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20 maggio 2017
Nascita e morte del giornalismo americano?
''La stessa categoria giornalismo non è più adeguata a descrivere la frammentazione dei formati e dei messaggi. La moltiplicazione di canali televesivi, la crescità di Internet, il successo della radio parlata, la proliferazione di prodotti paragiornalistici ci dovrebbero indurre a discutere di vari giornalismi, molti dei quali hanno una parentela assai vaga con quell'industria di raccolta organizzata dalle notizie di interesse generale che eravamo abituati a conoscere.''
Fabrizio Tonello, insegnante di Storia del giornalismo nell'Università di Padova, con questo libro vuole proporre un analisi storica e sociale su come questo mondo stia cambiando e per approfondire l'argomento prende gli Stati Uniti d'America come caso studio.
Nelle varie pagine il lettore sarà trasportato in un viaggio che comincia nel
1733 e finisce ai giorni nostri, affrontando i temi della libertà d'espressione, della nascita della penny press, di come lo sviluppo tecnologico ha influenzato il modo di dare la notizia, dal telegrafo che creò la tecnica delle 5w a internet che sta distruggendo il giornalismo tradizionale o di fare notizia dai cosidetti muckrakers all'infotaiment.
Un altro elemento su cui si sofferma l'autore riguarda come i media trattino certe notizie, addirittura quasi manipolandole per renderle più vendibili e cariche d'interesse all'opinione pubblica, e di come questo sia molto più evidente e alla luce del sole dopo i tragici eventi dell'11 Settembre.
E' interessante notare come le notizie si modifichino e adattino sui vari cambiamenti sociali che hanno coinvolto l'America in quasi tre secoli di storia e come questo sia tuttora in divenire.
Un chiaro esempio sono state le elezioni americane e le varie raffigurazione fornite da vecchi e nuovi media per veicolare i voti a favore di un candidato o del suo avversario creando immagini stereotipate e spostando l'attenzione evitando di soffermarsi sui contenuti che ognuno proclamava durante la propria campagna elettorale.
L'unico difetto che si può riscontrare è che molti temi sono stati solo accennati e non trattati, forse con la dovuta attenzione, ma a sua difesa, l'autore dichiara esplicitamente nelle prime pagine del libro che questo modo di scrivere come limite della collana stessa, (Bussole) con la quale lo pubblica, quindi è consigliato più a persone appassionate dell'argomento o studiosi in questo campo rispetto a curiosi dell'ultima ora o lettori da spiaggia.
''Potremmo essere alla vigilia di una nuova fase in cui il giornalismo tradizionale muore, per rinascere sotto forma di comunicazione diffusa''
Nicolò Granone
Fabrizio Tonello
Il giornalismo americano
Carocci, Roma, 2013 (prima edizione 2005).
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19 maggio 2017
Kapuścińki nel turbine della storia
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo nasce da una mancanza e da un desiderio di completezza. Il precedente libro sulla straordinaria esperienza di Kapuściński, Autoritratto di un reporter, stessa curatrice, stesso editore, stessa traduttrice (Vera Verdiani), lasciava nell’ombra troppe riflessioni, osservazioni e impressioni sul mondo prodotte negli anni dal reporter polacco. Una sapienza e una conoscenza che non potevano andare perse.
Il libro è un mosaico di citazioni tratte da conversazioni e interviste affrontate negli anni da Kapuściński, composto con coerenza in nove capitoli che, attraverso un criterio geografico, vanno a indagare tutti i principali sconvolgimenti e mutamenti che hanno modificato il mondo dagli anni Sessanta (cioè da quando il reporter divenne corrispondente estero dell’agenzia di stampa polacca PAP) ai Novanta inoltrati. Il risultato è un volume multitematico che non vuole proporre soluzioni o visioni statiche del mondo, ma che, attraverso l’esperienza e la testimonianza di un eccezionale protagonista dell’informazione come Kapuściński, invita a riflettere sui cambiamenti che ci circondano e che sono costantemente in atto, tanto veloci e imprevedibili che è impossibile, e sterile, sintetizzarli in una formula fatta e finita.
Nel turbine della storia ci offre la narrazione dei principali eventi storici della seconda metà del XX secolo attraverso la voce di un testimone di prim’ordine, un reporter con la vena dello storico, che vuole descrivere ed esplorare la storia nel suo farsi. Sono evocati tutti gli eventi storici ai quali Kapuściński assistette in quasi cinquant’anni di viaggi e reporting: dalla nascita del Terzo Mondo e dalla decolonizzazione di Africa e Asia alle rivoluzioni e le “guerre fra poveri” dell’America Latina; dall’espansione dell’Islam al tramonto dell’Europa come ombelico del mondo; dalla caduta dell’URSS agli effetti della globalizzazione, senza dimenticare la nascente civiltà del Pacifico.
Attraverso i suoi viaggi, il giornalista polacco non ha solo girato ma ha soprattutto conosciuto il mondo: la profondità di analisi e la curiosità intellettuale che lo muovevano gli hanno permesso di andare oltre la superficie degli eventi. Inoltre la costante riflessione sullo stato delle cose ha sviluppato in lui un fiuto, quasi una preveggenza, che lo ha portato spesso a essere là dove gli sconvolgimenti stavano per verificarsi.
Il libro, perciò, non parla solo di rivoluzioni, rotture di equilibri e riassestamenti, delle tendenze che ancora oggi plasmano il mondo ma soprattutto di un modo di osservare e documentare la storia: l’eredità di Kapuściński, conoscitore del passato e studioso del suo presente. Proprio per questo il libro tratta del XX secolo ma il titolo cita Riflessioni sul XXI secolo: perché è attraverso la storia di ieri che possiamo capire il nostro presente. È anche questo che ci insegna Kapuściński.
Micol Burighel
Ryszard Kapuścińki
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano, 2015, 191 pp.
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18 maggio 2017
Catastrofi e grandi firme
“Quando fanno i giornalisti, spesso i veri scrittori sono i meno “letterari”. E’ questa la cifra esplicativa di: “Catastrofi, i disastri naturali raccontati dai grandi reporter”. Sei racconti tra giornalismo e narrazione, informazione e romanzo che ripercorrono le vicende e i fatti di altrettante sciagure naturali: L’uragano Katrina che sconvolse New Orleans nel 2005, il grande terremoto cinese del 1976; i sismi che sconvolsero San Francisco nel 1906 e Yokohama 1923; le devastazione dell’uragano Diane e ancora il terremoto che colpì la Turchia nel 1999. Le firme sono quelle prestigiose di Jack London, Ernest Hemingway, John Hersey, Qiang Gang, Robert Fisk e i cinque inviati del Sun Herald Biloxi che meritarono il Pulitzer nel 2006 nella categoria “giornalismo di pubblica utilità” insieme ai cinque giornalisti del “The Times Picayune” che vinsero il Pulitzer nello stesso anno nella categoria: “giornalismo di pubblica utilità e “notizie dell’ultim’ora” per aver raccontato nei dettagli il cataclisma che colpì duramente New Orleans nell’agosto 2005. Quanto c'è di inevitabile in questi fenomeni? Quanto, invece, è imputabile alla responsabilità umana? E' possibile prevenire? Delle catastrofi naturali si parla sempre troppo tardi, spesso solo quando sono già diventate fatti di cronaca. Passato il coinvolgimento emotivo del momento ci si dimentica di vivere sotto la minaccia delle forze naturali e si tende a negare o a sottovalutareil rischio. Il libro si sviluppa attraverso il racconto di alcune delle grandi catastrofi naturali che porta con sé la riflessione generale sul rapporto tra uomo e natura e su come il primo abbia portato alle estreme conseguenze il suo dominio sugli elementi naturali che innesca inevitabilmente una caccia serrata agli errori e alle responsabilità prima,durante e dopo. Raccontare cataclismi e sciagure naturali dove migliaia di persone inevitabilmente perdono tutto porta con sé anche il significato più profondo del “fare giornalismo” nel rispetto dei fatti ma soprattutto delle persone. Implicazioni etiche, dunque, non solo tecniche. Il punto focale del lavoro di questi giornalisti è l’ascolto e l’osservazione, elementi fondamentali del giornalismo oggi caduti quasi in disuso.
La narrazione dei reportages raccolti nel volume sottolinea come le tragedie non richiedono artifici narrativi ma richiedono sobrietà, essenzialità e rispetto. In tutti i reportages è l’uomo e la sua precaria esistenza sottoposta ai continui rischi derivanti dalla natura che si unisce a diritto/dovere di cronaca.
La lezione del Kansas City Star: “Fate frasi brevi, fate pararafi inziali brevi”. E’ questo uno dei dettami contenuti nelle 117 regole del buon giornalista che la testata giornalistica fornisce ai propri inviati tra i quali Ernest Hemingway che confeziona forse il pezzo più brillante e giornalisticamente interessante. Infatti, nel suo racconto di Yokohama l’autore non riporta la data ma entra nel cuore della tragedia riportando le voci dei protagonisti con cui l’autore ricostruisce la drammaticità degli eventi: “non ci sono nomi in questa storia”: ecco l’incipit del reportage che disinnesca subito la morbosa curiosità del “chi è ?” mettendo in primo piano il dolore cupo.
Di grande impatto è anche la narrazione fornita di Jack London del grande terremoto di San Francisco del 1906 di cui fu protagonista in prima persona e di cui fornì la descrizione dopo aver girovagato per due giorni e due notti tra le macerie della città. Essenziale ed efficace l’incipit: “San Francisco è perduta. Non ne rimane niente, se non i ricordi e una frangia di case in periferia". L’autore di Zanna Bianca comincia riferendo del brusco risveglio all’alba del 18 aprile, quando lui e la moglie si caricarono la macchina fotografica in spalla e, spinti da un «misto di orrore e fascinazione», scesero in città. L’autore descrive con grande attenzione l’assenza di panico e l’avanzata degli incendi che si stavano mangiando la città, ma il cuore del reportage è la narrazione della fatica di chi era riuscito a salvare una parte dei propri averi riposti in bauli che erano trascinati lontano dalle zone rosse e posti in salvo.
Il volume è anche una descrizione dell’essenza del lavoro del giornalista. Per raccontare gli eventi i sei giornalisti hanno raggiunto i luoghi del disastro per osservare e raccontare, vivere la disperazione e la speranza delle vittime in antitesi con quella che è caratteristica contemporanea della professione: ossia scrivere ed informare stando seduti davanti ad un computare raccogliendo informazioni attraverso la rete.
Altri due cardini dell’antologia curata da Simone Barillari sono il pezzo di John Hersey, uscito sul «New Yorker» del 17 ottobre 1955, sull'uragano che poche settimane prima aveva distrutto la cittadina di Winsted, nel Connecticut. La forza della narrazione di tutto ciò che è accaduto nella notte in cui si scatenò la tempesta sta nell’unico punto di vista di una testimone. L’altro pezzo di grande impatto è Il grande terremoto cinese raccontato da Qian Gang, dedicato alla catastrofe di Tangshan del 28 luglio nel 1976. «Senza dubbio, Tangshan mi appartiene», dice. Malgrado il suo reportage fu scritto 10 anni dopo la catastrofe, al termine di un lunghissimo lavoro di ricostruzione. Del giornalista cinese colpisce la seguente riflessione contenuta nel suo pezzo: “Non abbiamo alcun controllo sulla nostra morte fisica, eppure c’è qualcosa negli esseri umani che può trascendere la morte (…) altri, pur senza sfuggire alla loro fine, hanno lasciato sulle macerie del terremoto una testimonianza di vittoria spirituale sulla morte”.
Nel reportage sull’uragano Katrina che colpi New Orleans nell’agosto 2005, il giornalismo acquisisce oltre al suo ruolo naturale informativo anche un ruolo sociale. I cronisti impegnati sul palcoscenico degli eventi con le loro testimonianze sono i contrappesi della cosiddetta informazione di stato che per nascondere tutte le difficoltà e i ritardi dei soccorsi avevano accampato la scusa dell’inagibilità delle strade. Non a caso gli inviati che redassero i reportage e denunciarono le lacune della macchina organizzativa degli USA meritarono nel 2006 il Premio Pulitzer.
Di grande impatto è anche la narrazione fornita di Jack London del grande terremoto di San Francisco del 1906 di cui fu protagonista in prima persona e di cui fornì la descrizione dopo aver girovagato per due giorni e due notti tra le macerie della città. Essenziale ed efficace l’incipit: “San Francisco è perduta. Non ne rimane niente, se non i ricordi e una frangia di case in periferia". L’autore di Zanna Bianca comincia riferendo del brusco risveglio all’alba del 18 aprile, quando lui e la moglie si caricarono la macchina fotografica in spalla e, spinti da un «misto di orrore e fascinazione», scesero in città. L’autore descrive con grande attenzione l’assenza di panico e l’avanzata degli incendi che si stavano mangiando la città, ma il cuore del reportage è la narrazione della fatica di chi era riuscito a salvare una parte dei propri averi riposti in bauli che erano trascinati lontano dalle zone rosse e posti in salvo.
Il volume è anche una descrizione dell’essenza del lavoro del giornalista. Per raccontare gli eventi i sei giornalisti hanno raggiunto i luoghi del disastro per osservare e raccontare, vivere la disperazione e la speranza delle vittime in antitesi con quella che è caratteristica contemporanea della professione: ossia scrivere ed informare stando seduti davanti ad un computare raccogliendo informazioni attraverso la rete.
Altri due cardini dell’antologia curata da Simone Barillari sono il pezzo di John Hersey, uscito sul «New Yorker» del 17 ottobre 1955, sull'uragano che poche settimane prima aveva distrutto la cittadina di Winsted, nel Connecticut. La forza della narrazione di tutto ciò che è accaduto nella notte in cui si scatenò la tempesta sta nell’unico punto di vista di una testimone. L’altro pezzo di grande impatto è Il grande terremoto cinese raccontato da Qian Gang, dedicato alla catastrofe di Tangshan del 28 luglio nel 1976. «Senza dubbio, Tangshan mi appartiene», dice. Malgrado il suo reportage fu scritto 10 anni dopo la catastrofe, al termine di un lunghissimo lavoro di ricostruzione. Del giornalista cinese colpisce la seguente riflessione contenuta nel suo pezzo: “Non abbiamo alcun controllo sulla nostra morte fisica, eppure c’è qualcosa negli esseri umani che può trascendere la morte (…) altri, pur senza sfuggire alla loro fine, hanno lasciato sulle macerie del terremoto una testimonianza di vittoria spirituale sulla morte”.
Nel reportage sull’uragano Katrina che colpi New Orleans nell’agosto 2005, il giornalismo acquisisce oltre al suo ruolo naturale informativo anche un ruolo sociale. I cronisti impegnati sul palcoscenico degli eventi con le loro testimonianze sono i contrappesi della cosiddetta informazione di stato che per nascondere tutte le difficoltà e i ritardi dei soccorsi avevano accampato la scusa dell’inagibilità delle strade. Non a caso gli inviati che redassero i reportage e denunciarono le lacune della macchina organizzativa degli USA meritarono nel 2006 il Premio Pulitzer.
Gianluca Firpo
A cura di Simone Barillari
Minimum Fax, Roma, 2007.
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10 maggio 2017
Migranti e rifugiati:
Mercoledì 10 maggio 2017, h. 16
Aula magna della Scuola di scienze umanistiche
via Balbi 2 - Genova
Il corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria e l’Ordine dei giornalisti della Liguria vi invitano al seminario organizzato nell’ambito della formazione continua dei giornalisti:
"Migranti e rifugiati: la narrazione mediatica della crisi dei rifugiati in Grecia"
con la partecipazione di Dimitra Dimitrakopoulou (Dipartimento di Journalism and mass media dell'Università Aristotele di Tessalonica) e dei giornalisti Donatella Alfonso e Marcello Zinola.
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06 maggio 2017
La delegittimazione del giornalismo
"La delegittimazione del giornalismo libera il potere dal “pericolo” di un giudizio critico, e consente un esercizio di gestione in rapporto diretto – senza “disturbatori” - con la società; Pulitzer ricordava che l'opinione pubblica è la corte suprema di ogni società, ma sottolineava che questo si ha soltanto quando la società è «bene informata». Altrimenti, l'«opinione pubblica» è una pura astrazione concettuale. "
Mimmo Càndito
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29 aprile 2017
In libreria
Diomira Cennamo e Carlo Fornaro
Professione brand reporter
Brand Journalism.e nuovo Storytelling nell'era digitale
Hoepli, Milano, 2017, pp. 277.
Professione brand reporter
Brand Journalism.e nuovo Storytelling nell'era digitale
Hoepli, Milano, 2017, pp. 277.
Descrizione
Grazie
al Web, la comunicazione d'impresa si arricchisce di nuovi strumenti.
Imprese e organizzazioni no profit posso- no comunicare direttamente con
il proprio pubblico diventando editori e fare informazione. Un
cambiamento epocale che richiede lo sviluppo di nuove competenze,
radicate negli ambiti più tradizionali del giornalismo, del marketing e
della comunicazione d'impresa. A queste se ne aggiungono altre, più
specifiche della comunicazione digitale, nate in parte dalla fusione di
tutti questi ambiti e quindi inedite. Professione Brand Reporter è
un manuale che guida in questo nuovo ambito professionale del brand
journalism, da un punto di vista teorico e strategico. Un vademecum
pratico per l'applicazione effi- cace delle tecniche e degli strumenti
dell'informazione digitale al marketing e alla comunicazione d'impresa,
che propone leve strategiche e pratiche ai nuovi professionisti
dell'informazione, suggerendo ai manager approcci e percorsi
organizzativi che li aiutino a strutturare la propria azienda come una
vera media company.
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12 aprile 2017
In libreria
Pierluigi Allotti
Quarto potere. Giornalismo e giornalisti nell'Italia contemporanea
Carocci, Roma, 2017, pp. 206.
Descrizione
Fondato su una ricca documentazione, il libro propone un’inedita storia della cultura giornalistica italiana, ossia del modo in cui il giornalismo è stato concepito e praticato in Italia dal 1848 all’avvento di Internet. Suoi protagonisti sono giornalisti noti e meno noti, appartenenti a diverse generazioni, dei quali si potranno riascoltare le voci attraverso articoli, carteggi, diari e memorie. Il lettore potrà risalire così alle radici del modello informativo italiano, contrassegnato sin dalle origini da una forte vocazione politica, approfondendo un tema che riguarda da vicino la natura stessa della nostra democrazia. Il giornalismo, ridotto alla sua essenza, è un’attività di selezione e ricostruzione di fatti correnti di pubblico interesse. Sue principali funzioni, in democrazia, sono illuminare gli affari pubblici, fornendo informazioni esatte e complete ai cittadini per orientarli nelle scelte quotidiane, ed esercitare un controllo sul governo e sulle istituzioni, al fine di garantirne un corretto funzionamento. È il motivo per cui la stampa, da quando è diventata mezzo di comunicazione di massa, circa due secoli fa, è considerata il “quarto potere” dello Stato, secondo l’espressione coniata nel 1828 dallo storico britannico Thomas Babington Macaulay, in aggiunta agli altri tre fondamentali (esecutivo, legislativo, giudiziario).[...] Le prime storie del giornalismo furono scritte intorno alla metà del XIX secolo in Gran Bretagna, dove nel 1695 era stata abolita la censura e nel 1702 era nato il primo quotidiano europeo (“The Daily Courant”). […] In Italia, gli studi storici sul giornalismo mossero i primi passi all’inizio del Novecento grazie agli sforzi di un professore di letteratura dell’Università di Torino, Luigi Piccioni, il quale, nell’anno accademico 1912-13, svolse un primo corso libero di storia del giornalismo, «seguito con interesse e con profitto da studenti delle Facoltà di lettere e giurisprudenza». Nel 1910, scrivendo sulla “Nuova Antologia”, Piccioni aveva sottolineato quanto fosse importante che il fenomeno giornalistico divenisse argomento di insegnamento universitario. […] Inserendosi nel solco di una tradizione di studi consolidata, il presente libro si propone di offrire una ricostruzione della storia del giornalismo italiano da una prospettiva nuova. Non si tratta di una storia “istituzionale” della stampa, sul modello di quella classica di Paolo Murialdi, in cui si raccontano minuziosamente le vicende delle principali testate italiane. È piuttosto una storia della cultura giornalistica italiana, ossia del modo in cui il giornalismo è stato concepito e praticato a partire dalla metà del XIX secolo, con protagonisti giornalisti noti e meno noti, appartenenti a differenti generazioni, dei quali potremo riascoltare le voci attraverso articoli, lettere, diari e memorie. Risaliremo così alle radici del modello giornalistico italiano, contrassegnato sin dalle origini da una forte vocazione politica, approfondendo una questione che riguarda da vicino la natura stessa della
nostra democrazia.
*Link all'IndiceQuarto potere. Giornalismo e giornalisti nell'Italia contemporanea
Carocci, Roma, 2017, pp. 206.
Descrizione
Fondato su una ricca documentazione, il libro propone un’inedita storia della cultura giornalistica italiana, ossia del modo in cui il giornalismo è stato concepito e praticato in Italia dal 1848 all’avvento di Internet. Suoi protagonisti sono giornalisti noti e meno noti, appartenenti a diverse generazioni, dei quali si potranno riascoltare le voci attraverso articoli, carteggi, diari e memorie. Il lettore potrà risalire così alle radici del modello informativo italiano, contrassegnato sin dalle origini da una forte vocazione politica, approfondendo un tema che riguarda da vicino la natura stessa della nostra democrazia. Il giornalismo, ridotto alla sua essenza, è un’attività di selezione e ricostruzione di fatti correnti di pubblico interesse. Sue principali funzioni, in democrazia, sono illuminare gli affari pubblici, fornendo informazioni esatte e complete ai cittadini per orientarli nelle scelte quotidiane, ed esercitare un controllo sul governo e sulle istituzioni, al fine di garantirne un corretto funzionamento. È il motivo per cui la stampa, da quando è diventata mezzo di comunicazione di massa, circa due secoli fa, è considerata il “quarto potere” dello Stato, secondo l’espressione coniata nel 1828 dallo storico britannico Thomas Babington Macaulay, in aggiunta agli altri tre fondamentali (esecutivo, legislativo, giudiziario).[...] Le prime storie del giornalismo furono scritte intorno alla metà del XIX secolo in Gran Bretagna, dove nel 1695 era stata abolita la censura e nel 1702 era nato il primo quotidiano europeo (“The Daily Courant”). […] In Italia, gli studi storici sul giornalismo mossero i primi passi all’inizio del Novecento grazie agli sforzi di un professore di letteratura dell’Università di Torino, Luigi Piccioni, il quale, nell’anno accademico 1912-13, svolse un primo corso libero di storia del giornalismo, «seguito con interesse e con profitto da studenti delle Facoltà di lettere e giurisprudenza». Nel 1910, scrivendo sulla “Nuova Antologia”, Piccioni aveva sottolineato quanto fosse importante che il fenomeno giornalistico divenisse argomento di insegnamento universitario. […] Inserendosi nel solco di una tradizione di studi consolidata, il presente libro si propone di offrire una ricostruzione della storia del giornalismo italiano da una prospettiva nuova. Non si tratta di una storia “istituzionale” della stampa, sul modello di quella classica di Paolo Murialdi, in cui si raccontano minuziosamente le vicende delle principali testate italiane. È piuttosto una storia della cultura giornalistica italiana, ossia del modo in cui il giornalismo è stato concepito e praticato a partire dalla metà del XIX secolo, con protagonisti giornalisti noti e meno noti, appartenenti a differenti generazioni, dei quali potremo riascoltare le voci attraverso articoli, lettere, diari e memorie. Risaliremo così alle radici del modello giornalistico italiano, contrassegnato sin dalle origini da una forte vocazione politica, approfondendo una questione che riguarda da vicino la natura stessa della
nostra democrazia.
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10 aprile 2017
In libreria
David Hockney e Martin Gayford
Una storia delle immagini,
Einaudi, Torino, 2017, pp. 360.
Una storia delle immagini,
Einaudi, Torino, 2017, pp. 360.
Descrizione
Creare un'immagine, sostiene Hockney, è l'unico modo che abbiamo a disposizione per dar conto di ciò vediamo. Ma tutti coloro che producono immagini si confrontano con lo stesso problema: come comprimere persone, cose e luoghi tridimensionali su una superfice piatta? I risultati vengono spesso catalogati come pitture, fotografi e o film, per poi essere ordinati secondo epoche e stili. Ma di fatto, che siano prodotti con un pennello, un apparecchio fotografico o un programma digitale, che siano sulle pareti di una caverna o sullo schermo di un computer, sono innanzitutto delle immagini. E a noi, per capire in che modo vediamo il mondo – e quindi per capire anche noi stessi – serve una storia delle immagini. Insomma, questo libro. Dopo una vita dedicata a dipingere, a disegnare o a produrre immagini con apparecchi fotografici, Hockney, in collaborazione con il critico Martin Gayford, possiede tutti gli strumenti necessari per esplorare come e perché nel corso dei millenni siano state prodotte delle immagini. Cos'è che rende interessante dei segni su una super_ ce piatta? Come viene reso il movimento in un'immagine immobile o, viceversa, cosa lega i film e la televisione agli antichi maestri della pittura? Come condensare il tempo e lo spazio in un'immagine statica, su una tela o su uno schermo? Quello che un'immagine ci mostra è una verità o una menzogna? Le fotografie rappresentano il mondo per come ne facciamo esperienza? Mettendo a confronto una grande varietà di immagini – un fotogramma di un cartone animato di Disney con una stampa di Hiroshige, una scena di un film di Ejzenštejn con un dipinto di Velázquez – gli autori superano le convenzionali frontiere tra cultura alta e bassa, operando inaspettati collegamenti tra epoche, luoghi e tecniche espressive diversissime. Perché per Hockney, film, fotografia, pittura e disegno sono sempre profondamente connessi gli uni con gli altri. Acuto e provocatorio, questo libro contribuisce in modo autorevole a renderci consapevoli del modo in cui rappresentiamo la realtà che ci circonda.
Creare un'immagine, sostiene Hockney, è l'unico modo che abbiamo a disposizione per dar conto di ciò vediamo. Ma tutti coloro che producono immagini si confrontano con lo stesso problema: come comprimere persone, cose e luoghi tridimensionali su una superfice piatta? I risultati vengono spesso catalogati come pitture, fotografi e o film, per poi essere ordinati secondo epoche e stili. Ma di fatto, che siano prodotti con un pennello, un apparecchio fotografico o un programma digitale, che siano sulle pareti di una caverna o sullo schermo di un computer, sono innanzitutto delle immagini. E a noi, per capire in che modo vediamo il mondo – e quindi per capire anche noi stessi – serve una storia delle immagini. Insomma, questo libro. Dopo una vita dedicata a dipingere, a disegnare o a produrre immagini con apparecchi fotografici, Hockney, in collaborazione con il critico Martin Gayford, possiede tutti gli strumenti necessari per esplorare come e perché nel corso dei millenni siano state prodotte delle immagini. Cos'è che rende interessante dei segni su una super_ ce piatta? Come viene reso il movimento in un'immagine immobile o, viceversa, cosa lega i film e la televisione agli antichi maestri della pittura? Come condensare il tempo e lo spazio in un'immagine statica, su una tela o su uno schermo? Quello che un'immagine ci mostra è una verità o una menzogna? Le fotografie rappresentano il mondo per come ne facciamo esperienza? Mettendo a confronto una grande varietà di immagini – un fotogramma di un cartone animato di Disney con una stampa di Hiroshige, una scena di un film di Ejzenštejn con un dipinto di Velázquez – gli autori superano le convenzionali frontiere tra cultura alta e bassa, operando inaspettati collegamenti tra epoche, luoghi e tecniche espressive diversissime. Perché per Hockney, film, fotografia, pittura e disegno sono sempre profondamente connessi gli uni con gli altri. Acuto e provocatorio, questo libro contribuisce in modo autorevole a renderci consapevoli del modo in cui rappresentiamo la realtà che ci circonda.
09 aprile 2017
Seminari di pratica giornalistica
L'incontro del 10.4.2017 sarà dedicato al tema "La responsabilità dell'editor di libri. Dalla prima valutazione alla stampa" con la partecipazione di Milena Lombardo (Edizioni Il Canneto di Genova). Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 16 (h. 16-18).
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