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07 novembre 2010
Festival dell'eccellenza al femminile 2010
In calendario anche un omaggio alle sceneggiature di Suso Cecchi D'Amico, con la proiezione al cinema Sivori delle pellicole L'onorevole Angelina e Nella città l'inferno.
Il Festival è dedicato ogni anno a una figura femminile che ha avuto un ruolo dominante nell'arte, nella scienza o nella vita sociale. Protagonista di questa edizione è Ipazia D'Alessandria, filosofa, matematica e astronoma vissuta nel IV secolo d.C., maestra della biblioteca di Alessandria e condannata a morte per ordine del vescovo Cirillo, considerato oggi uno dei dottori della Chiesa. La figura di Ipazia è stata approfondita in Agorà, film del 2009 di Alejandro Amenabar.
Marta Traverso
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03 novembre 2010
In libreria
Daniele Scaglione
Rwanda. Istruzioni per un genocidio
prefazione di Ascanio Celestini; introduzione di Mimmo Candito
Castel Gandolfo, Infinito edizioni, 2010, 208 pp.
Il volume ricostruisce, a partire dagli anni del colonialismo, il massacro avvenuto nel paese africano. Qui tra il 6 aprile 1994 ed il 19 luglio 1994 furono ammazzati più di 800 mila tra tutsi e hutu moderati. Il volume smentisce l'idea di uno scontro etnico dovuto all'odio tribale e spiega come si sia trattato di un'azione scientificamente e meticolosamente preparata.
Daniele Scaglione é responsabile per il campaigning di ActionAid, organizzazione non governativa che lotta contro la povertà. È stato presidente di Amnesty International dal 1997 al 2001. Laureato in fisica, ha prima lavorato in Fiat e poi nel mondo della cooperazione sociale. Ha scritto Baghdad, Kabul, Belgrado. La democrazia va alla guerra (AdnKronos Libri, 2003), Diritti in campo. Storie di calcio, libertà e diritti umani (Ega, 2004) e il romanzo Centro permanenza temporanea vista stadio (e/o, 2008).
Il libro sarà presentato a Torino venerdì 5 novembre 2010, ore 17.00 presso la Sala conferenze del Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, Corso Valdocco 4/a Torino. Con l'autore interverranno Marco Buttino e Luca Rolandi.
*link all' Introduzione di Mimmo Candito nel sito di Infinito edizioni.
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02 novembre 2010
Per meglio ricordare
Percorsi di ri/lettura per meglio ricordare la persecuzione della comunità ebraica di Genova
Chiara Bricarelli, Una gioventù offesa: ebrei genovesi ricordano, Firenze, Giuntina, 1995Anna Colombo, Gli ebrei hanno sei dita: una vita lunga un secolo, Milano, Feltrinelli, 2005
Liana, Millu, Il fumo di Birkenau, Firenze, Giuntina, 1998
Emanuele Pacifici, Non ti voltare: autobiografia di un ebreo, Firenze, Giuntina, 1993
Piera Sonnino, Questo è stato. Una famiglia italiana nei Lager, Milano, Il Saggiatore, 2004,
Alexander Stille, Uno su mille: cinque famiglie ebraiche durante il fascismo, Milano, Mondadori, 1992, (le pp. 253-318 sono dedicate alla comunità ebraica di Genova).
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01 novembre 2010
In libreria
Mario Perniola
Miracoli e traumi della comunicazione
Torino, Einaudi, 2010, pp.153.
Scheda di presentazione
Miracoli e traumi della comunicazione
Torino, Einaudi, 2010, pp.153.
Scheda di presentazione
Come raccontare il periodo che va dalla fine degli anni Sessanta a oggi? Per comprendere quanto è avvenuto, le categorie tradizionali della cultura e della politica sembrano inadeguate. Ci si è trovati dinanzi a eventi, come il Maggio francese del '68, la Rivoluzione iraniana del 1979, la caduta del muro di Berlino del 1989 e l'attacco alle Torri gemelle di New York dell'11 settembre 2001, nei confronti dei quali tutti hanno esclamato: «Impossibile, eppure reale!» Questi fatti hanno avuto grandissime conseguenze su tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva, destabilizzando radicalmente le istituzioni, i costumi sessuali e il modo di sentire di intere generazioni. È nato un nuovo regime di storicità, caratterizzato dall'esperienza di fenomeni che sono vissuti ora come miracoli e ora come traumi, perché sembrano inaccessibili a una spiegazione razionale e a una narrazione coerente. L'autore, che ha vissuto con partecipazione emozionale e con vigilanza intellettuale le vicende di questo periodo storico, prestando una continua attenzione ai mutamenti e interrogandosi sul loro significato, propone criteri di intelligibilità che aiutino a cogliere la sostanziale unità di questo quarantennio, nel quale la possibilità di una vera azione politica, sessuale e letteraria è venuta meno: in tutti questi ambiti il posto dell'azione è stato preso dalla comunicazione, con effetti insieme devastanti e comici.
*link all'Introduzione del libro sul sito dell'editore Einaudi [leggi tutto]
* segnalato da C.S.
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31 ottobre 2010
Un diverso giornalismo
Gabriele Del Grande
Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti
Castelgandolfo, Infinito edizioni, 2010, 222 pp.

Sant’Agostino era africano.
Oggi che ne sarebbe di lui?
Forse respinto in Libia.
Oppure disperso in mare.
Magari rinchiuso in un centro di espulsione...
Il mare di mezzo. Al tempo dei respingimenti
Castelgandolfo, Infinito edizioni, 2010, 222 pp.

Sant’Agostino era africano.
Oggi che ne sarebbe di lui?
Forse respinto in Libia.
Oppure disperso in mare.
Magari rinchiuso in un centro di espulsione...
Tre anni di inchieste, un viaggio tra memoria e attualità che vi farà trattenere il fiato dalla prima all’ultima pagina. Una raccolta di testimonianze e storie che fanno la storia. La nostra storia. E quella di un Mediterraneo sempre più blindato dalla paura dell’altro. Gabriele Del Grande – espulso dalla Tunisia e nella lista nera dei servizi segreti locali – si mette sulle tracce dei somali e degli eritrei respinti in Libia, facendo luce sul più misterioso naufragio mai verificatosi sulla rotta per l’Italia. La rete di informatori dell’Autore si allarga dalla costa meridionale del Mediterraneo all’Italia e ai centri di espulsione. Ne nascono inchieste su truffe e pestaggi. E parecchi guai. Ma – come insegnano i pescatori di Mazara – non ci si può girare dall'altra parte. E il viaggio alla ricerca della verità continua, dal Nilo al Burkina Faso.
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30 ottobre 2010
In libreria
Giovanni Solimene
L’Italia che legge
Roma-Bari,Laterza, 2010, 182 pp.
Scheda di presentazione
*link all' Indice del libro.
L’Italia che legge
Roma-Bari,Laterza, 2010, 182 pp.
Scheda di presentazione
Le statistiche ci dicono che in Italia si legge poco, drammaticamente meno che negli altri paesi. Il 'lettore forte', come l'Istat definisce chi legge almeno un libro al mese, è una persona che non fa parte della maggioranza degli italiani, è fuori dalla 'norma'. E il futuro che si annuncia non sembra migliore. Le differenze per genere, fascia d'età, area geografica, livello culturale e sociale non solo si confermano ma si radicalizzano. Giovanni Solimine analizza i numeri di questa incrollabile allergia alla lettura, riflette sul profilo di chi legge, sui suoi gusti e sui suoi stili di vita, confronta i dati del panorama del libro e dell'editoria con gli altri consumi culturali e delinea qualche possibile strategia per voltare finalmente pagina
*link all' Indice del libro.
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28 ottobre 2010
Riprendiamoci la facoltà di distinguere ciò che è vero da quello che non lo è!
Se l’intento di Cass R. Sunstein era quello di farci venire dei dubbi su tutto quello che sappiamo e che crediamo, penso che il suo obiettivo sia stato più che raggiunto. Con semplicità ci prende per mano e ci accompagna nel mondo che sta dietro alla realtà, ci porta lì dove tutto il sapere viene creato e ci spiega i meccanismi. Ci fa capire come sia facile omologare il proprio pensiero alle altre persone e come non ci pensiamo due volte a estremizzarlo al massimo se ci sentiamo spalleggiati. L’autore utilizza sempre un linguaggio molto scorrevole (o comunque così l’ha tradotto Lucia Cornalba) e con esempi pratici, tratti dalla Storia, fa valere ancor di più le sue tesi.
Lì per lì ci si sente delle persone stupide, senza personalità, però proseguendo con la lettura ci risulta quasi inevitabile tutto questo. I gossip, i rumors, le false dicerie, come le si voglia chiamare, si diffondono peggio di un’epidemia di colera ai tempi della Guerra dei Cent’anni, ma perché? Tutti ne sono colpiti, e lo sono sempre stati, dalla nascita della parola. Verrebbe da pensare che nessuno ha abbastanza coraggio, voglia o cervello da riuscire a smontare una bugia, però in ogni pagina del libro ci rendiamo sempre più conto di far parte anche noi di quel processo di diffusione e creazione di calunnie. Sarà capitato a chiunque di credere a qualcosa solo perché una persona fidata ha detto che era vero. Oppure non avere quasi il coraggio di far valere le proprie opinioni solo perché il nostro era il pensiero meno quotato. A volte è più semplice allinearsi alle argomentazioni degli altri, perché se sono in tanti sarà il pensiero giusto, o, ancora peggio, perché si potrebbe essere emarginati, e questa è un’epoca in cui l’uomo è solo e sempre più isolato, quindi si ricerca l’unione con qualcuno, anche se questa arriva a scapito delle nostre idee.
Un problema grosso si ha quando è una fonte autorevole a diffondere falsità, è quasi inevitabile non crederci, anche dopo che le nostre conoscenze personali hanno ripassato approfonditamente tutto il nostro sapere e che mette in dubbio quell’argomento. A questo punto però tutte le nostre barriere cadono e lietamente ci adeguiamo a quello che è il sapere comune e condiviso da tutti. Ancora di più, se quello che ci viene “svelato” è quello che già credevamo, ci facciamo cullare nella consapevolezza di aver ragione.
Chi ha quest’autorevolezza di fonte importante dovrebbe saper gestire, o imparare a farlo, il proprio potere e cercare di scoprire ciò che veramente è la realtà, prima di dare in pasto all’opinione pubblica persone comuni o personaggi famosi solo perché “si dice che”. Un esempio, riguardo il potere dei mass media, lo ritroviamo quando vengono create prime pagine e grandi titoli con la notizia che una persona è un delinquente, un molestatore, o chissà di quale reato viene accusato; quando però questa stessa persona, dopo lunghi processi, viene scagionata, la notizia nei giornali e nei tg viene relegata a 5 righe in una zona della pagina che difficilmente attirerà il nostro sguardo. Dunque quella persona per noi sarà sempre ingiustamente una cattiva persona solo perché è facile denigrare qualcuno, ma è difficile risollevare la sua reputazione.
Con l’avanzare sempre più impetuoso di internet tutti i processi vengono estremizzati, sia in bene che in male. Il web è una potente macchina di informazione, con il problema però che non tutti i siti hanno la stessa visibilità, quindi c’è comunque il rischio che proprio quella notizia che dice la verità non verrà messa in primo piano da nessun motore di ricerca e quindi si perderà nella moltitudine di siti. Al contrario saranno visibili tutti gli altri che non apportano nessun valore aggiunto.
Una soluzione per proteggersi dalle ondate di disinformazione e sapere condizionato sarebbe quindi il chilling effect (la censura), sarebbe però chiaramente molto dannoso alla storia dell’umanità. C’è da chiedersi se a volte non è più dannosa la libera circolazione delle idee, o il suo impedimento. In ogni caso, visto che dopo tante lotte, abbiamo la libertà di stampa, e ci teniamo a conservarla, nell’ultima parte del suo libro, Sunstein fa alcune proposte per regolamentare il flusso di pensieri personali. Quindi sbaglia dovrebbe ritrattare nel momento in cui la notizia si rivelasse falsa mentre nel mondo di internet dovrebbe svilupparsi il diritto di segnalare e richiedere la rimozione di una notizia non vera.
Non ci resta che informarci il più possibile per creare la nostra opinione così da non credere incondizionatamente a ciò che ci viene detto; soprattutto dovremmo dotarci di forza di volontà e far valere ciò che riteniamo sia vero, perché, chi lo sa, potremmo essere convincenti e portare dalla nostra parte altre persone, e assieme diffondere quello che può essere il giusto pensiero.
Silvia Dessì
Cass R. Sunstein
Voci, gossip e false dicerie.
Come si diffondono, perché ci crediamo, come possiamo difenderci
Milano, Feltrinelli, 2010, 106 pp.
27 ottobre 2010
In libreria
Giorgio Bocca
Fratelli, coltelli. 1943-2010 L'Italia che ho conosciuto
Milano, Feltrinelli, 2010, 336 pp.
Milano, Feltrinelli, 2010, 336 pp.
Scheda del libro
Di Giorgio Bocca sono note la vena polemica e la mordace ironia che puntellano con forza i suoi settimanali commenti sulla situazione politica. Per l'Antiitaliano per eccellenza del giornalismo nostrano è persino facile mettere alla berlina i tanti protagonisti delle vicende nazionali, quando si ha alle spalle una conoscenza storica degli eventi di prima mano, come per certi versi testimoniano i tanti libri scritti sulla Resistenza o sui protagonisti del primo dopoguerra, come la sua biografia su Togliatti. In questo libro-antologia è raccolto in modo organico e sistematico il meglio della sua produzione "storica", articoli che a suo tempo hanno rivoluzionato lo stesso modo di fare inchiesta e quindi il giornalismo italiano, quando Bocca si mischiava ai pendolari che al mattino presto si recavano al lavoro nel Triangolo industriale o descriveva gli abbacinanti fasti del Miracolo italiano. Dalla caduta del fascismo alla Resistenza, dall'eredità della dittatura al boom economico degli anni sessanta, dal Sessantotto al fattore K., dagli anni di piombo alla fine del fordismo, dalle mafie al leghismo e all'ascesa del berlusconismo: tutti i grandi temi storici e civili che hanno contrassegnato la storia nazionale dal secondo dopoguerra sono qui al centro di un libro straordinario, specchio di antichi mali e al contempo di caduche virtù.
*link ad un estratto del libro e un'audiointervista all'autore [leggi tutto].
*link alle pagine del sito di Feltrinelli editore dedicate a Giorgio Bocca.
26 ottobre 2010
In libreria
Carlo M. Marletti
La Repubblica dei media. L'Italia dal politichese alla politica iperreale
Bologna, Il Mulino, 2010, 172 pp.
Scheda di presentazione
La Repubblica dei media. L'Italia dal politichese alla politica iperreale
Bologna, Il Mulino, 2010, 172 pp.
Scheda di presentazione
Perché, se la televisione è così potente, Berlusconi si è premurato di avere dei giornali che lo fiancheggino, e mostra di sapersene servire contro i suoi avversari? E perché Massimo D'Alema dice di preferire la televisione, con cui si parla a tutti, mentre la sua influenza sugli affari politici è dovuta soprattutto a messaggi in chiave affidati ai giornali, di cui pochi possono cogliere pienamente le implicazioni? Dal 18 aprile 1948 ad oggi spettacolarizzazione della politica e messaggi in politichese rappresentano le due facce della democrazia in Italia, dando luogo a fasi alterne e a volte combinandosi tra loro. Nella Repubblica dei partiti i "messaggi di fumo" di Aldo Moro e il suo lessico fatto di "convergenze parallele" e "strategie dell'attenzione" risultavano funzionali per evitare tensioni politiche e sociali. Negli anni Ottanta al pubblico di massa, passivo e indifferenziato, si sostituì un'audience segmentata e mobile. Ciò ha aperto la strada alla politica pop e a Berlusconi, che servendosi degli effetti di iperrealtà generati dai media si accaparra il consenso con annunci clamorosi e promesse ottimistiche spesso non mantenute. Ma con la crisi economica il pendolo torna ad oscillare. Dalla Repubblica dei media si tornerà indietro alla Repubblica dei partiti e ai suoi rituali?
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25 ottobre 2010
Misura per misura
Alla fine dello spettacolo, quando le luci di sala si accendono ed il brusio del pubblico sovrasta gli ultimi applausi, una domanda sorge spontanea . Perché?
Per tentare di fornire una risposta non certo definitiva ma il più possibile ponderata, occorre fare un piccolo passo indietro ed analizzare velocemente quanto si è appena visto. Misura per misura di Shakespeare (per la regia di Marco Sciaccaluga), prima produzione del Teatro Stabile di Genova per la stagione 2010/2011, si propone di indagare temi attualissimi (del resto, in quale epoca o in quale luogo non furono tali?) quali il potere, la giustizia e la corruzione. Il duca di Vienna (Eros Pagni) difatti di finge un viaggio, lascia il pieno potere al suo braccio destro Angelo (Gianluca Gobbi) e si traveste da monaco per osservare di nascosto gli eventi in sua assenza. Il duca sa di essere stato in passato troppo buono col suo Popolo nel non applicare le leggi che condannano vizi ed adulteri, ma non vuole nemmeno venire ora additato come tiranno. E, ben conoscendo le inclinazioni puritane di Angelo, sa che egli svolgerà al meglio il compito affidatogli. Difatti questi come primo atto del nuovo regno condanna a morte il giovane Claudio reo di aver messo incinta Giulietta, la ragazza di cui è innamorato e del quale è in realtà promesso sposo. I due, in definitiva, hanno solo precorso i tempi. La causa di Claudio viene allora perorata dalla sorella e novizia Isabella (Alice Arcuri), la quale si reca da Angelo a domandarne non la liberazione, visto che il peccato è stato effettivamente compiuto, ma almeno la grazia. Ma Angelo, sino a qual momento integerrimo castigatore di vizi, è sopraffatto dalla carne e giunge a chiedere alla ragazza la sua verginità in cambio della vita del fratello. Isabella rifiuta e toccherà al duca travestito da frate, attraverso una serie di inganni e colpi di scena, dipanare la matassa, salvare Claudio, punire l'ingiusto Angelo e farsi sposare da Isabella.
Lo spettacolo è, pur con qualche sbavatura (come il balletto lascivo finale di Isabella davanti al duca completamente in contrasto col carattere che la ragazza aveva rivelato sino ad un attimo prima), ben diretto, recitato e curato. Ed è a questo punto che sorge la domanda di cui si diceva all'inizio. Perché? Perché il Teatro Stabile di Genova allestisce oggi, nel 2010, spettacoli come se avanguardie, sperimentazioni e ricerche non fossero mai esistite? O meglio, perché questo allestimento, pur essendo consapevolmente e dichiaratamente realizzato per venire incontro al gusto dominante del pubblico, strizza l'occhio alla veramodernità utilizzando qualche trovata puramente esteriore ripresa da questa o quella avanguardia? Quello che ne risulta alla fine è una commistione ben poco comprensibile. La recitazione e l'impianto generale sono difatti di tipo naturalistico (a parte un Eros Pagni ormai ingabbiato in una recitazione sempre uguale a se stessa, e qualche personaggio comico minore ridotto a macchietta), ma la scenografia è composta da due strutture praticabili mobili molto belle (scale, ripiani sopraelevati e porte) che ruotando e spostandosi danno vita ai differenti ambienti dell'azione. Da notare anche che, benché la scenografia sia decisamente di carattere medioevale, i costumi sono un miscuglio che porta addirittura Claudio e Giulietta ad essere due punk con tanto di maglietta strappata, borchie e ciocca di capelli tinta di viola. In altre scene comparivano una radio ed un registratore portatile. Forse l'intento era trasportare in qualche modo l'azione ai giorni nostri, ma allora si sarebbe dovuta percorrere questa strada sino in fondo e dare un taglio decisamente diverso all'intera messa in scena. E però sono esattamente questi elementi che, presi da avanguardie anche vecchie di cento anni (alcuni esempi di prime scenografie mobili e praticabili risalgono addirittura al futurismo russo ed alle opere di Mejerchol'd), regalano a questo spettacolo una patina di modernità che decisamente non ha.
Detto questo è lecito allora domandarsi quale debba o dovrebbe essere il ruolo di un Teatro Stabile pubblico come quello di Genova. Salvaguardare una tradizione desueta e ben patinata che riempie la sala di abbonati, o tentare il balzo verso un reale cammino di ricerca? Lo Stabile genovese ha deciso da alcuni anni di relegare la sua modernità alla Rassegna di drammaturgia contemporanea di fine stagione. Ma qui l'attenzione è posta solo sui testi di cui si vuole provare la tenuta col pubblico e non sugli specifici linguaggi del palcoscenico (recitazione prima di tutto, poi scenografie, costumi, luci, ecc.). E' qualcosa certo, ma può bastare? Anche perché bisogna dire che vi sono esempi positivi in questo senso, ad es. Emilia Romagna teatro coproduce gli spettacoli di Pippo Delbono, forse il regista ed attore più interessante oggi in Italia. Senza dimenticare il sostegno, tra gli altri esempi possibili, dato dal Teatro Stabile di Napoli ad Emma Dante o quello del Festival di Volterra alla Compagnia della Fortezza diretta da ArmandoPunzo.
La domanda resta senza risposta e Misura per misura uno spettacolo ben fatto buono per passare una serata senza pensare più di tanto.
Andrea Scarel
Misura per misura, di William Shakespeare
Con Eros Pagni, Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Marco Avogadro, Massimo Cagnina, Fabrizio Careddu, Gianluca Gobbi, Aldo Ottobrino, Nicola Pannelli, Roberto Serpi, Antonio Zavatteri, Antonietta Bello ed Irene Villa
Scenografie di Jean-Marc Stehlé e Catherine Rankl
Costumi di Jean-Marc Stehlé
Musiche di Andrea Nicolini
Luci di Sandro Sussi
Regia di Marco Sciaccaluga
Produzione Teatro Stabile di Genova
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20 ottobre 2010
In libreria
Televisione convergente. La tv oltre lo schermo
a cura di Aldo Grasso e Massimo Scaglioni
Milano, Linkricerca, 2010
Scheda di presentazione
*link all' Indice e all'Introduzione del libro [leggi tutto]
a cura di Aldo Grasso e Massimo Scaglioni
Milano, Linkricerca, 2010
Scheda di presentazione
Convergenza è una delle parole centrali degli ultimi anni. Se ne è parlato molto, ma poco è stato fatto (e scritto) per capire cosa vuol dire davvero e quale sono le sue reali implicazioni. Televisione convergente cerca di colmare questa lacuna, raccontando i cambiamenti nel modo di fare e di vedere la tv attraverso esempi concreti (dal Grande fratello a X Factor, da I Cesaroni a Romanzo criminale, da CSI a Mad Men). Con lo sguardo attento di chi sa che, con il web e la convergenza, i confini del piccolo schermo sono tutti ancora da scrivere.
*link all' Indice e all'Introduzione del libro [leggi tutto]
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16 ottobre 2010
Tv talk: la tv in tv
Tv Talk è un programma di Rai Educational diffuso da Raitre, giunto alla decima edizione. Condotto da Massimo Bernardini, dalla fascia mattutina del palinsesto è passato, quest'anno, a quella pomeridiana, alle 14.55.
Uno "show-magazine" come si legge nel sito del programma http://www.tvtalk.rai.it/, dove critici, studenti e laureati delle facoltà di scienze della comunicazione, giornalisti e tutti quelli che fanno televisione (autori, registi, presentatori,...), commentano e analizzano la tv, i suoi linguaggi, i retroscena e le curiosità.
Attraverso lo studio della settimana appena trascorsa, con alcuni frammenti video, i titoli dei giornali italiani e internazionali, l'analisi delle curve di ascolto delle trasmissioni o dei film più seguiti, si racconta il mondo televisivo.
Un'attenta osservazione con l'intervento di corrispondenti esteri come Piero Badaloni da Madrid, Franco Schipani da New York o Barbara Serra da Londra.
Puntualità e precisione in quello che gli esperti del settore definiscono programma "metatelevisivo", una televisione autoreferenziale, la tv che parla di tv, di se stessa.
E ne parla per tutti, anche per lo spettatore meno abituato a termini come format, share o web-tv.
Lo consiglio per riscoprire il potere comunicativo di un mezzo che ha cambiato il mondo dell'informazione, e in un certo senso anticipato Internet, strumento che spesso diventa parte del nucleo famigliare.
da seguire su Facebook: http://www.facebook.com/tvtalk
da seguire su Youtube: http://www.youtube.com/raieducational
Annamaria Dall'Aglio.
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13 ottobre 2010
Questa sera si recita a soggetto
La stagione del Teatro Stabile di Genova si è aperta martedì 12 ottobre al Teatro Duse con Questa sera si recita a soggetto di Luigi Pirandello per la regia di Alberto Giusta.
Si tratta di uno dei tre testi pirandelliani della Trilogia del teatro nel teatro (gli altri due sono Sei personaggi in cerca d'autore e Ciascuno a suo modo) nella quale l'autore scandaglia, smonta e rimonta a suo piacere tutti i meccanismi della messa in scena del dramma borghese ottocentesco. Se nei Sei personaggi in cerca d'autore si analizzano i contrasti tra Attori e Personaggi ed in Ciascuno a suo modo quelli tra Attori e Pubblico, in Questa sera si recita a soggetto viene affrontato il conflittuale rapporto tra Attori e quello che oggi viene comunemente definito regista ma che nel 1929, anno della prima rappresentazione, era ancora indicato come "direttore". Il termine "regista" (derivante dal tedesco régisseur) in Italia sarà introdotto solo nel 1932 nel vocabolario Migliorini e diverrà di uso comune solo dopo la Seconda guerra mondiale.
Questa sera si recita a soggetto mette in scena il tentativo del direttore tedesco dottor Hinkfuss di mettere una scena la novella Leonora, addio!, di Pirandello anch'essa: un tipico dramma borghese nel quale si intrecciano tradimenti, gelosia e morti drammatiche. Il direttore però vuole allestire la novella senza un copione prestabilito ma attraverso le improvvisazioni (la recitazione "a soggetto" appunto) degli attori. Attori che però non sono liberi di affrontare scene e personaggi come meglio ritengono, ma che vengono costantemente ingabbiati da un direttore che li considera meri strumenti della propria arte al pari delle scenogragie e delle luci. Dapprima gli attori tentano di seguire le indicazioni del direttore e, fra proteste ed interperanze, recitano circa tre quarti del dramma; ma la scena della drammatica morte del padre è disastrosa. Egli dovrebbe entrare in scena insanguinato per la pugnalata ricevuta al cabaret, ma il suo bussare non viene sentito dagli altri attori (impegnati a cantare un'aria del Trovatore) ed alla fine sale sul palcoscenico solo per portare le proprie rimostranze al direttore. Ne nasce una discussione nella quale il direttore dimostra quanto poco importante reputi la necessità di immedesimazione degli attori nei propri personaggi, e quanto sia invece interessato alla realizzazione della sua personale opera d'arte. A questo punto gli attori si ribellano, cacciano il direttore e concludono da soli il dramma recitando, finalmente, come vogliono. Vale a dire mettendo in pratica un'immedesimazione quanto più possibile vera e credibile col proprio personaggio. Addirittura la prima attrice avrà un vero collasso al momento della morte del personaggio. Ma vi è un colpo di scena finale: il dottor Hinkfuss ricompare ed asserisce di non aver mai smesso di guidare, anche a loro insaputa, i propri attori. Come un burattinaio tiene i fili delle proprie marionette.
L'allestimento curato da Alberto Giusta brilla per la grande capacità dimostrata nel rendere giustizia ad un teatro umoristico (nel senso descritto dal medesimo Pirandello nel saggio L'umorismo) che però spesso viene allestito come estremamente drammatico, cervellotico e noioso. Sicuramente sono stati d'aiuto i molti tagli operati nei confronti di quelle parti didascaliche che Pirandello inseriva nei propri testi proprio perché sapeva quanto possa essere facile per gli attori travisare o distorcere volontariamente il pensiero dell'autore.
Alberto Giusta ha inoltre accentuato, nel suo dottor Hinkfuss, i tratti che rendono questo personaggio un regista-demiurgo, solo ed unico padrone della scena, il quale pone ogni elemento della rappresentazione, attori compresi, a completo servizio della sua arte. Hinkfuss indossa un frack logoro, leggermente troppo piccolo, si muove a scatti perchè nervoso, e fisicamente è quasi sempre leggermente piegato di lato. Forse leggermente stereotipata, ma l'idea dell'artista della prima metà del secolo scorso leggermente sregolato è resa alla perfezione.
Gli altri attori sono parimenti bravi nel continuo gioco di essere se stessi (non a caso si utilizzano i loro veri nomi e cognomi) ed i personaggi del dramma. In particolar modo Mariella Speranza nella caratterizzazione popolar siciliana della signora Ignazia ed Alessia Giuliani, veramente emozionante nel confronto finale col marito/carceriere Verri (Massimo Lorino), la conseguente morte di crepacuore ed il vero malore dell'attrice.
La scenografia di Laura Benzi e le luci di Sandro Sussi hanno ben reso l'atmosfera del piccolo teatro di provincia dove è probabilmente ambientata la rappresentazione. Su un palcoscenico libero da quinte e fondali un piccola tenda rossa, sorretta da una struttura metallica, funge da sipario. Alcuni pannelli dipinti ricordano i fondali in uso ai primi del '900; vi sono inoltre alcune sedie di legno e vimini e poco altro. Il tutto estremamente essenziale e funzionale alla rappresentazione. Interessanti poi sono tutte le luci dal basso poste da Sandro Sussi a ricordare come nei teatri primonovecenteschi usasse ancora questo tipo di illuminazione con le classiche luci sulla ribalta.
Il giudizio generale su questo allestimento è dunque positivo. Rimane solo un dubbio. Perché, dopo la cacciata del regista, il dramma viene rappresentato in maniera così vera e credibile? Nella Trilogia del teatro nel teatro Pirandello ha non solo posto l'attenzione sui nodi focali degli allestimenti teatrali, ma ha anche (e forse maggiormente) decretato, smembrandolo e picconandone le fondamenta, la fine e l'irrapresentabilità del dramma borghese sino a quel tempo (ed anche oggi in fondo) imperante sulla scena italiana. Forse questo tema è maggiormente evidente nei Sei personaggi in cerca d'autore, ma di certo non è estraneo a Questa sera si recita a soggetto. Non sarebbe forse stato meglio portare l'ottima recitazione di Alessia Giuliani ad una carica di emozioni tali da renderla, alla fine, ridicola nel suo cercare di "essere" il personaggio? Questo, ovviamente, senza alcuna presa di coscienza da parte sua o degli altri attori. Pirandello mina la rappresentabilità del dramma borghese che invece, qui, appare ancora perfettamente realizzabile. Questa sera si recita a soggetto è sì un testo incentrato sul rapporto tra il direttore e gli attori, ma la riflessione sul teatro al suo interno è decisamente di più ampio respiro.
Un'ultima notazione. E' interessante che il direttore sia tedesco e non italiano. In Europa invece, ed anche in Germania ovviamente, sin dalla fine del secolo precedente si stava andando definendo il concetto di regista come unico e vero autore, e quindi artista, dello spettacolo. In Italia invece il direttore era inteso, secondo i dettami di Silvio d'Amico, come un garante della volontà dell'autore contro le interperanze degli attori. E' quindi altamente probabile che Pirandello abbia riversato sul dottr Hinkfuss tutta la sua diffidenza per una figura che non considerava il testo come parola sacra da restituire al pubblico, ma come un semplice strumento di lavoro da modificare a proprio piacimento.
Andrea Scarel
Questa sera si recita a soggetto, di Luigi Pirandello
con Alberto Giusta, Davide Lorino, Massimo Brizi, Mariella Speranza, Alessia Giuliani, Cristina Pasino, Alex Sassatelli, Barbara Alesse, Ernesta Argira, Manuel Zicarelli, Carlo Sciaccaluga
Scene e costumi di Laura Benzi
Luci di Sandro Sussi
Regia di Alberto Giusta
Produzione Compagnia Gank e Festival teatrale di Borgio Verezzi; in collaborazione col Teatro Stabile di Genova.
Genova, Teatro Duse, dal 12 al 24 ottobre 2010.
07 ottobre 2010
In libreria
Claudio Cerasuolo
Paladini di carta
Roma, Centro di documentazione giornalistica, 2010.
Scheda di presentazione
Per soldi, fama, opportunità, per potere, giustizia, curiosità, per edonismo, per egocentrismo. Storie irriverenti di giornalisti e giornalismi e di una professione che a volte si fa per caso e più spesso per passione. [...] Un manuale sul come si è fatta, si fa e si dovrebbe fare informazione raccontato, con l’abilità dello scrittore di gialli e l’accuratezza del cronista. Come un romanzo vengono infatti seguiti filoni paralleli che vanno poi ad intrecciarsi: da un lato una rilettura in chiave storica ed ironica della storia del giornalismo e dei personaggi che, direttamente o indirettamente, hanno contribuito allo crescita ed allo sviluppo della professione, dall’altro le caratteristiche del giornalismo “moderno” e delle tecniche da conoscere e mettere in pratica. Claudio Cerasuolo, per oltre 20 anni responsabile della cronaca giudiziaria de “La Stampa”, dipinge il giornalista come arrivista e filisteo, ma anche come il segugio che se fiuta la notizia non la molla. Disposto, pur di arrivare alla verità e fare uno scoop, a vendere l’anima. La sua e non solo la sua! [leggi tutto sul sito dell'editore].
Roma, Centro di documentazione giornalistica, 2010.
Scheda di presentazione
Per soldi, fama, opportunità, per potere, giustizia, curiosità, per edonismo, per egocentrismo. Storie irriverenti di giornalisti e giornalismi e di una professione che a volte si fa per caso e più spesso per passione. [...] Un manuale sul come si è fatta, si fa e si dovrebbe fare informazione raccontato, con l’abilità dello scrittore di gialli e l’accuratezza del cronista. Come un romanzo vengono infatti seguiti filoni paralleli che vanno poi ad intrecciarsi: da un lato una rilettura in chiave storica ed ironica della storia del giornalismo e dei personaggi che, direttamente o indirettamente, hanno contribuito allo crescita ed allo sviluppo della professione, dall’altro le caratteristiche del giornalismo “moderno” e delle tecniche da conoscere e mettere in pratica. Claudio Cerasuolo, per oltre 20 anni responsabile della cronaca giudiziaria de “La Stampa”, dipinge il giornalista come arrivista e filisteo, ma anche come il segugio che se fiuta la notizia non la molla. Disposto, pur di arrivare alla verità e fare uno scoop, a vendere l’anima. La sua e non solo la sua! [leggi tutto sul sito dell'editore].
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Storia del giornalismo
29 settembre 2010
In libreria
Angelo Agostini - Marta Zanichelli
Studiare il giornalismo
Bologna, Archetipo libri, 2010, 244 pp.
Scheda di presentazione
Studiare il giornalismo
Bologna, Archetipo libri, 2010, 244 pp.
Scheda di presentazione
Studiare il giornalismo non è facile. Non lo è per due buone e solide ragioni. La prima è ovvia: il giornalismo è una macchina complessa. Lo era duecento anni fa, quando c'erano soltanto i giornali; a maggior ragione lo è oggi con la moltiplicazione delle piattaforme di
produzione e diffusione. Studiare il giornalismo è poi tutt'altro che facile perché i giovani (e quindi gli studenti) non leggono i giornali, guardano poca tv, alla radio ascoltano musica, sul web raccolgono le notizie in modo casuale. Lo studente dei Corsi di laurea in Scienze della comunicazione (non solo lui, magari) non può, tuttavia, non sapere che cos'è, come funziona, come si articola, come si diffonde, come viene usato e consumato il giornalismo. Non può permetterselo, perché non comprenderebbe altrimenti come funziona il sistema dei media. Questo volume, volutamente agile, semplice, didattico, risponde a tre scopi. Vuole offrire una sintesi dei migliori lavori sul giornalismo, dentro una cornice coerente che dia conto dell'evoluzione tanto dell'offerta d'informazione quanto degli studi sul suo impatto con la sfera sociale, politica, economica e culturale. Vuole rispondere ai nuovi ordinamenti universitari, privilegiando la completezza delle prospettive nel rispetto dei carichi di lavoro dei corsi di laurea triennale. Vuole aiutare gli studenti ad aprirsi una strada dentro un mondo che per molti tra loro sarà una vera scoperta. Questo volume è un'antologia, maneggevole, organica e coerente. Un'ampia introduzione disegna i contorni del campo di studi.
produzione e diffusione. Studiare il giornalismo è poi tutt'altro che facile perché i giovani (e quindi gli studenti) non leggono i giornali, guardano poca tv, alla radio ascoltano musica, sul web raccolgono le notizie in modo casuale. Lo studente dei Corsi di laurea in Scienze della comunicazione (non solo lui, magari) non può, tuttavia, non sapere che cos'è, come funziona, come si articola, come si diffonde, come viene usato e consumato il giornalismo. Non può permetterselo, perché non comprenderebbe altrimenti come funziona il sistema dei media. Questo volume, volutamente agile, semplice, didattico, risponde a tre scopi. Vuole offrire una sintesi dei migliori lavori sul giornalismo, dentro una cornice coerente che dia conto dell'evoluzione tanto dell'offerta d'informazione quanto degli studi sul suo impatto con la sfera sociale, politica, economica e culturale. Vuole rispondere ai nuovi ordinamenti universitari, privilegiando la completezza delle prospettive nel rispetto dei carichi di lavoro dei corsi di laurea triennale. Vuole aiutare gli studenti ad aprirsi una strada dentro un mondo che per molti tra loro sarà una vera scoperta. Questo volume è un'antologia, maneggevole, organica e coerente. Un'ampia introduzione disegna i contorni del campo di studi.
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21 settembre 2010
In libreria
Alessio Cornia
Notizie da Bruxelles. Logiche e problemi della costruzione giornalistica dell'Unione Europea
Milano, Franco Angeli, 2010, 192 pp.
Scheda di presentazione
Notizie da Bruxelles. Logiche e problemi della costruzione giornalistica dell'Unione Europea
Milano, Franco Angeli, 2010, 192 pp.
Scheda di presentazione
Nonostante le scelte dell'Unione europea incidano fortemente sulla vita quotidiana dei cittadini italiani, i suoi attori e le sue decisioni ottengono uno spazio marginale nei media del nostro Paese. Questo contribuisce ad allontanare l'Europa dagli europei e a farla apparire come un'entità distante e poco trasparente. Perché l'UE viene considerata come un argomento giornalistico di scarso interesse? Le logiche di funzionamento della "macchina europea" sono inconciliabili con le logiche mediali? Questo studio vuole approfondire i fattori strutturali che condizionano la produzione informativa sull'Unione europea e le problematiche che ostacolano la notiziabilità delle sue istituzioni. Emergerà come i corrispondenti da Bruxelles adottino particolari stratagemmi per rendere l'attualità europea maggiormente attrattiva per il pubblico italiano. Il volume, inoltre, illustrerà come la Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo organizzano i rapporti con la stampa e come le loro attività siano oggetto di modalità differenti di rappresentazione mediale. Bruxelles apparirà come un campo in cui diverse fonti istituzionali si attivano per promuovere presso i giornalisti la loro particolare "idea di Europa" e in cui la dimensione nazionale e quella sopranazionale entrano spesso in competizione. A partire da una ricerca sul campo, l'autore ha ricostruito le logiche di funzionamento del microcosmo giornalistico di Bruxelles. Dalla sua analisi emergerà, più in generale, come dietro le notizie attraverso le quali ci informiamo su ciò che accade nel mondo si nasconda un "gioco strategico" fatto di collaborazioni, conflitti, accordi e compromessi: una negoziazione continua che vede coinvolti diversi attori (giornalisti, organizzazioni mediali e fonti) e che condiziona il modo in cui vengono rappresentati gli eventi. Uno studio, dunque, che svela i dietro le quinte del processo di costruzione delle notizie, le quali, ben lontane dall'essere un rispecchiamento fedele del reale, sono il frutto delle strategie d'interazione e delle "mosse" compiute degli attori che concorrono per definirne il significato.
Indice:
Introduzione
Come e perché studiare l'informazione giornalistica sull'Unione europea
(Copertura mediale e legittimità democratica dell'UE; Il newsmaking: chi condiziona il processo di produzione delle notizie?; L'indagine sul campo: uno studioso tra i giornalisti a Bruxelles)
Giornalisti nella "bolla di Bruxelles"
(Il contesto mediale: a chi interessa l'Europa?; Il contesto sociale: la "bolla di Bruxelles"; La Commissione al centro della comunicazione europea; Le regole d'interazione tra fonti e corrispondenti)
Istituzioni europee e corrispondenti italiani: un rapporto difficile
(La Commissione: tante informazioni, poca politica; Il Consiglio: la concorrenza tra fonti; I condizionamenti strutturali sulle notizie UE; La scarsa visibilità mediale del Parlamento europeo; Il ruolo delle lobby; Le fonti confidenziali e i giornalisti: chi usa chi?)
Lontani dalla redazione, sempre insieme ai colleghi: cercare l'Italia a Bruxelles
(Il rapporto con l'Italia: la sindrome dell'abbandono; La collaborazione tra colleghi e gli eccessi della concorrenza; La concorrenza porta alla collaborazione; Fare giornalismo protetti dal "branco"?; Routine giornalistiche per "italianizzare" Bruxelles)
Conclusioni
Riferimenti bibliografici.
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16 settembre 2010
I Balcani e il loro amore per la cultura italiana
Il volume che sto per introdurre è una raccolta di atti, ovvero di interventi che si sono susseguiti durante un convegno a Tirana, Albania nel 2008. L’incontro, come il testo, era intitolato L’italiano di fronte ed ha visto la partecipazione di membri di numerose testate radiotelevisive europee, scrittori balcanici, rappresentanti di università italiane, albanesi, croate. L’organizzazione si deve alla Comunità radiotelevisiva italofona, presente con la segretaria generale Loredana Cornero e il presidente Remigio Ratti. Questa organizzazione è stata fondata il 3 aprile 1985 come collaborazione fra radiotelevisioni di servizio pubblico – Rai, Rtsi, Rtv Koper-Capodistria, Radio Vaticana e San Marino Rtv – con l’intento di valorizzare la lingua italiana nel mondo. Lo scopo dell’evento sopraccitato era capire meglio le posizioni, il sentire delle popolazioni dell’Europa sudorientale riguardo la nostra lingua e cultura e se, in quale modo, ci si sta muovendo per migliorarne la conoscenza e quindi anche i rapporti fra l’Italia e questi paesi.
A giudicare dalla titolazione si potrebbe pensare che si tratti di un primo passo per verificare se ci sono le condizioni per realizzare o consolidare un sentire comune italiano in quest’area del Mediterraneo, ma non è così. Dando uno sguardo alla scaletta dei lavori, procedendo nella lettura degli interventi soprattutto ci si rende conto che l’italiano e la cultura italiana sono già molto diffusi, in particolar modo in Albania. Come potrebbe essere per molti una rivelazione sapere che esistono enti in vari paesi che si occupano di promuovere, così viene definita da molti nel corso della conferenza, “l’italicità” nel mondo, che spesso sono costituiti da volontari e che cooperano già da tempo fra loro. Occorre però precisare che molti di essi non si adoperano solo a favore della causa italiana: sono veicolo di conoscenza anche per altre lingue perché non trasmettono esclusivamente in italiano, ne è un esempio la Radio Vaticana. Proprio il fatto che il convegno si sia tenuto nella capitale albanese dimostra la vicinanza, come quella di altri paesi dell’area balcanica, all’Italia.
È di vecchia data infatti l’avvio di rapporti fra i nostri paesi. I contatti hanno origine già nel III secolo a.C., quando la Roma repubblicana si orientò all’Adriatico e diede avvio ad una serie di guerre che in seguito “latinizzarono” questi territori. Successivamente, grazie alla sua potenza commerciale, è stata la Repubblica marinara di Venezia a far si che si consolidasse l’influsso della lingua italiana nei Balcani. Al punto che molti documenti ufficiali venivano scritti in italiano. L’attaccamento a questa lingua latina è persistito anche nel corso del XIX, nonostante le forti rivendicazioni nazionaliste. Il legame si è indebolito solo all’inizio del XX secolo, per via degli assestamenti politici dei paesi di quest’area.
Oggi contribuiscono alla diffusione della cultura italiana la comunità organizzatrice dell’evento, Alpe-Adria Magazine Tv un’emittente composta 17 emittenti nazionali, la Radio Vaticana, Radio Fiume, ma anche la Rai, Rai Internazionale, Rtsh Albania la radiotelevisone albanese, la televisione del Montenegro, l’Uer-Unione europea di Radiotelevisione e anche le scuole e le università.
Non c’è intervento che non sottolinei come, memori dell’antico lascito dei veneziani probabilmente, i balcanici con gli albanesi in testa desiderino imparare la nostra lingua, ritengano che l’italiano sia un ottimo strumento di lavoro, ammirino il nostro paese. Da sempre l’Italia è amata e invidiata grazie alle trasmissioni della Rai. Sono tantissimi coloro che in Albania conosco la nostra lingua. È piuttosto comune in Croazia avere scuole dell’obbligo dove viene insegnato l’italiano: in molti casi i ragazzi sono bilingue, come certificato da ricerche condotte dalle nostre università. Notevole è il numero di studenti universitari che scelgono di studiare l’italiano, come prima seconda o terza lingua nelle facoltà linguistiche, ma è apprezzato anche in altre. Non potrebbe essere altrimenti dato che spesso i testi universitari, presso i corsi di medicina, sono scritti da autori italiani.
Questo libro quindi è un’ottima testimonianza di quanto la nostra cultura sia considerata preziosa al di là dell’Adriatico e di come c’è chi si preoccupa di diffonderla e difenderla, anche oltre questi confini, grazie al virtuale abbattimento delle barriere operato dai radio, televisione e soprattutto internet.
Alessandra Zammarchi
L’italiano di fronte. Italicità e media nei Paesi dell’Europa sudorientale
a cura di Loredana Cornero
Roma, ERI Rai Radiotelevisione Italiana, 2009, 123 pp.
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15 settembre 2010
La storia del mondo guardata dal buco della serratura
“Il più grande atto rivoluzionario è dire ciò che si pensa” amava ripetere la rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg. E ricordando questo motto in uno dei racconti di Espejos, Galeano lo fa suo, creando un libro che è un inno alla potenza della parola. Era dai tempi di Memorie del fuoco, trilogia nata in Spagna durante il primo esilio dall’Uruguay, che Galeano non generava una tale unione di rabbia e speranza. Oltre 600 racconti, tasselli di un mosaico di storia raccontata non dai vincitori, ma dalle voci degli invisibili. Ogni pagina è uno specchio. Ogni specchio, una sfumatura della storia capace di dar voce ai nessuno che gli specchi della cultura occidentale non riflettono. Galeano ci restituisce la vera faccia della realtà, e come spesso sappiamo e ancor più spesso dimentichiamo, questo volto non è mai quello dei vincenti. La penna del giornalista sudamericano si fa ogni libro più asciutta, semplice e diretta, e nella selezione accurata di ogni parola incastonata in frasi ridotte all’essenziale, ritroviamo il senso ultimo del linguaggio, la sua capacità evocativa. “Bisogna lavorare più con la gomma che con il lapis” e il silenzio è alla fine la migliore comunicazione. Un’ironia spietata emerge nei microracconti di poche pagine, o anche poche parole. Perché la verità non ha bisogno di tanto clamore. Non ha bisogno di fronzoli. Spesso, fa male già così com’è. Galeano narra, e come rivolgendosi a bambini inconsapevoli, spiega la reale natura degli eventi storici, dalla nascita dell’Inquisizione ai primi attacchi Usa in Iraq, passando senza soluzione di continuità alla biografia di Zapata e Giovanna d’Arco. Una lettura ribaltata della storia, rendendo un disincantato omaggio alla diversità umana. Si parla del Diavolo, che oggi è musulmano, ebreo, nero, donna, povero, straniero, omosessuale, gitano, indio. Tramite aneddoti scolpiti in personaggi noti o immagini sottratte ai libri di storia, Galeano mostra la brutalità di un presente che supera il passato senza dargli nemmeno uno sguardo, mentre la verità vive nelle pieghe dei giorni passati. Ma tra gli infiniti specchi che intessono il romanzo, s’instilla il dubbio di un domani in cui una nuova rivoluzione francese nominerà anche le donne nella Dichiarazione dei Diritti e nessuno sarà più schiavo di quanto Bolivar chiamò “il colonialismo mentale”. In cui i libri di scuola racconteranno che Colombo non scoprì l’America, perché l’America già stava li. E che il 12 ottobre 1492 in molti paesi della Bolivia è giorno di lutto. Un domani in cui si moltiplicheranno i presidenti indios fratelli di Evo Morales, e le giovani Michelle Bachelet alla guida del Cile e delle cilene. Ma perché questo avvenga, la storia deve venire a galla, una storia fatta innanzitutto di persone e di tanti piccoli eventi che Galeano rilegge con gli occhi rispettosi delle differenze di cui da sempre si nutre il mondo. Si parla di noi oggi, del Nord del mondo imprigionato nelle sue certezze alimentate dai media; il Nord allenato a disprezzare il Sud e che risolve i suoi dubbi stabilendo che è la realtà che si sta sbagliando, perché i media non sbagliano mai. E ad ogni racconto, è affiancata una domanda, per non dimenticare che sono gli uomini artefici del loro futuro: come sarebbe andata se al posto dei conquistadores avesse avuto esito la flotta cinese, che negli stessi anni scopriva il mondo senza pretendere in cambio schiavi, ma solo informazioni per ampliare una biblioteca di oltre 4mila libri? Senza l’oro del Brasile, sarebbe stata possibile la rivoluzione industriale in Inghilterra? E Liverpool sarebbe diventato il porto più importante del mondo senza la compravendita degli schiavi? La vergogna di essere figli d’Europa in una narrazione che non cerca colpevoli né vuole raccontare tutto, solo ad ogni pagina sceglie di ricordare. E il risultato sorprende, fotografia di un mondo mandato avanti dalle sue contraddizioni e, forse per questo, dove i silenzi dicono più di ciò che i vincitori chiamano verità. Una capacità di lettura del reale in cui emerge il carattere critico del giornalista che in quest’ultimo lavoro ci fa assaporare la lezione di storia cui assistiamo ogni mattina chiudendo il giornale. Perché i giornali ci insegnano con ciò che dicono, e soprattutto con ciò che non dicono.
Elisa Murgese
Eduardo Galeano
Specchi. Una storia quasi universale
Milano, Sperling & Kupfer. 2008, 384 pp.
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14 settembre 2010
Manifesto HabanerO
HabanerO è un nuovo progetto editoriale, una casa editrice gestista da una redazione di ragazzi e ragazze under25 che si propone un modus operandi nel campo dell'editoria ispirato a valori di socialità, perequazione, fratellanza.
Qui riportiamo il manifesto di HabanerO.Manifesto
Habanero Chocolate Pepper, piccoli peperoncini provenienti dallo Yucatan, molto colorati, molto, troppo piccanti.
Il progetto HabanerO trova le sue premesse da tutto ciò: per quanto piccoli noi si possa essere, se saremo insieme, se saremo uniti, nessuno potrà mai pensare di mangiarsi un intero cesto di Habanero. Siamo molto colorati: pericolosissimi, sì, perché quasi mortali per la nostra piccantezza, difficilmente digeribili, scomodi, estremi. Ma colorati, appunto. Un piatto tracimante Habanero colorati è bellissimo da vedere, rutilante e splendente, ma tutta questa bellezza nello stile rivela poi una forza, una vitalità, una decisione nel contenuto quasi insospettabile.
Siamo il progetto HabanerO.Un progetto editoriale che si propone di promuovere un nuovo gusto, uno stile letterario ed artistico che altrimenti, in altre case editrici che puntano al profitto, non troverebbe spazio. Per restituire l’Arte alla gente, per liberarla dal giogo del mercato. È più facile dire che ciò che non siamo: NON siamo il mercato, NON siamo il pressapochismo, NON siamo il qualunquismo, NON siamo l’ipocrisia, NON siamo il dover scendere a compromessi, NON siamo ciò che gli Altri vorrebbero. Gli Altri, quelli che cercano di fregarvi.
Cerchiamo nuovi talenti, cerchiamo quella parte buona e sana dell’editoria italiana sulla quale, ogni volta, ogni progetto da noi lanciato, ci appoggeremo: conteremo su case editrici preesistenti che questi requisiti di correttezza dimostreranno, così che queste ci possano accompagnare nel nostro percorso.La responsabilità è e sarà sempre, comunque, nostra: una direzione morale data dal fatto di avere un obiettivo importante, quello, cioè, di essere una nuova gioventù letteraria, un movimento rivoluzionario, una rivoluzione, un’avanguardia. Siamo un sentimento. Un'emozione di felicità, gioia, contentezza, incazzatura, fede, combattività, ribellione, giovinezza ed Amore.
Noi siamo HabanerO.Siate HabanerO anche voi.

13 settembre 2010
“La ricetta per muoversi nel mondo globale: prendere appunti!”
Nel luglio del 2006 si spegneva uno dei sociologi più importanti ed influenti nello studio dei mezzi di comunicazione. Il suo impegno e le sue ricerche continuano a parlare per lui, come dimostra il libro uscito postumo il cui titolo originale suona Media and Morality. On the rise of the Mediapolis. In questo appassionato saggio Silverstone mette a nudo il rapporto tra i media e l'uomo o meglio l'uomo cosmopolita che abita il villaggio globale. Tra una chiacchierata e l'altra con personaggi illustri del calibro di Hanna Arendt, Ulrich Beck ed Emmanuel Levinas (ma anche tanti altri), il lettore è coinvolto in un articolato dibattito sulla società post moderna e il ruolo sempre più insistente dei media all'interno di essa, il cui risultato si traduce con la nascita di un nuovo spazio: la “mediapolis”. La mediapolis (invenzione lessicale dall'autore) è il mondo con cui tutti noi entriamo in contatto attraverso i mezzi di comunicazione, un fenomeno globale che porta oltre i confini convenzionali e allo stesso tempo si rivela un contesto contraddittorio e dinamico. Proprio per tutti questi motivi la mediapolis, secondo Silverstone, non può e non deve essere lasciata a se stessa. Non è necessario essere degli esperti per sapere che oramai i mezzi di comunicazione di massa rivestono un ruolo centrale nella vita di tutti i giorni: da essi dipendiamo per tessere le relazioni senza le quali la vita sociale sarebbe impensabile e sempre da essi riceviamo informazioni sulla realtà che ci circonda. Con il concetto di mediapolis si evidenzia così l'esistenza di una “seconda natura”, la quale ci mette a disposizione le risorse per vivere nella società di oggi, ci aiuta a capire il mondo e ad agire nelle nostre pratiche sociali.
Al termine di tali premesse l'autore ci fa scontrare con un “ma”: quanto detto fino a qui mostra il potere (nel senso di potenziale) che i mass media hanno acquisito negli ultimi anni, un potere che se mal gestito può offuscare e distorcere la rappresentazione della realtà. La visione dei mezzi di comunicazione, come arma a doppio taglio, porta Silverstone a suggerire alcune proposte per un loro uso più consapevole e competente. Il libro ci indirizza così verso la strada della responsabilità: quasi un appello al recupero del senso civico di tutti i soggetti coinvolti nella mediapolis. Un vero richiamo al “cittadino critico perduto”, in grado di analizzare i simboli con cui entra in contatto quotidianamente. Le riflessioni del sociologo inglese ci permettono di capire quale ruolo importante rivesta la nostra conoscenza sui media: essi hanno la capacità unica di presentare e rappresentare il mondo e costituiscono una parte integrante della polis moderna. Una polis che per sopravvivere necessità d’ospitalità, giustizia, responsabilità e partecipazione. Senza le giuste competenze mediatiche la comunicazione può essere controproducente, ecco perché Silverstone sembra quasi urlare: “abbiamo bisogno di saper comunicare e di saper muoverci tra i mezzi di comunicazione per vivere dignitosamente nel mondo globale!”.
Senza dubbio consiglio la lettura di questo saggio agli studiosi della comunicazione, a chi lavora o vorrebbe lavorare in questo settore, ma anche a coloro i quali siano incuriositi da questa materia. Attraverso una scrittura accurata e una ricerca meticolosa (come mostra il numero e lo spessore delle note) il libro va alla continua caccia dell'attenzione del lettore, mostrandosi particolarmente sensibile alla comprensione di quest'ultimo fino al limite delle ripetizioni concettuali. Il messaggio dell'autore arriva forte e chiaro: le sorti della mediapolis dipendono da tutti, nessuno escluso.
Roberta Leone
Roger Silverstone
Mediapolis. La responsabilità dei media nella civiltà globale
Milano, Vita e Pensiero, 2009, 311 pp.
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Scaffale amico
Marie Reine Toe
Il mio nome è Regina
Milano, Sonzogno, 2010, 324 pp.
Presentazione
"Mi chiamo Marie Reine Josiane Maandinima Toe.
Josiane, per mia madre.
Maandinima, per mia nonna.
Reine, solo Reine, per mio padre.
Marie, per tutti gli altri.
da sempre sono stata tante persone.
tante quante i nomi che avevo.
Ma è del mio nome africano Maandinima che voglio parlare."
Il mio nome è Regina
Milano, Sonzogno, 2010, 324 pp.
Presentazione
"Mi chiamo Marie Reine Josiane Maandinima Toe.
Josiane, per mia madre.
Maandinima, per mia nonna.
Reine, solo Reine, per mio padre.
Marie, per tutti gli altri.
da sempre sono stata tante persone.
tante quante i nomi che avevo.
Ma è del mio nome africano Maandinima che voglio parlare."
Se un colpo di stato cambia all’improvviso la vita di un Paese, può succedere che una bambina di nove anni debba fare i conti con la Storia. È quello che accade alla piccola Marie Reine Toe quando Thomas Sankara prende il potere in Alto Volta, l’attuale Burkina Faso. Il padre, André Toe, è un importante funzionario del vecchio regime di Saye Zerbo e sarà vittima degli eccessi della Rivoluzione. È la fine dell’infanzia dolce e dorata di Marie Reine, ma anche l’inizio dell’appassionante avventura che dai sobborghi di Ouagadougou la porterà in Italia. Le scoperte si susseguono a un ritmo frenetico, che pulsa come quello della musica assordante delle discoteche in cui la bellissima Marie Reine lavora come cubista. Amicizie, amori, eccessi le faranno conoscere le pieghe più nascoste di questo nuovo mondo, fino a quando l’orgoglio di riprendersi in mano la propria vita le esploderà dentro per farla ricominciare. Vera e toccante, ricca di svolte improvvise, ecco la sua storia. [leggi tutto].
*L'autrice Marie Reine Toe è una studentessa dell'Università degli studi di Genova; iscritta al corso di laurea di Scienze internazionali e diplomatiche ha interessi nei diversi ambiti spaziando dal teatro al videogiornalismo.
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12 settembre 2010
Le cose che non ho detto
Nell'ultimo libro Azar Nafisi, ospite illustre del Festival della letteratura che si tiene fino ad oggi a Mantova, racconta la propria famiglia ai tempi dello Scià.
Tredici anni fa ha lasciato l'Iran dove insegnava letteratura per trasferirsi definitivamente a Washington. Il pregio di questo rmanzo e' quello di far conoscere dall'interno, e a un ampio pubblico, una nazione controversa dove, dall'inizio del XX secolo, le donne iraniane lottano per la libertà e, sottolinea la Nafisi,la repressione ha l'effetto di unirle a prescindere da età e ceto sociale. Un tema più che mai attuale dopo la mobilitazione internazionale per Sakineh Ashtiani, condannata per lapidazione.
Solo da adulta Azar riuscirà a guardare i genitori con il necessario distacco, impossibile in età infantile e nell'adolescenza. E proprio i genitori sono i primi ad essere presentati al lettore dalla scrittrice.
La madre, insoddisfatta e dispotica, vive nel ricordo del primo marito, morto dopo solo due anni di matrimonio. Il secondo marito, il padre di Azar, e' sempre criticato e mal giudicato dalla moglie. Tra madre e figlia,inizialmente, non vi è complicità e sono sempre in contrapposizione. Il rapporto con il padre invece e' buono e le ha trasmesso l'amore per la letteratura e per la tradizione culturale persiana.
La figura del fratello è solo accennata. L'evento centrale del romanzo è la crisi tra i genitori, i loro litigi, i tradimenti del padre.
Azar ha molti problemi derivati in parte dalle molestie subite e mai raccontate per il senso di vergogna e di colpa provato. Si reca a studiare all'estero, in Inghilterra. Dopo le difficoltà iniziali, arriva il sostegno della madre, conosce nuove amiche e il suo inserimento e' cosa fatta. Quando torna a Teheran, il padre è sindaco della città e l' Iran sta vivendo forti cambiamenti:un processo di modernizzazione, l'avvicinarsi a grandi passi del concetto di laicità dello Stato. Cambiamenti non accolti bene dagli ambienti religiosi con cui però il padre continua a mantenere cordiali rapporti, cosa che gli costerà il carcere, ma che in seguito lo salverà da una sorte peggiore.
La madre è eletta al parlamento pochi mesi prima dell'arresto del marito e quello sarà per lei il periodo migliore.
Un primo matrimonio con la persona sbagliata che si concluderà con un divorzio. Dopo lunghi mesi di carcere, subito per false accuse, il padre, a cui Azar è sempre stata vicina, viene scarcerato e assolto. Siamo arrivati ai primi anni Settanta, il malcontento nei confronti dello scià aumenta, in patria e all'estero e gli studenti iraniani che studiano fuori dell'Iran si organizzano per operare forme di contestazione incisive. Nasce un amore vero che sfocia in un secondo matrimonio basato sulle affinità e sul sentimento. La contestazione allo scià, da sinistra, viene però pian piano sostituita da quella religiosa:un piano di Khomeini per realizzare lo stato islamico a cui aveva sempre teso. Inizialmente anche la famiglia di Azar appoggia Khomeini, ma per poco.
La guerra contro l'Iraq è un diversivo utile al nuovo regime. E' l'insegnamento universitario che tiene la scrittrice al di fuori di tutto ciò che la circonda. Nel 1981 le università però vengono chiuse e il regime si fa più durissimo. La nascita di due figli, il divorzio dei genitori. Nell'87 riprende a insegnare e quel momento rappresenta un avvicinamento alla madre. Tra Stati Uniti e Iran passano così molti anni.Pian piano l'idea di trasferirsi definitivamente negli Usa prende sempre più piede,anche se tra i molti ripensamenti e sensi di colpa per lasciare da sola la madre e per abbandonare il proprio Paese in un momento particolare.
La morte della madre è vissuta con grandissima sofferenza, con la sensazione di non averla mai né capita né aiutata a vivere. Il libro si chiude con la morte del padre molto amato, affrontata però con quella serenità che attenua il dolore.
La scrittrice si sente parte della rivolta simbolica che le donne iraniane hanno sui media internazionali e dice:"La forza spropositata usata contro di loro mostra che non sono semplici vittime ,ma avversari temibili". Per la Nafisi tenere viva l'attenzione sulle violazioni dei diritti umani e ' fondamentale " Il Sudafrica dell'Apartheid non sarebbe mai crollato se il mondo si fosse girato dall'altra parte".Tredici anni fa ha lasciato l'Iran dove insegnava letteratura per trasferirsi definitivamente a Washington. Il pregio di questo rmanzo e' quello di far conoscere dall'interno, e a un ampio pubblico, una nazione controversa dove, dall'inizio del XX secolo, le donne iraniane lottano per la libertà e, sottolinea la Nafisi,la repressione ha l'effetto di unirle a prescindere da età e ceto sociale. Un tema più che mai attuale dopo la mobilitazione internazionale per Sakineh Ashtiani, condannata per lapidazione.
Solo da adulta Azar riuscirà a guardare i genitori con il necessario distacco, impossibile in età infantile e nell'adolescenza. E proprio i genitori sono i primi ad essere presentati al lettore dalla scrittrice.
La madre, insoddisfatta e dispotica, vive nel ricordo del primo marito, morto dopo solo due anni di matrimonio. Il secondo marito, il padre di Azar, e' sempre criticato e mal giudicato dalla moglie. Tra madre e figlia,inizialmente, non vi è complicità e sono sempre in contrapposizione. Il rapporto con il padre invece e' buono e le ha trasmesso l'amore per la letteratura e per la tradizione culturale persiana.
La figura del fratello è solo accennata. L'evento centrale del romanzo è la crisi tra i genitori, i loro litigi, i tradimenti del padre.
Azar ha molti problemi derivati in parte dalle molestie subite e mai raccontate per il senso di vergogna e di colpa provato. Si reca a studiare all'estero, in Inghilterra. Dopo le difficoltà iniziali, arriva il sostegno della madre, conosce nuove amiche e il suo inserimento e' cosa fatta. Quando torna a Teheran, il padre è sindaco della città e l' Iran sta vivendo forti cambiamenti:un processo di modernizzazione, l'avvicinarsi a grandi passi del concetto di laicità dello Stato. Cambiamenti non accolti bene dagli ambienti religiosi con cui però il padre continua a mantenere cordiali rapporti, cosa che gli costerà il carcere, ma che in seguito lo salverà da una sorte peggiore.
La madre è eletta al parlamento pochi mesi prima dell'arresto del marito e quello sarà per lei il periodo migliore.
Un primo matrimonio con la persona sbagliata che si concluderà con un divorzio. Dopo lunghi mesi di carcere, subito per false accuse, il padre, a cui Azar è sempre stata vicina, viene scarcerato e assolto. Siamo arrivati ai primi anni Settanta, il malcontento nei confronti dello scià aumenta, in patria e all'estero e gli studenti iraniani che studiano fuori dell'Iran si organizzano per operare forme di contestazione incisive. Nasce un amore vero che sfocia in un secondo matrimonio basato sulle affinità e sul sentimento. La contestazione allo scià, da sinistra, viene però pian piano sostituita da quella religiosa:un piano di Khomeini per realizzare lo stato islamico a cui aveva sempre teso. Inizialmente anche la famiglia di Azar appoggia Khomeini, ma per poco.
La guerra contro l'Iraq è un diversivo utile al nuovo regime. E' l'insegnamento universitario che tiene la scrittrice al di fuori di tutto ciò che la circonda. Nel 1981 le università però vengono chiuse e il regime si fa più durissimo. La nascita di due figli, il divorzio dei genitori. Nell'87 riprende a insegnare e quel momento rappresenta un avvicinamento alla madre. Tra Stati Uniti e Iran passano così molti anni.Pian piano l'idea di trasferirsi definitivamente negli Usa prende sempre più piede,anche se tra i molti ripensamenti e sensi di colpa per lasciare da sola la madre e per abbandonare il proprio Paese in un momento particolare.
La morte della madre è vissuta con grandissima sofferenza, con la sensazione di non averla mai né capita né aiutata a vivere. Il libro si chiude con la morte del padre molto amato, affrontata però con quella serenità che attenua il dolore.
Laura Tosetti
Azar Nafisi
Le cose che non ho detto
Milano, Adelphi, 2010, 342 pp.
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10 settembre 2010
Paura & Delirio a Genova
I nuovi cinque talenti HabanerO, Stefano Bacchi, Massimo Di Perna, Dania Piras, Dario Ponefast, Luigi Tasso, talenti underground, emergenti, ma scandalosamente efficaci, forti, ficcanti, si cimentano con cinque trasposizioni letterarie di cinque capolavori pulp, noir, thriller (da C’era una volta in America di Sergio Leone a Bugsy di Levinson, da Eyes Wide Shut di Kubrick a Il Terzo Uomo di Carol Reed, passando per Pulp Fiction” di Tarantino) rivisitati con ambientazioni ed atmosfere della città più pulp d’Italia: Genova Crimine, sesso, violenza, ma anche amori, avventura, rischio e speranze nel nuovo collettivo che HabanerO, realtà giovane dell’editoria nazionale, propone dopo il grande successo di Guida alle più bastarde vie del Mondo.
S. Bacchi, M. Di Perna, D. Piras, D. Ponefast, L. Tasso
Paura & Delirio a Genova
Paura & Delirio a Genova
Curatrice: Francesca Sophie Giona
Erga Edizioni per HabanerO, Genova, 2010.Euro: 10.00
*Emanuele Podestà
*link al sito Erga Edizioni per HabanerO
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