Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).











26 settembre 2008

Le leggi razziali del 1938

Michele Sarfatti
In pochi dissero no alle leggi razziali. Quando gli italiani si scoprirono ariani
Alcuni vennero sospesi dal partito per atteggiamenti «pietisti», la maggior parte si pentì dopo. Gli italiani che il fascismo nel 1938 definì «di razza ariana» contestarono le idee razziste e la persecuzione dei concittadini «di razza ebraica»? Questa domanda viene posta di frequente, specie da studenti, desiderosi di comprendere di quali comportamenti si trovino a essere di fatto eredi. Quando viene posta a me, rispondo che vi furono contestazioni, ma pochissime, e sottolineo che mancano ricerche scientifiche sul tema.
Una delle testimonianze più note è quella di Ernesta Bittanti, la vedova di Cesare Battisti, che nel diario di quei mesi annotò: «La stampa che è tutta statale, e vuole avere uno spirito antiebraico, dà uno spettacolo pietoso ributtante di incongruenze, contraddizioni, spropositi storici, nefandezze da sciacalli». Poi sul Corriere della Sera del 18 febbraio 1939 pubblicò un caldo necrologio dell'amico ebreo Augusto Morpurgo, tuttavia non meglio precisate «autorità» fecero cancellare le parole attestanti l'italianità dei Morpurgo.
Di recente Ruth Nattermann ha riportato che l'alto dirigente del ministero degli Esteri Luca Pietromarchi annotò sul suo diario: «Le idee fasciste sul razzismo ... un ammasso di sciocchezze » (14 luglio 1938). E poi: «Infierisce la campagna contro gli Ebrei ridotti a essere il vilipendio della nazione. Misure violatrici non solo dello statuto e delle leggi ma degli elementari diritti dell'uomo» (3 settembre).
Benedetto Croce manifestò la sua netta ripulsa in una lettera del 21 settembre all'Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, impegnato a censire razza e religione di soci e famigliari: «Ricevo oggi qui il questionario che avrei dovuto rimandare prima del 20. In ogni caso, io non l'avrei riempito, preferendo di farmi escludere come supposto ebreo. Ha senso domandare a un uomo che ha circa sessant'anni di attività letteraria e ha partecipato all'attività politica del suo Paese, dove e quando esso sia nato e altre simili cose? L'unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me che ho per cognome CROCE, all'atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo proprio quando questa gente è perseguitata».
Del tutto pubblica fu la contestazione del periodico L'igiene e la vita, diretto da Giulio Casalini («un vecchio medico socialista, deamicisiano ed umanitario », lo definisce Roberto Gremmo). Nel fascicolo di agosto 1938 il giornale riaffermò l'origine ebraica di Cristo e dei suoi primi discepoli; in quelli successivi si impegnò nella critica scientifica del Manifesto fascista della razza. E proprio «atteggiamento antirazzista» fu la motivazione con la quale le autorità ne disposero ripetuti sequestri sino alla soppressione nel 1939. Fuori d'Italia la condanna poté essere espressa liberamente. Ne Il razzismo in Italia, edito nel 1939 in Francia, l'esule comunista Giuseppe Gaddi scrisse: «Il giovane operaio o il giovane impiegato di Milano non può risolversi a considerare come un essere inferiore la piccola dattilografa milanese che dopo una visita alla sinagoga va a ballare con lui, come lo studente non può risolversi a considerare come una nullità il grande professore che lo ha educato e salutare invece come un grande scienziato il fascista che occupa la sua cattedra per il solo merito del "puro sangue ariano"».In questo elenco non possono trovare spazio i membri del Gran Consiglio del Fascismo che, nella seduta del 6 ottobre che approvò la Dichiarazione sulla razza, chiesero di ampliare le categorie di «benemeriti» (combattenti, ecc.) da esentare parzialmente dalla normativa antiebraica. Essi infatti non contestarono la persecuzione nel suo complesso (salvo affermarlo nelle memorie scritte dopo la sconfitta del fascismo). Vanno invece aggiunti gli espulsi dal partito fascista per atteggiamenti definiti «pietisti»: Ilaria Pavan ha rintracciato la menzione di quattro casi, non sempre lineari; altri potrebbero esservene stati.Sono note alcune altre contestazioni. Ma Annalisa Capristo ricorda che, per gli accademici, la lettera di Croce fronteggia solitaria una moltitudine di dichiarazioni di arianità noncuranti del suo «proprio quando». Ecco, la cifra media del comportamento degli italiani «bianchi ariani cattolici» sembra sia stata di noncuranza, adesione passiva o adesione attiva. Quelli perbene furono una ridotta minoranza. E forse non è un caso se proprio su questo tema la storiografia è rimasta così indietro. Forte è la sensazione che il silenzio sugli italiani perbene sia il prezzo che il nostro Paese ha pagato per non mettere troppo in rilievo troppi italiani mala gente.

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