Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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11 gennaio 2010

Bechelloni, tra chiarezza e ripetitività

Il libro si sviluppa in dodici capitoli che hanno come comune denominatore l’attenzione che Bechelloni vuole catalizzare attorno alla professione giornalistica. La tesi che l’autore porta avanti con fermezza e lucidità è che il giornalismo è diventato ormai da tempo il principale produttore e divulgatore delle conoscenze che gli esseri umani hanno di se stessi, del mondo che abitano e che contribuiscono a far esistere e a trasformare. Tutto ciò argomentato da tesi secondo cui, nella società mediatizzata, il giornalismo d’attualità ha assunto un’inedita centralità per l’intero mondo della comunicazione (per il quale funzione da fonte di primo grado) e per il suo pubblico, che è costituito potenzialmente dall’intero genere umano.
Bechelloni parte da un’analisi generale sull’attuale stato di salute del giornalismo euro-atlantico, secondo lui sempre più vulnerabile, per poi concentrarsi sulle specificità italiane, mettendo in evidenza quei momenti della storia e della politica che hanno messo in crisi il giornalismo e l’intero sistema d’informazione nel nostro paese. Quelle posizioni che inquadravano il giornalismo come “quarto potere”, nel contesto del costituzionalismo moderno, oggi vengono meno, a favore di un giornalismo che sempre più si esercita a delegittimare la politica piuttosto che a vegliare su di essa.
Tutto questo l’autore lo esprime in forma chiara, semplice e scorrevole tanto quanto ripetitiva. Una costante in questo saggio è infatti la ripetizione; l’autore con ogni probabilità ha deciso di utilizzarla come tecnica per essere penetrante e per non lasciare spazio a errate interpretazioni, rischiando tuttavia di rendersi noioso.
Un’altra tecnica che viene più volte utilizzata da Bechelloni è quella di rivolgersi in modo molto diretto al lettore, richiamando spesso la sua attenzione con espressioni del tipo: “Cosa bisogna fare dunque per evitare questo rischio? Penso che il lettore attento lo abbia capito”. Si tratta di una tecnica molto usata da alcuni scrittori che la utilizzano per mantenere sempre vivo l’interesse alla discussione, coinvolgendo il lettore direttamente.
“Comunicazione”, “giornalismo” e “politica” sono le parole chiave del libro; esse danno il titolo ad uno dei paragrafi centrali e vengono messe in relazione tra loro sulla base di quella “attenzione per l’altro” che dovrebbero avere, e che, secondo l’autore, in questi ultimi quindici anni è venuta meno. In questi passaggi Bechelloni si dimostra perentorio e dispiaciuto ma altrettanto convinto in una possibile inversione di tendenza.
Non mancano inoltre continui riferimenti al sistema politico e informativo americano, le cui sorti hanno condizionato fortemente il sistema delle democrazie europee a carattere liberale. Analogie e differenze tra il giornalismo politico europeo e quello americano vengono messe in luce da Bechelloni con la solita chiarezza e lucidità.
Nel focalizzare il punto di svolta di un giornalismo politico italiano “critico per” a favore di un giornalismo “critico contro”, l’autore mette in evidenza il periodo degli “anni di piombo”, l’assassinio di Moro e il peso che hanno avuto due personaggi come Craxi e De Mita nel panorama politico italiano. E’ da questo momento in poi che, secondo Bechelloni, il giornalismo italiano si esercita a delegittimare la politica; condivisibile o meno la tesi è interessante ma allo stesso tempo ideologizzata e semplicista. Infatti l’autore afferma che Craxi non piaceva perché era troppo alto, arrogante o esplicito e De Mita troppo nebuloso e incomprensibile. Di sicuro non sono piaciuti ma non di certo per l’altezza o per l’incomprensibilità. Non sono piaciuti perché con “mani pulite” si è scoperto che erano corrotti e che le loro condotte erano profondamente antidemocratiche. L’autore in questo caso si dimostra un po’ troppo nostalgico di quella prima Repubblica che sicuramente qualcosa di buono lo aveva fatto, ma che in quel momento stava delegittimando se stessa. In questo caso sono giustificati i risentimenti di un giornalismo che, in quanto cane da guardia del potere politico, doveva prendere le distanze da tali condotte.
L’autore conclude il saggio concretamente, lanciando un’idea per la rinascita di un giornalismo di opinione consapevole. L’idea è quella di istituire una Scuola Superiore di Giornalismo affinché la formazione alla professione giornalistica abbia una validità istituzionale riconosciuta, alla pari di altre professioni non meno importanti.
Giorgio Dellepiane
Giovanni Bechelloni
La comunicazione giornalistica. Una centralità poco percepita
Firenze, Le Lettere, 2009, 162 pp.

 

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