Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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11 febbraio 2015

Fotogiornalismo: passione, impegno civile e curiosità

Lo Scatto Umano. Viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York, (Laterza), 2014, è un libro nato dalla collaborazione tra il fotoreporter Mario Dondero e l’amico giornalista Emanuele Giordana. I due ci fanno intraprendere un viaggio attraverso la storia del fotogiornalismo raccontata da Dondero e raccolta sotto forma di reportage da Giordana. Il testo segue da vicino i fatti personali, gli eventi e i personaggi che hanno segnato un’epoca, che si intrecciano esposti in un dialogo colloquiale e sereno, in cui il lettore viene agevolmente trasportato nel periodo d’oro del fotogiornalismo. Periodo che Dondero ha vissuto e tanto amato, che adesso sente distante e a cui guarda con nostalgia perché sa che probabilmente non tornerà più, poiché oggi la fotografia è diventata un media comune, attuabile con facilità da chiunque anche attraverso un semplice telefono cellulare, perdendo spesso il suo valore sociale.
Prima di iniziare il vero e proprio reportage viene brevemente raccontata la vita di Mario Dondero, ed è in questo breve excursus che si può rintracciare l’elemento caratterizzante della sua personalità e del suo lavoro: l’humanitas. L’umanità è infatti la chiave di lettura delle sue immagini, di grande valore sociale e politico e che, attraverso scatti provenienti da tutte le parti del mondo, lo hanno portato ad essere uno dei migliori fotografi d’Italia ed Europa, avendo lavorato con illustri nomi del settore e per le più importanti riviste (Il Giorno, L’espresso, Le Monde, The Guardian, The Times). L’umanità di Dondero diventa il cuore pulsante attraverso cui va letto il libro.
Il testo è composto da cinque capitoli principali, titolati con nomi di città, e due intermezzi. La disposizione delle città, rispettivamente: Budapest, Berlino, Parigi-Madrid, Londra-New York e Mosca, non è casuale ma segue da vicino, senza imporre una rigida cronologia di eventi, lo sviluppo storico del fotogiornalismo, attraverso i luoghi dove si sono verificati i fatti più importanti e dove hanno operato i più famosi fotoreporter. In questo contesto è doveroso segnalare i contenuti più significativi.
Il nostro viaggio inizia da Budapest, culla del fotogiornalismo, in cui si sono formati i primi professionisti e i fondatori delle prime agenzie fotografiche; tra cui André Kertész, Robert Capa, Gyula Halasz, Laszlo Moholy-Nagy e Simon Guttmann. Alcuni di loro, accomunati dalle origini ebree, furono costretti a scappare in altre capitali durante il regime nazista, ma prima di quel momento il clima di fioritura intellettuale ungherese favorì la nascita di tale professione.
In seguito l’attenzione si sposta su Berlino, sull’attività dei fotoreporter durante il periodo nazista e, parallelamente, durante il fascismo in Italia. Principale scopo della fotografia fu quello celebrativo e propagandistico delle personalità e delle imprese di Hitler e Mussolini, ma che permise comunque un buono sviluppo tecnico e la nascita di molte riviste del settore. Citando la nascita di alcune riviste tedesche ("Berliner Illustrierte Zeitung"), americane ("Life") e non solo, Dondero ricorda che ottenne il suo primo lavoro come fotoreporter presso l’italiana "Le Ore", cogliendo tale occasione per ricordare tutti coloro che contribuiscono da sempre a creare una rivista ma che non vengono quasi mai menzionati: photoeditor, grafici e impaginatori.
La scena passa quindi a Parigi e poi a Madrid, durante la guerra civile. Qui nasce la vera comunicazione visiva degli eventi, ci si trova di fronte alla rappresentazione della tragedia in un modo mai visto prima. In Spagna si incrociano molti importanti fotoreporter e scrittori dell’epoca, ma sono due le figure che spiccano nel racconto di Dondero: Rober Capa (pseudonimo di Endre Ernò Friedmann), che in tale occasione acquisì fama mondiale e sua moglie Gerda Taro (Gerta Pohorylle), conosciuta a Parigi, che purtroppo morì solo un anno dopo l’arrivo in Spagna nel ‘37.
Rober Capa fu senza dubbio la fonte di ispirazione che spinse Dondero a dedicarsi alla fotografia e a lui viene dedicato tutto il secondo intermezzo. Pur non avendolo mai conosciuto di persona, Dondero ne parla con ammirazione e nostalgia, riprendendo i momenti salienti della sua vita, che lo portarono a realizzare celebri servizi, carichi di umanità e passione, in giro per il mondo e alla fondazione dell’agenzia "Magnum Photo" con Henri Cartier-Bresson. 
Nel dopoguerra sono soprattutto Londra e New York a dominare il mercato delle immagini. Va affermandosi uno stile tutto anglosassone, attento all’aspetto tecnico e alla pulizia dell’immagine. Si ricordano le campagne fotografiche volute da Roosevelt per il Farm Security Act a cui presero parte molti giovani talenti. È difficile condensare un discorso sugli Stati Uniti per via delle diverse tipologie di fotografi che vi lavorarono, tra i cui protagonisti spiccano: Lewis Hine, che ritrasse l’arrivo degli immigrati negli States e Arthur Felling, in arte Weegee, testimone con i suoi scatti delle notti americane e delle scene del crimine. Importanti risultano anche i fotografi "embedded" che documentarono le spedizioni militari, ma furono costretti a immortalare solo quanto concesso dalle autorità, come durante la guerra del Vietnam.
Il nostro percorso attraverso il fotogiornalismo si conclude nell’Urss e in città come Praga o Varsavia che spesso vengono dimenticate a causa della barriera fisica e ideologica provocata della Guerra Fredda. Nonostante tutto furono presenti sulla scena abili professionisti al servizio della potenza sovietica, sia durante il conflitto mondiale che durante la ricostruzione post-bellica, ma le cui immagini rimasero spesso segretate nei fascicoli militari. Tuttavia, a parte qualche caso sporadico, il mondo della fotografia al di fuori dell’Europa e degli USA, rimane perlopiù sconosciuto.
In conclusione si può affermare che il fotogiornalismo è cambiato molto negli anni, con l’avvento della televisione prima e di internet e della tecnologia digitale dopo; l’immagine fotografica ha perso un po’ della sua importanza, ma non si può dimenticare la storia che ci ha portati fino ad oggi, fatta di grandi "scatti" e grandi personalità italiane, europee e mondiali, che hanno segnato il Novecento e dato forma ad un mestiere, quello del fotogiornalista, che come sostenuto da Dondero è un lavoro animato da passione, impegno civile e curiosità.

Carlotta Chirico



M. Dondero - E. Giordana
Lo scatto umano. Viaggio nel fotogiornalismo
da Budapest a New York
Laterza, Roma-Bari, 2014.



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10 febbraio 2015

Studiare il giornalismo



Il saggio Studiare giornalismo di Carlo Sorrentino ed Enrico Bianda è un tentativo di analisi del mondo giornalistico come campo di negoziazione all'interno del quale si muovono vari attori.
Il volume (edito da Carocci, Roma, 2013) si apre con una riflessione sulla comunicazione: sono analizzati i vari fattori presenti nell'atto comunicativo, e si conferma che la selezione è caratteristica ineliminabile di ogni atto comunicativo. Qualsiasi atto comunicativo infatti, anche quello più banale, è frutto di una selezione: scegliamo l'argomento da trattare, l'interlocutore e il contesto. E' proprio questa la base per fare giornalismo. E nel giornalismo, più che in ogni altro ambito comunicativo, dalla descrizione della realtà ne scaturisce per forza una ricostruzione: la notizia non è mai il fatto, non è quanto avvenuto, bensì il suo resoconto. I media infatti selezionano, gerarchizzano e presentano i fatti che accadono. Gli autori precisano più volte nel corso della prima parte che il giornalismo non rispecchia la realtà, bensì la seleziona e la riproduce, attraverso varie modalità di ricostruzione. Sorrentino arriva quindi a introdurre il concetto di negoziazione giornalistica, illustrando quali sono i soggetti che ne fanno parte (media, pubblico e fonti) e quali sono i loro ruoli.
Gli autori analizzano poi le origini della nozione di sfera pubblica e gli sviluppi della nozione stessa, con particolare riferimento al contributo del sociologo britannico Thompson e del filosofo tedesco Habermas, e si arriva all'affermazione dell'importanza del giornalismo in una società così complessa come la nostra. E' vero, sì, che il giornalismo è una di quelle cause principali di affollamento di fatti e idee che complessificano il mondo sociale, ma è altrettanto vero che il lavoro di ricostruzione dei fatti prevede una messa in ordine di una realtà che si fa sempre più densa e affollata.
Ma un mondo così vasto come quello giornalistico si può spiegare solo attraverso il concetto di campo? Non rischia in qualche modo di essere appiattito/banalizzato? Sorrentino e Bianda tentano allora di spiegare il giornalismo attraverso il concetto di ecosistema superando quello di campo. All'interno di un ecosistema, dal punto di vista scientifico, i soggetti sono tra loro in relazioni interdipendenti: nello stesso modo sono i componenti dei processi comunicativi. Essi operano all'interno di una struttura complessa, estesa, dinamica: le relazioni tra loro sono continue, così come possibili sono le relazioni tra loro e qualsiasi altro ambiente esterno. Grazie a questo punto di vista l'approccio ci permette di superare il discorso di campo come spazio circoscritto all'interno del quale gli attori agiscono solo in un quadro di relazioni pre impostato, e di accogliere la tecnologia come dimensione estremamente incidente sulla negoziazione giornalistica.
L'attenzione si sposta poi sul tema italiano, proponendoci una riflessione sulla nostra storia: a causa della tardiva alfabetizzazione e del lentissimo sviluppo del mercato pubblicitario, in Italia non si è sviluppata come negli altri paesi la caratteristica distinzione manichea tra stampa popolare e stampa di qualità, bensì un modello unico elitario, che progressivamente grazie all'alfabetizzazione del paese e la crescita economica ha finito per costituire un modello unico elitari in cui sono confluite le caratteristiche di entrambi i tipi di stampa: si spazia infatti dalla vera stampa di qualità, con commenti e opinioni espressi attraverso gli editoriali, alla così detta soft news, ovvero quelle notizie leggere pubblicate per suscitare la curiosità popolare piuttosto che per la sua effettiva rilevanza.
Gli autori poi delineano in modo chiaro e conciso quella che è stata la storia del giornalismo italiano: la storia di un mestiere che fa fatica a stare allineato con i modelli di giornalismo che si affermano nelle altre nazioni europee a causa di una popolazione che è in ritardo e con il fiato corto. L'alfabetizzazione tardiva e l'industrializzazione lenta non permettono all'Italia di svilupparsi come vorrebbe, sino all'avvento del fascismo, che, volente o nolente, accentua il profilo pedagogico ma soprattutto politico di un giornalismo ancora acerbo.
Sorrentino e Bianda sono molto esaustivi nel "raccontarci" la ricerca dell'avvenimento e i compiti di colui che la cura sino a farla diventare notizia (gatekeeper), la redazione di un articolo (dall'abc nelle fasi preparatorie alla messa in pagina dell'articolo finito) e l'organizzazione del lavoro all'interno delle redazioni italiane. Essi analizzano, infatti, la rilevazione di nuove logiche nel processo produttivo, e trattano della nascita di nuove figure all'interno delle redazioni: il cronista, l'inviato, la figura del deskista. Oltre al professionista vi sono anche altri soggetti, ovvero le fonti e il pubblico. Secondo gli autori, tuttavia, da qualche anno a questa parte possiamo parlare anche di quarto soggetto: l'apparato tecnologico, sempre più presente all'interno di redazioni, e sempre più utile al fine di ri-mediare le notizie.
Gli autori non dimenticano di elencare i criteri di notiziabilità mettendo in luce soprattutto quelli legati al mezzo, al prodotto, alla concorrenza e al target di riferimento.
L'ultima parte del volume analizza i principali ambiti del giornalismo: la cronaca (distinguendo attentamente quella bianca da quella nera, arrivando a quella rosa); lo sport, come principale esempio di giornalismo popolare altamente portato per le logiche giornalistiche in quanto comprende insieme il carattere della programmabilità dell'evento ma anche quello dell'imprevedibilità del risultato; la cultura, il nostro merito per la terza pagina da quel lontano 10/12/1901 fino ad arrivare agli approfondimenti odierni di costume e società; e la politica, da sempre gioia e dolore del giornalismo italiano.
Con continuo riferimento alla tecnologia, vista come un aiuto piuttosto che come una sostituzione, il manuale pone l'accento su un mondo veloce, in continuo aggiornamento, così come lo sono le notizie, che cambiano giorno dopo giorno. Un volume a quattro mani minuzioso ma non stucchevole, chiaro ma non banale, sicuramente utile a chi vuole fare del giornalismo un mestiere senza convinzioni obsolete.
Giorgia Russo




Carlo Sorrentino - Enrico Bianda
Studiare giornalismo
Carocci, Roma, 2013.
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Genova in redazione

Giovanni Ansaldo
Memorie
vol. I (1920-1925); vol. II (1926-1930)
Prefazione di Giuseppe Marcenaro
Nino Aragno editore, Torino, 2014.

Descrizione
Le Memorie, cioè i diari di Ansaldo degli anni Venti integrati dalla sua
corrispondenza con personalità del mondo politico e culturale del tempo,
offrono una rappresentazione in presa diretta di un intero decennio visto
attraverso la penna caustica e ironica, caricata di inchiostro all'acido
prussico, di un osservatore incline allo scetticismo.
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09 febbraio 2015

Con la morte negli occhi

Domenica pomeriggio in una tranquilla cittadina di provincia. Una manciata di ragazzini gioca nel cortile sotto casa. Questo è normale. Giocano alla guerra. Anche questo è abbastanza usuale. All’improvviso uno di loro grida: “Bruciamolo! Bruciamolo!” E questo è meno banale. Ai ragazzi chiedo perché vogliono bruciare quel loro amico. La risposta è lacerante: “Perché è nostro prigioniero! Perché noi siamo i più forti come quelli vestiti di nero che abbiamo visto in tv!”.
L’emulazione è prodotto pericoloso, capace di dissesto mentale anche in tenera età. Questi non sono ragazzi di strada. Sono figli di gente perbene. Vanno a scuola, fanno i compiti, vanno in vacanza, praticano sport. Ragazzi normali. Ma nella loro mente esiste qualcosa che si prende gioco dei loro sentimenti come della loro ingenuità. È la voglia di imitare il racconto del mondo visto attraverso la televisione o internet. Il mondo degli adulti. Di quegli adulti che molto spesso li parcheggiano davanti a tv e web senza la dovuta attenzione. Così i ragazzi raccontano storie di torture. Inventano scenari di guerra. Provano armi su palcoscenici virtuali. Fino a quando costruiscono il loro film. Che passa dal loro immaginario al mondo reale con la rapidità di un tweet.
Basta poco per imprimere nella loro memoria scene di orrore. Talmente poco che la torcia umana chiusa in una gabbia del pilota giordano arso vivo dall’Isis, ora visibile da chiunque su internet, è già diventata oggetto di gioco. Certamente svago poco creativo. 
Comunicare gli orrori delle guerre è un dovere dell’informazione. Fare vedere certe immagini di quegli stessi orrori è scelta mediatica, non culturale. Se si deve raccontare di un uomo arso vivo, non servono foto o video per immaginare l’efferatezza di quell’azione. Non si aggiunge niente al raccapriccio facendolo vedere. Anzi, si toglie qualcosa. La possibilità di immaginare che non sia vero, la speranza che l’uomo non sia capace di essere proprio così bestiale. Ma la legge dell’audience e del video “più-cliccato” fanno della video-documentazione un pretesto per aumentare il fatturato. Se è apprezzabile la scelta di Mentana nel tg La7 di non mostrare quel filmato, non si capisce come nella stessa rete, in prima serata, Servizio Pubblico di Santoro sceglie di annunciare che il video integrale è reperibile sul web. Per prendere coscienza delle atrocità della guerra e dei mostri che la combattono è forse indispensabile fare vedere il corpo carbonizzato di un uomo e sentire le sue urla mentre brucia vivo? Non si rischia di fare un favore alla propaganda dell’Isis divulgando immagini così terribili? Dietro la libera fruizione dell’informazione non si annida il gusto estremo per un sadismo perverso? Eh, già! Un film dell’orrore fa molti più incassi se tratto da una storia vera. Ma non è solo questo.
“Se avesse potuto comunicare così oggi che mondo sarebbe?” è lo slogan di un bellissimo spot di dieci anni fa per la Telecom. Lo spot è ricordato per le parole e la voce originale di Gandhi che dalla sua povera capanna, attraverso l’occhio di una webcam, proietta la sua idea di pace tra i popoli in tutto il mondo, finendo sullo schermo di un computer, sul video di un cellulare, sul maxischermo di Time Square a Londra e della Piazza Rossa a Mosca. Chissà se Spike Lee, mentre girava lo spot, avrebbe immaginato cosa, dopo dieci anni, sui maxischermi che, nella sua idea, volevano sembrare fondamentali per cambiare il corso della storia, si sarebbe proiettato. Siamo a Raqqa, in Siria, dove all’agghiacciante spot del pilota giordano Moaz al-Kasasbeh arso vivo, assiste una folla di sostenitori dell’Isis che applaudono festanti mentre le fiamme lo inghiottono. Un’esecuzione in diretta. Ora visibile anche on demand sul computer di casa. Al macabro spettacolo assistono anche bambini. Uno di essi, di soli sei anni, dichiara: “voglio catturare i piloti e bruciarli”. Come i ragazzi nel cortile sotto casa la domenica pomeriggio.
Comunicare la guerra, purtroppo, si deve. Comunicare l’orrore, per fortuna, si può evitare. È ora che anche l’informazione ne diventi consapevole.
La propaganda di guerra è una macchina terribile. Una volta messa in moto non si ferma più. Nemmeno davanti agli occhi dei bambini. Così, ad essere bruciata non è solo la vita di un uomo, ma è l’anima di quei bambini che guardano la follia omicida degli adulti scambiandola per forza. Bambini che sentono le urla di dolore di chi arde vivo ma non il puzzo fetido della viltà di chi li indottrina. Bambini che vanno a dormire senza favole e senza sogni. Con la morte negli occhi.     
 Anna Scavuzzo

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14 gennaio 2015

In libreria



Richard Rooke
 European Media in the Digital Age: Analysis and Approaches 
Routledge,  2013, 288 pp.
Descrizione



This introductory textbook for Media and Communication Studies students is designed to encourage observation and evaluation of the European media in the digital age, enabling students to grasp key concepts and gain a broad and clear overview of the area. It also introduces the principal debates, developments (legislative, commercial, political and technological) and issues shaping the European media today, and examines in depth the mass media, digital media, the internet and new media policy. Understanding today’s media scene from print to audiovisual needs a wider view and this book helps make comprehensible the European media within a broader global media landscape.
The text is pedagogically rich and explores a variety of approaches to help the reader gain a better understanding of the European media world. Students are encouraged to start thinking about statistics, relating this to economics, analysing regulations, and combining media theories with theories of European Union integration.  The book also includes the use of case studies, illustrations, summaries, critical reflections and directions to wider reading. The European Media in the Digital Age is recommended for all Media Studies students and is also of key interest to students of Politics and Policy, Business Studies, International Studies and European Studies. 

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12 gennaio 2015

In libreria

Umberto Eco
Numero Zero
Bompiani, Milano, 2015, pp. 224.

Descrizione
Una redazione raccogliticcia che prepara un quotidiano destinato, più che all’informazione, al ricatto, alla macchina del fango, a bassi servizi per il suo editore. Un redattore paranoico che, aggirandosi per una Milano allucinata (o allucinato per una Milano normale), ricostruisce la storia di cinquant’anni sullo sfondo di un piano sulfureo costruito intorno al cadavere putrefatto di uno pseudo Mussolini. E nell’ombra Gladio, la P2, l’assassinio di papa Luciani, il colpo di stato di Junio Valerio Borghese, la Cia, i terroristi rossi manovrati dagli uffici affari riservati, vent’ anni di stragi e di depistaggi, un insieme di fatti inspiegabili che paiono inventati sino a che una trasmissione della BBC non prova che sono veri, o almeno che sono ormai confessati dai loro autori. E poi un cadavere che entra in scena all’improvviso nella più stretta e malfamata via di Milano. Un’esile storia d’amore tra due protagonisti perdenti per natura, un ghost writer fallito e una ragazza inquietante che per aiutare la famiglia ha abbandonato l’università e si è specializzata nel gossip su affettuose amicizie, ma ancora piange sul secondo movimento della Settima di Beethoven. Un perfetto manuale per il cattivo giornalismo che il lettore via via non sa se inventato o semplicemente ripreso dal vivo. Una storia che si svolge nel 1992 in cui si prefigurano tanti misteri e follie del ventennio successivo, proprio mentre i due protagonisti pensano che l’incubo sia finito. Una vicenda amara e grottesca che si svolge in Europa dalla fine della guerra ai giorni nostri.
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10 gennaio 2015

L’ombra si fa guerra


È guerra. Totale. Mondiale. Ora lo sappiamo.
Gli attentati di Parigi e i massacri in Nigeria non sono più solo l’ombra di un sospetto.
Che l’Europa e il mondo intero siano attaccati nei simboli e nei valori più profondi di libertà e democrazia non è una possibilità. È una realtà. Concreta e tangibile.
La violenza terrorista si è fatta stato. La religione ideologia. Pretesti ingiustificabili per imporre l’ombra di un nuovo regime totalitario. Per scatenare un conflitto dalla portata mondiale.
Per perpetuare i profitti dell’industria della guerra. Per avvilire le opinioni nella paura della ritorsione.
Non possiamo più fare finta di niente. Ci siamo dentro tutti. Europei e non.     Quella che vediamo è la cima di una montagna. Non quella di Maometto. Non quella che vorremmo scalare. Ma quella che sta per crollarci addosso con il suo enorme peso di responsabilità.  La montagna rozza e dura, pericolosa e violenta, brutale e assurda di un potere vigliacco che cerca di scatenare un conflitto diffuso. Vigliacco perché non si mostra. Vigliacco perché usa religioni che non gli appartengono per giustificare azioni terroristiche.
È inutile girarsi dall’altra parte. Siamo in guerra.
Una guerra di pensiero prima che di armi. Perché le nostre giornate sono ormai scandite da parole di guerra. Killer, mitra, kalashnikov , attacco, assedio, bliz, sangue, ostaggi, morti…
In televisione sentiamo il crepitio delle sparatorie, udiamo le urla di chi fugge terrorizzato, vediamo il fumo delle esplosioni, i filmati girati da chi si mette in salvo sui tetti, poliziotti e militari che corrono dietro scudi antiproiettile. Vediamo un poliziotto musulmano ferito che implora pietà prima di essere freddato senza traccia di quella stessa pietà.
Sui giornali appaiono immagini che sembrano tratte da un libro di storia. Invece no, sono di oggi. I titoli fanno venire ansia. Il nostro spirito è pieno di sgomento, rabbia, angoscia, paura.
Basterà la grande “manifestazione repubblicana” di domani a Parigi per ridare fiducia e sicurezza ai cittadini francesi? Basterà l’enorme folla planetaria, che dalle piazze europee e del web grida a gran voce “Je suis Charlie”, a rimuovere le violenze? Certo, sono segnali di una reazione. Ma non basta più indignarsi, manifestare, protestare.
Ci sono decisioni urgenti e difficili da prendere. Prima che il virus della jihad contagi ogni nazione figlia di una democrazia vitale. Come un cancro che sparpaglia in un gigantesco starnuto cellule impazzite in grado di aggredire dietro istruzione. Non più uomini, ma macchine addestrate a uccidere gli altri e se stessi. Corpi e menti malate che trovano nella propagazione di ogni forma di violenza lo scopo della loro miserabile esistenza.
Bisogna trovare il modo di difendere il nostro pensiero di libertà e democrazia. Non si deve cadere nella trappola del panico, dell’islamismo-fobia, della nevrosi da attacco terroristico, della psicosi da omo-blindato, del sospetto permanente. Faremmo il gioco di chi ci attacca.
Lucidità e fermezza diventano qualità fondamentali per assicurarci almeno una cosa: la forza della maggioranza. Quella a cui il terrorismo e la guerra fanno schifo. Una maggioranza pacifica e tollerante che esiste. C’è. Si vede e si sente.
Se una manciata di terroristi ha tenuto e tiene sotto scacco una nazione come la Francia, possibile che il popolo europeo della maggioranza nonviolenta, sensibile all’integrazione, multi etnica e multi culturale non riesca a dare scacco matto a una manciata di terroristi?
Se davvero esiste questa idea di Europa unita, ora è il momento che i politici che la rappresentano la facciano vedere e sentire. Certo, le parole della guerra fanno impressione a chi la guerra non l’ha mai fatta. Così come fanno paura a chi ne è stato sfiorato ed è sopravvissuto.
Ma democrazia e libertà non sono parole di guerra. Sono concetti del pensiero. Un pensiero che non può permettersi di essere debole e destabilizzato da una forza oscura e minore: la violenza.
Si sa che un popolo impaurito e insicuro è più facile preda dei regimi totalitari che sottomettono prima i valori delle persone.
Ecco, è arrivato il momento che alle parole della guerra è necessario contrapporre le parole della libertà. La politica già lo sa.
La difesa non è nella sopraffazione, ma nell’eliminazione delle cause.
Lo “stato di guerra” non si neutralizza con la corsa agli armamenti, con i raid aerei, le cosiddette forze di pace. Lo “stato di pace” si conquista con la volontà di cancellare dal pianeta il profitto dell’industria bellica. La volontà di tutti i popoli e le nazioni. La volontà della maggioranza. Di tutti. Ma proprio di tutti. Insieme. E questa si che sarebbe una grande risposta  e una grande forza. Quella che all’aggettivo mondiale non potrà più abbinare l’ombra del sostantivo guerra, ma soltanto la luce della parola libertà.    
Anna Scavuzzo

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05 gennaio 2015

In libreria

William Hazlitt
L'ignoranza delle persone colte
Fazi, Roma, 2015, pp. 180.
Descrizione
Diretto, paradossale, provocatorio: così appare Hazlitt nel suo saggio sull’ignoranza delle persone colte, un gioiello nell’arte dell’essay, di argomento filosofico, morale, letterario o legato all’esperienza quotidiana, il cui modello riconosciuto e tuttora inarrivabile è Montaigne. In questo libro dello scrittore e critico inglese, amico di Stendhal e dei maggiori poeti del suo tempo, sono raccolti sette dei numerosi saggi appartenenti a Table-Talk, la rubrica che l’autore tenne sul «London Magazine» dal giugno 1820 al dicembre dell’anno successivo: tutti testi di sconcertante attualità e caratterizzati da un’alta dose di humour, specie se letti oggi, alla luce del presente. Oltre alla riflessione Sull’ignoranza delle persone colte, intervento argutamente eccentrico, che dà il titolo al volume, tanti sono gli aspetti della vita affrontati dal saggista-filosofo: dall’analisi del genio incompreso (contrapposto all’uomo d’azione e quindi di successo) al ritratto dello scrittore elegante (e perciò “effeminato”), dalla critica ai gruppi di potere (tra cui i consigli comunali e le università) agli svantaggi della superiorità intellettuale (sulla raffinatezza d’animo che si scontra puntualmente con un mondo ignorante), fino al tema universale della paura della morte e ai suoi risvolti tragicomici con i lasciti testamentari.
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18 dicembre 2014

La fede e l'orrore


Una mattina come tante. Sono le 7 e vado al lavoro. Intorno a me le solite facce di gente per bene che si affretta a prendere il treno. C’è chi pianifica le vacanze natalizie e chi bisbiglia di passioni pregresse. C’è chi si rimbocca il cappotto e chi ancora sogna qualcosa. Non c’è nessuno che legge il giornale. Nessuno che parla dell’orrore di Peshawar. Forse è ancora troppo presto per pensare. O troppo tardi per reagire. L’alibi del paese a noi lontano funziona ancora benissimo. Così come il “Non possiamo farci niente” o “I Taliban sono fanatici esaltati”. L’elenco delle ipocrisie di rito potrebbe durare a lungo. Di botto arriva il treno e schiaccia le frasi fatte sulla testa della gente. La fede e l’orrore si sono mischiate. Avere fiducia nella vita implica la speranza di non provare orrore. Sperimentare l’orrore ammutolisce ogni fede.Non sempre. A volte la fede diventa strumento per praticare l’orrore. Non solo quello dei Taliban contro bambini innocenti. Ma quello del mondo che sta a guardare. Menefreghista e impotente. Come chi conosce già il finale. Perché qualcuno sul pianeta sa bene cosa può capitare. Conosce ogni minimo dettaglio della prossima mattanza. La produzione del terrore è industria mondiale.Il terrorismo è una favola per lattanti. C’è qualcuno che decide dove andrà a cadere la bomba del dolore. Qualcuno che non si deve sapere e non si deve dire. Ma che c’è e non muore.
                                                                     Anna Scavuzzo

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16 dicembre 2014

In libreria

Stefano Cambi
Diplomazia di celluloide?

Hollywood dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra fredda
Milano, Franco Angeli, 2014, 192 pp.

Descrizione
Il sostegno internazionalmente garantito alle majors dalle autorità statunitensi è riconducibile a un mero "dovere istituzionale" nei confronti dell'imprenditoria americana o piuttosto alla convinzione di ottenere un ritorno in termini di condizionamento psicologico? Attraverso la consultazione di fonti governative, l'Autore tenta di chiarire se e come gli artefici della diplomazia culturale e della politica estera dell'informazione abbiano inteso sfruttare i film d'evasione quale mezzo per influenzare la mente (e quindi l'azione) degli spettatori stranieri durante gli anni nei quali il mondo transitò dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra fredda.
 Se a Washington l'esistenza di una "questione cinematografica" giunse infatti a un definitivo riconoscimento con la "guerra totale", la definizione di una "politica cinematografica" avrà luogo soltanto nel contesto segnato dalla "cortina di ferro", nel quale il caso della Germania, cuore della competizione bipolare, rappresentò un precedente per quanto riguarda l'impiego dei lungometraggi commerciali nel progetto (inizialmente legato al Piano Marshall) denominato Informational Media Guaranty Program. La ricostruzione storica dello sviluppo della tematica ha prodotto una narrazione, semplice ma allo stesso tempo rigorosa, di come il governo americano ha affrontato, con alterne fortune, il complesso problema dell'impatto di Hollywood sull'immaginario collettivo internazionale senza ledere il principio della libertà d'espressione nonché quello - considerato altrettanto sacro - della libera concorrenza.
Indice del libro
Introduzione
 Cinema americano e "guerra totale": un'arma a doppio taglio
 (Intrattenimento responsabile; Hollywood, 1945: missione incompiuta)
 Hollywood/Washington nel dopoguerra: una strana joint venture
 (La battaglia contro il protezionismo europeo dello schermo sullo sfondo del confronto bipolare; a ridosso della "cortina di ferro": promuovere per escludere)
 La politica cinematografica americana alla prova della Guerra fredda
 (Il difficile compromesso tra ragion di stato e logica del profitto; Limitazione del danno: una strategia globale?)
Conclusioni / Archivi / Bibliografia / Indice dei film / Indice dei nomi.

14 dicembre 2014

In libreria

Christian Salmon
La politica nell'era dello storytelling
Roma, Fazi, 2014, 180 pp.
Descrizione
Nel suo nuovo saggio, l’acclamato autore di Storytelling (2008) mette a fuoco le trasformazioni che interessano la sfera politica, specialmente nel campo della comunicazione, offrendo anche un’analisi della spettacolare campagna elettorale di Obama. L’homo politicus tradizionale è un animale in via di estinzione? Prima la rivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, poi l’avvento della rete e della società della comunicazione: i politici sono ormai sottoposti alle ingerenze di entità esterne, come il mercato, e chiamati a dire la loro in continuazione, a mettere la faccia – e il corpo – a disposizione dei media. Il loro lavoro è sempre più una performance per catalizzare l’attenzione e suscitare emozioni intrattenendo un elettorato sempre più vorace. Non sarà che in questo nuovo circo politico-mediatico proprio i governanti finiscono vittime di un gioco sacrificale.

Dello stesso autore:
C. Salmon, Storytelling, Roma, Fazi, 2008, 179 pp.
Descrizione
L’arte di raccontare storie è nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo sulla terra e ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali. Ma a partire dagli anni Novanta del Novecento, negli usa come in Europa, questa capacità narrativa è stata trasformata dai meccanismi dell’industria dei media e dal capitalismo globalizzato nel concetto di storytelling: una potentissima arma di persuasione nelle mani dei guru del marketing, del management, della comunicazione politica per plasmare le opinioni dei consumatori e dei cittadini. Dietro le più importanti campagne pubblicitarie – ancor più dietro quelle elettorali vincenti (da Bush a Sarkozy) – si celano proprio le sofisticate tecniche dello storytelling management o del digital storytelling. Questo è l’incredibile inganno ai danni dell’immaginario collettivo svelato da Christian Salmon nel libro, frutto di una lunga inchiesta dedicata alle numerose applicazioni del fenomeno: il marketing conta più sulla storia dei brand che sulla loro immagine, i manager si servono di aneddoti per motivare i propri dipendenti, i soldati in Iraq si allenano su videogiochi progettati da Hollywood, gli spin doctor descrivono la vita politica dei loro clienti come in un racconto. L’autore ci mostra gli ingranaggi della grande “macchina narrante” che ha rimpiazzato il ragionamento razionale, ben più pervasiva dell’iconografia orwelliana della società totalitaria. Ma questo nuovo ordine narrativo non è un semplice linguaggio mediatico: il soggetto che vuole influenzare è un individuo immerso in un universo fittizio che ne filtra le percezioni, ne stimola le sensazioni, ne inquadra i comportamenti e le idee.

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