Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

_________________

Scorrendo questa pagina o cliccando un qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie presenti nel sito.



22 novembre 2008

Recensione

Leonidas Donskis
Amore per l'odio. La produzione del male nelle società moderne
Erickson , 2008, p. 344
Recensione di Marco Parodi
La presunta insicurezza del vivere quotidiano nelle città italiane è argomento ormai corrente. È stato il tema cruciale su cui si è giocata l’ultima campagna elettorale; di fronte ai fatti di cronaca chi ha saputo cavalcare la paura collettiva è stato premiato dal voto, a dispetto del fatto che lo stato emergenziale che si proclamava non fosse giustificato da dati sostanziali, ma si reggesse sulla percezione diffusa di un’inaspettata perdita di sicurezza del proprio territorio.
La paura, alimentata o innata, cresce esponenzialmente al sentimento dell’odio che essa comporta e da cui a sua volta nasce: si odia quel che può suscitare in noi il sentimento di paura, e conseguentemente si ha paura a causa del sentimento di odio atavico che regola la nostra coabitazione con altri esseri umani. L’odio, come sentimento socialmente condiviso, ha necessità di cristallizzarsi contro un bersaglio fisico verso cui scaricare ansie, incertezze e debolezze proprie. I meccanismi logici attraverso cui questo sentimento si radica non sono del tutto irrazionali: hanno cioè una loro perturbante ragionevolezza, la stessa che permette di legare fenomeni del tutto distinti come l’aumento del numero degli immigrati regolari e la difficile sfida del sistema del welfare nelle ricche società occidentali. L’insicurezza trasmessa dallo sfilacciamento delle reti sociali, l’impossibilità di offrire stabilità e prosperità da parte dello Stato vengono perciò rilette alla luce del mutamento più evidente, quello della composizione demografica, secondo cui - anche in ambiti progressisti, dove non manca il razzismo “di sinistra” - l’immigrato diviene ragionevolmente colpevole per traumi di cui è indubbio che la causa sia da ricercare altrove, nelle forze extraterritoriali dell’economia mondiale.
Questa è in breve la tesi contenuta nella prefazione di Zygmunt Bauman che apre il saggio di Leonidas Donskis, filosofo e studioso di scienza politica d‘origine lituana, dal titolo Amore per l’odio. La produzione del male nelle società moderne (Erickson edizioni, il titolo originale è Forms of hatred. The troubled imagination in modern philosophy and literature). Si tratta di un saggio corposo che tra le righe offre però un’interessante riflessione sui processi di costruzione dell’odio collettivo (quello che si adegua alla logica delle masse, all’anonimato che garantisce il gruppo coeso) nella nostra società attuale.
L’odio scaturisce da un’incapacità di categorizzare qualcosa o qualcuno: non si riesce ad assumere entro i propri schemi mentali motivazioni e comportamenti che ci paiono inusitati, diversi e perciò pericolosi. È una reazione di improvvisa chiusura di fronte all’ambiguità di qualcosa o qualcuno che non si comprende appieno, che mina le nostre certezze e ci obbliga rinegoziare la nostra classificazione della realtà.
Per altro verso l’odio scaturisce come forma turbata di amore, dalla frustrazione che nasce per aver perduto l’oggetto del desiderio. Con pari forza si individuano quelle che si considerano minacce per un nuovo oggetto di amore e devozione che tuttavia non si è ancora in grado di definire.
Entrambe le letture paiono adattarsi perfettamente alle vicende italiane recenti, dalle grida razziste dei politici leghisti alle ben più lugubri spedizioni contro i campi nomadi: non soltanto l’odio diffuso come pratica sociale si è concretizzato verso il diverso, lo straniero, ma a questo si sono accompagnati una serie di proclami (dall’esame di italiano per avere la cittadinanza, alla rievocazione templaresca della difesa del cattolicesimo) volti a difendere una presunta identità italiana che pare ben difficile delineare in modo univoco.
Questa lettura in chiave di sfida moderna/antimoderna è elemento ricorrente nei processi di produzione dell’odio condiviso e su di essa Donskis concentra la seconda parte del suo lavoro: è più facile richiamarsi ai valori perduti della conservazione, odiare con forza lo stato attuale delle cose (e quanti in carne e ossa si considerano causa di tutto ciò) per rievocare un passato dai toni idilliaci, a fronte dei quali opporre la degradazione della vita moderna. “Se dunque si stava meglio prima, di tutto ciò deve esserci per forza un colpevole ora”, potrebbe essere la sintesi dello status attuale della modernità e del suo bisogno di definizione: così lo sguardo verso il passato in funzione antimoderna diventa il nucleo attorno a cui convogliare i sentimenti del moderno odio collettivo.
Alla descrizione degli schemi simbolici attraverso cui questo odio collettivo è rintracciabile nelle vicende culturali delle società Donskis si dedica invece nella prima parte del saggio, dove affronta, prima fra tutte, la cosiddetta teoria della cospirazione.
Si tratta della “forma più arcaica e durevole di odio collettivo” che scaturisce direttamente dall’immaginazione umana, o meglio dall’immaginazione turbata politica, letteraria e morale, dove con turbata s’intendono quelle sofisticate forme di interpretazione del mondo contemporaneo come la filosofia storica, gli studi culturali comparativi, gli studi letterari, dietro cui la ragione si maschera per individuare e accettare un qualche Male radicale coagulatosi in un gruppo avversario. Se l’analisi si concentra sulla teoria cospirativa per eccellenza – quella del complotto ebraico, per cui vengono citati come esempio di demonologia i Protocolli dei Savi di Sion – è pur vero che il concetto di immaginazione turbata (e conseguentemente di identità turbata) si può applicare anche all’odierna minaccia di de-cristianizzazione dell’Europa in funzione di una nuova teoria del complotto musulmano.
Ampio spazio è poi dedicato alle più importanti distopie del Novecento; Donskis, come il titolo originale precisa, si occupa principalmente di filosofia della cultura: procede dunque a considerare quelle forme letterarie che meglio si coordinano con la parallela critica novecentesca ai totalitarismi. Da 1984 di Orwell, a Noi di Zamjatin queste utopie al negativo vengono analizzate considerando la formula intrinseca di quelli che sono stati “sistemi di odio organizzato” - ossia la promessa di una salvezza collettiva minata da agenti della sovversione, contro cui occorre organizzare la repressione e soprattutto il consenso a quest’ultima.
Anche in ciò, la natura stessa del sentimento dell’odio collettivo si orienta in due differenti direzioni: da un lato sancisce la perdita della dimensione individuale di ciascun essere umano, la sua sfera intima, associa e categorizza per quanto può, subordina l’individualità alla logica dei gruppi, alla contrapposizione bene-male, in ogni caso alla sfera delle idee, attraverso cui l’atto violento, terrorizzante appare come la logica prosecuzione. Basti pensare all’odierna violenza delle tifoserie calcistiche che si articola entro termini analoghi.
D’altra parte il sentimento dell’odio tende a rifiutare ogni spirito ecumenico, a non cercare nell’altro la comune umanità, la solidarietà e compassione per le vittime di maltrattamenti e torture: scatta cioè un meccanismo di indifferenza morale per cui si assiste compiaciuti alle esecuzioni capitali (o ai linciaggi di piazza) perché almeno per questa volta, noi non siamo nei panni del condannato.
*Marco Parodi

Nessun commento:

Archivio blog

Copyright

Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62/2001. Chi desidera riprodurre i testi qui pubblicati dovrà ricordarsi di segnalare la fonte con un link, nel pieno rispetto delle norme sul copyright.