Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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25 gennaio 2017

Dei delitti e dei mass media

Come e quando è cambiata la narrazione della cronaca nera in Italia? Perché omicidi, rapimenti e dolore ci attraggono così tanto? C’è un modo eticamente corretto per la narrazione di simili fatti?
Queste sono alcune delle domande a cui Davide Bagnoli, giornalista attivo nella provincia di Parma, cerca di rispondere nel suo libro La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione pubblicato nel 2016.
Il volume è diviso in due parti: nella prima l’autore ci introduce nel mondo della cronaca nera presentando cinque casi tra i più noti in Italia, mentre nella seconda cerca di dare una risposta ai quesiti che hanno ispirato la ricerca per formare il ritratto di una situazione che, a suo avviso, è gradualmente sfuggita di mano per toccare il fondo con la bufera mediatica sul delitto di Avetrana.
E se l’omicidio di Sarah Scazzi è definito come l’apice della «tivù del dolore», l’autore propone come caso chiave per comprendere meglio il fenomeno della spettacolarizzazione quello di Alfredo Rampi, il bambino di appena sei anni caduto nel pozzo di Vermicino che ha tenuto incollati gli spettatori allo schermo per tre lunghissimi giorni. Per la prima volta i mass media, ma anche le istituzioni, danno così tanta importanza e spazio a un fatto che di per sé non ha interesse nazionale, ma in cui tutti si sono immedesimati. E proprio l’istintivo apprendimento empirico dall'osservazione, il sentirsi parte di una storia o comunque provare empatia per i protagonisti di essa è una delle prime risposte che Bagnoli dà per spiegare l’incredibile livello di audience registrato in quell’occasione e la mole di trasmissioni dedicate all’evento, protrattesi anche dopo che per Alfredino non ci fu più nulla da fare.
Gli altri casi analizzati sono invece tutti recenti (i fatti di Vermicino accaddero nel 1981) e ben saldi nella memoria comune: il caso Cogne (2002), la sparizione del piccolo Tommaso Onofri (2006), l’omicidio di Meredith Kercher (2007) e il già citato delitto di Avetrana (2010). Sicuramente si tratta di eccezioni, fatti molto sentiti in primis dagli operatori tv e dai giornalisti che si sono letteralmente accampati fuori dalle case degli interessati, e ciascuno aveva la propria particolarità che ha contribuito ad amplificare l’interesse (l’arma del delitto introvabile per Cogne oppure la risonanza internazionale del caso di Perugia) ma qui il titolo del capitolo, «I casi che hanno cambiato per sempre la cronaca nera in Italia», è illusorio e forse poco sincero: tra i casi principe di nera nel nostro Paese è quindi assente la vicenda del Mostro di Firenze? La scomparsa di Emanuela Orlandi? Tutti i delitti e le stragi di matrice mafiosa? Senza ombra di dubbio quelli proposti sono alcuni tra i crimini più discussi, selezionati dai mass media secondo criteri di notiziabilità che si avvicinano sempre più a mere logiche di mercato, come emerge dalla successiva analisi dell’autore.
Ma lo scopo della ricerca di Bagnoli non è quello di identificare i casi più “quotati” nella cronaca nera italiana, bensì quello di comprendere i «perché della sua spettacolarizzazione». Nella seconda parte del volume diventa chiaro come, per fornire una risposta, l’autore si sia posto inizialmente un’altra domanda: perché siamo attratti dalla violenza?
Una prima “colpa” viene assegnata all’individualismo che oggi permea la nostra società, e alla mancanza di grandi narrazioni e miti che vengono appunto sostituiti dai fatti di cronaca. Questa centralità dell’individuo, riporta Bagnoli citando lo psicologo Phil Zimbardo, manterrebbe viva l’idea che gli atti criminali possano essere sempre riconducibili alla personalità deviata o malvagia di chi li ha commessi, a qualcosa di diverso dall’essere umano “normale”. Un simile processo infonderebbe inoltre nello spettatore un aumento di autostima, perché paragonandosi al criminale esso si riscopre buono.Tuttavia questa società, presentataci come impregnata di individualismo, trova però conforto nel calore della massa, nello stringersi attorno a una perdita o nell’unirsi contro un nemico (reale o meno) mettendo da parte le differenze del quotidiano. Ma queste emozioni da chi vengono suscitate? Dai mass media, a cui l’autore si rivolge con vena polemica sull’argomento della spettacolarizzazione.
Traspare infatti che, secondo Bagnoli, il rispetto delle persone coinvolte nei fatti non dovrebbe essere prevaricato da nessun’altra logica, soprattutto se nascosta dietro a uno sfruttato “dovere di cronaca”. Risulta inoltre scettico sui processi paralleli visti più volte in televisione all’interno di trasmissioni come “Porta a Porta”, che riescono contemporaneamente a disturbare le indagini e a fornire una visione confusa e frammentata all’opinione pubblica.
Però, come fa notare anche l’autore, queste trasmissioni non esisterebbero, o avrebbero certamente cessato di esistere da tempo, se lo share non fosse elevato. Oltre che a politico e allenatore, la televisione eleva chiunque al ruolo di giudice e di inquirente, ci invita a prendere parte alla discussione, a dire la nostra. Bagnoli riconduce questa caratteristica e quella di dividersi tra innocentisti e colpevolisti esclusivamente agli spettatori italiani; non è ben chiaro il motivo di questa affermazione dopo aver definito l’attrazione verso il macabro come un istinto dell’essere umano, e soprattutto avendo “ereditato” questa usanze direttamente dagli Stati Uniti, che in materia hanno molte più histories dell’Italia (ricordiamo tutti i casi di Charles Manson e O.J. Simpson, ad esempio).
Quello che stupisce non è quindi la tendenza al commento e alla presa di posizione, ma la facilità con cui questo verdetto viene emesso, paragonabile alla facilità con cui viene pronosticata una partita. Sembra quasi che la massa non faccia distinzione tra un’esibizione sportiva e un delitto efferato, e l’autore sostiene che questo sia possibile solo se i soggetti coinvolti, e in realtà mi spingerei a dire l’intera vicenda, vengono deumanizzati. In questo modo si prende una totale distanza dalla situazione e non ci si capacita di stare giocando (perché altro non è che puro intrattenimento) con situazioni tragiche e con la vita privata delle persone.
Ma se non è possibile impedire la messa in onda delle trasmissioni che fomentano i processi mediatici, quale soluzione dovrebbe essere adottata? Bagnoli dà la stessa risposta di Cesare Beccaria quando nel suo Dei delitti e delle pene invoca un ritorno alla cronaca giudiziaria, basata solo sui processi e sulle sentenze della Magistratura. Per non giungere a una soluzione così drastica è attivo un organo preposto al controllo delle attività dei mass media, ovvero la Agcom (Agenzia Garante delle Comunicazioni), intervenuto più volte nei casi presentati, in particolar modo per Avetrana, al fine di ristabilire un approccio maggiormente professionale e diminuire la pressione sulla vicenda.
Dopo questi interventi, e dopo una presa di coscienza da parte dei giornalisti della spettacolarizzazione, la situazione oggi sembra diversa, anche se la cronaca nera riempie più del 25% della programmazione di tv e giornali. Bagnoli in questa sua pubblicazione, dal taglio prevalentemente saggistico, traccia il perimetro della spettacolarizzazione del dolore nell’ultimo decennio e cerca timidamente di proporre un’alternativa, coadiuvato da testimonianze di colleghi giornalisti. Si concede però alcune affermazioni che di rado sono presenti in un volume che vuol essere un saggio, come la frase di apertura delle conclusioni «la nostra società è quindi totalmente assuefatta al dolore e terribilmente abituata alla violenza», ipotesi totalmente soggettiva che travisa la diminuzione di filtri nella narrazione e la “distanza” del soggetto dai crimini sullo schermo con un’assuefazione definita addirittura terribile. Ho inoltre notato l’assenza di un aspetto che sarebbe stato interessante analizzare per lo scopo della ricerca, ovvero internet. Senza dubbio la colossale rivoluzione del web ha influito sulla spettacolarizzazione e mantiene vivo l’interesse per i casi di nera (attraverso, ad esempio, portali specializzati) e forse un approfondimento avrebbe fornito maggiore completezza al lavoro.
Nel libro tuttavia sono presenti diversi spunti per ragionare sul rapporto dei media con i delitti che vengono commessi ogni giorno, su tutti a mio avviso proprio quello del rispetto verso la situazione e i soggetti coinvolti: vale assolutamente la pena pensare di più quando si parla o si tratta di argomenti così delicati, e la “normalità” con cui essi vengono presentati e approfonditi non aiuta di certo a tenere un comportamento eticamente corretto. Il cambiamento non dev’essere solo dei media, ma anche e soprattutto dei lettori e degli spettatori, che devono essere informati e sensibilizzati. Leggere questo volume è sicuramente un ottimo modo per dare il via a un cambiamento, per capire ed essere più consapevoli e responsabili.
Edoardo Traverso
 Davide Bagnoli 
La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione
 Temperino rosso, Brescia, 2016.

12 gennaio 2017

Violenza di genere

Un tema tristemente attuale quello della violenza sulle donne, una riflessione doverosa proprio in questi giorni che hanno visto realizzarsi due terribili fatti simili, uno un giorno dopo l’altro.
Martedì  10 gennaio 2017, Messina, una giovane ragazze di ventidue anni  viene sfregiata nel corpo dal suo ex fidanzato che dopo averla cosparsa di benzine la dà alle fiamme.
Mercoledì  11 gennaio 2017,oggi,Rimini,una giovane ragazza di ventotto anni viene sfregiata nella faccia dal suo ex compagno che le ha tirato nel volto dell’acido rischiando di farle perdere la vista.
Due ragazze, due vittime della gratuità crudeltà maschile, per fortuna ancora vive, ma segnate per sempre da una ferita indelebile.
Due reazioni diverse: la prima ragazza difende il suo carnefice e nega l’accaduto gridando a gran voce: ’Non è stato lui! ’,mentre la seconda lo denuncia.
La violenza sulle donne è un problema reale ,attuale, è un problema criminale tanto quanto culturale dovuto forse alla diseguaglianza del rapporto tra uomo e donna nella costruzione dell’identità maschile.
E’ un problema enorme e dilagante dovuto probabilmente anche al ritardo che il diritto italiano ha impiegato a ritenerlo tale, a considerarlo reato; basti pensare che il femminicidio è stato per molto tempo considerato delitto d’onore per punire le condotte disonorevoli delle donne e poteva godere delle attenuanti del Codice Rocco.
Nel 1981 si è passati a considerarlo come delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, ma bisogna aspettare il 1996 perché la violenza sessuale sia riconosciuta come reato contro la persona, il 2009 perché siano puniti atti persecutori come lo stalking.
In Italia la violenza di genere è la principale causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni e proprio per questo bisogna parlarne, trovare soluzioni, promuovere le associazioni che aiutano le donne vittime di violenza , denunciare e non avere paura, stilare leggi severe per punire questi reati in modo che passi la voglia alla razza maschile di dimostrare la loro superiorità utilizzando la forza.
Forse nell’ambito giornalistico e dell’informazione si potrebbero raccontare le notizie in modo corretto e non distorcere le notizie usando termini inappropriati come ‘raptus di gelosia’ o l’ha uccisa perché l’amava troppo’, facendo trasparire una sorta di giustificazione o un’attenuante per quanto riguarda gli assassini o gli aggressori, e una colpa implicita nelle vittime, ma chiamando le cose con il proprio nome.
Le vittime vanno difese e non accusate.
Elena Sacchelli

09 gennaio 2017

Cattivi al Sud?


Un’opera di ampio respiro, imponente, ma chiara e lineare quella della Cremonesini e di Cristante. Un compito importante quello che si sono presi. Si perché è importante parlare del Sud soprattutto ora che il discorso sulla questione meridionale è stato come abbandonato, ma mai risolto e si è arrivati invece al cosiddetto 'fattore M' ovvero a una normalizzazione della questione, a una presa d’atto della sua staticità.
Attraverso interviste e analisi si vuole trovare la risposta al seguente quesito: qual è l’immagine del Sud che emerge dai media?
Un’immagine negativa.
Un’indagine meticolosa che passa attraverso siti web, il TG 1 delle ore 20, il più seguito dagli italiani, e giornali di portata nazionale quali Repubblica e il Corriere della sera  dimostra che del meridione si parla poco e quando se ne parla se ne parla male.
Infatti nel periodo 1980-2010, quello preso in considerazione si è trattato soprattutto di cronaca nera (nel caso del tg1) e di criminalità, seguite da notizie inerenti meteo e Welfare State.
C’è la mafia, il degrado, l’arretratezza, la malasanità, il maltempo descritto come anomalo, l’inquinamento, la delinquenza.
C’è la violenza pura e agghiacciante, ci sono gli ecomostri che producono conseguenze disastrose come l’alluvione di Messina, c’è l’Ilva, c’è la corruzione di politica e istituzioni, c’è l’omertà e soprattutto non c’è spazio per la gente onesta.
Ma è possibile che una terra dalle mille meraviglie naturali, una terra di intellettuali della portata straordinaria quali Verga, Sciascia, Pirandello e Croce sia solo questo?
No, non è possibile e dovrebbe e potrebbe esistere una narrazione diversa, ma la classe dirigente dovrebbe fare qualcosa affinché questo avvenga.
In altri casi invece una narrazione diversa esiste, nel cinema e nelle arti.
C’è il neorealismo di Visconti, dove sebbene ci sia una presa diretta sul degrado del dopoguerra emerge l’intento di denuncia sociale, c’è il neorealismo rosa di Risi e Comencini che dà importanza al dialetto, c’è Totò, c’è Basilicata coast to coast di Rocco Pappaleo che con una strategia originale dà visibilità al territorio della Basilicata, c’è Checco Zalone che ironizza sui luoghi comuni di nord e sud.
Anche serie televisive e di successo parlano del Sud non solo in modo negativo, prima fra tutte ‘Il commissario Montalbano’ giallo tratto dalle storie di Camilleri che ci mette davanti ad un Sud problematico, ma reattivo, c’è Gomorra serie di successo internazionale in linea con l’idea negativa di Napoli, ma dove volutamente non ci sono eroi, e altre ancora.
In conclusione ritengo che i problemi al Sud ci siano e che sia giusto parlarne, magari però si potrebbe porre l’accento anche sulle tante realtà positive di lotta alla criminalità organizzata, sul patrimonio artistico e storico, si potrebbe far emergere che la brava gente c’è ed è giusto parlare anche di questo.

Elena Sacchelli

 

Valentina Cremonesini - Stefano Cristante
La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo
 Mimesis, Milano, 2015.
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03 gennaio 2017

Giornalisti di fronte alla sfida dei social media


Molto è stato detto e molto è stato scritto su come l'avvento di internet abbia cambiato il mestiere del giornalista, che oggi cerca nuove strade per sopravvivere ma sembra non aver ancora trovato una soluzione sicura. Il calo delle vendite dei giornali stampati ha prodotto una crisi che le edizioni digitali non sembrano ancora in grado di arginare; inoltre sono ormai entrati in scena Google e i social network come Facebook e Twitter, che si stanno sempre più intrecciando con l'informazione con il rischio, per il giornalista, di perdere il suo ruolo di mediatore tra i fatti e il pubblico. Come si può leggere nel sottotitolo, il libro di Michele Mezza cerca di dare ai giornalisti i mezzi per mantenere una certa indipendenza e “per non diventare sudditi di Facebook e Google”, un'ipotesi che non dobbiamo giudicare esagerata. Sin dalle prime pagine l'autore si concentra su un recente accordo tra il social network di Mark Zuckerberg e grandi testate come il “New York Times” o il “Guardian” secondo il quale i giornali cederebbero a Facebook le loro notizie e il social network si occuperebbe di farle arrivare ai propri utenti a seconda dei loro interessi, intuiti attraverso un'analisi dei profili. Risulta quindi chiaro che in questa situazione i giornalisti devono ritagliarsi un nuovo spazio e capire in quale direzione sta andando il loro mestiere. È proprio questo che cerca di fare Mezza nel suo saggio, prima studiando lo scenario attuale e poi parlando delle tecnologie e delle nuove possibilità alle quali i giornalisti possono e devono guardare.
L'autore si rende conto che un libro sul giornalismo scritto nel 2015, che si concentra proprio sui cambiamenti di questa professione, rischia di rimanere subito indietro rispetto a quanto sta accadendo nel mondo, per questo il suo lavoro non si esaurisce nelle pagine stampate. Il libro è costantemente arricchito con numerosi QR code che, una volta inquadrati con lo smartphone, rimandano a siti, video, o contenuti di altro tipo che si collegano a quel che scrive Mezza, primo fra tutti il sito giornalisminellarete.donzelli.it, che fa da punto di riferimento e raccoglie notizie sull'argomento del libro. L'idea è buona: permette al lettore di essere aggiornato in tempo reale su quello che legge e, al tempo stesso, dimostra un uso concreto della tecnologia da parte dell'autore, che quindi non si limita solo a parlarne. Ma il libro di Mezza funzionerebbe bene anche senza l'aiuto dei QR code e probabilmente le sue indicazioni risulteranno utili ancora per diverso tempo, perché la trasformazione del giornalismo è sì veloce – come tutto nell'era di internet – ma forse non così tanto come si credeva qualche anno fa.
Un aspetto che traspare subito è la grande passione che sta alla base di questo saggio, un interesse vivo che si traduce in ipotesi e osservazioni non banali e in un'attenzione ai nuovi fenomeni che stanno coinvolgendo il mondo del giornalismo: nuovi strumenti, nuovi canali ma soprattutto un nuovo modo, ormai necessario, di pensare il giornale, quello che l'autore definisce un'operazione di re-thinking, invece di un semplice re-styling. A questo proposito va senza dubbio citato l'acquisto del “Washington Post” da parte di Jeff Bezos, il proprietario di Amazon, un fatto che segna una svolta di importanza pari all'accordo tra Facebook e le grandi testate cui si accennava. Tutto ciò non lo apprendiamo solo dalle parole di Mezza, ma anche da alcune interviste e conversazioni con giornalisti e direttori di giornali o siti di news, una soluzione che contribuisce a rendere il saggio più scorrevole. In effetti il libro è piuttosto denso di concetti e a volte non è dei più semplici da seguire, del resto è più indirizzato agli addetti ai lavori che al pubblico generalista. In ogni caso il saggio di Michele Mezza può risultare un valido aiuto per chi cerca di schiarirsi le idee sulla attuale situazione del giornalismo, che se da un lato ci sta togliendo alcuni punti di riferimento, dall'altro ci propone nuove possibilità. Proprio questo è il punto: non bisogna lasciarsi ingannare dal sottotitolo che, pur sottolineando un aspetto di importanza fondamentale nel pensiero dell'autore, potrebbe suggerire una visone essenzialmente negativa di internet. Al contrario, quello su cui più si concentra Mezza sono gli strumenti e le potenzialità offerti dalla tecnologia. Certo, rimangono ancora diversi interrogativi, e dovremo dimenticarci di quel giornalismo che faceva consumare le suole delle scarpe ma, nel frattempo, sta prendendo forma una nuova figura, un mestiere più complesso che tocca campi diversi, e capire come funziona è l'obiettivo di un libro come “Giornalismi nella rete”.
 Lorenzo Maresca

Michele Mezza 
Giornalismi nella rete, per non essere sudditi di Facebook e Google
Donzelli,  Roma, 2015.
*link al sito di Michele Mezza: Giornalismi nella rete
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01 gennaio 2017

Warhol, serigrafo fuori registro

Tra iperbolici echi mediatici di un mercato a tutto mondo, la mostra su Warhol e la Pop Society, al Palazzo Ducale di Genova sino al 26 febbraio 2017 non possiamo perderla, se vogliamo capire perché il nostro tempo è potentemente amorfo, superbamente potente.
La pop art è stata la pandemia del multiplo stonato che ci ha trascinato nel magma delirante del barocchetto digitale, genialmente compresso nel nostro deambulare quotidiano.
Obesità da pixel puntinato, retinato, bulimia molto americana, troppo.
Andrew Warhola nasce il 6 agosto 1928 a Pittsburgh. Si farà chiamare Andy Warhol: un intellettuale, un artista, uno scrittore, fotografo o cineasta o, soltanto, scaltro businessman o, forse, anche cattivo serigrafo che inciampa su un fuori registro - normali fogli di scarto in ogni stamperia - e sa trovare il pozzo di petrolio?
Su Andy l'artista, una luce l'accende la giovane famiglia Trump, con un Donald così difficile e poco emulsionante verso lui da meritarsi l'aggettivo di persona "ordinaria", e si pensi che soltanto alcuni mesi prima, nell'estate dell'81 in uno dei suoi accerchiamenti allo establishment ricco e famoso verso il quale il suo magazine Interview fungeva da testa di cuoio, Warhol definiva il biondo miliardario un bell'uomo.
Andy aveva lavorato molto producendo diversi "dipinti" nei toni del nero e dell'argento dedicati alla Trump Tower, pensati per il suo ingresso, ma i Trump ne restarono perplessi, la moglie inoltre ne fu contrariata perché i colori non si intonavano alle tappezzerie. Rimedierà, in seguito, ma non sappiamo con quanta efficacia, cercandosi le mazzette dei colori.
Andy era convinto che i Trump avrebbero capito l'importanza della sua opera d'arte dedicata al loro grattacielo-tempio tanto da dedicargli la copertina del catalogo. Sembrava una grande idea, ma solo per Andy.
Questo è il senso che si rileva sfiorando appena quella che a mio avviso è l'opera più originale di Andy, i Diari (Istituto Geografico De Agostini, 1989),  purtroppo molto poco celebrati forse perché la parte umanata è la parte vera, quella che si spinge oltre i ricchi e famosi, vip e arrivisti. Ci sono anche "checche, lesbiche e amfetamine", party e vernissage starlet, giovani artisti talentuosi, una cronaca della sua Factory argentata nella 47a e dell'America esaltante e al contempo deprimente sino alla terribilità di un colpo di pistola che quasi lo imbuca per il Creatore, esploso - si racconta - da una "lesbica pazza" che frequentava la Factory per via dei suoi film underground.
E qui, si sente il bisogno di rifugiarsi nella velocità delle arti descritte dal Vasari (inutile scomodare il Bellori, troppo colto) in cui troviamo quella densità oracolare che ci restituisce il sentiero per uscire dal buco nero dell'arte meccanica, impenetrabile e straziata, che a partire dagli anni sessanta ha mutato la società, come si osserva  anche nelle intenzioni della mostra, curata da Luca Beatrice.

"Ma se la scrittura per essere in-colta e così naturale com'io favello, non è degna de lo orecchio di Vostra Eccellenzia, scusimi, che la penna d'un disegnatore non ha forza di linearli e d'ombreggiarli; si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessità di procacciarmi i bisogni della vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che col pennello."

Teste, ritratti, mezze figure, accondiscendenti oppure su commissione, grandi sarti, industriali, cantanti pronti ad autoacquistarsi, superstar  e miti capaci di sedurre il mercato, Greta, Mao, la Gioconda, Nicholson, Liz, Fiorucci, Armani, Versace, Travolta, Dylan, Elvis e, naturalmente, il nostro Agnelli.
Poi simboli di ogni genere, commerciali, sociali, politici, pubblicitarie, sedie elettriche, falci e martelli, Coca Cola, dollari. Una produzione industriale di serigrafie in cui l'artista lasciava intendere troppe cose, persino un senso politico, impegnato, ma che è palesemente assente.
Di certo sappiamo che la sua firma apposta su un lavoro a stampa serigrafica, generata dalla fotomeccanica, supera strepitosamente, spudoratamente, di molto, di moltissimo il mercato di un Durer, di un Rembrandt o di un Goya che sublimemente disegnavano e incidevano direttamente sulla lastra di metallo la loro unica e fragile matrice.
E qui ricordiamo Benjamin secondo cui la riproducibilità deve fare i conti con ciò che si definisce l'aura dell'opera d'arte. Qualcosa di irreperibile, presente nelle opere del passato, un valore che ne garantiva l'autenticità, proveniente da interventi tecnici non imitabili. L'opera limitata a pochi, che manteneva integro il suo valore per tutta la comunità e mai percepita come facsimile da ognuno.
Fenomeno elettronico di massa, invece, che zampilla dai nostri pori.
Non che il nostro biondo scapigliato fosse privo di competenze artistiche, si deduce anche dalle sue illustrazioni nei libri in mostra.
Le sue polaroid - notevoli, in mostra - venivano riprodotte su acetato e per essere compiacente con la committenza lavorava di fotoritocco, aggraziava nasi, occhi, bocca, collo, l'immagine veniva poi ingrandita a 40 x 40 cm e quindi si procedeva alla serigrafia, si creava la mascheratura per la selezione dei colori: bocca, occhi, cravatte, giacche, contorni. Tutto veniva serigrafato in sovrapposizione alla foto oppure in fuori registro.
Questo era il tocco stregato che dava ai multipli di Andy specificità e folgorazione. In arte, tutto può accadere: se osserviamo gli artisti contemporanei più celebrati e le loro trovate, allora sì che Andy è un gigante. Gauguin sosteneva che le idee superano la tecnica e Warhol le idee le aveva, soprattutto su come gestire la sua rete di relazioni che arrivava molto in alto, su, su, sino ai Kennedy e al presidente degli States, Carter.
Pat Hackett, studentessa universitaria, cronista della Factory, avrebbe meritato il Pulitzer Prize for Fiction per aver reso possibile i Diari, tratti da ventimila pagine di appunti. Tutte le mattine ascoltava per ore il resoconto del giorno prima, incontri, amici, feste, spese, incassi. Andy teneva conto persino delle telefonate ed era felice quando poteva usare il telefono degli altri. Pat non riceveva paga, forse il rimborso del bus, ma non è certo. Trascriveva, correggeva, migliorava il discorso. Andy detta i suoi Diari dalla fine del settantasei sino alla sua morte, il 22 febbraio 1987, per problemi alla cistifellea.


"Ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con più commodità e con più lode mia e con più satisfazione altrui potrò forse così col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano."
Francesco Pirella



*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova. 

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