Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

_________________

Scorrendo questa pagina o cliccando un qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie presenti nel sito.



12 gennaio 2011

In libreria

Maurizio Stefanini
Il partito «Repubblica».

Una storia politica del giornale di Scalfari e MauroMilano, Boroli, 2010, 183 pp.

Descrizione
Si parla spesso dell'anomalia di Silvio Berlusconi, il tycoon che crea un partito da un'impresa mediatica. Ed è certo un'anomalia, che peraltro nasce dall'altra particolarità di un sistema partitico con radici secolari, distrutto da un momento all'altro per un'offensiva giudiziario-mediatica arrivata in una delicata fase di transizione. Ma nello schema bipolare faticosamente emerso dopo sedici anni di travagliata transizione, anche l'altro polo è in larga parte creatura di un blocco mediatico: forse non dal punto di vista organizzativo, ma certamente da quello ideologico-identitario. Un'elite ristretta ma con una cultura politica fortemente strutturata è riuscita infatti via via prima a creare una moda; poi a contaminare alcune forze politiche; infine letteralmente a impadronirsene, dettandone il completo rifacimento. Questo libro è la storia politica dello strumento che è stato costituito per effettuare l'operazione: il quotidiano "Repubblica". E anche del modo in cui un progetto di apparente modernizzazione del sistema politico nazionale ha finito invece per riprodurre un'antica maledizione italiana: quella della demonizzazione dell'avversario.

In libreria

Alberto Marchi
L'ostinazione laica. L'esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti

Civitavecchia, Prospettiva 2010, 100 p.
Scheda
La moralità della cronaca, il senso della laicità e il sogno di un'Italia veramente europea. Si potrebbe sintetizzare intorno a questi tre fondamentali aspetti tutta la ricca e complessa esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti (1910-1976), fondatore tra gli altri dell'Europeo e dell'Espresso e uno dei massimi giornalisti italiani del Novecento. Anche lo studio di un segmento specifico della sua straordinaria carriera, quale fu la collaborazione con Panorama, che iniziò nel luglio 1967 e terminò nel settembre del 1969, e che è l'oggetto di studio del libro di Alberto Marchi L'ostinazione laica, edito da Prospettiva Editrice, consente di mettere bene a fuoco le caratteristiche principali del suo straordinario modo di fare giornalismo. Il suo sguardo di direttore era sempre rivolto alla realtà dei fatti, perché il lettore fosse messo in grado di farsi un'idea propria e, sulla base principalmente di questo assunto, anche come editorialista di punta di Panorama non mancò mai di far sentire la sua voce autorevole in un contesto di grandi sommovimenti sociali e politici come quelli della seconda parte degli anni Sessanta. Ma dalla rubrica "I Tempi", che tenne per soli due anni dopo la rottura con Scalfari avvenuta nel giugno del 1967 a seguito di un duro scontro di idee sugli esiti della Guerra dei sei giorni tra Israelian i e Palestinesi, emerge anche la solida cultura laica, liberale e di impronta radicale, di Arrigo Benedetti, che può essere annoverato senz'altro nella cerchia di coloro che Gaetano Salvemini definiva i "pazzi malinconici", quella schiera di grandi spiriti illuminati che appunto si contraddistinguevano, nell'Italia di volta in volta clericale o comunista, per essere i riferimenti forti di tutti i democratici e i liberali d'Italia. E Benedetti fu appunto ostinatamente laico, fino in fondo. E infine, non ultimo, una sottolineatura merita il suo forte richiamo all'Europa, che mai lo abbandonò, e che non deve essere letto in contrasto con il grande attaccamento che sempre manifestò per Lucca, che spesso fa capolino anche negli articoli scritti per Panorama e che anzi sembra divenire quasi una chiave di lettura per comprendere il mondo, come si intuisce dai suoi numerosi romanzi in cui Lucca (con la sua storia, con la sua bellezza ma anche con i suoi misteri) ritorna sempre come presenza imprescindibile.

____

09 gennaio 2011

In libreria


Dario Papa
Il Giornalismo. Rivista Estera ed Italiana
LLC, Kessinger Publishing, 2010, 420 p. 
(Ristampa anastatica dell''edizione italiana)
Prima edizione Verona, G. Franchini editore, 1880



Indice
Introduzione / Origini del giornalismo / Un martire della stampa inglese / Primi giornalisti in Francia / Persecuzioni francesi contro la stampa / Un giornale fra i negri / Lo sviluppo della stampa negli Stati Uniti d'America / Italia Italia / Giornali e giornalisti italiani.

____

08 gennaio 2011

In libreria

“Se comprendere è impossibile, conoscere 
è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare,
le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate:
anche le nostre”.
Primo Levi


Storia della Shoah in Italia
vol. I, Le premesse, le persecuzioni, lo sterminio
vol. II, Memorie, rappresentazioni, eredità 
a cura di Marcello Flores, Simon Levis Sullam, Marie-Anne Matard Bonucci ed Enzo Traverso
Torino, Utet editore, 2010, pp. 1275
Scheda
I due volumi in cofanetto di Storia della Shoah in Italia sono il naturale completamento dell’opera Storia della Shoah in 5 volumi pubblicata da UTET nel 2005 e nascono con l’obiettivo di approfondire e fare finalmente luce sul fenomeno dell’Olocausto nel nostro Paese, laddove la precedente opera esplorava il fenomeno dell’Olocausto come fenomeno europeo. Dopo un lungo periodo di silenzio, la storiografia ha iniziato a segnalare le concrete responsabilità italiane rispetto alla Shoah. In precedenza si preferiva interpretare l’antisemitismo di Stato del Fascismo come una conseguenza politica dell’alleanza con la Germania hitleriana: da qui discendevano alcuni rassicuranti corollari circa la piena estraneità del nostro Paese alla cultura razzista. Oggi invece man mano che ci si allontana da quel periodo è iniziato il momento di un più onesto confronto su questa difficile pagina della nostra storia. Se è vero infatti che un numero considerevole di italiani rischiò la vita per proteggere e nascondere gli ebrei perseguitati, è anche vero che il nostro popolo è stato anche in parte collaborazionista dei nazisti e spettatore passivo di segregazioni e deportazioni degli ebrei. Storia della Shoah in Italia nasce anche dalla necessità di eliminare una volta per tutte qualsiasi dubbio sulla reale entità della tragedia dell’Olocausto: il negazionismo (= negazione dell’Olocausto) torna invece ancora spesso a ricomparire nel dibattito culturale del nostro Paese.
*leggi tutto sul sito di Utet editore 
____


05 gennaio 2011

PrimaPagina, la rassegna stampa di Rai Radio3

PrimaPagina è la rassegna stampa di Rai Radio 3 trasmessa ogni mattina in diretta dalle h. 7,15 alle h. 8,40. Ogni settimana un giornalista commenta le principali notizie dei quotidiani italiani; poi segue una conversazione in diretta con gli ascoltatori. Le puntate di PrimaPagina possono essere riascoltate sul sito e scaricate.
___

04 gennaio 2011

In libreria


Walter Guadagnini
Una storia della fotografia del XX e XXI secolo

 Bologna, Editore Zanichelli, 2010, 384 pp.

Scheda
Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo di Walter Guadagnini è, in realtà, un insieme di storie, poiché, come scrive l’autore, “la fotografia vive all’interno di un più articolato sistema di relazioni, non è solamente una forma d’arte, è una pratica” che si sviluppa e si definisce all’interno dei vari ambiti nei quali si applica. E quindi: una storia della tecnica fotografica, dalla Brownic prodotta dalla Kodak nel 1900 alla fotografia digitale di oggi. E una storia delle riviste, dei libri e delle mostre che l’hanno diffusa in tutto il mondo, una storia dell’informazione e della propaganda, della documentazione e del reportage, una storia sociale della diffusione sempre più vasta e popolare, più democratica, dello strumento fotografico e una storia della fotografia come forma d’arte sempre più compiuta e autonoma. Walter Guadagnini tira i fili di tutte queste storie coniugando sguardo da storico e gusto dell’esplicita e acuta lettura critica, attraversando anche gli ultimi decenni del XX secolo per arrivare fino ad oggi.
L’autore Walter Guadagnini dal 1992 è titolare di una cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Bologna; ha diretto la Galleria Civica di Modena e collaborato con riviste e quotidiani come critico d’arte; dal 2006 è responsabile della sezione fotografia de "Il Giornale dell'Arte". Con Zanichelli ha già pubblicato il volume Fotografia (2000).
*link al sito dell'editore Zanichelli

____

01 gennaio 2011

Elzeviro


Massimo Gramellini
Futuro del verbo vivere
La Stampa, 5 giugno 2008

Uno degli eventi più strabilianti della nostra epoca è la scomparsa dei verbi al futuro. Dopo l’abbuffata del Duemila, quando per strada e sui giornali era tutto un «saremo» e «diventeremo», il futuro ha cominciato a rattrappirsi. Fino alla condizione attuale, in cui per i poveri coincide con l’ultima settimana del mese e per i potenti con la fine dell’anno, quando molti di loro verranno giudicati sulla base del bilancio consuntivo: premiati se avranno tagliato i costi, ma puniti senza pietà se li avranno aumentati per sviluppare gli investimenti, la ricerca scientifica, la formazione del personale. Le società umane appassiscono così, a furia di chiudere in pareggio i bilanci di fine anno senza più avere un senso di marcia che non sia la mera sopravvivenza. Gli unici che osano ancora coniugare i verbi al futuro sono gli innamorati. Ascoltate i loro discorsi (o ricordate i vostri, di quando lo eravate). Pur nelle difficoltà di una vita precaria palpitano di visioni, progetti, scenari che escono dalla meschinità del presente per proiettarsi in quella dimensione magica dove le possibilità del cambiamento volteggiano intatte. Il futuro è il verbo di chi emana energia. E l’energia più potente e più giovane rimane sempre l’amore. Persino in un continente per vecchi come la nostra estenuata Europa. Non sono un economista e nemmeno un sociologo, ma sento che dalla depressione economica e morale ci potranno salvare soltanto le persone innamorate: di un’altra persona, di un sogno, del proprio talento. Della vita.
* dalla rubrica Buongiorno del quotidiano "La Stampa" curata da Massimo Gramellini

30 dicembre 2010

Il paradosso di una riservatezza fittizia

Il privato ha senso solo se inserito in una dimensione pubblica. E’ la strana deriva della società italiana di oggi, il paradosso di una riservatezza fittizia che si realizza appieno nel suo rendersi visibile, fruibile.
I fatti di cui ogni giorno siamo informati sono una minuscola frazione della totalità dei fatti che avvengono. E un fatto che non viene mediatizzato è come se non esistesse, o almeno questa è l’impressione che ricaviamo dai mezzi di comunicazione. Allo stesso modo, una persona che non trova spazio nel mondo mediatico può temere di non esistere. Ne sono una prova l’affollamento dei social network come Facebook, il proliferare dei blog, il successo di YouTube.
Sembra che nessuno di noi sia più in grado di vivere senza mettersi in scena. Sembra che si possa prendere sul serio solo ciò che passa per la televisione. Come si è arrivati a questa situazione paradossale?
Anna Tonelli nel suo saggio Stato spettacolo, risponde a questa domanda prendendo in esame il rapporto tra pubblico e privato nel panorama italiano degli ultimi trent’anni. Un’analisi inedita su un tema di forte attualità, condotta con chiarezza espressiva e argomentativa.
Lo Stato spettacolo è uno Stato che si mette in vetrina. Il vissuto individuale e collettivo viene spettacolarizzato, il confine tra dimensione privata e dimensione pubblica diventa sempre più labile. Ed è una trasformazione che coinvolge ambiti diversi e interrelati, dalla società all’etica, dalla comunicazione alla politica.
A rendere apparentemente illogico questo processo è il punto di partenza: l’individualismo che si afferma all’inizio degli anni Ottanta. Da un lato si esaurisce la stagione della partecipazione attiva alla vita del Paese. Forse per effetto di una politica incapace di innovare, ci si rifugia nel privato. Dall’altro lato la ripresa economica consente ai consumi di crescere e il benessere diventa l’obiettivo da raggiungere.
La cultura del lusso si trasforma facilmente in ostentazione: ecco il passaggio affatto logico da individualismo a spettacolarizzazione. Ed è un processo che, pur nascendo nella sfera economica, si espande in ogni altro ambito della vita individuale e collettiva.
Cambia il modo di percepire il corpo: la “bella presenza” diventa requisito di affermazione sociale. Si trasforma il modo di vivere i propri sentimenti e la sessualità. Tutto ciò che rientra nella sfera strettamente personale diventa oggetto di consumo, ne sono un esempio le più recenti vicende di cronaca nera. Il privato irrompe nei media.
I partiti assumono un ruolo determinante nel rilanciare la socialità. Per primo il PSI guidato da Craxi comprende appieno la portata e le potenzialità della trasformazione in atto. Si spalancano le porte alla spettacolarizzazione e alla personalizzazione della politica: l’immagine diventa il cuore della comunicazione con il pubblico e la televisione dà un contributo essenziale a questa tendenza.
Gli anni di Tangentopoli spingono i leader politici a cercare nuove forme di dialogo con il Paese, per recuperare un senso di appartenenza. Si pensi al celodurismo di Bossi o alla telepolitica di Berlusconi.
I confini tra privato e pubblico oggi sono così sovrapposti da confondersi: l’esibizione del privato diventa strumento di costruzione della propria identità e la comunicazione politica si adegua. La famiglia diventa un bene da esporre, o da occultare quando deve prevalere la componente sessuale, e temi sempre più legati al privato, dalle unioni civili all’aborto, diventano oggetto di discussione in Parlamento. I valori dello Stato spettacolo sono elevati all’ennesima potenza.
L’analisi di Anna Tonelli scorre fluida e lineare. Il ragionamento è condotto in modo tanto lucido che, a lettura conclusa, si ha l’impressione di aver afferrato il meccanismo che sta dietro alla spettacolarizzazione del privato, spesso spacciata per informazione, comunicazione, o aggregazione sociale.
Elisa Mallegni




Anna Tonelli

Stato spettacolo. Pubblico e privato dagli anni ’80 a oggi
Milano, Bruno Mondadori, 2010, 183 pp.


____

25 dicembre 2010

Siamo fatti anche di stelle

"[...] Se potessi evocare uno tsunami morale, gli chiederei di spazzare dalle nostre viscere il vittimismo e l’egocentrismo, in virtù dei quali ci riteniamo continuamente vittime di ingiustizie e di complotti, come se il mondo non avesse altro da fare che pensare a noi, salvo poi lamentarci proprio di questo: che il mondo non pensa abbastanza a noi. Ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che siamo fatti di fango ma anche di stelle, che siamo cittadini e non sudditi, che la vita dipende in larga misura dalle nostre scelte personali e non da quelle della politica. Che ogni Io fa parte di un Noi e che il Noi non è solo la nostra famiglia, ma le tante comunità a cui decidiamo di aderire. Che se una cosa è pubblica appartiene a tutti, non a nessuno. E che per ogni porta che si chiude c’è sempre una finestra che si sta aprendo da qualche altra parte. A volte basta smettere di piangere e asciugarsi gli occhi per riuscire a vederla."
Massimo Gramellini

*M. Gramellini, Uno tsunami morale per risalire, "La Stampa", 24 dic. 2010.

_____




19 dicembre 2010

La notizia la facciamo noi?

Il libro di Enrico Caniglia, partendo da un approccio prettamente sociologico, ci offre un nuovo punto di vista: quello di guardare alle notizie non solo come a fatti in sé, ma in base a come le interpretiamo. E, quindi, al perché della nostra interpretazione comune.
Ovviamente, gli spunti critici coi quali esaminare una notizia sono molteplici, ma come spesso accade quello che ci sembra più ovvio, sfugge.
Infatti, partendo dal presupposto della neutralità ed oggettività giornalistica, scopo principale del giornalista,  è quello di farsi capire in maniera immediata dai lettori, ma la domanda che ci pone Caniglia è: come si produce l’informazione e come la riconosce, in quanto tale, il pubblico?
L'autore ribalta la tesi secondo la quale sono i media a produrre il senso comune, sostenendo esattamente il contrario: è il senso comune a rendere possibili i fenomeni mediatici.
Per far questo si avvale dell’etnometodologia, ovvero lo studio dei metodi della gente che costituiscono il senso comune: ovvero, il saper fare, l’ insieme di attività, azioni, procedure e competenze che sono comuni ad una certa società di un certo periodo.
Come viene usato quindi tutto questo all’interno di una notizia dal giornalista? Come, quello che viene scritto ed ancora più ascoltato, viene compreso dal pubblico in base all’interpretazione del senso comune? Siamo noi che in qualche modo “creiamo” la notizia in base ai nostri stereotipi sociali?
E’ questo il punto sul quale riflettere.
Quando leggiamo una notizia, la interpretiamo, la comprendiamo in base a quello che è il nostro vissuto comune di azioni, significati eccetera; ogni parola nella notizia acquista un significato diverso solo in base al contesto del suo uso e ha quindi un peso nel costituire il significato della notizia, nell’insinuare supposizioni, nel lasciar spazio ad interpretazioni comuni.
Ribaltando l’accezione classica secondo la quale “la notizia è la semplificazione di un evento” Caniglia suppone invece il contrario, in quanto la stessa semplificazione può trasformarsi in distorsione della notizia. Ecco quindi che la notizia è la descrizione particolare di un evento; descrizione che avviene attraverso l’uso di parole che appartengono alle c.d “categorie di appartenenza” e che, a seconda del loro uso, evocano significati diversi.
La stessa esistenza di un senso comune che presuppone un mondo normale, condiviso e ovvio, fa dell’evento drammatico, diverso e nuovo, la NOTIZIA; notizia che induce nel lettore, il bisogno di una spiegazione al fatto insolito e diverso.
La scelta, quindi, dell’uso delle diverse categorie di appartenenza non è mai casuale come potrebbe sembrare ad una prima occhiata, bensì è frutto di una scelta del giornalista che, a sua volta, si ricollega a molti fattori: la verità infatti è molteplice e può essere raccontata, seppur sempre in modo trasparente, da diversi punti di vista.
La selezione delle categorie ha a che fare quindi con criteri di pertinenza rispetto alla descrizione che voglio dare della notizia; se la notizia è la descrizione di un fatto, bisogna vedere come voglio raccontare questo fatto.
Ecco quindi che viene introdotta una nuova interpretazione da Caniglia, “la notizia come storia”, che riguarda i fatti della vita quotidiana che meritano di essere raccontati e spiegati. Ma come un fatto diventa notizia? Sicuramente occorre tenere sempre presente quelle che sono tutte le regole e i passaggi propri del processo di notiziabilità, ma possiamo aggiungere un nuovo elemento, quello di costituire un “evento”, un qualcosa di insolito che differisce e si discosta da tutto quell’insieme di conoscenze che sono appunto il nostro senso comune.
Gli esempi ovviamente, possono essere moltissimi e ripresi su qualsiasi quotidiano o fonte di informazione, a partire dai titoli che spesso generano un modo di comunicare sequenziale (causa/effetto) e costituiscono già una mini-storia.
C’è poi un altro spazio, gli editoriali, in cui l’uso delle categorie assume diverso significato; l’editoriale è lo spazio riservato ai commenti (ai views) che spesso vengono anche firmati da penne illustri e che riportano alle vecchia dicotomia tra fatti e opinioni.
L’editoriale esprime un’opinione e quindi, fornisce un’interpretazione del fatto che, alla luce della teoria di Caniglia, consiste nel spostare l’evento da una categoria all’altra.
Ovviamente questo è solo un nuovo punto di partenza, un viaggio nella lettura dei quotidiani che può diventare ogni volta un esercizio diverso attraverso l’applicazione di un criterio piuttosto che un altro; quello che Caniglia ci offre è la possibilità di avere un nuovo punto di vista, di utilizzare un approccio empirico per leggere le notizie e farci riscoprire anche tutto quello che implicitamente è già “dentro” di noi e che spesso inconsapevolmente, guida i nostri giudizi e le nostre opinioni.
Luisa Gulluni



Enrico Caniglia
La notizia, come si racconta il mondo in cui viviamo
Roma-Bari, Laterza, 2009, 194 pp.


____

18 dicembre 2010

In libreria

Gianni Perrelli
Il mestiere di inviato.
Guida alla più affascinante delle professioni giornalistiche
Roma, Gremese, 2010, 128 pp.
Descrizione
Che vita è quella dell’inviato? Un’esistenza sicuramente in balia degli eventi più che della propria volontà, ma estremamente eccitante nella sua totale anormalità, a patto che sia sorretta da passione, curiosità e dedizione. In questo volume, Gianni Perrelli mette in luce tutti gli aspetti della professione – dalle tecniche di raccolta delle notizie e di scrittura alla costruzione delle interviste, dalla gestione delle corrispondenze dalle grandi capitali al difficile accesso ai paesi più chiusi, dalla febbre dello scoop alla prudenza consigliabile negli scenari estremi –, rispondendo ai più naturali interrogativi dei lettori sui segreti e i rischi di un mestiere spesso invidiato ma perlopiù poco conosciuto. Nato dall’esperienza di un giornalista che da anni racconta il mondo all’Italia, Il mestiere di inviato è una guida seria ed esaustiva al lavoro di reporter e al suo ruolo nell’informazione, indispensabile per tutti coloro che vogliono imparare la professione da chi la vive quotidianamente.

16 dicembre 2010

Non credere sempre a chi ti dà notizie

Noli tu quaedam referenti credere
semper: exigua est tribuenda fides, qui multa locuntur
"Non credere sempre a chi ti dà notizie:
bisogna avere poca fiducia in chi parla molto"
(Catone, distico 2,20)


Si materializzano dal nulla e si propagano alla velocità della luce. La loro diffusione è incontrollabile, le loro conseguenze imprevedibili. Sono le dicerie, il flatus vocis della maldicenza. Semplicissimi da divulgare, una volta messi in circolo i rumors sono quasi impossibili da gestire: chi ne è vittima rischia addirittura di rafforzare il loro potere persuasivo, qualora cercasse di smentirli. Il politologo americano Cass P. Sunstein, nel breve e acuto saggio (Voci, gossip e false dicerie), spiega la genesi e la diffusione virale della patologia comunicativa dei rumors con diligenza scientifica e un taglio spiccatamente giuridico.
La diceria è una notizia di cui non è attestata la veridicità, un pettegolezzo che può nascere con buone o cattive intenzioni e può essere messo in circolazione a seconda del proprio interesse personale. Ma perché le persone danno credito a queste dicerie, per quale motivo ci sono gruppi più sensibili di altri a certi rumors, e soprattutto, come è possibile difendersi dagli effetti devastanti delle voci false? Sunstein, nelle novantasette pagine del saggio, cerca di svelare i segreti di Fama, la personificazione virgiliana della maldicenza che tutto vede e tutto spiffera coi suoi cento occhi e le sue cento maligne bocche. L’analisi del politologo risulta assai chiara ed efficace perché è radicata nella contemporaneità: gli esempi tratti dall’attualità della politica e delle relazioni internazionali rendono lampante la saldatura fra teoria e prassi; questo nesso strettissimo rivela tuttavia l’amarezza di una realtà messa in ginocchio dalla proliferazione irrefrenabile delle notizie false. Di fronte alla loro potenza emerge tutta la fragilità del raziocinio umano, ed ecco che l’autore si sofferma a esaminare il processo attraverso cui le persone giungono a dare credito ai rumors. Le convinzioni pregresse, i fattori emotivi, il grado di fiducia nelle informazioni che si possiedono, sono tutti elementi che influiscono sulla nostra capacità di giudizio,e quindi sulla nostra sensibilità all’ascendente delle dicerie. Il timore di sentirci inadeguati, la vergogna di essere considerati dal nostro gruppo dei pari ignoranti o poco attenti a ciò che accade intorno a noi, producono come effetto l’adeguamento conformistico a notizie, magari false, riportate da persone in cui riponiamo la nostra fiducia. Le dicerie si espandono a macchia d’olio attraverso diversi meccanismi, come le cascate informative e le polarizzazioni, e le persone, soprattutto quelle poco informate, cedono alla tentazione di credere alle voci di corridoio, che seppelliscono il senso critico in fondo alla coscienza, sopendo la sua già flebile voce.
Tutti, specialmente nell’era di internet e delle tecnologie di comunicazione in tempo reale rischiano di vedersi danneggiati dalle calunnie. I motori di ricerca, i blog, i forum e i siti in generale veicolano notizie di dubbia provenienza e di non comprovata veridicità, e in questa realtà virtuale è sempre più difficile proteggere la propria privacy. Si staglia all’orizzonte il dibattito già illuministico sull’incerto limen tra pubblico e segreto, tra libertà e sicurezza. In queste sabbie mobili è difficile, e spesso controproducente, cercare di porre un limite a questo fenomeno. Il chilling effect, cioè il timore di incappare in sanzioni civili o penali per avere espresso le proprie idee, può limitare calunnie devastanti, con il rischio però di imprigionare il libero pensiero. Il saggio si conclude con le proposte dell’autore per conciliare le conoscenze sulle trasmissioni delle dicerie con i termini delle leggi.
Dalle pagine di Sunstein traspaiono fondamentalmente il diritto e il dovere assoluti di tenersi informati, che confluiscono in una responsabilità personale precisa e stringente nel momento della divulgazione delle notizie: occorre forgiarsi una capacità di giudizio critico che permetta di discernere tra ciò che è vero e ciò che è falso, senza lasciarsi condizionare e abbindolare a priori dalle opinioni altrui.
Marta Paonessa



Cass R. Sunstein

Voci, gossip e false dicerie.
Come si diffondono, perché ci crediamo, come possiamo difenderci
Milano, Feltrinelli, 2010, 108 pp.




___

14 dicembre 2010

In libreria

Ennio Flaiano
Lo spettatore addormentato a cura di Anna Longoni
Milano, Adelphi, 2010, 267 pp.


Scheda
Chiunque si sia appisolato a teatro o durante un concerto – sostiene Flaiano – sa bene che è nel passaggio dalla veglia al sonno che «la rappresentazione o la melodia o il dialogo si liberano da ogni scoria»: in quei brevi istanti, insomma, si ha «lo spettatore perfetto». In realtà, nella sua lunga attività di critico teatrale, Flaiano è stato uno spettatore tutt’altro che ‘addormentato’: appassionato, semmai, vigile e sferzante. Come quando irride il repertorio blandamente ameno ed ‘evasionista’ dei primi anni Quaranta, denso «di buoni sentimenti, di gioia di vivere e di grossi stipendi», e così rispondente ai desideri del pubblico che – profetizza – «non è lontano il giorno in cui le commedie, all’Eliseo, sarà lo stesso pubblico a scriverle e a rappresentarle». E nel 1943 scriverà veemente: «Amo Shakespeare, Calderón, Molière che hanno lasciato centinaia di opere tuttora vive ma ammiro quei loro spettatori che pretesero opere tanto perfette con il loro enorme e sapiente appetito». Il fatto è che in un Paese dove è lecito essere anticonformisti solo «nel modo giusto, approvato», Flaiano è riuscito a esserlo sino in fondo, caparbiamente: che recensisse la Salomè di Carmelo Bene, il Marat-Sade messo in scena da Peter Brook o Ciao Rudy di Garinei e Giovannini. Senza mai dimenticare la vocazione satirica: dalla Piovana di Ruzzante a una rivista musicale di Terzoli e Zapponi, ogni spettacolo è un’occasione per appuntare il suo sguardo micidiale sulla nostra società, dove «l’uo­mo medio sente molto il ridicolo degli altri e pochissimo il ridicolo di se stesso», e «la mediocrità di un personaggio, purché largamente diffusa, suscita ammirazione». Talché la conclusione, folgorante nella sua preveggenza, non può essere che questa: «Ab­biamo sostituito la pubblicità alla morale».
*segnalato da C.S.

____




13 dicembre 2010

In libreria

Pasquale Aurelio Pastorino
Va là che vai bene. L’emigrazione da Masone e dalla valle Stura verso l’America tra Ottocento e Novecento

Genova, Red@zione editore, 2010, 242 pp.

 
 
Il libro di Pasquale Aurelio Pastorino sarà presentato Lunedì 13 dicembre, alle ore 17, nella sala incontri del palazzo della Regione Liguria (piazza De Ferrari, 1).  Saranno presenti, oltre all’autore, Paolo Ottonello, Sindaco di Masone; Enrico Vesco, Assessore regionale alle Politiche dell’immigrazione e dell’emigrazione.


____

10 dicembre 2010

In libreria

Vittorio Feltri, Stefano Lorenzetto
Il Vittorioso. Confessioni del direttore che ha inventato il gioco delle copie
Venezia, Marsilio, 2010, 264 p.


Scheda
Chi è davvero Vittorio Feltri, in assoluto il direttore che negli ultimi anni ha fatto più parlare di sé, l'unico capace di trasformare ogni sua avventura professionale in un successo di mercato? In che modo riuscì a raddoppiare le vendite del «Giornale» dopo che Indro Montanelli l'aveva lasciato nel 1994? E perché trascorsi tre anni se ne andò a sua volta sbattendo la porta? Qual è il motivo per cui nel 2009 vi è ritornato? Ha applicato una ricetta segreta per salvare testate in crisi, come «L'Europeo» e «L'Indipendente», o per imporne di nuove in edicola, come «Libero»? C'era un unico modo per rispondere a questi e a molti altri interrogativi: costringerlo a raccontarsi nel suo stile scabro e privo di infingimenti. È quanto ha cercato di fare il miglior intervistatore italiano, Stefano Lorenzetto, che di Feltri è stato vicedirettore vicario al «Giornale». Ne è uscito un dialogo serrato, ricco di particolari inediti, in cui il famoso giornalista svela i retroscena delle sue dirompenti campagne di stampa (da Affittopoli ai casi Boffo e Fini-Tulliani), narra splendori e miserie del «Corriere della Sera», distilla giudizi su politici e colleghi, parla dei giornalisti che ha amato di più (da Nino Nutrizio, che lo assunse alla «Notte», a Oriana Fallaci, che una notte si fece viva con lui dall'aldilà). E soprattutto, per la prima volta, si mette a nudo, svelando i suoi dubbi, i suoi tormenti, le sue idiosincrasie, i suoi affetti privati.






08 dicembre 2010

In libreria

G. Piero Jacobelli
Babele o della traduzione. Per un nuovo modello della comunicazione comunicante
Milano, Franco Angeli, 2010


Descrizione
Babele ha turbato i sonni di molte generazioni di studiosi, tutti convinti che in quel momento della storia sacra fosse successo qualcosa di decisivo, ma divisi dalla valutazione di quanto fosse davvero successo: una tragedia per l'umanità, da allora dispersa e divisa, o il riscatto dell'umanità da un pensiero unico, che non le avrebbe consentito quella ricchezza espressiva da cui scaturisce la creatività dei complessi, ma sollecitanti, incontri tra culture. Questo saggio, maturato nell'ambito della comunicazione didattica, prende partito per questa seconda ipotesi, impegnandosi a suffragarla mediante una rilettura incalzante dei testi dell'Antico Testamento e di quelli in cui, dal Medio Evo a oggi, la molteplicità linguistica è tornata a porsi come problema. Il racconto babelico acquista così un inedito spessore estetico ed etico, configurando il momento memorabile in cui s'impone agli uomini il valore della differenza in una prospettiva di riconoscimento delle molteplici verità e di quanti le incarnano, che traduce la riflessione filologica in una riflessione filosofica sulla comunicazione: in particolare, sui modelli della comunicazione proposti di tempo in tempo nel corso del Novecento.

Nella lingua universale della musica

Ieri sera il direttore d'orchestra Daniel Barenboim - maestro scaligero - ha inaugurato la tradizionale stagione del Teatro La Scala di Milano ricordando l'art. 9 della Costituzione italiana:
«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».
L'evento è ricco di significati. Daniel Baremboin da sempre, in ogni ambito, ricorda che la musica è la "lingua" dell'intera umanità, senza distinzioni di razza, di religione, di ideologie. Ieri nel luogo più solenne della storia della musica ci ha ricordato che la cultura è nutrimento, diritto tutelato dalla Nostra Costituzione. La cultura è Civiltà e la tutela dell'istruzione e della ricerca  ne garantiscono il cammino, di generazione in generazione.

06 dicembre 2010

In libreria

Armando Fumagalli - Gianfranco Bettetini
Quel che resta dei media. Idee per un'etica della comunicazione

Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 416.
Scheda
A più di dieci anni dall'uscita della prima edizione del volume (nel 1998), gli Autori ripropongono una sintesi sugli aspetti più profondi e umanamente più rilevanti del panorama dei media. L'esplosione dei reality show, la diffusione delle serie televisive americane, la frantumazione del consumo audiovisivo e l'emergere di nuove forme di intrattenimento sono solo alcune fra le principali questioni che il primio decennio del Duemila ha posto agli studiosi e che sono state affrontatte in questa nuova edizione. Una riflessione autorevole e documentata, chiara ed equilibrata - senza però rinunciare a prendere posizioni anche scomode su temi rilevanti e controversi - sulle principali questioni antropologiche ed etiche messe in gioco dai mezzi di comunicazione di massa. Il volume si rivolge quindi non solo agli studiosi del settore e ai professionisti della comunicazione, ma anche a tutte quelle persone - insegnanti, educatori, psicologi, sociologi, ma anche responsabili di associazioni familiari, genitori, operatori culturali, responsabili di cineforum, ecc. - che hanno a cuore a diverso titolo l'impatto umano di quello che il panorama mediale in cui siamo immersi ci offre. I capitoli del libro mettono a frutto le migliori acquisizioni dei più recenti studi di etica filosofica e di analisi dei media per una riflessione sui valori e i modelli di vita che vengono proposti da televisione, cinema, stampa quotidiana e periodica e sui loro prevedibili esiti - "quel che resta dei media" - nella vita delle persone e, di riflesso, della società.
*link all'Indice del libro.




05 dicembre 2010

In libreria


Massimo Onofri
Il secolo plurale
Roma, Avagliano, 2010, 312 p.



Scheda
Se c’è un secolo che è stato davvero plurale – nei valori e nei disvalori, nelle idiosincrasie, nelle opzioni culturali e stilistiche – questo è stato il Novecento. Un secolo tutt’altro che breve e che, culturalmente e ideologicamente, non è mai finito di finire. Un secolo che, se ha celebrato la letteratura nella sua autonomia categoriale, della letteratura ha dovuto constatare invece tutte le compromissioni con le nuove scienze umane, tutte la sua impurità. Un secolo che, nonostante gli infiniti parricidi, continua a proiettare la corrusca luce dei suoi padri fondatori sul nostro presente. Di tutto questo, in una scrittura elegante e nervosa, ellittica e risentita, Massimo Onofri ha fatto appassionato e originale racconto: narrando idee e movimenti come fossero personaggi, e le persone e i personaggi come fossero idee. Racconto che, proprio là dove più pare crescere dentro la sua narrativa fiamma, non rinuncia ai doveri, che restano sempre gli stessi, d’ogni vera e nuova storia letteraria.
*segnalato da C.S.

____




03 dicembre 2010




01 dicembre 2010

In libreria

Giovedì 2 dicembre 2010 ore 17:30
Presentazione del libro di Enrico Pedemonte, giornalista de L'Espresso, con la partecipazione di Piero Ottone e Carlo Rognoni. E' prevedibile che il dibattito sia aperto alle nuove dinamiche dopo la clamorosa incursione di Wikileaks nell'universo mediatico.  


___

Enrico Pedemonte
Morte e resurrezione dei giornali. Chi li uccide, chi li salverà
Milano, Garzanti Libri, 2010, 237 pp.
Descrizione
Per Hegel "il giornale è la preghiera del mattino dell'uomo moderno". Oggi però la stampa sembra attraversare una crisi irreversibile: riviste e quotidiani chiudono, le redazioni vengono decimate dalle ristrutturazioni, i ricavi della pubblicità continuano a calare. Le cause sono diverse: l'avvento dei nuovi media, la gratuità della rete, i giovani che leggono sempre meno i quotidiani... Tuttavia un'informazione libera, indipendente e di qualità, che sappia svolgere anche il ruolo di "cane da guardia del potere" e di punto d'incontro delle comunità, è un ingrediente indispensabile della democrazia. Enrico Pedemonte ha studiato quello che sta succedendo nel mondo dell'informazione negli Stati Uniti e in Europa. Racconta la crisi della carta stampata e ne coglie le motivazioni più profonde. Valuta le differenze tra informazione generalista e riviste di settore, tra testate di impatto nazionale e d'interesse locale. In questa fase di cambiamento rivoluzionario nel mondo dell'informazione, suggerisce che lo stesso concetto di servizio pubblico debba essere ripensato e rovesciato, consapevole del ruolo irrinunciabile del "quarto potere" e della sua importanza nella vita civile di ogni collettività moderna. Alla fine, delinea l'identikit dell'"ipergiornale", quello al quale le migliori testate del mondo oggi cercano di assomigliare: un giornale nel quale la partecipazione dei lettori diventa un ingrediente fondamentale.
L'autore Enrico Pedemonte, nato a Genova, ha lavorato al «Secolo XIX», all'«Espresso» come caporedattore e corrispondente da New York. Poi a «Repubblica» come caporedattore. Esperto di rete e giornalismo cura il blog  Personal Media sul sito  del settimanale «Espresso».
*link al Blog PersonalMedia .

____

30 novembre 2010

"La vita non è sempre degna di essere vissuta"

di Giulio Mozzi
"Mi pare che ciò che ha fatto Mario Monicelli, gettandosi dalla finestra dell'ospedale dov'era ricoverato per un tumore alla prostata, non sia molto diverso da ciò che hanno fatto Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. Certo, vi è qualche differenza: Welby, non essendo in grado di ammazzarsi da solo, dovette ricorrere all'aiuto di un'altra persona; Eluana Englaro fu uccisa, in esecuzione di una volontà da lei espressa prima dell'incidente che la ridusse in stato vegetativo, dopo una lunga battaglia legale condotta dal padre. Ma, come si vede, sono differenze procedurali. La sostanza è la stessa: una persona ritiene che le cure alle quali è sottoposta siano una forma di accanimento, e preferisce morire subito.
Ma ho l'impressione che la somiglianza non venga colta. Perfino Il foglio celebra il grande regista anziché stigmatizzarlo come esponente della "cultura della morte".
*segnalato da Alberto Cavallo

29 novembre 2010

In libreria

Albert Camus
Questa lotta vi riguarda a cura di Lévi-Valensi
Milano, Bompiani, 2010, pp. 618.

Scheda
Dal 21 agosto 1944 al 3 giugno 1947, Camus è caporedattore e editorialista di Combat, quotidiano nato in clandestinità come organo di stampa della Resistenza francese. Questo volume raccoglie tutti i suoi 165 articoli – firmati, di riconosciuta autenticità o comunque a lui attribuibili – con presentazione e commento. Legati agli accadimenti di quel periodo convulso, a distanza di oltre cinquant’anni gli scritti di Camus non hanno perso la loro forza, consegnandoci la testimonianza di un intellettuale profondamente consapevole delle proprie responsabilità in un momento storico cruciale. Un giornalista attento, che affronta molteplici argomenti: la politica interna con i dibattiti sociali, ideologici e costituzionali; quella estera, guidata dal sogno nascente di organismi internazionali capaci di garantire un futuro di pace; e ancora la questione coloniale e la riflessione, tra diritti e doveri, sul ruolo della stampa nel dopoguerra. Combat restituisce, insomma, la voce appassionata di uno scrittore che si confronta con la Storia, di un uomo assetato di giustizia, libertà, verità, che si batte con ostinazione per una decisa presenza della morale in politica; una voce che continua a risuonare nella coscienza contemporanea.

____ 

27 novembre 2010

Amleto

Piedi nudi, vestiti bianchi, sei attori in piedi faccia al pubblico ed Amleto (Alex Sassatelli) vestito di scuro inginocchiato a destra quasi in proscenio davanti ad una scacchiera. Un lungo silenzio segue l'apertura del sipario. Attorno teli pesanti rossicci chiudono la scena sui tre lati. Di scatto Amleto fa cadere tutti i pezzi della scacchiera vestiti come gli attori che all'unisono crollano a terra come i loro corrispondenti inanimati.
Così inizia l'Amleto curato da Maria Grazia Cipriani per il Teatro del Carretto. Un allestimento di sicuro interesse, benché in alcune parti disomogeneo. Attraverso una recitazione caricata e stravolta al limite della falsità, suoni ed effetti luminosi che ricordano da vicino gli stilemi dei film thriller si snoda la vicenda del principe di Danimarca. E qui è forse il primo e principale punto debole dell'allestimento. Difatti, benché gli effetti luminosi e sonori siano sapientemente orchestrati dall'ingegnere del suono Hubert Westkemper, a teatro è estremamente difficile indurre nello spettatore la medesima tensione, la quasi paura, che al contrario un film è in grado di realizzare.
I teli laterali che costituiscono la semplice scenografia sono poi continuamente attraversati dagli attori in un sapiente gioco di entrate/uscite capace di non far mai calare l'interesse del pubblico.
Gli attori dimostrano inoltre una straordinaria capacità di utilizzo del corpo. La recitazione è difatti non solo caricata nella voce, ma anche negli atteggiamenti e nei movimenti. Ogni emozione ed ogni gesto sono estremizzati, al limite della stilizzazione. Si tratta di una recitazione antinaturalistica per addizione, nella quale cioè consapevolmente si enfatizzano emozioni, gesti ed azioni per meglio rappresentarne l'essenza sfuggendo al semplice e banale (e tecnicamente irrealizzabile) naturalismo. E questo è il tratto più interessante dell'intero allestimento. Una recitazione che non rinuncia alle emozioni ma che al tempo stesso cerca di allontanarsi dal linguaggio scenico dominante.
Ma forse rendendosi conto che lo spettacolo corre il rischio di prendersi troppo sul serio, ecco che la regista Maria Grazia Cipriani inserisce il colpo di genio. Una esilarante danza dei morti sulle note della Marcia funebre per marionetta di Charles Gounod (quella della serie Alfred Hitchcock presenta). Mentre Amleto è difatti completamente concentrato ad osservare la statuina di uno scheletro, entrano gli altri attori in completo bianco e maschera da teschio e si lanciano in un balletto nel quale, abbandonando l'atmosfera cupa e lugubre, prendono le movenze dei clown. A prima vista quindi questo brano parrebbe non c'entrare nulla col resto dello spettacolo. Ma non è così. La danza dei morti è la presa in giro, il distacco critico dall'atmosfera seria e caricata di tutto il resto dell'allestimento.
Interessante è infine il rapporto di Amleto con la scacchiera ed i suoi pezzi. Ora, se è ovvio che essi rappresentano i personaggi nelle mani di Amleto (gioco di una mente bambina e malata?) – si veda a questo proposito la bellissima scena del duello con Laerte e l'ecatombe conseguente prima mimata e raccontata con i pezzi e poi rappresentata in carne e ossa in maniera completamente muta e stilizzata – è altrettanto vero che il gioco non è portato sino in fondo. Difatti se in certi momenti i personaggi entrano in scena come richiamati di Amleto attraverso il loro simulacro, in altri l'azione procede in maniera completamente autonoma rispetto alla scacchiera abbandonata per terra. E non vi è una un'apparente spiegazione a questo doppio binario. Peccato, perché l'idea, sebbene non nuovissima ma sino ad ora applicata quasi esclusivamente ai testi di Beckett (ed in particolare a Finale di partita), potenzialmente foriera di infinite soluzioni, giochi scenici ed approfondimenti del rapporto di Amleto con gli altri personaggi, non viene condotta sino alle sue estremamente conseguenze.
Andrea Scarel

Amleto, da William Shakespeare
Con Alex Sassatelli, Elsa Bossi, Giacomo Vezzani, Giacomo Pecchia, Nicolò Belliti, Carlo Gambaro, Jonathan Bertolai
Scene e costumi di Graziano GregoriSuono di Hubert Westkemper
Luci di Angelo Linzalata
Adattamento e regia di Maria Grazia Cipriani
Produzione Teatro del Carretto
____

26 novembre 2010

In libreria


Un anno in prima pagina
a cura di Nicola Graziani

Roma, Nutrimenti, 2010, pp. 192
Scheda
Il meglio del giornalismo italiano nell’anno appena trascorso, dall’estate del 2009 a quella del 2010. Dal reportage di Ezio Mauro sulla tragedia dei settantatré immigrati morti su una delle tante carrette del mare dirette in Sicilia, a quello di Ettore Mo sul maestro che a dorso d’asino porta la scuola nei villaggi sperduti dell’entroterra colombiano; dalla difesa del crocifisso di Marco Travaglio, al racconto sulla catena di suicidi in France Telecom di Francesco Merlo; dal necrologio di Vittorio Zucconi per Ted Kennedy, a quello per Mike Bongiorno di Gian Antonio Stella e di Michele Serra per Raimondo Vianello; dal viaggio di Maurizio Molinari tra le macerie di Haiti, all’inchiesta di Primo De Nicola per L’espresso a dieci mesi dal terremoto d’Abruzzo. E ancora il caso Elisa Claps, lo scandalo dei preti pedofili, il disastro petrolifero nel golfo del Messico, l’Inter che torna sul tetto d’Europa dopo quarantacinque anni. Una carrellata dei migliori articoli dei nostri giornali per raccontare e rileggere dodici mesi di storia italiana e internazionale. E per dimostrare che, anche nell’epoca del web 2.0, il giornalismo può ancora svolgere la funzione essenziale di narrazione del mondo, suscitare domande, aiutare la comprensione della realtà.
*segnalato da C.S.

____




23 novembre 2010

La sfida di "Vieni via con me"

Ieri sera (come da due settimane a questa parte) ho visto una bella trasmissione. Vieni via con me è bella perché studiata per esserlo.
La scenografia. Elenco delle cose belle della scenografia:
le immagini e fotografie che passano sui pannelli scenici quando parla Saviano o quando canta Fossati (o chi per esso); i colori scelti per gli stessi nei momenti di maggior "intensità" (vedi l'elenco dei morti di piazza Della Loggia); i pannelli stessi, mobili , per l'ingresso degli ospiti; i molti microfoni old style nel mezzo della scena. Ieri sera i due balletti o danze del corpo sul tema della rumenta napoletana sono stati estremamante espressivi e "teatrali".
L'audio. Elenco delle cose belle dell'audio:
le canzoni dei cantanti ospiti; la colonna sonora; le variazioni e riarrangiamenti della canzone di Paolo Conte It's wonderful; il motivetto che accompagna gli elenchi degli ospiti.
Gli elenchi. Elenco delle cose belle degli elenchi:
sono il nuovo (bel) format della trasmissione (anzi costituiscono un vero e proprio format televisivo); sono un ottimo "metro oratorio" e consentono altrettanto ottime performance; sono un ottimo metro cui tutti gli oratori devono sottoporsi; sono una regola cui si deve sottostare.
La sostanza delle parole. Elenco delle cose belle della sostanza delle parole:
è una novità per la televisione; nessuno l'aveva mai portata con tanto studio e zelo in televisione; è materia di tutti, è civile; è -nei discorsi di Saviano e in quasi tutti gli elenchi - un enorme problema per tutti i cittadini dell'Italia; corrisponde alla verità, alla realtà.
Ai miei occhi questa trasmissione è stata fatta per essere bella, estremamente bella e ben costruita, prima ancora che di successo. Inoltre questa trasmissione ha voluto essere nuova e seria. Nuova nella misura in cui ha studiato per essere una trasmissione di impegno civile e lo ha fatto con un linguaggio nuovo e raffinato.
Alberto Cavallo

____

21 novembre 2010

In libreria

Frédéric Martel
Mainstream. Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media
Milano, Feltrinelli, 2010, 448 pp.

Scheda
Come si fabbrica un bestseller o un prodotto che vada a ruba sotto ogni latitudine? Perché il popcorn e la Coca-Cola rivestono ormai un ruolo centrale nell'industria cinematografica? Perché trionfa il modello americano di intrattenimento mentre al contempo declina sempre più velocemente quello europeo? Come fa l'industria indiana del cinema, Bollywood, a sedurre così facilmente il mercato africano? E infine, perché i valori difesi dalla propaganda cinese e dai media musulmani ricordano così da vicino quelli della Disney? Per rispondere a questi interrogativi, il ricercatore e giornalista Frédéric Martel ha condotto una lunga inchiesta che lo ha portato in oltre trenta paesi, da Hollywood all'India, dal Giappone all'Africa subsahariana, dal quartier generale di Al Jazeera nel Qatar fino alla sede del gigante messicano Televisa. Il risultato che emerge dalle oltre 1200 persone intervistate è inquietante: è cominciata la nuova guerra mondiale per il controllo dei contenuti. E al cuore di questo nuovo conflitto si situa proprio la cultura mainstream, la cultura che piace a tutti in tutto il mondo. Martel ci racconta questa storia con uno stile frizzante e coinvolgente, in cui finalmente compaiono i volti e i retropensieri dei protagonisti di questa vera e propria nuova guerra mondiale, il cui esito andrà a disegnare il futuro dei grandi conglomerati dei media e l'immaginazione e le modalità progettuali non solo nostre, ma anche dei nostri figli.

____

20 novembre 2010

In libreria

Maria Luisa Busi
Brutte notizie. Come l'Italia vera è scomparsa dalla TV

Milano, Rizzoli, 2010, pp. 267
Descrizione
C'è quella da cartolina, dove si mangia bene e i problemi non esistono o, alla peggio, si risolvono da soli. E c'è poi un'altra Italia fatta di povertà emergenti o consolidate, di disoccupazione e precariato, di mercificazione delle donne, di conflitti d'interesse, di uso politico dei media. In un Paese normale, un giornalista del servizio pubblico dovrebbe avere il diritto (e il dovere) di raccontare tutto questo. Ma da noi non funziona più così. Lo dimostra Maria Luisa Busi, volto di punta del Tg1 delle 20 che, dopo anni di carriera, nel maggio 2010 ha lasciato la conduzione, perché non condivideva la linea editoriale del nuovo direttore. "Brutte notizie" spiega come il telegiornale più seguito, quello che per vocazione dovrebbe dare spazio a tutte le voci e le idee, è venuto meno al suo compito. Facile ottimismo, montaggio delle notizie spesso tendenzioso, informazione che si snatura in intrattenimento: così, quello che dovrebbe essere lo specchio fedele di un Paese deforma la realtà quotidiana di un'Italia stretta nella morsa della crisi economica e sociale. Un libro che è un atto d'accusa dei meccanismi di manipolazione, ma diventa anche denuncia delle notizie oscurate - dalle condizioni dei terremotati dell'Aquila alla propaganda mediatica sull'immigrazione, dall'affaire Alitalia alle vite scritte a matita di milioni di precari e senza lavoro - e restituisce finalmente voce agli invisibili di cui alcuni non vogliono sentire parlare.

____

17 novembre 2010

Eterogenesi della comunicazione

Università degli studi di Genova
Facoltà di Scienze Politiche

Eterogenesi della comunicazione
I Media, l’Editore, l’Istituzione
Seminario creditizzato (1 CFU)


18 novembre 2010, h. 15 Enrico Caniglia Docente di Comunicazione politica - Università di Perugia
25 novembre 2010, h. 15 Anna Desimio Funzionario editoriale - Franco Angeli Editore
2 dicembre 2010, h. 15 Barbara Fiorio Portavoce del Presidente della Provincia di Genova
Gli incontri si svolgeranno presso la Facoltà di Scienze Politiche
Via Balbi 5, terzo piano – Aula VI.
Docente responsabile Prof. Andrea Pirni

____

15 novembre 2010

In libreria

Gerardo Adinolfi
Dentro l’inchiesta. L’Italia nelle indagini dei reporter
Roma, Edizioni della sera, 2010, 244 pp.


Scheda di presentazione
Dentro l’inchiesta è un viaggio nel giornalismo investigativo italiano. Dall’indagine sulla morte del bandito Giuliano, alle inchieste di Report. Passando per il periodo della controinformazione, delle stragi, di Ustica, degli scandali Lockheed, Gladio, P2 e Tangentopoli. Fino alle inchieste sull’immigrazione di Fabrizio Gatti, su “L’Espresso”, e di Stefano Liberti, su “il manifesto”. Ai documentari sulle mafie che trovano poco spazio in televisione, alle nuove forme di inchieste de “Le Iene” e “Striscia la Notizia” fino al citizen journalism che si sta sviluppando sul web. Ma cosa è un’inchiesta? Quali sono i rischi, le tecniche? “Dentro l’inchiesta” racconta cosa è, e quali sono stati gli esempi di giornalismo investigativo che più hanno scosso l’opinione pubblica italiana. Attraverso le testimonianze dei reporter che hanno raccontato misteri e scandali del nostro Paese, e che con le loro indagini contribuiscono a soddisfare il bisogno di informazione dei cittadini.
Per altra documentazione v. la scheda del libro sul sito dell'editore.
*link al blog sul libro Dentro l'inchiesta


_____

14 novembre 2010

Da Pasolini ai blogger, piccoli critici letterari crescono


Poliedricità. Marketing. Eternità. Collettività. Immaterialità. Queste le parole chiave della letteratura – e della critica letteraria - nel XXI secolo.
La terza pagina scompare, relegata a metà o in fondo al quotidiano sotto la dicitura “Cultura e spettacoli”. Gli elzeviri e le firme illustri si eclissano di fronte a interviste, spazi pubblicitari, tamburini e anonime mini-recensioni, in cui cinema, musica, televisione, arte e letteratura sempre più spesso si fondono come parti di un'unica entità.
L'informazione letteraria diventa informazione libraria: l'eredità di letterati socialmente e politicamente impegnati (un nome su tutti, Pier Paolo Pasolini) è raccolta da macinatori di best seller atti a riempire le scalette dei talk show, intervistati talvolta da chi - del loro ultimo libro (per quale altra ragione li si inviterebbe?) - ha letto solo titolo e quarta di copertina.
La Repubblica delle lettere si piega di fronte al mercato dei consumi, controllato dai grandi gruppi editoriali che già possiedono quotidiani, riviste e canali radiotelevisivi (in cui ospitare i loro autori) e si spartiscono la vittoria ai premi letterari. L'intellettualismo perde il suo primato di fronte alla cultura di massa, che a sua volta si parcellizza nell'individualismo dei blogger, nella micro-comunicazione che avviene nello spazio di un tweet.
Poliedricità. Lo scrittore perde il suo status di intellettuale per diventare showman: la recensione del suo libro è delegata a lui stesso nello spazio di un'intervista sul giornale, un'ospitata in tv, una pagina pubblicitaria a spese dell'editore che sottintende un 'Prossimamente sui vostri scaffali''. I libri sono venduti all'autogrill e nei supermercati, disposti in ordine di best seller fra lo scaffale delle bibite e quello dei cosmetici.
Marketing. L'editore da intellettuale diventa imprenditore, la cui 'azienda' mette sotto contratto addetti alle pubbliche relazioni piuttosto che correttori di bozze. L'80% del fatturato deriva non dal talento o dalla qualità, ma dalla novità: un libro ha successo solo se ha un lancio efficace e balza i primi posti delle classifiche di vendita in pochi giorni.
Eternità. A fronte di riviste letterarie che nascono e muoiono nell'arco di poche settimane, pochi mesi, pochi anni, Internet regala l'immortalità alle parole e ai suoi autori. Condisce l'informazione statica e lineare del testo con link, immagini e video, la proietta nel mondo attraverso blog e social network.
Collettività. Lo sviluppo del web 2.0, che ha introdotto la definizione di prosumer (crasi fra producer e consumer, il consumatore che diventa produttore di contenuti), fa sì che ai Pirandello, Moravia, Montale e Malaparte – questi alcuni fra i nomi che hanno caratterizzato la critica letteraria del Novecento – possa sovrapporsi una Marta Traverso qualunque, che in meno di cinque minuti crea il proprio blog e recensisce i libri che ha letto, diventa collaboratrice di uno dei tanti blog collettivi letterari presenti in rete (nel caso specifico, Sul Romanzo), si iscrive ad Anobii e costruisce la propria libreria virtuale. La demarcazione fra il critico 'intellettuale' e il lettore 'da istruire' si tramuta in una rete di nodi paritari, in cui ognuno è al tempo stesso lettore e recensore, critico e spettatore, autore e pubblico.
Immaterialità. Strumenti come Kindle e l'Ipad (seppur non citati nel testo) rendono la letteratura un prodotto etereo, immateriale, misurato in kilobyte prima che in numeri di pagina, fruito su un monitor da 9,7'' che non si può nemmeno sfogliare. Il contenuto diventa nomade, un romanzo si traspone dalla carta al pdf, passando per la fiction tv e il booktrailer caricato su YouTube.
Marta Traverso


Gian Carlo Ferretti, Stefano Guerriero
Storia dell'informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a Internet 1925-2009

Milano, Feltrinelli, 2010, 451 pp.

____

12 novembre 2010

In libreria

André Schiffrin
Il denaro e le parole a cura di Valentina Parlato
Roma, edizioni Voland, 2010, 120 pp.

Scheda
Lontano dal catastrofismo dominante e dall’ottimismo ebete, André Schiffrin traccia possibili strade per salvaguardare l’indipendenza dell’editoria, delle librerie, del cinema e della stampa, incitandoci a prendere coscienza del fatto che non siamo né impotenti né condannati al solo consumo di best seller, di giornali asserviti o di televisioni inette. Il denaro conquisterà le parole? La risposta, ci spiega l’autore, dipende da ognuno di noi.
 
___

Archivio blog

Copyright

Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62/2001. Chi desidera riprodurre i testi qui pubblicati dovrà ricordarsi di segnalare la fonte con un link, nel pieno rispetto delle norme sul copyright.