Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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30 novembre 2015

Istantanee della storia della fotografia e dell’Europa

Ci sono immagini che sfuggono dalle mani di chi le ha prodotte e si trasformano in qualche cosa di più grande, divenendo simbolo universale, quasi inconsapevole, della storia. È stato il destino degli scatti praghesi di Koudelka, dell’immagine dell’anziano sarto, fotografato da McCurry durante la stagione dei monsoni in India o delle due fontanelle nel sud degli Stati Uniti, simbolo della segregazione razziale negli USA, immortalate da Erwitt. Queste sono solo una minima parte delle immagini e delle storie raccontate nell’ultimo libro di Mario Calabresi A occhi aperti. Nel volume sono raccolte le testimonianze dei più grandi fotoreporter viventi, i quali spesso sono andati oltre la semplice descrizione della loro esperienza professionale, lasciando trasparire molto della loro personalità e delle loro vite. 
L’autore si affretta a chiarire già nella premessa che il suo non è un manuale di fotografia; piuttosto è un libro sul giornalismo e sulla valenza socioculturale che possono avere le immagini. Non si parla delle foto in se o delle tecniche con cui queste siano state prodotte. Si racconta «cosa è accaduto un attimo prima e un attimo dopo lo scatto» e come queste immagini siano divenute una finestra su alcuni dei fatti più importanti, troppo spesso tragici, della seconda metà del Novecento: che si tratti della primavera di Praga, della guerra civile in Libano o del treno funebre su cui venne trasportato il feretro di Bob Kennedy. 
L’autore, attraverso i suoi dialoghi con McCurry, Koudelka McCullin, Erwitt, Fusco, Basilico, Abbas, Pellegrin e Salgado ci racconta il carattere degli autori e i momenti in cui il loro lavoro è diventato un fermo immagine della storia. Quando si leggono le vicende dei grandi della fotografia intervistati da Calabresi si è come trasportati in un viaggio per il mondo, attraverso epoche, guerre e continenti. Ogni fotoreporter ci fornisce della fotografia una chiave di lettura diversa, ma mai contrastante con le altre. Il punto in comune che emerge tra tutti i protagonisti del libro è il rispetto di una massima di Robert Capa: «se una foto non è buona significa che non sei abbastanza vicino». 
Il libro, edito da Contrasto, si legge con piacere. Calabresi ha il merito riportarci le parole e i pensieri degli artisti senza cadere nel semplice resoconto di un dialogo: sono aggiunti dettagli, descrizioni e aneddoti che riescono a far sentire il lettore presente alla conversazione. A occhi aperti si rivolge a un pubblico ampissimo: è capace di stimolare appassionati e professionisti della fotografia ma anche attrarre coloro che di questa non si occupano. Il libro è scritto in maniera elegante e allo stesso tempo di semplice comprensione. La qualità di stampa delle fotografie è buona, anche se, vista la caratura delle immagini, un formato più grande per il volume avrebbe reso maggiormente giustizia alle foto in esso contenute e favorito la consultazione. Proprio a causa del formato, talvolta, mentre ci si trova a leggere riguardo i dettagli di uno scatto, per poterlo vedere è necessario “cercarlo” nelle pagine successive o precedenti.
Mario Calabresi, giornalista e scrittore, dirige il quotidiano torinese La Stampa, incarico che dal prossimo dicembre lascerà per passare alla direzione di Repubblica, sostituendo Ezio Mauro. A soli due anni, nel 1972, Calabresi perde il padre, Luigi, commissario di polizia assassinato dalle Brigate Rosse. Dopo aver conseguito a Milano una laurea in Giurisprudenza e una in Storia intraprende la carriera di giornalista: come cronista politico per l’ANSA e Repubblica per poi approdare a La Stampa facendo l’inviato. A occhi aperti è il quarto libro di Mario Calabresi, tra i precedenti ricordiamo: Spingendo la notte più in là, libro autobiografico sul terrorismo in Italia, e La fortuna non esiste, raccolta di testimonianze di persone che, nonostante “la crisi” e le difficoltà, sono riuscite a rialzarsi dopo insuccessi e  fallimenti.
Claudio Gastaldo

Mario Calabresi
A occhi aperti
Contrasto, Roma, 2013 pp. 206.

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27 novembre 2015

Giovanni Ziccardi
Internet, controllo e libertà. 
Trasparenza, sorveglianza e segreto nell'era tecnologica 
Raffaello Cortina, Roma, 2015, 252 pp.
Descrizione
I temi della trasparenza radicale delle informazioni, della sorveglianza globale con mezzi elettronici e dell’uso della tecnologia come strumento efficace per controllare la vita quotidiana del cittadino sono diventati argomenti focali nel dibattito in corso tra mondo del diritto, della politica e della tecnologia, nonché spunti di ricerca di peculiare interesse per gli studiosi di informatica giuridica, di filosofia e sociologia del diritto, di teoria politica e di diritto costituzionale. Autorevoli accademici, tra cui i due costituzionalisti Cass R. Sunstein e Lawrence Lessig, e un informatico-giuridico, Yochai Benkler, si sono occupati, negli ultimi anni, di tali temi, e hanno fornito lucide basi per delineare il quadro esistente e per prevedere le evoluzioni future, tracciando, in un certo senso, la strada da seguire. Muovendo da un’analisi dei loro scritti e del loro pensiero, unitamente a una valutazione dei fatti politici e giudiziari più recenti, l’autore delinea un quadro critico del delicato equilibrio tra la tecnologia come strumento di controllo e di sorveglianza e i diritti fondamentali dell’individuo, tra libertà di manifestazione del pensiero ed esigenze di sicurezza nazionale.
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15 novembre 2015

Allerta 2

Se in una tiepida domenica d’autunno, mentre tranquillamente passeggiamo con il nostro cane, assaporiamo la sensazione di calma che ci regala la risacca del mare. Se ci accostiamo a una piazza per parlare con gli amici. Se partecipiamo a un evento sportivo, se andiamo a visitare un museo…Se viviamo “normalmente” e tutto questo ci sembra ovvio e banale, quasi noioso, proviamo a pensare a quanto diamo per scontata la nostra libertà. Ad essa ci siamo abituati così tanto che quasi non la percepiamo più. Soprattutto, non ci rendiamo conto quando stiamo per perderla. Soprattutto, non vediamo l’ombra di un possibile regime che incombe, famelico delle nostre paure, bramoso di distruggere le nostre democrazie.
Allerta 2, fino a un paio di giorni fa, faceva pensare all’imminente passaggio di qualche forte perturbazione. Ci si preparava alle giornate di pioggia intensa e ai probabili effetti collaterali di allagamenti, frane, alberi abbattuti. Oggi, allerta 2, ci fa pensare ai preparativi per una guerra dove gli effetti collaterali sono la paura, il terrore, la morte. Contro l’allerta meteorologico possiamo predisporre misure precauzionali ed evacuazioni. Possiamo rafforzare argini, erigere barriere, evitare spostamenti, bloccare ferrovie. Contro l’allerta da guerra scandagliamo mari e orizzonti, controlliamo bagagli e persone, chiudiamo frontiere e costruiamo muri sempre più alti, predisponiamo eserciti, navi, aerei.
Entrambe le allerte ci fanno paura. Ma c’è qualcosa di più nell’allerta 2 proclamato dopo i fatti di Parigi. Qualcosa che non passa come fa una perturbazione. Qualcosa che rimane impresso nelle nostre coscienze. È la paura che pervade uno stato di insicurezza  e precarietà permanente. È la paralisi dell’azione. Avere paura, sempre. Questo è il vero nemico. Il tarlo che lentamente mangia la nostra democrazia.
A tutto ciò è necessario reagire. Non con le armi. Non con i vertici sulla sicurezza. Non con il filo spinato sui muri. Non chiudendoci in noi stessi. La paura, affinché non diventi panico o terrore, la si vince affrontandola. Possiamo dimostrare a chi ci vuole assoggettare al martirio incondizionato quanto sia grande la nostra volontà di essere e rimanere liberi.
Quanta forza e potenza sia contenuta nella nostra democrazia. E la violenza del terrorismo sarà come una tempesta che, o presto o tardi, deve finire. Ma per realizzare tutto questo serve essere uniti e determinati, non facilmente impressionabili.
Avere il cuore di Parigi e le sue luci sempre accese nella mente. Come splendida icona della conquista quotidiana della libertà. Sarà allora che quel vivere “normalmente” ci sembrerà meno ovvio e banale. E la paura una parola sconfitta e noiosa.    
 Anna Scavuzzo       

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11 novembre 2015

La scomparsa dei giornali di carta




I giornali di carta sono destinati a scomparire? È una domanda che si sono posti in molti con la crisi dell'editoria, che negli ultimi vent'anni ha costretto molti giornali a chiudere o, almeno, a ridimensionare il proprio organico. L'editore del "New York Times", Arthur Sulzerberg, nel 2007 diceva di non essere sicuro del fatto che di lì a cinque anni il suo giornale sarebbe ancora stato pubblicato in versione cartacea. Il successo di internet, infatti, suggeriva che i lettori del quotidiano si sarebbero spostati sul web. Più ottimistica la profezia di Philip Meyer, esperto del mondo dell'editoria statunitense, che ipotizzò negli stessi anni che l'ultima copia del più potente giornale americano sarebbe stata stampata nel 2043. Nel 2007, Vittorio Sabadin, all'epoca vicedirettore de La Stampa, pubblica il saggio L’ultima copia del New York Times, inserendosi nel dibattito. Il libro è una riflessione sul destino non solo del giornale di carta, ma del giornalismo stesso. L'autore, con una trentennale esperienza nelle redazioni, testimone dell'evoluzione dell'editoria, dal piombo all'online, cerca di individuare le debolezze dei quotidiani del Duemila e gli elementi che hanno messo in discussione la loro supremazia e credibilità.
Secondo Sabadin, le persone non leggono più i giornali perché non ne hanno il tempo. La tecnologia le tiene troppo occupate, non le lascia mai sole. Ma questo non significa che abbiano smesso di informarsi. Gli under 35, che di rado acquistano i quotidiani, sentono il bisogno di aggiornarsi sulle ultime notizie. Semplicemente, non ritengono che sia il caso di pagare per leggerle. Hanno a disposizione blog, social network, siti delle più famose testate, il tutto aggiornato in tempo reale e fruibile gratuitamente. Perché, dunque, comprare un giornale? "Rispetto ai loro nuovi concorrenti – scrive Sabadin, – i giornali sono rimasti molto indietro: sono lenti, costosi da produrre, difficili da consumare. Richiedono tempo e impegno, molti sono ancora in bianco e nero, come un secolo fa. Hanno poco appeal per le nuove generazioni, incapaci di concentrarsi – come sanno bene gli insegnanti – per più di qualche minuto su qualcosa e per nulla disposte a sorbirsi la lettura di articoli lunghi e apparentemente noiosi".
In questo scenario, le redazioni hanno il dovere di rinnovarsi. Le strade da percorrere sono due: migliorare il prodotto cartaceo, rinunciando al giornalismo che si basa sui lanci d'agenzia in favore di quello fatto "per strada", tra le persone, su temi utili per i cittadini e con inchieste capaci di garantire la buona salute della democrazia, oppure cambiare forma.
Fino ai primi anni del Duemila, la redazione del cartaceo costituiva il 90% dei costi per gli editori, mentre quella dell'online solo il 10%. La percentuale doveva cambiare: dopo una riduzione generale dei costi per rispondere al calo delle vendite, bisognava far sì che l'online diventasse un traino per il cartaceo e non viceversa. Sabadin, su questo, si pronuncia in favore di una redazione "mista", composta da giornalisti che aggiornano il sito e da altri che trascrivono su carta.
Il tutto tenendo conto che le persone, oggi, sono circondate da una marea di notizie, grazie alla free press, a disposizione in metropolitana, in stazione, allo stadio o nelle piazze principali; a canali all-news, con tg 24 ore su 24; radio; blog e, soprattutto, tanti giornali online. Il giornale cartaceo deve distinguersi, provando che vale la pena di spendere per averne una copia, tenendo presente però che il mondo è totalmente cambiato e che nessuno è disposto a dedicare più di 20 minuti alla lettura di un giornale – alcuni studi dimostrano che per leggere dalla prima all'ultima pagina il "Washington Post" servono 24 ore.
Il libro è stato pubblicato ormai quasi dieci anni fa. La testimonianza lucida e mai di parte di Sabadin svela al lettore fatti conosciuti solo a chi è stato testimone, come lui, di molte "ere del giornalismo". Leggere L'ultima copia del New York Times significa confrontare le previsioni e le aspettative di dieci anni fa con la realtà di oggi. Forse, all'epoca, si sopravvalutò il ruolo delle free press, che si pensava avrebbero messo a dura prova la sopravvivenza dei giornali. In realtà, oggi, in Italia, sono proprio i quotidiani gratuiti a essere in forte crisi – "City", la free press di Rcs, ha chiuso nel 2012, dopo undici anni di attività. 24 Minuti, l'edizione gratuita pubblicata dal gruppo del Sole 24 Ore e lanciata nel 2006, ha chiuso nel 2009. Simile la sorte di "Epolis", chiuso poco dopo. Insomma, era errato pensare che questi giornali gratuiti, dagli articoli brevi e semplici, quasi superficiali, potessero scalzare i grandi giornali. La free press ha provato sì a rispondere ad alcune esigenze del lettore di oggi – costo zero, rapidità, facile reperibilità -, ma forse era troppo ambizioso pensare di fare un giornale senza tener troppo conto della qualità e delle grandi firme.
Le previsioni dell'editore del "New York Times", ora siamo in grado di dirlo, erano errate, così come quelle di tanti altri che hanno sostenuto in questi anni versioni apocalittiche per la stampa. Non sappiamo se l'opinione di Meyer si rivelerà più azzeccata, se davvero nel 2043 il quotidiano più potente d'America sparirà nella sua versione cartacea. Quel che è certo è che, nonostante la crisi, i lettori sembrano avere ancora bisogno di fonti autorevoli, delle opinioni delle grandi firme del giornalismo. Nel 2007, quando è stato pubblicato il libro, ci si aspettava una rivoluzione molto più veloce, si aveva una grande fiducia nella tecnologia. La si considerava una forza inarrestabile, che avrebbe rapidamente fatto scomparire i vecchi modelli di giornalismo. In realtà, il cambiamento sta avvenendo in modo molto più lento di quanto ci si aspettava. E nessuno sa dire che ne sarà del futuro dei giornali. Sono in atto molti esperimenti, dalla fruizione del giornale tramite social network (sono in via di definizione gli accordi tra Facebook e grandi giornali di tutto il mondo) alla digitalizzazione del cartaceo ("Il Sole 24 Ore" ha portato moltissimi dei suoi lettori su tablet e cellulare). Oggi si ha la consapevolezza che non c'è un futuro certo all'orizzonte – né per i giornali, né per i libri, che non sono certo scomparsi con l'arrivo degli ebook.

Andrea Giardini


Vittorio Sabadin
L' ultima copia del «New York Times».
Il futuro dei giornali di carta Donzelli, Roma, 2007, 167 pp.





28 ottobre 2015

In libreria

S. Bolzoni
Giornalismo digitale
Utet, Torino, 2015, 400 pp.
Descrizione
Questo manuale si propone di raccontare come esercitare una professione alla luce del fatto che oggi, in primo luogo, è il pubblico a essere cambiato e di conseguenza è cambiato il modo in cui le persone si informano. Una volta gli appuntamenti fissi erano il telegiornale della sera e l’edicola per il quotidiano cartaceo la mattina. Ora non è più così. O lo è sempre meno. Grazie a internet le notizie sono disponibili in ogni momento, sempre aggiornate. Grazie alle app degli smartphone, basta disporre di una connessione dati col cellulare ed essere informati ovunque. Anzi, addirittura il traffico «mobile» sta superando inesorabilmente quello da pc, segno che oggi non basta più confrontarsi con lo schermo del computer, ma occorre anche capire come veicolare l’informazione attraverso il «telefono intelligente». D’altro canto un giornalista è un giornalista e una notizia è una notizia. Ciò vale anche per il giornalismo digitale, come in questo libro si è cercato di spiegare. Per questo motivo si è scelto un approccio pratico e snello, improntato al «come» fare, cercando di spiegare sempre il «perché». Il tutto rapportato alle piattaforme più interessanti del momento: il web e i blog certamente, ma anche i social network e le app. Poiché il mondo digitale corre veloce a differenza della carta, è stato creato un blog – Giornalismodigitale.net – dove pubblicare eventuali aggiornamenti a quanto contenuto in questo volume.
*link al blog Giornalismodigitale.net
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25 ottobre 2015

In libreria

Roger Chartier
La mano dell'autore, la mente dello stampatore. Cultura es crittura nell'Europa moderna
Carocci, Roma, 2015, 212 pp.
Descrizione
Al centro del volume c’è la complessità del processo di pubblicazione nell'Europa di Antico Regime. In esso sono coinvolte le decisioni dell’autoree quelle dello stampatore, la creatività di chi scrive e le scelte materiali di chi trasforma il testo in libro. Analizzando le opere di autori come Shakespeare e Cervantes, Chartier ci invita a non separare la storia dei
testi da quella della loro materialità e a tenere sempre presente le modalità della loro circolazione. Prestare attenzione alla storicità acquista particolare importanza oggi, allorché, per la prima volta nella storia della cultura scritta, stiamo assistendo a un cambiamento che avviene simultaneamente su più piani e che prevede la trasformazione dei supporti della scrittura, della tecnica della sua riproduzione e della sua diffusione, e dunque dei modi di leggere.
*link all'Indice del libro.


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22 ottobre 2015

Tra Giornalismo e Giornalismi


Corso LM in Informazione ed Editoria
Venerdì 23 ottobre 2015 alle ore 9,30 presso l'Albergo dei Poveri, aula 16 (2° piano) il dott. Andrea Ferro del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti incontrerà studenti, laureandi e neolaureati per parlare di "Una professione tra Giornalismo e  Giornalismi".



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18 ottobre 2015

In libreria

Charles Seife 
Le menzogne del web. Internet e il lato sbagliato dell'informazione
Bollati Boringhieri, Torino,  2015, 239 p.
Descrizione
La tanto decantata "democrazia digitale" si situa appena un passo prima della dittatura degli stupidi e dei creduloni. Serve un antidoto, ed è con questo libro che Charles Seife ci viene in soccorso. Non è che prima di internet gli uomini non mentissero, anzi, però internet ha dato ai mentitori uno strumento fantastico e potente per esercitare liberamente la loro paziente opera distruttiva. Sia chiaro: internet è uno strumento straordinario. Grazie al Web oggi siamo in grado di fare cose che fino a pochi anni fa sembravano semplicemente impensabili. Ma, nel bene e nel male, internet è anche una gigantesca cassa di risonanza, nuova di zecca e potenzialmente devastante, che può essere facilmente usata dai malintenzionati. E loro la usano, eccome! Oggi è più che mai necessario capire come può essere usata l'informazione digitale: riconoscendo i segni delle manipolazioni della Rete si può capire come (e perché) la gente sfrutti le proprietà di questo strumento per cercare di alterare la nostra percezione della realtà. Ben venga allora questa guida per gli scettici, un manuale per chi desidera comprendere con chiarezza in che modo la sfera digitale stia influenzando tutti noi. Viviamo in un mondo dove il reale e il virtuale non possono più essere del tutto separati, tanto che a volte c'è ben poca differenza tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Ma non è un gioco indolore: questa "irrealtà virtuale" ha conseguenze che possono essere alquanto spiacevoli.
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16 ottobre 2015

In libreria

Monica Maggioni
Terrore mediatico
Laterza, Roma-Bari, 2015, 192 pp.
Descrizione
[...] Il terrore mediatico è parte integrante della strategia dell’Isis: i video dell’orrore diffusi attraverso la Rete ne sono l’espressione più eclatante. Ma come possiamo reagire di fronte a questa offensiva? Dobbiamo difendere la libertà di informazione e di espressione ad ogni costo o dobbiamo porci dei limiti proprio per tutelare questa nostra libertà? A partire dal racconto dei giorni dell’attentato a “Charlie Hebdo”, il direttore di RaiNews24 intreccia la riflessione sul ruolo dei social network e della satira alla descrizione di come operano giornali e televisione. Utilizzando la sua esperienza sul campo – da Parigi a New York, dalla Siria all’Iraq all’Afghanistan – Monica Maggioni ci porta in presa diretta e in prima persona dentro i conflitti drammatici del nostro tempo per provare a capire come siamo arrivati a questo punto. Una riflessione sulle conseguenze del ‘jihadismo globale’. E sulla sofisticata strategia comunicativa di cui siamo tutti bersaglio.
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11 ottobre 2015

In libreria

Frédéric Martel
Smart. Inchiesta sulle reti
Feltrinelli, Milano, 2015, 384 pp.

Descrizione
Internet non appiattisce affatto il mondo. Semmai è il mondo a nutrire la Rete di complessità, diversità, ricchezza, tanto che sarebbe opportuno parlare ormai di reti, al plurale. L’attenzione di tutti è rivolta ai grandi protagonisti americani del business, da Amazon a Google, ma Frédéric Martel nel suo nuovo libro cambia la prospettiva e scopre come nel mondo non faccia che crescere il numero dei connessi non anglofoni, che piegano la Rete alle loro necessità locali e rafforzano siti e servizi come Yandex e VKontakte in Russia, Baidu, Alibaba o Weibo in Cina, Orkut in Brasile o Taringa in Argentina. Per questo,  Smart è un’inchiesta sul campo: per studiare le reti di oggi, Martel ha viaggiato in lungo e in largo, dal Messico al Libano, dalla Russia all’Egitto, da Gaza al Brasile, oltre ovviamente agli Stati Uniti e alla Cina.
“Non volevo fare un libro troppo teorico: le conclusioni dicono una cosa precisa, ma ci sono arrivato alla fine di una lunga ricerca. Ho incontrato centinaia di persone e credo che questo dia una certa freschezza al racconto. Le reti sono fatte di persone calate in una realtà per niente virtuale, mi piaceva guardarla con i miei occhi e poi descriverla.” Dalla Rete alle reti. “Il luogo comune prevede che il digitale venga associato sbrigativamente a un unico fenomeno mondiale, che accelera la globalizzazione cancellando le differenze. Il mio libro dimostra il contrario: le reti e la cultura digitale sono frammentate in funzione delle culture, delle lingue, delle regioni.”

12 settembre 2015

In libreria

Rolando Minuti (a cura di) 
Il Web e gli studi storici. Guida critica all’uso della rete
Carocci, Roma, 2015, pp. 328.
Descrizione 
I profondi mutamenti determinati dallo sviluppo del web nella realtà culturale contemporanea hanno avuto molteplici e rilevanti implicazioni anche sul versante degli studi storici. Da ciò deriva una crescente esigenza di aggiornamento in merito all’informazione disponibile e alle possibilità offerte dalla rete, ma anche la necessità di una selezione e di un adeguato controllo, funzionali agli obiettivi della ricerca e della didattica storica. I contributi del volume – opera di autori che si sono distinti per la particolare attenzione dedicata al rapporto tra internet e ricerca storica sin dai primi tempi di affermazione del web sullo scenario culturale nazionale e internazionale – presentano un quadro ampio e approfondito di questa problematica, dalle biblioteche e gli archivi alle riviste elettroniche, ai vari ambiti cronologici che caratterizzano l’attuale partizione disciplinare degli studi storici, con l’intento di offrire una guida utile a un uso consapevole e accorto degli strumenti attualmente disponibili sul web
Indice
Introduzione di Rolando Minuti
1. Biblioteche e bibliografie online di Riccardo Ridi
Le biblioteche e Internet/Repertori di biblioteche e di cataloghi/Cataloghi e metacataloghi/Biblioteche, libri e periodici digitali/Open archive e open access/Bibliografie e indici di citazioni/La ricerca bibliografica online/Assistenza umana/Note
2. La ricerca archivistica sul web di Stefano Vitali
Una premessa metodologica/Mediazioni vecchie e nuove/I sistemi informativi archivistici/Dal sistema archivistico all’inventario/Consultare documenti in rete/Note
3. Le riviste digitali e la ricerca storica di Carlo Spagnolo
Cosa sono le riviste digitali e in cosa differiscono da quelle cartacee/Caratteristiche delle riviste digitali e loro modalità di citazione/Le riviste come strumenti per la ricerca digitale/Strumenti di raccolta e aggiornamento/Prospettive/Note
4. Il mondo antico di Alessandro Cristofori
Gli strumenti di orientamento e di consultazione/Le fonti/La bibliografia moderna/Note
5. Gli studi medievistici di Andrea Zorzi
Avviare la ricerca/Accedere alla documentazione/Accedere alle edizioni di fonti/Accedere agli studi/Accedere agli strumenti di consultazione/Note
6. Le risorse online per la storia moderna di Guido Abbattista
Le fonti primarie/Scritture della storia e disseminazione nella rete: il panorama delle fonti secondarie/Conclusioni/Note
7. Storia contemporanea digitale di Serge Noiret
Storia digitale e Storia con il digitale/Big data e “datificazione”: il web come fonte nell’era digitale/È possibile cercare la storia nella rete?/Note
Bibliografia 

09 settembre 2015

La verità del momento

La sensazione di aver viaggiato in un passato che è ancora presente. Il fascino di una scoperta annunciata, la passione per il giornalismo. Questo è, in sintesi, ciò che lascia la lettura de La verità del momento, la raccolta di reportages di Bernardo Valli a cura di Franco Contorbia. Una considerazione che non vuole essere semplice adulazione retorica, ma che, alla luce dei principi esposti nel libro, conferma l’impegno di un giornalista che ha vissuto il proprio lavoro.
[...] abbiamo attraversato il fiume con una barca a motore, risalendo la corrente che per settimane ha trascinato via centinaia di soldati uccisi [...] la sveglia la danno i mortai del Generale Gowon”
 Un passaggio scelto tra i tanti che ben rappresenta l’esperienza di Valli in quasi sessant’anni di carriera. Un cronista che non riprende i lanci delle agenzie, ma si cala nei crateri dei missili per raccontare meglio il nero della polvere.
Cinque continenti, quattro testate giornalistiche ("Il Giorno", il "Corriere della Sera", "La Stampa" e "la Repubblica”) centonovantatre pezzi e tante immagini da riuscire difficilmente a credere che un solo giornalista, in una sola carriera, abbia potuto vivere e raccontare tanti drammi e tante “verità”.
Verità che lo stesso Valli specifica non esistere in quanto concetto puro. In uno dei saggi introduttivi al volume, nel capitolo “sul mestiere del reporter”, il giornalista racconta di cronache immediate, sentite. Sono anche le sensazioni che costruiscono la verità del momento, un concetto del quale uno storico potrebbe sorridere, in quanto poco oggettivo, quasi ossimorico.
Bernardo Valli è però un giovane reporter che matura le proprie esperienze e il proprio senso di giudizio in un viaggio lungo ottantaquattro anni. Racconta una passione nata da bambino, un mestiere che si impara lavorando e sbagliando.
«Più volte - confessa Valli - ho raccolto immagini e testimonianze che mi avrebbero dovuto aprire gli occhi sul futuro imminente di Vietnam e Cambogia... il khmer rosso ci appariva un guerriero puro e invincibile... il mito del vietcong capace di umiliare una superpotenza ci ha abbagliato». Errori comuni, perché si è naturalmente portati a schierarsi con gli oppressi, ma quante volte questi diventano oppressori?
La verità del momento diventa un ossimoro, perché il concetto di vero è assoluto e oggettivo, mentre il momento è qualcosa di estremamente caduco. Tuttavia la verità del momento non si limita ad un gioco di parole, è una trappola dalla quale il giornalista deve imparare a guardarsi, ma dalla quale deve lasciarsi trasportare in quanto essenza stessa della cronaca.
Difficile non appassionarsi ad una filosofia come quella di Valli, ad un mestiere come quello del reporter.
Valli ricorda che l’errore del giornalista non è solo quello della partigianeria. Troppo spesso l’obiettivo della cronaca inquadra i dettagli più cruenti, tralasciando la cornice di vita quotidiana. Il suo giornalismo racconta di piccole bare bianche, di scuole e di mercati; ma anche di scontri sanguinosi. Passaggi malinconici si alternano a cronache veloci e incalzanti. Forse è questa la verità. Come un narratore esterno il reporter racconta la scena, vede la scena e non può che darne una visione, la sua.
Bernardo Valli non ha infatti la presunzione di interpretare acriticamente gli avvenimenti. Alla domanda di Daniel “tu fai «information ou opinion»?” egli risponde, quasi ingenuamente ma in modo onesto: “entrambi”. Consapevole della propria opinione, si sforza di elencare scrupolosamente i fatti. Valli lavora sul campo perché “Il grande giornalista che non sa le notizie può scrivere un bellissimo articolo, ma è come un chirurgo che muove elegantemente il bisturi e uccide il malato”
Elisa Romeo

Bernardo Valli
La verità del momento. Reportages (1956-2014)
Milano, Mondadori, 2014, XIV-1052 pp.


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07 settembre 2015

Oltre le barriere della censura

C'è un'alta letteratura che nasce e si sviluppa accanto a quella ufficiale: è quella del sottosuolo, cladestina, sotterranea, che per vedere la luce deve passare tra le mani di autori dissidenti, poeti maledetti e perseguitati dalle autorità. Questo fenomeno, diffuso in tutto il mondo, ma ancor più fortemente in Unione Sovietica, è noto con il nome di "samizdat". Questa tecnica, che vide la luce dopo la rivoluzione del 1917, si sviluppa soprattutto dopo la morte di Stalin, quando il popolo sovietico si risveglia dal lungo sonno della dittatura e pretende risposte e verità.
Proprio sulla questione delle pubblicazioni clandestine si basa il libro del russo Jurij Mal'cev, pubblicato nel 1976, anno in cui il samizdat era ancora largamente diffuso in Unione Sovietica. Il suo lavoro costituisce il primo studio sistematico della letteratura non ufficiale, che, dal Dottor Živago in poi, decide di manifestarsi oltre i canali ufficiali e libera dalle lame taglienti della censura sovietica. Mal'cev segue tutti gli sviluppi di quella che lui definisce "l'altra letteratura"; dal capolavoro di Boris Pasternak - che più che un libro rappresentò un "evento storico", un segno di vita dopo anni di silenzio della letteratura russa - a scrittori a lui contemporanei, come Georgij Vladimov, autore de Il fedele Ruslan.
La sua analisi è volta, soprattutto, a individuare le componenti estetiche e ideali di questa letteratura: l'influsso che ebbe il romanzo occidentale contemporaneo (Orwell, Sartre, Proust, Joyce, Kafka), il sentimento comune di indignazione e la ricerca della verità, causa principale della maggior parte delle pubblicazioni, prime tra tutte quelle di Solzenicyn. Capitolo dopo capitolo, Mal'cev si sofferma sulle opere dei singoli autori, alcuni dei quali conobbe di persona; accanto a nomi famosi in Occidente, come Solženicyn, Sinjavskij e Maksimov, l'autore accosta le storie di personaggi meno noti, come Grossman, Maramzin e moltissimi altri.
Artisti e personalità diverse unite dallo stesso desiderio di spezzare le catene, di liberarsi da un regime che logora nel profondo, che costringe a chiudere in un cassetto i manoscritti, così come gli ideali. Uomini arrestati, uccisi o creduti pazzi, uomini imprigionati in manicomi o in campi di concentramento. Uomini con la sola colpa di aver manifestato il proprio ideale. Ma non è forse questo il crimine più grande? Togliere a un uomo il proprio pensiero?
Chiara Tasso


Jurij Mal'cev
L'altra letteratura (1957-1976). 

La letteratura del samizdat da Pasternak a Solženicyn
Cooperativa editoriale "La Casa di Matriona", Milano, 1976, pp. 436.


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06 settembre 2015

Chiavi di lettura



“Stampa. Potentissima lente d'ingrandimento. Con l'aiuto di un "noi" e di un poco d'inchiostro trasforma lo squittio di un topolino nel ruggito di un leone editoriale, le cui dichiarazioni si presume la nazione segua con reverenza e fiato sospeso.
Ambrose Gwinnett Bierce

Settembre 2015. E' un bimbo di tre teneri anni, con una maglietta rossa e piedini avvolti in scarpine blu, l'immagine della Notizia più diffusa sulle prime pagine: quotidiani, web e tv lo rappresentano, con (o senza) l'immagine di morte che porta con sé. Aylan è morto per annegamento mentre la sua famiglia migrante cercava di  raggiungere Kos fuggendo dalle bombe di Bodrum. E' la sua fotografia che ha riattivato le coscienze europee sul problema immigrazione e ha creato nuove discussioni sulla diffusione da parte dei media di immagini crude e cruenti.
E' proprio alle “Immagini delle notizie” che sto dedicando la mia attenzione di lettrice, il libro di Andrea Pogliano, docente di media e rappresentazioni visuali all'Università del Piemonte Orientale, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ricerca Sociale.
Tratta gli studi effettuati sul Newsmaking e sul fotogiornalismo, analizzando l'attività di fotografo e l'organizzazione prevista nelle redazioni per la scelta di immagini appropriate e interessanti. E anche la tipologia di  fotografia che ritrae il piccolo Aylan rientra nell'analisi: un'immagine forte e comunque evocatrice di emozioni, definibile foto-icona e dunque perfettamente oggetto di sensazionalismo. Pogliano discute sulla messa in pagina di tali immagini, collegando la scelta di pubblicazione alla politica di testata: volontà di sensazionalismo o di denuncia?
E' accurata l'analisi di quattro differenti testate giornalistiche osservate sotto vari punti di vista: “Manifesto”, “Le Figaro”, “Corriere della sera” e “Libération”; si studiano i passaggi che portano a scegliere immagini o a produrle per pubblicare una notizia o una foto-notizia.
Il testo è articolato in quattro capitoli e conclusioni; gli argomenti rispettivamente trattati sono il newsmaking, successivo al gatekeeping, spiegato con il contributo di ricerca di cinque autori che illustrano il processo di produzione giornalistica fondata su raccolta, selezione e presentazione; l'attenzione si sposta sull'etnografia della produzione, cioè sullo studio antropologico di comportamenti sociali attinenti alla produzione di immagini: regole condivise dai fotografi, banche dati e agenzie nazionali e internazionali. Nella seconda parte del libro l'attenzione è concentrata sull'organizzazione redazionale e sulle tecniche di diffusione. E' dunque un libro tecnico, quasi per professionisti, che tratta però realtà che coinvolgono ogni genere di lettore, di qualsiasi credo politico e provenienza geografica.
Studiare la scelta di pubblicare l'immagine di Aylan è procedimento tecnico, ma anche etico: “la selezione e messa i pagina di queste immagini può provocare critiche in tutte le direzioni: sia dall'Ordine dei giornalisti, sia dal pubblico, sia dagli altri giornali. I due concetti cardine delle critiche sono quello della gratuità (cioè dell'assenza di una necessità giornalistica) nel far vedere certe immagini, e quello ad esso comunque correlato di non aver tutelato la dignità delle persone coinvolte.”
Beatrice Cogorno

Andrea Pogliano 
Le immagini delle notizie. Sociologia del fotogiornalismo
Edizioni Unicopli, Milano, 2014, 197 pp.
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05 settembre 2015

C'era una volta il giornalista


C'era una volta la figura del giornalista. Egli era il solo adibito a raccogliere le notizie e a diffonderle tra la gente; ciò avveniva attraverso il quotidiano cartaceo, unico strumento deputato a soddisfare ogni giorno il desiderio di conoscenza del lettore. Se fino a pochi anni fa questo era il più significativo veicolo delle notizie, nell'era digitale le cose sono cambiate radicalmente. Oggi le informazioni viaggiano alla velocità della luce o, per meglio dire, di un click. La fruizione semplice, immediata, gratuita - oltre che costantemente aggiornata - delle notizie, che i giornali “nativi digitali” offrono, ha spinto anche i loro più prestigiosi “colleghi” cartacei a reinventarsi sul web.  Allo stesso modo, cambiamenti importanti hanno investito la figura del giornalista.
Tali questioni trovano posto nel saggio di Alessandro Gazoia, in arte jumpinshark. Egli prende in esame la situazione italiana, dedicando ogni capitolo a una tematica degna di nota e alle varie tipologie di quei “veicoli di informazione” cui si è fatto riferimento sopra. Trovano così spazio, nell'ordine: una panoramica generale sull'informazione online, come i giornali tradizionali abbiano saputo integrare la tradizione della carta alle nuove possibilità offerte dalla rete, i giornali nativi digitali, il caso dell'Huffington Post Italia e infine i servizi di informazione locale, prima di lasciar spazio alle conclusioni e ad alcune riflessioni personali. Nella sua analisi, Gazoia si sofferma molto sulle strategie organizzative e commerciali delle singole realtà editoriali trattate (e non potrebbe essere altrimenti, vista l'inevitabile natura lucrativa che caratterizza i giornali come qualunque altra impresa commerciale, e soprattutto quegli spazi pubblicitari dai quali la vita dei giornali così tanto dipende). Lo fa in maniera puntuale, approfondita, ma mai prolissa, corredando sovente la propria analisi con grafici utili a offrire una pratica visione d'insieme dell'argomento discusso, senza comunque rinunciare a un tocco personale. Allo stesso modo l'autore non evita di dispensare sottili (ma neanche troppo) allusioni di natura politica, disseminate qua e là nel testo...
In conclusione,  jumpinshark confeziona un'opera piacevole da leggere, che offre uno sguardo attento alle dinamiche relative all'odierna diffusione delle notizie nel nostro paese. Un'opera che, proprio in virtù delle tematiche trattate, inevitabilmente necessiterà presto di eventuali aggiornamenti e/o integrazioni. Decisamente appropriata la scelta di diffondere il testo nella sola edizione e-book. Impossibile non consigliarla a chi volesse approfondire le proprie conoscenze sull'argomento. 
Alessio De Ferrari

Alessandro Gazoia
Il web e l'arte della manutenzione della notizia. 
Il giornalismo digitale in Italia
Minimum Fax, Roma, 2013.

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04 settembre 2015

Il cinguettio dell’agorà digitale




“La comunicazione è l’essenza della diplomazia. Non è mai esistito un ottimo diplomatico, che fosse un pessimo comunicatore.”  
Monteagle Stearns



Diplomazia digitale, ovvero l’utilizzo da parte dei governi degli strumenti Web per promuovere i propri obiettivi strategici nel panorama internazionale. Il titolo del volume di Antonio Deruda potrebbe apparire in sé contraddittorio, o come lo definisce l’autore stesso caratterizzato da “inconciliabili differenze genetiche”: la diplomazia, simbolo di riservatezza e formalità, unita ad Internet, paradigma di comunicazione veloce e molto informale. Eppure rappresenta uno dei fenomeni mediatici più interessanti degli ultimi decenni. Il diplomatico mette da parte feluca e valigetta e si avvale sempre più dei social media, riscontrando una predilezione per Facebook e soprattutto Twitter. Quest’ultimo, considerato il “social network della democrazia”, consente un tipo di comunicazione rapido e senza filtri. Grazie alle nuove tecnologie viene a crearsi una connessione diretta con i cittadini.
Deruda assembla una serie di casi partendo dalla “Rivoluzione verde” iraniana del 2009, guidata dagli oppositori del regime di Ahmadinejad. Fu l’inizio della cosiddetta Twitter Revolution, culminata poi alla fine del 2010 con le prime sommosse della “Primavera araba”. E pensare che la nascita di questo social network nel marzo 2006 era stata accolta con profondo scetticismo. L’autore ha lavorato sei anni all’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia, occupandosi di relazioni con i media e approfondendo sul campo il fenomeno della diplomazia digitale. Da questo si evince la padronanza con cui riesce a dipanare il fil rouge che lega i dieci capitoli, una vera e propria letteratura della public diplomacy. Deruda lascia spazio anche a situazioni spiritose e irriverenti: protagonisti assoluti i diplomatici britannici, che spesso e sovente gettano Londra in un profondo imbarazzo. L’ambasciatore Hughes, il quale, volendo tracciare una descrizione della capitale della Corea del Nord Pyongyang, sembra raccontare di un nuovo Eden e non una dittatura opprimente. O Mrs Frances Guy, ambasciatrice di Her Majesty in Libano, che elogia in maniera commovente il defunto ayatollah Fadlallah, vicino ad Hezbollah, scatenando l’ira delle autorità israeliane.
Non solo ambasciatori, ma anche guru della digital diplomacy come Jared Cohen e Alec Ross, scelti personalmente dal Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, possono commettere clamorose gaffe. I due, durante un viaggio in Siria, furono protagonisti di uno scambio di tweet che contestavano in maniera scherzosa alcuni costumi locali.
Un manuale così minuziosamente scritto non poteva escludere la paradossale situazione della Repubblica popolare cinese. Alla forte censura mediatica interna (la parola d’ordine del governo è wangluo zhuquan, “sovranità della rete”) si contrappone una propaganda all’estero illusoria e curata nei minimi dettagli.
Molto interessante e a mio avviso efficace, la decisione di concludere il libro con cinque proposte relative alla diplomazia digitale italiana. L’autore sembra quasi voler simboleggiare il ritorno a casa con qualche consapevolezza in più dopo un lungo viaggio svoltosi nei nove capitoli precedenti. Vi è una critica non troppo celata nei confronti dei politici di casa nostra, avvezzi a utilizzare i 140 caratteri quasi esclusivamente durante i periodi elettorali. Un grave errore è dato dal fatto che utilizzino sempre e comunque la lingua italiana, e questo tende a rendere più difficoltosa la comprensione del messaggio da parte di un eventuale pubblico estero. Malgrado ciò l’italiano rimane una delle lingue più studiate al mondo. Questa grande passione dei cittadini stranieri per la nostra lingua, può favorire una campagna di comunicazione digitale a livello globale. Campagna di comunicazione digitale che erroneamente non è stata effettuata nel 2007, con l’approvazione della moratoria universale della pena di morte da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite , in seguito a una risoluzione proposta dal governo italiano. Un grande successo diplomatico per l’Italia, tuttavia quasi dimenticato. Non solo soft diplomacy come turismo, arte, moda e design: i presupposti affinché il nostro Paese possa ritagliarsi un ruolo predominante nel nuovo scacchiere geopolitico sono evidenti.
Il volume si propone quindi come utile guida per addetti ai lavori, portando i lettori dietro le quinte della “diplomazia 2.0”. Risalendo al 2012, il libro non dedica alcuna attenzione al “social network delle immagini” Instagram, che ha visto nel 2013 il proprio anno di consacrazione. Instagram può annoverare tra le iscritte la First Lady Michelle Obama, la regina Rania di Giordania e l’attivista pakistana Malala Yousafzai, la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la pace. La diplomazia digitale è strettamente legata alla diplomazia visuale, la quale sta percorrendo e portando avanti il percorso tracciato dalla televisione, rimarcando il contenuto comunicativo delle immagini. Un tema così attuale in questi giorni, dove le istantanee dell’esodo dei migranti dalla Siria e dal Nordafrica scorrono davanti ai nostri occhi, più assordanti di qualsiasi tweet.
Elena Oricelli


Antonio Deruda
Diplomazia digitale. La politica estera e i social media.
Apogeo, Milano, 2012 pp. 240.

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03 settembre 2015

Strumenti per lo studio dei media



Giuseppe Tipaldo, ricercatore e docente universitario di Sociologia dell’informazione e della comunicazione e di Metodi di analisi del contenuto presso l’Università di Torino, nel volume  L’analisi del contenuto e i mass media si propone di presentare l’influenza che l’analisi del contenuto ha apportato sugli studi delle comunicazioni.
L’analisi del contenuto ha contribuito in maniera determinante alla descrizione dei fenomeni sociali e culturali da un punto di vista pratico piuttosto che teorico e astratto. Il volume presenta una rassegna delle principali tecniche di analisi del contenuto con una particolare attenzione per le potenzialità applicative insite nell’analisi del contenuto che si rilevano estremamente utili per gli studi inerenti i mass media. Il libro è rivolto in particolare agli studenti, ai ricercatori e ai professionisti della comunicazione e della ricerca sociale.
Tipaldo divide il manuale in due parti distinte: la prima dedicata alla discussione dell’analisi del contenuto nell’ambito della ricerca sociale in termini più generici, la seconda incentrata sulla realizzazione concreta dell’analisi del contenuto nel campo dei mass media.
Iniziando la lettura del manuale sorge spontaneo interrogarsi sul significato del termine “analisi del contenuto”. Le pagine del volume mettono in luce quanto sia complesso individuare una definizione univoca del termine. La pluralità di approcci e definizioni sembrano collocare l’analisi del contenuto in una dimensione fortemente multidisciplinare comprendente la sociologia, la psicologia sociale, la linguistica, la semiotica e la statistica. Analisi del contenuto diventa un “termine-ombrello” che tenta di racchiudere un’intricata matassa di pratiche, approcci e tecniche.
Tipaldo riporta in particolare una classificazione delle definizioni dell’analisi del contenuto realizzata da Klaus Krippendorff in base alla posizione assunta dal contenuto dei testi. L’autore distingue le definizioni in tre principali classi: nella prima il contenuto si configura come una componente interna in un testo, nella seconda il contenuto è una proprietà della fonte di un testo, infine l’ultima tipologia considera il contenuto un dato emergente nel processo di analisi di un testo in relazione a uno specifico contesto.
Tra le definizioni riportate da Tipaldo, estremamente chiara ed efficace risulta essere quella fornita da Franco Rositi secondo il quale l’analisi del contenuto è “l’insieme di metodi orientati al controllo di determinate ipotesi su fatti di comunicazione (emittenti, messaggi, destinatari e le loro relazioni) e che a tale scopo utilizzano procedure di scomposizione analitica e di classificazione, normalmente a destinazione statistica di testi e di altri insiemi simbolici” (Livolsi e Rositi 1988, 66). 
L'analisi del contenuto è quindi una tecnica di ricerca capace di descrivere in modo sistematico e quantitativo il contenuto di una comunicazione. Tre sono gli attori che entrano in gioco in tale analisi: emittente-produttore del testo, il suo destinatario-lettore e l’analista. È proprio quest’ultima figura che ha la funzione di individuare i significati da ascrivere al contenuto che sembrerebbero corrispondere alle interazioni tra le intenzioni degli autori della comunicazione e la ricezione effettiva da parte del pubblico. 
Per definire i contorni di questo intricato ambito di studio, l’autore affronta la discussione attorno alle metodologie di analisi, ai requisiti dell’analisi del contenuto dei testi e alla classificazione delle principali tecniche dell’analisi del contenuto. Inoltre l’autore si concentra in modo particolare sull’analisi del contenuto automatica dei testi: introdotta a seguito della recente diffusione dei testi digitali, tale analisi apre la possibilità di catalogare su supporto elettronico documenti dalle dimensioni  sempre più grandi per i quali risulta impraticabile l’analisi del contenuto svolta a mano. 
È da sottolineare come il manuale non si limiti a una mera presentazione degli studi e delle ricerche già elaborati ma proponga nuove metodologie di lavoro spiegandone il funzionamento. 
Il volume fornisce così al lettore formule e metodi finalizzati al lavoro sul testo configurandosi in tal modo come una guida nel complesso svolgimento delle diverse metodologie di analisi del contenuto nelle quali la statistica svolge un ruolo fondamentale.
L’autore riflette poi sull’utilità dell’analisi del contenuto, con uno specifico riguardo per l’ambito dei media. L’analisi del contenuto è di particolare importanza in questo settore in quanto gli individui passano la maggior parte del proprio tempo a contatto con i mass media, davanti a un PC o uno schermo televisivo.
È  proprio la seconda parte del manuale a concentrarsi sull’ambito dei mass media. Innovativa e interessante, soprattutto per coloro che si occupano di comunicazione e media, tale sezione prende in esame l’analisi del contenuto applicata ai mass media. Allo scopo di rendere maggiormente comprensibili le teorie esposte, Tipaldo realizza una raccolta di analisi del contenuto dei mass media tratti da casi di ricerca realmente realizzati.
Tale raccolta è organizzata in tre classi: l’analisi del contenuto dei giornali, della televisione e del web. In tal modo viene ripercorsa la storia dei mezzi di comunicazione di massa partendo proprio dalla stampa. 
L’analisi del contenuto di un giornale diventa uno strumento di ricerca finalizzato alla ricostruzione  delle cornici interpretative di un tema e all’individuazione delle strategie comunicative instaurate fra gli attori della sfera pubblica mediatizzata: mass media, pubblico e sistema politico.
L’articolo di giornale viene pensato come un oggetto complesso ottenuto dall’insieme di due artefatti concettuali: uno su un piano formale-espressivo, l’altro  di contenuto. 
Tipaldo passa poi all’analisi dell’ambito televisivo e del web riportando una serie di studi effettuati da specialisti del settore. L’autore evidenzia la complessità di internet che rappresenta una difficile sfida per l’analisi del contenuto. Per orientarsi in un settore così ampio risulta necessario selezionare un’area specifica e pertanto Tipaldo si concentra sui social network. Tale scelta deriva dal fatto che quest’ambito gioca attualmente un ruolo crescente sull’organizzazione sociale. In particolare il manuale si concentra sullo studio di Twitter, uno dei patrimoni informativi più ricchi  per gli addetti del settore dell’analisi del contenuto.
In ultima istanza viene affrontato il tema riguardante le forti critiche mosse dagli studiosi  in merito all’analisi del contenuto. Tali critiche si concentrano su svariate lacune metodologiche rilevate nella disciplina. L’autore evidenzia come nell’analisi del contenuto sia necessaria la presenza di alcuni criteri quali il criterio dell’attendibilità, ovvero la replicabilità dei risultati di ricerca, e il criterio della validità, ovvero la capacità di riflettere il concetto teorico.
In tutto il manuale l’attenzione di Tipaldo è continuamente rivolta alla funzionalità dell’analisi del contenuto che si rivela un efficace strumento di misurazione di concetti non direttamente osservabili. Concetti astratti vengono collegati a indicatori empirici. Il volume tocca molteplici aspetti  dell’argomento in analisi, accompagnando coloro che voglio approfondire il tema a piccoli passi. Passando dalla carta stampata, alla TV e a Twitter, il manuale risulta essere una moderna e completa guida per le ricerche nel campo dei media. Il volume è pensato per studiosi e addetti al settore trasformandosi in uno strumento attivo per le eventuali ricerche future. Sicuramente è una lettura a fini didattici piuttosto che d’intrattenimento. Pagina dopo pagina emerge la complessità degli argomenti presi in esame. È pertanto necessario un profondo impegno per la sua comprensione. Responsabile di tale difficoltà è sicuramente la complessità del tema trattato.
Con quest’opera Tipaldo quindi oltre a fornire uno strumento attivo per gli studiosi permette anche ai non addetti al settori di potersi avvicinare a una materia così intricata ma al contempo utile, innovativa e interessante.     
Virginia Grozio 
  
Giuseppe Tipaldo
L’analisi del contenuto e i mass media
Il Mulino, Bologna, 2014, pp. 216.

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02 settembre 2015

La libertà è di tutti


 

“Lesbiche e gay sostengono i minatori!” “Lesbiche e gay sostengono i minatori!” urla a gran voce un manipolo di ragazzi sparso tra i marciapiedi londinesi. E’ il 1984 e i minatori della Gran Bretagna rifiutano ostinatamente di tornare al lavoro, mentre una pallida e cotonata Margaret Thatcher, imperturbabile nel suo tailleur di ferro e gabardine, calpesta con le eleganti scarpette nere un’Inghilterra ormai agonizzante. Con la chiusura della miniera di carbone di Cortonwood, il Primo Ministro britannico inaugura una fase di smantellamento di ben venti siti estrattivi le cui conseguenze appaiono immediatamente insostenibili. L’Unione Nazionale dei Minatori, nel tentativo di salvaguardare più di 20.000 posti di lavoro, indice uno sciopero senza precedenti, che si protrarrà per un intero anno. Nonostante la signora Thatcher si mostri priva di qualsiasi scrupolo, sciogliendo in ogni luogo e in ogni ora il guinzaglio di centinaia e centinaia di poliziotti, i minatori non sono soli. Tra i numerosissimi gruppi di sostenitori che, in un modo o nell’altro, tentano di dare il loro apporto a una più che giusta battaglia per la vita, vi sono undici ragazzi omosessuali guidati da Mark Ashton, ventiquattrenne tanto giovane quanto determinato a liberare il mondo dalle sue ingiustizie. Spinti dalla solidarietà verso persone che, come loro, sono vittime di un sistema che teme e condanna la diversità, gli LGSM (Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori) riescono con non poche difficoltà a convincere una piccola comunità di minatori gallesi ad accettare il loro sostegno. La diffidenza e l’imbarazzo iniziali svaniscono in fretta, mutandosi in un reciproco sentimento di stima e affetto, destinato a sfociare in una vera e propria amicizia che coinvolgerà tutti. O quasi tutti.

Pride, diretto da Matthew Warchus e impreziosito da una splendida colonna sonora e da un cast spumeggiante, è assurdamente passato quasi sotto silenzio nelle sale cinematografiche italiane sul finire dello scorso anno. Osannato invece dal Times e dal Guardian,  viene premiato ai Bafta Film Awards di Londra in un trionfo di applausi e consensi. Il film riscrive una storia vera di lotta e coraggio che dimostra quanto una piccola realtà possa cambiare le regole di una nazione intera. Al pugno di ferro del governo Thatcher si oppone la voce di coloro che questo stesso governo si affanna ad ammutolire e nemmeno la fine dello sciopero nel marzo del 1985 può incanalare un fiume ormai sfuggito ai propri argini. L’anno successivo infatti viene proposta in Parlamento una mozione per introdurre i diritti di lesbiche e gay nel manifesto del partito laburista, mozione infine approvata grazie anche al voto unanime di uno dei sindacati chiave d’Inghilterra: quello dei minatori.

E se il Galles nei suoi giorni più bui ha visto riaccendersi un barlume di speranza per l’entusiasmo di un gruppo di ragazzi, liberi e fieri della propria identità sessuale, allo stesso modo il gay pride di Londra del 1985 accoglierà un’inattesa fiumana di minatori, pronti a sollevare gli striscioni per una lotta ormai comune. Perché ciò che Pride mostra è che poco importa quale sia il motivo per cui ci si ribella. La Libertà è di tutti ed è giusto sempre e comunque combattere per essa.

Tuttavia Mark Ashton fu costretto a deporre presto le armi, poiché la morte lo colse l’11 febbraio del 1987 a soli ventisei anni, ma quando passeggiando per le strade di Londra oggi ci si imbatte senza difficoltà in coppie serenamente omosessuali sono certa che da qualche parte, chissà dove, chissà quanto lontano, il giovane eroe del 1984 possa sorridere ancora una volta.  “Abbiamo vinto noi signora Thatcher.” mi sembra di sentirgli dire  “E tu hai perso.”

 G. Camilla Severino

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01 settembre 2015

Four days



“Te lo voglio dire una volta sola, non l’ho mai detto prima d’ora. Questo genere di certezza si ha soltanto una volta nella vita”
Clint Eastwood, “I ponti di Madison County”.

 

Il mondo contemporaneo, quel mondo che ha relegato in una soffitta le grandi locomotive a vapore, le macchine da scrivere e i merletti, sembra aver mandato in pensione anche l’Amore. Certamente non vi è inverno in cui i negozi di piccole e grandi città non si riempiano di cuori e fiori in occasione di San Valentino, non vi è libreria che si privi di tomi e tomi di autentiche romanticherie (strazianti passioni adolescenziali, distanze incolmabili sconfitte dall’ancora non amaro sapore di una lettera…) e infine non vi è sala cinematografica nella quale almeno un paio di volte all’anno non si possa assistere a un matrimonio da favola, a un bacio o a una passeggiata mano nella mano alla luce del tramonto. Ma l’Amore è un’altra cosa, e troppo spesso lo si soffoca nello smielato simulacro di se stesso, ammantandolo di quella banalità che non ne fa altro che uno degli innumerevoli elementi della spettacolarizzazione. Fortunatamente però non è sempre così. Girovagavo tra gli scaffali di un negozio del centro per ingannare il tempo, non c’è poi molto da fare quando fuori il termometro sfiora i quaranta gradi, non si vede una nuvola all’orizzonte nemmeno sforzandosi di cercarla e si è costretti a rinunciare alla spiaggia per svolgere una di quelle odiose “commissioni” che spesso etichettiamo con questo nome che significa tutto e non significa nulla. Insomma era una di quelle giornate in cui avrei volentieri appeso al chiodo i doveri filiali, demandando ad altri l’ingrato compito di attendere mia madre nel forno cittadino, ma ahimè il sì ormai mi era sfuggito e l’aria condizionata del primo negozio aperto mi era sembrata l’unica momentanea consolazione. Avevo già tra le mani una discreta pila di dvd e temevo il momento in cui avrei dovuto sceglierne uno, magari in tutta fretta ricevendo d’improvviso la telefonata di mia madre, quando scorsi, tra un thriller e un cartone animato I ponti di Madison County. La regia di Clint Eastwood mi parve una garanzia, il nome di Meryl Streep appena sopra al titolo mi tolse ogni dubbio (nel caso ancora ne avessi avuti) e, cestinati automaticamente gli altri dvd,  mi avviai risoluta verso la cassa. Il film racconta una storia senza guerre e senza eroi; racconta di un uomo, di una donna e del loro amore. Lui, Robert Kincaid (Clint Eastwood)  è un fotografo giramondo lei, Francesca Johnson (Meryl Streep), moglie e madre in una piccola fattoria dell’Iowa. Quando Francesca, nel fiore degli anni, lascia l’Italia per seguire un giovane soldato americano e divenirne presto la moglie, non avrebbe potuto immaginare che l’amore non avesse ancora giocato tutte le sue carte. Carte che avrebbe scoperto sul tavolo solo molti anni dopo, nel 1965, quando uno sconosciuto inviato del National Geographic avrebbe bussato alla sua porta. Sarà lì che Francesca scoprirà il vero significato dell’essere donna e dell’Amore (quello per un uomo, certo, ma anche quello per la propria famiglia). Quando Francesca lascia sul tavolo del giardino il suo bicchiere di tè freddo e decide di aprire la portiera della macchina di Robert, senza saperlo inizia a riscrivere la storia della propria vita. A Robert e Francesca sono concessi soltanto quattro giorni: quattro giorni per conoscersi, per innamorarsi, per vedersi l’uno come il riflesso dell’altra. Quattro giorni per fuggire insieme o per dirsi addio. In un mondo dominato dall’ipocrisia nel quale donne e libertà mal s’accompagnano, Francesca trova il coraggio di rispolverare i sogni del passato e da questi trae  la forza per lasciarsi travolgere dall’amore. Ma quattro giorni si consumano in fretta e quando il pick-up del marito, con i due figli e il vitello, vincitore di quella fiera che tanto provvidenzialmente li aveva tenuti lontani da casa, compare all’orizzonte la realtà riprende prepotentemente il proprio posto e Francesca deve scegliere tra due parti di se stessa. Il film traspone sullo schermo l’omonimo romanzo di Robert James Waller, lasciandone inalterati la delicatezza e l’eleganza, un tocco leggero che indaga i sentimenti nel profondo, restituendo al lettore – ora anche spettatore – emozioni autentiche e struggenti. Non vi sono retorica né inutili orpelli stilistici nella pellicola di Clint Eastwood, all’epoca già vincitore di due premi Oscar (miglior film e miglior regia per Gli Spietati), ma si fa tangibile l’occhio attento di un uomo che sa creare altri uomini, facendo di ogni film un autentico capolavoro, un intenso istante di vita strappato all’oblio e fatto immagine. E a chi guarda adagiato tra i cuscini di una poltrona non resta che perdersi negli sterminati spazi della campagna dell’Iowa, dove due vite unite ben oltre la morte non possono non strappare una lacrima nemmeno ai più cinici.

 G. Camilla Severino


 

31 agosto 2015

Vita (e morte?) di un “giornalismo difficile”


Vita (e morte?) di un “giornalismo difficile”

L’intera essenza del libro di Mimmo Càndito si esplicita già nel binomio titolo-sottotitolo; quest’ultimo in particolare costituisce un vero e proprio manifesto programmatico con il quale, consciamente o meno, l’autore sembra voler eliminare ab initio ogni possibile fraintendimento o ambiguità circa la struttura, la natura e la stessa ragion d’essere del suo raccontare. Fin dalle prime pagine però la storia rivela evidenti sintomi di autobiografia, quasi a voler fare da eco alle celeberrime parole di Plutarco οτε στορίας γράφομεν, λλ βίους, non scrivo storie ma vite.[1] I reporter di guerra  è un racconto di vite, è il racconto di una storia molto più che di Storia. Càndito non rivendica mai, infatti, dimostrando grande onestà intellettuale, il ruolo di giudice super partes poiché si rivela fin dal principio come ingranaggio della complessa macchina che si accinge a ritrarre. A tal proposito mi torna alla mente un commento di Wilamowitz che, ancora relativamente a Plutarco, scrisse “sarebbe ora di cercare Plutarco nelle Vite parallele invece di […] rimproverarlo per non essere stato uno storico, cosa che appunto non voleva essere.”[2] E lo stesso può essere detto di Mimmo Càndito che, non svestiti bensì mai indossati i panni dello storico, rimane felicemente stretto nel suo gilet da reporter per rivelare i segreti di un mestiere di cui teme la forzata estinzione. Il libro, denso di esperienza, dà voce a tutti coloro che, in centocinquant’anni o poco più di esistenza, hanno praticato quel rischioso e spesso scomodo mestiere di raccontare la guerra, confrontandosi con un mondo che cambia insieme ai suoi volti e alle sue armi. Càndito esplora con occhio attento l’eterno campo di battaglia, sul quale Verità e propaganda sono perpetuamente destinate a scontrarsi.  Quando un giornalista decide di scambiare la comodità della scrivania con i pericoli, le notti insonni e i digiuni dell’indagine sul campo, si rende presto conto che il nemico non è solo quello che spara. C’è un nemico più infido e strisciante, che con scaltrezza imbavaglia la stampa e gioca con l’opinione pubblica. “Quando si dichiara guerra” scriveva Arthur Ponsonby “la prima vittima è sempre la verità.”
La storia ricostruita in questo volume non ha dunque pretese storiografiche o metodologiche, come si può agevolmente evincere dalla struttura della narrazione. Gli eventi non trovano infatti un ordine cronologico bensì tematico, in un groviglio di nomi e lotte  che affascina l’Uomo, ma non Gibbons o Hobsbawn che ancorati al loro storicistico rigore arriccerebbero il naso e si allontanerebbero impettiti. Ma se non si ragiona di Storia, il volume di Càndito è davvero un’autentica gemma, ricchissima di testimonianze personali attinte direttamente dal vissuto, non solo professionale, di uno dei grandi reporter del nostro tempo.
Questo “giornalismo difficile” – difficile nella migliore delle ipotesi, impossibile nella peggiore - ha inizio molto prima di Hemingway (ma il citarlo era d’obbligo...) e continua con l’ “instant news” regalataci dalla Rete. Sicuramente “instant”, ma autenticamente “news”? Il libro restituisce, per quanto disseminata nelle sue pagine, la Storia del giornalismo di guerra, la cui fonte battesimale sembra essere stata la guerra di Crimea, di cui dà testimonianza l’inviato del Times William Russell. Era il 1854 e Russell poté narrare l’ultimo galoppo dei soldati inglesi, con il quale tramontava l’era delle sciabole e nasceva la guerra moderna. Ernie Pyle, che raccontò tra il buio e la polvere dei campi di battaglia la Seconda Guerra Mondiale e morì tragicamente in un’isola del Pacifico colpito da un cecchino, è solo uno dei tanti tasselli con i quali Càndito compone il proprio puzzle. C’è Luigi Barzini, che investe con i suoi scoop la stampa italiana quando nel nostro paese “i giornali sono ancora ben povere creature”, il suo omonimo figlio, il celebre Hemingway, che sa raccontare magistralmente le notizie vere e ancor meglio quelle false. E, in anni più recenti, Peter Arnett, voce e viso dell’Occidente durante la prima guerra del Golfo.
Nominati – e come poteva essere altrimenti? – anche se quasi di sfuggita due Grandi del giornalismo italiano: Indro Montanelli, penna elegante e pungente, e la  forse ancor più scomoda Oriana Fallaci.
Come si accennava poc’anzi, il conflitto, ineliminabile e apparso fin da subito, fra informazione e potere militare e politico che nel 1896 in Sudan fece esclamare al solitamente compassatissimo Lord Kitchener “toglietemi dai piedi quei rompiballe!” all’indirizzo dei reporter, si era in qualche misura sopito durante le due guerre mondiali: le esigenze di una lotta universalmente percepita come fra Bene e Male aveva fatto nascere un “giornalismo patriottico” che, senza rinnegare la verità, accettava di piegarsi alle esigenze della sicurezza; come insinua Càndito, creando grandi storie che, però, forse non erano vero giornalismo. Basti pensare all’eroico intervento di Hemingway in Normandia il 6 giugno del ’44: tutti attendono in silenzio, avvolti nelle loro uniformi e nella loro paura, tutti tranne il vecchio scrittore che con la morte ormai sembra essere in discreta confidenza. “Sotto questa furia i soldati, l’elmetto in testa, se ne stavano impacchettati spalla contro spalla in quell’atmosfera di tragico sconfortante e solitario cameratismo che hanno gli uomini che vanno in battaglia” scrive Hemingway come se avesse visto davvero quei giovani volti consunti dalla guerra. Tuttavia non li vide e quel 6 giugno non mise mai piede a terra in Normandia. “Anche se le sparava grosse quando si trattava di raccontare le proprie gesta militari”, rivela lo stesso Càndito nel suo volume, “le raccontava tanto bene che, alla fine, gli perdonavano di essere un ballista.” A ben vedere però non di patriottismo si può parlare in questo caso, bensì di vecchio e semplice egocentrismo.
Con il Vietnam, dove i comandi militari lasciarono la massima libertà ai reporter per far cessare le sempre più pressanti accuse di censura urlate da un’intera società sempre più mediatizzata e pesantemente condizionata dalla “guerra in salotto” portata dalla tv, la questione si fece dirompente. Terminato il conflitto, nel quale indubbiamente gli Stati Uniti si erano fatti trascinare controvoglia dalla sciagurata teoria del containment,  l’inevitabile “processo alla sconfitta” risultò in un verdetto inappellabile: la guerra era stata perduta sul terreno politico e mediatico e non militare (vero); e la maggior colpa ricadeva su un’informazione “disfattista” (falso). L’establishment politico-militare giurò a sé stesso che ciò non avrebbe dovuto ripetersi in futuro, mai più. La Verità doveva ormai scegliere tra il bavaglio e la sedia elettrica. Così, il ricco racconto che Càndito fa delle svariate “dirty wars” successive il Libano, la Somalia, la Bosnia, la prima Guerra del Golfo, l’Afghanistan... è la cronaca della crescita di una censura strisciante e vischiosa, ma non per questo meno efficace, di un filtro a maglie sempre più strette che tiene i giornalisti a distanza di sicurezza dalle cannonate e dalla verità. Il monito è chiaro: racconta la nostra storia o taci. La superiorità tecnologica degli eserciti occidentali dà vita alla battaglia in remoto, dove, almeno fino alle ultime fasi, sono solo occhi elettronici a vedere (e colpire) il nemico; oppure, come in Afghanistan contro i talebani, fa fare il lavoro sporco, sul terreno, ad “alleati” locali preceduti dalla mortale cortina di fuoco della stand-off battle delle bombe intelligenti. Perché un’altra lezione del Vietnam è ormai entrata nel DNA dei militari occidentali: per evitare il crollo del fronte interno, di opinioni pubbliche non più disposte a sopportare lo strazio di giovani vite falciate da guerre tanto remote quanto incomprensibili, non basta il bavaglio mediatico che evita di mostrare le stragi ma, queste stragi, le si deve proprio evitare: l’elettronica rende l’opzione-zero una realtà ottenibile, pazienza se al prezzo di qualche “danno collaterale”. Questo è il dilemma che Càndito pone, e si pone, in conclusione: in guerre sempre più combattute “in remoto”, dove il nemico neanche si vede se non “prima” (in filmati di repertorio) o “dopo” (cadavere) o, più spesso, per ragioni di buon gusto non si vede affatto; dove il requisito fondamentale è evitare o limitare al massimo le perdite fra gli our brave boys e, in ogni caso, non fare arrivare mai immagini sgradevoli nelle case degli spettatori; dove la verità, dunque, resta invisibile anche al reporter più abile e volenteroso, lontano dal fronte, accecato, manipolato dai briefing e tenuto a digiuno (oppure sommerso, che è lo stesso) di materiale accuratamente selezionato e “lavato”; in questo contesto, ha senso oggi tentare di fare informazione? O meglio si può ancora parlare di informazione o spettacolo ne diviene tragicamente il più calzante sinonimo?
L’avvento della tv appare, nelle pagine di Càndito, come il colpo di grazia inferto a una stampa che non può competere con la forza dirompente dell’immagine, con la sua immediata percezione. E che la guerra messa in scena dallo schermo sia vera o falsa poco importa, l’importante è che qualcosa si faccia vedere. “La storia dei corrispondenti di guerra oggi pare vicina al capolinea” conclude amaramente “vero e verosimile sono divenuti una cosa unica”. Il racconto di Mimmo Càndito potrebbe davvero essere una lapide al giornalismo di guerra, un sipario calato su una breve eppure intensissima stagione dell’informazione. Ma non muore ancora la speranza che qualcosa possa cambiare, che le coscienze non siano poi così assopite come spesso si finge di credere. In fondo nessuno avrebbe mai pensato che l’uomo potesse mettere piede sulla luna o che le glorie dell’impero romano, sprofondate nel buio del Medioevo, potessero poi rinascere dalle loro stesse ceneri. Insomma fin dagli albori della nostra storia siamo stati capaci di compiere l’impossibile, alzandoci, cadendo e di nuovo alzandoci. Che il sipario si riapra dunque.
G. Camilla Severino



[1] Plutarco, Vita di Alessandro, Milano, Rizzoli, 2010, p.32.
[2] U. von Wilamowitz, Der Glaube der Hellenen, 1931, II, p.490.



Mimmo Càndito
I reporter di guerra. Storia di un giornalismo 
difficile da Hemingway a internet
Baldini & Castoldi, Milano, 2000, pp. 617.

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