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18 dicembre 2014
La fede e l'orrore
Una mattina come tante. Sono le 7
e vado al lavoro. Intorno a me le solite facce di gente per bene che si
affretta a prendere il treno. C’è chi pianifica le vacanze natalizie e chi
bisbiglia di passioni pregresse. C’è chi si rimbocca il cappotto e chi ancora
sogna qualcosa. Non c’è nessuno che legge il giornale. Nessuno che parla
dell’orrore di Peshawar. Forse è ancora troppo presto per pensare. O troppo
tardi per reagire. L’alibi del paese a noi lontano
funziona ancora benissimo. Così come il “Non possiamo farci niente” o “I
Taliban sono fanatici esaltati”. L’elenco delle ipocrisie di rito potrebbe
durare a lungo. Di botto arriva il treno e schiaccia le frasi fatte sulla testa
della gente. La fede e l’orrore si sono
mischiate. Avere fiducia nella vita implica la speranza di non provare orrore.
Sperimentare l’orrore ammutolisce ogni fede.Non sempre. A volte la fede
diventa strumento per praticare l’orrore. Non solo quello dei Taliban contro
bambini innocenti. Ma quello del mondo che sta a guardare. Menefreghista e
impotente. Come chi conosce già il finale. Perché qualcuno sul pianeta sa
bene cosa può capitare. Conosce ogni minimo dettaglio della prossima mattanza.
La produzione del terrore è industria mondiale.Il terrorismo è una favola per
lattanti. C’è qualcuno che decide dove andrà a cadere la bomba del dolore.
Qualcuno che non si deve sapere e non si deve dire. Ma che c’è e non muore.
Anna
Scavuzzo
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16 dicembre 2014
In libreria
Stefano Cambi
Diplomazia di celluloide?
Hollywood dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra fredda
Milano, Franco Angeli, 2014, 192 pp.
Descrizione
Diplomazia di celluloide?
Hollywood dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra fredda
Milano, Franco Angeli, 2014, 192 pp.
Descrizione
Il sostegno internazionalmente garantito alle majors dalle autorità statunitensi è riconducibile a un mero "dovere istituzionale" nei confronti dell'imprenditoria americana o piuttosto alla convinzione di ottenere un ritorno in termini di condizionamento psicologico? Attraverso la consultazione di fonti governative, l'Autore tenta di chiarire se e come gli artefici della diplomazia culturale e della politica estera dell'informazione abbiano inteso sfruttare i film d'evasione quale mezzo per influenzare la mente (e quindi l'azione) degli spettatori stranieri durante gli anni nei quali il mondo transitò dalla Seconda guerra mondiale alla Guerra fredda.
Se a Washington l'esistenza di una "questione cinematografica" giunse infatti a un definitivo riconoscimento con la "guerra totale", la definizione di una "politica cinematografica" avrà luogo soltanto nel contesto segnato dalla "cortina di ferro", nel quale il caso della Germania, cuore della competizione bipolare, rappresentò un precedente per quanto riguarda l'impiego dei lungometraggi commerciali nel progetto (inizialmente legato al Piano Marshall) denominato Informational Media Guaranty Program. La ricostruzione storica dello sviluppo della tematica ha prodotto una narrazione, semplice ma allo stesso tempo rigorosa, di come il governo americano ha affrontato, con alterne fortune, il complesso problema dell'impatto di Hollywood sull'immaginario collettivo internazionale senza ledere il principio della libertà d'espressione nonché quello - considerato altrettanto sacro - della libera concorrenza.
Se a Washington l'esistenza di una "questione cinematografica" giunse infatti a un definitivo riconoscimento con la "guerra totale", la definizione di una "politica cinematografica" avrà luogo soltanto nel contesto segnato dalla "cortina di ferro", nel quale il caso della Germania, cuore della competizione bipolare, rappresentò un precedente per quanto riguarda l'impiego dei lungometraggi commerciali nel progetto (inizialmente legato al Piano Marshall) denominato Informational Media Guaranty Program. La ricostruzione storica dello sviluppo della tematica ha prodotto una narrazione, semplice ma allo stesso tempo rigorosa, di come il governo americano ha affrontato, con alterne fortune, il complesso problema dell'impatto di Hollywood sull'immaginario collettivo internazionale senza ledere il principio della libertà d'espressione nonché quello - considerato altrettanto sacro - della libera concorrenza.
Indice del libro
Introduzione
Cinema americano e "guerra totale": un'arma a doppio taglio
(Intrattenimento responsabile; Hollywood, 1945: missione incompiuta)
Hollywood/Washington nel dopoguerra: una strana joint venture
(La battaglia contro il protezionismo europeo dello schermo sullo sfondo del confronto bipolare; a ridosso della "cortina di ferro": promuovere per escludere)
La politica cinematografica americana alla prova della Guerra fredda
(Il difficile compromesso tra ragion di stato e logica del profitto; Limitazione del danno: una strategia globale?)
Conclusioni / Archivi / Bibliografia / Indice dei film / Indice dei nomi.
Introduzione
Cinema americano e "guerra totale": un'arma a doppio taglio
(Intrattenimento responsabile; Hollywood, 1945: missione incompiuta)
Hollywood/Washington nel dopoguerra: una strana joint venture
(La battaglia contro il protezionismo europeo dello schermo sullo sfondo del confronto bipolare; a ridosso della "cortina di ferro": promuovere per escludere)
La politica cinematografica americana alla prova della Guerra fredda
(Il difficile compromesso tra ragion di stato e logica del profitto; Limitazione del danno: una strategia globale?)
Conclusioni / Archivi / Bibliografia / Indice dei film / Indice dei nomi.
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Relazioni internazionali,
USA
14 dicembre 2014
In libreria
Christian Salmon
La politica nell'era dello storytelling
Roma, Fazi, 2014, 180 pp.
Descrizione
La politica nell'era dello storytelling
Roma, Fazi, 2014, 180 pp.
Descrizione
Nel suo nuovo saggio, l’acclamato autore di Storytelling (2008) mette a fuoco le trasformazioni che interessano la sfera politica, specialmente nel campo della comunicazione, offrendo anche un’analisi della spettacolare campagna elettorale di Obama. L’homo politicus tradizionale è un animale in via di estinzione? Prima la rivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, poi l’avvento della rete e della società della comunicazione: i politici sono ormai sottoposti alle ingerenze di entità esterne, come il mercato, e chiamati a dire la loro in continuazione, a mettere la faccia – e il corpo – a disposizione dei media. Il loro lavoro è sempre più una performance per catalizzare l’attenzione e suscitare emozioni intrattenendo un elettorato sempre più vorace. Non sarà che in questo nuovo circo politico-mediatico proprio i governanti finiscono vittime di un gioco sacrificale.
Dello stesso autore:
C. Salmon,
Storytelling, Roma, Fazi, 2008, 179 pp.
Descrizione
L’arte di raccontare storie è nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo sulla terra e ha costituito un importante strumento di condivisione dei valori sociali. Ma a partire dagli anni Novanta del Novecento, negli usa come in Europa, questa capacità narrativa è stata trasformata dai meccanismi dell’industria dei media e dal capitalismo globalizzato nel concetto di storytelling: una potentissima arma di persuasione nelle mani dei guru del marketing, del management, della comunicazione politica per plasmare le opinioni dei consumatori e dei cittadini. Dietro le più importanti campagne pubblicitarie – ancor più dietro quelle elettorali vincenti (da Bush a Sarkozy) – si celano proprio le sofisticate tecniche dello storytelling management o del digital storytelling. Questo è l’incredibile inganno ai danni dell’immaginario collettivo svelato da Christian Salmon nel libro, frutto di una lunga inchiesta dedicata alle numerose applicazioni del fenomeno: il marketing conta più sulla storia dei brand che sulla loro immagine, i manager si servono di aneddoti per motivare i propri dipendenti, i soldati in Iraq si allenano su videogiochi progettati da Hollywood, gli spin doctor descrivono la vita politica dei loro clienti come in un racconto. L’autore ci mostra gli ingranaggi della grande “macchina narrante” che ha rimpiazzato il ragionamento razionale, ben più pervasiva dell’iconografia orwelliana della società totalitaria. Ma questo nuovo ordine narrativo non è un semplice linguaggio mediatico: il soggetto che vuole influenzare è un individuo immerso in un universo fittizio che ne filtra le percezioni, ne stimola le sensazioni, ne inquadra i comportamenti e le idee.
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Comunicazione politica,
Politica,
Politica italiana
13 dicembre 2014
In libreria
Carlo Levi
Buongiorno, Oriente. Reportages dall'India e dalla
Cina
Roma, Donzelli, 2014, 250 pp.
Descrizione
A distanza di pochi anni, tra il 1957 e il 1959,
Carlo Levi compì un viaggio nel subcontinente indiano e uno in Cina, come
inviato per il quotidiano «La Stampa». I suoi reportages, usciti a puntate e
qui raccolti in volume, appartengono a un giornalismo che non c’è più, un
giornalismo non ancora saturato, e in un certo senso usurato, dall’urgenza
della notizia e dall’eccesso del culto dell’immagine: un mondo in cui
l’informazione viaggiava lenta e aveva il tempo di sedimentare. I resoconti di
viaggio di Levi commuovono come poesie: la narrazione è parte integrante di
quell’esperienza in una realtà apparentemente «altra» di cui lo scrittore si
appropria per ritrovarvisi come in uno specchio. E insieme, per ritrovare in
quella civiltà, lontana ed esotica, le radici profonde della nostra civiltà e
della nostra storia. Reportages che sono fotografie, affreschi della società
indiana e cinese, che lo scrittore torinese sa penetrare con rispetto e
riserbo, e al tempo stesso con apertura e disponibilità a un nuovo che gli
desta stupore e curiosità inesauribili. Trapela tutta l’esigenza del
viaggiatore di divenire faticosamente e lentamente «una spugna asciutta e
vuota», che può riempirsi delle acque in cui è immersa e farne poi dono agli
altri che lo aspettano e che, in fondo, hanno viaggiato un po’ con lui. Sul
continuo alternarsi di quadri d’insieme coerenti e di squarci dalla possente
suggestione lirica, aleggia impalpabile una sorta di presagio di ciò che verrà.
Ne sortisce un libro che è un’istantanea preziosa per cogliere nel loro farsi
due ormai conclamate potenze mondiali, alle prese con il loro primo impatto con
la modernità.
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Asia,
Grandi firme,
Libreria,
Reportage,
Storia del giornalismo
11 dicembre 2014
Reportage siriano
«Una cosa è certa. Qualsiasi piega prendano gli eventi, la Siria non sarà più quella di prima. Ho vissuto un cambiamento epocale. Ho visto, ogni giorno, cambiare Damasco. Ho sentito a pelle gli umori, i timori, le speranze e le ansie di chi, magari senza volerlo, si trova coinvolto nei cambiamenti della Storia».
Sono queste le parole con cui Antonella Appiano, giornalista esperta di Medio Oriente e Islam, conclude, affidandolo alle pagine del libro Clandestina a Damasco, il racconto dei tre mesi trascorsi in Siria, dai primi di marzo alla fine di maggio 2011, all’inizio delle contestazioni contro la dittatura di Bashar al-Assad. In un Paese agitato dalle rivolte, che non rilascia accrediti-stampa per i giornalisti stranieri, la Appiano si muove in un periodo storico complesso e in un Paese ostile, con l’ausilio di documenti falsi e la copertura di un gruppo di manifestanti anti-regime, di cui raccoglie testimonianze e storie. Conosciamo così, attraverso la fessura del niqab, il velo che le copre il viso lasciando scoperti solo gli occhi, l’ingegnere Ammar, il tassista Khaled, l’avvocato Siham, la commessa Fatima, l’architetto Hisham, l’artista Rami e molte altre anime, voci e volti che animano il mosaico della città di Damasco, nel momento forse più difficile della sua storia civile. Il racconto, schietto, sincero e mai partigiano, procede con l’andatura di un diario, con l’urgenza di una testimonianza e uno stile minimalista, attento alla descrizione dei dettagli. Puntualmente un’interruzione ‘occidentale’, la trascrizione delle mail che la Appiano si scambia con i colleghi italiani, che aprono un ulteriore punto di vista: quello di chi, qui da noi, apprende quanto accade e prova darsi e dare una spiegazione. L’autrice, rischiando ogni giorno della sua permanenza, costretta a cambiare molto spesso identità e facendo i salti mortali per non mettere in pericolo le persone che la aiutano, riesce a dare un resoconto puntuale ed emozionante di un momento complesso e a tratti incomprensibile, per il mondo Occidentale, come la crisi siriana. Un lavoro da inviata vera, in cui la professione giornalistica si fonde con la pietas che accomuna coloro che lottano per la libertà. Un libro profondo, in cui si respira la polvere delle strade, l’odore delle spezie e la forza di una popolazione.
Antonella Appiano ha collaborato dalla Siria per "Lettera43", "Il Mattino", Radio24, Uno Mattina e "L’Espresso". Nel 2013 ha pubblicato per la casa editrice Quintadicopertina l’e-book Qui Siria. Clandestina ritorna a Damasco, il diario dei suoi viaggi da Damasco ad Aleppo, per capire quali siano le forze in gioco, dove sia nata questa rivolta e chi ne muova più o meno occultamente le fila. L'ebook include fotografie inedite scattate dall'autrice , i collegamenti ai video YouTube che le inviano gli amici siriani, oltre a glossari, schede di approfondimento e timeline interattive che permettono di navigare il testo e muoversi tra il racconto e i materiali di studio inclusi nel testo.
Valentina Merlo
Clandestina a Damasco.
Cronache da un Paese sull’orlo della guerra civile
Roma, Castelvecchi, 2011
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Giornalismo di guerra,
Libreria,
Medio Oriente,
Recensione,
Reportage
07 dicembre 2014
Genova in libreria
Maria Paola Comolli
Qui Viazzi ... a voi studio
Genova, Erga, 2014, 120 pp.
Descrizione
Cinquant’anni di storia dell’informazione italiana scritta e parlata: dal periodo d’oro della radio alla sperimentazione della terza rete televisiva RAI, dalle esperienze dell’inviato speciale alla riorganizzazione di alcune sedi regionale dell’Azienda secondo le esigenze della comunicazione moderna. Varie svolte significative del giornalismo radiotelevisivo sono state vissute nell’arco dell’attività professionale di Cesare Viazzi, un signore con il microfono, che ha poi trasmesso la sua esperienza ai giovani nei primi corsi universitari di giornalismo. Nel libro ci sono varie testimonianze di coloro che furono accanto a Viazzi in quegli anni o lo videro all’opera, da giornalisti quali Giorgio Bubba, Emanuele Dotto, Mario Rigoni e Moreno Cerquetelli a personaggi pubblici come Mario Sossi, Giuliano Montaldo, Tullio Solenghi e Vito Molinari.
Qui Viazzi ... a voi studio
Genova, Erga, 2014, 120 pp.
Descrizione
Cinquant’anni di storia dell’informazione italiana scritta e parlata: dal periodo d’oro della radio alla sperimentazione della terza rete televisiva RAI, dalle esperienze dell’inviato speciale alla riorganizzazione di alcune sedi regionale dell’Azienda secondo le esigenze della comunicazione moderna. Varie svolte significative del giornalismo radiotelevisivo sono state vissute nell’arco dell’attività professionale di Cesare Viazzi, un signore con il microfono, che ha poi trasmesso la sua esperienza ai giovani nei primi corsi universitari di giornalismo. Nel libro ci sono varie testimonianze di coloro che furono accanto a Viazzi in quegli anni o lo videro all’opera, da giornalisti quali Giorgio Bubba, Emanuele Dotto, Mario Rigoni e Moreno Cerquetelli a personaggi pubblici come Mario Sossi, Giuliano Montaldo, Tullio Solenghi e Vito Molinari.
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*Genova,
Giornalismo radiofonico,
Giornalismo televisivo,
Grandi firme,
Libreria,
Liguria,
Radio,
TV
05 dicembre 2014
Le parole sono pietre
"Noi che scriviamo, qualunque sia la nostra idea del mondo e delle cose politiche, siamo tenuti ad avere un’alta concezione della parola, del suo valore, della sua potenza."
"Repubblica", 8.11.2014.
Michele Serra
"Repubblica", 8.11.2014.
20 novembre 2014
In libreria
Marc Bloch
La guerra e le false notizie.
La guerra e le false notizie.
Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921)
Roma, Donzelli, 2014, 105 pp.
Roma, Donzelli, 2014, 105 pp.
(disponibile anche in formato ebook)
Descrizione
Nel 1914 Marc Bloch va in guerra. Sergente di fanteria, dopo quattro anni memorabili e tremendi, ne uscirà col petto arricchito di cicatrici e di decorazioni, ma anche con una più piena consapevolezza del proprio mestiere di storico. Nei Ricordi di guerra 1914-1915 è proprio lo storico a impugnare la penna: in pagine che echeggiano Tolstoj, il caos delle battaglie viene evocato attraverso i particolari: gli sciami di pallottole delle mitragliatrici, le 'melodie funebri' delle granate, la morte anonima e vicina dei compagni, la stanchezza dei sopravvissuti e il 'segreto piacere' di chi ammira il proprio cappotto forato dai proiettili. Come il Fabrizio della Certosa di Parma di Stendhal a Waterloo, così Bloch nella battaglia della Marna si ritrova protagonista di un evento grandissimo, di cui non riesce a vedere e dominare che un microscopico frammento. Ma la sua testimonianza può diventare generale proprio perché l'autore ha scelto di non dire niente che non abbia personalmente visto e vissuto. L'esperienza individuale della guerra viene ripensata da Bloch nelle Riflessioni sulle false notizie della guerra (1921), all'interno di un ragionamento sulla critica delle testimonianze e sulla vecchia opposizione tra verità ed errore. La guerra è stata un 'esperimento immenso di psicologia sociale' e lo storico deve imparare a studiarla come tale. Il 'rinnovarsi prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti', ha creato un ambiente favorevole alla fabbricazione e diffusione delle 'false notizie' che hanno circolato nelle trincee. Bloch ne svela i percorsi, individuando nei grandi stati d'animo collettivi il sostrato che consente ai pregiudizi di trasformare una cattiva percezione in leggenda: una strada feconda, che lo porterà più tardi a concepire il grande affresco storico dei "Re taumaturghi".
Nel 1914 Marc Bloch va in guerra. Sergente di fanteria, dopo quattro anni memorabili e tremendi, ne uscirà col petto arricchito di cicatrici e di decorazioni, ma anche con una più piena consapevolezza del proprio mestiere di storico. Nei Ricordi di guerra 1914-1915 è proprio lo storico a impugnare la penna: in pagine che echeggiano Tolstoj, il caos delle battaglie viene evocato attraverso i particolari: gli sciami di pallottole delle mitragliatrici, le 'melodie funebri' delle granate, la morte anonima e vicina dei compagni, la stanchezza dei sopravvissuti e il 'segreto piacere' di chi ammira il proprio cappotto forato dai proiettili. Come il Fabrizio della Certosa di Parma di Stendhal a Waterloo, così Bloch nella battaglia della Marna si ritrova protagonista di un evento grandissimo, di cui non riesce a vedere e dominare che un microscopico frammento. Ma la sua testimonianza può diventare generale proprio perché l'autore ha scelto di non dire niente che non abbia personalmente visto e vissuto. L'esperienza individuale della guerra viene ripensata da Bloch nelle Riflessioni sulle false notizie della guerra (1921), all'interno di un ragionamento sulla critica delle testimonianze e sulla vecchia opposizione tra verità ed errore. La guerra è stata un 'esperimento immenso di psicologia sociale' e lo storico deve imparare a studiarla come tale. Il 'rinnovarsi prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti', ha creato un ambiente favorevole alla fabbricazione e diffusione delle 'false notizie' che hanno circolato nelle trincee. Bloch ne svela i percorsi, individuando nei grandi stati d'animo collettivi il sostrato che consente ai pregiudizi di trasformare una cattiva percezione in leggenda: una strada feconda, che lo porterà più tardi a concepire il grande affresco storico dei "Re taumaturghi".
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Giornalismo,
Giornalismo di guerra,
Libreria,
Libri ri/trovati,
Storia
13 novembre 2014
In libreria
Emanuele Ballacci
Inviato di guerra 2.0. Dal calamaio allo smartphone.
I casi delle «social netwar» in Egitto e Libia
Civitavecchia, Prospettiva Editrice, 2014, 250 pp.
Descrizione
Da eroe a intruso, da scomodo nemico fino a prezioso alleato. Il destino
dell'inviato di guerra è sempre stato mutevole e problematico. Questo viaggio,
lungo oltre un secolo e mezzo, ne ripercorre le principali fasi storiche: dal
calamaio usato da William Russell nel 1853, passando per il telegrafo, la radio
e la tv, fino alla Rete e al web 2.0. Con la suola delle scarpe intatta e i
polpastrelli consumati. La nuova era del giornalismo di guerra è
indissolubilmente legata al mondo delle nuove tecnologie: blog, social media e
smartphone. Le primavere arabe in Egitto e Libia ne costituiscono il caso più
recente ed emblematico, seppur con numerosi interrogativi. Le interviste agli
inviati Cristiano Tinazzi, Fausto Biloslavo, Mimosa Martini e Giovanni Porzio
illustrano un possibile futuro del mestiere, capace di rinnovarsi costantemente
e trovare nuove vie di espressione per scrivere - o twittare nuove pagine di
storia.
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Giornalismo di guerra,
Libreria,
Nuovi media,
Storia dei media
11 novembre 2014
In libreria
Roberto Baldassari
Giornalismo,
informazione e comunicazione
Venezia, Marsilio, 2014, 192 pp.
Descrizione
Società frenetiche, dinamiche, assassine del tempo, tecnologicamente
avanzate, si presentano al consumatore mediale del XXI secolo. Nuove forme di
produzione di informazione originano nuove forme di percezione, accesso e
consumo dei testi e delle informazioni. Incastrato in questo scenario in
continua mutagenesi il giornalista cerca di riposizionarsi rincorrendo e
anticipando il ritmo incessante dei New Media. Giornalista e utente compiono
così azioni di produzione e consumo mediale interconnessi al sistema di
informazione, al contesto sociale e ai nuovi strumenti tecnologici concorrendo
a generare un inedito ciclo della notizia e di contenuti: il Newswebing User
Model.
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09 novembre 2014
In libreria
Gabriele Balbi - Paolo Magaudda
Storia dei media digitali. Rivoluzioni e continuità
Prefazione di Peppino Ortoleva
Editori Laterza, 2014, 208 pp.
disponibile anche in formato ebook
Descrizione
Quanto è rivoluzionaria la cosiddetta ‘rivoluzione digitale’? E quanto, invece, il digitale affonda le proprie radici nei vecchi media analogici dell’Otto-Novecento? Partendo da questi interrogativi, Gabriele Balbi e Paolo Magaudda ci guidano in un originale viaggio attraverso la storia dei media digitali, dalla prima metà del Novecento ai giorni nostri. Con un’ottica globale, gli autori ripercorrono le tappe principali della storia del computer, di internet, del telefono cellulare e della digitalizzazione di alcuni settori dell’industria culturale quali musica, stampa, cinema, fotografia e radiotelevisione. Tra rotture rivoluzionarie e sorprendenti continuità, Storia dei media digitali getta uno sguardo disincantato su una delle mitologie del nostro tempo.
Storia dei media digitali. Rivoluzioni e continuità
Prefazione di Peppino Ortoleva
Editori Laterza, 2014, 208 pp.
disponibile anche in formato ebook
Descrizione
Quanto è rivoluzionaria la cosiddetta ‘rivoluzione digitale’? E quanto, invece, il digitale affonda le proprie radici nei vecchi media analogici dell’Otto-Novecento? Partendo da questi interrogativi, Gabriele Balbi e Paolo Magaudda ci guidano in un originale viaggio attraverso la storia dei media digitali, dalla prima metà del Novecento ai giorni nostri. Con un’ottica globale, gli autori ripercorrono le tappe principali della storia del computer, di internet, del telefono cellulare e della digitalizzazione di alcuni settori dell’industria culturale quali musica, stampa, cinema, fotografia e radiotelevisione. Tra rotture rivoluzionarie e sorprendenti continuità, Storia dei media digitali getta uno sguardo disincantato su una delle mitologie del nostro tempo.
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02 novembre 2014
In libreria
Martedì 4 novembre 2014 h. 11 presso l'Aula Magna dell'Università degli studi di Genova (Via Balbi 5) il giornalista Bernardo Valli presenterà il suo libro La verità del momento. Reportages (1956-2014)
Bernardo Valli
La verità del momento. Reportages (1956-2014)
Milano, Mondadori, 2014, XIV-1052 pp.
Descrizione
Viaggiare e scrivere, non so se scrivere per viaggiare o viaggiare per scrivere. Questa era la scorciatoia psicologica capace di placare i miei sensi di colpa durante le fughe da ragazzo. Spesso fughe nella fantasia, ma non per questo meno avventurose. Un giorno, mi dicevo, le racconterò. Così le giustificavo. Senza saperlo ne facevo una professione." Queste le prime righe dell'inedito e giocoso racconto autobiografico con il quale si apre questo libro che raccoglie per la prima volta, grazie alla collaborazione tra Bernardo Valli e Franco Contorbia (massimo esperto italiano di scrittura giornalistica che firma, a suggello dell'antologia da lui curata, un importante saggio storico-critico), una vasta scelta di articoli e reportages redatti da Valli nell'arco di quasi sessant'anni e apparsi su "Il Giorno", il "Corriere della Sera", "La Stampa" e "la Repubblica". Preceduti da una serie di scritti "teorici" ai quali l'autore ha affidato una acutissima riflessione sui caratteri costitutivi e le radicali metamorfosi che hanno investito la professione del reporter, e particolarmente del corrispondente "di guerra", sono ben 193 i pezzi più interessanti e memorabili grazie ai quali la vasta platea dei lettori di Valli può finalmente ripercorrere più di mezzo secolo di storia italiana e internazionale nelle immagini luminose e sfaccettatissime dei suoi racconti e delle sue riflessioni intorno alle cose del mondo.
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Politica internazionale
29 ottobre 2014
Ti gusta la notizia?
La notizia come un prodotto. Scelta e confezionata su misura, in base ai gusti personali, come un gelato. Sarebbe questo il futuro del giornalismo? Si, secondo quanto scrive Chiara Daina a p. 23 de "Il Fatto Quotidiano" di martedì 28 ottobre 2014 nell’articolo “Il futuro del giornalismo? Su Facebook e Youtube”. L’informazione diventa così strumento propagandistico. Quello che conta di più è l’indice di gradimento della notizia, la sua popolarità, la sua volontaria “volgarizzazione” pur di rimanere compresa tra le prime dieci news visibili su Google o sui social network.
La realtà non è descritta ma pubblicizzata. L’informazione non è divulgata ma mirata.
L’ideologia del consumo, di un certo giornalismo, ricerca nella notizia una merce “visibile e vendibile”, esattamente come se si trattasse di un pacco di pasta o di carta igienica. Così i produttori di notizie, i giornalisti, diventano produttori di mercati.
Si cerca di capire cosa piace al pubblico, alla massa, si confeziona una notizia con un bel packaging, si pubblicizza come negli spot e si vende sul web o sui quotidiani. Il lavoro del giornalista assomiglia più a quello del copywriter in un’agenzia di pubblicità. Il servizio offerto non è più pubblico ma per il pubblico e per l’emittente pubblicitaria di turno. La differenza è sostanziale.
La notizia stessa si compera, assieme alla pubblicità con cui ci viene venduta. L’informazione è costituita alla fine dalla somma di piccoli spot, da programmare dal mattino alla sera per indicizzare quanti like la notizia ha ottenuto. Non è necessario fare grandi riflessioni o approfondimenti, tutto viene predisposto per noi con anticipo.
Questo genere di informazione ha un fine decisamente semplice: basta vendere la notizia. E il pubblico? Decisamente compra, rimanendo stupido quanto basta per rinunciare a capire.
Anna Scavuzzo
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27 ottobre 2014
Non strappare quell’erba
Tu terrorista, che sei tra noi.
Tu che siedi comodamente dietro le scrivanie del potere pianificando la prossima “azione”. I tuoi figli vanno al college e alla sera brindi coi capi di stato.
Tu che mescoli l’arroganza e la prepotenza con l’inganno e l’odio per la guerra.
Tu che ti presenti tutto patinato nei talk-show, ma non hai il coraggio di dire la verità. Tu che non credi, ma commissioni genocidi in nome di un falso dio, sfruttando la povertà e l’ignoranza dei popoli. Ti servi di eserciti di esaltati e disperati e sei a tua volta servo della stessa depravazione. Tu che dall’alto del tuo grattacielo vedi bene l’inutilità dell’odio per la vita che rappresenti, ma lo stesso inventi guerre e nemici da abbattere per giustificare sfruttamento e invasioni.
Tu, terrorista, guardaci negli occhi. E facci vedere i tuoi.
Abbi il coraggio di mostrare la tua vera bandiera, la faccia della tua vigliaccheria.
Noi non abbiamo paura.
Noi siamo uomini e donne che ogni giorno conoscono la fatica di un lavoro onesto, della tolleranza verso chi crede a un dio con un nome diverso, del rispetto verso le altre culture, della dignità nella sofferenza e nella morte.
Noi siamo quei giovani che non si arrendono alla tua violenza.
Noi seminiamo erba di speranza e amore per la vita.
Cerchiamo giustizia per gli occhi di Reyhaneh Jabbari, iraniana di 26 anni impiccata perché si è difesa dal tentativo di stupro di un impiegato dei servizi segreti iraniani. Vogliamo una seconda vita in risarcimento di quella crudelmente stroncata per tutti quegli uomini decapitati dall’Isis e per tutte quelle donne violentate nelle guerre del pianeta. Chiediamo giustizia per le città di bambini rapiti, venduti o uccisi dal fanatismo islamico o dai narcotrafficanti.
Ascolta, terrorista, le urla degli uomini torturati e delle donne stuprate e dei bambini venduti. Non senti la valanga di vergogna che incombe sulla tua coscienza?
Tu non conosci la grande dignità di questa gente che hai fatto morire. Morti da eroi. Morti per noi. Le loro urla strazianti fanno eco in tutto il mondo. Saranno il nostro inno per riconquistare l’amore per la vita e la pace.
Tu, terrorista, che non hai sangue nelle vene, ma solo veleno. Davvero pensi di annientare la volontà di popoli e nazioni diffondendo il terrore?
Te lo ripeto. Noi non abbiamo paura. Perché tu non sei niente. Sei solo un fantasma cieco, assetato di soldi e dominio, imbrattato di vergogne. Una bandiera senza colore, un potere inventato. Noi giovani sappiamo come distruggere la violenta arroganza dei tuoi discorsi e il puzzo fetido dei tuoi orrori.
Noi siamo fili d’erba e cresceremo ovunque. Anche tra le bombe di Kobane, anche tra gli spari di Ottawa. Un filo d’erba lo puoi trovare sulla tomba di Maria de Rosario, morta in Messico per aver denunciato con un tweet i narcos. Ciuffi d’erba spuntano tra il fango dei vicoli di Genova alluvionata, tra le braccia solidali di tanti ragazzi o in America nel campus dove Emma Sulkowiez porta con sé il peso di quel materasso dove ha subito violenza. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Perché loro, tutti, sono morti per noi. Per non cedere di fronte ai fili spinati dell’egoismo, ai labirinti delle assurde ambizioni, alle sconfinate ipocrisie date in pasto ai media. Noi sappiamo quanto può essere ipocrita anche la lacrima o il fiore che gettiamo sulla terra dove affogano i cadaveri in fosse comuni. Siamo specialisti nel seppellire in fretta ciò che ci disturba e brucia, ostentando corone di dolore.
Sanno d’erba le preghiere di Papa Francesco e l’abnegazione di medici e infermieri che curano i malati di Ebola. Qua e là si aprono crepe nella roccia dura dell’indifferenza. E in quelle crepe nascono spontanei fili d’erba oscillanti nel vento di una nuova resistenza.
Quella di noi giovani che useremo parole invece dei coltelli, lanceremo cortei al posto delle bombe, parleremo di dialogo anziché di guerra. E tu, terrorista, che vivi camuffato nella nostra quotidianità, sappi che non potrai mai strappare quell’erba. Spunterà in ogni luogo liberando la paura del mondo dall’orrore, recuperando l’innocenza dei pensieri, cavalcando l’intelligenza dei sentimenti. Noi prendiamo dolcemente sulle spalle il peso di tutti questi morti e li portiamo alti nella nostra notte e nelle nostre tempeste. Saranno loro a bucare d’azzurro il nostro cielo. E tu, terrorista, sei già morto. Vedrai, anche il tuo falso dio capirà.
Tu che siedi comodamente dietro le scrivanie del potere pianificando la prossima “azione”. I tuoi figli vanno al college e alla sera brindi coi capi di stato.
Tu che mescoli l’arroganza e la prepotenza con l’inganno e l’odio per la guerra.
Tu che ti presenti tutto patinato nei talk-show, ma non hai il coraggio di dire la verità. Tu che non credi, ma commissioni genocidi in nome di un falso dio, sfruttando la povertà e l’ignoranza dei popoli. Ti servi di eserciti di esaltati e disperati e sei a tua volta servo della stessa depravazione. Tu che dall’alto del tuo grattacielo vedi bene l’inutilità dell’odio per la vita che rappresenti, ma lo stesso inventi guerre e nemici da abbattere per giustificare sfruttamento e invasioni.
Tu, terrorista, guardaci negli occhi. E facci vedere i tuoi.
Abbi il coraggio di mostrare la tua vera bandiera, la faccia della tua vigliaccheria.
Noi non abbiamo paura.
Noi siamo uomini e donne che ogni giorno conoscono la fatica di un lavoro onesto, della tolleranza verso chi crede a un dio con un nome diverso, del rispetto verso le altre culture, della dignità nella sofferenza e nella morte.
Noi siamo quei giovani che non si arrendono alla tua violenza.
Noi seminiamo erba di speranza e amore per la vita.
Cerchiamo giustizia per gli occhi di Reyhaneh Jabbari, iraniana di 26 anni impiccata perché si è difesa dal tentativo di stupro di un impiegato dei servizi segreti iraniani. Vogliamo una seconda vita in risarcimento di quella crudelmente stroncata per tutti quegli uomini decapitati dall’Isis e per tutte quelle donne violentate nelle guerre del pianeta. Chiediamo giustizia per le città di bambini rapiti, venduti o uccisi dal fanatismo islamico o dai narcotrafficanti.
Ascolta, terrorista, le urla degli uomini torturati e delle donne stuprate e dei bambini venduti. Non senti la valanga di vergogna che incombe sulla tua coscienza?
Tu non conosci la grande dignità di questa gente che hai fatto morire. Morti da eroi. Morti per noi. Le loro urla strazianti fanno eco in tutto il mondo. Saranno il nostro inno per riconquistare l’amore per la vita e la pace.
Tu, terrorista, che non hai sangue nelle vene, ma solo veleno. Davvero pensi di annientare la volontà di popoli e nazioni diffondendo il terrore?
Te lo ripeto. Noi non abbiamo paura. Perché tu non sei niente. Sei solo un fantasma cieco, assetato di soldi e dominio, imbrattato di vergogne. Una bandiera senza colore, un potere inventato. Noi giovani sappiamo come distruggere la violenta arroganza dei tuoi discorsi e il puzzo fetido dei tuoi orrori.
Noi siamo fili d’erba e cresceremo ovunque. Anche tra le bombe di Kobane, anche tra gli spari di Ottawa. Un filo d’erba lo puoi trovare sulla tomba di Maria de Rosario, morta in Messico per aver denunciato con un tweet i narcos. Ciuffi d’erba spuntano tra il fango dei vicoli di Genova alluvionata, tra le braccia solidali di tanti ragazzi o in America nel campus dove Emma Sulkowiez porta con sé il peso di quel materasso dove ha subito violenza. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Perché loro, tutti, sono morti per noi. Per non cedere di fronte ai fili spinati dell’egoismo, ai labirinti delle assurde ambizioni, alle sconfinate ipocrisie date in pasto ai media. Noi sappiamo quanto può essere ipocrita anche la lacrima o il fiore che gettiamo sulla terra dove affogano i cadaveri in fosse comuni. Siamo specialisti nel seppellire in fretta ciò che ci disturba e brucia, ostentando corone di dolore.
Sanno d’erba le preghiere di Papa Francesco e l’abnegazione di medici e infermieri che curano i malati di Ebola. Qua e là si aprono crepe nella roccia dura dell’indifferenza. E in quelle crepe nascono spontanei fili d’erba oscillanti nel vento di una nuova resistenza.
Quella di noi giovani che useremo parole invece dei coltelli, lanceremo cortei al posto delle bombe, parleremo di dialogo anziché di guerra. E tu, terrorista, che vivi camuffato nella nostra quotidianità, sappi che non potrai mai strappare quell’erba. Spunterà in ogni luogo liberando la paura del mondo dall’orrore, recuperando l’innocenza dei pensieri, cavalcando l’intelligenza dei sentimenti. Noi prendiamo dolcemente sulle spalle il peso di tutti questi morti e li portiamo alti nella nostra notte e nelle nostre tempeste. Saranno loro a bucare d’azzurro il nostro cielo. E tu, terrorista, sei già morto. Vedrai, anche il tuo falso dio capirà.
Anna Scavuzzo
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23 ottobre 2014
In libreria
Pier Luigi Vercesi
Ne ammazza più la penna.
Ne ammazza più la penna.
Storie d'Italia vissute nelle redazioni dei giornali
Palermo, Sellerio, 2014, pp. 384.
disponibile anche in formato ebook.
Descrizione
Ne ammazza più la penna è la storia dei giornalisti italiani dai tempi della caduta di Napoleone – e precisamente dal primo possibile scoop, il misero fallimento dell’impresa di Gioacchino Murat fermato dalla plebe calabrese nel 1814 mentre tentava di tornare sul trono di Napoli – fino agli anni Sessanta del Novecento. Storia di giornalisti, più che del giornalismo, da Ugo Foscolo (messo a libro paga dagli austriaci) alla rivoluzione editoriale di Enrico Mattei. Giornalisti avventurieri, giornalisti scandalosi, giornalisti venduti e comprati, giornalisti eroici, di svelatori di luminose verità o occultatori di vergogne nazionali: dai grandi ai meno noti, ognuno con la precisa cifra della propria personalità. Mentre le loro carriere si adeguano alle innovazioni tecnologiche, politiche, culturali, sociali e finanziarie del mondo che cambia, sullo sfondo della vita in redazione scorre la storia d’Italia nei suoi momenti cruciali, colti nella realtà quotidiana. Così il rapporto tra i due versanti del racconto – i giornalisti e la storia d’Italia – è tessuto in modo tale che i giornalisti sembrano quello che in realtà furono: l’ombra della storia d’Italia, il suo lato meno noto, ma parte integrante, e a volte determinante, dell’intero. Patriottismi e scandali, ideali e corruzione, coraggio innovativo e conflitti d’interesse, servitù culturale e ardimento d’avanguardia, fanno da refrain a un racconto che diventa, pagina dopo pagina, una storia culturale minuziosissima di notizie, fatti e aneddoti. Questo libro riesce a riflettere, come uno specchio, il carattere nazionale nella minuta vicenda di ascese e cadute personali, con la concertazione vera e piacevole di una commedia di costume.
Pier Luigi Vercesi, da trent’anni giornalista in numerose testate, tra cui La Stampa e il Corriere della Sera, attualmente è direttore di Sette, il settimanale del quotidiano di via Solferino. È autore di alcuni saggi di storia del giornalismo, tra cui una Storia del giornalismo americano, e ha insegnato Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico presso la facoltà di Lettere dell’Università degli studi di Parma.
Pier Luigi Vercesi, da trent’anni giornalista in numerose testate, tra cui La Stampa e il Corriere della Sera, attualmente è direttore di Sette, il settimanale del quotidiano di via Solferino. È autore di alcuni saggi di storia del giornalismo, tra cui una Storia del giornalismo americano, e ha insegnato Teoria e tecniche del linguaggio giornalistico presso la facoltà di Lettere dell’Università degli studi di Parma.
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19 ottobre 2014
Comunicare l'azienda
Lunedì 20 ottobre, alle ore 15,
nell’Aula 5 di Via Balbi 2, nell’ambito del corso di Storia della lingua
italiana per il Corso di Laurea Magistrale Interdipartimentale in Informazione
ed Editoria, curriculum Giornalismo culturale ed editoria,
Simona
FINESSI
amministratore delegato di Publicomm, communication e PR manager
dell’Associazione Design Industriale, terrà una conversazione sul tema: Comunicare l’azienda. Marketing, pubblicità,
design. Studenti e colleghi sono cordialmente invitati.
Il titolare del corso
Prof. Lorenzo Coveri
17 ottobre 2014
Il diritto diventa virtuale
L’evoluzione dei media costringe la nostra società a confondere il reale con l’immaginario.
Reale è la partecipazione del presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha istituito una commissione ad hoc per realizzare una prima bozza della Carta della Rete, una sorta di “Costituzione del web”. Così come reale è l’evidenza, posta dalla stessa Boldrini, su come i diritti sociali possano meritare l’attenzione della UE esattamente come il pareggio di bilancio.
Difendere i diritti umani sembra un’ovvietà. Ma se le istituzioni si mobilitano per regolamentare Internet, vuol dire che l’ovvietà è mutata in qualcosa di più importante. Forse troppo importante. Essere connessi è vitale come essere collegati al cordone ombelicale del mondo. Essere sconnessi è mortale come essere seppelliti nel mondo.
L’identità e le relazioni si sono trasferite dalla televisione alla rete internet, spostando il baricentro del potere e del diritto all’interno della connessione digitale. Tutto ciò è reale e quasi ovvio. Meno reale e banale è pensare che le istituzioni, nel contesto di un mondo dove il bene più esportato sembra essere la democrazia, si dimentichino dei diritti di quelle categorie di persone che la rete non la possono usare perché lasciate ai margini della società come i poveri, o gli anziani, considerati ormai di troppo, o come i “diversi”, evitati in quanto difficili da manovrare. Senza tralasciare gli immigrati, i diseredati, i disoccupati o gli esodati, ecc… Tutte quelle categorie di persone prive di spazio e voce.
Sorge il sospetto che il “pensiero debole” di questi ultimi anni sia improvvisamente diventato “forte” solo colonizzando l’universo del web. O forse che la Rete sia magicamente in grado di purificare le coscienze che nella vita reale rimangono insudiciate da bugie e scandalose defezioni. Una sorta di grande lavatrice dove centrifughiamo ogni vergogna e viltà, dove prevale lo smarrimento davanti a un oceano di parole e di visioni che confondono e, strategicamente, distraggono. Così, la certificazione della nostra esistenza deve passare per forza dalla paura di non essere presenti in tale mondo virtuale poiché si potrebbe correre il rischio di essere dimenticati. Ma a ricordarci che contiamo qualcosa ora ci pensa il Governo con la nuova Carta di Internet presentata alla Camera in formato “bozza”, in attesa di essere sottoposta all’attenzione popolare dal prossimo 27 ottobre. Parteciperemo entusiasti a questo nuovo “gioco” per ridefinire il rapporto tra pubblico e privato e, forse, vinceremo anche un premio inatteso: la partecipazione al processo democratico del controllo sociale. Finalmente anche a Roma si sono accorti che, oggi, il consenso si crea utilizzando la Rete. (Ne hanno scritto tutti i principali quotidiani: dal “Corriere della Sera” a “Repubblica” al “Sole 24ore” del 14 ottobre 2014).
Nella Carta si parla di “diritto d’identità”, di “diritto di accesso”, di “diritto all’educazione”, persino di “diritto all’oblio”. E ancora di sicurezza, di anonimato, di parità e soprattutto di libertà. Sembra di essere ai tempi della Rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité.
Peccato che, nella vita reale, quegli stessi diritti, ogni giorno, vengano regolarmente disattesi, violati, ignorati proprio da quelle stesse istituzioni.
Essere una società civile, evoluta e democratica, a quanto pare, consente di possedere una doppia identità. Una virtuale, carica di simboli e valori, che sta cercando di creare delle regole per definire il suo caos. L’altra, quella reale, che al caos ormai si è abituata e ha trovato pure il modo di farlo sembrare un grande passo verso la democrazia.
Reale è la partecipazione del presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha istituito una commissione ad hoc per realizzare una prima bozza della Carta della Rete, una sorta di “Costituzione del web”. Così come reale è l’evidenza, posta dalla stessa Boldrini, su come i diritti sociali possano meritare l’attenzione della UE esattamente come il pareggio di bilancio.
Difendere i diritti umani sembra un’ovvietà. Ma se le istituzioni si mobilitano per regolamentare Internet, vuol dire che l’ovvietà è mutata in qualcosa di più importante. Forse troppo importante. Essere connessi è vitale come essere collegati al cordone ombelicale del mondo. Essere sconnessi è mortale come essere seppelliti nel mondo.
L’identità e le relazioni si sono trasferite dalla televisione alla rete internet, spostando il baricentro del potere e del diritto all’interno della connessione digitale. Tutto ciò è reale e quasi ovvio. Meno reale e banale è pensare che le istituzioni, nel contesto di un mondo dove il bene più esportato sembra essere la democrazia, si dimentichino dei diritti di quelle categorie di persone che la rete non la possono usare perché lasciate ai margini della società come i poveri, o gli anziani, considerati ormai di troppo, o come i “diversi”, evitati in quanto difficili da manovrare. Senza tralasciare gli immigrati, i diseredati, i disoccupati o gli esodati, ecc… Tutte quelle categorie di persone prive di spazio e voce.
Sorge il sospetto che il “pensiero debole” di questi ultimi anni sia improvvisamente diventato “forte” solo colonizzando l’universo del web. O forse che la Rete sia magicamente in grado di purificare le coscienze che nella vita reale rimangono insudiciate da bugie e scandalose defezioni. Una sorta di grande lavatrice dove centrifughiamo ogni vergogna e viltà, dove prevale lo smarrimento davanti a un oceano di parole e di visioni che confondono e, strategicamente, distraggono. Così, la certificazione della nostra esistenza deve passare per forza dalla paura di non essere presenti in tale mondo virtuale poiché si potrebbe correre il rischio di essere dimenticati. Ma a ricordarci che contiamo qualcosa ora ci pensa il Governo con la nuova Carta di Internet presentata alla Camera in formato “bozza”, in attesa di essere sottoposta all’attenzione popolare dal prossimo 27 ottobre. Parteciperemo entusiasti a questo nuovo “gioco” per ridefinire il rapporto tra pubblico e privato e, forse, vinceremo anche un premio inatteso: la partecipazione al processo democratico del controllo sociale. Finalmente anche a Roma si sono accorti che, oggi, il consenso si crea utilizzando la Rete. (Ne hanno scritto tutti i principali quotidiani: dal “Corriere della Sera” a “Repubblica” al “Sole 24ore” del 14 ottobre 2014).
Nella Carta si parla di “diritto d’identità”, di “diritto di accesso”, di “diritto all’educazione”, persino di “diritto all’oblio”. E ancora di sicurezza, di anonimato, di parità e soprattutto di libertà. Sembra di essere ai tempi della Rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité.
Peccato che, nella vita reale, quegli stessi diritti, ogni giorno, vengano regolarmente disattesi, violati, ignorati proprio da quelle stesse istituzioni.
Essere una società civile, evoluta e democratica, a quanto pare, consente di possedere una doppia identità. Una virtuale, carica di simboli e valori, che sta cercando di creare delle regole per definire il suo caos. L’altra, quella reale, che al caos ormai si è abituata e ha trovato pure il modo di farlo sembrare un grande passo verso la democrazia.
Anna Scavuzzo
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14 ottobre 2014
Genova in libreria
Marco Fantasia
Una storia sorridente
La RAI di Genova raccontata dalle origini
Chiavari, Internòs edizioni, 2014, 112 pp.
Descrizione
Una storia sorridente
La RAI di Genova raccontata dalle origini
Chiavari, Internòs edizioni, 2014, 112 pp.
Descrizione
Fu l'annunciatrice Lea Landi a coniare l'espressione "una storia sorridente" per descrivere la sua esperienza a Radio Genova, quella che sarebbe poi diventata la sede regionale Rai per la Liguria. Furono sorrisi soprattutto all'inizio, quando l'aspetto pionieristico dominava su qualunque difficoltà. E parliamo di difficoltà non da poco, nella Genova che usciva dalla guerra e che proprio attraverso le frequenze della "sua" radio apprese dell'avvenuta liberazione, grazie agli impianti sottratti alla guerra dall'eroico Franco Tommasino. Una storia che finalmente viene alla luce (certamente incompleta, certamente da arricchire ancora) grazie ai ricordi e ai documenti di Cesare Viazzi, che per tanti anni cruciali fu giornalista, caporedattore e infine direttore della sede. Dalle prime trasmissioni solo radiofoniche all'avvento della tv, da Marzari a Provenzali, dal teatro radiofonico ai telegiornali di oggi, il libro prova a raccontare, senza pretese di esaustività, piccole e grandi storie dei tanti personaggi che hanno fuso la loro vita con quella della sede.
Marco Fantasia è nato a Genova. Dopo una solida formazione nell'emittenza locale genovese, mette piede per la prima volta alla Rai di Genova con un contratto di due mesi ed arriva all'assunzione definitiva dopo undici anni di precariato. È stato conduttore del tg regionale e dell'edizione ligure di Buongiorno Regione. Dal 2012 lavora nella redazione di Milano di RaiSport, prevalentemente come telecronista e conduttore dei notiziari.
Marco Fantasia è nato a Genova. Dopo una solida formazione nell'emittenza locale genovese, mette piede per la prima volta alla Rai di Genova con un contratto di due mesi ed arriva all'assunzione definitiva dopo undici anni di precariato. È stato conduttore del tg regionale e dell'edizione ligure di Buongiorno Regione. Dal 2012 lavora nella redazione di Milano di RaiSport, prevalentemente come telecronista e conduttore dei notiziari.
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