Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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14 febbraio 2015

Guerre, informazione, propaganda


Giovanni Porzio, giornalista milanese, nasce nel 1951. Si appassiona alla fotografia durante gli studi di Scienze Politiche e dal 1979 lavora per il settimanale Panorama, di cui è inviato speciale. Ha realizzato servizi e reportage in 124 paesi tra Medio Oriente, Africa, Europa e America, specializzandosi nel giornalismo di guerra. In Cronache dalle Terre di nessuno, sedici anni da inviato sulla linea del fuoco. Guerre, informazione, propaganda il giornalista ripercorre la propria esperienza come inviato. Dalla Prima Guerra del Golfo nel 1991 fino alla guerra in Iraq del 2002, ci presenta un racconto e un analisi, talvolta pungente, della mediatizzazione dell'informazione.
 Nel 1991 Giovanni Porzio é l'inviato di Panorama a Baghdad, dove è in corso la Prima Guerra del Golfo. L'informazione mediatica é strettamente controllata, i giornalisti sono accreditati dal JIB (Joint Information Bureau), che dispensa le regole fondamentali della comunicazione: le round rules. Per motivi militari vige il divieto di divulgare notizie relative all'ubicazione, agli armamenti, alle basi e agli spostamenti dei contingenti alleati. Ma è anche vietato filmare o fotografare soldati feriti o uccisi, descrivere le operazioni militari e l'armamento nemico, il linguaggio deve essere moderato e le informazioni riguardanti luoghi e date devono essere generalizzate e imprecise. Il governo americano si impone come organo di propaganda e censura. Avviene però una svolta nel giornalismo di guerra: la CNN ottiene il permesso di riprendere in diretta televisiva l'operazione militare Tempesta nel deserto. I giornalisti Peter Arnett e Robert Wiener sono gli unici ad avere il permesso accordato dallo stesso Saddam di rimanere in Iraq, strettamenti controllati e senza avere il reale potere di fare alcun scoop che non sia accordato da entrambe le fazioni e con il divieto di avvicinarsi alle zone di guerra.  Le informazioni divulgate come breaking news raccolte sul campo sono in realtà veline approvate dal Pentagono, le immagini sono riprese a chilometri di distanza dal fronte e negano la verità dei fatti. Le reazioni indignate dei media non tardano a manifestarsi e negli USA i principali organi di informazione si mobilitano per chiedere l'abolizione della censura. Molti giornalisti, come lo stesso Porzio, scelgono di raggiungere la linea del fuoco illegalmente, con il conseguente arresto. Tuttavia i sondaggi pubblici sembrano sostenere le decisioni del Pentagono: il 78 per cento degli americani approvava la restrizione informativa e il 60 per cento era favorevole a controlli più severi.
La Guerra civile somala, che segue di poco la conclusione dell'operazione "Tempesta nel deserto", é in un primo momento totalmente ignorata dai media e dall'opinione pubblica occidentale, finché dal 1992 il conflitto non si trasforma in una crisi umanitaria. La sensibilizzazione dell'opinione pubblica comincia con la serie di documentari realizzati dall'attrice Audrey Hepburn per conto delle Nazioni Unite, alla quale segue anche un intervento di Sophia Loren nella città di Baidoa. Subito dopo Washington approverà l'impegno di trentamila soldati per distribuire alimenti e combattere la carestia. In questa occasione la censura non è necessaria, l'interesse dell'opinione pubblica é totalmente concentrato sull'intervento occidentale a sostegno della popolazione somala e non dal tragico conflitto avvenuto in precedenza. Lo sbarco dei Marines è programmato per essere un evento mediatico: l'ora coincide con il prime time americano e le spiagge somale vengono trasformate in un set cinematografico. Nella realtà l'intervento delle Nazioni Unite degenera in uno scontro armato, Porzio si trova a Mogadiscio e ne è testimone diretto. Le cronache provenienti dalla capitale Somala, però, non fanno notizia in occidente. La battaglia di Mogadiscio sarà l'ultimo grande evento di interesse per i media prima del definitivo abbandono della Somalia da parte dei giornalisti. I pochi che rimangono lo fanno mettendo a repentaglio la propria incolumità, come testimonia la tragica l'uccisione di Ilaria Alpi.
In Rwanda e nello Zaire Porzio assiste al genocidio degli Hutu per mano dell'etnia Tutsi: "mi misi subito al lavoro per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti. Le pagine dei miei taccuini si riempivano di orrori". Come in Somalia, l'interesse dei media si scatena tardivamente, quando lo scontro è già tragedia e l'opinione pubblica viene mobilitata da un intervento umanitario dell'occidente. I giornalisti sono liberi di circolare e raccogliere informazioni, non esiste nessun tipo di controllo sul flusso delle notizie. In questo caso sono stati i media locali ad avere fondamentale importanza come strumento di propaganda nel fomentare le rivolte e le rappresaglie e ad istigare il genocidio. Mentre in Africa la guerriglia, la carestia e le malattie uccidono, in occidente l'opinione pubblica resta indifferente: "Le immagini televisive puntavano a suscitare il riflesso emotivo della comprensione senza compassione: un meccasismo psicologico che i mezzi di comunicazione di massa sfruttani ampiamente per aumentare l'audience senza appesantire lo spettacolo con troppe analisi e noiose spiegazioni".
Durante il reportage sul Kosovo Giovanni Porzio si unisce all'Associazione di amicizia Italia-Albania. Quando arriva a Tirana la guerra civile sembra ormai inevitabile. Qui i giornalisti non possono seguire gli avvenimenti di persona, seguono i notiziari della BBC da un albergo e riportano solo notizie di seconda mano. L'apparato propagandistico della Nato fu ampliato creando il Media operation center, mentre gli indipendentisti kosovari avevano affidato la loro immagine alla società americana di pubbliche relazioni Ruder & Finn. Le notizie arrivano in occidente manipolate attraverso i briefing di Bruxelles e le veline della Nato.
La seconda metà del libro di Porzio è interamente dedicata alla questione medio-orientale e alla guerra in Iraq. A causa dei numerosi scontri sul territorio palestinese le notizie non erano difficili da reperire: Dovunque andavamo ci imbattevamo in una storia buona per il Tg di Gabriella o per il mio giornale. Ma il conflitto arabo-israeliano è un terreno difficile per qualsiasi giornalista: ogni servizio rischia di assumere una posizione politica e la censura pesa su ogni dichiarazione. I reporter devono fare i conti con il potere israeliano, ma non possono restare indifferenti di fronte alla negazione dei diritti dei palestinesi. In un simile contesto propaganda e disinformazione condizionano pesantemente l'opinione pubblica nazionale e internazionale. Dopo l'11 settembre 2001 sono gli Stati Uniti a tenere le redini della propaganda, costituendosi simbolo della democrazia e della lotta al terrorismo. Sul fronte opposto Bin Laden ha una grande familiarità con i meccanismi dell'informazione globale e un'intima conoscenza della psicologia dei popoli arabi. Anche in Afghanistan Porzio conduce da solo le proprie indagini, in quanto ritiene che ottenere un embedding con gli americani non sia vantaggioso e quello italiano non gli permetterebbe di avvicinarsi alle zone di guerra. I governi occidentali costituiscono l'Office of Strategic Influence, per intervenire preventivamente sul flusso di notizie in uscita dall' Afghanistan. I media americani, sopratutto Fox News emittente di Rupert Murdoch, fungono da organo propagandistico del Governo Americano. In Iraq ottenere il visto è ancora più complicato, il regime di Saddam seleziona i giornalisti in base all'importanza della testata e alla fiducia che ripone nei singoli inviati, essere accreditati sognifica quindi sottostare a dei compromessi e a delle regole molto rigide che influenzano inevitabilmente la libertà d'espressione del giornalista.
Dopo l'impiccagione di Saddam accreditarsi diventa ancora più complicato. Oltre a tesserino stampa, lettera del giornale e passaporto, è necessario firmare l'elenco delle ground rules e la liberatoria in caso di morte o ferimento. I giornalisti vengono schedati attraverso foto digitali, dell'iride e attraverso la rilevazione delle impronte. La procedura richiede giorni di attesa, dopodiché è possibile accedere alla zona verde dei combattimenti, così diversa dalla zona rossa teatro di massacri irreali. Il susseguirsi degli attentati e delle stragi satura l'opinione pubblica occidentale al punto che l'Iraq non ottiene le prime pagine se i morti non sono almeno centinaia.
Nel corso della guerra poi gli Stati Unti saranno colpiti da uno scandalo dopo l'altro anche a causa della nuova tecnologia (blog, MySpace, You Tube e le prime piattaforme sociali) che permette ai soldati di contattare le famiglie raccontanto il vero volto della guerra senza la possibilità di censura e anche all'imtervento dell'emittente televisiva Al-Jazeera che trasmette video esclusivi di americani che torturano prigionieri di guerra. The worst US foreignpolicy disaster since Vietnam, affermerà Patrick Cockburn.
Le parole di Giovanni Porzio raccontano il mondo dell'informazione con crudo realismo. Dalle cronache del giornalista emergono realtà ben diverse da quelle mostrate dai media, evidenziando ancora una volta come il lavoro del reporter sia condizionato da fattori esterni alla volontà di riportare i fatti oggettivamente.
La censura, durissima in tempo di guerra da sempre, dal 1991 viene però lentamente aggirata. Nel suo racconto Porzio ci mostra come dal tempo di "Tempesta nel deserto", in cui o eri embedded e sottostavi a regole stabiilite dall'alto o non potevi avere informazioni, si è passati alla figura del non-embedded, quel giornalista che riesce a muoversi autonomamente, a suo rischio e pericolo, non legato però a leggi di censura. Questo è possibile anche ai nuovi media che rendono il collegamento con la propria redazione possibile o, ai nostri giorni, addirittura immediato.
Nel libro di Porzio la narrazione autobiografica si intreccia con il racconto storico e la critica. Questi molteplici piani di racconto ci permettono di avere una visione a tutto tondo della guerra, sia dal punto di vista umano dei vari paesi in guerra contrapposti, sia dal punto di vista di un'esperto di informazione che analizza i mezzi di comunicazione coinvolti. I media mondiali, durante queste guerre, sono spesso anche loro impegnati in un conflitto interno per manipolare la pubblica informazione per ottenere consenso alla guerra stessa. Giovanni Porzio si sofferma più volte su quanto è facile e poco impegnativo dividere i "noi" buoni da "loro" cattivi e da sconfiggere. Divisione che anche oggigiorno è più volte ripresa come argomentazione valida per indottrinare le masse non interessante ad acquisire una visione critica della realtà.
L'inviato di Panorama ha inoltre evidenziato come vengano ancora usati organi specifici per il controllo dell'informazione, non sono per la salvaguardiadelle operazioni militari; L'Osi (Office of Strategic Influence) creato e gestito dal Pentagono in corrispondenza della guerra in Afghanistan è stato chiuso nel 2002 "travolto dalle polemiche: era emerso con evidenza che il suo obiettivo era fornire deliberatamente ai media false informazioni e notizie manipolate".
Oltre ai conflitti il libro è una splendida e emozionante testimonianza di lavoro giornalistico ed esperienza sul campo in zone di guerra. Un cambiamento degno di nota nel lavoro è dato sopratutto dal fatto che una volta il giornalista era considerato un narratore necessario sul campo di battaglia, una terza entità. Ora invece non è più così; il giornalista è considerato come merce di scambio da rapire per avere il riscatto o un potere sul nemico. La dedizione delle persone che si dedicano alla ricerca della notizia, nonostante tutto il pericolo, è più che mai lodevole e credo che sia questo che Porzio volesse far trasparire dalle sue pagine raccontanto la sua storia ma anche quella dei suoi colleghi e collaboratori. Dietro alle notizie e ai reportage di giornali e telegiornali, infatti, c'è chi mette in pericolo la propria vita per raccontare ciò che accade in guerra, per essere poi talvolta censurato o rimproverato da governi, dalla società o anche dalla propria redazione per aver raccontato troppa verità.
Purtroppo, come si è sempre verificato, non è possibile raccontare oggettivamente una guerra sui giornali o in tv, dove variabili come spazio e tempo si legano alle esigenze del mezzo di comunicazione e alla linea editoriale e politica del media. Il lettore quindi non può permettersi di apprendere una notizia passivamente ma deve documentarsi il più possibile attraverso fonti diverse per avere una visione più completa dei fatti e poter raggiungere un'opinione personale. 
Erika Repetto

Giovanni Porzio
Cronache dalle Terre di nessuno, sedici anni da inviato sulla linea del fuoco.
Guerre, informazione, propaganda
Troppa editore, Milano, 2007.

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13 febbraio 2015

Il tempo del New Journalism

La necessità è la madre dell'invenzione». Si apre con questa citazione del biologo premio Pulitzer Jared Diamond, il libro sui cambiamenti dei media di Marco Pratellesi, «New journalism: dalla crisi della stampa al giornalismo di tutti», edito da Bruno Mondadori. L'autore, docente alla Scuola di giornalismo «Walter Tobagi» di Milano e responsabile dei siti del Gruppo Espresso, può essere considerato uno dei massimi conoscitori degli eventi che hanno segnato il modo di fare giornalismo nel mondo.
NECESSITÀ E INVENZIONE - Necessità e invenzione. Due termini chiave che guidano il lettore all'interno della guida di Pratellesi. La necessità di cambiamento di un settore in continua evoluzione come la comunicazione ha portato a nuovi scenari che hanno condizionato in maniera irreversibile il lavoro del giornalista. Pratellesi lo sa bene, perché insieme a Marco Bardazzi (ora firma de La Stampa), ideò nel 1997 Reality Magazine, piattaforma definita dall'Ansa una «palestra del giornalismo web». Una piccola stanza, due computer collegati via modem e una piattaforma fornita da un amico provider. Tanto è bastato, insieme a una ingente dose di intuizione, per portare Reality Magazine a essere uno dei primissimi punti di riferimento dell'informazione online. Questa esperienza ha permesso a Pratellesi di portarsi avanti di quasi dieci d'anni rispetto ai loro colleghi. Quei colleghi che li prendevano di mira nella redazione de La Nazione, nei primi tempi di lavoro dell'edizione online: «Ma che fate tutto il giorno in quella stanza a giocare con i computer?». Di lì a poco, scrive l'autore, «anche i colleghi della carta cominciarono a capire cosa stavamo facendo».
GIORNALISMO A 360 GRADI - Il testo di Pratellesi è una testimonianza imprescindibile per chi si vuole avvicinare al mondo del giornalismo. E quindi a quello dei new media. Già, perché come sostiene l'autore, chi vuole fare questo lavoro non può permettersi di limitare le proprie capacità a un solo campo. Pc, taccuino, registratore e videocamera: il giornalista del ventunesimo secolo deve saper interagire a 360° con tutti i canali di comunicazione. Questo è il nuovo giornalismo, questo è il mondo di internet: una realtà in continuo aggiornamento e che non si ferma mai. Pratellesi, con una scrittura chiara e un piglio coinvolgente, sa condurre l'aspirante giornalista verso i passaggi chiave che hanno segnato gli ultimi anni dell'informazione. Dal sexgate di Clinton che nel 1998 diede prova delle potenzialità della rete e dell'immediata diffusione delle notizie, ai problemi di chi, come le testate cartacee, ha dovuto contenere l'onda d'urto del giornalismo online, del giornalismo di tutti. Come il Guardian che, dal giugno 2006, ha intrapreso la politica del «web first»: scrivere prima per la rete e poi per la carta. Pratellesi riporta le parole di Alan Rusbridger, direttore del giornale inglese: «Se non capiamo che siamo in competizione con avversari che possono anticiparci di 12, 18 o anche 24 ore sulle notizie, diventeremo inutili».
SOCIAL E CRISI - New media vuol dire social network, vuol dire Twitter. Un terreno in cui lo stesso Pratellesi si muove con naturalezza: il suo profilo (https://twitter.com/marcoprat), che fornisce notizie e utili approfondimenti, conta più di 12 mila follower. Twitter è una fonte continua d'informazione da cui attingere (ma con una attenta selezione delle fonti) e un megafono dato in mano agli utenti, sempre più protagonisti e produttori delle notizie. New media vuole dire crisi della stampa, che si è dovuta adeguare all'approdo su internet (con buona pace dei dinosauri del giornalismo). Di qui nascono le annose questioni che hanno tormentato e tormentano le principali testate mondiali: le notizie su internet si mettono a pagamento o «free»? Pratellesi snocciola una serie di esempi pratici, come gli abbonamenti del New York Times o il modello Axel Springer, editore di quotidiani come Die Welt e Bild, che ha puntato tutto sulla rete: «la nostra finalità non è stampare carta, è comunicare». Spunti di riflessione sul mondo del giornalismo che si possono trovare anche sul blog di  Pratellesi, Mediablog (http://pratellesi.blogautore.espresso.repubblica.it/).
UN BUON MOMENTO - Storia dei nuovi media ma anche consigli pratici a chi si sta avvicinando al vorticoso mondo dell'informazione online: come usare Twitter, i blog o, più di tutto, «farsi trovare». Pubblicato dodici anni fa e riaggiornato nel 2008 e 2013, il manuale di Pratellesi può considerarsi già superato dal costante fermento dei new media. Ma, giunto alla terza ristampa, rimane un caposaldo fondamentale che sa fornire un quadro generale dell'evoluzione degli strumenti ormai imprescindibili per un giornalista. Con un consiglio che, in fondo, può incoraggiare chi si affaccia al mondo del giornalismo ai tempi della crisi. Scrive Pratellesi: «La crisi dell'editoria coincide con l'epoca di massima abbondanza di giornalismo. Nonostante il pessimismo che si respira nelle aziende editoriali martoriate dai tagli, è ancora un buon momento per fare il giornalista».
Daniele Zanardi

Marco Pratellesi
New journalism: dalla crisi della stampa al giornalismo di tutti
 Bruno Mondadori, Milano, 2013, 237 pp. (terza edizione)

12 febbraio 2015

Reportage da Costantinopoli

Costantinopoli è un romanzo scritto da Edmondo De Amicis, in seguito a un breve soggiorno nella città di Istanbul. Il suo viaggio risale al 1874, ma il testo, tratto dalla sua esperienza, venne pubblicato tre anni dopo, nel 1877-1878, dall’editore Fratelli Treves di Milano. Conosciuto specialmente per il libro Cuore, De Amicis è meno noto per i suoi racconti di viaggio, molto presenti in tutta la sua produzione letteraria. L’autore visita la capitale ottomana in compagnia dell’amico pittore Enrico Yunk, che avrebbe dovuto effettuare degli schizzi per l’edizione illustrata del libro. Siccome morì prematuramente, questo compito fu portato a termine da Cesare Biseo nel 1882. Il libro di Edmondo De Amicis è una commistione tra vari generi letterari: il diario di viaggio, molto personale e intimo, il reportage, attento a descrivere nel dettaglio tutti gli aspetti naturalistici, sociali, culturali, architettonici della città che visita e della gente che la popola, e, non per ultimo, la guida turistica, attenta a consigliare al lettore-viaggiatore i luoghi da vedere e le cose da evitare. L’opera risulta in questo modo assolutamente moderna e attuale, nonostante risalga al XIX secolo. La caratteristica fondamentale di De Amicis è il suo costante interesse verso il pubblico ed è sempre attento a colpirne gli interessi. Si indirizza direttamente al lettore, in modo tale da coinvolgerlo in ogni passaggio e da mantenere viva la sua curiosità. Utilizza così un linguaggio semplice e diretto, spesso confidenziale, come se dialogasse con un amico. Tutto inizia con una descrizione molto profonda: "Un gran piacere per me e per il mio amico è la profonda certezza che la nostra immensa aspettazione non sarebbe stata delusa. Su Costantinopoli infatti non ci sono dubbi; anche il viaggiatore più diffidente ci va sicuro del fatto suo; nessuno ci ha mai provato un disinganno. E non c’entra il fascino delle grandi memorie e la consuetudine dell’ammirazione. È una bellezza universale e sovrana, dinanzi alla quale il poeta e l’archeologo, l’ambasciatore e il negoziante, la principessa e il marinaio, il figlio del settentrione e il figlio del mezzogiorno, tutti hanno messo un grido di meraviglia. È il più bel luogo della terra a giudizio di tutta la terra. Gli scrittori di viaggi, arrivati là, perdono il capo". Le aspettative sono elevate e l’emozione dell’autore trapela in tutte le sue parole, trasmettendola direttamente al lettore. La sua "ansia" è resa ancora più forte dalla coscienza di aspettare questo momento da oltre vent’anni e finalmente è riuscito a guadagnarsi tanta attesa. La sua prima visione di Istanbul è così perfetta che si domanda con quali parole potrà descrivere uno spettacolo simile: "Ed ora descrivi, miserabile! Profana colla tua parola questa visione divina!". Tramite queste riflessioni, molto frequenti nel diario, il suo legame con il lettore è forte, al punto tale da apparire come "uno di loro". Questa caratteristica permette di tessere un filo invisibile con il pubblico, coinvolto psicologicamente e sentimentalmente al racconto. Nelle descrizioni dei primi giorni a Costantinopoli è forte l’euforia di De Amicis, che la evidenzia con frasi come "strappa un grido all’anima", "mi saltava il cuore", "rimasi a bocca aperta". Passa così in rassegna tutta le caratteristiche sociali, civili, antropologiche, architettoniche di Istanbul. La città è un mosaico di razze e religioni e, per descrivere il gran numero di etnie presenti, utilizza la metafora della varietà di calzature che la gente indossa, sinonimo delle loro origini. Ecco il passaggio molto interessante: "Non guardavo altro che i piedi: passano tutte le calzature della terra, da quella d’Adamo agli stivaletti all’ultima moda di Parigi: babbuccie gialle di turchi, rosse di armeni, turchine di greci, nere d’israeliti; sandali, stivaloni del Turkestan, ghette albanesi, scarpette scollate, gambass di mille colori dei cavallari dell’Asia minore, pantofole ricamate d’oro, alpargatas alla spagnuola, calzature di raso, di corda, di cenci, di legno, fitte in maniera che mentre se ne guarda una se ne intravvedono cento". La prima meraviglia si tramuta presto in una riflessione sull’umanità: quella processione così carnevalesca, non è altro che la sfilata di tutte le miserie, le follie, le differenti leggi e credenze e, soprattutto, dell’epoca aurea ormai decaduta. Spesso sembra provare una sorta di malinconia verso la città durante la gloria ottomana. Il suo pensiero si lancia sovente nel passato e, di fronte ai segni evidenti della devastazione subita, prova rammarico pensando a ciò che fu. È il sentimento che prova quando visita le mura della città, e per questo consiglia la visita in solitaria, e soprattutto la moschea di Santa Sofia. Spesso si immagina come potesse essere vivere in quell’epoca. Ad esempio girovagando tra i giardini dell’antica reggia ottomana, vagheggia sui tempi che furono. Immagina che quegli atrii ai tempi fossero luogo di intrighi amorosi e di pettegolezzo, politica e questioni economiche e di giustizia, di educazione e di accordi matrimoniali. Prova così un batticuore piacevole, che risulta essere un misto di malinconia e tenerezza. Come già affermato, il testo in molti passaggi appare come un diario personale, intimo e ricco delle emozioni più profonde che prova De Amicis. Di fronte ad alcuni tramonti o paesaggi spesso sente sentimenti contrastanti di gioia e solitudine, pensa ai propri familiari e amici, effettua riflessioni profonde. Alle volte invece l’opera appare come una vera e propria guida turistica, nella quale si consigliano al viaggiatore i posti migliori da vedere. Tra di essi abbiamo un’intensa descrizione del Gran Bazar della città, dai quali è impossibile uscire senza aver comprato nulla perché si vende qualsiasi cosa: gioielli, profumi, calzature, tessuti, tappeti, pipe, armi, abiti vecchi, coltelli, spezie, e molto altro ancora. Per descrivere alcune opere o visioni, spesso le paragona a monumenti o a situazioni europee, note quindi al suo pubblico. L’esempio tipico è la rappresentazione della moschea di Santa Sofia. Per far capire al lettore la grandezza della sua cupola, la relaziona a quella di San Pietro. Guardandole da sotto, appaiono molto simili, data l’enorme circonferenza che le caratterizza. Utilizza il processo opposto per indicare gli stili di vita così diversi tra Istanbul e le principali città occidentali. Ad esempio nel passaggio: "Per chi vive la vita facile, giovanile e leggera di Costantinopoli, è poi difficile adattarsi alle dinamiche delle città europee". Qua c’è un ozio assoluto e il bagno turco rappresenta perfettamente la ricerca del piacere personale. Il supremo desiderio è la quiete e lasciar fare a Dio. Nonostante ciò vi è una vita notturna incredibile. Inoltre lo stereotipo della "nostra" mentalità porta a pensare le donne turche come molto controllate e sottomesse. In realtà dalle parole dell’autore il genere femminile appare emancipato. Le donne escono sempre da sole, anche la sera, e si incontrano con le amiche. Non le si vede mai accompagnate da un uomo. Appaiono moderne e libere. Sorridono molto ai passanti e alle volte salutano, gesto che viene spesso frainteso dagli europei. Indossano piccoli veli intorno al capo e amano acconciarsi i capelli in modi molto particolari. Nelle case vivono in luoghi separati dai mariti, con i quali si incontrano nell’harem. Tutte queste caratteristiche fanno riferimento al ceto benestante, in quanto più le famiglie sono povere, più saranno costrette a condividere gli stessi ambienti, l’educazione dei figli e gran parte della giornata. Infatti la ricchezza divide, mentre la povertà unisce. La donna è molto rispettata e mai verrebbe maltrattata. Inoltre la loro indole è ardita e feroce, anche se di primo impatto risulta dolce e mansueta. Dato il grande animo che caratterizza la città, De Amicis ritiene che sarebbe un divertimento molto curioso se ci fossero tra i turchi i gazzettini tipici del bel mondo, che conoscono tutto e parlano di tutti. In molti passaggi si denota come Costantinopoli sia uno scritto postumo al suo viaggio. Ne è esempio l’incontro con il sultano Abdul Aziz. Egli è descritto dal popolo come uomo violento e avido, però al lettore appare come buono, mansueto e modesto. Ecco il passaggio che indica la stesura in epoca successiva: "La mano destra del sultano è bianca e ben fatta e saluta. Con questa stessa mano si taglierà le vene nel bagno due anni dopo". Nel momento in cui la partenza si avvicina ogni aspetto delle giornate passate per tutti gli angoli di Istanbul, così diversi e particolari tanto da fare sembrare tante città in una sola, dà a ogni cosa un leggero colore di tristezza. È come se quelle visioni non fossero già più che ricordi di un paese lontano. Eppure alcune immagini rimangono immobili nella memoria. Ritengo questa riflessione assolutamente vera e profonda e l’ho vissuta in prima persona durante alcuni viaggi. Lascia Istanbul solo con la frase "Addio…t’abbandono", perché appare difficile spiegare tutti i sentimenti che prova in quel momento. Al termine del testo il lettore è stato trasportato in un viaggio vivo insieme all’autore, come se fosse stato partecipe con lui all’avventura. Appare sempre di sentir vive le voci, i rumori, gli odori, i profumi. Le descrizioni sono talmente passionali da trasmettere a chi le legge la voglia di partire e di andare a visitare con i propri occhi questa città. Le analisi paesaggistiche di De Amicis sono così precise da rappresentare una sorta di sequenza cinematografica. Con queste pagine di grande eleganza, fece rivivere la capitale dell’Impero Ottomano alla fine del 1800, ai viaggiatori borghesi da salotto dell’epoca, alla ricerca di esotismo.
Giulia Fraschini


Edmondo De Amici
Costantinopoli
Treves, Milano, 1877-1878.


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11 febbraio 2015

Fotogiornalismo: passione, impegno civile e curiosità

Lo Scatto Umano. Viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York, (Laterza), 2014, è un libro nato dalla collaborazione tra il fotoreporter Mario Dondero e l’amico giornalista Emanuele Giordana. I due ci fanno intraprendere un viaggio attraverso la storia del fotogiornalismo raccontata da Dondero e raccolta sotto forma di reportage da Giordana. Il testo segue da vicino i fatti personali, gli eventi e i personaggi che hanno segnato un’epoca, che si intrecciano esposti in un dialogo colloquiale e sereno, in cui il lettore viene agevolmente trasportato nel periodo d’oro del fotogiornalismo. Periodo che Dondero ha vissuto e tanto amato, che adesso sente distante e a cui guarda con nostalgia perché sa che probabilmente non tornerà più, poiché oggi la fotografia è diventata un media comune, attuabile con facilità da chiunque anche attraverso un semplice telefono cellulare, perdendo spesso il suo valore sociale.
Prima di iniziare il vero e proprio reportage viene brevemente raccontata la vita di Mario Dondero, ed è in questo breve excursus che si può rintracciare l’elemento caratterizzante della sua personalità e del suo lavoro: l’humanitas. L’umanità è infatti la chiave di lettura delle sue immagini, di grande valore sociale e politico e che, attraverso scatti provenienti da tutte le parti del mondo, lo hanno portato ad essere uno dei migliori fotografi d’Italia ed Europa, avendo lavorato con illustri nomi del settore e per le più importanti riviste (Il Giorno, L’espresso, Le Monde, The Guardian, The Times). L’umanità di Dondero diventa il cuore pulsante attraverso cui va letto il libro.
Il testo è composto da cinque capitoli principali, titolati con nomi di città, e due intermezzi. La disposizione delle città, rispettivamente: Budapest, Berlino, Parigi-Madrid, Londra-New York e Mosca, non è casuale ma segue da vicino, senza imporre una rigida cronologia di eventi, lo sviluppo storico del fotogiornalismo, attraverso i luoghi dove si sono verificati i fatti più importanti e dove hanno operato i più famosi fotoreporter. In questo contesto è doveroso segnalare i contenuti più significativi.
Il nostro viaggio inizia da Budapest, culla del fotogiornalismo, in cui si sono formati i primi professionisti e i fondatori delle prime agenzie fotografiche; tra cui André Kertész, Robert Capa, Gyula Halasz, Laszlo Moholy-Nagy e Simon Guttmann. Alcuni di loro, accomunati dalle origini ebree, furono costretti a scappare in altre capitali durante il regime nazista, ma prima di quel momento il clima di fioritura intellettuale ungherese favorì la nascita di tale professione.
In seguito l’attenzione si sposta su Berlino, sull’attività dei fotoreporter durante il periodo nazista e, parallelamente, durante il fascismo in Italia. Principale scopo della fotografia fu quello celebrativo e propagandistico delle personalità e delle imprese di Hitler e Mussolini, ma che permise comunque un buono sviluppo tecnico e la nascita di molte riviste del settore. Citando la nascita di alcune riviste tedesche ("Berliner Illustrierte Zeitung"), americane ("Life") e non solo, Dondero ricorda che ottenne il suo primo lavoro come fotoreporter presso l’italiana "Le Ore", cogliendo tale occasione per ricordare tutti coloro che contribuiscono da sempre a creare una rivista ma che non vengono quasi mai menzionati: photoeditor, grafici e impaginatori.
La scena passa quindi a Parigi e poi a Madrid, durante la guerra civile. Qui nasce la vera comunicazione visiva degli eventi, ci si trova di fronte alla rappresentazione della tragedia in un modo mai visto prima. In Spagna si incrociano molti importanti fotoreporter e scrittori dell’epoca, ma sono due le figure che spiccano nel racconto di Dondero: Rober Capa (pseudonimo di Endre Ernò Friedmann), che in tale occasione acquisì fama mondiale e sua moglie Gerda Taro (Gerta Pohorylle), conosciuta a Parigi, che purtroppo morì solo un anno dopo l’arrivo in Spagna nel ‘37.
Rober Capa fu senza dubbio la fonte di ispirazione che spinse Dondero a dedicarsi alla fotografia e a lui viene dedicato tutto il secondo intermezzo. Pur non avendolo mai conosciuto di persona, Dondero ne parla con ammirazione e nostalgia, riprendendo i momenti salienti della sua vita, che lo portarono a realizzare celebri servizi, carichi di umanità e passione, in giro per il mondo e alla fondazione dell’agenzia "Magnum Photo" con Henri Cartier-Bresson. 
Nel dopoguerra sono soprattutto Londra e New York a dominare il mercato delle immagini. Va affermandosi uno stile tutto anglosassone, attento all’aspetto tecnico e alla pulizia dell’immagine. Si ricordano le campagne fotografiche volute da Roosevelt per il Farm Security Act a cui presero parte molti giovani talenti. È difficile condensare un discorso sugli Stati Uniti per via delle diverse tipologie di fotografi che vi lavorarono, tra i cui protagonisti spiccano: Lewis Hine, che ritrasse l’arrivo degli immigrati negli States e Arthur Felling, in arte Weegee, testimone con i suoi scatti delle notti americane e delle scene del crimine. Importanti risultano anche i fotografi "embedded" che documentarono le spedizioni militari, ma furono costretti a immortalare solo quanto concesso dalle autorità, come durante la guerra del Vietnam.
Il nostro percorso attraverso il fotogiornalismo si conclude nell’Urss e in città come Praga o Varsavia che spesso vengono dimenticate a causa della barriera fisica e ideologica provocata della Guerra Fredda. Nonostante tutto furono presenti sulla scena abili professionisti al servizio della potenza sovietica, sia durante il conflitto mondiale che durante la ricostruzione post-bellica, ma le cui immagini rimasero spesso segretate nei fascicoli militari. Tuttavia, a parte qualche caso sporadico, il mondo della fotografia al di fuori dell’Europa e degli USA, rimane perlopiù sconosciuto.
In conclusione si può affermare che il fotogiornalismo è cambiato molto negli anni, con l’avvento della televisione prima e di internet e della tecnologia digitale dopo; l’immagine fotografica ha perso un po’ della sua importanza, ma non si può dimenticare la storia che ci ha portati fino ad oggi, fatta di grandi "scatti" e grandi personalità italiane, europee e mondiali, che hanno segnato il Novecento e dato forma ad un mestiere, quello del fotogiornalista, che come sostenuto da Dondero è un lavoro animato da passione, impegno civile e curiosità.

Carlotta Chirico



M. Dondero - E. Giordana
Lo scatto umano. Viaggio nel fotogiornalismo
da Budapest a New York
Laterza, Roma-Bari, 2014.



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10 febbraio 2015

Studiare il giornalismo



Il saggio Studiare giornalismo di Carlo Sorrentino ed Enrico Bianda è un tentativo di analisi del mondo giornalistico come campo di negoziazione all'interno del quale si muovono vari attori.
Il volume (edito da Carocci, Roma, 2013) si apre con una riflessione sulla comunicazione: sono analizzati i vari fattori presenti nell'atto comunicativo, e si conferma che la selezione è caratteristica ineliminabile di ogni atto comunicativo. Qualsiasi atto comunicativo infatti, anche quello più banale, è frutto di una selezione: scegliamo l'argomento da trattare, l'interlocutore e il contesto. E' proprio questa la base per fare giornalismo. E nel giornalismo, più che in ogni altro ambito comunicativo, dalla descrizione della realtà ne scaturisce per forza una ricostruzione: la notizia non è mai il fatto, non è quanto avvenuto, bensì il suo resoconto. I media infatti selezionano, gerarchizzano e presentano i fatti che accadono. Gli autori precisano più volte nel corso della prima parte che il giornalismo non rispecchia la realtà, bensì la seleziona e la riproduce, attraverso varie modalità di ricostruzione. Sorrentino arriva quindi a introdurre il concetto di negoziazione giornalistica, illustrando quali sono i soggetti che ne fanno parte (media, pubblico e fonti) e quali sono i loro ruoli.
Gli autori analizzano poi le origini della nozione di sfera pubblica e gli sviluppi della nozione stessa, con particolare riferimento al contributo del sociologo britannico Thompson e del filosofo tedesco Habermas, e si arriva all'affermazione dell'importanza del giornalismo in una società così complessa come la nostra. E' vero, sì, che il giornalismo è una di quelle cause principali di affollamento di fatti e idee che complessificano il mondo sociale, ma è altrettanto vero che il lavoro di ricostruzione dei fatti prevede una messa in ordine di una realtà che si fa sempre più densa e affollata.
Ma un mondo così vasto come quello giornalistico si può spiegare solo attraverso il concetto di campo? Non rischia in qualche modo di essere appiattito/banalizzato? Sorrentino e Bianda tentano allora di spiegare il giornalismo attraverso il concetto di ecosistema superando quello di campo. All'interno di un ecosistema, dal punto di vista scientifico, i soggetti sono tra loro in relazioni interdipendenti: nello stesso modo sono i componenti dei processi comunicativi. Essi operano all'interno di una struttura complessa, estesa, dinamica: le relazioni tra loro sono continue, così come possibili sono le relazioni tra loro e qualsiasi altro ambiente esterno. Grazie a questo punto di vista l'approccio ci permette di superare il discorso di campo come spazio circoscritto all'interno del quale gli attori agiscono solo in un quadro di relazioni pre impostato, e di accogliere la tecnologia come dimensione estremamente incidente sulla negoziazione giornalistica.
L'attenzione si sposta poi sul tema italiano, proponendoci una riflessione sulla nostra storia: a causa della tardiva alfabetizzazione e del lentissimo sviluppo del mercato pubblicitario, in Italia non si è sviluppata come negli altri paesi la caratteristica distinzione manichea tra stampa popolare e stampa di qualità, bensì un modello unico elitario, che progressivamente grazie all'alfabetizzazione del paese e la crescita economica ha finito per costituire un modello unico elitari in cui sono confluite le caratteristiche di entrambi i tipi di stampa: si spazia infatti dalla vera stampa di qualità, con commenti e opinioni espressi attraverso gli editoriali, alla così detta soft news, ovvero quelle notizie leggere pubblicate per suscitare la curiosità popolare piuttosto che per la sua effettiva rilevanza.
Gli autori poi delineano in modo chiaro e conciso quella che è stata la storia del giornalismo italiano: la storia di un mestiere che fa fatica a stare allineato con i modelli di giornalismo che si affermano nelle altre nazioni europee a causa di una popolazione che è in ritardo e con il fiato corto. L'alfabetizzazione tardiva e l'industrializzazione lenta non permettono all'Italia di svilupparsi come vorrebbe, sino all'avvento del fascismo, che, volente o nolente, accentua il profilo pedagogico ma soprattutto politico di un giornalismo ancora acerbo.
Sorrentino e Bianda sono molto esaustivi nel "raccontarci" la ricerca dell'avvenimento e i compiti di colui che la cura sino a farla diventare notizia (gatekeeper), la redazione di un articolo (dall'abc nelle fasi preparatorie alla messa in pagina dell'articolo finito) e l'organizzazione del lavoro all'interno delle redazioni italiane. Essi analizzano, infatti, la rilevazione di nuove logiche nel processo produttivo, e trattano della nascita di nuove figure all'interno delle redazioni: il cronista, l'inviato, la figura del deskista. Oltre al professionista vi sono anche altri soggetti, ovvero le fonti e il pubblico. Secondo gli autori, tuttavia, da qualche anno a questa parte possiamo parlare anche di quarto soggetto: l'apparato tecnologico, sempre più presente all'interno di redazioni, e sempre più utile al fine di ri-mediare le notizie.
Gli autori non dimenticano di elencare i criteri di notiziabilità mettendo in luce soprattutto quelli legati al mezzo, al prodotto, alla concorrenza e al target di riferimento.
L'ultima parte del volume analizza i principali ambiti del giornalismo: la cronaca (distinguendo attentamente quella bianca da quella nera, arrivando a quella rosa); lo sport, come principale esempio di giornalismo popolare altamente portato per le logiche giornalistiche in quanto comprende insieme il carattere della programmabilità dell'evento ma anche quello dell'imprevedibilità del risultato; la cultura, il nostro merito per la terza pagina da quel lontano 10/12/1901 fino ad arrivare agli approfondimenti odierni di costume e società; e la politica, da sempre gioia e dolore del giornalismo italiano.
Con continuo riferimento alla tecnologia, vista come un aiuto piuttosto che come una sostituzione, il manuale pone l'accento su un mondo veloce, in continuo aggiornamento, così come lo sono le notizie, che cambiano giorno dopo giorno. Un volume a quattro mani minuzioso ma non stucchevole, chiaro ma non banale, sicuramente utile a chi vuole fare del giornalismo un mestiere senza convinzioni obsolete.
Giorgia Russo




Carlo Sorrentino - Enrico Bianda
Studiare giornalismo
Carocci, Roma, 2013.
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Genova in redazione

Giovanni Ansaldo
Memorie
vol. I (1920-1925); vol. II (1926-1930)
Prefazione di Giuseppe Marcenaro
Nino Aragno editore, Torino, 2014.

Descrizione
Le Memorie, cioè i diari di Ansaldo degli anni Venti integrati dalla sua
corrispondenza con personalità del mondo politico e culturale del tempo,
offrono una rappresentazione in presa diretta di un intero decennio visto
attraverso la penna caustica e ironica, caricata di inchiostro all'acido
prussico, di un osservatore incline allo scetticismo.
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09 febbraio 2015

Con la morte negli occhi

Domenica pomeriggio in una tranquilla cittadina di provincia. Una manciata di ragazzini gioca nel cortile sotto casa. Questo è normale. Giocano alla guerra. Anche questo è abbastanza usuale. All’improvviso uno di loro grida: “Bruciamolo! Bruciamolo!” E questo è meno banale. Ai ragazzi chiedo perché vogliono bruciare quel loro amico. La risposta è lacerante: “Perché è nostro prigioniero! Perché noi siamo i più forti come quelli vestiti di nero che abbiamo visto in tv!”.
L’emulazione è prodotto pericoloso, capace di dissesto mentale anche in tenera età. Questi non sono ragazzi di strada. Sono figli di gente perbene. Vanno a scuola, fanno i compiti, vanno in vacanza, praticano sport. Ragazzi normali. Ma nella loro mente esiste qualcosa che si prende gioco dei loro sentimenti come della loro ingenuità. È la voglia di imitare il racconto del mondo visto attraverso la televisione o internet. Il mondo degli adulti. Di quegli adulti che molto spesso li parcheggiano davanti a tv e web senza la dovuta attenzione. Così i ragazzi raccontano storie di torture. Inventano scenari di guerra. Provano armi su palcoscenici virtuali. Fino a quando costruiscono il loro film. Che passa dal loro immaginario al mondo reale con la rapidità di un tweet.
Basta poco per imprimere nella loro memoria scene di orrore. Talmente poco che la torcia umana chiusa in una gabbia del pilota giordano arso vivo dall’Isis, ora visibile da chiunque su internet, è già diventata oggetto di gioco. Certamente svago poco creativo. 
Comunicare gli orrori delle guerre è un dovere dell’informazione. Fare vedere certe immagini di quegli stessi orrori è scelta mediatica, non culturale. Se si deve raccontare di un uomo arso vivo, non servono foto o video per immaginare l’efferatezza di quell’azione. Non si aggiunge niente al raccapriccio facendolo vedere. Anzi, si toglie qualcosa. La possibilità di immaginare che non sia vero, la speranza che l’uomo non sia capace di essere proprio così bestiale. Ma la legge dell’audience e del video “più-cliccato” fanno della video-documentazione un pretesto per aumentare il fatturato. Se è apprezzabile la scelta di Mentana nel tg La7 di non mostrare quel filmato, non si capisce come nella stessa rete, in prima serata, Servizio Pubblico di Santoro sceglie di annunciare che il video integrale è reperibile sul web. Per prendere coscienza delle atrocità della guerra e dei mostri che la combattono è forse indispensabile fare vedere il corpo carbonizzato di un uomo e sentire le sue urla mentre brucia vivo? Non si rischia di fare un favore alla propaganda dell’Isis divulgando immagini così terribili? Dietro la libera fruizione dell’informazione non si annida il gusto estremo per un sadismo perverso? Eh, già! Un film dell’orrore fa molti più incassi se tratto da una storia vera. Ma non è solo questo.
“Se avesse potuto comunicare così oggi che mondo sarebbe?” è lo slogan di un bellissimo spot di dieci anni fa per la Telecom. Lo spot è ricordato per le parole e la voce originale di Gandhi che dalla sua povera capanna, attraverso l’occhio di una webcam, proietta la sua idea di pace tra i popoli in tutto il mondo, finendo sullo schermo di un computer, sul video di un cellulare, sul maxischermo di Time Square a Londra e della Piazza Rossa a Mosca. Chissà se Spike Lee, mentre girava lo spot, avrebbe immaginato cosa, dopo dieci anni, sui maxischermi che, nella sua idea, volevano sembrare fondamentali per cambiare il corso della storia, si sarebbe proiettato. Siamo a Raqqa, in Siria, dove all’agghiacciante spot del pilota giordano Moaz al-Kasasbeh arso vivo, assiste una folla di sostenitori dell’Isis che applaudono festanti mentre le fiamme lo inghiottono. Un’esecuzione in diretta. Ora visibile anche on demand sul computer di casa. Al macabro spettacolo assistono anche bambini. Uno di essi, di soli sei anni, dichiara: “voglio catturare i piloti e bruciarli”. Come i ragazzi nel cortile sotto casa la domenica pomeriggio.
Comunicare la guerra, purtroppo, si deve. Comunicare l’orrore, per fortuna, si può evitare. È ora che anche l’informazione ne diventi consapevole.
La propaganda di guerra è una macchina terribile. Una volta messa in moto non si ferma più. Nemmeno davanti agli occhi dei bambini. Così, ad essere bruciata non è solo la vita di un uomo, ma è l’anima di quei bambini che guardano la follia omicida degli adulti scambiandola per forza. Bambini che sentono le urla di dolore di chi arde vivo ma non il puzzo fetido della viltà di chi li indottrina. Bambini che vanno a dormire senza favole e senza sogni. Con la morte negli occhi.     
 Anna Scavuzzo

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14 gennaio 2015

In libreria



Richard Rooke
 European Media in the Digital Age: Analysis and Approaches 
Routledge,  2013, 288 pp.
Descrizione



This introductory textbook for Media and Communication Studies students is designed to encourage observation and evaluation of the European media in the digital age, enabling students to grasp key concepts and gain a broad and clear overview of the area. It also introduces the principal debates, developments (legislative, commercial, political and technological) and issues shaping the European media today, and examines in depth the mass media, digital media, the internet and new media policy. Understanding today’s media scene from print to audiovisual needs a wider view and this book helps make comprehensible the European media within a broader global media landscape.
The text is pedagogically rich and explores a variety of approaches to help the reader gain a better understanding of the European media world. Students are encouraged to start thinking about statistics, relating this to economics, analysing regulations, and combining media theories with theories of European Union integration.  The book also includes the use of case studies, illustrations, summaries, critical reflections and directions to wider reading. The European Media in the Digital Age is recommended for all Media Studies students and is also of key interest to students of Politics and Policy, Business Studies, International Studies and European Studies. 

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12 gennaio 2015

In libreria

Umberto Eco
Numero Zero
Bompiani, Milano, 2015, pp. 224.

Descrizione
Una redazione raccogliticcia che prepara un quotidiano destinato, più che all’informazione, al ricatto, alla macchina del fango, a bassi servizi per il suo editore. Un redattore paranoico che, aggirandosi per una Milano allucinata (o allucinato per una Milano normale), ricostruisce la storia di cinquant’anni sullo sfondo di un piano sulfureo costruito intorno al cadavere putrefatto di uno pseudo Mussolini. E nell’ombra Gladio, la P2, l’assassinio di papa Luciani, il colpo di stato di Junio Valerio Borghese, la Cia, i terroristi rossi manovrati dagli uffici affari riservati, vent’ anni di stragi e di depistaggi, un insieme di fatti inspiegabili che paiono inventati sino a che una trasmissione della BBC non prova che sono veri, o almeno che sono ormai confessati dai loro autori. E poi un cadavere che entra in scena all’improvviso nella più stretta e malfamata via di Milano. Un’esile storia d’amore tra due protagonisti perdenti per natura, un ghost writer fallito e una ragazza inquietante che per aiutare la famiglia ha abbandonato l’università e si è specializzata nel gossip su affettuose amicizie, ma ancora piange sul secondo movimento della Settima di Beethoven. Un perfetto manuale per il cattivo giornalismo che il lettore via via non sa se inventato o semplicemente ripreso dal vivo. Una storia che si svolge nel 1992 in cui si prefigurano tanti misteri e follie del ventennio successivo, proprio mentre i due protagonisti pensano che l’incubo sia finito. Una vicenda amara e grottesca che si svolge in Europa dalla fine della guerra ai giorni nostri.
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10 gennaio 2015

L’ombra si fa guerra


È guerra. Totale. Mondiale. Ora lo sappiamo.
Gli attentati di Parigi e i massacri in Nigeria non sono più solo l’ombra di un sospetto.
Che l’Europa e il mondo intero siano attaccati nei simboli e nei valori più profondi di libertà e democrazia non è una possibilità. È una realtà. Concreta e tangibile.
La violenza terrorista si è fatta stato. La religione ideologia. Pretesti ingiustificabili per imporre l’ombra di un nuovo regime totalitario. Per scatenare un conflitto dalla portata mondiale.
Per perpetuare i profitti dell’industria della guerra. Per avvilire le opinioni nella paura della ritorsione.
Non possiamo più fare finta di niente. Ci siamo dentro tutti. Europei e non.     Quella che vediamo è la cima di una montagna. Non quella di Maometto. Non quella che vorremmo scalare. Ma quella che sta per crollarci addosso con il suo enorme peso di responsabilità.  La montagna rozza e dura, pericolosa e violenta, brutale e assurda di un potere vigliacco che cerca di scatenare un conflitto diffuso. Vigliacco perché non si mostra. Vigliacco perché usa religioni che non gli appartengono per giustificare azioni terroristiche.
È inutile girarsi dall’altra parte. Siamo in guerra.
Una guerra di pensiero prima che di armi. Perché le nostre giornate sono ormai scandite da parole di guerra. Killer, mitra, kalashnikov , attacco, assedio, bliz, sangue, ostaggi, morti…
In televisione sentiamo il crepitio delle sparatorie, udiamo le urla di chi fugge terrorizzato, vediamo il fumo delle esplosioni, i filmati girati da chi si mette in salvo sui tetti, poliziotti e militari che corrono dietro scudi antiproiettile. Vediamo un poliziotto musulmano ferito che implora pietà prima di essere freddato senza traccia di quella stessa pietà.
Sui giornali appaiono immagini che sembrano tratte da un libro di storia. Invece no, sono di oggi. I titoli fanno venire ansia. Il nostro spirito è pieno di sgomento, rabbia, angoscia, paura.
Basterà la grande “manifestazione repubblicana” di domani a Parigi per ridare fiducia e sicurezza ai cittadini francesi? Basterà l’enorme folla planetaria, che dalle piazze europee e del web grida a gran voce “Je suis Charlie”, a rimuovere le violenze? Certo, sono segnali di una reazione. Ma non basta più indignarsi, manifestare, protestare.
Ci sono decisioni urgenti e difficili da prendere. Prima che il virus della jihad contagi ogni nazione figlia di una democrazia vitale. Come un cancro che sparpaglia in un gigantesco starnuto cellule impazzite in grado di aggredire dietro istruzione. Non più uomini, ma macchine addestrate a uccidere gli altri e se stessi. Corpi e menti malate che trovano nella propagazione di ogni forma di violenza lo scopo della loro miserabile esistenza.
Bisogna trovare il modo di difendere il nostro pensiero di libertà e democrazia. Non si deve cadere nella trappola del panico, dell’islamismo-fobia, della nevrosi da attacco terroristico, della psicosi da omo-blindato, del sospetto permanente. Faremmo il gioco di chi ci attacca.
Lucidità e fermezza diventano qualità fondamentali per assicurarci almeno una cosa: la forza della maggioranza. Quella a cui il terrorismo e la guerra fanno schifo. Una maggioranza pacifica e tollerante che esiste. C’è. Si vede e si sente.
Se una manciata di terroristi ha tenuto e tiene sotto scacco una nazione come la Francia, possibile che il popolo europeo della maggioranza nonviolenta, sensibile all’integrazione, multi etnica e multi culturale non riesca a dare scacco matto a una manciata di terroristi?
Se davvero esiste questa idea di Europa unita, ora è il momento che i politici che la rappresentano la facciano vedere e sentire. Certo, le parole della guerra fanno impressione a chi la guerra non l’ha mai fatta. Così come fanno paura a chi ne è stato sfiorato ed è sopravvissuto.
Ma democrazia e libertà non sono parole di guerra. Sono concetti del pensiero. Un pensiero che non può permettersi di essere debole e destabilizzato da una forza oscura e minore: la violenza.
Si sa che un popolo impaurito e insicuro è più facile preda dei regimi totalitari che sottomettono prima i valori delle persone.
Ecco, è arrivato il momento che alle parole della guerra è necessario contrapporre le parole della libertà. La politica già lo sa.
La difesa non è nella sopraffazione, ma nell’eliminazione delle cause.
Lo “stato di guerra” non si neutralizza con la corsa agli armamenti, con i raid aerei, le cosiddette forze di pace. Lo “stato di pace” si conquista con la volontà di cancellare dal pianeta il profitto dell’industria bellica. La volontà di tutti i popoli e le nazioni. La volontà della maggioranza. Di tutti. Ma proprio di tutti. Insieme. E questa si che sarebbe una grande risposta  e una grande forza. Quella che all’aggettivo mondiale non potrà più abbinare l’ombra del sostantivo guerra, ma soltanto la luce della parola libertà.    
Anna Scavuzzo

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05 gennaio 2015

In libreria

William Hazlitt
L'ignoranza delle persone colte
Fazi, Roma, 2015, pp. 180.
Descrizione
Diretto, paradossale, provocatorio: così appare Hazlitt nel suo saggio sull’ignoranza delle persone colte, un gioiello nell’arte dell’essay, di argomento filosofico, morale, letterario o legato all’esperienza quotidiana, il cui modello riconosciuto e tuttora inarrivabile è Montaigne. In questo libro dello scrittore e critico inglese, amico di Stendhal e dei maggiori poeti del suo tempo, sono raccolti sette dei numerosi saggi appartenenti a Table-Talk, la rubrica che l’autore tenne sul «London Magazine» dal giugno 1820 al dicembre dell’anno successivo: tutti testi di sconcertante attualità e caratterizzati da un’alta dose di humour, specie se letti oggi, alla luce del presente. Oltre alla riflessione Sull’ignoranza delle persone colte, intervento argutamente eccentrico, che dà il titolo al volume, tanti sono gli aspetti della vita affrontati dal saggista-filosofo: dall’analisi del genio incompreso (contrapposto all’uomo d’azione e quindi di successo) al ritratto dello scrittore elegante (e perciò “effeminato”), dalla critica ai gruppi di potere (tra cui i consigli comunali e le università) agli svantaggi della superiorità intellettuale (sulla raffinatezza d’animo che si scontra puntualmente con un mondo ignorante), fino al tema universale della paura della morte e ai suoi risvolti tragicomici con i lasciti testamentari.
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