragno editore, Torino, 2017, pp. 249.
Descrizione
Quando giunse a Berlino nel gennaio 1921, Giovanni Ansaldo aveva poco più di venticinque anni, essendo nato a Genova il 28 novembre 1895. Nipote del  fondatore di una delle più importanti industrie italiane che portava il nome  di famiglia, era stato al fronte come capitano e aveva già cominciato a  scrivere su alcuni giornali, da «Energie Nove» di Piero Gobetti a «L’Unità»  di Gaetano Salvemini, e sul quotidiano socialista «Il Lavoro». Non aveva,  probabilmente, ancora deciso di rinunciare alla carriera accademica per  dedicarsi, preda del demone della scrittura, al giornalismo. Pensava,  infatti, di raccogliere materiale, durante i mesi che avrebbe trascorso in  Germania, per fare qualche pubblicazione al fine di conseguire la libera  docenza e di scrivere un libro di attualità o di politica. Si era impegnato  per ben sette mesi, messa da parte la sua «svogliatezza di anni lontani»,  nello studio della lingua tedesca, proprio in vista di questo viaggio che  considerava importante per il suo futuro. Questo libro raccoglie gli  articoli e gli scritti di Giovanni Ansaldo allora dedicati alla Repubblica
di Weimar, e, in particolare, all’occupazione della Saar. Ed è anche l’ultima
fatica di Giovanni Battista Ansaldo, che ha selezionato i testi paterni  raccogliendoli e ricopiandoli con cura certosina e devozione filiale.
___

07 gennaio 2018

L'America di Oriana Fallaci


Viaggio in America è il titolo di un’opera della celebre scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, pubblicata nel 2014. É il 1965 quando la Fallaci decide di raccontare il Paese a stelle e strisce in una serie di articoli per l’Europeo, racchiusi successivamente in questo libro da Rizzoli Editore. Oriana, curiosa di capire il mondo e gli uomini, vuole raccontare com’è l’America vista da un’italiana. L’America non appartiene solo agli americani, perciò ha il diritto di raccontare ciò che va e ciò che invece non va: «Ho il diritto di sapere chi sono, se sono felici o infelici, mascalzoni o perbene. Ho il diritto di ascoltarli, osservarli, spiarli», scrive l’autrice. Così, la vastità e la complessità degli Stati Uniti la spingono a intraprendere un viaggio per poter raccontare il Paese dopo averlo osservato più da vicino.
Il libro è suddiviso in sei parti che racchiudono straordinari ritratti di cantanti, politici, astronauti, attori e divi di Hollywood e una descrizione delle tante facce della New York degli anni Sessanta, spesso presentata come un inferno, dove possedere una rivoltella equivale ad avere la macchina per lavare i piatti, la televisione, il telefono, l’automobile, il frigorifero; e poi lo spumeggiante viaggio on the road con l’amica Shirley MacLaine per percorrere all’incontrario la strada degli antichi pionieri che nell’Ottocento si mossero dalla Virginia alla California. La silenziosa Death Valley, Las Vegas, il Grand Canyon, sono solo alcune delle numerose tappe del viaggio con la MacLaine. «L’America è così vasta, paurosamente vasta. C’è di tutto in America». Così, per sentirsi di nuovo a casa attraverserà il paese per far visita, da buona toscana, a Florence in Alabama. Ed è proprio qui, negli stati del Sud, che comprenderà il dramma d’essere nato color della notte in un Paese dove la maggioranza delle persone è color del giorno. Nelle oltre due settimane di viaggio Oriana confessa che la comodità americana è assai attraente, sì, ma anche che le manca qualcosa. In uno scenario perfetto, in una vita perfetta fatta di benessere, prati curati, piscine riscaldate, bibite fresche, campi da tennis e tecnologia, ciò di cui sono privi gli Stati Uniti sono i fantasmi. Vale a dire i fantasmi di coloro che levigarono i sassi su cui si cammina: lì non c’è memoria, non ci sono ricordi né tradizioni e i troppi comfort stanno per ingoiarla. Si sente rimbecillita da quel mondo dove tutto è troppo. L’America impaziente che non si affeziona mai a nulla, si stacca senza dolore da tutto: genitori, figli, coniugi, case, paesaggi. Sono queste, secondo lei, le cose che un europeo non può comprendere.
Il libro si conclude con un’inchiesta sui teenager americani, preziosa per capire la società dell’epoca e con delle “Lettere dall’America”, contenenti gli aneddoti più strambi come le maldestre intercettazioni telefoniche da parte della CIA o una Fallaci intenta a fumare le bucce delle banane. Un rapporto di odio e amore, quello tra Oriana e l’America. Gli USA, però, sono una continua scoperta e questo la elettrizza. L’autrice, con uno stile sfrontato e brillante, racconta di un’America che forse non è cambiata poi così tanto e che, forse, non odia poi così tanto: «Dell’America mi piacciono i western, i ponti, i biondi, la Costituzione, sebbene sia spesso dimenticata, il roast beef che qui lo cuociono bene, non bruciato di fuori e crudo di dentro, ma d’un bel rosa unito dalla buccia all’interno. Mi piace. E poi mi piace il garbo delle telefoniste che qui non sono villane, mi piace il sorriso con cui i poliziotti del Kennedy Airport mi dicono tutte le volte che torno a New York: «Welcome home», benvenuta a casa».
Paola Alemanno



Oriana Falalci
Viaggi in America
Rizzoli, Milano, 2014.
___


05 dicembre 2017

In libreria

Flavio Fusi
Cronache infedeli
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
Descrizione
Un diario di viaggio. Un viaggio di trent’anni attraverso i cambiamenti di un mondo in tumulto. Nuove geografie e frontiere, fragili paesi che nascono, antiche nazioni che si spengono come stelle fredde, intere comunità costrette all’esilio. Da Sarajevo assediata a Berlino liberata dal Muro, da New York inginocchiata davanti alle rovine delle Twin Towers a Mosca che maledice il proprio passato, il cronista raccoglie e racconta, cercando di mettere ordine nel caos che lo circonda. Il cronista è un testimone incantato: di notte vengono a trovarlo in sogno gli spettri benevoli dei compagni che ha incontrato lungo i sentieri dell’Africa, nei villaggi massacrati dell’America Latina e dei Balcani, nelle province dell’Impero sovietico in agonia. Il cronista non è un giudice, ma sempre e soltanto un complice. Un libro di memorie, sogni e ricordi. Una storia vera, autentica e infedele: una storia, in fondo, sommamente bugiarda.
___

14 agosto 2017

Reporter

"Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani.... Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto."
Domenico Quirico
*La Stampa / Il Secolo XIX, 12.8.2017.
___

24 giugno 2017

È lontana Lampedusa?


 



Voi che vivete sicuri 
nelle vostre tiepide case, 
voi che trovate tornando a sera 
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo 
che lavora nel fango 
che non conosce pace 
che lotta per mezzo pane 
che muore per un sì o per un no. 
Considerate se questa è una donna, 
senza capelli e senza nome 
senza più forza di ricordare 
vuoti gli occhi e freddo il grembo 
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato: 
vi comando queste parole. 
Scolpitele nel vostro cuore 
stando in casa andando per via, 
coricandovi alzandovi; 
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa, 
la malattia vi impedisca, 
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi




Per quale motivo un uomo o una donna - spesso con bambini in grembo - decide di lasciare il proprio paese, pagare ingenti somme di denaro ad un trafficante, salire su di un barcone fatiscente, compiere un viaggio insicuro e rischioso, per giungere in una terra a loro completamente estranea? Cosa li spinge?
E soprattutto chi sono - quale il loro nome e la loro storia - tutti quegli uomini e donne, del nuovo millennio, che partono?
Domenico Quirico - per lunghi anni inviato speciale del quotidiano La Stampa - tenta, con l’abilità di reporter e la sensibilità di uomo, di rispondere a queste domande con lo scopo non solo di capire, conoscere e raccontare la Storia ma anche e soprattutto di distruggere l’alta barriera di luoghi comuni e superficialità che si è eretta in Italia- in particolare- circa il modo di considerare queste partenze.
Di migranti stiamo parlando. Né di rifugiati né di profughi tantomeno di clandestini.
"Non dovremmo usare più, per loro, la parola clandestini: inganna, svia, dovremmo restaurare l’antica cara nostra parola di migranti." (Quirico p. 30).
I migranti sono uomini, donne, bambini che compiono l’atto più antico e profondo della storia dell’umanità: migrare, spostarsi, viaggiare. Per avere salva la vita, per un futuro migliore.
"Gli uomini possiedono piedi e non radici, anzi come ha scritto il grande paleontologo André Leroi-Gourhan: «Eravamo disposti ad ammettere qualsiasi cosa, ma non di essere cominciati dai piedi», e prosegue affermando che la storia dell’umanità inizia con i piedi." (M. Aime, Contro il razzismo, Torino, 2016, p. 47).
Domenico Quirico, abbandona la sua tiepida casa italiana e parte per la Tunisia. Si reca presso il porto di Zarzis - il porto dei trafficanti di uomini - e si immedesima nella gente che sta per partire, ossia coloro che si accingono a diventare migranti.
Quirico - ora giornalista professionista, ora uomo - percorre gli stessi passi di quella gente. Paga la stessa cifra, si appropinqua presso lo stesso porto, sale sullo stesso "barcone" – un peschereccio vecchio e malandato, che potrebbe supportare il peso di non più di trenta persone, e ne traghetta almeno cento. Patisce le loro stesse angosce, paure, preoccupazioni: "arriveremo vivi? È lontana Lampedusa? Come affronteremo un naufragio?" ma, pur tuttavia, non viene guardato allo stesso modo. Sia i passeur sia i migranti lo guardano con sguardo sorpreso e interrogativo: "Chi te lo fa fare ad andare volontariamente in un luogo da cui tutti scappano, e a vivere momenti di cui tutti vorrebbero dimenticare?"
I passeur sono i traghettatori di anime, i Caronte del Nuovo Millennio. Perché di trasporto di persone via imbarcazione, e di inferno si sta parlando.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: "Guai a voi, anime prave! 

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti".
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 

disse: "Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti".



Lo sguardo e le parole che la gente di Zarzis rivolge a Quirico sono esattamente le stesse che Caronte rivolge a Dante quando - chiamandolo anima viva- chiede cosa fa e lo esorta ad allontanarsi da "cotesti che son morti". E Quirico, in quel contesto, altro non è che anima viva.
Quirico salpa nel cuore della notte - insieme a molti altri uomini e donne - da Zarzis. Il viaggio si è mostrato come previsto rischioso: motore guasto - riparato almeno quattro volte - e sovraffollamento.
Durante il tragitto, Domenico giornalista tenta di intavolare conversazioni e di porre qualche domanda ai suoi compagni accanto. Ma Domenico uomo, percepisce un inverosimile silenzio e intuisce che non è il momento di parlare.
Ad un tratto il motore cede e il sovraffollamento prende il sopravvento. L’imbarcazione affonda. Uomini donne bambini e Domenico in mare. Urla, pianti, disperazione. Sopraggiunge la Guardia Costiera, salva quella gente, e la conduce a Lampedusa, presso il campo profughi. Il viaggio di Quirico era finito, quello dei migranti era appena all’inizio.
"La fuga è un atto liberatorio. Un allontanamento da una condizione o da un luogo divenuti insostenibili; un gesto di rottura col presente, il rifiuto della sua immanente necessità." Così Carlo Bordoni, scrittore italiano e collaboratore del Corriere della Sera, riassume le parole di Pierre Zaoui- studioso francese di filosofia contemporanea - espresse nel testo L’arte di essere felici (Milano, 2016).
Infatti è proprio questo il motivo per cui «popoli interi hanno ripreso, braccati dalla disperazione e dalla speranza, ad attraversare il mare» (Quirico, p. 53). I migranti del Nuovo Millennio sono persone che scappano, fuggono- più che partire- da guerre, lotte civili, politiche autoritarie e aggressive, morte. Non partire significa morte certa, fisica e spirituale. Partire significa rischiare- forse - di morire. E quel forse diviene ragione di vita, speranza; "la speranza che rende leggeri e cancella la paura e qualche volta oscura anche la ragione."(Quirico, p. 22).
Si fugge per istinto di sopravvivenza, per amore della vita. Si fugge non per se stessi, ma per i propri figli. Si fugge per un’idea di futuro. Si fugge per una terribile sacra pazienza di vivere (Quirico, p. 58). Si fugge per denunciare all’Occidente costa sta accadendo al di là del Mediterraneo. Si parla di fuga, non di codardia. Codardia è ben altro.
Coloro che fuggono sono persone umili, semplici, innocenti. Persone che hanno sempre tentato di condurre una vita dignitosa nei loro paesi; persone intrappolate nella ragnatela del potere e della violenza. Persone come noi, noi che invece viviamo nelle nostre tiepide case.
E il Mediterraneo cosa rappresenta?
Per la Storia, la "grande cerniera di cui l’avventura umana ha fatto il suo ambito prediletto, nord contro sud, est contro ovest, Oriente contro Occidente, l’Islam all’assalto della Cristianità." (Quirico, p. 49).  Per Papa Francesco, "un cimitero".
Il Mediterraneo non è solo un luogo geografico, ma anche e soprattutto un luogo storico, sociale e politico.
Domenico Quirico affronta il tema della migrazione, nucleo concettuale del giornalismo internazionale.
Infatti, come afferma Jean-Paul Marthoz nel manuale Journalisme International (Bruxelles, 2012), i conflitti interculturali e le migrazioni costituiscono "il cuore dell’attualità internazionale".
Le migrazioni sono, per definizione, un soggetto globale, perché questi movimenti simbolizzano l’interconnessione del mondo.
Francesca Caporello

Domenico Quirico
Esodo. Storia del Nuovo Millennio
Neri Pozza, Milano, 2016
___










18 maggio 2017

Catastrofi e grandi firme



 “Quando fanno i giornalisti, spesso i veri scrittori sono i meno “letterari”. E’ questa la cifra esplicativa di: “Catastrofi, i disastri naturali raccontati dai grandi reporter”. Sei racconti tra giornalismo e narrazione, informazione e romanzo che ripercorrono le vicende e i fatti di altrettante sciagure naturali: L’uragano Katrina che sconvolse New Orleans nel 2005, il grande terremoto cinese del 1976; i sismi che sconvolsero San Francisco nel 1906 e Yokohama 1923; le devastazione dell’uragano Diane e ancora il terremoto che colpì la Turchia nel 1999. Le firme sono quelle prestigiose di Jack London, Ernest Hemingway, John Hersey, Qiang Gang, Robert Fisk e i cinque inviati del Sun Herald Biloxi che meritarono il Pulitzer nel 2006 nella categoria “giornalismo di pubblica utilità” insieme ai cinque giornalisti del “The Times Picayune” che vinsero il Pulitzer nello stesso anno nella categoria: “giornalismo di pubblica utilità e “notizie dell’ultim’ora” per aver raccontato nei dettagli il cataclisma che colpì duramente New Orleans nell’agosto 2005. Quanto c'è di inevitabile in questi fenomeni? Quanto, invece, è imputabile alla responsabilità umana? E' possibile prevenire? Delle catastrofi naturali si parla sempre troppo tardi, spesso solo quando sono già diventate fatti di cronaca. Passato il coinvolgimento emotivo del momento ci si dimentica di vivere sotto la minaccia delle forze naturali e si tende a negare o a sottovalutareil rischio.  Il libro si sviluppa attraverso il racconto di alcune delle grandi catastrofi naturali che porta con sé la riflessione generale sul rapporto tra uomo e natura e su come il primo abbia portato alle estreme conseguenze il suo dominio sugli elementi naturali che innesca inevitabilmente una caccia serrata agli errori e alle responsabilità prima,durante e dopo. Raccontare cataclismi e sciagure naturali dove migliaia di persone inevitabilmente perdono tutto porta con sé anche il significato più profondo del “fare giornalismo” nel rispetto dei fatti ma soprattutto delle persone. Implicazioni etiche, dunque, non solo tecniche. Il punto focale del lavoro di questi giornalisti è l’ascolto e l’osservazione, elementi fondamentali del giornalismo oggi caduti quasi in disuso. 
La narrazione dei reportages raccolti nel volume sottolinea come le tragedie non richiedono artifici narrativi ma richiedono sobrietà, essenzialità e rispetto. In tutti i reportages è l’uomo e la sua precaria esistenza sottoposta ai continui rischi derivanti dalla natura che si unisce a diritto/dovere di cronaca. 
La lezione del Kansas City Star: “Fate frasi brevi, fate pararafi inziali brevi”. E’ questo uno dei dettami contenuti nelle 117 regole del buon giornalista che la testata giornalistica fornisce ai propri inviati tra i quali Ernest Hemingway che confeziona forse il pezzo più brillante e giornalisticamente interessante. Infatti, nel suo racconto di Yokohama l’autore non riporta la data ma entra nel cuore della tragedia riportando le voci dei protagonisti con cui l’autore ricostruisce la drammaticità degli eventi: “non ci sono nomi in questa storia”: ecco l’incipit del reportage che disinnesca subito la morbosa curiosità del “chi è ?” mettendo in primo piano il dolore cupo.
Di grande impatto è anche la narrazione fornita di Jack London del grande terremoto di San Francisco del 1906 di cui fu protagonista in prima persona e di cui fornì la descrizione dopo aver girovagato per due giorni e due notti tra le macerie della città. Essenziale ed efficace l’incipit: “San Francisco è perduta. Non ne rimane niente, se non i ricordi e una frangia di case in periferia". L’autore di Zanna Bianca comincia riferendo del brusco risveglio all’alba del 18 aprile, quando lui e la moglie si caricarono la macchina fotografica in spalla e, spinti da un «misto di orrore e fascinazione», scesero in città. L’autore descrive con grande attenzione l’assenza di panico e l’avanzata degli incendi che si stavano mangiando la città, ma il cuore del reportage è la narrazione della fatica di chi era riuscito a salvare una parte dei propri averi riposti in bauli che erano trascinati lontano dalle zone rosse e posti in salvo.
Il volume è anche una descrizione dell’essenza del lavoro del giornalista. Per raccontare gli eventi i sei giornalisti hanno raggiunto i luoghi del disastro per osservare e raccontare, vivere la disperazione e la speranza delle vittime in antitesi con quella che è caratteristica contemporanea della professione: ossia scrivere ed informare stando seduti davanti ad un computare raccogliendo informazioni attraverso la rete.
Altri due cardini dell’antologia curata da Simone Barillari sono il pezzo di John Hersey, uscito sul «New Yorker» del 17 ottobre 1955, sull'uragano che poche settimane prima aveva distrutto la cittadina di Winsted, nel Connecticut. La forza della narrazione di tutto ciò che è accaduto nella notte in cui si scatenò la tempesta sta nell’unico punto di vista di una testimone. L’altro pezzo di grande impatto è Il grande terremoto cinese raccontato da Qian Gang, dedicato alla catastrofe di Tangshan del 28 luglio nel 1976. «Senza dubbio, Tangshan mi appartiene», dice. Malgrado il suo reportage fu scritto 10 anni dopo la catastrofe, al termine di un lunghissimo lavoro di ricostruzione. Del giornalista cinese colpisce la seguente riflessione contenuta nel suo pezzo: “Non abbiamo alcun controllo sulla nostra morte fisica, eppure c’è qualcosa negli esseri umani che può trascendere la morte (…) altri, pur senza sfuggire alla loro fine, hanno lasciato sulle macerie del terremoto una testimonianza di vittoria spirituale sulla morte”.
Nel reportage sull’uragano Katrina che colpi New Orleans nell’agosto 2005, il giornalismo acquisisce oltre al suo ruolo naturale informativo anche un ruolo sociale. I cronisti impegnati sul palcoscenico degli eventi con le loro testimonianze sono i contrappesi della cosiddetta informazione di stato che per nascondere tutte le difficoltà e i ritardi dei soccorsi avevano accampato la scusa dell’inagibilità delle strade. Non a caso gli inviati che redassero i reportage e denunciarono le lacune della macchina organizzativa degli USA meritarono nel 2006 il Premio Pulitzer.
Gianluca Firpo

Catastrofi. i disastri naturali raccontati dai grandi reporter
A cura di Simone Barillari
 Minimum Fax, Roma, 2007.

___

 
 

11 febbraio 2016

Viaggi attraverso l’Oriente



L’India e la Cina sono due colori: il rosso dei sari, delle pitture e il verde delle campagne. Carlo Levi descrive nei suoi reportages un mondo diverso, fatto di luoghi immersi nella magia dell’antico: gli abitanti sono i contadini, i bambini, le donne, i mendicanti. L’India è la terra dei poeti, dove ancora le rappresentazioni a teatro sono cantate e piene di epiteti, la Cina è il paese della forza del cambiamento.
Le città che vengono descritte non sono solo i grandi centri, ma soprattutto i villaggi, dove il tempo scorre lento, seguendo il ritmo delle stagioni. È difficile trovare scuole, si suona buona musica e si accolgono gli ospiti con antichi rituali. L’autore descrive le persone che incontra con minuziosità, coglie ogni particolare, ad esempio il bambino che porta un carico di fieno sulle spalle e che si appoggia a un albero, con uno sguardo “quasi morto in un incanto di solitudine”. Levi presenta queste figure con dei colori che potrebbero essere paragonati a quelli delle fotografie di Steve McCurry.
Nelle grandi città dell'India il tempo scorre frenetico sui marciapiedi affollati da mendicanti, venditori e coolies, molti si propongono come guide turistiche per guadagnare qualche rupia.
La Cina è un paese cresciuto senza religione, seguendo la morale della ragione. Levi è colpito soprattutto dalle persone. Gli uomini sembrano tutti uguali nel loro modo ordinato di comportarsi, al punto che se ci si immerge in questo mondo basato sulla collettività ci si vergogna quasi del principio di personalità occidentale. È un grande corpo dalla bellezza unitaria. Dice che ad un primo sguardo è quasi difficile scorgere la presenza delle donne, che in realtà sono moltissime e hanno compiuto una grande rivoluzione per conquistarsi il loro spazio nella società.
Levi parla delle grandi rivoluzioni di crescita che hanno dovuto affrontare questi paesi, che ancora però sono fortemente influenzati dai governi precedenti. I due paesi sono legati da una immensa grandezza e un difficile equilibrio da mantenere. Esiste una grande disparità tra le risorse del territorio e la popolazione.
Tutto ciò con cui viene a contatto nei suoi viaggi deve essere trasmesso nel modo più dettagliato e fedele possibile al lettore, in qualche modo regala un’avventura. 
I reportages raccolti in questo volume vennero pubblicati a puntante sul quotidiano "La Stampa", tra il 1957 e il 1959. L’autore è ricordato soprattutto per Cristo si è fermato ad Eboli, romanzo autobiografico che racconta il suo periodo di confino in Lucania durante il regime fascista.



Arianna Pronestì



Carlo Levi
Buongiorno, Oriente.
Reportages dall’India e dalla Cina

Donzelli Editore, Roma, 2014, pp. 240.


___

30 gennaio 2016

Raccontare Cernobyl

“Noi siamo l'aria non la terra” (M. Mamardasvili)

Il libro  più noto del Premio Nobel Svetlana Aleksieviç racconta il disastro di Cernobyl’. Il titolo che l’autrice ha scelto per descrivere un mondo profondamente sconvolto e avvolto in un misterioso male di cui l’uomo ha poco conoscenze è Preghiera per Cernobyl. Perché preghiera? Non sono le credenze religiose della scrittrice ma è un invito di umile compassione e di una totale rassegnazione di fronte al grido del dolore che la gente di Cernobyl’ ha affrontato, appunto una preghiera poiché l’uomo è incapace di risolvere la catastrofe  che ha creato a se stesso. Ci sono due esplosioni  globali; una la discesa dell’impero comunista e l’altra Cernobyl’. Nell’intervista che l’autrice fa a se stessa dichiara le sue intenzioni più sincere del perché si è presa il disturbo di raccontare un tema trascorso, un evento irraccontabile. Avrebbe potuta intitolarla  “La storia mancata” racconta, il ché la dice lunga di come è rimasta nell’ombra un avvenimento così sconvolgente nonché il grande investimento che si è fatto per dimenticarlo. Da qui il genio e il coraggio della scrittrice di risorgere una realtà sepolta.

Accanto alle diverse testimonianze delle vittime della tragedia nucleare  c’è una realtà stereotipata, come si vede Cernobyl’, cosa credono che sia stato, come si presenta al mondo? La vita di tutti i giorni della gente che abita accanto al centrale nucleare sta per essere cambiata per sempre, le loro abitudine più banali, come fare il pane, uscire per strada giocare con i sassolini, mungere la mucca, i loro affetti per le persone, per gli animali, per la terra, per le loro case, altri oggetti saranno stravolte. Non avendo equivalenti nella storia tutto viene comparato alla guerra, non sapendo a cosa riferirsi, l’evacuazione di notte di bambini, la demolizione delle case, essere circondati dagli soldati. Poi si accorgono che il nemico da combattere è un disastro radioattivi con cui bisogna senza alcun scelta, conviverci. All’inizio si comportano come se nulla fosse cambiato. Nessuno capisce cosa realmente stia accadendo. Tutto viene nascosto tra patti militari segreti e una superficialità spaventosa.  Poi la pioggia nera, bambini malformati, piaghe nel corpo.

“Volevo dimenticare. Dimenticare tutto. Pensavo di aver già vissuto la cosa più terribile che potesse capitarmi  … La guerra.. Ma poi sono andato nella zona di Cernobyl’. È il futuro non il passato a distruggermi” Psicologo (p. 43).

Cernobyl’ si è trasformato in un mito, i giornalisti hanno rivelato il lato terrificante senza mai indagare sul destino delle singole persone, del loro stato fisico ma soprattutto psichico, della loro vita prima e dopo la disgrazia. Svetlana apre davanti al lettore un mondo estraneo fino a quel momento, con un stile semplice e attraverso la voce di chi ha vissuto in prima persona.  Una scrittura polifonica valicata da diversi personaggi, dall’intellettuale alla casalinga, dall’ufficiale dell’esercito al registra e fotografo, madri, mogli, mariti, anziane, bambini, animali, natura, cibo, persino la polvere delle terra, le strade, gli alberi tutti elementi che sono state vittime dell’esplosione hanno potuto aver voce nel libro, nessuna cosa è stata trascurata per riflettere una realtà ampia e più vicina alla verità.  Spalanca davanti al lettore diverse scene vissute, storie approfondite, descrizione dettagliata dello stato mentale e sentimentale delle persone coinvolte  tanto che sembra esserci dentro.  Come hanno vissuto la notizia che il centrale nucleare è esploso, che idee avevano, come sono cambiate queste idee e sentimenti dopo aver visto morire in modo disumano i propri cari, gli animali, la fauna e flora, le strade, le loro case. Com’è stata trasformata la loro vita, la loro psiche dopo che le cause di Cernobyl non ritardarono a farsi sentire.
Attraverso monologhi, pochi dialoghi si dà voce alle storie della gente e piano piano si costruisce un panorama sempre più ampio di quello che è Cernobyl’.  Non lascia in ombra nulla e naturalmente si chiede se si poteva evitare l’incendio o se si poteva comportare diversamente, se potevano risparmiare tante vite? Ma quell’evento unico nel suo genere ha trovato impreparati tutti. La politica e il forte nazionalismo  con oscura tenacia insistevano che tutto andava per il meglio, che avevano tutto sotto controllo. Unione Sovietica voleva dimostrare la sua forza anche di fronte alle leggi della fisica. L’ordine  di mettere una bandiera rossa sopra il tetto della centrale senza minimamente preoccuparsi di chi ogni volta saliva sul tetto era un condannato ad una morte bruttale.  Una descrizione dettagliata e senza retorica della tragedia da un lato e dall’insensibilità dello stato.
“il decadimento dell’uranio ha un tempo di dimezzamento fa conto 1 miliardo di anni.” Scienziato (p. 143).
Cercavano di trovare la causa, alcuni pensavano fosse il terrorismo ma nessuno sapeva come andava affrontato la situazione, sapevano solo le sue devastanti conseguenze.

 Viviamo in un mondo editoriale in cui c’è un numero sempre più crescente di libri “bestseller” e sempre un numero decrescente di capolavori. I primi sono concentrati sul sensazionalismo, attenti alla sceneggiatura, ricchi di colpi di scena, intrighi, gli eventi scorrono in modo da attirare l’attenzione del lettore "pigro". Un linguaggio pieno di retorica, calcolato e pensato per fare colpo sul lettore, spesso frasi fatti e giri di parole. Poche volte ci imbattiamo in un capolavoro. “Preghiera per Cernobyl” è la testimonianza che in mezzo al mondo frenetico e commerciale che ci regala una realtà superficiale, personaggi stereotipati, storie simili e adatti ai film c’è un romanzo in grado di tirare fuori “l’anima” di un evento, di un popolo, di una grande sofferenza, di una verità che non possiamo ignorare. Un romanzo coraggioso che indaga, approfondisce, scava e rivela il vero volto di Cernobyl’. Attraverso un linguaggio forte e diretto,  poche metafore, niente ironia o sarcasmo, con una scrittura obbiettiva e asciutta  è stata in grado di raccontare la realtà in modo trasparente, una realtà complessa,poco chiara, perfino misteriosa per certi aspetti.  Svetlana è una cronista, una giornalista che attraverso la letteratura ha raccontato la realtà politica e sociale di Cernobyl’ in questo caso, della guerra in Afganistan, dei suicidi in massa dopo lo scioglimento della Unione Sovietica che ha costato la scrittrice la fuga dal paese di nascita e lo ha costretto a vivere in esilio. La stessa impresa che ha intercorso Roberto Saviano nel suo romanzo d’inchiesta “ Gomorra” nel quale descrive la realtà  della criminalità organizzata. 
Eralda Xibraku

Svetlana Aleksieviç

Preghiera per Cernobyl,  
Edizioni e/o, 2015, 300 pp. (prima edizione 2004)

____


07 gennaio 2016

Guerre di serie B

"Si muore così qui: senza preavviso. Un’esplosione, dal nulla, il lampo, uno schiaffo di vento, e l’aria che si fa rovente di fiamme, sangue, schegge – e nella polvere, tra le urla, solo questi stracci di carne, questi bambini di carbone."

Crudele. Ecco come definire il libro di Francesca Borri, la coraggiosa reporter freelance che ha scelto Aleppo, in Siria, per raccontare. La Siria, che spesso viene dimenticata, o meglio confusa, perché gli occidentali ignorano dove sia e che cosa sta accadendo lì da anni. Viene confusa con l’Iraq, con la Libia. A chi importa DAVVERO della Siria? Perché, a che scopo raccontare cosa succede davvero in quel paese straziato, che ormai vive solo di cadaveri e disperazione? Più volte nel corso del libro la freelance spiega che né una ONG, né una Croce Rossa, né le Nazioni Unite si preoccupano di aiutare Aleppo. Perché? Ci sono guerre di serie B, a cui nessuno fa caso, eppure i morti e i rifugiati crescono, di stagione in stagione. Se nell’autunno 2012 i morti erano 60mila e i rifugiati 400mila, a settembre dell’anno dopo sono diventati 130mila e 2milioni e mezzo i rifugiati. I numeri servono a capire e, più si fanno i calcoli, più viene da chiedersi che senso ha tutto questo. Perché nessuno aiuta? Francesca Borri lo racconta in modo preciso, crudele, scioccante. Questa è la guerra, non avere più nulla, se non la speranza, ma forse nemmeno più quella. La Guerra Dentro, perché una volta che la vedi, che la vivi, che la sopporti, non esce più, diventa parte di teQuesto libro è più che un reportage, più che una cronaca: è un diario, pieno di sentimenti, sensazioni e soprattutto ricco di storie, una guerra che diventa letteratura. Persone incontrate che raccontano un pezzo di vita, storie incredibili, impensabili per gli occidentali. Ma al direttore di testata cosa interessa? Quello che fa scalpore, forzando la realtà, costruendo la notizia, creando lo scoop. Il pendolare al mattino, in metro, sarà colpito dal bambino-medico, dalla donna-soldato, col marito talebano magari. A chi importa se qualcuno, che un tempo faceva parte di una grande famiglia numerosa, è rimasto solo per colpa di mine e cecchini? È la disperazione. La giornalista vuole scandalizzare, vuole lasciare una traccia della guerra anche dentro di noi. Leggendo, ci sembra di essere con lei tra le macerie, a rischiare la morte, a vivere con chi non ha più nulla e non può scappare. Ciò che fa innervosire ancora di più è la disinformazione, anzi, l’ignoranza nel vero senso della parola. Mancanza di una conoscenza sufficiente. Perché noi occidentali non sappiamo davvero quello che accade in Siria. Sentiamo distratti qualche informazione al tg, ma non siamo informati a sufficienza. Forse non ci vogliono informare. Non c’è empatia con quei luoghi, non ci rivediamo in loro perché sono lontani. Ma sono come noi e Francesca Borri ha cercato, indignata, come si percepisce in ogni pagina, di spiegare, di raccontare. Crudele ed emozionante. Ci svela realtà che ci vengono nascoste. Ci fa entrare nel conflitto, ma non in quello spettacolare che passa sul piccolo schermo. Il conflitto della vita quotidiana, della ricerca di acqua e pane, o del proprio figlio di cui non si hanno più notizie.
Valeria Camarda

Francesca Borri
La guerra dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 236.
___

Archivio blog

Copyright

Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62/2001. Chi desidera riprodurre i testi qui pubblicati dovrà ricordarsi di segnalare la fonte con un link, nel pieno rispetto delle norme sul copyright.