Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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22 luglio 2018

In libreria

Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja
8 giorni in Niger. Un diario a 2 voci
Baldini Castoldi, Milano, 2018, pp. 80.

Descrizione
Nell’inverno del 2017 Edoardo Albinati e Francesca d’Aloja si uniscono a una missione dell’UNHCR in Niger, nel cuore dell’Africa. Otto giorni, poco più di una settimana – e due sguardi, due voci, per cercare di capire e raccontare cosa succede in quel crocevia dove passano profughi e armi, migranti e uranio, mentre il deserto avanza e l’acqua scarseggia sempre più.
Il Niger è uno dei Paesi più poveri al mondo, ma pronto ad accogliere un numero impressionante di rifugiati dal Mali e dalla Nigeria, senza contare gli sfollati interni. Del fiume di denaro occidentale versato per combattere i nostri incubi, cioè migranti e terroristi, la gente del posto non vede che l’ombra. La miseria è onnipresente come la sabbia rossa e metafisica che copre ogni cosa. Eppure proprio qui viene offerto asilo e protezione alle donne liberate dalle carceri libiche, e ai bambini eritrei senza famiglia – «messaggi in bottiglia abbandonati alle onde».
Senza lasciarsi condizionare da alcuna idea preconcetta, Albinati e d’Aloja scoprono sul campo la sorprendente serenità delle genti di fronte agli orrori, la disponibilità verso gli altri e la gioia autentica di aiutare. Negli ultimi anni, innumerevoli immagini hanno documentato i drammi del Mediterraneo. Questo diario a quattro mani si spinge più in là, verso l’origine di tutto, il luogo dove ha inizio l’avventura, e con parole semplici e impressioni immediate ci consegna il resoconto di un viaggio breve ma intenso, sconcertante e duro, alle radici di ciò che forse stiamo perdendo, noi come esseri umani e Stati civili.
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20 luglio 2018

In libreria

Enrico Menduni
Videostoria. L'Italia e la tv 1975-2015
Bompiani, Milano, 2018, pp. 314.

Descrizione

Mentre tutti ne parlano, dicendone bene e più spesso male, è diffusa una speciale ignoranza – o forse una colpevole rimozione – sugli ultimi quarant'anni della televisione italiana. Uno strumento indispensabile per chiunque desideri comprendere un presente in continua, rapida trasformazione.
"Televisione e cinema sono oggi strettamente intrecciati: per linguaggi, competenze, professioni. La grande differenza, ormai, è tra la tv generalista e quella on demand. Tanto nazionalpopolare la prima, quanto aperta al mondo e alle nuove tecnologie la seconda. La sfida dell'Italia nei prossimi anni sarà colmare questo gap."
Dal periodo dell'affermazione delle reti commerciali alla confusa contaminazione con la politica e alla coabitazione Rai – Fininvest/Mediaset fino l'arrivo della pay-per-view, del digitale e dei grandi player globali Netflix, Amazon, Apple. Questo volume – la sintesi più completa e aggiornata sull'argomento – affronta il periodo più controverso della tv nel nostro Paese, offrendo al lettore una nitida interpretazione dei fatti e un bilancio sulla presenza della televisione in Italia nei suoi dati strutturali, ma anche attraverso le trasmissioni che ci ha offerto e il rapporto con il costume e con il carattere degli italiani, la storia delle sue istituzioni, l'evoluzione di programmi e linguaggi e il passaggio dal pubblico di massa a un complesso sistema di gusti e preferenze fortemente caratterizzati. Uno strumento indispensabile per chiunque desideri comprendere un presente in continua, rapida trasformazione dal pubblico di massa a un complesso sistema di gusti e preferenze fortemente caratterizzati. Uno strumento indispensabile per chiunque desideri comprendere un presente in continua, rapida trasformazione

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16 luglio 2018

Storie di genere e media arabi


 Analizzando il mondo arabo attraverso i media e la prospettiva di genere, i saggi raccolti mostrano le aspettative tradite dall'esito delle rivolte relativamente alle aspirazioni di uguaglianza e di diritti, ma anche il manifestarsi di una libertà di espressione inedita grazie alla quale si fanno largo nuove rappresentazioni delle donne e dei rapporti tra i generi.
Quando in Occidente i mass media discutono di mondo arabo spesso usano l'immagine della donna arabo-musulmana per rappresentare la regione nel suo insieme, facendola quindi diventare la rappresentazione stessa della sua essenza immutabile, della sua cultura e del suo sistema valoriale.
Come vengono rappresentate le donne nei media arabi? Come si auto-rappresentano? Qual'è l'immagine delle donne arabe che appare dai media arabi dopo le rivoluzioni?
È a queste domande che i saggi pubblicati in questo libro provano a rispondere. Attraverso l'analisi di programmi televisivi, siti internet, blog, pellicole cinematografiche, vignette, graffiti, i diversi contributi del libro mostrano la condizione femminile in particolare in Egitto, Tunisia e Marocco.
A due anni dallo scoppio delle rivolte, ciò che appare è una pluralità di modelli femminili. Accanto a programmi con telepredicatrici velate che educano alla devozione familiare, alla modestia del corpo e all'empowerment femminile, ci si può imbattere grazie a TV private in programmi che propongono modelli femminili opposti. Ci sono numerosi canali arabi dedicati all'intrattenimento musicale, dove diversi videoclip mostrano corpi ammiccanti, altri dedicati al cambiamento del look ricorrendo anche alla chirurgia estetica, si pensi per esempio a Joelle. A diversificare ancora i modelli femminili proposti dagli schermi televisivi contribuiscono anche i personaggi delle soap opera (musalsalat) provenienti per lo più dalla Turchia.
La pluralità dei modelli femminili veicolata dai media arabi aumenta ancora se prendiamo in considerazione i nuovi media che si sono affermati in maniera decisiva nel periodo delle rivolte tra il 2011 e il 2012. In questi anni si assiste a uno spiccato protagonismo femminile nel costruire la notizia. I nuovi media permettono alle donne, che di solito non hanno facile accesso al dibattito pubblico, di esprimersi e condividere opinioni ed esperienze in maniera libera, finendo per operare un cambiamento di rilievo nella rappresentazione delle relazioni di genere. In particolare Sara Borrillo prende in esame la differenza di modelli femminili proposti dai media di Stato e da alcuni media digitali animati dalla società civile progressista. Alcuni media digitali, come la rivista Qandisha, diffondono un'immagine femminile indipendente e non dogmatica.
Sebbene a due anni di distanza dalle rivolte le donne continuino a soffrire, si registra una sempre crescente pluralità di modelli femminili e una maggiore libertà di espressione delle donne, come testimoniamo le esperienze di tantissime blogger tra cui Lina Ben Mhenni candidata al Nobel per la pace nel 2011, o l'affermazione di donne in altri ambiti quali la vignettistica grazie a pioniere del genere come l'egiziana Doaa el-Adl.
La maggiore libertà di espressione guadagnata dalle donne è però controbilanciata dalla difficoltà di poter agire liberamente nello spazio pubblico e di vedersi riconosciuti pieni diritti di cittadinanza nei paesi che hanno contribuito a trasformare. Siamo di fronte a quello che viene chiamato paradosso di genere: anche se l'immagine della donna sta cambiando, seppur tra molte difficoltà, le donne non sono ancora riuscite a trasformare le dinamiche sociopolitiche dei nuovi Stati nella direzione dell'uguaglianza di genere auspicata al momento dello scoppio delle rivolte. In particolare Azzurra Meringolo mette a nudo il paradosso di genere che attraversa l'Egitto, vale a dire l'esclusione delle donne dalle istituzioni e dal discorso politico a confronto con il loro protagonismo nella complessa trasformazione del paese.
Carolina Popolani ricostruisce l'immagine femminile che emerge dall'analisi di oltre trenta pellicole incentrate sul rapporto uomo/donna prodotte negli anni precedenti e in quelli immediatamente successivi alla caduta di Hosni Mubarak. La violenza di genere, la libertà sessuale e l'attivismo delle donne sono alcuni dei temi maggiormente affrontati dalla cinematografia impegnata egiziana dell'ultimo decennio.
In conclusione, molte delle premesse e promesse di uguaglianza di genere, pari cittadinanza tra uomini e donne sono state tradite, ma tuttavia nuove possibilità si sono aperte per le donne di far sentire la propria voce e trasformare gli immaginari sociali dominanti sulle relazioni di genere.
Francesca Concaro

Le donne nei media arabi. Tra aspettative tradite e nuove opportunità 
A cura di Renata Pepicelli
Carocci, Roma, 2014, pp. 128.
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15 luglio 2018

Razzismo implicito: non si dice, ma si fa


Quando le parole non bastano, serve la coscienza. Ma se si parla di media, di mezzi di comunicazione, necessari e opportuni  all’informazione comunitaria, il linguaggio deve essere accuratamente ragionato. Il risultato di una mancanza di attenzione nelle parole usate è (ahinoi) gran parte del giornalismo odierno.
Il libro Tracciare i confini edito da FrancoAngeli nel 2016 è un’indagine approfondita, con tabelle, dati e statistiche, sul metodo di divulgazione relativo all’immigrazione in Italia nei principali quotidiani nazionali (La Repubblica, Corriere della Sera, Il Giornale, Avvenire, l’Unità e altri), nei Tg delle emittenti televisive più seguite (Rai, Mediaset) e nel vasto e impreciso mondo virtuale. L’arco temporale è, in generale, l’ultimo trentennio, ma alcuni paragrafi analizzano specifici anni di grande importanza. Nel biennio 2002-2003, per esempio, seppur non ancora immediato, il binomio immigrazione-criminalità appare protagonista di buona parte della cronaca nera finita in prima pagina. Nel 2008 si scatena il dibattito istituzionale sulla tutela della sicurezza dei cittadini e sulle politiche da introdurre per gestire i flussi migratori nella penisola. È infatti quasi sempre la politica italiana a porre all’attenzione il fenomeno dell’immigrazione come “problema” e ciò si riflette sulla stampa. Il 2011, invece, è stato l’anno delle Primavere Arabe, termine giornalistico per definire le guerre civili che hanno posto fine a dittature decennali, ma che sono conosciute in Italia anche per i tanti sbarchi a Lampedusa. A partire da quest’anno, aumenterà l’emergenza e l’invasione nei giornali e si tornerà a parlare violentemente dei troppi arrivi sugli schermi televisivi con un linguaggio spesso impreciso e fraintendibile.
L’informazione italiana, secondo gli autori, ha scelto di “semplificare all’eccesso”, dando titoli scandalistici in cui compare rigorosamente la nazionalità del colpevole quando questa non è italiana.1 Questo fenomeno di etnicizzazione è purtroppo costante e ripetitivo: l’enfasi giornalistica non è tanto sul crimine da condannare quanto sulla descrizione del colpevole, l’attenzione è posta al solo momento di arrivo, senza un’adeguata argomentazione delle cause e delle condizioni di viaggio, per non parlare di macro fenomeni  come conflitti e crisi internazionali o la globalizzazione economica sui quali andrebbero necessariamente fatte approfondite riflessioni. Per lo meno per un’equilibrata informazione.
L’immigrazione incontrollata, la sicurezza nazionale, la gestione del flusso e altri “slogan elettorali” finiscono per descrivere gli stranieri (tutti definiti immigrati o clandestini senza una vera distinzione etimologica) come criminali per antonomasia, la cui integrazione, seppur pretesa, non sarà mai possibile. Quella che gli autori definiscono immigrazione-come-notizia è semplice realtà: negli ultimi anni i media hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione di un clima generalizzato di paura, enfatizzando quei crimini sempre più vicini alla nostra quotidianità, e di rappresentazioni tipizzate dell’altro in base all’etnicità. Le ragioni di questa tendenza sono principalmente la forte dipendenza dei media dalle fonti giudiziarie e dalla routine giornalistica e l’effetto della cristallizzazione degli stereotipi. Si aggiunge la terza ipotesi  degli autori: “tradurre in consenso politico-elettorale i crescenti sentimenti d’insicurezza dell’opinione pubblica e di paura nei confronti dell’Altro” identificata con le iniziative dei movimenti populisti italiani ed europei.
Ritengo di non esagerare quando parlo di “razzismo implicito”: quella che una volta veniva chiamata razza ora si chiama cultura, ma il concetto di base cambia poco. Tanto è vero che l’aggettivo tradizionale, con uno slittamento semantico, finisce per coincidere con naturale, quindi inevitabilmente inalterabile.Nel linguaggio, scritto ma soprattutto parlato, esistono termini ed espressioni che, implicitamente, dimostrano (attraverso scelte stilistiche) quanto la nostra società sia ancora alquanto concentrata sulla nazionalità degli individui: il Rom ladro per natura, definire marocchino ogni nordafricano, generalizzazioni etniche, ragionamenti che dovrebbero essere seri e razionali diventati motti privi di argomentazioni valide (“Perché l’accoglienza di venti profughi nel nostro paese sarebbe un problema?” “Perché l’Italia è piena, ora basta!” oppure “E a noi chi ci accoglie?”).
Ancora una volta, è necessario armarsi di buon senso e tolleranza per interpretare quel complesso fenomeno che (implicitamente o no) porta al razzismo e alla sua evoluzione. Solo dopo una reale presa di coscienza si otterrà l’antidoto contro un male che da secoli pervade il nostro mondo.


Valentina Foti




Tracciare i confini. L'immigrazione nei media italiani
a cura di M. Binotto, M. Bruno,  V. Lai
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp.

07 luglio 2018

Il giornalismo è un “fatto di amore”



Potrà sembrare inappropriato il modo in cui tratterò il tema del rapporto tra informazione, veridicità e affidabilità delle fonti. Vorrei farlo parlando di due figure della storia: Saffo e Henri Laborit.
Apparentemente distanti, sia nella professione che cronologicamente. Entrambe queste figure, nella loro vita, sono fuggite dalla realtà; chi per amore chi per analizzare in modo scientifico e biologico la realtà dell’amore. Entrambi, altresì, sono giunti alla considerazione che il loro amare, nonostante abbiano amato, era in realtà un’illusione destinata a rimanere pura immaginazione. Partendo dall’analisi di frammenti delle poesie di Saffo ed arrivando all’ Elogio della Fuga di Laborit, potremo dipanare questa intricata matassa e dimostrare come la libertà di informazione sia strettamente legata alla sincerità delle nostre affermazioni e certezze verso noi stessi e  verso l’atteggiamento di ricerca che operiamo, o per vederle convalidate o per metterle alla prova.
La prima qualità che accomuna le due figure è la conoscenza della società e dei suoi meccanismi gerarchici. Saffo nel suo mestiere di insegnante, arricchiva le parole e le materie con l’arte; non solo l’arte della musica ma anche l’arte di innamorare a se le ragazze della scuola- farle innamorare all’idea della scoperta, alla ricerca di se stesse e dell’essere donna. Era un’educazione aulica ma non per questo esente dalla componente fisica. La veridicità del rapporto passava dalla copresenza degli interlocutori e dalla messa in atto del desiderio di conoscenza. La fisicità si univa all’immaginazione e da lì ne scaturivano fatti; indipendentemente dalla sincerità motivazionale della parola “amore”. La gerarchia ‘passava’ attraverso la danza; erano tutte importanti le ragazze ma una di loro dominava sulle altre agli occhi della poetessa. Cos’è l’amore per la verità se non la ricerca e il dovere di approvazione sociale? l’amore del giornalista per il proprio mestiere, non ha con sé anche la volontà di essere ascoltato e ritenuto più credibile o, a seconda dei casi, più convincete di altri colleghi? Non a caso l’amore, sia nell’abbondanza che nella mancanza, porta con sé due prototipi di essere umano; colui che accetta la sottomissione perché non ha i giusti strumenti interni a sovvenire al carico di pressioni sociali e colui che rifiuta la sottomissione e che quindi, con un cuore più temprato o  meno sviluppato all’empatia, riesce a costruire un impero di odio o di sopraffazione.  Quindi, l’essere umano ha poi bisogno dell’amore? Probabilmente ha bisogno di illudersi di amare e di essere riconosciuto e apprezzato; è quando questo bisogno diventa eccessivo che si sviluppano realtà minacciose. Il possesso che nasce dall’illusione di detenere la verità e peggio ancora di detenere una persona come oggetto di benessere personale, dimenticando che quella persona non è un oggetto e che tantomeno si può pretendere di ridurre una persona ad un fatto descritto.
Ci hanno abituati a cercare la verità o a darcela preconfezionata attraverso religioni, che puntualmente si smentiscono agli occhi più attenti e meno taciturni. Se la verità è Dio, cristiano, buddista o islamico; se la verità è di Dio, perché vogliamo incarnare la verità? In realtà cerchiamo menzogne, quelle meno smascherabili da noi stessi e magari più accettate dalla moltitudine sociale.
Laborit  spiega in modo appassionato e commovente, come l’amore sia la ricerca dell’appagamento e della dominanza. Il biologo sostiene di essere d’accordo con chi pensa che appagamento sessuale e immaginazione amorosa siano due cose diverse e che non abbiamo nessuna ragione a priori di dipendere l’una dall’altra. Quindi non per forza il o la patner sessuale è la persona amata, nell’immaginario. Proviamo a tornare al concetto di realtà e verità. Se Dio è verità e realtà imperitura è altresì vero che non ci appartiene e che nulla ci da la certezza di essere, una volta morti, ripagati da questo buon uomo ‘anziano’ per aver rispettato la sua parola.
La vita è una rincorsa continua alla ricerca di se stessi e della propria verità; c’è una frase che spesso sentiamo ripetere “non si finisce mai di imparare”. Ecco, toglierei  “imparare” e aggiungerei “conoscersi”. L’azione, seppur passiva, di imparare presuppone l’educazione e quest’ultima  è sempre attinente alla sfera socioculturale di appetenza. L’educazione è la prima trappola inibitoria dell’essere umano. L’esperienza, quindi, può essere ripetuta se risulta dall’azione appagate, ovvero se viene considerata ed appresa come miglior via di fuga dalla realtà. Il giornalista diventa un artista nel momento in cui scrive; sia per lo stile personale che lo contraddistingue sia perché, attraverso la sua visione soggettiva, riesce a riportare i fatti nudi e crudi pur viziandoli in quell’accattivante non detto. Il fatto c’è ed è scritto nero su bianco ma l’intento non c’è, è  solo percettibile; in sostanza un buon giornalista è come un buon corteggiatore sa farsi apprezzare anche dai suoi rivali.
L’amore è il  nostro nemico maggiore ed è proprio colui che ricerchiamo; è stato viziato nei secoli, da educazioni forvianti; è stato decostruito e riproposto agli occhi di noi bambini, nel blu e nel rosa.
Siamo come delle bestie da allevare secondo il Luogo di nascita; siamo destinate a non uscire dal gregge se non per ribellione e quindi per emarginazione sociale verso la conquista di un nuovo territorio in cui esistere, scoprirsi, realizzarsi a modo proprio. Siamo in costante fuga ; troppo in fuga da noi stessi e troppo poco dal mondo. Ritrovare quel senso di conservazione della struttura biologica e delle sue pulsioni naturali che non rispondo  al genere sociale di appartenenza ma al genere biologico di quella data femmina e di quel dato maschio; che non per forza ameranno o ricercheranno attenzione da persone del genere opposto. Così i giornali infarciti di dichiarazioni dei politici sull’amore per la patria o sull’amore per il sociale e le cause civili. E’ una maschera meno scomoda e forse, in certi casi, utili al fine di migliore le situazioni sociali. L’amore è l’arte suprema del politico e la chiave di violino del giornalista; saper parlare con amore, con tono aulico e patriottico o con tono di vendetta e di distacco. La ricerca di vivere per una passione esterna che materializzi i desideri interni; amare l’ambiente per evitare di amare l’umanità oppure amare l’umanità attraverso l’ambiente. Esistere ma celarsi corteggiando il sé al proprio istinto. Tutto questo è amore, se non cura; cattiva agli occhi di alcuni, utile e giusta agli occhi di altri. E siccome Dio non è sceso dalle nuvole o per vecchiaia o per stanchezza; nessuna delle due fazioni ha il coltello dalla parte del manico, oserei dire che nessuna delle due ha il coltello. Siamo noi che scegliamo a quale storia uniformarci a quale credere ed a quale credere di non uniformarci. La consapevolezza dell’infelicità non è altro che una spinta propulsiva a cercare di fare meglio, ogni giorno, il proprio mestiere. Siamo tutti artisti e quelli più in vista, come i giornalisti, essendo questi ultimi più vicini al potere, dovrebbero ricercare l’amore del vero, ribellandosi tra le righe di un articolo, sapendo che quello che scrivono resterà imperituro su quel foglio e reperibile sulla rete; e quel foglio stesso, più della rete, se resterà attuale nei secoli - non per contenuto ma per validità espressiva - sarà l’opera più utile e veritiera che abbiano creato. Leggendo Saffo, indipendentemente dalle proprie preferenze sessuali  o di cuore -ed è questo che la poetessa ha cercato di trasmettere- si prova un senso di sicurezza, forse dato dalla frammentarietà; quello stare bene e sentirsi comprese da una donna vissuta centinaia di anni fa; quelle frasi mozze parlano di  quell’amore che è umano e che nella menzogna è veritiero ed è carne; in quella sofferenza empatica e consapevole potremo prendere il suo cuore e portarlo lontano dove nessuno ci conosce, dove il tempo non esiste, dove potremmo incontrarci senza età e ricordi, senza passato. Infondo  Laborit ha dichiarato di aver ricevuto più cose dai suoi simili attraverso i libri che attraverso le stette di mano in quanto nei libri esiste il prolungamento delle persone. Informare è un po’ come tornare dei Narciso, confidenti nelle proprie qualità, volti alla sopravvivenza, senza odio né violenza verbale; accettando che umanamente non siamo padroni nemmeno di noi stessi e che tutto è in divenire; l’unica cosa che resterà alla fine e potrà fare a meno del tempo e dello spazio, anche in uno scritto giornalistico è quell’espressione che ci ritrae come un pittore che distrattamente, sulla tela, ha dimenticato di incidere le sue iniziali.
 Federica Frasconi
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03 luglio 2018

Genova in libreria

Franco Cardini
Genova 1938. L’anno della svolta
De Ferrari editore, Genova, 2018, pp. 138. 

Descrizione
Nel maggio del 1938 Benito Mussolini compì una visita ufficiale di tre giorni a Genova. Il viaggio era stato deciso e cominciato a organizzare sei mesi prima. Mussolini non era a Genova dal 1926, l’anno in cui era venuto a celebrare la realizzazione della “Grande Genova”, frutto della fusione di 19 comuni e a rilanciare l’economia della città che era finita in ginocchio, per crisi di produttività e di mercato, dopo la conclusione della Guerra Mondiale. Genova, sia nel ceto popolare, sia nel mondo imprenditoriale e alto borghese, era una delle città meno fasciste d’Italia. Mussolini puntava a conquistarla al fascismo e a rilanciarne tutti gli aspetti economici e sociali per confermare il suo ruolo di “Dominante”.

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01 luglio 2018

Genova in libreria

Luca Rolandi,  Giovanni B. Varnier, Paolo Zanini
Dal 1946 Il Gallo canta ancora
De Ferrari editore, Genova, 2018, pp. 168.
Descrizione
Sovente citata nelle opere su Genova e sulla cultura ligure nel Novecento, la vicenda d “Il gallo” ha una fortuna piuttosto discontinua nella storiografia, conoscendo un significativo aumento dell’interesse degli studiosi negli anni più recenti. La rivista genovese è stata indagata sia all’interno delle opere sulla cultura cattolica del secondo dopoguerra, in particolare in quelle che hanno riconosciuto il rilevante ruolo in essa svolto dalle riviste, sia in alcuni studi specifici, che si sono concentrati soprattutto sulle origini del periodico e sui suoi primi anni di attività, fino alla metà degli anni Sessanta.
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