Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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06 luglio 2009

Le politiche migratorie dell'Unione Europea

Il Mediterraneo è da sempre un’area centrale nei processi migratori e per area mediterranea intendiamo tutti i paesi prospicienti il Mediterraneo, non solo quelli bagnati dall’omonimo mare, divisibili in un’area dell’Unione Europea, un’area del bacino mediterraneo (divisa a sua volta in tre sottoaree: europea, asiatica e araba) e un’area araba (divisa in asiatica e africana). Tutta quest’area ha una superficie di 18,3 milioni di kmq e una popolazione di 847,7 milioni di individui. Per processi migratori intendiamo oggi spostamenti umani motivati soprattutto dalla ricerca di un lavoro o di un miglior standard di vita; come in passato anche oggi i fenomeni migratori sono insieme fisiologici e traumatici: sono fisiologici perché naturale conseguenza di evoluzioni culturali, economiche, sociali, e sono traumatici perché sempre accompagnati da difficoltà, disagi, sacrifici e sofferenza.
FRONTEX (dal francese Frontières extérieures) è l'Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europe; è un'istituzione dell'UE il cui centro direzionale è a Varsavia, in Polonia. Il suo scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l'implementazione di accordi con i Paesi confinanti l'Unione europea per la riammissione dei migranti respinti lungo le frontiere. L'agenzia è stata istituita dal Consiglio d’Europa nel 2004 ed ha iniziato ad operare il 3 ottobre 2005. Nel 2008 il budget dell'Agenzia è stato raddoppiato a 70 milioni di euro, di cui 31 saranno destinati soltanto alle missioni di pattugliamento delle frontiere marittime, nel Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico. Sul suo operato però hanno espresso critiche Amnesty International e l' European Council for Refugees and Exiled (Ecre) soprattutto per i respingimenti di potenziali rifugiati politici in Paesi terzi non sicuri; sulle rotte dell'immigrazione clandestina infatti, viaggiano sia migranti economici che richiedenti asilo. Le migrazioni nel Mediterraneo rappresentano un problema che richiede la responsabilità di tutta l’Unione europea. Gli sbarchi sulle coste della Sicilia hanno raggiunto, negli ultimi tempi, livelli allarmanti: si registrano migliaia di sbarchi sull’isola di Lampedusa (soprattutto dal Maghreb) dove le strutture di accoglienza, in cui gli ospiti vengono trattenuti in media dalle 24 alle 48 ore prima di essere trasferiti in altri centri in Italia, vengono superate le capacità ricettive: ciò impedisce di garantire livelli di assistenza adeguati durante le operazioni di identificazione e rimpatrio; gli stati interessati, Malta soprattutto, hanno cercato fino all’ultimo di eludere le proprie responsabilità derivanti dalle convenzioni internazionali che impongono la salvaguardia della vita umana a mare ed il diritto all’accesso alla procedura di asilo. I rischi per la vita umana e l’assenza di garanzie per i potenziali richiedenti asilo vittime delle operazioni FRONTEX sono ulteriormente confermati.
Però recentemente Si è registrata una diminuzione consistente degli sbarchi (o meglio dei salvataggi) nel Canale di Sicilia, tra Lampedusa e la Sicilia meridionale. Diminuzione che corrisponde però ad operazioni di rastrellamento condotte periodicamente dalla polizia libica nei confronti degli immigrati irregolari, attratti in Libia negli anni dell’embargo, ed adesso preziosa merce di scambio per accreditare Gheddafi come partner privilegiato dei governi europei, non solo nel contrasto dell’immigrazione clandestina, ma anche negli scambi commerciali e nelle forniture di gas e petrolio. Prima delle stragi in mare, è spesso il deserto che arresta i viaggi della speranza dei migranti attraverso la Libia (almeno per quelli che non trovano il danaro per corrompere un funzionario della polizia di frontiera). Come è confermato da numerose testimonianze, in molti paesi di transito la corruzione della polizia e le organizzazioni criminali dei trafficanti di uomini formano un “sistema unico” che stritola migliaia di vite; un sistema illegale bene organizzato che risulta invisibile soltanto ai governanti europei che con gli stati di polizia del nord Africa non esitano a concludere accordi di collaborazione e di riammissione che, sulla carta, richiamano i diritti fondamentali ed il diritto di asilo, ma che nella pratica si riducono a pratiche di deportazione e di schiavizzazione indegne di un qualsiasi paese che voglia continuare a definirsi democratico. Se è diminuito il numero degli immigrati transitati attraverso la Libia ed il Marocco verso l’Italia e la Spagna, è aumentato il numero delle partenze dall’Algeria, dalla Tunisia, dalla Turchia, attraverso la Grecia, di migranti diretti in Italia.
Risulta ancora incalcolabile il numero delle vittime di queste nuove rotte, costretti ad intraprendere i viaggi della disperazione in assenza di un riconoscimento effettivo del diritto di asilo nei paesi del Nord Africa, e di un sostanziale canale di ingresso per lavoro negli stati europei, unico vero strumento per ridurre il numero dei migranti irregolari. L’Unione Europea non è riuscita infatti ad adottare una direttiva sugli ingressi per lavoro e le diverse direttive adottate in materia di asilo e protezione umanitaria consentono ancora situazioni molto differenziate tra i diversi paesi e prassi delle autorità amministrative che impediscono generalmente l’accesso effettivo alla procedura di asilo o di protezione umanitaria. Sanzioni penali sempre più severe inoltre dissuadono le imbarcazioni da pesca e le navi mercantili dal prestare aiuto ai migranti, come se in alto mare non valessero più le Convenzioni internazionali che prevedono comunque l’obbligo di salvataggio immediato. Di fronte alla composizione mista dei flussi migratori occorre un regolamento europeo che garantisca la salvaguardia della vita umana a mare e la protezione dei soggetti più vulnerabili come i richiedenti asilo, le donne ed i minori.
Rimedi a questa situazione possono essere molteplici: depenalizzazione degli interventi di salvataggio a mare da parte delle imbarcazioni non militari, in modo da rendere più tempestive le azioni di salvataggio; blocco o riconversione delle missioni FRONTEX nella prospettiva della salvaguardia assoluta della vita umana e del diritto di asilo; evitare pratiche di polizia concretamente riconducibili al divieto di espulsioni collettive; interruzione immediata dei finanziamenti concessi dai governi europei ai paesi di transito per mantenere centri di raccolta dei migranti irregolari; interruzione dei finanziamenti europei dei voli con i quali gli stati di transitano restituiscono molti potenziali richiedenti asilo alla polizia dei paesi dai quali questi sono fuggiti.
Gli accordi di riammissione con i paesi nordafricani sono basati sul presupposto che questi paesi, ad eccezione della Libia, hanno aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Quando poi si va a considerare la dimensione effettiva del diritto di asilo in questi stati si verifica come il diritto di asilo venga riconosciuti in poche centinaia di casi; non si può ritenere sufficiente l’adesione formale alla Convenzione di Ginevra, se poi i singoli stati si comportano in modo da violare i principi essenziali di quella convenzione. In questo quadro, può costituire la premessa per gravi violazioni dei diritti fondamentali della persona il coinvolgimento nelle pattuglie FRONTEX di unità navali di paesi che non rispettano i diritti dei richiedenti asilo, come Malta e la Libia. Non si dovranno più verificare espulsioni o respingimenti verso paesi che non garantiscono i diritti fondamentali della persona umana, a partire dal diritto di asilo. Piuttosto che finanziare campi di detenzione amministrativa nei paesi di transito, strutture che diventano luoghi di abusi e di traffici di ogni tipo, occorre istituire, negli stessi paesi di transito, veri e propri centri di accoglienza per i richiedenti asilo. Bisogna estendere l’istituto dell’asilo extraterritoriale, dare quindi la effettiva possibilità di presentare una richiesta di asilo nei paesi di transito e di garantire un rigoroso rispetto del principio di “non refoulement” previsto dalla Convenzione di Ginevra. Coloro che oggi ingannano l’opinione pubblica proponendosi come i difensori della identità europea e della sicurezza, e nel frattempo utilizzano gli stati di transito come gendarmi nella “guerra” all’immigrazione clandestina, stanno innescando una vera e propria “bomba a tempo” ai confini della “fortezza Europa”.
Il quadro emerso risulta quindi preoccupante: da una parte l’Europa, sempre più efficiente nell’attuare politiche di repressione a scapito delle misure di accoglienza e protezione sancite dal diritto internazionale; dall’altra i migranti provenienti dai Paesi in via di sviluppo che continuano ad essere in balia dei trafficanti internazionali. È stato stimato in 700mila il numero di migranti vittime di tratta e sfruttamento lavorativo tra i migranti che ogni anno si dirigono in Europa, quindi andrebbero favorite le politiche per i rimpatri volontari che negli ultimi anni nell’Ue sono progressivamente diminuiti. I Governi devono al più presto ratificare ed applicare gli accordi internazionali sui diritti dei migranti, elaborare delle politiche di asilo che tengano conto delle specificità di genere, rispettino il principio del “non refoulement” e finanzino programmi di sostegno materiale ai migranti per facilitarne l’inserimento nella comunità.
Edoardo Buganza*

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*Relazione sul seminario “L’Unione Europea e il mondo arabo: le popolazioni tra stagnazione e sviluppo”, che si si è svolto il 6 marzo 2009 presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli studi di Genova.

- Link al sito di FRONTEX

- Link al sito di European Council for Refugees and Exiled (Ecre)

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04 luglio 2009

Migranti

"Milioni di persone al mondo subiscono ingiuste e drammatiche sofferenze, costrette come sono a migrare a causa delle difficili condizioni di vita nei Paesi d'origine. Molte di queste sofferenze sono causate ai migranti talvolta da discutibili provvedimenti messi in atto da quei Paesi ricchi che dovrebbero maggiormente impegnarsi in percorsi di accoglienza e integrazione seri, ragionati e rigorosi".
Card. Dionigi Tettamanzi
4 luglio 2009

03 luglio 2009

In libreria


Gabriele Nicola
Modelli comunicativi e ragion di Stato. La politica culturale sabauda tra censura e libertà di stampa (1720-1852),
Torino, Polistampa, 2009, 424 p.


Descrizione

Il volume approfondisce le dinamiche che portarono all'elaborazione e allo sviluppo dei sistemi censori negli stati preunitari, terreno d'indagine di grande attualità e di riconosciuta centralità per la storiografia. Gli interessi attorno al controllo sulla circolazione delle idee rappresentano la spia di una tendenza politica volta non semplicemente al controllo sociale, ma alla formazione di un consenso e alla nascita di un'opinione pubblica. Se si focalizza l'attenzione sui caratteri che questo fenomeno assunse negli Stati sabaudi, affiorano i contorni di un dirigismo culturale che, col tempo, avrebbe assunto una chiara connotazione politica. I Savoia miravano ad affermare il primato della censura laica su quella ecclesiastica, consentendo la diffusione di una significativa quantità di opere poste all'Indice. Allo stesso tempo dovettero fare i conti, per oltre un secolo, con un'anomalia di carattere istituzionale rappresentata dall'antico Regnum Sardiniae, che imponeva loro di creare appositi regolamenti e di attivare procedure parallele, anche in ambito censorio, per rispettarne più o meno formalmente la peculiarità delle istituzioni sarde. Quella costante e scrupolosa supervisione sulla stampa, destinata a non arrestarsi neppure durante l'età napoleonica con i regnanti confinati in Sardegna, si sarebbe riaffermata in forme nuove e originali durante l'età della Restaurazione divenendo il principale terreno di scontro tra ambienti conservatori e riformisti.

01 luglio 2009

Viareggio

Viareggio, 29 giugno, sono le 23.45. Il treno merci Trecate- Gricignano, carico di Gpl, sta transitando a 90 km l'ora. Il carrello del primo carro cisterna si spezza e trascina fuori dai binari altri quattro vagoni. I due macchinisti, dopo il pesante strattone, si affacciano e vedono che la prima cisterna é fuori sagoma, immediatamente tirano il freno d'emergenza e, dopo aver messo in sicurezza la locomotiva, fuggono e danno l'allarme. Intanto, il gas si sta propagando e, innescato dalle scintille provocate dal deragliamento, si trasforma in una bomba. Le esplosioni e le fiamme investono i palazzi e la strada: una palazzina si sbriciola, un'altra prende fuoco. L'onda d'urto scaraventa un uomo contro un cassonetto e gli spezza le gambe, i pezzi di metallo volano come proiettili, per terra vi sono corpi carbonizzati. Le persone avvolte dalle fiamme cercano disperatamente di strapparsi i vestiti di dosso, urlano, chiedono aiuto.
I soccorsi sono tempestivi, la protezione civile lavora tutta la notte: bisogna tirare fuori le persone dalle macerie e svuotare il gas dalle cisterne.
La conta dei morti sale oggi a 17, ma vi sono anche alcuni dispersi e i 27 feriti sono gravissimi: molti hanno ustioni sul 90% del corpo.
Dopo un primo esame, la prima causa del disastro viene attribuita alla rottura di un asse del carrello di uno dei carri. Su questo, infatti, sono state trovate tracce di ossidazione: ruggine. Chi é che doveva verificare lo stato di usura del materiale rotabile?
I vagoni sono del Gatx, un colosso del settore; gli standard di sicurezza a cui devono attenersi sono fissati dalla commissione europea di Bruxelles. Il Gpl contenuto nelle cisterne appartiene alla Sarpom, di proprietà della Exxon, che ha affidato la verifica finale dei vagoni alle Ferrovie dello Stato, coloro che muovevano il treno.
Probabilmente i controlli, durante qualche passaggio, non sono stati fatti a dovere.
Qualcosa é sfuggito, non si sa ancora a chi e perché, ma appare piuttosto evidente che la causa della tragedia sia l'ennesima svista nel percorso preventivo dei controlli.
Tutto ciò mi riporta con la mente a poco meno di tre mesi fa, a l'Aquila. Non credo che ci sia bisogno di ricordare che cosa sia successo.
Basti dire che molte persone potrebbero essere ancora vive se solo le case fossero state adeguatamente costruite.
E se, invece che piena notte a Viareggio, fosse stato giorno? Se il deragliamento fosse avvenuto durante un'ora di punta, che cosa sarebbe accaduto?
Chiara Ravano

Arabiyya



Arabiyya è uno dei siti più importanti
per conoscere il variegato contesto del
mondo arabo.






*link segnalato da Cinzia Pompetti
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30 giugno 2009

In libreria

Giacomo Tartaglia
Un secolo di giornalismo italiano. Storia della Federazione nazionale della stampa italiana
I (1877-1943)
Milano, Mondadori Università, 2009

scheda del libro:
Questo lavoro sulla Federazione della stampa colma un vuoto grave nella ricostruzione della storia del giornalismo italiano dall'Unità alla fine della seconda guerra mondiale. La storiografia non ha mai veramente tenuto conto del ruolo di questa realtà associativa, sia nello sviluppo della professione, sia nella concreta affermazione dei diritti di libertà che la concernono. La loro piena effettività si deve infatti ad un lento processo, in cui non solo i giornali, ma le battaglie della professio­ne giornalistica hanno avuto un ruolo importante.
Anche l'attività sindacale della Federazione della stampa contribuì inizialmente a consolidare, da un punto di vista istituzionale, lo statuto della professione giornalistica e la piena conquista della libertà di stampa in epoca liberale. Non a caso in questa specificazione l'associazionismo giornalistico prende a svolgere una difesa della libertà di espressione non solo nei confronti dello Stato, ma negli stessi rapporti con gli editori, con un orizzonte più ampio di quello rivendicato da questi ultimi. Ne saranno testimonianza l'impegno contro la censura nella guerra italo-turca e negli anni della Grande Guerra e la lunga tenace battaglia in difesa della libertà di stampa contro la svolta autoritaria del fascismo.

29 giugno 2009

In libreria

. Un'idea controcorrente di integrazione politic
Patrizia Nanzol
is Europolis. Un'idea controcorrente di integrazione politica
Milano, Feltrinelli, 2009
scheda del libro
Ciò di cui l’Europa ha bisogno non è un’unità politica fittizia, ma un’identità basata sulla negoziazione e traduzione continua tra le sue diverse anime e culture.
L’Europa ha dimostrato in questi anni di non aver saputo costruire una propria identità politica e di essersi più volte dovuta confrontare con i particolarismi dei suoi singoli membri. Persino la Costituzione europea ha mostrato di non essere quel Santo Graal in grado di risolvere le questioni legate al persistere del predominio delle identità nazionali e dei loro interessi specifici. Potrà mai esistere un “cittadino europeo”? O forse comincia già a esistere negli interstizi dei singoli stati? Europolis affronta la questione dell’integrazione europea secondo un doppio binario teorico ed empirico. Da un lato, richiamandosi a una teoria “dialogica” della politica, avanza una visione di Europa come sfera pubblica capace di mediare tra autorità politica e popolo grazie a una molteplicità di dialoghi civici continui e simultanei, condotti attraverso i confini culturali e nazionali. Dall’altro lato, presenta uno studio empirico sull’identità e l’attitudine multiculturale di un campione di comuni cittadini italiani emigrati in Germania. Lo studio empirico serve a Patrizia Nanz per mettere a fuoco l’elemento più originale della sua prospettiva, e precisamente il ruolo della “traducibilità” e della “negoziabilità” delle diverse identità nazionali in vista della loro convergenza verso una comune identità politica europea, traducibilità e negoziabilità che si rivelano il cuore teorico della sua concezione.

28 giugno 2009

In libreria

Fortebraccio
Facce da schiaffi. Corsivi al vetriolo di un comunista impenitente
Milano Rizzoli BUR Biblioteca Univ., 2009, 296 p.

Scheda del libro
"Quando proponemmo a Fortebraccio di ribattezzarsi con il nome del prode cavaliere scespiriano - ricorda Maurizio Ferrara, direttore dell''Unità' nel 1963 - ci fu dall'altro capo del filo un attimo di esitazione. 'Forte-braccio... debole-mente, diranno' udimmo obiettare." Accadde il contrario: Fortebraccio diventò subito un "fenomeno" travolgente: il solo scrittore in circolazione - come diceva Biagi - capace di cogliere il ridicolo con garbo e ironia. Un'ironia che era il marchio di fabbrica del suo formidabile piglio di moralista e polemista partigiano. I suoi ritratti di Agnelli (l'avvocato Basetta), Spadolini (coverboy della politica) e di molti altri, restano un esempio di giornalismo critico e intelligente: crudele a volte, caustico sempre, eppure dolorosamente divertente.


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Fortebraccio. Vita e satira di Mario Melloni
a cura di Pasquale Di Bello e Paola Furlan
Reggio Emilia, Ed. Diabasis, 2009, 280 p.


Dalla Prefazione di Michele Serra
"Mario Melloni, in arte Fortebraccio, è stato uno dei più grandi giornalisti satirici italiani. In senso più lato, è stato uno dei pochi scrittori umoristici memorabili in un paese che all’umorismo ha sempre preferito la commedia grassa e l’insulto astioso. Oggi il suo ricordo è ingiustamente attenuato, specie perché si è progressivamente disfatto il campo politico in cui Melloni visse e scrisse, quello comunista. Di lui hanno memoria viva soprattutto gli italiani che hanno passato i cinquanta, e si sono formati negli anni del grande scontro tra Dc e Pci, i due grandi partiti di massa oggi ingoiati dalla storia.
I corsivi di Fortebraccio raccontarono quell’Italia, e quello scontro, con una forza polemica e una leggerezza incomparabili. Le due qualità – forza polemica e leggerezza – parrebbero in contrasto. Non lo furono, in Fortebraccio, in virtù di uno stile signorile e di una prosa educata che inquadravano in forma controllatissima i giudizi più ostili, le opinioni più crudeli. Come gli riuscisse, questo scrivere insieme cortese e feroce, questo capolavoro formale, è un enigma che meriterebbe almeno un paio di corsi universitari, e chissà che qualche italianista ispirato, qualche Facoltà non distratta, non voglia provvedere".
*Link alla scheda del libro dal sito dell'editore Diabasis.
Mario Melloni, (1902-1989)

24 giugno 2009

Leggere Lolita a Teheran



Quando vedo a Teheran così tante giovani donne in piazza penso che anche loro abbiano fatto parte del "cenacolo" di studentesse che due/tre pomeriggi alla settimana andavano a casa della loro insegnante radiata dall'Università" per "leggere Lolita a Teheran", lontane per qualche ora dal "censore cieco". ... O più probabilmente quelle che oggi sono in piazza (così giovani e così belle) sono le figlie di quelle donne che nel 1997 avevano 18/20 anni e ora sono madri, maestre, professoresse. capaci di insegnare alle loro figlie (e ai loro figli maschi) che "leggere Lolita a Teheran" è lievito per il futuro. ... Perché proprio questo si prefigurava nelle pagine dell'Epilogo del libro di Azar Nafisi*. .... E tra quelle giovani donne forse c'è anche Y. la nostra studentessa iraniana che ha frequentato il mio corso con avidità; immancabilmente dopo la lezione ci fermavamo a parlare in corridoio: lei con tutte le sue domande, sempre alla ricerca di libri "in più" da leggere ("perché qui posso leggere tutto quello che voglio e là no"), lei sempre così preoccupata di capire se per caso hai pregiudizi (magari nascosti) verso i musulmani, Y. che improvvisamente prende la sua sciarpina bianca e la indossa velandosi per dirmi "sono forse diversa con questo?"

*Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Milano, Adelphi, 2004.

*link ad un contributo della scrittrice iraniana Azar Nafisi, Atteggiamento sospetto: il potere sovversivo dell'immaginazione (Roma, 15 giugno 2004) dal sito dell'editore Adelphi.
Sulle vicende dell'Iran cfr. il volume di recentissima pubblicazione di Pejman Abdolmohammadi. La Repubblica Islamica dell'Iran: il pensiero politico dell'Ayatollah Khomeini, Genova, De Ferrari editore, 2009, 265 p.

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17 giugno 2009

In libreria

Marco Orioles
Falchi e colombe. Lezioni di giornalismo americano dalla guerra in Iraq
Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2009, 320 p.

Scheda del libro
Qual è in un contesto di crisi o guerra imminente il ruolo del giornalismo? Informare tempestivamente e in modo completo e neutrale o entrare di peso nel dibattito, magari esercitando una propria influenza? Lo scenario precedente l’intervento angloamericano in Iraq (2002-2003) offre un caso nitido ed esemplare della condotta e dell’interventismo dei news media in una delicata fase di formazione del processo decisionale. Raccogliendo e analizzando gli articoli dei cosiddetti columnist (opinionisti) di due autorevoli testate come il «New York Times» e il «Washington Post», il lavoro ci fa rivivere le tensioni, i momenti cruciali e le contrapposizioni che nell’America segnata dall’11 settembre fanno maturare la scelta di un intervento controverso e destinato a dividere l’opinione pubblica mondiale e lo stesso giornalismo americano. La ricostruzione dell’episodio è sorretta da un inquadramento teorico, storico e sociologico del cosiddetto “quarto potere”, che anche nel caso della guerra irachena ha ben dato prova di sé.

16 giugno 2009

In libreria

Sara Bentivegna
Disuguaglianze digitali. Le nuove forme di esclusione nella società dell'informazione
Roma-Bari, Laterza, 2009

scheda del libro
Il sogno di una società dell'informazione uguale per tutti si sta infrangendo contro l'evidenza: Internet riproduce meccanismi di esclusione propri del passato e li ripropone nel presente con forza del tutto nuova. Il modello della rete pervade la società, dà forma alle relazioni umane, è alla base di ogni tipo di attività economica, politica, associativa o religiosa. Chi non ha i mezzi per accedervi è fuori da tutto, intrappolato al fondo della piramide sociale. Della stessa autrice cfr.
Campagne elettorali in rete (Roma-Bari, Laterza, 2006) e Politica e nuove tecnologie della comunicazione (Roma-Bari, Laterza, 2005).

14 giugno 2009


Università degli studi di Genova
Facoltà di Lettere e Filosofia - Facoltà di Scienze Politiche


Presentazione del corso di Laurea Magistrale interfacoltà
in
INFORMAZIONE ED EDITORIA
Martedì 16 giugno 2009 - ore 10,30
Aula IV – Via Balbi 5 (III piano) Genova

Per informazioni:
e-mail:
giornalismo@unige.it
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12 giugno 2009

Genova con l'Africa



Le Associazioni “Genova con l'Africa” e “Art Afric” organizzano la proiezione del documentario:
Regia di Andrea Segre, Dagmawi Yimer, Riccardo Biadene
interverrà: avv. Alessandra Ballerini esperta in diritto dell’immigrazione
Lunedì 15 giugno 2009, h. 20,30
Cinema Eden Genova-Pegli


Per informazioni:
*evento segnalato da Valentina Tamburro

06 giugno 2009

Migranti italiani

“Sono briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo. Se il boicottaggio vale a qualcosa, è in questo caso degli italiani che debbasi applicare. Siamo certi che i nostri capitalisti non ricaveranno beneficio alcuno dall’importazione di queste locuste”.
“Australian Workman”, 24 ottobre 1890.
*Segnalato da Giorgio Silvestri

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"[...] Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. [...] Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioniche gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".
(Relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912)
*Segnalato da Cinzia Pompetti
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05 giugno 2009

In libreria

Eugenio Scalfari
La sera andavamo in Via Veneto
Storia di un gruppo dal «Mondo» alla «Repubblica»
Torino, Einaudi, 2009, 402 p.


Scheda del libro
Eugenio Scalfari - protagonista di una straordinaria iniziativa giornalistica e politica dell'Italia del dopoguerra, dal «Mondo» all'«Espresso» a «Repubblica» - ci accompagna in un viaggio nella memoria della nostra storia collettiva: la Torino di Valletta e la Milano di Benedetti e di Camilla Cederna; la Roma di Papa Pacelli e gli anni del centro sinistra; le piazze del '68 e gli anni di piombo. E attraverso la frequentazione dell'Italia «nobile» ci si rivelano nei loro aspetti quotidiani e nella loro statura intellettuale e morale figure come Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Adriano Olivetti, Ugo La Malfa, Raffaele Mattioli. E poi Nenni e Togliatti, Moro e Berlinguer...Accomunati, come tratto quasi antropologico, dalla vocazione a «cavalcare la frontiera» e insieme a non disperdere gli elementi piú autentici della tradizione illuministica e liberale, i liberals sono stati i protagonisti di mirabili battaglie politiche. Ma se il tempo della memoria è la cifra di queste pagine, il loro sapore non si esaurisce nella rievocazione: mentre il tempo passa, esse assumono il valore di un bilancio civile e politico di trent'anni della nostra storia.
Link alla presentazione del libro sul sito della casa editrice Einaudi.
Link al primo capitolo .
La prima edizione del libro è stata pubblicata nel 1986 (Milano, Mondadori).

04 giugno 2009

Un nuovo inizio

Discorso di Barack Obama all'Università del Cairo
4 giugno 2009
Sono onorato di trovarmi qui al Cairo, in questa città eterna, e di essere ospite di due importantissime istituzioni. Da oltre mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso. Sono grato di questa ospitalità e dell'accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono altresì orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.
Ci incontriamo qui in un periodo di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.
Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze. Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.
Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.
Traduzione di Anna Bissanti
*segnalato da R.C.
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30 maggio 2009

La "seconda umanità"

"[....] L’immigrato non deve essere solo “aiutato”, ma considerato nella sua irriducibile umanità uguale alla mia. In termini né religiosi né di assistenzialismo, ma di uguaglianza psichica tra gli esseri umani.
È una questione urgente e di fondamentale importanza. Il Sud del mondo sta approdando in Europa a ritmi sempre più veloci, senza che noi siamo capaci di guardare, oltre al barcone stracolmo, le dinamiche politico-economiche - dittature, guerre, nuova fame - che spingono queste donne e uomini a emigrare; senza contare il vero “colonialismo mentale” che abbiamo innescato. Arrivano, ma solo per essere ridotti all’esclusiva ricerca quotidiana di cibo e tetto, una sopravvivenza che li deruba della possibilità di un’identità e dei loro sogni. Ecco la domanda che esploderà prima o poi: come possono coesistere uomini liberi con uomini-bisogni, uomini-rifiuti? E quanto può durare questa non esistenza, anzi “dis-esistenza”, senza fare implodere la nostra stessa umanità?
Le grandi questioni politiche e culturali degli anni a venire si giocano forse in questo abisso, che si scava ogni giorno nel nostro Paese, dove è in formazione una specie di normalmente accettata "seconda umanità". Occorre, al contrario, chiarezza su cosa sia un uomo, affinché la politica non resti assistenzialismo cristiano o, peggio, diventi inaccettabile gestione di due umanità disuguali."
Flore Murard-Yovanovitch,
"'L'Unità, 30 maggio 2009
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"[...] Per fortuna la storia umana non si arresta: le culture del mondo si mescolano e rivivono poi in forme nuove e inattese. Non è necessario aspettare il futuro: possiamo (e dobbiamo) agire ora, per rafforzare i legami di amicizia e comprensione reciproca tra le diverse culture. Dobbiamo, se possibile, eliminare l´idea preconcetta dell´estraneo, dello straniero, come potenziale nemico anziché possibile ospite. Noi guardiamo lo straniero con una sorta di strabismo: proprio quando il globalismo spinge verso l´universalismo, nasce un impulso parallelo all´isolamento. Siamo in grado di trovare, oggi, su scala internazionale, forme di "universalismo" ospitale, aperto e non-fondazionalista, pluralistico e costantemente in evoluzione, capace di accogliere culture diverse, rendendone compatibili le differenze senza ghettizzarle?
Una cosa è certa: abbiamo bisogno di promuovere e sviluppare modalità di pensiero in grado di tenere insieme la fune dell´umanità, che tanto più si rinforza quanto più intesse fra loro i fili delle storie particolari. Oggi le idee di "civiltà", "umanità" e "umanesimo" sono viste con sospetto, accusate come sono di confondere irrimediabilmente l´essenza dell´umanità con quella di una sua forma storica particolare, la giudeo-cristiana. E l´accusa è che il vero universalismo è stato sostituito da un universalismo imposto con secoli di violenza e sfruttamento. La sfida è dura e richiede coraggio su due fronti: da un lato, nella determinazione a considerare le critiche mosse dalle altre culture, ascoltando le loro voci; dall´altro, nella volontà di scrutare il lato in ombra dell´universalismo europeo e occidentale, chiedendoci se e dove sia in errore".
Remo Bodei
"la Repubblica", 30 maggio 2009.
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28 maggio 2009

Sofia Basso, Pier Luigi Vercesi
Storia del giornalismo americano

Milano, Mondadori Università, 2008, 224 p.
scheda del libro
I giornali aiutarono gli Stati Uniti a conquistare l’indipendenza almeno quanto le armi dei patrioti. Prima che sui campi di battaglia, il Nord dimostrò la sua superiorità sul Sud schiavista con la carta e l’inchiostro. Culla del giornalismo di massa e del reporting investigativo, la stampa d’oltreoceano fu determinante per l’entrata in guerra del Paese nei due conflitti mondiali, per far cessare la guerra in Vietnam e destituire Nixon. Dal primo foglio coloniale del 1690 alla crisi successiva all’11 settembre, i giornalisti Usa hanno sperimentato molte forme di servizio e di seduzione del pubblico, alternando impegno civile e sociale a periodi di decadenza. Ogni volta, però, hanno lottato per ritrovare la coerenza con i propri principi. Combinando rigore accademico, stile divulgativo e richezza di informazioni, il volume, che viene incontro a un’esigenza del panorama editoriale italiano, privo di un’opera analoga, tocca il rapporto tra fatti e notizie, e fa luce sul difficile compito di chi oggi è chiamato a “raccontare” in presa diretta una realtà tanto varia e mutevole.
*Link all' Indice del libro

25 maggio 2009

Un pubblico di indifferenti

"Non serve pensare a presidenti democratici assistiti da generali o a capipopolo attorniati da pretoriani, per vedere all'opera l'innocenza omicida. C'è un altro entusiasmo più moderato, e anche più diffuso: quello che possiamo a ragione chiamare del pubblico.
Sicuri nelle loro poltrone, certi delle proprie ragioni, efferatezza dopo efferatezza, capita che questi criminali indiretti e pigri se ne riempiano gli occhi. Senza scomodarsi i lettori di giornale applaudono, come pubblico, quando tutto è fatto (...). Poi quando e sè prevarrà l'orrore (sempre postumo), ognuno troverà facile e del tutto "senza costi" confermarsi nella presunzione d'essere stato in ogni caso innocente (...). Quanto a lui (cioè lo spettatore o il lettore) non ha fatto che leggerne la cronaca. Oppure, non ha fatto che vederne le immagini (...). Indifferente è chi non si specifichi, chi non si "misuri" rispetto a qualcuno o qualcosa".
Un pubblico di indifferenti per dirla con le parole di Roberto Escobar (La libertà negli occhi, Il Mulino Bologna, 2006). Così sembrerebbe l'Italia oggi. Un pubblico che acriticamente e passivamente si nutre di tutto ciò che gli viene "imboccato" da mamma-tv. Anche i giornali, nonostante richiedano una partecipazione più attiva, ci imboccano; e noi ci saziamo e la pancia si gonfia. Ma è una pancia malata come quella dei bambini del Biafra, se mi è concesso il cinismo. In Italia per creare scandalo c'è bisogno che intervenga la stampa internazionale o il gossip, si pensi agli articoli di oggi del “Financial Times” e di altri quotidiani internazionali e si pensi alla triste vicenda coniugale del premier e di sua moglie Veronica. Anche se il polverone è alzato, la pioggia dell'indifferenza cancellerà nuovamente tutto, come è successo per diversi gravi accaduti politici della società italiana contemporanea (conflitto d'interesse, Lodo Alfano, Secessione leghista e via dicendo).
I giornali, i giornalisti, perché stiamo parlando di uomini, scrittori, letterati e non di vaghe istituzioni, hanno le loro gravi colpe. Ma noi, dall'altra parte dello schermo, seduti comodi sulle poltrone, abbiamo le nostre responsabilità. Ogni uomo può il Bene o il Male.
"Il nemico è sempre fuori" dice Spinelli. Eppure se ci pensiamo bene, il nemico ce lo portiamo dentro di noi e lo proiettiamo sul diverso, perché ci viene più comodo, è forse addirittura una questione atavica quella dell'additare l'Altro, il Diverso, quindi l'Unmensch, come il male. A pensarci bene quanti immigrati si vedono in giro a stuprare le donne, a imbrattare le città, a rubare, a rendere invivibile il nostro spazio? Io non ne conto tanti quanti ne contano i media. Anzi conto tanti italiani che non hanno a cuore i propri connazionali, le proprie città, il proprio Paese. Ed è questo il problema, perché a dare l'esempio sono coloro che dovrebbero essere impeccabili, i governanti. Dunque usciamo dall'indifferenza, parliamo tra di noi, parliamo con gli immigrati (anche noi lo siamo stati e avremmo voluto che qualcuno ci fermasse e ci chiedesse "come stai?"), svincoliamoci dalle catene mediatiche e viviamo le nostre città senza pregiudizi,"misuriamoci" rispetto a qualcuno.
Giancarlo Briguglia

24 maggio 2009

Tesi di laurea in Storia del giornalismo europeo

Francesco Bottino, Le battaglie europeistiche di Radio Radicale (1992-2008), tesi di laurea specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo, Università degli studi di Genova, rel. M. Milan / correl. S. Monti Bragadin, a.a. 2007-2008.

23 maggio 2009

In libreria

Michele SmargiassiUn'autentica bugia. La fotografia, il vero, il falso
Milano, Contrasto, 2009 , 318 p.

scheda del libro dal sito dell'editore
Una divertente e acuta digressione sui temi del vero e del falso nella fotografia nata sulla scia delle accese discussioni intorno al digitale e alla sua estrema manipolabilità. Smargiassi tenta di dimostrare che la “rivoluzione digitale”, almeno in termini di rovesciamento del dogma referenziale della fotografia, della sua assunzione di veridicità, non esiste, perché quel dogma è stato sfidato con successo più volte anche nel secolo e mezzo della fotografia analogica. Con una serie di esempi e tanti gustosi aneddoti, il volume spiega “come” la fotografia abbia saputo mentire nella storia (in modo volontario e involontario), come la catena di decisioni umane e “inconscio-tecnologiche” che produce un’immagine implichi inevitabilmente un’alterazione della realtà percepita. Infine, affronta il “perché” l’immagine fotografica sia stata costretta o tentata di mentire. Michele Smargiassi è giornalista professionista da vent’anni, prima a l’Unità poi a la Repubblica, dove è inviato di cronaca e cultura, coltiva la sua passione per la storia e l’antropologia sociale della fotografia scrivendo articoli e saggi (uno dei quali, sulla fotografia familiare, è apparso sugli Annali della Storia d’Italia Einaudi), curando mostre e pubblicazioni, collaborando con musei e istituzioni, tenendo conferenze e corsi. Da uno di questi, dedicato al rapporto fra fotografia e realtà, è scaturita l’idea di questo volume. Vive a Modena.
*link alla Recensione di Federico Della Bella pubblicata sul sito di Foto.info:
[....] Riassumendo, il suggerimento è di riconoscere il contesto, alzare le difese, porsi delle domande, guardare con attenzione e ragionare di conseguenza. Né credulità, né totale scetticismo dunque, rispetto allo statuto di prova del racconto fotografico. (Leggi tutto ...)
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Democrazia ed Informazione

Nadia Urbinati
Democrazia. Cosa si rischia senza l’informazione.
Riflessione su un sistema e sui suoi nemici
"Repubblica" 19 maggio 2009
I regimi liberi non danno la certezza di buone decisioni, ma solo quella di poterle cambiare senza distruggere tutto. E, nonostante resista il diritto di voto, senza il controllo dei giornali, essi sono gravemente in pericolo. Nella strategia di autodifesa è fondamentale la protezione di quel potere informale e insensibile che è il giudizio pubblico.
La democrazia non ha un altrove nel senso che i suoi fondamenti non stanno fuori o al di sopra di essa e nel senso che in nessun altro sistema come in questo è cruciale che mezzi e fini non siano in disaccordo. È questo il senso della massima che Alexis de Tocqueville ricavò dal suo viaggio in America: la democrazia non ci dà la certezza di ottime o anche buone decisioni (spesso anzi le sue decisioni sono pessime); ciò che ci dà è la certezza di poter emendare e cambiare quelle decisioni senza il rischio o il bisogno di revocare l´ordine politico. In questo senso quello democratico è un sistema che ha dentro di sé il suo punto archimedeo, che non ha un altrove. Tuttavia, solo la democrazia rappresentativa è riuscita a realizzare la massima di Tocqueville e a vanificare i suoi nemici. Il demos ateniese non è mai riuscito a incorporare gli oligarchi e l´anti-democrazia ha condizionato la sua identità ideologica e istituzionale. (...)
La democrazia dichiarava la propria autorità oltre l´imperium; dichiarava che fuori di essa non c´era ordine legittimo e che la sua legittimità era etica non solo istituzionale. Questo scopo, le democrazie moderne lo hanno raggiunto scrivendo costituzioni, costruendo le loro istituzioni su premesse che tutti nella condizione ipotetica dell´atto fondativo possono comprendere e accettare: come scrisse Hannah Arendt in On Revolution, i Padri fondatori americani pensarono al loro ordine in termini di eternità non di una temporalità definita. Seguendo questo stesso criterio, John Rawls ha congetturato la posizione originaria sub specie aeternitatis. (...)
La collocazione dei pochi è il problema. Lo aveva ben compreso Niccoló Machiavelli, quando nei Discorsi ricordava ai nemici del governo della multitudine che non sono i molti ad avere il desiderio di esercitare il potere e prendere parte attiva alla politica, ma i pochi. Ai molti è bastante sapere di essere sicuri nella libertà personale, nei possessi e nella tranquillità domestica e del lavoro. Essere non dominati è per i molti sufficiente. Ma non lo è per i pochi o i grandi. Questi devono poter soddisfare la loro passione per il potere; e i buoni ordini, ammoniva Machiavelli, sono quelli che sanno contenere l´hybris dei pochi attraverso un sistema di controllo e di partecipazione che coinvolga i molti; o, per ripetere James Madison, attraverso i checks and balances e la rappresentanza.
Se, come ha con chiarezza analitica dimostrato Robert Dahl, i pochi, non i molti sono il problema, allora sembra legittimo pensare che i moderni siano riusciti a vincere la loro battaglia contro i nemici politici della democrazia meglio degli antichi. La loro strategia vincente è stata, più ancora che la costituzione scritta (che, come ben sappiamo, può essere ignorata e violata), la rappresentanza. Perché, come ben compresero i federalisti americani, essa soddisfa l´interesse dei molti a controllare e quello dei pochi a non vedersi fatalmente in minoranza.
Il potere deterrente delle elezioni sta nel fatto che esse hanno la capacità di stimolare attivismo decisionale in coloro che possono essere resi responsabili (accountable): nei rappresentanti cioè, non nei cittadini. I politici eletti sono sufficientemente controllati, dice la teoria elettoralistica della democrazia, dalla preoccupazione dei sondaggi e dal desiderio di essere rieletti. Ecco perché, come ha osservato Giovanni Sartori, «una volta che ammettiamo il bisogno di elezioni, minimizziamo la democrazia per la semplice ragione che riconosciamo che il demos non riesce da se stesso a far funzionare il sistema politico». Il meccanismo elettorale rende la partecipazione diretta inessenziale per il funzionamento e la sicurezza delle istituzioni. Tuttavia, la politica democratica non è solo partecipazione diretta.
Dunque, con la rappresentanza, i pochi hanno trovato la loro collocazione e ciò ha contribuito a stabilizzare la democrazia. La differenza tra antichi e moderni è qui notevole. Perché le nostre costituzioni sono riuscite a preodinare, regolandole, tutte le forme di dissenso e a rendere la lotta per il potere una strategia stabilizzante. (...) Sembra dunque di poter dire che la democrazia moderna non ha più nemici perché è riuscita a renderli parte del giuoco politico. Vista da questa angolatura, la rappresentanza non è una violazione della democrazia, ma invece il mezzo che l´ha rafforzata liberandola da quell´antitesi radicale che per secoli l´ha tenuta sotto scacco ? moderando non solo o tanto il potere dei molti ma in modo particolare quello dei pochi. (...)
Alcune costituzioni sono più attrezzate di altre. L´articolo 5 della Costituzione della Repubblica federale tedesca dichiara che «ognuno ha diritto di esprimere e diffondere liberamente le sue opinioni con parole, scritti e immagini, e di informarsi senza impedimento attraverso fonti accessibili a tutti». La nostra Costituzione non è altrettanto esplicita nel proclamare la libertà dei cittadini di essere informati, benché l´evoluzione della nostra giurisprudenza (anche grazie allo stimolo di quella comunitaria) è andata nella direzione dell´affermazione della libertà di informazione, sia come libertà di esprimere opinioni che come diritto a essere informati (una libertà che leggi improvvide hanno vanificato permettendo la formazione di fatto di un sistema di monopolio privato dell´informazione e non liberando il servizio radiotelevisivo pubblico dal dominio del parlamento e quindi della maggioranza).
L´informazione mette in atto due forme di libertà: quella civile o dell´individuo e quella politica o del cittadino. Essa sta insieme al processo di formazione dell´opinione: come cittadini democratici abbiamo bisogno di sapere per poterci formare un´opinione e decidere; e abbiamo bisogno di sapere per controllare chi decide. Diceva Thomas Jefferson che è preferibile una società senza governo ma con molti giornali a una con un governo ma senza giornali.
L´informazione è un bene pubblico come la libertà e il diritto (e come libertà e diritto non è a discrezione della maggioranza); un bene del cittadino, non soltanto dell´individuo. È soprattutto un bene che ci consente di avere altri beni: di monitorare il potere costituito, di svelare ciò che esso tende a voler tener segreto. L´informazione fa parte perciò dell´onorata tradizione dei poteri negativi o di controllo, anche se il suo è un potere indiretto e informale.
Senza questo controllo le democrazie moderne sono a rischio, anche qualora il diritto di voto non sia violato; anche qualora non ci sia più, nemmeno nell´immaginario, l´idea di un altrove rispetto alla democrazia; anche qualora la democrazia non abbia più nemici politici.
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22 maggio 2009

Presentazione di libri a Genova


PROFONDO NOIR
dacci oggi il nostro orrore quotidiano...
di Adriano, Cacace, Cambosu, Zito, Caturano, Ceccarelli, Chierchia, Coglitore, Cosentino, Gironi, Monteverde, Paoli, Taffarello, Zucchi, Varotti, Zazzara,
edizioni 9muse, 2009

LADRO DI SOGNI
Storia noir di una Milano marginale

di
Sergio Paoli
Fratelli Frilli Editore

Interverranno
Stefano Termanini, Editore Travel2Liguria, Simona Calissano, collaboratrice di web magazine e blogger Liliana Cosso, leggerà alcuni brani tratti dai due volumi
Saranno presenti gli autori: Giorgia Rebecca Gironi, Sergio Paoli, Sara Monteverde

venerdì 22 maggio - ore 18,00
la passeggiata librocaffè
piazza S. Croce, 21 R - Genova
*Presentazione a cura de La Maona. Centro internazionale di Cultura per lo Sviluppo dei Popoli .

*segnalato da Simona Calissano
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21 maggio 2009

In libreria

«Le frontiere dell’alterità». Le parole e cose
Palermo, Sellerio, 2009, 232 p.
Il prossimo, l'estraneo, l'esotico: sono le tre filiere che circoscrivono, oggi, la contemporaneità del dibattito sull'identità e, per converso, sul multiculturalismo. Ciascuna di esse ha il suo focus nella relazione mutevole, che fonda l'ontologia stessa del rapporto tra un Io immaginario e un Altro immaginario, soggetti e oggetti contestuali di una dialettica aporetica, dove la domanda è fondativa di una risposta muta. Il tessuto connettivo della relazione è la struttura portante di tutto questo discorso: l'Immaginario. Questa ricerca, mettendo a confronto temi ed autori di scuole e di formazioni diverse, offre un panorama equilibrato e aderente allo stato dell'arte della situazione internazionale, pur cosciente della sua «funzione strumentale» rispetto alla complessità della materia. (dalla Prefazione di Gianni Puglisi)
Scritti di: Alberto Abruzzese, Maria Tilde Bettetini, Renato Boccali, Corin Braga, Ionel Buºe, Mauro Ceruti, Francimar Duarte Arruda, Patrizia Nerozzi Bellman, Daniel-Henri Pageaux, Federico Pellizzi, Mario Perniola, Maryvonne Perrot, Paolo Proietti, Aldo Trione, Fabio Vittorini, Myriam Watthee-Delmotte, Jean-Jacques Wunenburger, Ilana Zinguer.
*segnalato da R.C.

17 maggio 2009

Sri Lanka, l'ennesimo conflitto dimenticato

Nell’isola dell’Oceano indiano da circa trent’anni continui scontri tra esercito governativo e le “tigri” Tamil. Questa settimana bombardato un ospedale: 49 morti. Perché sta accadendo e perché nessuno interviene?
Per capire i problemi odierni di questo paese non si può ignorare la sua storia. Ceylon è stata dal 1505 prima colonia portoghese poi olandese e infine inglese; dal 1815 proprio l’Inghilterra qui inizia a coltivare tè e caffè, importando manodopera indiana a nord e est dove si sviluppa la minoranza Tamil, di fede induista, mentre la maggioranza del paese è di fede buddista. I rapporti tra Tamil (dell'India e dello Sri Lanka) e singalesi sono sempre stati complessi, talvolta pacifici, talvolta bellici, con invasioni in entrambe le direzioni e fusioni tra i due popoli.
Nel 1948 Ceylon acquista l’indipendenza diventando una nazione unica, ma con molte minoranze emarginate ed attaccate continuamente. Infatti quando nel 1959 il primo ministro Solomon Bandaranaike manifesta un’apertura verso i Tamil viene ucciso; gli succede la moglie Sirimavo (prima donna al governo al mondo) e così si torna alla chiusura verso le minoranze. Nel 1965 nasce il movimento delle “tigri del Tamil” per liberare l’Elam (che è la patria Tamil) mentre nel ’76 si forma il movimento L.T.T.E. (Liberation Tigers of Tamil Eelam) nel nord-est del paese. Nel 1972 il nome ufficiale del paese cambia da Ceylon in "Repubblica libera, indipendente e sovrana dello Sri Lanka". La crescita di un più sostenuto nazionalismo singalese dopo l’indipendenza ha fomentato la divisione etnica fino alla guerra civile scoppiata negli anni ‘80 tra i Tamil che vogliono autogovernarsi e il governo singalese; i continui scontri tra esercito governativo e l’esercito separatista sono stati senza esclusione di colpi: attacchi aerei, mine su strade, attacchi suicida, battaglie per terra e mare hanno provocato la morte, in soli tre giorni, a Colombo di un migliaio di Tamil, e di migliaia di rifugiati. Nel 1987 l’India ha inviato dei pacificatori nelle aree Tamil ma essi hanno fatto ritorno nel ’90 senza aver risolto le controversie in atto. Infatti nel ’93 il presidente Premasada viene ucciso da una bomba lanciata dalle “tigri”, il cui movimento (L.T.T.E.); anche per questo gesto, è stato riconosciuto come organizzazione terroristica da USA, Regno Unito e in seguito dagli altri 26 paesi dell'UE, Australia, India e Canada; questo movimento è ritenuto inoltre la prima organizzazione terroristica con un proprio modulo terroristico. I Tamil nel nord-est hanno costituito uno stato “de facto” con propri organi di polizia, giustizia e fisco; hanno appena 10.000 combattenti (contro i 250.000 governativi), ma sono finanziati dalla grande diaspora Tamil in America, Canada, Regno Unito ed Australia.
Nel 2002 vi è stato un accordo di “cessate il fuoco” tra governo e ribelli ma, nonostante i mediatori di pace norvegesi, esso è stato violato da entrambe le che avevano però accettato per la prima volta di scambiare prigionieri di guerra; è stato il momento di maggiore vicinanza del paese di sempre ad un accordo di pace duraturo. Tuttavia le “tigri” hanno rotto i negoziati e nonostante la situazione di enorme difficoltà creata dallo tsunami del 2004, gli scontri tra le Tigri Tamil ed i militari non sono cessati, e stanno continuando anche oggi, dopo essere già costati 70.000 vite.
Nel 2005 Mahinda Rajapaksa è diventato presidente, ha escluso l’autonomia per i Tamil nel nord-est e ha promesso di rivedere il processo di pace e così nel 2006 è ripresa la guerra; nel 2009 l’esercito singalese ha conquistato le principali basi tamil e il maggiore ospedale nel territorio dei ribelli è stato colpito dalle bombe-grappolo (cluster bombs) causando la morte di 52 civili, in violazione delle leggi umanitarie, anche perché avvenuto quando l'esercito aveva comunicato la vicina liberazione di migliaia di persone rimaste intrappolate dalla ripresa dei combattimenti da parte delle Tigri Tamil dopo la fine di una tregua di 48 ore dichiarata dal governo. Governo e ribelli hanno ricevuto molte pressioni per dichiarare una tregua che permetterebbe ai feriti di essere evacuati dalla zona di guerra nel nord est e agli aiuti umanitari di intervenire; tuttavia il governo ha escluso ogni tregua e ha promesso di sconfiggere i ribelli. L’ultimo tragico fatto è il bombardamento di un ospedale la scorsa settimana (maggio 2009), ennesima dimostrazione della guerra senza regole attuata dalle due parti che, peraltro, si sono rimbalzate la responsabilità dell’accaduto accusandosi a vicenda.
Si registrano gravi violazioni dei diritti umani da entrambe le parti del conflitto, regolarmente accusate di evidenti abusi dei diritti umani da organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch. Tuttavia questo non è un conflitto tra due stati con propri governi ufficialmente riconosciuti e quindi vi è un problema di interpretazione del diritto internazionale in quanto non si può parlare in questo caso di occupazione coloniale, ma di un conflitto interno non-internazionale che è quindi disciplinato dal diritto umanitario ma anche dalla tutela internazionale. La situazione è dovuta anche ad un altro grande problema che il diritto internazionale sembra ancora ben lontano dal risolvere, cioè quello legato al concetto di sovranità perché il diritto internazionale è definito come il diritto della comunità internazionale che riconosce la sovranità degli stati; ciò vuol dire che esso interviene solamente laddove la sovranità del singolo stato non riesce a porre rimedio ai propri problemi; da qui l’ovvia difficoltà di applicazione degli standard dei diritti internazionali, perché la comunità internazionale non può, come in questo caso, intervenire in quelle che sono (dato che non si tratta di conflitto internazionale) vicende nazionali interne, ma non può neanche ignorare le migliaia di morti che esse stanno generando. Lo Sri Lanka ha firmato le Convenzioni di Ginevra tuttavia, come molti altri paesi, rispetta le loro disposizioni ma solo volontariamente, non ritenendosi obbligato in alcun modo; ciò rappresenta un “cortocircuito” del sistema del diritto internazionale in quanto se non si è obbligati a rispettare delle regole, le sanzioni derivanti dalla loro non osservanza non hanno alcun valore vincolante, ma solo morale.
Edoardo Buganza

15 maggio 2009

In libreria

Enrico Mentana
Passionaccia
Milano, Rizzoli, 2009, 183 p.

scheda del libro
Conoscere il mondo per cambiarlo, o perlomeno per spiegarlo: è la vocazione di quelli che il giornalismo lo hanno preso da giovani, come una malattia. Enrico Mentana ne racconta il decorso, che nel suo caso coincide con tutte le storie che in questi anni hanno segnato la vita pubblica nazionale. Che si parli della stagione di Tangentopoli o del dramma di un sequestro, di una nuova testata giornalistica o di una "discesa in campo", c'è sempre nel risvolto di ogni vicenda un insegnamento per la libertà di informare e per il dovere civile di tutti. Tra guerre, sfide politiche, lotte giudiziarie, errori e orrori di cronaca. Mentana ha vissuto faccia a faccia con i fatti e i personaggi che sono entrati in tutte le case d'Italia, depositario della responsabilità di mostrare giorno per giorno la realtà e i suoi lati oscuri. Ognuna di queste storie è specchio dei tempi, dei poteri che governano, degli equilibri che li legano. Raccontate da chi si è trovato, mentre accadevano, nei luoghi forti del giornalismo, disegnano un ritratto originale, con i tic e meschinità, ma nonostante tutto anche l'emozione, che appartengono tanto alla quotidianità di spettatori quanto al mestiere di chi informa. C'è chi lo fa per noia, o per professione. E chi lo fa per "l'ebbrezza di avere in mano il potere della notizia, e di diffonderlo senza usarlo per nessun altro fine". La morale è una sola: che non è questione di buoni o cattivi, di giusto o ingiusto, ma di obiettività o no, di rigore o no, di "passionaccia" o no.
*segnalato da R.C.
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14 maggio 2009

In libreria

Sergio Splendore
Sociologia del format. Dall'idea al prodotto televisivo
Milano, Unicopli, 2009, 303 p.

scheda dell'editore

La storia della ricerca inside image factory - dentro la fabbrica delle immagine - si sempre è costruita intorno a una specifica domanda: chi ha il potere di influenzare il processo tramite cui vengono costruiti i testi mediali? Insomma: chi è che decide le notizie di apertura dei quotidiani? Chi decide di mostrare uomini politici ai fornelli durante trasmissioni di approfondimento e attualità? Rispondere a questo tipo di domande riferendosi a un format televisivo significa analizzare, studiare e osservare un complesso percorso di produzione che va dalla nascita di un idea, passando dalla sua distribuzione, fino alla sua localizzazione nei diversi palinsesti nazionali, evidenziando i diversi rapporti di potere che si stabiliscono fra tutti i molteplici attori che partecipano alla sua produzione. In sostanza non significa altro che sottolinearne tutte le sue caratteristiche prettamente sociologiche.
Sergio Splendore è dottore di ricerca presso il Dipartimento di Studi Sociali e Politici dell'Università degli Studi di Milano. È stato visiting Fellow nel Department of Social Sciences della Loughbough University. È redattore della rivista ComPol-Comunicazione Politica ed co-autore del volume Giornalismo in Mutazione (Genova 2005).
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13 maggio 2009

FLORIDA STUDIO

Notevole...sconquassante.
Guardate questo cortometraggio su http://www.floridastudio.net/, troverete anche ulteriori notizie.
Teodora Cristalli

12 maggio 2009

In libreria

Alberto Manguel
Una storia della lettura
Milano, Feltrinelli, 2009, 312 p.

scheda del libroUna storia della lettura non è “la storia” della lettura, ma è, appunto, “una storia” della lettura – soggettiva, unica, parziale, passionale, intima. Con rigore e con una leggerezza che è sempre affabilità, Manguel parte da annotazioni personali, passi autobiografici, aneddoti che dissacrano la letteratura in quanto scienza e arriva a celebrare la superiorità della lettura e, soprattutto, dei lettori. A questo scopo chiama in causa Plinio, Dante, Cervantes, sant’Agostino, Colette e l’amatissimo Borges, di cui in gioventù è stato fedele lettore ad alta voce. Manguel parla della forma del libro, dei libri proibiti, del valore delle prime pagine, di cosa vuol dire leggere in pubblico e, al contrario, dentro la propria testa, e ancora, del potere del lettore, della sua capacità di trasformare e dar vita al libro, quanto e forse più dell’autore stesso, della follia dei librai e del fuoco sacro che divora ogni vero appassionato di storie. E lo fa attingendo a immagini della sua infanzia a Buenos Aires, quando passava ore e ore nella libreria vicino a casa, o sotto le coperte, eccitato e rapito da quel tempo segreto rubato alla notte e consegnato all’immaginazione.
*segnalato da R.C.

10 maggio 2009

Giornalismo e democrazia

«So che sono tempi difficili per molti di voi, che ci sono grandi giornalisti che stanno perdendo il lavoro a causa delle difficoltà del settore. Sono tempi di rinnovamento tecnologico, di cambiamento. Ma ci tengo a dire che il vostro servizio è essenziale per la tenuta della democrazia. L'ipotesi di un giorno in cui non vi sia una forte critica nei confronti del governo non è un'opzione contemplata per gli Stati Uniti d'America. Voi a volte peccate di approssimazione. Ma ogni giorno ci aiutate a renderci conto della complessità del mondo in cui viviamo. Questa è una stagione di rinnovamento e di cambiamento. Per questo, sinceramente, vi offro il mio ringraziamento e il mio supporto».
Barak Obama
*fonti: Rainews24
L'Unità", 10 maggio 2009
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09 maggio 2009

Il Giornalismo d'Inchiesta "A Chiare Lettere"

Nei giorni 8, 9, 10 maggio si terrà a Marsala il primo Festival del giornalismo d’inchiesta. Tre giorni di incontri e dibattiti con giornalisti, fotoreporter, scrittori, video operatori.
A inaugurare il
festival sarà Roberto Saviano, con un video registrato per l’occasione a cui seguirà il conferimento della cittadinanza onoraria a Giuseppe Gualtieri, il questore che ha arrestato Provenzano.
Nella bellissima cornice del centro storico di Marsala saranno realizzati incontri, dibattiti, conferenze e visioni di film e documentari sul tema dell’informazione in Italia a partire dal giornalismo d’inchiesta, inrelazione anche alla attuale crisi dei quotidiani e al prepotente sviluppo dell’informazione online.

Giornalismo d’inchiesta vuol dire libertà d’informazione, ricerca della verità, nessuna appartenenza a partiti o schieramenti politici, distanza da potentati economici o religiosi. Per stare dalla parte di chi vuole semplicemente sapere.
Scarica il materialeIl programma (file jpg)Il depliant (file pdf)Il manifesto (file pdf)
*segnalato da Chiara Ravano

08 maggio 2009

Fotografia: mezzo di comunicazione o di seduzione?

Il 2 maggio, in occasione della quarta edizione di Fotografia Europea, sono stata a Reggio Emilia. Quest’anno la rassegna aveva come tema l’Eternità, la questione del tempo nell’immagine fotografica.

La fotografia nell’ambito del giornalismo riveste un ruolo molto importante. L’immagine può essere molto più immediata e d’impatto delle parole inoltre, le immagini sono leggibili da tutti. Certo, bisogna poi che la lettura sia esatta, ma sta al buon fotografo presentare immagini chiare, che non lascino spazio a sbavature mentali.

Il tempo… l’otturatore in un attimo si apre e si richiude, consegnandoci attimi di tempo. Qualcosa che mai prima era avvenuto e mai più accadrà, non in quel modo, non in quel momento, è ora impresso su una pellicola (o su una memory card digitale). Qualunque sia il supporto che stiamo utilizzando, abbiamo tra le mani un potente strumento di comunicazione, strumento con il quale possiamo effettivamente intrappolare momenti reali. Non dimentichiamoci poi di quanto la fotografia sia capace di smuovere i sentimenti, di come, alle volte, una fotografia possa prenderti dritto allo stomaco e strizzarti le budella; di quanto stupore e incredulità, rabbia, dolore, gioia e quanto altro possa creare. Ogni millimetro di negativo, ogni pixel, contiene una grande energia.

Prima ho accennato al fatto che una fotografia deve anche essere letta nel modo giusto. Attenzione, stiamo ben attenti a non farci prendere per il naso (detta proprio in maniera educata) dalle immagini. Bisogna imparare a distinguere ciò che è stato appositamente costruito e ciò che invece è una pura immagine del reale che, certamente, sarà il reale per quel fotografo che in quel momento ha scelto di scattare, e sarà un reale “tagliato”, un reale entro i margini, ma pur sempre vero. Il nostro quotidiano è rigonfio d’immagini preconfezionate, tentano in tutti i modi di sedurci, di abbindolarci e compiacerci.

Io scelgo il reale e le sue rappresentazioni sincere e non ho vergogna nel lasciare che una fotografia vera mi commuova, ho vergogna semmai per la commozione scaturita da uno spot pubblicitario, da un servizio di cronaca nera o, ancor peggio ma ahimé molto attuale, da un reality.

Vorrei un po più di immagini autentiche accompagnate da autentiche emozioni.

Chiara Ravano

*link al sito di Fotografia europea

FAREUROPA


Università degli studi di Genova
Corso di Laurea interfacoltà in
Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo

FAREUROPA: giovani giornalisti per il futuro
Damiano Razzoli
Coordinatore dell’Associazione Youth Press Italia presenterà il
Premio per Giovani Giornalisti Europei 2009
ed i Progetti dell’ European Youth Press

Venerdì 8 maggio 2009 - ore 10 Aula Mazzini – Via Balbi 5 (III piano) Genova

European Youth Press è nata nel 2004 al fine di valorizzare la formazione al giornalismo e promuovere l’integrazione dei giovani giornalisti e dei media makers europei. Il network riunisce 18 associazioni nazionali tra cui Youth Press Italia , nata nel 2008.

- Premio europeo per giovani giornalisti 2009
La Direzione Generale per l’Allargamento, in collaborazione con l’Associazione European Youth Press e Café Babel, ha lanciato oggi il Premio europeo per giovani giornalisti 2009, un concorso paneuropeo rivolto a giovani giornalisti. L’Europa celebra quest’anno il 20° anniversario della caduta della “cortina di ferro” e il 5° anniversario dell’adesione all’UE di otto Paesi dell’Europa Centro-Orientale e di Malta e Cipro. Questi anniversari offrono uno speciale spunto ai giornalisti - sia professionisti che aspiranti - di tutta Europa per manifestare ed esprimere il proprio punto di vista sull’allargamento dell’Unione Europea. In seguito al successo della scorsa edizione, la Commissione Europea vuole offrire ad altri giovani giornalisti l’opportunità di mostrare il proprio talento. Inoltre, l’edizione 2009 è aperta, oltre che ai giornalisti della stampa e ai giornalisti online, anche a quelli radiofonici. Il concorso è partito il 1° Febbraio e si concluderà il 31 Maggio 2009. L’argomento centrale degli elaborati per entrambe le categorie dovrà essere legato al tema dell’allargamento dell’UE e/o alla visione futura dell’Europa. I partecipanti dovranno essere di età compresa tra i 17 ed i 35 anni, e dovranno provenire da uno degli stati membri UE, da un paese candidato o potenzialmente candidato all’adesione (Balcani Occidentali e Turchia). In occasione del lancio del concorso Olli Rehn, Commissario per l’Allargamento, ha affermato: “Diamo il benvenuto alla seconda edizione di questo concorso aspettando di leggere e ascoltare i punti di vista dei giovani giornalisti di tutta Europa. I giovani sono degli “opinion leader” importanti per la loro generazione e il concorso offre loro l’opportunità di condividere le proprie esperienze e punti di vista sul nostro futuro europeo.” Nella valutazione degli elaborati, i membri delle giurie nazionali dedicheranno una particolare attenzione al taglio giornalistico di tutte le clip radiofoniche e degli articoli inviati che dovranno trattare il tema dell’allargamento dell’Unione Europea. I partecipanti possono accedere al concorso tramite il sito web: http://www.eujournalist-award.eu/. Il sito fornisce inoltre informazioni relative alla politica dell’allargamento UE, consigli utili per intraprendere la carriera giornalistica e un blog interattivo. Le clip radiofoniche e gli articoli vincitori saranno pubblicati sul sito web del concorso; gli articoli saranno inoltre pubblicati in un fascicolo. I 35 vincitori nazionali del Premio Europeo per Giovani Giornalisti 2009 saranno premiati con un viaggio storico-culturale a Berlino tra la fine di agosto e l’inizio di settembre 2009. La capitale tedesca celebrerà quest’anno il 20° anniversario della caduta del muro di Berlino. Alla conclusione del viaggio i vincitori potranno incontrare rappresentanti dell’UE, politici, ambasciatori e giornalisti da tutta Europa. Per avere informazioni su come partecipare al concorso visita il sito http://www.eujournalist-award.eu/.
- Progetto “My Vote for my Europe”
Giovani provenienti da Polonia, Portogallo, Italia e Bulgaria si ritroveranno a Sofia dal 9 al 13 maggio 2009 per una conferenza sulle elezioni europee nell’ambito del Progetto “My Vote for my Europe” promossa da Youth Press Bulgaria con il contributo del Programma Youth in action. Youth Press Italia partecipa come partner italiano al progetto insieme al Forum Nazionale dei Giovani. Ogni organizzazione può partecipare con 5 ragazzi, incluso il responsabile, di età compresa tra i 18 e i 26 anni. La partenza è fissata per venerdì 8 maggio con ritorno il 13 maggio. Verrà rimborsato il 70 % del costo del viaggio (treno seconda classe, viaggio aereo low cost), vitto e alloggio sono coperti dall’organizzazione. Nel periodo compreso tra il 1 al 6 maggio 2009, ogni partner dovrà realizzare un’intervista a 30 giovani di età compresa tra i 18 e i 26 anni chiedendo loro la propria visione dell’Europa e un giudizio sull’attività del Parlamento Europeo, in particolare sui temi della campagna elettorale. I risultati delle interviste saranno riassunte durante i giorni della conferenza a Sofia in un unico report che verrà consegnato ai membri del Parlamento Europeo. La conferenza si terrà presso l’Hotel Hilton di Sofia con la partecipazione degli europarlamentari, i membri del Parlamento bulgaro e i media locali. Per il party internazionale bisogna portare vestiti, accessori, e musiche tradizionali tipici della propria nazione o regione. Le adesioni per partecipare al progetto si raccolgono entro il 15 aprile 2009. Saranno selezionati 4 ragazzi di età compresa tra i 18 e i 26 anni. Mandare i vostri dati all’indirizzo info@youthpressitalia.eu contenenti: nome, cognome, studi, attività, motivazione a partecipare al progetto. Indicare nell’oggetto della Mail “My Vote for my Europe” Per maggiori informazioni contattare Daniela Vismara daniela.vismara@tiscali.it
*Bandi segnalati da Damiano Razzoli - Coordinatore di Youth Press Italia

- Per conoscere gli scenari e le prospettive del giornalismo europeo cfr.:
D. Razzoli, Tra Europanto e Webciety: le cirsi e il nuovo giornalismo europeo , in ""ticonzero. rivista di economia della cultura" (n.97/2009)" 12 p. in formato pdf (link sul titolo)
http://www.blogger.com/
D. Razzoli, Tra Europanto e Webciety: alcuni esempi di giornalismo transnazionale, in "ticonzero. rivista di economia della cultura" (n.97/2009) 15 p. in formato pdf (link sul titolo)



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29 aprile 2009

In libreria

Vito Zagarrio
L’immagine del fascismo. La re-visione del cinema e dei media nel regime
Roma, Bulzoni, 2009, 292 p.


descrizione in quarta di copertina
Il volume affronta un problema attualissimo come quello del dibattito su intellettuali, cultura, mass media, cinema durante il fascismo. Un dibattito che percorre a volte drammaticamente gli ultimi decenni e che esplode ogni volta con un pretesto legato alla polemica ideologica: le celebrazioni della Liberazione, la ricorrenza delle leggi razziali, la vittoria di Berlusconi o quella di Alemanno, l’ultimo film di Pupi Avati o quello di Spike Lee, sono tutti pretesti per un complessivo “revisionismo” della cultura fascista. Ne sono prova un gettonato libro sulla generazione dei “redenti”, o i volumi sui giovani “repubblichini”, con conseguente rivisitazione della Resistenza. Ma ne sono prova anche i tanti programmi televisivi, i film italiani e tedeschi sui rispettivi passati scomodi, le tante fiction che recuperano sul piano umano Hitler o Speer, Ciano o Claretta Petacci, sino al recente film Sangue pazzo sulla “coppia maledetta” Ferida-Valenti. Il libro ricostruisce dunque, per la prima volta in maniera sistematica, il dibattito su fascismo, cultura e cinema dagli anni Settanta ai Duemila, e interviene sul modo in cui i mass media rappresentano il fascismo (nel cinema, nella televisione, nella stampa). Il cuore del libro è dedicato alla politica culturale in campo cinematografico e in particolare all''intervento del regime sull’industria del film negli anni Trenta, ma vengono presi in esame anche alcuni importanti casi di studio tra i film “fascisti”: analisi testuali sono dedicate ai film di Blasetti, al De Sica regista durante il fascismo, al Camerini regista della “modernità”; nozione ambigua su cui il volume riflette teoricamente, insieme al motivo costante del “doppio”. Altri tagli complementari sono quelli della storia orale, con una appendice di interviste inedite ai collaboratori della rivista «Primato» di Bottai, e un’intervista – inedita nella versione originale qui proposta – a Pietro Ingrao.
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26 aprile 2009

La notizia sportiva

Università degli studi di Genova
Corso di Laurea interfacoltà in
Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo

La produzione della notizia sportiva
Incontro con
Giovanna Rosi
Giornalista televisiva

Giovedì 30 aprile 2009 - ore 10
Aula Mazzini – Via Balbi 5 (III piano)
Genova

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