Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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17 ottobre 2014

Il diritto diventa virtuale


L’evoluzione dei media costringe la nostra società a confondere il reale con l’immaginario.
Reale è la partecipazione del presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha istituito una commissione ad hoc per realizzare una prima bozza della Carta della Rete, una sorta di “Costituzione del web”. Così come reale è l’evidenza, posta dalla stessa Boldrini, su come i diritti sociali possano meritare l’attenzione della UE esattamente come il pareggio di bilancio.
Difendere i diritti umani sembra un’ovvietà. Ma se le istituzioni si mobilitano per regolamentare Internet, vuol dire che l’ovvietà è mutata in qualcosa di più importante. Forse troppo importante. Essere connessi è vitale come essere collegati al cordone ombelicale del mondo. Essere sconnessi è mortale come essere seppelliti nel mondo.
L’identità e le relazioni si sono trasferite dalla televisione alla rete internet, spostando il baricentro del potere e del diritto all’interno della connessione digitale. Tutto ciò è reale e quasi ovvio. Meno reale e banale è pensare che le istituzioni, nel contesto di un mondo dove il bene più esportato sembra essere la democrazia, si dimentichino dei diritti di quelle categorie di persone che la rete non la possono usare perché lasciate ai margini della società come i poveri, o gli anziani, considerati ormai di troppo, o come i “diversi”, evitati in quanto difficili da manovrare. Senza tralasciare gli immigrati, i diseredati, i disoccupati o gli esodati, ecc… Tutte quelle categorie di persone prive di spazio e voce.
Sorge il sospetto che il “pensiero debole” di questi ultimi anni sia improvvisamente diventato “forte” solo colonizzando l’universo del web. O forse che la Rete sia magicamente in grado di purificare le coscienze che nella vita reale rimangono insudiciate da bugie e scandalose defezioni. Una sorta di grande lavatrice dove centrifughiamo ogni vergogna e viltà, dove prevale lo smarrimento davanti a un oceano di parole e di visioni che confondono e, strategicamente, distraggono. Così, la certificazione della nostra esistenza deve passare per forza dalla paura di non essere presenti in tale mondo virtuale poiché si potrebbe correre il rischio di essere dimenticati. Ma a ricordarci che contiamo qualcosa ora ci pensa il Governo con la nuova Carta di Internet presentata alla Camera in formato “bozza”, in attesa di essere sottoposta all’attenzione popolare dal prossimo 27 ottobre. Parteciperemo entusiasti a questo nuovo “gioco” per ridefinire il rapporto tra pubblico e privato e, forse, vinceremo anche un premio inatteso: la partecipazione al processo democratico del controllo sociale. Finalmente anche a Roma si sono accorti che, oggi, il consenso si crea utilizzando la Rete. (Ne hanno scritto tutti i principali quotidiani: dal “Corriere della Sera” a “Repubblica” al “Sole 24ore” del 14 ottobre 2014).
Nella Carta si parla di “diritto d’identità”, di “diritto di accesso”, di “diritto all’educazione”, persino di “diritto all’oblio”. E ancora di sicurezza, di anonimato, di parità e soprattutto di libertà. Sembra di essere ai tempi della Rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité.
Peccato che, nella vita reale, quegli stessi diritti, ogni giorno, vengano regolarmente disattesi, violati, ignorati proprio da quelle stesse istituzioni.
Essere una società civile, evoluta e democratica, a quanto pare, consente di possedere una doppia identità. Una virtuale, carica di simboli e valori, che sta cercando di creare delle regole per definire il suo caos. L’altra, quella reale, che al caos ormai si è abituata e ha trovato pure il modo di farlo sembrare un grande passo verso la democrazia.

 Anna Scavuzzo      

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