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17 febbraio 2015
Il tempo della rabbia
Oriana Fallaci intervista sé
stessa - L’Apocalisse
è un libro già edito per i lettori del "Corriere della sera", ma con un titolo
diverso Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci. Rispetto all’edizione
precedente troviamo varie aggiunte, come l’incontro fortuito con Bin Laden e un
Post-Scriptum: L’Apocalisse. Sul cambiamento del titolo la Fallaci disse: " Ho modificato anzi abbreviato il titolo per motivi grafici e per
alleviare il fastidio che provavo a vedere il mio nome ripetuto".
L’opera può essere inserita in una “trilogia”
che inizia con La rabbia e l’orgoglio e prosegue con La forza della Ragione,
in cui vengono riaffrontati, con forza e coinvolgente intensità, le idee già
sviluppate in precedenza, inserendo nuove esperienze, aneddoti. Un auto
intervista che collega la sua malattia,
l’Alieno, al cancro del nazi-islamismo che distrugge, divorando senza sosta
l’Occidente, “un cancro ben più tragico, ben più irrimediabile del mio.[…] Il cancro del nuovo nazifascismo, del nuovo
bolscevismo, del collaborazionismo nutrito dal falso pacifismo, dal falso
buonismo, dall’ignoranza, dall’indifferenza, dall’inerzia di chi non ragiona o
ha paura”. Ecco perché inizia il suo libro con una lunga lista aggiornata di vittime
del terrorismo islamico, dedica proprio a loro quest’opera, non ha paura di
affermare le sue idee, di parlare di un Eurabia e di terrorismo islamico. Sono
troppi quelli che tacciono e la Fallaci con rabbia e forza si scaglia contro la
politica, Destra o Sinistra che sia, “sono due volti della stessa medaglia”, che non si oppone, leghisti a parte, alla
costante invasione e imposizione dell’Islam.
La
Fallaci spara un lungo J’accuse
contro l’egemonia culturale della Sinistra, capace di sostenere un falso
pacifismo filo islamico e antiamericano, contro la presunzione di Berlusconi,
contro Prodi nominandolo Mortadella, contro D’Alema, Fassino. Le sue parole
colpiscono anche la politica americana, da Clinton e la moglie Hillary, a Kerry
e Bush, individuando in alcuni di loro anche qualcosa di positivo. Il J’accuse coinvolge anche Kofi Annan e l’ONU,
definendo quest’ultimo come “la summa di tutte le ipocrisie, il concetto di
tutte le falsità”.
“Ovunque vi sia antiamericanismo v’è
antioccidentalismo. Ovunque vi sia antioccidentalismo, v’è filo islamismo. E
ovunque vi sia filo islamismo v’è antisemitismo”, venne processata in Francia
con le accuse di razzismo religioso, d’istigazione all’odio, di xenofobia. In
realtà la Fallaci non è nulla di tutto questo, difende con rabbia quella
libertà che gli italiani si sono
conquistati con il sangue e la lotta, è contraria ad una democrazia che non può essere imposta ai
popoli che non la vogliono e che non sanno cosa sia, proprio a causa del loro
credo. Ha vissuto e contribuito alla Resistenza italiana ed è proprio qui che
bisogna ricercare il motivo del suo fervore e ciò che la spinge a sostenere che
al “terrorismo che ci sgozza, ci taglia la testa, ci fa saltare in aria” non si
può rispondere con “i baci, abbracci, il perdono, i volemose-bene di Papa
Wojtyla. È proibito anche difendersi da chi ammazza, ora?!?”.
Il Post-Scriptum,
L’Apocalisse, si rifà all’Apocalisse dell’evangelista Giovanni, utilizzata
dalla Fallaci per affermare fatti precisi, senza fronzoli, che definiscono l’Islam
l’incarnazione del mostro a Sette Teste, il mostro che i cristiani dovranno
sconfiggere. L’Apocalisse è abbastanza chiara, parla dello scontro tra due
civiltà e per la Fallaci è già in atto. Lo scenario delineato dall’autrice è
formato da un Occidente decadente, indifeso e inerme, e soprattutto da un’Italia
sottomessa all’Eurabia.
Oriana
Fallaci intervista sé stessa - L’Apocalisse è un libro denso di rabbia, di
orgoglio partigiano, di forti e chiare idee gettate in faccia al lettore senza
peli sulla lingua, anche se pubblicato nel 2004 risulta essere attualissimo
anzi quasi profetico nell’ipotizzare anni prima una Repubblica dell’Islam.
Maria Teresa Nigro
Oriana
Fallaci
Oriana Fallaci intervista sé stessa - L’Apocalisse.
Rizzoli, Milano, 2004 (Collana Rizzoli
International).
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16 febbraio 2015
Libbri in scia stradda
Il salotto letterario della Maddalena. Libbri in scia stradda
Martedì 17 febbraio 2015 h. 17, Teatro Altrove - Teatro della Maddalena in piazzetta Cambiaso, incontro con Attilio Bolzoni, Inviato di "Repubblica", e protagonista del giornalismo d'inchiesta.
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Martedì 17 febbraio 2015 h. 17, Teatro Altrove - Teatro della Maddalena in piazzetta Cambiaso, incontro con Attilio Bolzoni, Inviato di "Repubblica", e protagonista del giornalismo d'inchiesta.
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15 febbraio 2015
Un Cappello pieno di ciliegie
"Ora che il futuro s'era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l'inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d'estate costituiva il mio Io."
Così Oriana Fallaci da il via alla sua saga famigliare che, partendo dal 1773 fino al 1889, mescola le vite dei suoi avi con gli avvenimenti della Storia. Un romanzo denso di minuziosa e maniacale ricerca delle date, in giro per il mondo, nei luoghi in cui i suoi “cromosomi” sarebbero stati costruiti poco alla volta. L’opera è divisa in quattro parti, ciascuna delle quali si occupa di un ramo della famiglia e di come la Storia, ricostruita in modo accurato, possa aver definito in vari modi la sua essenza.
Accanto alla sua antenata Caterina Zani amata per la caparbietà, il desiderio furioso di imparare a scrivere usando anche il suo corredo di nozze come foglio e il coraggio di scagliarsi, con il pancione di otto mesi, contro Napoleone troviamo Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e Filippo Mazzei. Un altro arcavolo, Francesco Launaro bestemmiatore incallito, Anastasìa, che con atteggiamenti inammissibili per una donna dell’Ottocento, va alla conquista del Far West, seguono poi gli aneddoti legati ai suoi ricordi da bambina come quando vide per la prima volta Mussolini. Tutti i personaggi della Fallaci sono dei rivoluzionari, non si arrendono a una vita preconfezionata, cercano di migliorarla, di avere un riscatto morale anche attraverso la voglia di impadronirsi della scrittura e della lettura.
Inevitabilmente però il Destino ha la meglio: naufragi, suicidi e le “mal dolent”, la malattia che non risparmia la trisnonna della madre di Oriana e che non risparmierà l’autrice, “Lo spietato mal dolent che aveva ucciso Maria Isabel Felipa, che attraverso i suoi cromosomi e quelli di Montserrat avrebbero ucciso un mucchio di gente in famiglia, e che prima o poi ucciderà anche a me.”
La Fallaci in questo suo regalo postumo ci dona uno straordinario viaggio all’indietro, il racconto che ne esce in Un Cappello pieno di ciliegie è la fatica di vivere, l’emancipazione femminile e l’animo rivoluzionario che caratterizza i tanti volti di Oriana. “Il mio bambino”, così definiva il romanzo, ha avuto un lungo periodo di gestazione, occupando tutta l’intera vita d’adulta della Fallaci, “Sicché la ricerca si mutò in una saga da scrivere, una fiaba da ricostruire con la fantasia. Si, fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inevitabile poi all’inventato: l’uno complemento dell’altro, in una simbiosi tanto spontanea quanto inscindibile. E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi ridargli la vita che essi avevano dato a me”.
Maria Teresa Nigro
Oriana Fallaci
Un Cappello pieno di ciliegie
Rizzoli, Milano, 2008, 2014.
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14 febbraio 2015
Guerre, informazione, propaganda
Giovanni Porzio, giornalista milanese,
nasce nel 1951. Si appassiona alla fotografia durante gli studi di Scienze
Politiche e dal 1979 lavora per il settimanale Panorama, di cui è inviato speciale. Ha realizzato servizi e reportage in
124 paesi tra Medio Oriente, Africa, Europa e America, specializzandosi nel
giornalismo di guerra. In Cronache dalle
Terre di nessuno, sedici anni da inviato sulla linea del fuoco. Guerre,
informazione, propaganda il giornalista ripercorre la propria esperienza come
inviato. Dalla Prima Guerra del Golfo nel 1991 fino alla guerra in Iraq del
2002, ci presenta un racconto e un analisi, talvolta pungente, della
mediatizzazione dell'informazione.
Nel 1991 Giovanni Porzio é l'inviato di Panorama
a Baghdad, dove è in
corso la Prima Guerra del Golfo. L'informazione mediatica é strettamente controllata, i giornalisti sono accreditati
dal JIB (Joint Information Bureau), che dispensa le regole fondamentali della
comunicazione: le “round rules. Per motivi militari vige il divieto di divulgare notizie
relative all'ubicazione, agli armamenti, alle basi e agli spostamenti dei
contingenti alleati. Ma è anche vietato filmare o fotografare soldati feriti o
uccisi, descrivere le operazioni militari e l'armamento nemico, il linguaggio
deve essere moderato e le informazioni riguardanti luoghi e date devono essere
generalizzate e imprecise. Il governo americano si impone come organo di
propaganda e censura. Avviene però una svolta nel giornalismo di guerra: la CNN ottiene il
permesso di riprendere in diretta televisiva l'operazione militare “Tempesta nel deserto. I giornalisti Peter Arnett e Robert
Wiener sono gli unici ad avere il permesso – accordato dallo stesso Saddam – di rimanere in Iraq, strettamenti controllati e senza
avere il reale potere di fare alcun scoop che non sia accordato da entrambe le
fazioni e con il divieto di avvicinarsi alle zone di guerra. Le informazioni divulgate come “breaking news” raccolte sul campo sono in realtà veline approvate
dal Pentagono, le immagini sono riprese a chilometri di distanza dal fronte e
negano la verità dei fatti. Le reazioni indignate dei media non tardano a
manifestarsi e negli USA i principali organi di informazione si mobilitano per
chiedere l'abolizione della censura. Molti giornalisti, come lo stesso Porzio,
scelgono di raggiungere la linea del fuoco illegalmente, con il conseguente
arresto. Tuttavia i sondaggi pubblici sembrano sostenere le decisioni del
Pentagono: il 78 per cento degli americani approvava la restrizione informativa
e il 60 per cento era favorevole a controlli più severi.
La Guerra civile somala, che segue di
poco la conclusione dell'operazione "Tempesta nel
deserto", é in un primo momento totalmente ignorata dai media e
dall'opinione pubblica occidentale, finché dal 1992 il conflitto non si trasforma in una “crisi umanitaria. La sensibilizzazione dell'opinione
pubblica comincia con la serie di documentari realizzati dall'attrice Audrey
Hepburn per conto delle Nazioni Unite, alla quale segue anche un intervento di
Sophia Loren nella città di Baidoa. Subito dopo Washington approverà l'impegno di
trentamila soldati per distribuire alimenti e combattere la carestia. In questa
occasione la censura non è necessaria, l'interesse dell'opinione pubblica é totalmente
concentrato sull'intervento occidentale a sostegno della popolazione somala e
non dal tragico conflitto avvenuto in precedenza. Lo sbarco dei Marines è programmato per essere un evento mediatico: l'ora
coincide con il prime time americano
e le spiagge somale vengono trasformate in un set cinematografico. Nella realtà l'intervento
delle Nazioni Unite degenera in uno scontro armato, Porzio si trova a
Mogadiscio e ne è
testimone diretto. Le cronache provenienti dalla capitale Somala, però, non fanno notizia in occidente. La battaglia di
Mogadiscio sarà l'ultimo grande evento di interesse per i media prima
del definitivo abbandono della Somalia da parte dei giornalisti. I pochi che
rimangono lo fanno mettendo a repentaglio la propria incolumità, come testimonia
la tragica l'uccisione di Ilaria Alpi.
In Rwanda e nello Zaire Porzio assiste
al genocidio degli Hutu per mano dell'etnia Tutsi: "mi misi subito al lavoro per raccogliere le testimonianze dei
sopravvissuti. Le pagine dei miei taccuini si riempivano di orrori". Come
in Somalia, l'interesse dei media si scatena tardivamente, quando lo scontro è già tragedia e l'opinione pubblica viene mobilitata da un
intervento umanitario dell'occidente. I giornalisti sono liberi di circolare e
raccogliere informazioni, non esiste nessun tipo di controllo sul flusso delle
notizie. In questo caso sono stati i media locali ad avere fondamentale
importanza come strumento di propaganda nel fomentare le rivolte e le
rappresaglie e ad istigare il genocidio. Mentre in Africa la guerriglia, la
carestia e le malattie uccidono, in occidente l'opinione pubblica resta
indifferente: "Le immagini
televisive puntavano a suscitare il riflesso emotivo della comprensione senza
compassione: un meccasismo psicologico che i mezzi di comunicazione di massa
sfruttani ampiamente per aumentare l'audience senza appesantire lo spettacolo
con troppe analisi e noiose spiegazioni".
Durante il reportage sul Kosovo
Giovanni Porzio si unisce all'Associazione di amicizia Italia-Albania. Quando
arriva a Tirana la guerra civile sembra ormai inevitabile. Qui i giornalisti
non possono seguire gli avvenimenti di persona, seguono i notiziari della BBC
da un albergo e riportano solo notizie di seconda mano. L'apparato
propagandistico della Nato fu ampliato creando il Media operation center,
mentre gli indipendentisti kosovari avevano affidato la loro immagine alla
società americana di
pubbliche relazioni Ruder & Finn. Le notizie arrivano in occidente
manipolate attraverso i briefing di Bruxelles e le veline della Nato.
La
seconda metà del libro di Porzio è interamente dedicata alla questione medio-orientale e
alla guerra in Iraq. A causa dei numerosi scontri sul territorio palestinese le
notizie non erano difficili da reperire: “Dovunque andavamo ci imbattevamo in una storia buona per
il Tg di Gabriella o per il mio giornale”. Ma il conflitto
arabo-israeliano è un
terreno difficile per qualsiasi giornalista: ogni servizio rischia di assumere
una posizione politica e la censura pesa su ogni dichiarazione. I reporter
devono fare i conti con il potere israeliano, ma non possono restare
indifferenti di fronte alla negazione dei diritti dei palestinesi. In un simile
contesto propaganda e disinformazione condizionano pesantemente l'opinione
pubblica nazionale e internazionale. Dopo l'11 settembre 2001 sono gli Stati
Uniti a tenere le redini della propaganda, costituendosi simbolo della
democrazia e della lotta al terrorismo. Sul fronte opposto Bin Laden ha una
grande familiarità
con i meccanismi dell'informazione globale e “un'intima conoscenza della psicologia dei popoli arabi. Anche in Afghanistan Porzio conduce da solo le proprie
indagini, in quanto ritiene che ottenere un embedding
con gli americani non sia vantaggioso e quello italiano non gli permetterebbe
di avvicinarsi alle zone di guerra. I governi occidentali costituiscono
l'Office of Strategic Influence, per intervenire preventivamente sul flusso di
notizie in uscita dall' Afghanistan. I media americani, sopratutto Fox News
emittente di Rupert Murdoch, fungono da organo propagandistico del Governo
Americano. In Iraq ottenere il visto è ancora più complicato, il regime di Saddam seleziona i giornalisti
in base all'importanza della testata e alla fiducia che ripone nei singoli
inviati, essere accreditati sognifica quindi sottostare a dei compromessi e a
delle regole molto rigide che influenzano inevitabilmente la libertà d'espressione del giornalista.
Dopo
l'impiccagione di Saddam accreditarsi diventa ancora più complicato. Oltre
a tesserino stampa, lettera del giornale e passaporto, è necessario
firmare l'elenco delle “ground rules” e la liberatoria
in caso di morte o ferimento. I giornalisti vengono schedati attraverso foto
digitali, dell'iride e attraverso la rilevazione delle impronte. La procedura
richiede giorni di attesa, dopodiché è possibile accedere alla zona verde dei combattimenti,
così diversa dalla
zona rossa teatro di massacri irreali. Il susseguirsi degli attentati e delle
stragi satura l'opinione pubblica occidentale al punto che l'Iraq non ottiene
le prime pagine se i morti non sono almeno centinaia.
Nel corso della guerra poi gli Stati
Unti saranno colpiti da uno scandalo dopo l'altro anche a causa della nuova
tecnologia (blog, MySpace, You Tube e le prime piattaforme sociali) che
permette ai soldati di contattare le famiglie raccontanto il vero volto della
guerra senza la possibilità di censura e anche all'imtervento dell'emittente
televisiva Al-Jazeera che trasmette video esclusivi di americani che torturano
prigionieri di guerra. “The worst US
foreignpolicy disaster since Vietnam”, affermerà
Patrick Cockburn.
Le parole di Giovanni Porzio raccontano
il mondo dell'informazione con crudo realismo. Dalle cronache del giornalista
emergono realtà ben diverse da quelle mostrate dai media, evidenziando
ancora una volta come il lavoro del reporter sia condizionato da fattori
esterni alla volontà di
riportare i fatti oggettivamente.
La censura, durissima in tempo di
guerra da sempre, dal 1991 viene però lentamente aggirata. Nel suo racconto Porzio ci mostra
come dal tempo di "Tempesta nel deserto", in cui o eri embedded e
sottostavi a regole stabiilite dall'alto o non potevi avere informazioni, si è passati alla figura del non-embedded, quel giornalista
che riesce a muoversi autonomamente, a suo rischio e pericolo, non legato però a leggi di censura. Questo è possibile anche ai nuovi media che rendono il collegamento
con la propria redazione possibile o, ai nostri giorni, addirittura immediato.
Nel libro di Porzio la narrazione
autobiografica si intreccia con il racconto storico e la critica. Questi
molteplici piani di racconto ci permettono di avere una visione a tutto tondo
della guerra, sia dal punto di vista umano dei vari paesi in guerra
contrapposti, sia dal punto di vista di un'esperto di informazione che analizza
i mezzi di comunicazione coinvolti. I media mondiali, durante queste guerre,
sono spesso anche loro impegnati in un conflitto interno per manipolare la
pubblica informazione per ottenere consenso alla guerra stessa. Giovanni Porzio
si sofferma più volte su quanto è facile e poco impegnativo dividere i "noi"
buoni da "loro" cattivi e da sconfiggere. Divisione che anche
oggigiorno è più volte ripresa come argomentazione valida per
indottrinare le masse non interessante ad acquisire una visione critica della
realtà.
L'inviato di Panorama ha inoltre
evidenziato come vengano ancora usati organi specifici per il controllo
dell'informazione, non sono per la salvaguardiadelle operazioni militari; L'Osi
(Office of Strategic Influence) creato e gestito dal Pentagono in
corrispondenza della guerra in Afghanistan è stato chiuso nel 2002 "travolto dalle polemiche:
era emerso con evidenza che il suo obiettivo era fornire deliberatamente ai
media false informazioni e notizie manipolate".
Oltre ai conflitti il libro è una splendida e emozionante testimonianza di lavoro
giornalistico ed esperienza sul campo in zone di guerra. Un cambiamento degno
di nota nel lavoro è
dato sopratutto dal fatto che una volta il giornalista era considerato un
narratore necessario sul campo di battaglia, una terza entità. Ora invece non è più così; il giornalista è considerato come merce di scambio da rapire per avere il
riscatto o un potere sul nemico. La dedizione delle persone che si dedicano
alla ricerca della notizia, nonostante tutto il pericolo, è più che mai lodevole e credo che sia questo che Porzio
volesse far trasparire dalle sue pagine raccontanto la sua storia ma anche
quella dei suoi colleghi e collaboratori. Dietro alle notizie e ai reportage di
giornali e telegiornali, infatti, c'è chi mette in pericolo la propria vita per raccontare ciò che accade in
guerra, per essere poi talvolta censurato o rimproverato da governi, dalla
società o anche dalla
propria redazione per aver raccontato troppa
verità.
Purtroppo,
come si è sempre verificato, non è possibile raccontare oggettivamente una guerra sui
giornali o in tv, dove variabili come spazio e tempo si legano alle esigenze
del mezzo di comunicazione e alla linea editoriale e politica del media. Il
lettore quindi non può permettersi di apprendere una notizia passivamente ma
deve documentarsi il più possibile attraverso fonti diverse per avere una visione
più completa dei
fatti e poter raggiungere un'opinione personale.
Erika Repetto
Giovanni Porzio
Cronache dalle Terre di nessuno, sedici anni da inviato
sulla linea del fuoco.
Guerre, informazione, propaganda
Troppa editore, Milano, 2007.
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Recensione
13 febbraio 2015
Il tempo del New Journalism
La necessità è la madre dell'invenzione». Si apre con questa citazione del biologo premio Pulitzer Jared Diamond, il libro sui cambiamenti dei media di Marco Pratellesi, «New journalism: dalla crisi della stampa al giornalismo di tutti», edito da Bruno Mondadori. L'autore, docente alla Scuola di giornalismo «Walter Tobagi» di Milano e responsabile dei siti del Gruppo Espresso, può essere considerato uno dei massimi conoscitori degli eventi che hanno segnato il modo di fare giornalismo nel mondo.
NECESSITÀ E INVENZIONE - Necessità e invenzione. Due termini chiave che guidano il lettore all'interno della guida di Pratellesi. La necessità di cambiamento di un settore in continua evoluzione come la comunicazione ha portato a nuovi scenari che hanno condizionato in maniera irreversibile il lavoro del giornalista. Pratellesi lo sa bene, perché insieme a Marco Bardazzi (ora firma de La Stampa), ideò nel 1997 Reality Magazine, piattaforma definita dall'Ansa una «palestra del giornalismo web». Una piccola stanza, due computer collegati via modem e una piattaforma fornita da un amico provider. Tanto è bastato, insieme a una ingente dose di intuizione, per portare Reality Magazine a essere uno dei primissimi punti di riferimento dell'informazione online. Questa esperienza ha permesso a Pratellesi di portarsi avanti di quasi dieci d'anni rispetto ai loro colleghi. Quei colleghi che li prendevano di mira nella redazione de La Nazione, nei primi tempi di lavoro dell'edizione online: «Ma che fate tutto il giorno in quella stanza a giocare con i computer?». Di lì a poco, scrive l'autore, «anche i colleghi della carta cominciarono a capire cosa stavamo facendo».
GIORNALISMO A 360 GRADI - Il testo di Pratellesi è una testimonianza imprescindibile per chi si vuole avvicinare al mondo del giornalismo. E quindi a quello dei new media. Già, perché come sostiene l'autore, chi vuole fare questo lavoro non può permettersi di limitare le proprie capacità a un solo campo. Pc, taccuino, registratore e videocamera: il giornalista del ventunesimo secolo deve saper interagire a 360° con tutti i canali di comunicazione. Questo è il nuovo giornalismo, questo è il mondo di internet: una realtà in continuo aggiornamento e che non si ferma mai. Pratellesi, con una scrittura chiara e un piglio coinvolgente, sa condurre l'aspirante giornalista verso i passaggi chiave che hanno segnato gli ultimi anni dell'informazione. Dal sexgate di Clinton che nel 1998 diede prova delle potenzialità della rete e dell'immediata diffusione delle notizie, ai problemi di chi, come le testate cartacee, ha dovuto contenere l'onda d'urto del giornalismo online, del giornalismo di tutti. Come il Guardian che, dal giugno 2006, ha intrapreso la politica del «web first»: scrivere prima per la rete e poi per la carta. Pratellesi riporta le parole di Alan Rusbridger, direttore del giornale inglese: «Se non capiamo che siamo in competizione con avversari che possono anticiparci di 12, 18 o anche 24 ore sulle notizie, diventeremo inutili».
SOCIAL E CRISI - New media vuol dire social network, vuol dire Twitter. Un terreno in cui lo stesso Pratellesi si muove con naturalezza: il suo profilo (https://twitter.com/marcoprat), che fornisce notizie e utili approfondimenti, conta più di 12 mila follower. Twitter è una fonte continua d'informazione da cui attingere (ma con una attenta selezione delle fonti) e un megafono dato in mano agli utenti, sempre più protagonisti e produttori delle notizie. New media vuole dire crisi della stampa, che si è dovuta adeguare all'approdo su internet (con buona pace dei dinosauri del giornalismo). Di qui nascono le annose questioni che hanno tormentato e tormentano le principali testate mondiali: le notizie su internet si mettono a pagamento o «free»? Pratellesi snocciola una serie di esempi pratici, come gli abbonamenti del New York Times o il modello Axel Springer, editore di quotidiani come Die Welt e Bild, che ha puntato tutto sulla rete: «la nostra finalità non è stampare carta, è comunicare». Spunti di riflessione sul mondo del giornalismo che si possono trovare anche sul blog di Pratellesi, Mediablog (http://pratellesi.blogautore.espresso.repubblica.it/).
UN BUON MOMENTO - Storia dei nuovi media ma anche consigli pratici a chi si sta avvicinando al vorticoso mondo dell'informazione online: come usare Twitter, i blog o, più di tutto, «farsi trovare». Pubblicato dodici anni fa e riaggiornato nel 2008 e 2013, il manuale di Pratellesi può considerarsi già superato dal costante fermento dei new media. Ma, giunto alla terza ristampa, rimane un caposaldo fondamentale che sa fornire un quadro generale dell'evoluzione degli strumenti ormai imprescindibili per un giornalista. Con un consiglio che, in fondo, può incoraggiare chi si affaccia al mondo del giornalismo ai tempi della crisi. Scrive Pratellesi: «La crisi dell'editoria coincide con l'epoca di massima abbondanza di giornalismo. Nonostante il pessimismo che si respira nelle aziende editoriali martoriate dai tagli, è ancora un buon momento per fare il giornalista».
Daniele Zanardi
Marco Pratellesi
New journalism: dalla crisi della stampa al giornalismo di tutti
Bruno Mondadori, Milano, 2013, 237 pp. (terza edizione)
NECESSITÀ E INVENZIONE - Necessità e invenzione. Due termini chiave che guidano il lettore all'interno della guida di Pratellesi. La necessità di cambiamento di un settore in continua evoluzione come la comunicazione ha portato a nuovi scenari che hanno condizionato in maniera irreversibile il lavoro del giornalista. Pratellesi lo sa bene, perché insieme a Marco Bardazzi (ora firma de La Stampa), ideò nel 1997 Reality Magazine, piattaforma definita dall'Ansa una «palestra del giornalismo web». Una piccola stanza, due computer collegati via modem e una piattaforma fornita da un amico provider. Tanto è bastato, insieme a una ingente dose di intuizione, per portare Reality Magazine a essere uno dei primissimi punti di riferimento dell'informazione online. Questa esperienza ha permesso a Pratellesi di portarsi avanti di quasi dieci d'anni rispetto ai loro colleghi. Quei colleghi che li prendevano di mira nella redazione de La Nazione, nei primi tempi di lavoro dell'edizione online: «Ma che fate tutto il giorno in quella stanza a giocare con i computer?». Di lì a poco, scrive l'autore, «anche i colleghi della carta cominciarono a capire cosa stavamo facendo».
GIORNALISMO A 360 GRADI - Il testo di Pratellesi è una testimonianza imprescindibile per chi si vuole avvicinare al mondo del giornalismo. E quindi a quello dei new media. Già, perché come sostiene l'autore, chi vuole fare questo lavoro non può permettersi di limitare le proprie capacità a un solo campo. Pc, taccuino, registratore e videocamera: il giornalista del ventunesimo secolo deve saper interagire a 360° con tutti i canali di comunicazione. Questo è il nuovo giornalismo, questo è il mondo di internet: una realtà in continuo aggiornamento e che non si ferma mai. Pratellesi, con una scrittura chiara e un piglio coinvolgente, sa condurre l'aspirante giornalista verso i passaggi chiave che hanno segnato gli ultimi anni dell'informazione. Dal sexgate di Clinton che nel 1998 diede prova delle potenzialità della rete e dell'immediata diffusione delle notizie, ai problemi di chi, come le testate cartacee, ha dovuto contenere l'onda d'urto del giornalismo online, del giornalismo di tutti. Come il Guardian che, dal giugno 2006, ha intrapreso la politica del «web first»: scrivere prima per la rete e poi per la carta. Pratellesi riporta le parole di Alan Rusbridger, direttore del giornale inglese: «Se non capiamo che siamo in competizione con avversari che possono anticiparci di 12, 18 o anche 24 ore sulle notizie, diventeremo inutili».
SOCIAL E CRISI - New media vuol dire social network, vuol dire Twitter. Un terreno in cui lo stesso Pratellesi si muove con naturalezza: il suo profilo (https://twitter.com/marcoprat), che fornisce notizie e utili approfondimenti, conta più di 12 mila follower. Twitter è una fonte continua d'informazione da cui attingere (ma con una attenta selezione delle fonti) e un megafono dato in mano agli utenti, sempre più protagonisti e produttori delle notizie. New media vuole dire crisi della stampa, che si è dovuta adeguare all'approdo su internet (con buona pace dei dinosauri del giornalismo). Di qui nascono le annose questioni che hanno tormentato e tormentano le principali testate mondiali: le notizie su internet si mettono a pagamento o «free»? Pratellesi snocciola una serie di esempi pratici, come gli abbonamenti del New York Times o il modello Axel Springer, editore di quotidiani come Die Welt e Bild, che ha puntato tutto sulla rete: «la nostra finalità non è stampare carta, è comunicare». Spunti di riflessione sul mondo del giornalismo che si possono trovare anche sul blog di Pratellesi, Mediablog (http://pratellesi.blogautore.espresso.repubblica.it/).
UN BUON MOMENTO - Storia dei nuovi media ma anche consigli pratici a chi si sta avvicinando al vorticoso mondo dell'informazione online: come usare Twitter, i blog o, più di tutto, «farsi trovare». Pubblicato dodici anni fa e riaggiornato nel 2008 e 2013, il manuale di Pratellesi può considerarsi già superato dal costante fermento dei new media. Ma, giunto alla terza ristampa, rimane un caposaldo fondamentale che sa fornire un quadro generale dell'evoluzione degli strumenti ormai imprescindibili per un giornalista. Con un consiglio che, in fondo, può incoraggiare chi si affaccia al mondo del giornalismo ai tempi della crisi. Scrive Pratellesi: «La crisi dell'editoria coincide con l'epoca di massima abbondanza di giornalismo. Nonostante il pessimismo che si respira nelle aziende editoriali martoriate dai tagli, è ancora un buon momento per fare il giornalista».
Daniele Zanardi
Marco Pratellesi
New journalism: dalla crisi della stampa al giornalismo di tutti
Bruno Mondadori, Milano, 2013, 237 pp. (terza edizione)
12 febbraio 2015
Reportage da Costantinopoli
Costantinopoli è un romanzo scritto da Edmondo De Amicis, in seguito a un breve soggiorno nella città di Istanbul. Il suo viaggio risale al 1874, ma il testo, tratto dalla sua esperienza, venne pubblicato tre anni dopo, nel 1877-1878, dall’editore Fratelli Treves di Milano. Conosciuto specialmente per il libro Cuore, De Amicis è meno noto per i suoi racconti di viaggio, molto presenti in tutta la sua produzione letteraria.
L’autore visita la capitale ottomana in compagnia dell’amico pittore Enrico Yunk, che avrebbe dovuto effettuare degli schizzi per l’edizione illustrata del libro. Siccome morì prematuramente, questo compito fu portato a termine da Cesare Biseo nel 1882.
Il libro di Edmondo De Amicis è una commistione tra vari generi letterari: il diario di viaggio, molto personale e intimo, il reportage, attento a descrivere nel dettaglio tutti gli aspetti naturalistici, sociali, culturali, architettonici della città che visita e della gente che la popola, e, non per ultimo, la guida turistica, attenta a consigliare al lettore-viaggiatore i luoghi da vedere e le cose da evitare. L’opera risulta in questo modo assolutamente moderna e attuale, nonostante risalga al XIX secolo. La caratteristica fondamentale di De Amicis è il suo costante interesse verso il pubblico ed è sempre attento a colpirne gli interessi. Si indirizza direttamente al lettore, in modo tale da coinvolgerlo in ogni passaggio e da mantenere viva la sua curiosità. Utilizza così un linguaggio semplice e diretto, spesso confidenziale, come se dialogasse con un amico.
Tutto inizia con una descrizione molto profonda: "Un gran piacere per me e per il mio amico è la profonda certezza che la nostra immensa aspettazione non sarebbe stata delusa. Su Costantinopoli infatti non ci sono dubbi; anche il viaggiatore più diffidente ci va sicuro del fatto suo; nessuno ci ha mai provato un disinganno. E non c’entra il fascino delle grandi memorie e la consuetudine dell’ammirazione. È una bellezza universale e sovrana, dinanzi alla quale il poeta e l’archeologo, l’ambasciatore e il negoziante, la principessa e il marinaio, il figlio del settentrione e il figlio del mezzogiorno, tutti hanno messo un grido di meraviglia. È il più bel luogo della terra a giudizio di tutta la terra. Gli scrittori di viaggi, arrivati là, perdono il capo".
Le aspettative sono elevate e l’emozione dell’autore trapela in tutte le sue parole, trasmettendola direttamente al lettore. La sua "ansia" è resa ancora più forte dalla coscienza di aspettare questo momento da oltre vent’anni e finalmente è riuscito a guadagnarsi tanta attesa. La sua prima visione di Istanbul è così perfetta che si domanda con quali parole potrà descrivere uno spettacolo simile: "Ed ora descrivi, miserabile! Profana colla tua parola questa visione divina!". Tramite queste riflessioni, molto frequenti nel diario, il suo legame con il lettore è forte, al punto tale da apparire come "uno di loro". Questa caratteristica permette di tessere un filo invisibile con il pubblico, coinvolto psicologicamente e sentimentalmente al racconto.
Nelle descrizioni dei primi giorni a Costantinopoli è forte l’euforia di De Amicis, che la evidenzia con frasi come "strappa un grido all’anima", "mi saltava il cuore", "rimasi a bocca aperta". Passa così in rassegna tutta le caratteristiche sociali, civili, antropologiche, architettoniche di Istanbul. La città è un mosaico di razze e religioni e, per descrivere il gran numero di etnie presenti, utilizza la metafora della varietà di calzature che la gente indossa, sinonimo delle loro origini. Ecco il passaggio molto interessante: "Non guardavo altro che i piedi: passano tutte le calzature della terra, da quella d’Adamo agli stivaletti all’ultima moda di Parigi: babbuccie gialle di turchi, rosse di armeni, turchine di greci, nere d’israeliti; sandali, stivaloni del Turkestan, ghette albanesi, scarpette scollate, gambass di mille colori dei cavallari dell’Asia minore, pantofole ricamate d’oro, alpargatas alla spagnuola, calzature di raso, di corda, di cenci, di legno, fitte in maniera che mentre se ne guarda una se ne intravvedono cento".
La prima meraviglia si tramuta presto in una riflessione sull’umanità: quella processione così carnevalesca, non è altro che la sfilata di tutte le miserie, le follie, le differenti leggi e credenze e, soprattutto, dell’epoca aurea ormai decaduta. Spesso sembra provare una sorta di malinconia verso la città durante la gloria ottomana. Il suo pensiero si lancia sovente nel passato e, di fronte ai segni evidenti della devastazione subita, prova rammarico pensando a ciò che fu. È il sentimento che prova quando visita le mura della città, e per questo consiglia la visita in solitaria, e soprattutto la moschea di Santa Sofia. Spesso si immagina come potesse essere vivere in quell’epoca. Ad esempio girovagando tra i giardini dell’antica reggia ottomana, vagheggia sui tempi che furono. Immagina che quegli atrii ai tempi fossero luogo di intrighi amorosi e di pettegolezzo, politica e questioni economiche e di giustizia, di educazione e di accordi matrimoniali. Prova così un batticuore piacevole, che risulta essere un misto di malinconia e tenerezza.
Come già affermato, il testo in molti passaggi appare come un diario personale, intimo e ricco delle emozioni più profonde che prova De Amicis. Di fronte ad alcuni tramonti o paesaggi spesso sente sentimenti contrastanti di gioia e solitudine, pensa ai propri familiari e amici, effettua riflessioni profonde.
Alle volte invece l’opera appare come una vera e propria guida turistica, nella quale si consigliano al viaggiatore i posti migliori da vedere. Tra di essi abbiamo un’intensa descrizione del Gran Bazar della città, dai quali è impossibile uscire senza aver comprato nulla perché si vende qualsiasi cosa: gioielli, profumi, calzature, tessuti, tappeti, pipe, armi, abiti vecchi, coltelli, spezie, e molto altro ancora.
Per descrivere alcune opere o visioni, spesso le paragona a monumenti o a situazioni europee, note quindi al suo pubblico. L’esempio tipico è la rappresentazione della moschea di Santa Sofia. Per far capire al lettore la grandezza della sua cupola, la relaziona a quella di San Pietro. Guardandole da sotto, appaiono molto simili, data l’enorme circonferenza che le caratterizza. Utilizza il processo opposto per indicare gli stili di vita così diversi tra Istanbul e le principali città occidentali. Ad esempio nel passaggio: "Per chi vive la vita facile, giovanile e leggera di Costantinopoli, è poi difficile adattarsi alle dinamiche delle città europee". Qua c’è un ozio assoluto e il bagno turco rappresenta perfettamente la ricerca del piacere personale. Il supremo desiderio è la quiete e lasciar fare a Dio. Nonostante ciò vi è una vita notturna incredibile. Inoltre lo stereotipo della "nostra" mentalità porta a pensare le donne turche come molto controllate e sottomesse. In realtà dalle parole dell’autore il genere femminile appare emancipato. Le donne escono sempre da sole, anche la sera, e si incontrano con le amiche. Non le si vede mai accompagnate da un uomo. Appaiono moderne e libere. Sorridono molto ai passanti e alle volte salutano, gesto che viene spesso frainteso dagli europei. Indossano piccoli veli intorno al capo e amano acconciarsi i capelli in modi molto particolari. Nelle case vivono in luoghi separati dai mariti, con i quali si incontrano nell’harem. Tutte queste caratteristiche fanno riferimento al ceto benestante, in quanto più le famiglie sono povere, più saranno costrette a condividere gli stessi ambienti, l’educazione dei figli e gran parte della giornata. Infatti la ricchezza divide, mentre la povertà unisce. La donna è molto rispettata e mai verrebbe maltrattata. Inoltre la loro indole è ardita e feroce, anche se di primo impatto risulta dolce e mansueta.
Dato il grande animo che caratterizza la città, De Amicis ritiene che sarebbe un divertimento molto curioso se ci fossero tra i turchi i gazzettini tipici del bel mondo, che conoscono tutto e parlano di tutti. In molti passaggi si denota come Costantinopoli sia uno scritto postumo al suo viaggio. Ne è esempio l’incontro con il sultano Abdul Aziz. Egli è descritto dal popolo come uomo violento e avido, però al lettore appare come buono, mansueto e modesto. Ecco il passaggio che indica la stesura in epoca successiva: "La mano destra del sultano è bianca e ben fatta e saluta. Con questa stessa mano si taglierà le vene nel bagno due anni dopo".
Nel momento in cui la partenza si avvicina ogni aspetto delle giornate passate per tutti gli angoli di Istanbul, così diversi e particolari tanto da fare sembrare tante città in una sola, dà a ogni cosa un leggero colore di tristezza. È come se quelle visioni non fossero già più che ricordi di un paese lontano. Eppure alcune immagini rimangono immobili nella memoria. Ritengo questa riflessione assolutamente vera e profonda e l’ho vissuta in prima persona durante alcuni viaggi.
Lascia Istanbul solo con la frase "Addio…t’abbandono", perché appare difficile spiegare tutti i sentimenti che prova in quel momento.
Al termine del testo il lettore è stato trasportato in un viaggio vivo insieme all’autore, come se fosse stato partecipe con lui all’avventura. Appare sempre di sentir vive le voci, i rumori, gli odori, i profumi. Le descrizioni sono talmente passionali da trasmettere a chi le legge la voglia di partire e di andare a visitare con i propri occhi questa città. Le analisi paesaggistiche di De Amicis sono così precise da rappresentare una sorta di sequenza cinematografica. Con queste pagine di grande eleganza, fece rivivere la capitale dell’Impero Ottomano alla fine del 1800, ai viaggiatori borghesi da salotto dell’epoca, alla ricerca di esotismo.
Giulia Fraschini
Edmondo De Amici
Costantinopoli
Treves, Milano, 1877-1878.
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11 febbraio 2015
Fotogiornalismo: passione, impegno civile e curiosità
Lo Scatto Umano. Viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York, (Laterza), 2014, è un libro nato dalla collaborazione tra il fotoreporter Mario Dondero e l’amico giornalista Emanuele Giordana. I due ci fanno intraprendere un viaggio attraverso la storia del fotogiornalismo raccontata da Dondero e raccolta sotto forma di reportage da Giordana. Il testo segue da vicino i fatti personali, gli eventi e i personaggi che hanno segnato un’epoca, che si intrecciano esposti in un dialogo colloquiale e sereno, in cui il lettore viene agevolmente trasportato nel periodo d’oro del fotogiornalismo. Periodo che Dondero ha vissuto e tanto amato, che adesso sente distante e a cui guarda con nostalgia perché sa che probabilmente non tornerà più, poiché oggi la fotografia è diventata un media comune, attuabile con facilità da chiunque anche attraverso un semplice telefono cellulare, perdendo spesso il suo valore sociale.
Prima di iniziare il vero e proprio reportage viene brevemente raccontata la vita di Mario Dondero, ed è in questo breve excursus che si può rintracciare l’elemento caratterizzante della sua personalità e del suo lavoro: l’humanitas. L’umanità è infatti la chiave di lettura delle sue immagini, di grande valore sociale e politico e che, attraverso scatti provenienti da tutte le parti del mondo, lo hanno portato ad essere uno dei migliori fotografi d’Italia ed Europa, avendo lavorato con illustri nomi del settore e per le più importanti riviste (Il Giorno, L’espresso, Le Monde, The Guardian, The Times). L’umanità di Dondero diventa il cuore pulsante attraverso cui va letto il libro.
Il testo è composto da cinque capitoli principali, titolati con nomi di città, e due intermezzi. La disposizione delle città, rispettivamente: Budapest, Berlino, Parigi-Madrid, Londra-New York e Mosca, non è casuale ma segue da vicino, senza imporre una rigida cronologia di eventi, lo sviluppo storico del fotogiornalismo, attraverso i luoghi dove si sono verificati i fatti più importanti e dove hanno operato i più famosi fotoreporter. In questo contesto è doveroso segnalare i contenuti più significativi.
Il nostro viaggio inizia da Budapest, culla del fotogiornalismo, in cui si sono formati i primi professionisti e i fondatori delle prime agenzie fotografiche; tra cui André Kertész, Robert Capa, Gyula Halasz, Laszlo Moholy-Nagy e Simon Guttmann. Alcuni di loro, accomunati dalle origini ebree, furono costretti a scappare in altre capitali durante il regime nazista, ma prima di quel momento il clima di fioritura intellettuale ungherese favorì la nascita di tale professione.
In seguito l’attenzione si sposta su Berlino, sull’attività dei fotoreporter durante il periodo nazista e, parallelamente, durante il fascismo in Italia. Principale scopo della fotografia fu quello celebrativo e propagandistico delle personalità e delle imprese di Hitler e Mussolini, ma che permise comunque un buono sviluppo tecnico e la nascita di molte riviste del settore. Citando la nascita di alcune riviste tedesche ("Berliner Illustrierte Zeitung"), americane ("Life") e non solo, Dondero ricorda che ottenne il suo primo lavoro come fotoreporter presso l’italiana "Le Ore", cogliendo tale occasione per ricordare tutti coloro che contribuiscono da sempre a creare una rivista ma che non vengono quasi mai menzionati: photoeditor, grafici e impaginatori.
La scena passa quindi a Parigi e poi a Madrid, durante la guerra civile. Qui nasce la vera comunicazione visiva degli eventi, ci si trova di fronte alla rappresentazione della tragedia in un modo mai visto prima. In Spagna si incrociano molti importanti fotoreporter e scrittori dell’epoca, ma sono due le figure che spiccano nel racconto di Dondero: Rober Capa (pseudonimo di Endre Ernò Friedmann), che in tale occasione acquisì fama mondiale e sua moglie Gerda Taro (Gerta Pohorylle), conosciuta a Parigi, che purtroppo morì solo un anno dopo l’arrivo in Spagna nel ‘37.
Rober Capa fu senza dubbio la fonte di ispirazione che spinse Dondero a dedicarsi alla fotografia e a lui viene dedicato tutto il secondo intermezzo. Pur non avendolo mai conosciuto di persona, Dondero ne parla con ammirazione e nostalgia, riprendendo i momenti salienti della sua vita, che lo portarono a realizzare celebri servizi, carichi di umanità e passione, in giro per il mondo e alla fondazione dell’agenzia "Magnum Photo" con Henri Cartier-Bresson.
Nel dopoguerra sono soprattutto Londra e New York a dominare il mercato delle immagini. Va affermandosi uno stile tutto anglosassone, attento all’aspetto tecnico e alla pulizia dell’immagine. Si ricordano le campagne fotografiche volute da Roosevelt per il Farm Security Act a cui presero parte molti giovani talenti. È difficile condensare un discorso sugli Stati Uniti per via delle diverse tipologie di fotografi che vi lavorarono, tra i cui protagonisti spiccano: Lewis Hine, che ritrasse l’arrivo degli immigrati negli States e Arthur Felling, in arte Weegee, testimone con i suoi scatti delle notti americane e delle scene del crimine. Importanti risultano anche i fotografi "embedded" che documentarono le spedizioni militari, ma furono costretti a immortalare solo quanto concesso dalle autorità, come durante la guerra del Vietnam.
Il nostro percorso attraverso il fotogiornalismo si conclude nell’Urss e in città come Praga o Varsavia che spesso vengono dimenticate a causa della barriera fisica e ideologica provocata della Guerra Fredda. Nonostante tutto furono presenti sulla scena abili professionisti al servizio della potenza sovietica, sia durante il conflitto mondiale che durante la ricostruzione post-bellica, ma le cui immagini rimasero spesso segretate nei fascicoli militari. Tuttavia, a parte qualche caso sporadico, il mondo della fotografia al di fuori dell’Europa e degli USA, rimane perlopiù sconosciuto.
In conclusione si può affermare che il fotogiornalismo è cambiato molto negli anni, con l’avvento della televisione prima e di internet e della tecnologia digitale dopo; l’immagine fotografica ha perso un po’ della sua importanza, ma non si può dimenticare la storia che ci ha portati fino ad oggi, fatta di grandi "scatti" e grandi personalità italiane, europee e mondiali, che hanno segnato il Novecento e dato forma ad un mestiere, quello del fotogiornalista, che come sostenuto da Dondero è un lavoro animato da passione, impegno civile e curiosità.
Carlotta Chirico
Lo scatto umano. Viaggio nel fotogiornalismo
da Budapest a New York
Laterza, Roma-Bari, 2014.
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10 febbraio 2015
Studiare il giornalismo
Il saggio Studiare
giornalismo di Carlo Sorrentino ed Enrico Bianda è un tentativo di analisi
del mondo giornalistico come campo di negoziazione all'interno del quale si
muovono vari attori.
Il volume (edito da
Carocci, Roma, 2013) si apre con una riflessione sulla comunicazione: sono analizzati
i vari fattori presenti nell'atto comunicativo, e si conferma che la selezione
è caratteristica ineliminabile di ogni atto comunicativo. Qualsiasi atto
comunicativo infatti, anche quello più banale, è frutto di una selezione:
scegliamo l'argomento da trattare, l'interlocutore e il contesto. E' proprio
questa la base per fare giornalismo. E nel giornalismo, più che in ogni altro
ambito comunicativo, dalla descrizione della realtà ne scaturisce per forza una
ricostruzione: la notizia non è mai il fatto, non è quanto avvenuto, bensì il
suo resoconto. I media infatti selezionano, gerarchizzano e presentano i fatti
che accadono. Gli autori precisano più volte nel corso della prima parte che il
giornalismo non rispecchia la realtà, bensì la seleziona e la riproduce,
attraverso varie modalità di ricostruzione. Sorrentino arriva quindi a
introdurre il concetto di negoziazione giornalistica, illustrando quali sono i
soggetti che ne fanno parte (media, pubblico e fonti) e quali sono i loro
ruoli.
Gli autori analizzano poi
le origini della nozione di sfera pubblica e gli sviluppi della nozione stessa,
con particolare riferimento al contributo del sociologo britannico Thompson e
del filosofo tedesco Habermas, e si arriva all'affermazione dell'importanza del
giornalismo in una società così complessa come la nostra. E' vero, sì, che il
giornalismo è una di quelle cause principali di affollamento di fatti e idee
che complessificano il mondo sociale, ma è altrettanto vero che il lavoro di
ricostruzione dei fatti prevede una messa in ordine di una realtà che si fa
sempre più densa e affollata.
Ma un mondo così vasto
come quello giornalistico si può spiegare solo attraverso il concetto di campo?
Non rischia in qualche modo di essere appiattito/banalizzato? Sorrentino e
Bianda tentano allora di spiegare il giornalismo attraverso il concetto di
ecosistema superando quello di campo. All'interno di un ecosistema, dal punto
di vista scientifico, i soggetti sono tra loro in relazioni interdipendenti: nello
stesso modo sono i componenti dei processi comunicativi. Essi operano
all'interno di una struttura complessa, estesa, dinamica: le relazioni tra loro
sono continue, così come possibili sono le relazioni tra loro e qualsiasi altro
ambiente esterno. Grazie a questo punto di vista l'approccio ci permette di
superare il discorso di campo come spazio circoscritto all'interno del quale
gli attori agiscono solo in un quadro di relazioni pre impostato, e di
accogliere la tecnologia come dimensione estremamente incidente sulla
negoziazione giornalistica.
L'attenzione si sposta poi sul tema italiano, proponendoci una riflessione sulla nostra
storia: a causa della tardiva alfabetizzazione e del lentissimo sviluppo del
mercato pubblicitario, in Italia non si è sviluppata come negli altri paesi la
caratteristica distinzione manichea tra stampa popolare e stampa di qualità,
bensì un modello unico elitario, che progressivamente grazie
all'alfabetizzazione del paese e la crescita economica ha finito per costituire
un modello unico elitari in cui sono confluite le caratteristiche di entrambi i
tipi di stampa: si spazia infatti dalla vera stampa di qualità, con commenti e
opinioni espressi attraverso gli editoriali, alla così detta soft news, ovvero
quelle notizie leggere pubblicate per suscitare la curiosità popolare piuttosto
che per la sua effettiva rilevanza.
Gli autori poi delineano
in modo chiaro e conciso quella che è stata la storia del giornalismo italiano:
la storia di un mestiere che fa fatica a stare allineato con i modelli di
giornalismo che si affermano nelle altre nazioni europee a causa di una
popolazione che è in ritardo e con il fiato corto. L'alfabetizzazione tardiva e
l'industrializzazione lenta non permettono all'Italia di svilupparsi come vorrebbe,
sino all'avvento del fascismo, che, volente o nolente, accentua il profilo
pedagogico ma soprattutto politico di un giornalismo ancora acerbo.
Sorrentino e Bianda sono
molto esaustivi nel "raccontarci" la ricerca dell'avvenimento e i
compiti di colui che la cura sino a farla diventare notizia (gatekeeper), la
redazione di un articolo (dall'abc nelle fasi preparatorie alla messa in pagina
dell'articolo finito) e l'organizzazione del lavoro all'interno delle redazioni
italiane. Essi analizzano, infatti, la rilevazione di nuove logiche nel
processo produttivo, e trattano della nascita di nuove figure all'interno delle
redazioni: il cronista, l'inviato, la figura del deskista. Oltre al
professionista vi sono anche altri soggetti, ovvero le fonti e il pubblico.
Secondo gli autori, tuttavia, da qualche anno a questa parte possiamo parlare
anche di quarto soggetto: l'apparato tecnologico, sempre più presente
all'interno di redazioni, e sempre più utile al fine di ri-mediare le notizie.
Gli autori
non dimenticano di elencare i criteri di notiziabilità mettendo in luce
soprattutto quelli legati al mezzo, al prodotto, alla concorrenza e al target
di riferimento.
L'ultima parte del volume
analizza i principali ambiti del giornalismo: la cronaca (distinguendo
attentamente quella bianca da quella nera, arrivando a quella rosa); lo sport,
come principale esempio di giornalismo popolare altamente portato per le
logiche giornalistiche in quanto comprende insieme il carattere della
programmabilità dell'evento ma anche quello dell'imprevedibilità del risultato;
la cultura, il nostro merito per la terza pagina da quel lontano 10/12/1901
fino ad arrivare agli approfondimenti odierni di costume e società; e la
politica, da sempre gioia e dolore del giornalismo italiano.
Con continuo riferimento
alla tecnologia, vista come un aiuto piuttosto che come una sostituzione, il
manuale pone l'accento su un mondo veloce, in continuo aggiornamento, così come
lo sono le notizie, che cambiano giorno dopo giorno. Un volume a quattro mani
minuzioso ma non stucchevole, chiaro ma non banale, sicuramente utile a chi
vuole fare del giornalismo un mestiere senza convinzioni obsolete.
Giorgia Russo
Carlo Sorrentino - Enrico Bianda
Studiare giornalismo
Carocci, Roma, 2013.
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Genova in redazione
Giovanni Ansaldo
Memorie
vol. I (1920-1925); vol. II (1926-1930)
Prefazione di Giuseppe Marcenaro
Nino Aragno editore, Torino, 2014.
Descrizione
Le Memorie, cioè i diari di Ansaldo degli anni Venti integrati dalla sua
corrispondenza con personalità del mondo politico e culturale del tempo,
offrono una rappresentazione in presa diretta di un intero decennio visto
attraverso la penna caustica e ironica, caricata di inchiostro all'acido
prussico, di un osservatore incline allo scetticismo.
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Memorie
vol. I (1920-1925); vol. II (1926-1930)
Prefazione di Giuseppe Marcenaro
Nino Aragno editore, Torino, 2014.
Descrizione
Le Memorie, cioè i diari di Ansaldo degli anni Venti integrati dalla sua
corrispondenza con personalità del mondo politico e culturale del tempo,
offrono una rappresentazione in presa diretta di un intero decennio visto
attraverso la penna caustica e ironica, caricata di inchiostro all'acido
prussico, di un osservatore incline allo scetticismo.
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Grandi firme,
Libreria,
Storia del giornalismo
09 febbraio 2015
Con la morte negli occhi
Domenica pomeriggio in una tranquilla cittadina di provincia. Una manciata di ragazzini gioca nel cortile sotto casa. Questo è normale. Giocano alla guerra. Anche questo è abbastanza usuale. All’improvviso uno di loro grida: “Bruciamolo! Bruciamolo!” E questo è meno banale. Ai ragazzi chiedo perché vogliono bruciare quel loro amico. La risposta è lacerante: “Perché è nostro prigioniero! Perché noi siamo i più forti come quelli vestiti di nero che abbiamo visto in tv!”.
L’emulazione è
prodotto pericoloso, capace di dissesto mentale anche in tenera età. Questi non
sono ragazzi di strada. Sono figli di gente perbene. Vanno a scuola, fanno i
compiti, vanno in vacanza, praticano sport. Ragazzi normali. Ma nella loro
mente esiste qualcosa che si prende gioco dei loro sentimenti come della loro
ingenuità. È la voglia di imitare il racconto del mondo visto attraverso la
televisione o internet. Il mondo degli adulti. Di quegli adulti che molto
spesso li parcheggiano davanti a tv e web senza la dovuta attenzione. Così i
ragazzi raccontano storie di torture. Inventano scenari di guerra. Provano armi
su palcoscenici virtuali. Fino a quando costruiscono il loro film. Che passa
dal loro immaginario al mondo reale con la rapidità di un tweet.
Basta poco per
imprimere nella loro memoria scene di orrore. Talmente poco che la torcia umana
chiusa in una gabbia del pilota giordano arso vivo dall’Isis, ora visibile da
chiunque su internet, è già diventata oggetto di gioco. Certamente svago poco
creativo.
Comunicare gli
orrori delle guerre è un dovere dell’informazione. Fare vedere certe immagini
di quegli stessi orrori è scelta mediatica, non culturale. Se si deve
raccontare di un uomo arso vivo, non servono foto o video per immaginare
l’efferatezza di quell’azione. Non si aggiunge niente al raccapriccio facendolo
vedere. Anzi, si toglie qualcosa. La possibilità di immaginare che non sia
vero, la speranza che l’uomo non sia capace di essere proprio così bestiale. Ma
la legge dell’audience e del video “più-cliccato” fanno della
video-documentazione un pretesto per aumentare il fatturato. Se è apprezzabile
la scelta di Mentana nel tg La7 di non mostrare quel filmato, non si capisce
come nella stessa rete, in prima serata, Servizio Pubblico di Santoro sceglie
di annunciare che il video integrale è reperibile sul web. Per prendere
coscienza delle atrocità della guerra e dei mostri che la combattono è forse
indispensabile fare vedere il corpo carbonizzato di un uomo e sentire le sue urla
mentre brucia vivo? Non si rischia di fare un favore alla propaganda dell’Isis
divulgando immagini così terribili? Dietro la libera fruizione
dell’informazione non si annida il gusto estremo per un sadismo perverso? Eh,
già! Un film dell’orrore fa molti più incassi se tratto da una storia vera. Ma
non è solo questo.
“Se avesse potuto comunicare così oggi che
mondo sarebbe?” è lo slogan di un bellissimo spot di dieci anni fa per la
Telecom. Lo spot è ricordato per le parole e la voce originale di Gandhi che
dalla sua povera capanna, attraverso l’occhio di una webcam, proietta la sua
idea di pace tra i popoli in tutto il mondo, finendo sullo schermo di un
computer, sul video di un cellulare, sul maxischermo di Time Square a Londra e
della Piazza Rossa a Mosca. Chissà se Spike Lee, mentre girava lo spot, avrebbe
immaginato cosa, dopo dieci anni, sui maxischermi che, nella sua idea, volevano
sembrare fondamentali per cambiare il corso della storia, si sarebbe
proiettato. Siamo a Raqqa, in Siria, dove all’agghiacciante spot del pilota
giordano Moaz al-Kasasbeh arso vivo, assiste una folla di sostenitori dell’Isis
che applaudono festanti mentre le fiamme lo inghiottono. Un’esecuzione in
diretta. Ora visibile anche on demand
sul computer di casa. Al macabro spettacolo assistono anche bambini. Uno di
essi, di soli sei anni, dichiara: “voglio catturare i piloti e bruciarli”. Come
i ragazzi nel cortile sotto casa la domenica pomeriggio.
Comunicare la
guerra, purtroppo, si deve. Comunicare l’orrore, per fortuna, si può evitare. È
ora che anche l’informazione ne diventi consapevole.
La propaganda
di guerra è una macchina terribile. Una volta messa in moto non si ferma più. Nemmeno
davanti agli occhi dei bambini. Così, ad essere bruciata non è solo la vita di
un uomo, ma è l’anima di quei bambini che guardano la follia omicida degli
adulti scambiandola per forza. Bambini che sentono le urla di dolore di chi
arde vivo ma non il puzzo fetido della viltà di chi li indottrina. Bambini che
vanno a dormire senza favole e senza sogni. Con la morte negli occhi.
Anna
Scavuzzo
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