Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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22 luglio 2010

Il direttore del "Secolo XIX" incontra l'ARMUS

Lo scorso martedì 20 luglio, presso la sede dell'ARMUS - Archivio Museo della Stampa, nell'ex falegnameria ai Se.Di. della Provincia di Genova a Quarto, si è svolto l'incontro tra il direttore del "Secolo XIX", Umberto La Rocca, e i volontari che danno vita al museo. Un'occasione di conoscenza reciproca e un momento di confronto tra la nuova formula del giornalismo multimediale e la secolare tradizione dell'arte tipografica.
“Abbiamo incontrato un appassionato del libro e della tipografia che ha apprezzato l'impegno dell'associazione ARMUS”, ha commentato Giorgio Tanasini, presidente del museo.
“La disponibilità dimostrata da La Rocca ha rappresentato un segnale di speranza per l'ARMUS, considerato il momento difficile che sta attraversando. L'ARMUS è una realtà consolidata, premiata dall'affluenza di turisti e scolaresche. Il momento è difficile per tutti, lo sappiamo, ma proprio per questo la politica deve essere in grado di compiere scelte di merito. Qualcuno sa dirci per quale priorità l'Ente ospitante ci ha dato lo 'sfratto' così repentinamente, eccetera?” - ha commentato il conservatore del museo, Francesco Pirella - “Di segno opposto l'impegno del Comune che, grazie all'interessamento della sindaco Marta Vincenzi e dell'assessore Andrea Ranieri, si sta mobilitando per trovare una nuova sede e salvaguardare un progetto che può, e deve, restare nella città di Genova”.
Si è parlato anche di giornalismo e in particolare delle difficoltà della carta stampata a contrastare la concorrenza dei nuovi mezzi di comunicazione basati sulla tecnologia digitale. Una sfida che, a quasi un anno di direzione La Rocca, ha raggiunto traguardi importanti, specialmente se paragonati alla situazione nazionale. “A dispetto dei dati di vendita, secondo una ricerca condotta da Audipress, il Secolo XIX verrebbe letto da oltre trecentomila liguri.” - ha dichiarato il direttore del Decimonono - “Un dato in contraddizione con le previsioni pessimistiche sul futuro dei giornali. E' necessario trovare una formula che spinga i lettori a dosare l'abitudine del giornale circolante, letto nei bar, nelle associazioni e nei circoli”.
Infine il Dottor La Rocca, lettore di raffinate edizioni di letteratura americana, ha espresso la propria ammirazione per il lavoro svolto in questi anni dall'ARMUS nell'offrire alla città la Raccolta gutenberghiana Francesco Pirella e ha manifestato la volontà di approfondire la conoscenza di tale realtà culturale e turistica, sottolineando l'importanza della continuità tra tradizione ed innovazione, tra il passato dell'uomo tipografico e la futura società elettronica.
Comunicato ARMUS, a cura di Andrea Toscani

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ARMUS-ARCHIVIO MUSEO DELLA STAMPA DI GENOVA
Raccolta gutenberghiana Francesco Pirella
Provincia di Genova - Se.Di.
L.go Francesco Cattanei, 3
16147 Genova


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21 luglio 2010

In libreria

Roberto Escobar
La paura del laico
Bologna, Il Mulino, 2010, 120 p.

Scheda
Perché in un paese dai costumi secolarizzati come il nostro la politica si fa sempre meno laica? E quali conseguenze dobbiamo temerne per le nostre libertà? C'è un'emozione cupa che ormai vince su tutte, negli slogan dei partiti come nei nostri discorsi. E' la paura dell'altro, la paura che divide il mondo tra noi e loro, tra dio e satana, tra civiltà e barbarie. Finite le vecchie ideologie, al loro posto c'è un nuovo racconto pubblico, non meno ideologico e forse ancora più totale. Dalla sua ha la forza capillare di una parte rilevante dei giornali e di quasi tutte le televisioni, queste e quelli coalizzati in una quotidiana macchina mediatica della paura. Come in ogni guerra, anche in questa ci sono vittime impreviste. Siamo noi. Chiusi nella miseria dell'odio, ci lasciamo convincere a rinunciare ai nostri stessi diritti civili. Di questo oggi dovremmo aver paura - riflette Roberto Escobar - non dell'altro che ci "invade".

*segnalato da C.S.

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18 luglio 2010

In libreria


Beniamino Placido
Nautilus. La cultura come avventura
a cura di F. Marcoaldi
Roma-Bari, Laterza, 2010, 236 pp.

Presentazione
Straordinario critico televisivo, profondo conoscitore della cultura americana, intellettuale capace di avventurarsi nei più diversi campi (dalla letteratura allo sport, dalla politica alle Sacre Scritture), Beniamino Placido ha lasciato una traccia profonda nel giornalismo culturale italiano degli ultimi trent'anni. Con la sua scrittura ironica e sorprendente, raffinata e curiosa, in grado di connettere tra loro ambiti della vita e del pensiero in apparenza lontanissimi tra loro, Placido si è inventato un nuovo genere letterario. E ha creato attorno a sé una simpatia e una stima che per la prima volta hanno unito il grande pubblico e gli intellettuali più esigenti. Questa raccolta antologica di articoli comparsi su "la Repubblica", curata da Franco Marcoaldi che ne firma anche l'appassionata introduzione, intende restituire la fisionomia di un vero corsaro della cultura italiana del secondo Novecento. [leggi tutto]

*link all'Indice del libro.
Beniamino Placido (1929-2010).
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12 luglio 2010

Pulitzer, il giornalista a testa in giù sul mondo

“Presentalo brevemente così che possano leggerlo, chiaramente così che possano apprezzarlo, in maniera pittoresca che lo ricordino e soprattutto accuratamente, così che possano essere guidati dalla sua luce”, con questa enfasi esortava, Joseph Pulitzer nel 1883, i suoi giornalisti del "World". Sono passati 127 anni ma il suono di queste parole rimane nitido nell’aria di chi le cerca.
Sul giornalismo”, edito per i tipi della Bollati Boringhieri, raccoglie due saggi del giornalista-editore Joseph Pulitzer di origine ungherese e una postfazione di Mimmo Candito scrittore, giornalista e negli ultimi anni professore di giornalismo all’Università di Torino e curatore del blog Il villaggio quasi globale sul sito del quotidiano "La Stampa".
Il viaggio tra le righe del libro di Pulitzer è una crociata in favore dell’istituzione di una vera e propria facoltà di giornalismo negli Stati Uniti, in quegli anni ancora inesistente.
Molti erano i critici, i detrattori che accusavano il giornalista di voler fare solo i propri interessi. In realtà l’illuminato Pulitzer con una corretta analisi era andato oltre, il suo obiettivo era quello di lasciare nelle generazioni future una professione che non si basasse solo sull’esperienza redazionale ma che avesse basi scientifiche di formazione: “ Nel nostro paese l’unica qualifica cui posso pensare della quale un uomo può ritrovarsi in possesso già alla nascita è quella di idiota”, così crudo, così reale.
Continuando a sfogliare le pagine del libro, il giornalista, sveste in modo sottile tutte le obiezioni che a quel tempo gli venivano poste come argini insuperabili. L’eleganza di Pulitzer è la sua passione e la convinzione che un buon giornalismo possa edificare una buona società, senza padroni o lobby che interferiscano nel lavoro redazionale.
Una visione del giornalismo che stona, purtroppo, con la realtà di oggi a causa di un individualismo sfrenato nella categoria della carta stampata e una mancanza di riconoscimento da parte della politica, soprattutto italiana.
Frasi come” la stampa non è un diritto assoluto” se da un lato fanno inorridire dall’altro aumentano il bisogno di letture come questa che sono a favore di un giornalismo “partecipativo e riflessivo” non autoreferenziale.
Mettere troppi punti esclamativi, in un articolo, è come ridere delle proprie battute, recitava un famoso reporter americano, Pulitzer ci insegna che uno stile linguistico di ottimo livello è talmente raro che la fondazione di una scuola di giornalismo, composta dalle più grandi firme della carta stampa, non può far altro che insegnare alle future generazioni quale meravigliosa arte sia la scrittura, espressione della propria individualità, ricordando che lo “stile è l’uomo stesso”.
Si delinea, lentamente, una figura moderna del giornalista, che ha una conoscenza globale del mondo, una dimestichezza con le lingue, una virtù morale ferrea. Disse Goethe “ Tutto è già stato pensato, ma la difficoltà sta nel pensarlo di nuovo”, Pulitzer ci ha aiutato in questo, come una bussola sotto un cielo nuvoloso ha cercato di aiutare il giornalismo a compiere al proprio interno una rivoluzione, senza accontentarsi. Pur a volte peccando di presunzione quando si paragona a Napoleone, una figura rivoluzionaria, un iperbole che però, il giornalista usa quasi come fosse un megafono per essere ascoltato.
Ma perché è così importante la lettura di questo libro e che valore ha il giornalismo oggi? In modo pratico lo aveva già spiegato Tocqueville: “Un giornale riesce a mettere la stessa idea in testa a migliaia di persone”. Ora con internet e la televisione tutto è diventato ancora più pericoloso e l’informazione necessità di quei principi morali dettati dal giornalista ungherese, perché un uomo senza morale è un uomo sordo.
Se la vita oscilla tra noia e dolore quella di Pulitzer ha oscillato tra il giornalismo e il mondo. Con la sua penna cinica e la sua ostile perseveranza per le cause giuste e nobili. Per un giornalismo etico che innalzasse la persona e la raccontasse senza bisogno di strane alchimie, trucchi o inganni.
Il giornalista ungherese ci lascia la sua grande passione, il suo desiderio di vedere una stampa unita, una bandiera su cui edificare diritti, uguaglianza.
Un ruolo quello del giornalista per niente facile, pieno di tentazioni a volte pericolose. Pulitzer incoraggia la categoria a preservare con il lavoro giornalistico la costituzione, quasi fosse il giornalismo il suo collante imprescindibile.
"Quale sarà la condizione della società e della politica in questa Repubblica di qui a settant'anni? Sapremo salvaguardare il primato della Costituzione, l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l'incorruttibilità della giustizia, oppure avremo un governo del denaro o dei disonesti?"
Joseph Pulitzer è morto nel 1911 con questo interrogativo. Oggi, dopo 100 anni forse neanche lui riuscirebbe a rispondere. Anzi sicuramente direbbe: buona questa domanda.
Mattia Langella

Joseph Pulitzer
Sul Giornalismo
(Postfazione di Mimmo Candito)
Torino, Bollati Boringhieri, 2009, 127 pp.

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07 luglio 2010

Oltre le frontiere trovando mondi sommersi nello spazio e nel tempo

È il 1956 quando Ryszard Kapuscinski arriva per la prima volta a Roma con “un gessato in cheviot a vivaci righe grigio azzurre, una giacca doppiopetto a spalline squadrate e sporgenti, ampi pantaloni ricadenti a rovescia alta un palmo. Camicia in nylon giallo chiaro e cravatta verde a quadri. Ai piedi massicci mocassini dalle grosse suole rigide”. L’abbigliamento, che avverte imbarazzante solo attraverso gli sguardi della gente, indica la sua estraneità rispetto al mondo occidentale, che gli hanno insegnato a temere fin da bambino, nella Polonia afflitta dalle tensioni della guerra fredda. Lo scontro fra Occidente e Oriente, fra Europa e Asia, fra greci e persiani fa da cornice a questo libro dove il racconto biografico si mescola alla memoria e alla storia.
Il viaggio, attraverso il mondo, del giovane giornalista polacco comincia dal desiderio di varcare una frontiera, una qualsiasi. Forse potrebbe bastare la semplice azione di superare un confine e tornare indietro per placare quel bisogno inesplicabile. Non basta: la voglia non diminuisce anzi continua a crescere inarrestabile di fronte alla varietà delle diverse culture e all’infinità della conoscenza.
È un viaggio attraverso i luoghi in cui Kapuscinski fa il reporter ma è anche un viaggio lungo la storia, sotto la guida di Erodoto. È, ancora, un cammino all’interno dell’autore che ci porta a scoprire un uomo in fuga di fronte all’immensità dei mondi nuovi e sconosciuti: un uomo che vuole ritornare in luoghi familiari e comprensibili ma che sente ogni volta la necessità di ripartire per capire qualcosa in più sugli altri e su se stesso. Leggendo il testo non si può non sentirsi contagiati dal virus del viaggio.
Le Storie di Erodoto, considerato maestro, antropologo ma soprattutto primo reporter della storia, accompagnano sempre l’autore, che dapprima prova ammirazione e reverenza nei confronti dello storico poi questo sentimento si trasforma in amicizia e confidenza: sembra quasi che ciò che leggiamo sia raccontato a Kapuscinski da Erodoto in persona, in una calda sera egiziana banchettando con vino e formaggio. L’affinità tra due uomini accomunati da una curiosità attenta e una sensibilità coinvolgente. E anche il lettore si affeziona a Erodoto: con due compagni di viaggio simili viene solo voglia di leggere e rileggere queste pagine.
Passato e presente si mescolano: culture, mondi, terre si intrecciano per formare un universo unico fatto di memoria, mito, tradizioni tramandate e verità “raccontate e rappresentate a seconda di come la gente crede siano state”.
Un senso inebriante di vertigine trasporta il lettore per le vie di Calcutta: mercati odorosi, dei, caste, servi, centinaia di lingue. E un attimo dopo lo catapulta nel V secolo ad accompagnare il trentenne Erodoto alla scoperta di Atene. Il lettore smarrito è attirato nel Congo pieno di profughi, di guerra, di donne, di bambini affamati e poi di nuovo sbalzato nella Grecia classica dove la mano vendicatrice del fato si abbatte su quanti non siano umili e moderati. E a guardare gli orrori delle guerre africane sembra che questo fato sia scomparso per sempre con la civiltà a cui era appartenuto.
Si può decidere di leggere il testo stando attenti a non dimenticare la differenza di epoche o si può invece provare a perdersi nei meandri del tempo e immergersi nel flusso unico e continuo della storia dell’umanità. Così a volte sembra che un fatto risalente a duemilacinquecento anni fa descriva perfettamente un avvenimento recente e viene da chiedersi se la storia sia un eterno ritorno dell’uguale, se gli uomini siano davvero mossi sempre dalle stesse passioni, dalla vanità, dal potere ma anche dalla curiosità e da un senso di ineffabilità che spinge l’uomo a cercare.
Valentina Scalise


Ryszard Kapuscinski
In viaggio con Erodoto
Milano, Feltrinelli, 2007, 256 pp.
(Prima edizione 2005)



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06 luglio 2010

A volte ne vale la pena

Per non dimenticare. Chi? Cosa? Perché? Per non dimenticare i volti, le parole, il coraggio, ma soprattutto la passione e la tenacia che ha spinto sei giornalisti reporter a rincorrere la notizia, a investigare e raccontare i fatti senza filtri, fino a spingerli a perdere la loro stessa vita.
Ne vale la pena? Per loro certamente si. Per altri sono considerati degli incoscienti, rischiare di morire in nome della verità.
In questo libro l'autore, Daniele Biacchessi vicecaporedattore di Radio 24 – Il Sole 24 Ore e autore di altri libri di inchiesta, ha voluto raccontare di un giornalismo “irregolare”, di uomini e donne che per un'informazione vera hanno dato la loro stessa vita. Giornalisti per passione, non per mestiere. Come Ilaria Alpi inviata del Tg3 e Miran Hrovatin operatore di ripresa, entrambi assassinati il 20 marzo 1994 a Mogadiscio in Somalia da un commando di killer; Raffaele Ascanio Ciriello, fotoreporter inviato per conto di Radio 24- Il Sole 24 Ore ucciso il 13 marzo 2002 a Ramallah in Palestina da un cecchino israeliano; Maria Grazia Cutuli, inviata de Il Corriere della Sera, assassinata il 19 novembre 2001 a Kabul in Afghanistan da un commando, insieme ad altri quattro giornalisti stranieri; Antonio Russo reporter per Radio Radicale, ucciso il 16 ottobre 2000 a Tbilisi in Georgia probabilmente da agenti speciali del Fsb (crimini organizzati per conto degli apparati del Cremlino) ed Enzo Baldoni ucciso in un attacco armato il 26 agosto 2004 a Najaf in Iraq, il suo corpo senza vita non è mai stato riconsegnato alla famiglia.
Daniele Biacchessi ripercorre in modo sintetico, ma senza tralasciare nessun particolare importante il percorso dei giornalisti fino al giorno della loro tragica scomparsa. Il racconto dell'autore è arricchito da flash di appunti ripresi dai taccuini delle vittime o interventi di colleghi e familiari che non smettono di cercare la verità su queste morti avvolte nel mistero. “Hanno cominciato a sparare contro il quarto piano dell'albergo dove ci trovavamo, distruggendo tutto. I proiettili hanno centrato le cisterne dell'acqua sul tetto e hanno mandato in frantumi i vetri delle stanze. E' stata colpita anche una telecamera” (Dal taccuino di Raffaele Ciriello, brevi appunti presi poche ore prima della sua uccisione).
Sono queste le parti del libro che ti rapiscono, ti appassionano e non ti fanno smettere di leggere, cercando di provare a capire quanto è forte la passione. Troppo forte. Molto più forte della razionalità.
Allora immagini il cielo tetro di Kabul o di Mogadiscio illuminato solo dagli spari o dai bombardamenti e ti chiedi cosa abbia spinto Ilaria Alpi, Enzo Baldoni o Maria Grazia Cutuli in quei luoghi devastati dalle guerre. Ti chiedi se tu avresti mai il coraggio di fare certe scelte.
Per Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Raffaelle Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo ed Enzo Baldoni ne è valsa la pena. Niente li avrebbe fermati. Hanno corso il rischio, sono venuti a conoscenza di fatti troppo scomodi, proprio per la loro grande voglia di un giornalismo pulito e veritiero. Per questo hanno pagato.
Anna Serra


Daniele Biacchessi
Passione reporter
(Prefazione di Ferruccio De Bortoli)
Milano, Chiarelettere, 2009, pp. XVI + 220.

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02 luglio 2010

All'alba di un nuovo illuminismo

Dentro una tavoletta di alluminio, che pesa settecento grammi, spessa 13 millimetri e più piccola di una fotocopia, fibrilla per almeno dieci ore il cuore yankee dell'iPad.
Possiamo scrivere, leggere, creare, guardare, comunicare tutto quello che siamo capaci di immaginare e di fare e la cosa più semplice sarà quella di leggere un libro o un giornale.
iPad cancellerà lentamente ciò che noi oggi chiamiamo cultura sino alla sua rivoluzionaria mutazione in un sapere nuovo? Certo segnerà la linea di demarcazione tra "l'ultimo dono di Dio" - la comunicazione a stampa con i caratteri mobili secondo quanto andava affermando Lutero intorno al 1517, quando denunciava le indulgenze inaugurando l'allontanamento dal papato e garantendosi una diffusione verticale delle sue idee grazie alla stampa - e la suprema deroga digitale annunciata, questa volta proprio da un papa, Joseph Ratzinger.
Per tentare di capire dove ci troviamo oggi saliamo sulla macchina del tempo e facciamo un viaggio a ritroso fino a guardare dentro la prima officina del libro.
Siamo nel 1455 a Magonza. Gutenberg, inizia la stampa della Bibbia delle 42 linee, opera in due ingombranti volumi che rappresenta, per convenzione, la prova in vitro che i caratteri mobili (inventati da chi?) funzionano e registrano il pensiero, duplicandolo velocemente e all'infinito.
Poco più tardi, nel 1500, il tipografo veneziano Aldo Manuzio ridisegna la proto-editoria gutenberghiana, pomposa e clericale, e avvia un progetto culturale degno di una moderna casa editrice, classici latini e greci, edizioni tascabili e raffinate.
A Parigi, nel 1751, Diderot e d'Alambert pubblicano il primo dei trentadue volumi dell'Encyclopédie: più che un fenomeno editoriale, è una saetta che squarcia le tenebre dell'ignoranza, una rivoluzione che neppure la condanna della Chiesa riuscirà a fermare.
1798, il praghese Aloys Senefelder inventa la stampa litografica: chimica naturale su matrici di pietra, la cui evoluzione in quelle in alluminio (offset) diventerà la tecnica ancora oggi usata per stampare libri e giornali.
1886, il newyorchese Ottmar Mergenthaler inventa la macchina-fonderia di caratteri in grado di comporre 6.000 lettere/ora anziché le 1.200 del compositore a mano. Una rivoluzione produttiva per libri e soprattutto giornali che, grazie alle tipografiche a motore, avranno una dinamica esponenziale.
1939, l'anglosassone Penguin Books, archetipo di tutta la produzione editoriale del tascabile a basso costo, fagociterà lentamente il libro in doppio petto. Che non appaia una cosa da poco: si raggiungerà un traguardo di divulgazione e conoscenza globale, ma sarà anche l'inizio della fine dell'epopea gutenberghiana.
La fotografia soppianta la redazione del piombo relativamente per poco, giusto il tempo perché Bill Gates - con il suo Windows battezzato dentro un cielo azzurro, un prato verde, un bimbo che corre e la scritta "Il campo non ha più steccato, il futuro non ha più limiti" - e Steve Jobs, già padre del Macintosh e ora dell'iPad, aggiungano un capitolo sul posto che occupa l'uomo nell'Universo fisico e sulle sue relazioni con tutto ciò che si può toccare.
Internet è un vero dono per l'umanità, annuncia Benedetto XVI nella Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali del 2009 e, mentre invita i giovani ad evangelizzare il continente digitale, li esorta però ad escludere ciò che alimenta l'odio, svilisce la bellezza della sessualità umana, sfrutta gli indifesi.
Sarà la mela dell'Apple l'icona sacerdotale che, ricordandoci il peccato originale del mondo fisico, ci accompagnerà nei sistemi informatici del cyberspazio dove non si simula la vita e ciò che accade può essere terribilmente reale: anche lì, in una miserabile prospettiva di replicanti, un nuovo peccato originale si è compiuto per la caramella del pedofilo morsicata da un bimbo.
Sentiamo che la scienza ci investe e ci supera alla velocità della luce, sentiamo il bisogno di guardarci indietro, toccare rassicurati la carta stampata, ma senza angosce e senza rimpianti.
Noi ci troviamo pressappoco all'alba di un nuovo illuminismo.
Non ci resta che cercare di goderci lo spettacolo dentro la nostra modernità così come hanno fatto gli enciclopedisti, loro sono ancora al nostro fianco e come noi trattengono il respiro.
Francesco Pirella
Filo d'arcal, giugno 2010

*Francesco Pirella é conservatore di Armus-Archivio Museo della Stampa di Genova.
 
 
*pubblicato per gentile concessione dell'autore. 
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01 luglio 2010

In libreria

Annabella Gioia
Donne senza qualità. Immagini femminili nell'Archivio storico dell'Istituto Luce
Milano, Franco Angeli, 2010,  128 pp.
Scheda
L'autrice rivisita materiali di straordinaria ricchezza, conservati nell'Archivio storico dell'Istituto Luce, per individuare e ricostruire presenze e assenze femminili all'interno di universi comunicativi che presentano sia punti di somiglianza che corpose differenze. La "costruzione del nuovo italiano", e della "nuova italiana", è al centro dei Cinegiornali degli anni Venti e Trenta, e il libro ripercorre le differenti fasi del processo di "nazionalizzazione delle donne" avviato allora. Quell'aspirazione totalitaria non è più presente nella Settimana Incom, fortemente condizionata però dagli stereotipi tradizionali oltre che dalla politica governativa: è un'informazione che non usa più toni forti ma registra un'immagine quasi sbiadita dell'Italia e "racconta" - a suo modo - le diverse realtà di un paese provinciale. Eppure, qualcosa di differente dal passato emerge: affiorano nuovi ruoli e nuove individualità, si percepisce il mutamento di orizzonte, si coglie un nuovo senso di libertà, sia pure in un paese che vuole evitare svolte e cambiamenti radicali.

Indice
Introduzione
Le donne nei cinegiornali Luce: 1928-1944
(Assenze e presenze casuali; Protagonisti; Madri e spose; Educatrici; Giovani italiane; Ruralismo e folklore; Lavoro; Beneficenza e assistenza; Moda; Una milizia civile al servizio dello Stato)
Le immagini femminili nella Settimana Incom
(Dopoguerra e ricostruzione; Le inchieste della Incom; Donne in primo piano; In cronaca nera; Politica e associazionismo femminile; Moda; Le intellettuali; Nel mondo dell'arte; Beneficenza; Donne da guardare; Sport; Giovani; La donna che lavora)
Indice dei nomi.
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20 giugno 2010

Appunti sulla censura - 1958

L'articolo qui riprodotto fu scritto dal regista Federico Fellini nell'agosto 1958 per il periodico dell’Associazione Nazionale Autori Cinematografici La Tribuna del cinema; fu anche pubblicato  sul quotidano di Genova "Il Lavoro nuovo" (9 agosto 1958).
 
Appunti sulla censura
"La censura è un modo di conoscere la propria debolezza e insufficienza intellettuale. La censura è sempre uno strumento politico, non è certo uno strumento intellettuale. Strumento intellettuale è la critica, che presuppone la conoscenza di ciò che si giudica e combatte.
Criticare non è distruggere, ma ricondurre un oggetto al giusto posto nel processo degli oggetti.
Censurare è distruggere, o almeno opporsi al processo del reale.
La censura seppellisce nell'archivio i soggetti che vuole seppellire e impedisce loro indefinitamente di diventare realtà. Non importa che quattro o cinque intellettuali si leggano e si scaldino in cuore tali soggetti; essi non sono divenuti realtà per il pubblico, hanno mancato quindi alla vera realtà.
La censura non si giustifica neppure come espressione della volontà di un popolo intero che, considerando di avere superate criticamente certe posizioni e certi rapporti, mette fuori dai propri confini testi e documenti di tale cultura, come chi gettasse dalla finestra i libri che ha già letto e che considera come sciocchi e decaduti.
Fermo restando che non può essere impedita la circolazione delle idee, si tratta di vedere se e in che limite può essere proibita la circolazione ai fatti e forme e stimoli ed esibizioni, visioni e perversioni dell'erotico, del macabro e dell'orrido.
Proibire certi films, per motivi che riguardano forse più la loro stupidità che la loro carnalità, è l'autodifesa che ognuno deve esercitare per poco che tenga a sé. Naturalmente, proibire questi films non sarà un'impresa che potrà bastare a metterci il cuore in pace; si tratterà di andare più a fondo nelle cause di quella stupidità e di quella eroticità e di scuotere l'inerzia che ne è sempre alla base.
C'è dunque non un problema della censura, ma un problema della pulizie e dell'intelligenza.
Il problema della censura cinematografica in Italia, come nel resto del mondo, è tutto contenutonei termini della circolazione delle idee ed è su questo punto che è un problema attuale e scottante.
Bisogna onestamente riconoscere che il problema della censura cinematografica non sarebbe così importante se si trattasse di battersi per i centimetri di bikini di un'attrice o per il modo di ballare di una "soubrette". A questo proposito si tratta semmai di constatare fino a che punto la censura in tutti i paesi viene allegramente giocata e come essa serva a stimolare la fantasia più morbosa per trovare modi pornografici che non cadano nella lettera dei varii codici. C'è dunque semmai da richiamare l'attenzione sul fatto che la censura in questo campo deve essere intelligente, e ispirata a metodi suscettibili di evoluzione.
Ma il problema della censura è un altro. Per esempio, la censura applicata alle idee è né più né meno che un sistema di violenza sul quale è perfettamente ozioso fare disquisizioni morali.
La censura politica non ha d'altra parte mai portato fortuna a chi se ne è servito per difendersi in mancanza di argomenti. Per quanto riguarda il Cinema, arte espostissima e fragilissima, non dobbiamo d'altra parte avere troppa fiducia nella forza naturale delle idee.
C'è una censura italiana che non è invenzione di un partito politico ma che è naturale al costume stesso italiano.
C'è un atteggiamento italiano, presente in tutti noi, che la censura riflette, ed è il negarci all'autocritica, il credere nel privilegio di essere italiani e nella virtù del cielo azzurro.
C'è, oltre all'orgoglio e all'euforia, o all'eccessiva rassegnazione, il timore dell'autorità e del dogma, la sottomissione al canone e alla formula, che ci hanno fatto molto ossequienti.
Tutto questo conduce dritti alla censura.
Se non ci fosse la censura gli italiani se la farebbero da soli.
C'è poi la censura come strumento politico e ci sono i problemi attuali del neorealismo.
La nota caratteristica del neorealismo è che non solo vuole contemplare il mondo ma anche trasformarlo. Il neorealismo mette in cima al suo programma quella che in fondo è stata, sempre, la forza dell'arte. L'Italia è un Paese estremamente carico di situazioni dolorose o insomma si problemi da risolvere, ed è naturale che qui ci sia più ispirazione per un artista che voglia non solo contemplare il mondo ma, anche trasformarlo. Le opposizioni che gli si fanno riguardano la resistenza di certi ceti a essere trasformati e a rinunciare a certi privilegi. Sarebbe ora che anche il partito che in Italia è alla maggioranza rinunziasse decisamente a certi privilegi. Ma il neorealismo è un movimento che è inserito attivamente nel processo di trasformazione di una società e, nato per la battaglia, non può invocare la via pacifica di altre arti.
Il problema della censura in Italia è il problema del neorealismo nel senso che sta per esserci un neorealismo per ogni partito. Se bisogna ammettere la lotta dei partiti bisogna ammettere la lotta dei neorealismi.
Nel campo cinematografico, una tale lotta finirà probabilmente per essere combattuta con le armi più sleali.
Il problema oggi per l'Italia è di ripristinare dialogo, circolazione, espressione e libertà."
Federico Fellini

*articolo estratto dal sito dell'ANAC (Associazione  Nazionale Autori Cinematografici).
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18 giugno 2010

Diagnosi

"Siamo passati da una democrazia rappresentativa a una democrazia della presentazione, dell’emozione istantanea, che vede nei mass media strumenti privilegiati. A fianco della comunità di interessi, tipica delle classi sociali, che muoveva la vecchia politica, ora c’è una dilagante comunità di emozioni."

Paul Virilio
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16 giugno 2010

In libreria

"[....] In un mondo in cui molte più informazioni sono disponibili a un numero maggiore di persone cresce la necessità di una figura indipendente che possieda strumenti tecnici e culturali per fare sintesi, per gettare ponti tra le specializzazioni, per comporre scenari. Un professionista consapevole di non avere più né l’esclusiva né deleghe in bianco, che si accontenti spesso di arrivare in seconda battuta sui fatti a fronte di maggiore approfondimento e che sia in grado di lavorare insieme ai tanti nuovi soggetti che affollano lo spazio pubblico delle idee e delle opinioni, a cominciare dai suoi stessi concittadini.[...]"
Sergio Maistrello


Sergio Maistrello
Giornalismo e nuovi media
L'informazione al tempo del citizen journalism

Milano, Apogeo, 2010, 240 p.

Scheda
Come evolve il giornalismo, stretto tra la crisi epocale dell’industria tradizionale e i nuovi spazi di espressione offerti dai network digitali? Quali competenze deve avere un professionista dell’informazione per sopravvivere in un ambiente in cui non ha più il monopolio delle notizie? Quali sono le nuove grammatiche con cui è necessario prendere confidenza? Il libro parte dalle nuove dinamiche sociali promosse dalla Rete e, passando attraverso un'approfondita divulgazione degli strumenti e delle pratiche emerse finora, esplora il loro impatto sul giornalismo. Dal viaggio tra i colossi editoriali alla ricerca di nuove modalità operative e tra gli avamposti più innovativi dell'informazione collaborativa emerge la consapevolezza che il giornalismo non solo non viene rinnegato in questo passaggio storico, ma - liberato dalle rigidità commerciali ed editoriali degli ultimi decenni - ha semmai l'opportunità di vivere una nuova fase di prosperità. [leggi tutto]

*link all'Indice  e all'Introduzione del libro sul sito dell'editore Apogeo.
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11 giugno 2010

Genova in libreria

Marco Massa
Vita da guerra. Genova 1940-1945
Genova, Erga, 2010, 304 pp.

Scheda
“Vita da guerra” è scritto da un cronista con lo stile dei primi anni Quaranta, quando le notizie erano riportate in poche righe senza una sola parola più del necessario e senza commenti; a volte facendo intuire cosa poteva nascondersi dietro la notizia. Così se era vietato riportare i casi di suicidio si riferiva di improvvisi giramenti di testa proprio quando le vittime erano affacciate alla finestra o di colpi di pistola partiti inavvertitamente che laceravano cuore o cervello. Nel volume sono riportati anche numerosi episodi della guerra civile riferiti dai giornali dell’epoca, ma quasi del tutto ignorati. Una cronaca in pillole come usava in quel periodo, ma che vuole stimolare un approfondimento diretto di quei fatti che i nostri genitori e nonni non amavano ricordare e che rischiano di finire dimenticati.

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10 giugno 2010

In libreria

Renato Sirigu
Il comunicatore pubblico. Manuale per addetti stampa delle pubbliche amministrazioni
Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 208.

Scheda
Questo manuale conduce passo dopo passo nel mondo della comunicazione e dell’informazione pubblica, disciplinate dalla legge 150. Entra sia nei meccanismi della burocrazia italiana che nei processi che governano il newsmaking, la notiziabilità e le opportunità offerte dai molti strumenti informativi qui presentati. Una guida indispensabile per i giornalisti che intendono proporsi come addetti stampa ad una p.a.  [leggi tutto sul sito dell'editore Franco Angeli]
L'autore Renato Sirigu è capo-redattore dell'agenzia di stampa della Provincia di Genova.
*Link all'Indice del libro.
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09 giugno 2010

Libertà di stampa

"[...] Laddove la libertà di stampa non esiste il pubblico si abitua ai sospetti; si crea fantasmi, li ingrandisce e se ne impaurisce. I decreti sulla stampa, i sequestri e le diffide ai giornali sono potenti fattori di ribasso.[...]. In una società, deve esistere una valvola di sicurezza per lo spirito di critica, di mormorazione, di opposizione. La valvola di sicurezza meno costosa, meno pericolosa finora inventata dagli uomini è il governo parlamentare, alleato alla libertà di stampa. Non sono, questi due istituti, prodigi di perfezione; ma sono quanto di meglio l'intelligenza umana ha saputo inventare. Laddove questi due istituti sono soppressi, entrano in scena altre valvole che non si sa precisamente come siano fatte e come funzionino: la diceria, il sospetto, l’incertezza!
Luigi Einaudi
"Il Caffè", 25 gennaio 1925.

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08 giugno 2010

Genova in libreria

Antonella Picchiotti
Flavia Steno una giornalista, una donna (1875-1946)

Genova, Fratelli Frilli Editori, 2010, 496 pp.
Scheda
Flavia Steno, pseudonimo di Amalia Osta Cottini (1875-1946), entrò giovanissima, nel 1898, a "Il Secolo XIX", allora diretto dal grande giornalista Luigi Arnaldo Vassallo. Immediatamente considerata una vera redattrice, le fu assegnato l'incarico di scrivere servizi giornalistici di rilievo, campagne di denuncia, "pezzi" di politica interna ed estera, ma anche di trattare soggetti di moda e di emancipazionismo femminile, argomento assai dibattuto a fine secolo: più di un migliaio di articoli redatti nel solo decennio "gandoliniano". Il suo femminismo particolare, quasi un a-femminismo, non le impedì di battersi in favore dell'emancipazione delle donne, invitandole ad elevare il loro livello culturale, a dotarsi di un'alta struttura morale, di lavorare per essere indipendenti materialmente da ogni appoggio maschile: un vero richiamo alla dignità. La sua fortunata esperienza subì una decisa involuzione a seguito della precoce morte di Vassallo e del mutamento di tutta l'impostazione economico-politica de "Il Secolo XIX", che alla luce degli eventi della guerra di Libia e dell'avvento del nazionalismo, si trasformò in "giornale- impresa", imponendo scelte redazionali, in conseguenza delle quali la Steno perse quasi del tutto la sua visibilità. L'unica parentesi di vera libertà professionale fu costituita per la giornalista da "La Chiosa", la rivista di politica rivolta alle donne, da lei fondata e diretta nel 1919 che durò, sia pure con notevoli difficoltà, fino alla fine del 1925. In tale esperimento la Steno profuse le sue convinzioni sui temi femminili, ma soprattutto, da convinta liberale, il suo credo politico antifascista. Invisa ai sostenitori del fascismo genovese, fu costretta ad un forzato "rientro nei ranghi", cui fece presto riscontro l'involuzione subita da tutta la stampa italiana in conseguenza dei provvedimenti adottati dal governo fascista nel 1925, che ridusse le mansioni dei giornalisti a compiti di semplici funzionari dell'informazione. La ripresa della sua attività al foglio genovese, dopo le drammatiche vicissitudini conseguenti alla caduta del fascismo e al periodo della repubblica di Salò, fu interrotta dalla sua improvvisa morte nel 1946.

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06 giugno 2010

In libreria


Massimo Teodori
Panunzio. Dal «Mondo» al Partito Radicale: vita di un intellettuale del Novecento

Milano, Mondadori, 2010, 288 pp.

Scheda
La figura di Mario Pannunzio, forse il maggiore intellettuale liberaldemocratico italiano del dopoguerra, suscita ancora, mentre si celebra il centenario della nascita, numerosi interrogativi: era un letterato o un politico, un fascista o un antifascista, un anticomunista viscerale o un filocomunista mascherato, un anticlericale mangiapreti o un cristiano, laico e tollerante? Oggi, per la prima volta, è possibile rispondere a queste domande grazie a documenti inediti conservati presso l'Archivio della Camera dei deputati e, soprattutto, all'imponente carteggio (circa ventimila lettere scritte in poco più di trent'anni), una fonte indispensabile per saggiarne la dimensione pubblica e quella più intima e privata. È il compito che lo storico e saggista Massimo Teodori affronta con un'accurata interpretazione delle due fasi della vita di Pannunzio: quella dell'umanista a tutto tondo, che si cimenta nella pittura, nella critica letteraria, nella cinematografia e nel giornalismo culturale, e quella - a cui deve la sua fama - di maître à penser classico e innovatore, dapprima come fondatore del più bel quotidiano dell'Italia repubblicana («Risorgimento liberale») e poi come direttore del «Mondo», unanimemente ritenuto il miglior settimanale di politica, economia e cultura pubblicato nel nostro paese nel secolo scorso. Fu proprio attorno a questa irripetibile esperienza politico-giornalistica che si aggregarono le menti più vivaci e indipendenti dell'epoca, accomunate dalla medesima passione civile e dallo stesso intento di colmare il vuoto di democrazia creatosi in una nazione assediata dalle derive violente dell'antifascismo e dell'anticomunismo, e dalla miopia del conservatorismo reazionario. Al progetto di una Terza forza - laica, liberale, democratica e riformatrice - di respiro europeista e allineata all'Occidente senza velleità nazionalistiche e neutralistiche, Pannunzio dedicò tutta la vita, collaborando alla ricostituzione, nel 1944, del Partito liberale e, nel 1955, partecipando alla fondazione del Partito radicale al fianco di politici della statura di Nicolò Carandini, Ernesto Rossi e Leo Valiani. Se pure la sua idea non si concretò mai del tutto, va indubbiamente riconosciuto al direttore del «Mondo» il merito di averla perseguita con rigore e intelligenza, alla luce di una tensione culturale e di un'intransigenza morale talmente inusitate che, se da un lato lo resero bersaglio di critiche sia da destra che da sinistra, dall'altro ne fanno un unicum nel panorama culturale, politico e sociale dell'Italia del Novecento.
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In libreria

Michele Mezza
Obama.net - New Media, New Politics?
Politica e comunicazione al tempo del networking

Perugia, Morlacchi editore, 2010, 290 pp.


[...] Obama ha molto contato sulle figure dei net professionals, di quei ceti professionali che producono valore connettendosi in rete. È questo il nuovo soggetto che lo sparuto candidato dell’Illinois decise di mettere in campo per mutare gli equilibri elettorali. Parliamo di circa 6 milioni di professionisti e di piccoli imprenditori, o di semplici cittadini, che trovano nella rete la ragione della propria autonomia e della capacità di produrre valore. Figure che, vedremo dopo, non sono istintivamente attratte dalle tradizionali battaglie sociali, a cominciare proprio dalla madre di tutte le rivendicazioni sociali che è appunto la riforma sanitaria. Solo un punto, un problema, lasciava intendere che i due mondi – quello dei nuovi individualisti della rete e quello delle aree di disagio sociale, in larga parte composto da popolazione di colore, che hanno votato per il candidato dell’Illinois –, potevano incontrarsi: sviluppo, dunque competitività, significa armonia e collaborazione sociale. E di conseguenza una riduzione delle cause di conflittualità e invivibilità sociale.[...]"
Michele Mazza, p. 21




*link alla scheda di presentazione del  libro sul sito dell'editore Morlacchi
*link all'Indice ed ad alcuni estratti del libro [leggi tutto]
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05 giugno 2010

Libertà di stampa

Lettera aperta di Willy Dias ai giornalisti genovesi

"Io non vorrei che nessuno dei giornalisti di Genova, a qualunque partito politico appartengano, supponesse che voglia, rievocando il passato, fare delle allusioni o degli oramai superati rinfacciamenti. Voglio soltanto metterli sull’attenti riguardo al progetto di legge che per quanto elaborato con raffinata ipocrisia, sopprimerebbe in realtà, la libertà di stampa. Le conseguenze della soppressione di tale libertà ogni italiano, purtroppo, le ha potute constatare. Anche allora, quando si trattò di varare tale legge, in contraddizione con lo Statuto, si ricorse alle stesse ambigue manovre di adesso. Mussolini comprese tanto bene la gravità del suo gesto che volle condividere la responsabilità con quelli stessi che la legge più direttamente colpiva. E ci riuscì. Le associazioni giornalistiche furono obbligate ad indire delle riunioni, dove i soci dovevano dare pubblicamente il loro voto pro o contro la soppressione. Ricordo la riunione di Genova il verbale della quale del resto, se non fu diplomaticamente distrutto, dovrebbe essere ancora nell’archivio dell’Associazione Ligure dei Giornalisti. Prima del fascismo c’era, tra noi giornalisti, molta fraternità. Dopo qualche spiegazione si arrivò al voto. Non più di dieci, o forse meno, furono i voti contrari. Tra quelli che ricordo furono Angiolini, Baratono, Beccherucci, Flavia Steno, Willy Dias, Federico Striglia. Flavia Steno spiegò anche il motivo del suo no. Disse: mi strangolino se hanno il potere di farlo ma non mi chiedano di fornire loro la corda. Ed era il pensiero nostro. L’accolse un glaciale silenzio. Molti, troppi dei colleghi di un tempo non ci sono più, e diversi, si accorsero, tardi, dell’errore commesso. Perciò sento il dovere di esortare i colleghi attuali, di non essere agnostici, di lottare qualunque sia la loro fede politica, con noi perché non sia avvilita, come lo fu nel ventennio la dignità della nostra professione e la libertà che abbiamo pagato a così duro prezzo."
("L’Unità", 10 luglio 1952)

“Willy Dias” (1872-1956) trascorse la maggior parte della sua carriera giornalistica alla redazione del "Caffaro". Nel 1925 fu una delle prime firmatarie di un documento a favore della libertà di stampa contro le "leggi fascistissime". Nel 1946 entrò alla redazione genovese de "l'Unità". Il suo vero nome era Fortunata Morpurgo Petronio.
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03 giugno 2010

In libreria

“Immigrati o rifugiati, poco importa. Oggi in Italia è più semplice parlare di clandestini e rimandarli tutti indietro.”
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Laura Boldrini
Tutti indietro
Milano, Rizzoli, 2010, 252 pp.

Scheda
 Sayed ha vent’anni. A undici è dovuto scappare dall’Afghanistan, lasciando la madre e la propria casa, per sfuggire a chi lo voleva costringere a combattere con i talebani. È arrivato in Italia dopo nove anni di viaggio, tra stenti e periodi di prigionia, trattato in modo disumano. Quella di Sayed è solo una delle tante storie raccolte da Laura Boldrini nella sua lunga esperienza in prima linea. Cosa spinge migliaia di persone a cercare di raggiungere le coste italiane sfidando ogni pericolo? Che cosa sappiamo veramente di loro? Dobbiamo averne paura? È giusto respingerli, come il governo italiano ha deciso di fare dal maggio 2009? Oggi nel dibattito pubblico si tende a considerare tutti i migranti allo stesso modo, mettendoli indistintamente in un unico grande calderone e presentandoli come minaccia alla sicurezza. Anche i rifugiati, da vittime di regimi e conflitti, finiscono per rappresentare un pericolo. Un grande equivoco che mina i principi di solidarietà e di diritto radicati da sempre nella società italiana. Dalle parole di Laura Boldrini emerge una realtà invisibile all’opinione pubblica. L’autrice, che negli anni ha affrontato con passione e coraggio alcune tra le principali crisi umanitarie _ dal Kosovo, all’Afghanistan, dal Sudan all’Iraq _ racconta la propria esperienza, maturata nell’incontro costante con il dolore di chi è costretto a scappare. Ma descrive anche l’Italia della solidarietà, spesso oscurata dai mezzi d’informazione: dagli uomini che mettono a rischio la propria vita per salvare in mare i naufraghi partiti dalle coste africane, alle tante persone che nel rapporto quotidiano con immigrati e rifugiati realizzano un’integrazione vera e spontanea, gettando le basi per la società italiana del futuro. L'autrice del libro Laura Boldrini dal 1998 è portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr); ha svolto numerose missioni nei principali luoghi di crisi, tra cui Kosovo, Afghanistan, Iraq, Sudan, Caucaso, Angola e Ruanda.
*segnalato da C.S.
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02 giugno 2010

Giornalisti sul Web

"[....] L’idea che l’epoca delle grandi firme, dei Grandi Giornalisti, sia arrivata alla sua fine. Una idea affiorata sulle acque di quel meraviglioso fiume dell’innovazione tecnologica che ha cambiato la nostra vita, lo splendente flusso delle notizie h24, le dirette, i satelliti, la banda larga, la immediatezza del luogo-non luogo. Che bisogno c’è di giornalisti, quando abbiamo la possibilità di stare ovunque, sempre, con un semplice click? La domanda riecheggia da anni nelle nostre redazioni, e finora è sempre più o meno finita nei seminari sull’informazione di cui il mondo è pieno. E lì sarebbe rimasta, se la caduta economica a picco del settore dell’editoria (tra gli altri) non l’avesse recuperata come il Santo Graal. Oggi l’editoria internazionale, in testa l’imprenditore dalle uova d’oro Rupert Murdoch [...], vuole passare su Internet, e vuole far pagare i contenuti. Il ragionamento funziona più o meno così: le notizie sono più o meno le stesse, prodotte da un alveare operoso ma senza nome dei vari media, e saranno dunque inevitabilmente gratis. Altro sono i contenuti e questi si faranno pagare. Dunque meno giornalisti per lavorare al corpaccione unico delle news generali, e poche pepite d’oro da far pagare care. Se si aggiunge al costo finale l’assenza della carta, con tutti gli enormi benefici anche per la «sostenibilità» (altra parola da «seminario»), voilà. A parte la complicata distinzione fra contenuti e notizie che ha già dato vita a una disputa annosa e non meno divisiva di quella sulla essenza del corpo di Cristo fra Ario e Atanasio, la domanda rimane sempre la stessa: ma che razza di contenuti sono questi da spingere a comprare in una rete gratuita e zeppa di notizie un particolare accesso a una particolare testata? Fino ad oggi nel mondo ci sono vari esempi di successo online. L’informazione economica, che è assolutamente necessaria, di Bloomberg, dei servizi speciali del Ft, o di Economist o di WSJ, e che riesce, in parte, a farsi pagare. Nell’informazione politico-generalista, ci sono esempi di altissimo livello, come «politico.com», da tutti guardato come esempio: ma anche questo sito, pur fatto da superfirme superpagate, al momento per sfidare Washington Post e New York Times rimane gratuito. Per farci pagare l’accesso al Web avremo dunque bisogno di offrire grandi cose. Notizie esclusive (scoop, si diceva quando eravamo ingenui)? Le analisi migliori? Storie senza pari? Risate irripetibili? Informazioni senza le quali non possiamo uscire? Qualunque di queste cose sia, per essere acquistate dovranno essere, appunto, uniche, irripetibili, migliori, senza pari, impossibili da ignorare. E chi farà questi strepitosi «contenuti», se non strepitosi giornalisti? [...]".
Lucia Annunziata


*L. Annunziata, Se la star dei giornali va sul Web, "La Stampa", 24 maggio 2009.
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