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18 maggio 2016
Cattivo giornalismo
«Quel dannato servizio del TG1 aveva fatto danni irreparabili[…]. Il cattivo giornalismo sta proprio qui: nell’aver saputo condire ambiguamente e far coincidere, con cinica determinazione, il mio congedo con le accuse di aver commesso gravi reati». - Luciano Garofano
Spesso ci si dimentica del potere che hanno le parole, di quanto alcune affermazioni, specialmente quando non sono vere, possano fare male, di quanto una notizia non fondata possa provocare sofferenza e dolore. Questo è quello che emerge dall’amara testimonianza del Generale Luciano Garofano e che fa da prologo al libro del criminologo Vincenzo Maria Mastronardi. In queste pagine l’ex comandante del RIS di Parma si sofferma a spiegare lo stato d’animo e le sensazioni provate quando uscì la notizia che era stato indagato per truffa, peculato e falso ideologico, definendosi travolto da un vero e proprio "tsunami" aggravato dal fatto che il pezzo era firmato da Luca Ponzi, giornalista con il quale aveva rapporti di grande collaborazione.
Un episodio di cui, suo malgrado, si è visto protagonista l’autore, diventa il tema principale di Mass media e fango. I clamorosi falsi giornalistici delle più note testate nazionali e l’occasione per denunciare le denigrazioni e le deformazioni giornalistiche.
Mastronardi pone l’accento sugli effetti e sulle conseguenze che tali affermazioni posso avere sulle persone, sui danni d’immagine creati e spesso irreversibili, puntando il dito contro chi fa del "cattivo giornalismo" finendo con lo screditare anche la "parte buona" della categoria. La vicenda cui fa riferimento l’autore è quella dell’ormai famosa Lectio Magistralis sul panico presso l’Università "La Sapienza" di Roma, lezione che avrebbe dovuto tenere il Comandante Schettino. Questa notizia, "figlia" del cosiddetto Caso Schettino che tanto spazio aveva trovato e ancora oggi trova nei giornali e in televisione, è una bufala, creata ad arte sapendo di suscitare indignazione, ma che, allo stesso tempo, è stata il mezzo per denigrare una personalità del calibro di Mastronardi che, è bene ricordarlo, è uno dei più conosciuti criminologi italiani di fama internazionale.
L’autore, successivamente, illustra al lettore le varie strategie di amplificazione e deformazione della notizia, inserendo capitoli dai titoli eloquenti come "Il decalogo del giornalista perverso" o "Consigli per i giornalisti. Le dieci regole per distruggere un avversario politico o un antagonista".
Tra i casi presi in esame dal criminologo, vi è anche la famosa "vicenda Boffo", all’epoca direttore dell’Avvenire nei confronti del quale, Vittorio Feltri, editorialista ed ex direttore de Il Giornale, sembra aver applicato il primo comandamento del decalogo sopraccitato: "Non controllare mai la verità dei fatti, potrebbe nuocere al sensazionalismo"
Ma non solo; come riportato nel sottotitolo, vengono anche riportati i clamorosi falsi giornalistici delle più note testate nazionali, mentre Piero Laporta, Capo di Stato Maggiore, è l’autore di un capitolo nel quale vengono esaminati esempi di manipolazione di notizie legate al mondo politico.
Una parte importante del volume è dedicata alla componente psicologica del problema; Mastronardi analizza gli effetti negativi che la massa può esercitare nei confronti del singolo e viceversa, partendo dalle cosiddette "PSYOP", le operazioni piscologiche militari di manipolazione delle notizie, fino ad arrivare al "lavaggio del cervello" e allo strumento della propaganda.
Gli ultimi capitoli, infine, trattano dell’etica, della deontologia e della giurisprudenza riguardante la materia giornalistica.
Nicole Bellini
Vincenzo Maria Mastronardi
Mass media e fango.
I clamorosi falsi giornalistici delle più note testate nazionali
Armando Editore, Roma, 2015, 224 pp.
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In libreria
Giorgio Vecchiato
C'era una volta il giornalismo. Memorie di settant'anniETS, Pisa, 2016, 202 pp.
Descrizione
Taccuino di memorie, istantanee di una lunga carriera giornalistica che emergono tra le pieghe in chiaro-scuro di una storia da Prima Repubblica. Stile asciutto, ricordi nitidi, opinioni tranchant per riflettere sulla rilevanza, la metamorfosi, le scelte di un giornalismo che ha assunto un potere sempre più incisivo nell'intessere la trama e il finale di questa storia. Un passato recente che ritorna per scongiurare l'oblio della memoria corta, scavando negli eventi dell'Italia fine secolo che condizionano ancora il presente di questo Paese. Riflessioni schiette, stilettate acute di un giornalista libero che fa i conti con il passato glorioso del giornalismo italiano - da Montanelli a Bocca, da Oriana Fallaci a Enzo Tortora - e che si chiede quale direzione stia prendendo quello odierno.
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16 maggio 2016
In libreria
Rinaldo Gianola
"Milano-sera". Un giornale per la Repubblica 1945-1954
Book Time, Milano, 2016, 120 pp.
Book Time, Milano, 2016, 120 pp.
Descrizione
Nato nei giorni della Liberazione, nella primavera del 1945, da un’idea di comunisti e socialisti, "Milano-sera" è stato un quotidiano con pochi mezzi e un grande cuore. Ha accompagnato con coraggio e coerenza la ricostruzione di Milano, ha combattuto la battaglia per la Repubblica, ha affermato e difeso i valori della Resistenza. Ha saputo rappresentare le aspirazioni di grandi masse e ha condiviso lealmente i progressi e i drammi della sua epoca. Nella redazione di "Milano-sera" sono passati giornalisti, intellettuali, politici che poi hanno influenzato per decenni l’informazione, la cultura, la vita politica del Paese: Giancarlo Pajetta e Guido Mazzali, Alfonso Gatto e Mario Bonfantini, Elio Vittorini e Gaetano Afeltra, Paolo Grassi e Giorgio Strehler, Oreste del Buono e Paolo Murialdi e molti altri protagonisti dell’Italia uscita distrutta dal Ventennio fascista che cercavano con fatica e con entusiasmo di costruire una nuova strada per la libertà e la democrazia.
Nato nei giorni della Liberazione, nella primavera del 1945, da un’idea di comunisti e socialisti, "Milano-sera" è stato un quotidiano con pochi mezzi e un grande cuore. Ha accompagnato con coraggio e coerenza la ricostruzione di Milano, ha combattuto la battaglia per la Repubblica, ha affermato e difeso i valori della Resistenza. Ha saputo rappresentare le aspirazioni di grandi masse e ha condiviso lealmente i progressi e i drammi della sua epoca. Nella redazione di "Milano-sera" sono passati giornalisti, intellettuali, politici che poi hanno influenzato per decenni l’informazione, la cultura, la vita politica del Paese: Giancarlo Pajetta e Guido Mazzali, Alfonso Gatto e Mario Bonfantini, Elio Vittorini e Gaetano Afeltra, Paolo Grassi e Giorgio Strehler, Oreste del Buono e Paolo Murialdi e molti altri protagonisti dell’Italia uscita distrutta dal Ventennio fascista che cercavano con fatica e con entusiasmo di costruire una nuova strada per la libertà e la democrazia.
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Ignoranza del male
Se in una fredda mattina di novembre entri in un'ufficio e l'impiegato che conosci, che da sempre hai classificato come una persona mite e gentile, improvvisamente comincia a parlare per chiederti che cosa ne pensi dell'elezione di Trump e a sorpresa ti parla di Hitler, rappresentandolo come colui che aveva "risanato" l'economia tedesca in pochi anni, se prosegue dicendo che se aveva fatto "arrestare" tanti ebrei certamente "quelli" avevano commesso dei reati, se ti dice poi che non ha mai visto Germania anno zero (per provare a capire a qual punto la Germania era stata "risanata"), che non ha mai letto Se questo è un'uomo (per capire che la Shoa non è stata la conseguenza di qualche retata di malfattori), decidi che oggi hai avuto un incontro ravvicinato con l'IGNORANZA DEL MALE ASSOLUTO ed hai i brividi per quel che potrà essere il mondo.
mmilan
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15 maggio 2016
In libreria
Giulio Albanese
Vittime e carnefici. Nel nome di Dio
Einaudi, Torino, 2016, 184 pp.
Vittime e carnefici. Nel nome di Dio
Einaudi, Torino, 2016, 184 pp.
Descrizione
Guerre, dittature, persecuzioni, migrazioni. La religione usata come strumento di odio e divisione nelle periferie del mondo. Contro la «globalizzazione dell'indifferenza», le parole di un sacerdote e missionario che racconta in presa diretta dai luoghi del conflitto. Padre Giulio Albanese ha vissuto per diversi anni in Africa. Di fronte agli abomini perpetrati nelle zone «calde» del pianeta, e alla testimonianza dei martiri del nostro tempo e delle loro comunità, ha sentito l'urgenza di scrivere questo libro, che denuncia come la fede possa essere distorta a fini ideologici, politici ed economici, per ottenere i quali si uccide, o si creano le condizioni per farlo, nel nome di un dio minuscolo, feticcio d'interessi faziosi.
Guerre, dittature, persecuzioni, migrazioni. La religione usata come strumento di odio e divisione nelle periferie del mondo. Contro la «globalizzazione dell'indifferenza», le parole di un sacerdote e missionario che racconta in presa diretta dai luoghi del conflitto. Padre Giulio Albanese ha vissuto per diversi anni in Africa. Di fronte agli abomini perpetrati nelle zone «calde» del pianeta, e alla testimonianza dei martiri del nostro tempo e delle loro comunità, ha sentito l'urgenza di scrivere questo libro, che denuncia come la fede possa essere distorta a fini ideologici, politici ed economici, per ottenere i quali si uccide, o si creano le condizioni per farlo, nel nome di un dio minuscolo, feticcio d'interessi faziosi.
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13 maggio 2016
Le voci della comunicazione istituzionale
Venerdì 13 maggio 2016, ore 9-14 presso l'Aula 16 dell'Albergo dei Poveri si terrà il seminario "Le voci della comunicazione istituzionale" organizzato da Liguria digitale, l'Ordine regionale dei Giornalisti e il Corso LM in Informazione ed Editoria. Il seminario è inserito nel programma di formazione continua dei giornalisti, pubblicato sulla piattaforma Sigef attivata sul sito dell'Ordine nazionale dei Giornalisti.
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11 maggio 2016
In libreria
Antonio Padellaro
Fatto personale
Paperfirst, Roma, 2016, 164 pp.
Descrizione
il fondatore de Il Fatto Quotidiano racconta per la prima volta la sua vita di giornalista. Dalle prime esperienze alla fondazione del Fatto e ai suoi cinque anni di direzione.
Fatto personale
Paperfirst, Roma, 2016, 164 pp.
Descrizione
il fondatore de Il Fatto Quotidiano racconta per la prima volta la sua vita di giornalista. Dalle prime esperienze alla fondazione del Fatto e ai suoi cinque anni di direzione.
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02 maggio 2016
In libreria
Claudio Siniscalchi
Immagini della modernità.
Il cinema europeo nell'epoca della secolarizzazione (1943-1975)
Studium, Milano, 2016?
Descrizione
http://www.edizionistudium.it/pubblicazioni_2016/siniscalchi.htm
Immagini della modernità.
Il cinema europeo nell'epoca della secolarizzazione (1943-1975)
Studium, Milano, 2016?
Descrizione
Questo studio si apre con l'analisi di un film italiano, Ossessione (1943) di Luchino Visconti, e si conclude con l'analisi di un altro film italiano, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini. In mezzo c’è la storia del cinema europeo sviluppatasi nell’arco di tempo compreso tra la fine del secondo conflitto mondiale e i primi anni Sessanta del Novecento (nella vicinanza di un passaggio epocale per la cultura occidentale, il sessantotto). Il confronto con alcuni film «esemplari» - essendo le opere cinematografiche un prezioso «documento» per interpretare la storia – consente un avvicinamento alle questioni di maggior rilievo dell’epoca della secolarizzazione. Il neorealismo rappresenta la rivoluzione estetica dalla quale prende avvio il cinema moderno. La politica degli autori a livello teorico, la successiva nouvelle vague e soprattutto il nuovo cinema d’autore affermatosi negli anni Sessanta, non rappresentano solo una «forma» nuova. La «forma» naturalmente ha una rilevanza non trascurabile. Ma dietro le questioni meramente formali, se si amplia il campo di osservazione, si scorgono le profonde mutazioni antropologiche. Il neorealismo è animato dal desiderio di guardare in faccia le tragedie umane, per mettere a fuoco l’identità stessa dell’uomo. Il passo successivo compiuto dal cinema d’autore dell’autodeterminazione, tratto peculiare della modernità, le cui conseguenze sono intimamente connesse alla «trasvalutazione dei valori» in atto nella società europea. Alla conclusione dello straordinario decennio – gli anni Sessanta – di effervescenza, originalità, profondità e creatività incarnate dal cinema d’autore europeo, proprio nel ribollente crogiolo culturale del Sessantotto, alla disumanizzazione estetica finisce per legarsi una virulenta ideologia politica. Il risultato finale, oltre a favorire il progressivo torpore (determinandone la scarsa rilevanza a livello internazionale) del cinema europeo (torpore dal quale ancora non si è ripreso), è la tragica fine delle illusioni, così ben rappresentata nell'ultimo film di un geniale e tormentato protagonista del tempo moderno, Pier Paolo Pasolini, che rivolge lo sguardo al Marchese de Sade per addentrarsi nell’inarrestabile processo di dissoluzione dell’umanità.
http://www.edizionistudium.it/pubblicazioni_2016/siniscalchi.htm
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30 aprile 2016
Un libro che ritorna dopo 68 anni
A tutti può essere capitato di rimanere colpiti da un libro e non lasciarlo più, magari preso in prestito in una biblioteca e dimenticato poi sullo scaffale della propria libreria. In Nuova Zelanda, nella capitale Auckland, una donna si è appassionata a tal punto di Miti e Leggende della terra dei Maori, da restituirlo ben 67 anni dopo. Infatti, il prestito risale al 1948 e gli sarebbe costato 24605 dollari di multa ma i bibliotecari commossi dalla storia non l’hanno applicata. Nel 2016 forse sarebbe più difficile dati i nuovi mezzi di comunicazione di cui sono dotate le biblioteche attuali e che avvertono l’utente appena un libro è in scadenza.
Si viene cosi a scoprire che a differenza delle nostre biblioteche il cui prestito è gratuito in quelle neozelandesi bisogna dare un minimo contributo fino a tre pence per una settimana di prestito a un penny per i giorni a seguire.
Nella mia vita fino ad oggi ho amato diversi libri e riletto i libri che mi hanno maggiormente colpito. Infatti penso che un libro letto in una determinato periodo rimanga parte di noi. Per mia esperienza personale ho due grandi classici della letteratura che mi hanno accompagnato in alcuni viaggi: se penso a Jane Eyre di Charlotte Bronte mi torna subito alla mente un aereo diretto a New York in procinto di sorvolare l’oceano atlantico. L’altro libro invece è Ragione e Sentimento di Jane Austen letto in un aeroporto londinese nel 2013 aspettando il volo che mi riportava in Italia dal mio soggiorno inglese.
Posso capire bene l’amore per un libro come la signora neozelandese anche se mi sembrano veramente tanti sessantotto anni per restituirlo.
Elisabetta Corsi
29 aprile 2016
1986: L'Italia entra in Internet
"Fra
non molto tempo saremo invasi da una massa enorme di messaggi. Già oggi non li
si chiama più ‘informazione’. Più semplicemente, si dice ‘comunicazione’. Sarà
dunque un’immersione totale, nella comunicazione. Via etere, via satellite
artificiale, via filo del telefono: voce, suono, immagine, interi testi di
parole. In casa: cassette, video-disco, apparecchi di ogni genere per
registrare, filmare, riprodurre, televisori per comunicare direttamente con
centri di informazione, banche di dati, colossali archivi per farsi un giornale
secondo le proprie esigenze di tempo ed argomento, e per interagire. Interagire
vorrà dire anche scegliere, prenotare, ordinare. Ma anche essere controllati.
Chi è in contatto con cosa? Di che cosa saremo effettivamente ‘domanda’,
committenti, consumatori?"
Enrica Basevi
*E. Basevi, "Gutenberg e il calcolatore. Quale futuro per i giornali?", De Donato, Bari 1982, p. 5.
28 aprile 2016
Donne e informazione
Corso di Laurea magistrale in Informazione ed Editoria
DAFIST – DIRAAS - DISPO
DAFIST – DIRAAS - DISPO
Giovedì 28 aprile 2016, ore 10 - Aula Mazzini , Via Balbi 5, Genova - III piano
Il Global Media Monitoring Project.
Il Global Media Monitoring Project.
Report 2015: Donne e informazione
Con la partecipazione di Monia Azzalini (Osservatorio di Pavia) e di Filippo Paganini (Presidente dell’Ordine regionale dei Giornalisti).
Con la partecipazione di Monia Azzalini (Osservatorio di Pavia) e di Filippo Paganini (Presidente dell’Ordine regionale dei Giornalisti).
L’incontro si svolge nell’ambito delle attività seminariali per la formazione continua dei giornalisti.
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26 aprile 2016
In libreria
Valentina Cremonesini - Stefano Cristante
La parte cattiva dell'Italia. Sud, media e immaginario collettivo
Mimesis, Milano, 2015.
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La parte cattiva dell'Italia. Sud, media e immaginario collettivo
Mimesis, Milano, 2015.
Descrizione
Cos’è il Sud Italia nella comunicazione di massa? Come viene narrato? Queste domande hanno rappresentato il punto di partenza dell’indagine proposta in questo libro. La parte cattiva dell’Italia analizza con gli strumenti della sociologia della comunicazione gli elementi di un racconto meridionale che si sbriciola in una perenne altalena tra stereotipi e occasioni di innovazione. Il quadro che ne scaturisce registra una consistente rimozione dell’antica questione meridionale e un suo slittamento ideologico e semantico verso un apparentemente più tranquillizzante “Fattore M”, cioè un viluppo di problematiche e di atteggiamenti interpretativi che si fanno via via più chiari indagando telegiornali e testate nazionali, siti internet e opinioni di protagonisti dell’industria culturale. Oggi che tutti gli indicatori confermano la drammatica condizione del Sud all’interno di una crisi profonda e perdurante, occorre ammettere che la rimozione di un terzo dell’Italia dal dibattito nazionale non aiuta né il Sud né l’Italia
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25 aprile 2016
Quel 25 Aprile
"Il male stava nel passato, nei fascisti e nei nazisti che si ostinavano a perpetuarlo; il bene stava nel futuro che tutti insieme, per una volta compiutamente italiani, si voleva costruire."
Giovanni De Luna
*G.De Luna, La Resistenza perfetta, Feltrinelli, 2015, p. 13.
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24 aprile 2016
In libreria
L'Italia e l'Europa negli anni Ottanta.Storia, politica, cultura
a cura di Lara Piccardo, FrancoAngeli, Milano, 2015, pp. 176.
Descrizione
Perché studiare gli intrecci tra Italia ed Europa negli anni Ottanta? A livello europeo essi fecero da sfondo al percorso di "riunificazione" del Vecchio Continente, diviso per oltre quarant'anni dalla pesante cortina di ferro. La caduta del Muro di Berlino rappresentò un fattore di accelerazione del processo d'integrazione comunitaria, ma ne avrebbe modificato alcuni caratteri e in parte la direzione. La stretta interconnessione tra le riforme interne promosse da Gorbacëv e la sua politica estera si tradusse anche nel disegno della "casa comune europea"; con il Piano Genscher-Colombo la dimensione politica dell'integrazione pose l'accento sull'europeismo del governo italiano in quegli anni; il Parlamento europeo, eletto per la prima volta a suffragio universale nel 1979, appariva come il luogo della costruzione democratica dell'edificio comunitario; la Commissione europea s'impegnò più attivamente anche attraverso azioni e programmi nel contesto ampio dell'educazione e della cultura, per incidere nei vari settori dell'opinione pubblica e accelerare la creazione di una identità europea diffusa. Per questo il volume racchiude i risultati di una ricerca interdisciplinare in cui storici, scienziati della politica e geografi, coniugando differenti metodologie d'indagine, hanno contribuito a indagare temi e momenti diversi, ma peculiari, di un decennio particolarmente significativo nella storia dell'Europa e dell'Italia.
Indice del volume:
a cura di Lara Piccardo, FrancoAngeli, Milano, 2015, pp. 176.
Descrizione
Perché studiare gli intrecci tra Italia ed Europa negli anni Ottanta? A livello europeo essi fecero da sfondo al percorso di "riunificazione" del Vecchio Continente, diviso per oltre quarant'anni dalla pesante cortina di ferro. La caduta del Muro di Berlino rappresentò un fattore di accelerazione del processo d'integrazione comunitaria, ma ne avrebbe modificato alcuni caratteri e in parte la direzione. La stretta interconnessione tra le riforme interne promosse da Gorbacëv e la sua politica estera si tradusse anche nel disegno della "casa comune europea"; con il Piano Genscher-Colombo la dimensione politica dell'integrazione pose l'accento sull'europeismo del governo italiano in quegli anni; il Parlamento europeo, eletto per la prima volta a suffragio universale nel 1979, appariva come il luogo della costruzione democratica dell'edificio comunitario; la Commissione europea s'impegnò più attivamente anche attraverso azioni e programmi nel contesto ampio dell'educazione e della cultura, per incidere nei vari settori dell'opinione pubblica e accelerare la creazione di una identità europea diffusa. Per questo il volume racchiude i risultati di una ricerca interdisciplinare in cui storici, scienziati della politica e geografi, coniugando differenti metodologie d'indagine, hanno contribuito a indagare temi e momenti diversi, ma peculiari, di un decennio particolarmente significativo nella storia dell'Europa e dell'Italia.
Indice del volume:
-Introduzione di Lara Piccardo pp. 7-12
-La perestrojka in politica estera. Gorbačëv e l’integrazione europea, di Lara Piccardo, pp. 13-32
-Il Piano Genscher-Colombo, di Maria Eleonora Guasconi pp. 33-46
Rappresentanti di chi? Un’indagine empirica della rappresentanza nel Parlamento europeo, di Fabio Sozzi, pp. 47-70
-Giornali e giornalisti verso la sfida dell’informazione digitale. Un dibattito tra Italia ed Europa, di Marina Milan, pp. 71-92.
-Cambiare per non cambiare: l’università italiana dagli anni Ottanta ad oggi, di Monica Penco, pp. 93-116
-Beni culturali in Italia: quali, dove, per chi, di Stefania Mangano e Gian Marco Ugolini, pp. 117-162
-Indice
*Il volume è disponibile anche in formato ebook.
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14 aprile 2016
Esiste un nuovo giornalismo?
Corso di laurea magistrale in Informazione ed Editoria
Giovedì 14 aprile 2016, ore 10 siete tutti invitati a partecipare all'incontro con il giornalista Umberto La Rocca su "Esiste un nuovo giornalismo? Concentrazioni, Citizen Journalism e Social Media." L'incontro si svolgerà presso l'Albergo dei Poveri, III piano - Aula 19 Pazza E. Brignole 3a - Genova.
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12 aprile 2016
Pubblicazioni di Marina Milan
(dal 2000)
- "Giornali e giornalisti verso
la sfida dell’informazione digitale. Un dibattito tra Italia ed Europa" in
L'Italia e l'Europa negli anni Ottanta. Storia, politica, cultura, a cura di
Lara Piccardo. FrancoAngeli, Milano, 2015, pp. 71-92.
- “Il Lavoro da Pertini a Repubblica” in “Il Lavoro” di Genova. Storie e testimonianze 1903-1992, a cura di M. Milan e L.Rolandi, Provincia di Genova, Genova, 2012, pp. 241-266.
- "La sfida della formazione al giornalismo" in La Facoltà di Scienze Politiche compie 40 anni. Atti del Convegno "Le Scienze Politiche nel mondo contemporaneo" - Genova, 19 maggio 2010 a cura di M.A. Falchi, GUP, Genova, 2012, pp.127-139.
- "La mappa dell'informazione in Liguria (1980-2004)" in M. Milan e S. Splendore, Giornalismo in mutazione. Inchiesta sui media tra Genova e la Liguria, Erga, Genova, 2005, pp.13-51.
- "Giornali e periodici a Genova tra Ottocento e Novecento" in Storia della cultura ligure, a cura di Dino Puncuh, Società Ligure di Storia Patria, Genova, 2004, v. III, pp. 477-544.
- "Carte d'archivio e giornali. Fonti inedite per la storia del giornalismo" in Le Eredità della Liguria. Viaggio nell'Ottocento attraverso i documenti fiscali Catalogo della Mostra organizzata dall'Agenzia delle Entrate di Genova (Palazzo San Giorgio - autunno 2004), 2004, Genova, pp. 81-90.
- La cultura su quotidiani e periodici in "L'Agenda della comunicazione. Speciale 2004", a cura di G. Sansalone, ERGA, Genova, 2004, pp. 29-36.
- Diario genovese di età giacobina e napoleonica. Il manoscritto di Nicolò Corsi (1797-1809), AIB – Sezione Liguria 2002, Genova, 392 p.
- “Il Lavoro da Pertini a Repubblica” in “Il Lavoro” di Genova. Storie e testimonianze 1903-1992, a cura di M. Milan e L.Rolandi, Provincia di Genova, Genova, 2012, pp. 241-266.
- "La sfida della formazione al giornalismo" in La Facoltà di Scienze Politiche compie 40 anni. Atti del Convegno "Le Scienze Politiche nel mondo contemporaneo" - Genova, 19 maggio 2010 a cura di M.A. Falchi, GUP, Genova, 2012, pp.127-139.
- "La mappa dell'informazione in Liguria (1980-2004)" in M. Milan e S. Splendore, Giornalismo in mutazione. Inchiesta sui media tra Genova e la Liguria, Erga, Genova, 2005, pp.13-51.
- "Giornali e periodici a Genova tra Ottocento e Novecento" in Storia della cultura ligure, a cura di Dino Puncuh, Società Ligure di Storia Patria, Genova, 2004, v. III, pp. 477-544.
- "Carte d'archivio e giornali. Fonti inedite per la storia del giornalismo" in Le Eredità della Liguria. Viaggio nell'Ottocento attraverso i documenti fiscali Catalogo della Mostra organizzata dall'Agenzia delle Entrate di Genova (Palazzo San Giorgio - autunno 2004), 2004, Genova, pp. 81-90.
- La cultura su quotidiani e periodici in "L'Agenda della comunicazione. Speciale 2004", a cura di G. Sansalone, ERGA, Genova, 2004, pp. 29-36.
- Diario genovese di età giacobina e napoleonica. Il manoscritto di Nicolò Corsi (1797-1809), AIB – Sezione Liguria 2002, Genova, 392 p.
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08 aprile 2016
In libreria
Saggi di giornalismo transmediale,
a cura di S. Dini,
Universitalia, Roma, 2016, 430 pp.
Descrizione
a cura di S. Dini,
Universitalia, Roma, 2016, 430 pp.
Descrizione
"L'evoluzione tecnologica ci ha obbligati in tempi brevissimi a confrontarci con un 'nuovo mondo' il cui avvento ha il potere di spazzarci via ma può anche consentirci di cogliere nuove opportunità, a patto di essere disposti a cambiare il proprio habitus mentale, a modificare le abitudini, a non camminare guardando all'indietro. [...] Il fatto che in questo libro ci siano nove giovani, guidati da un valente professore, che applicano le loro energie a studiare il rapporto tra giornalismo e social network, la questione delle fonti, lo storytelling, o le prospettive di business, e altro ancora è di per sé da salutare con ottimismo e compiacimento. [...] A suo modo ci fornisce un buon motivo per non essere pessimisti sul futuro che ci aspetta" (dalla Prefazione di Marco Frittella).
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06 aprile 2016
In libreria
Bruno Soro
Fatti non foste. Divagazioni di economia, politica e società
De Ferrari editore, Genova, 2016, 340 pp.
Descrizione
Fatti non foste. Divagazioni di economia, politica e società
De Ferrari editore, Genova, 2016, 340 pp.
Descrizione
Il volume raccoglie una selezione degli articoli divulgativi scritti dall’autore tra il 2010 e il 2015, articoli che traggono spunto da notizie pubblicate sui principali quotidiani, dalla lettura di libri e riviste di divulgazione scientifica, nonché da argomenti di attualità che hanno fornito altrettante occasioni per divagazioni di economia, politica e società. Temi come la fragilità della moneta unica, il debito pubblico, l’immigrazione, la crisi dell’economia italiana e il ruolo delle riforme, l’occupazione e la disoccupazione, il capitale umano e il capitale sociale, l’ambiguitÀ dei metodi di misurazione della produttività del lavoro, dell’austerità e dell’addio alle fabbriche, della scomparsa del ceto medio, del degrado morale e della crescente disuguaglianza creata dalla finanziarizzazione dell’economia a scapito dell’economia reale, vengono affrontati con un linguaggio comprensibile anche a coloro che non posseggono una specifica preparazione nel campo dell’economia.
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05 aprile 2016
Ciao, Europeo
Chiamami, se vuoi, profugo o clandestino. Migrante o
richiedente asilo.
Ma io sono solo una Persona. Impaurita. Disperata. Alla
vitale ricerca della propria libertà.
Ho strappato alla guerra un sogno. Era sospeso sul mare,
mentre scivolavo piano su una barca e lasciavo che la mia terra venisse sepolta
nei ricordi. Mi trascino dietro tutti i pianti e il dolore della mia gente.
Pesante bagaglio pescato tra la puzza e il fango di un campo dove il mio corpo
randagio ha perso ogni dignità.
Già, la dignità. Quella che per voi europei è divenuta
banale merce di scambio. Barattata al miglior offerente per qualche scambio
commerciale in più. Mentre voi capi di stato vi riunite a più riprese in
eleganti palazzi, io traghetto la mia vita invisibile dentro a questo fradicio
campo. Qui, la solitudine affoga nella melma. Qualcuno la chiama accoglienza.
Per mesi ho amato il mio avanzare lento ma ostinato, prima
sull’onda, poi sulla zolla. Ho ascoltato pulsare il vostro cuore europeo
nell’attesa di un qualsiasi segnale. Ho aspettato. Ho sperato. Ho pregato. Ho
implorato. Fino a capire di non essere approdato a nessun porto. Fino a non
chiedermi più dove sono. Perché ora, per voi, più non sono profugo. Nemmeno
migrante. Nemmeno europeo. Nemmeno persona. Sono solo un problema. Argomento
preferito dei talk-show. Narrazione quotidiana nei giornali. Qualche volta,
sembro persino essere importante per la campagna elettorale del politico di
turno.
Tu non sai quanto ho frugato in quella perenne linea d’ombra
che mi separa dall’essere come te. Parte di te. Futuro con te. Ma in quella
oscurità dell’anima non c’è luce e tu non mi hai riconosciuto. Mi hai perso
mentre ti tendevo la mano, nell’intermittenza di una breve illusione. Come se
Europa fosse una parola solo intuita e mai finita. E all’improvviso sono
rimasto fuori dal vento, con un pensiero fisso e vagante. Essere cittadino
dello stesso stato. Come te.
Così, mio malgrado, ho scelto fuga e sopravvivenza come
estremità della stessa strada. Senza immaginare che ora, su quella strada, tu
europeo ci passi con la ruspa. Per allontanarmi o escludermi.
Ora sono in bilico sull’orlo di un muro di filo spinato. Ho
la febbre della paura. Sono sfinito. Non ho più sogni e non spero più in un
miracolo.
Ora, Europa, sono il tuo schiavo preferito. Venduto.
Sfruttato. Denigrato. Perseguitato. Rimpatriato. Deportato.
Posso solo affondare nella magica eloquenza dei tuoi
discorsi che hanno il sapore delle libertà negate. Delle canzoni un po’stonate
cantate da un dio senza più voce. Afono di idee e di pace.
Attento, caro europeo. Potresti inciampare in un popolo che
vuole ancora capire e pensare. Potresti cadere nello stesso fango dove per anni
ho alloggiato io. Potresti provare il freddo e la fame sotto una tenda piena di
indifferenza. Anche il mio sguardo, allungato dietro la scia di una barca che
aspetta, potrebbe darti noia e ricordarti che un giorno anche tu sei partito o
potresti partire.
Forse l’apparire sui media a tratti, tra incroci di vuoti e
pieni, ti fa sentire quel senso di vaghezza che fa sembrare ogni cosa migliore.
Persino più giusta. Come giustificare la guerra. Inutile boa per rimanere a
galla quando ci si dimentica di essere tutti persone e si crede di diventare
eroi ricostruendo muri e frontiere.
Sai, caro europeo, vorrei avvolgere tutto in un estremo
silenzio affinché tu possa avvertire ogni mio tormento, ascoltare ogni pianto
di bambino, percepire ogni sussurrato lamento, vedere ogni donna partorire e
ogni anziano, da solo, morire.
Chissà se questo ti farà consumare il piacere di una
scoperta. Solcando il limite dell’ombra. Con le vele alzate e le braccia tese.
Aperte verso di noi. Persone come te.
Condannati a migrare tra l’inferno della guerra e un’Europa
che non c’è.
Se solo tu riuscissi a guardare là dove la luce rimbalza
sull’acqua e illumina la parte più amara dell’essere umano. Con la volontà di
rovistare ancora nel respiro di questo abisso, alla ricerca del tuo essere
fratello. Carne e sangue dello stesso continente.
Prova a rimanere immobile mentre il tuono dell’onda sale
dentro al cervello. Senza la paura di cadere trascinato da quella grande forza
che è la libertà. Prova a cogliere la sfumatura del mio stesso sogno di vita.
Sarai il pulsare continuo di un gioco luminoso che resiste ad ogni tempo, ad
ogni strazio, ad ogni infamia.
Sarai Persona. Come me.
Anna Scavuzzo
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04 aprile 2016
Genova in libreria
Roberto Speciale
Anni Ottanta. Un punto di vista. Storie di fatti, uomini e banditi
De Ferrari editore, Genova, 2016, 217 pp.
Descrizione
Anni Ottanta. Un punto di vista. Storie di fatti, uomini e banditi
De Ferrari editore, Genova, 2016, 217 pp.
Descrizione
Il libro ricostruisce lo scenario, un po'dimenticato, degli anni '80 e in particolare ripercorre alcune "vicende esemplari" che hanno caratterizzato la Liguria. La conoscenza del passato può essere utile per procedere meglio verso il futuro: così, all'inizio di quel decennio si è manifestata una prima, grave, questione morale (l'Affare Teardo, il Casinò di Sanremo, il Tac dell'Ospedale San Martino); uno scontro duro tra corruzione, logge segrete, criminalità, e una parte significativa delle istituzioni, dell'informazione, della politica. La cronaca è essenziale, scritta con stile giornalistico e densa di retroscena e riflessioni. Nella seconda parte l'autore ripercorre, da protagonista, la storia, le tensioni, i successi, le difficoltà della sinistra e del PCI in particolare, in una fase di profonda trasformazione, di speranze e di delusioni. Emergono in questo racconto le persone, gli attori sociali e politici, le imprese e gli avvenimenti più significativi.
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*Dello stesso autore:
- Generazione ribelle. Quaderni ritrovati, Diabasis, 2009.
- Gli anni di piombo, De Ferrari, 2014.
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21 marzo 2016
In libreria
Giovanni Ziccardi
L'odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete
Cortina editore, Milano, 2016, 256 pp.
Descrizione
La diffusione di Internet ha reso possibile un dialogo ininterrotto, che si alimenta sui blog, sui forum, nelle chat, sui display degli smartphone. All’interno di questo dialogo globale, sono approdate le espressioni di odio razziale e politico, le offese, i comportamenti ossessivi nei confronti di altre persone, le molestie, il bullismo e altre forme di violenza che sollevano la curiosità del giurista. Come è nato il concetto di hate speech? Anche odiare è un diritto e quali sono i limiti che pongono gli ordinamenti giuridici? È mutato il livello di tolleranza e sono cambiati irreversibilmente i toni della discussione? A queste domande risponde l’autore, affrontando da un punto di vista giuridico, filosofico e politico il tema della violenza verbale e della sua diffusione nell’era tecnologica.
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11 marzo 2016
In libreria
Umberto Eco
A passo di gambero
La nave di Teseo, Milano, 2016, pp. 368.
Descrizione
Gli scritti di questo libro sono apparsi tra inizio 2000 e fine 2005, negli anni dell'11 settembre, delle guerre in Afghanistan e in Iraq, dell'instaurazione in Italia di un regime di populismo mediatico. Leggendoli ci si accorge che sin dalla fine dello scorso millennio si sono verificati drammatici passi all'indietro. Dopo la caduta del Muro di Berlino si erano dovuti riesumare gli atlanti del 1914, e da tempo le nostre famiglie ospitavano di nuovo servi di colore, come in "Via col vento". A poco a poco col videoregistratore si è passati dalla televisione al cinematografo, con Internet e le pay-tv Meucci l'ha avuta vinta su Marconi (telegrafia con i fili) e ora l'i-Pod ha reinventato la radio. Terminata la Guerra Fredda, abbiamo avuto con Afghanistan e Iraq il ritorno della Guerra Calda; riesumando il Grande Gioco kiplinghiano, si è tornati allo scontro tra Islam e Cristianità, compresi gli Assassini suicidi del Veglio della Montagna, e al grido di "mamma li turchi!" È risorto il fantasma del Pericolo Giallo, è stata riaperta la polemica antidarwiniana del XIX secolo, abbiamo di nuovo l'antisemitismo e i fascisti (per quanto molto post, ma alcuni sono ancora gli stessi) al governo, si è riaperto il contenzioso post-cavouriano tra Chiesa e Stato. Sembra quasi che la Storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si riavvoltoli su se stessa, marciando velocemente a passo di gambero!
*Prima edizione: U. Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Bompiani, Milano, 2006.
*Prima edizione: U. Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Bompiani, Milano, 2006.
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08 marzo 2016
In libreria
Alessia Lirosi
Libere di sapere. Il diritto delle donne all'istruzione dal Cinquecento al mondo contemporaneo
Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2015, 322 pp.
Libere di sapere. Il diritto delle donne all'istruzione dal Cinquecento al mondo contemporaneo
Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2015, 322 pp.
Descrizione
La storia del diritto delle donne all’istruzione e il secolare pregiudizio riguardante le capacità razionali del cosiddetto ‘sesso debole’ non sono mai stati finora oggetto di una trattazione sistematica. Partendo dalla questione della formazione femminile nella storia dell’Europa e soprattutto in quella italiana tra XVI e XX secolo, la prospettiva si allarga a tutto il contesto mondiale, prendendo in esame le principali conferenze e i documenti internazionali e regionali sul tema, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 alla Piattaforma di Pechino del 1995.
Vedi Indice
La storia del diritto delle donne all’istruzione e il secolare pregiudizio riguardante le capacità razionali del cosiddetto ‘sesso debole’ non sono mai stati finora oggetto di una trattazione sistematica. Partendo dalla questione della formazione femminile nella storia dell’Europa e soprattutto in quella italiana tra XVI e XX secolo, la prospettiva si allarga a tutto il contesto mondiale, prendendo in esame le principali conferenze e i documenti internazionali e regionali sul tema, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 alla Piattaforma di Pechino del 1995.
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01 marzo 2016
In libreria
Alessandra De Nicola
La libertà di stampa è tutto.
Mario Borsa, cinquant'anni di giornalismo democratico
Rubbettino, Soveria Mannelli, 2016.
La libertà di stampa è tutto.
Mario Borsa, cinquant'anni di giornalismo democratico
Rubbettino, Soveria Mannelli, 2016.
Descrizione
Mario Borsa è stato scrittore, saggista e pubblicista di indiscussa capacità tecnica e stilistica. Per oltre venticinque anni fu un esponente di riferimento del "Secolo" di Milano, il principale quotidiano della democrazia italiana. Uomo dalla tempra ancora risorgimentale ebbe idee liberaldemocratiche: fu antimperialista, anti-triplicista e tra gli artefici dell'intervento nella Grande guerra. Nel primo dopoguerra, subendo "Il Secolo" la lenta penetrazione delle forze capitalistiche e l'inesorabile fascistizzazione, Borsa venne esautorato e fu costretto a dimettersi, ma poté testimoniare i momenti cruciali dell'instaurazione della dittatura attraverso le colonne del "Times" di Londra, di cui divenne corrispondente da Milano. Antifascista della prima ora, collaborò alle maggiori iniziative dell'opposizione legalitaria e clandestina. Strenuo assertore dell'indipendenza professionale, ispirò l'ultimo congresso libero della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e nel 1924 pubblicò Libertà di Stampa, pamphlet storico-politico contrario all'abolizione della libertà di espressione. Sorvegliato, diffidato, incarcerato: rappresentò una spina nel fianco del Regime tanto da essere internato nel 1940 per le sue idee che lo rendevano un "Italiano pericoloso". All'indomani della Liberazione, il prestigio e l'integrità mostrati nel corso della lunga carriera, ne fecero il candidato ideale alla direzione del "Corriere della Sera".
Mario Borsa è stato scrittore, saggista e pubblicista di indiscussa capacità tecnica e stilistica. Per oltre venticinque anni fu un esponente di riferimento del "Secolo" di Milano, il principale quotidiano della democrazia italiana. Uomo dalla tempra ancora risorgimentale ebbe idee liberaldemocratiche: fu antimperialista, anti-triplicista e tra gli artefici dell'intervento nella Grande guerra. Nel primo dopoguerra, subendo "Il Secolo" la lenta penetrazione delle forze capitalistiche e l'inesorabile fascistizzazione, Borsa venne esautorato e fu costretto a dimettersi, ma poté testimoniare i momenti cruciali dell'instaurazione della dittatura attraverso le colonne del "Times" di Londra, di cui divenne corrispondente da Milano. Antifascista della prima ora, collaborò alle maggiori iniziative dell'opposizione legalitaria e clandestina. Strenuo assertore dell'indipendenza professionale, ispirò l'ultimo congresso libero della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e nel 1924 pubblicò Libertà di Stampa, pamphlet storico-politico contrario all'abolizione della libertà di espressione. Sorvegliato, diffidato, incarcerato: rappresentò una spina nel fianco del Regime tanto da essere internato nel 1940 per le sue idee che lo rendevano un "Italiano pericoloso". All'indomani della Liberazione, il prestigio e l'integrità mostrati nel corso della lunga carriera, ne fecero il candidato ideale alla direzione del "Corriere della Sera".
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Storia del giornalismo,
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29 febbraio 2016
In libreria
Salvatore Merlo
Fummo giovani soltanto allora.
La vita spericolata del giovane Montanelli
Mondadori, Milano, 2016, 225 pp.
Descrizione
Fummo giovani soltanto allora.
La vita spericolata del giovane Montanelli
Mondadori, Milano, 2016, 225 pp.
Descrizione
Romanzo di formazione, cinematografico, movimentato, in cui il protagonista, imbevuto di letture e fantasie risorgimentali, si muove all'interno della Grande Storia, ci sbatte dentro, con incoscienza e ironia, con coraggio e infantilismo, a volte con iattanza, ma con un romantico gusto ottocentesco per l'avventura. Dall'esperienza coloniale (come volontario) in Africa Orientale alle corrispondenze di guerra per il «Corriere della Sera», dalle amicizie, non prive di scintille e contrasti, con Dino Buzzati, Curzio Malaparte, Galeazzo Ciano, ma soprattutto Leo Longanesi, fino al progressivo e tormentato distacco da Mussolini e dal regime, la prigionia a San Vittore e la fuga rocambolesca in Svizzera, Indro Montanelli ha condotto il suo lungo viaggio attraverso il fascismo (e la giovinezza) dimenandosi con la violenza e la voluttà di chi ce l'ha nel sangue di rompere e scuotere via ogni ceppo e catena. Il papà mazziniano lo voleva diplomatico, la mamma cattolica lo esortava all'autocontrollo, mentre il Regime e lo Stato volevano scandirgli l'esistenza e la giornata. Ma per lui la vita era una camera delle meraviglie, un teatro verso il quale bastava allungare un braccio per cogliere un'occasione. Fummo giovani soltanto allora ripercorre i tanti e avventurosi episodi che hanno costellato la giovinezza di Montanelli, così immersa nell'atmosfera culturale e politica della sua epoca da tramutarsi nell'affresco di un'intera generazione: quella dei tanti giovani italiani che il fascismo lo trovarono già nato e cresciuto, che vissero le contraddizioni di un secolo, il Novecento, ribollente e drammatico, contrassegnato da tensioni ideali violente e smodate, ma anche da furbo opportunismo e cinica realpolitik. Ma come ci ricorda l'autore in una delle tante pagine felici di questo libro, il Montanelli degli anni Trenta e Quaranta non è ancora il Montanelli stecca nel coro unanime del dopoguerra, «non è ancora l'italiano che si sente sempre altrove, sempre contro, sempre fuori, e che afferma il suo impegno civile sotto la specie di un affetto ombroso e sarcastico per l'Italia alle vongole. Indro viveva ancora, malgrado l'altalena degli umori, di passioni faziose, da italiano appunto». Nel tornare con il ricordo ai tempi della sua giovinezza, il vecchio giornalista era solito abbondonare la zavorra, ormai pesante e inutile, della spiegazione autoindulgente per mettersi in ascolto di se stesso e rispondere: «Sono i mie vent'anni, i miei stupidi e bellissimi vent'anni. E non li posso rinnegare».
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20 febbraio 2016
Umberto Eco
"[...] la comunicazione pesante era entrata in crisi verso la fine degli anni settanta. Sino ad allora lo strumento principe della comunicazione era il televisore a colori, una scatola enorme che troneggiava in modo ingombrante, emetteva nel buio bagliori sinistri e suoni capaci di disturbare il vicinato. Un primo passo verso la comunicazione leggera era stato fatto con l'invenzione del telecomando: con esso non solo lo spettatore poteva abbassare o addirittura azzerare l'audio ma anche eliminare i colori e lavorare di zapping. Saltellando tra decine e decine di dibattiti, di fronte a uno schermo in bianco e nero senz'audio, lo spettatore era già entrato in una fase di libertà creativa, detta «fase di Blob». Inoltre la vecchia tv, trasmettendo avvenimenti in diretta, ci rendeva dipendenti dalla linearità stessa dell' evento. La liberazione dalla diretta si è avuta col videoregistratore, con cui non solo si è realizzata l' evoluzione dalla Televisione al Cinematografo, ma lo spettatore è stato in grado di mandare le cassette all' indietro, sfuggendo così del tutto al rapporto passivo e repressivo con la vicenda raccontata. A questo punto si sarebbe potuto persino eliminare completamente l' audio e commentare la successione scoordinata delle immagini con colonne musicali di pianola, sintetizzata al computer; e - visto che le stesse emittenti, col pretesto di venire in aiuto ai non udenti, avevano preso l' abitudine di inserire didascalie scritte a commento dell' azione - si sarebbe pervenuti ben presto a programmi in cui, mentre due si baciano in silenzio, si sarebbe visto un riquadro con la scritta «Ti amo». In tal modo la tecnologia leggera avrebbe inventato il film muto dei Lumière. Ma il passo successivo era stato raggiunto con l' eliminazione del movimento dalle immagini. Con Internet il fruitore poteva ricevere, con risparmio neurale, solo immagini immobili a bassa definizione, sovente monocolori, e senza alcun bisogno del suono, dato che le informazioni apparivano in caratteri alfabetici sullo schermo. Uno stadio ulteriore di questo ritorno trionfale alla Galassia Gutenberg sarebbe stato - dicevo allora - l' eliminazione radicale dell'immagine. Si sarebbe inventata una sorta di scatola, pochissimo ingombrante, che emetteva solo suoni, e che non richiedeva neppure il telecomando, dato che si sarebbe potuto eseguire lo zapping direttamente ruotando una manopola. Pensavo di aver inventato la radio e invece stavo vaticinando l' avvento dell' I-Pod [...]".
Umberto Eco
Umberto Eco
"Repubblica", 31.1.2006.
17 febbraio 2016
I valori dell'Europa comunitaria
"Considerato l’andamento delle guerre in Siria, Somalia, Eritrea, Yemen e Sudan, ci si aspetta che gli ingressi e le richieste d’asilo non diminuiranno nel prossimo futuro, anche e soprattutto perché le migrazioni verso i Paesi europei sono espressione di una domanda dei valori che l’Ue oggi rappresenta. I valori della pace, della democrazia, dei diritti dell’uomo, dello Stato di diritto, della libertà e della mobilità. Il complesso di questi valori è conosciuto come acquis communautaire e costituisce l’insieme sedimentato di regole, disposizioni, politiche, trattati, accordi e decisioni che l’Ue ha adottato fin dalla sua origine. L’acquis communautaire, oltre a costituire la frontiera materiale e immateriale per gli Stati che desiderano integrarsi nell’Unione europea, è divenuta la motivazione principale per la quale i migranti decidono di attraversare le frontiere europee per inserirsi nella società europea."
Il Mulino.it, 17.2.2016
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13 febbraio 2016
In libreria
Alessandro Gazoia
Senza filtro. Chi controlla l'informazione
Senza filtro. Chi controlla l'informazione
Minimum Fax, Roma, 2016, 404 pp.
Descrizione
Chi ha, oggi, il potere sulla comunicazione? I canali tradizionali stanno perdendo sempre più peso a favore dei nuovi attori, i social media e il web, e lo strumento dominante non è più rinchiuso nelle pareti domestiche ma nelle nostre mani e nelle nostre tasche, lo smartphone. Nel ricambio tecnologico, gli strumenti di interpretazione e le nostre stesse coscienze stanno subendo una mutazione profonda. Il crollo delle usuali mediazioni fa sì che concetti fondamentali della democrazia, quali il diritto di parola e la libertà d'informazione, vengano ridiscussi accanto a nuove categorie, come l'imperante sharing economy e i dati azionari, e parole come "inconscio" e "mercato" si miscelino in combinazioni diverse. Tutti siamo coinvolti: la stessa salute democratica passerà dalla nostra consapevolezza di fruitori e produttori di informazione. Alessandro Gazoia si inserisce nel dibattito internazionale, interrogando insieme il lettore sulla sua capacità di creare una coscienza critica individuale che vada a formare una nuova opinione pubblica.
Chi ha, oggi, il potere sulla comunicazione? I canali tradizionali stanno perdendo sempre più peso a favore dei nuovi attori, i social media e il web, e lo strumento dominante non è più rinchiuso nelle pareti domestiche ma nelle nostre mani e nelle nostre tasche, lo smartphone. Nel ricambio tecnologico, gli strumenti di interpretazione e le nostre stesse coscienze stanno subendo una mutazione profonda. Il crollo delle usuali mediazioni fa sì che concetti fondamentali della democrazia, quali il diritto di parola e la libertà d'informazione, vengano ridiscussi accanto a nuove categorie, come l'imperante sharing economy e i dati azionari, e parole come "inconscio" e "mercato" si miscelino in combinazioni diverse. Tutti siamo coinvolti: la stessa salute democratica passerà dalla nostra consapevolezza di fruitori e produttori di informazione. Alessandro Gazoia si inserisce nel dibattito internazionale, interrogando insieme il lettore sulla sua capacità di creare una coscienza critica individuale che vada a formare una nuova opinione pubblica.
12 febbraio 2016
Leo Longanesi
Francesco Giubilei ci descrive nei minimi dettagli la vita, la carriera e il pensiero di Leopoldo (detto Leo) Longanesi, una delle figure più poliedriche che la storia del giornalismo e dell’editoria italiani ricordino. Longanesi era insieme giornalista, scrittore, editore, aforista ma anche pittore, scultore, fotografo, autore di disegni e schizzi.
Romagnolo, da giovanissimo aderisce al fascismo. Il rapporto di amore-odio che avrà con esso resterà sempre uno dei tratti peculiari delle sue opere. Così come sarà peculiare la sua analisi e visione critica della società italiana. Soprattutto nel periodo all’indomani della seconda guerra mondiale, quando rimpiange con nostalgia il ventennio fascista e non riesce ad adattarsi alla nuova Italia repubblicana e democratica che sta nascendo. Sarà proprio in questi anni che arriverà la sua critica più aspra alla borghesia italiana, che secondo lui adesso ha anche vizi ben peggiori di quelli che aveva nel periodo fascista. Anche con la borghesia ebbe un rapporto ambivalente: nei confronti di essa alternava articoli ammiccanti, i cui lettori di riferimento erano gli appartenenti alla classe media, con feroci attacchi.
Da notare come la rivista su cui pubblicava tutti questi suoi scritti si chiamasse proprio Il borghese (una delle sue più importanti creazioni). Se a questo aggiungiamo il fatto che nacque in una famiglia medio-borghese, allora comprendiamo la scelta di Giubilei di dare al titolo del libro il sottotitolo di Il borghese conservatore, che suona decisamente come un ossimoro.
Personaggio sui generis, con la battuta sempre pronta e dal sarcasmo pungente, aveva uno stile tutto suo, unico e inconfondibile, sia quando scriveva sia quando disegnava. Per lui era molto importante curare tutto nei minimi dettagli, affinché ogni rivista e ogni libro avesse il miglior aspetto possibile, tale da attirare il lettore. Così come era molto importante il ruolo della fotografia, poiché una commistione tra testo e immagini assicurava al lettore una maggiore comprensione.
Longanesi fu uno dei più geniali intellettuali italiani. Rivoluzionò per sempre il modo di fare e di concepire il giornalismo e l’editoria in Italia: a lui dobbiamo l’invenzione dei settimanali d’informazione nel nostro paese. Era il 1937, quando fondò Omnibus, una rivista settimanale per le masse vicina alle posizioni del regime, che tuttavia la censura fascista chiuderà due anni dopo, nel 1939. Negli anni cinquanta, da Omnibus avrebbe preso spunto il rotocalco, uno dei tipi di rivista più diffusi in Italia.
A tutt’oggi, la casa editrice Longanesi & C., da lui fondata nel 1946 e per la quale pubblicò molti dei suoi libri, continua a essere uno dei principali gruppi editoriali italiani.
Fu anche un talent scout: tre grandi scrittori italiani come Dino Buzzati, Vitaliano Brancati ed Ennio Flaiano furono scoperti da lui.
Eppure, già da qualche anno, sulla figura di Longanesi è calata una coltre di silenzio, e i suoi meriti non sono adeguatamente riconosciuti.
Romagnolo, da giovanissimo aderisce al fascismo. Il rapporto di amore-odio che avrà con esso resterà sempre uno dei tratti peculiari delle sue opere. Così come sarà peculiare la sua analisi e visione critica della società italiana. Soprattutto nel periodo all’indomani della seconda guerra mondiale, quando rimpiange con nostalgia il ventennio fascista e non riesce ad adattarsi alla nuova Italia repubblicana e democratica che sta nascendo. Sarà proprio in questi anni che arriverà la sua critica più aspra alla borghesia italiana, che secondo lui adesso ha anche vizi ben peggiori di quelli che aveva nel periodo fascista. Anche con la borghesia ebbe un rapporto ambivalente: nei confronti di essa alternava articoli ammiccanti, i cui lettori di riferimento erano gli appartenenti alla classe media, con feroci attacchi.
Da notare come la rivista su cui pubblicava tutti questi suoi scritti si chiamasse proprio Il borghese (una delle sue più importanti creazioni). Se a questo aggiungiamo il fatto che nacque in una famiglia medio-borghese, allora comprendiamo la scelta di Giubilei di dare al titolo del libro il sottotitolo di Il borghese conservatore, che suona decisamente come un ossimoro.
Personaggio sui generis, con la battuta sempre pronta e dal sarcasmo pungente, aveva uno stile tutto suo, unico e inconfondibile, sia quando scriveva sia quando disegnava. Per lui era molto importante curare tutto nei minimi dettagli, affinché ogni rivista e ogni libro avesse il miglior aspetto possibile, tale da attirare il lettore. Così come era molto importante il ruolo della fotografia, poiché una commistione tra testo e immagini assicurava al lettore una maggiore comprensione.
Longanesi fu uno dei più geniali intellettuali italiani. Rivoluzionò per sempre il modo di fare e di concepire il giornalismo e l’editoria in Italia: a lui dobbiamo l’invenzione dei settimanali d’informazione nel nostro paese. Era il 1937, quando fondò Omnibus, una rivista settimanale per le masse vicina alle posizioni del regime, che tuttavia la censura fascista chiuderà due anni dopo, nel 1939. Negli anni cinquanta, da Omnibus avrebbe preso spunto il rotocalco, uno dei tipi di rivista più diffusi in Italia.
A tutt’oggi, la casa editrice Longanesi & C., da lui fondata nel 1946 e per la quale pubblicò molti dei suoi libri, continua a essere uno dei principali gruppi editoriali italiani.
Fu anche un talent scout: tre grandi scrittori italiani come Dino Buzzati, Vitaliano Brancati ed Ennio Flaiano furono scoperti da lui.
Eppure, già da qualche anno, sulla figura di Longanesi è calata una coltre di silenzio, e i suoi meriti non sono adeguatamente riconosciuti.
Giuseppe Albergamo
Francesco Giubilei
Leo Longanesi. Il borghese conservatore
Odoya, Bologna, 2015
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11 febbraio 2016
Viaggi attraverso l’Oriente
L’India e la Cina sono due colori: il rosso dei sari, delle pitture e il verde delle campagne. Carlo Levi descrive nei suoi reportages un mondo diverso, fatto di luoghi immersi nella magia dell’antico: gli abitanti sono i contadini, i bambini, le donne, i mendicanti. L’India è la terra dei poeti, dove ancora le rappresentazioni a teatro sono cantate e piene di epiteti, la Cina è il paese della forza del cambiamento.
Le città che vengono descritte non sono solo i grandi centri, ma soprattutto i villaggi, dove il tempo scorre lento, seguendo il ritmo delle stagioni. È difficile trovare scuole, si suona buona musica e si accolgono gli ospiti con antichi rituali. L’autore descrive le persone che incontra con minuziosità, coglie ogni particolare, ad esempio il bambino che porta un carico di fieno sulle spalle e che si appoggia a un albero, con uno sguardo “quasi morto in un incanto di solitudine”. Levi presenta queste figure con dei colori che potrebbero essere paragonati a quelli delle fotografie di Steve McCurry.
Nelle grandi città dell'India il tempo scorre frenetico sui marciapiedi affollati da mendicanti, venditori e coolies, molti si propongono come guide turistiche per guadagnare qualche rupia.
Le città che vengono descritte non sono solo i grandi centri, ma soprattutto i villaggi, dove il tempo scorre lento, seguendo il ritmo delle stagioni. È difficile trovare scuole, si suona buona musica e si accolgono gli ospiti con antichi rituali. L’autore descrive le persone che incontra con minuziosità, coglie ogni particolare, ad esempio il bambino che porta un carico di fieno sulle spalle e che si appoggia a un albero, con uno sguardo “quasi morto in un incanto di solitudine”. Levi presenta queste figure con dei colori che potrebbero essere paragonati a quelli delle fotografie di Steve McCurry.
Nelle grandi città dell'India il tempo scorre frenetico sui marciapiedi affollati da mendicanti, venditori e coolies, molti si propongono come guide turistiche per guadagnare qualche rupia.
La Cina è un paese cresciuto senza religione, seguendo la
morale della ragione. Levi è colpito soprattutto dalle persone. Gli uomini
sembrano tutti uguali nel loro modo ordinato di comportarsi, al punto che se ci
si immerge in questo mondo basato sulla collettività ci si vergogna quasi del
principio di personalità occidentale. È un grande corpo dalla bellezza
unitaria. Dice che ad un primo sguardo è quasi difficile scorgere la presenza
delle donne, che in realtà sono moltissime e hanno compiuto una grande
rivoluzione per conquistarsi il loro spazio nella società.
Levi parla delle grandi rivoluzioni di crescita che hanno dovuto affrontare questi paesi, che ancora però sono fortemente influenzati dai governi precedenti. I due paesi sono legati da una immensa grandezza e un difficile equilibrio da mantenere. Esiste una grande disparità tra le risorse del territorio e la popolazione.
Tutto ciò con cui viene a contatto nei suoi viaggi deve essere trasmesso nel modo più dettagliato e fedele possibile al lettore, in qualche modo regala un’avventura.
I reportages raccolti in questo volume vennero pubblicati a puntante sul quotidiano "La Stampa", tra il 1957 e il 1959. L’autore è ricordato soprattutto per Cristo si è fermato ad Eboli, romanzo autobiografico che racconta il suo periodo di confino in Lucania durante il regime fascista.
Tutto ciò con cui viene a contatto nei suoi viaggi deve essere trasmesso nel modo più dettagliato e fedele possibile al lettore, in qualche modo regala un’avventura.
I reportages raccolti in questo volume vennero pubblicati a puntante sul quotidiano "La Stampa", tra il 1957 e il 1959. L’autore è ricordato soprattutto per Cristo si è fermato ad Eboli, romanzo autobiografico che racconta il suo periodo di confino in Lucania durante il regime fascista.
Arianna Pronestì
Carlo Levi
Buongiorno, Oriente.
Reportages dall’India e dalla Cina
Donzelli Editore, Roma, 2014, pp. 240.
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10 febbraio 2016
Ieri e oggi: viaggio nel giornalismo di guerra
“Il giornalismo di guerra fa parte della logica delle cose, è nella natura dell’uomo, non sta a noi giudicare se le guerre sono giuste o sbagliate, l’importante è raccontarle e dare ai nostri lettori le ragioni delle due parti”.
Queste sono le parole dell’inviato speciale del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi da cui Letizia Magnani avvia
la sua riflessione sul giornalismo di guerra, in particolare sul cambiamento
che lo ha permeato negli ultimi venti anni. Le volontà dell’autrice sono chiare
fin dall’inizio: da un lato, vuole capire chi è e che cosa fa il corrispondente
di guerra, com’é il giornalismo visto con gli occhi di fa questo lavoro.
Dall’altro, vuole tentare di comprendere le ultime guerre in relazione dei
diversi media e delle diverse risorse impiegate, e il rapporto fra media e
potere sul tema dell’informazione, della censura e della propaganda. Per farlo,
si avvale delle conversazioni avute con trentatré giornalisti inviati in giro
per l’Italia e del confronto con molti altri giornalisti incontrati nelle
redazioni di testate nazionali e locali. Come è cambiato il loro mestiere? Come
sono cambiate le guerre? Come la società? Dai dati raccolti si desume che si
possa parlare di una specificità del giornalismo di guerra in Italia dai primi
anni Ottanta, quando le redazioni dei giornali iniziano a mandare gli inviati nei
luoghi dove si consumano le crisi internazionali, ad oggi. Questo lasso di
tempo si può suddividere in tre periodi:
· - dal 1979 (guerra
in Afghanistan) o dal 1982 (guerra in Libano): nasce la vera e propria
categoria dei giornalisti di guerra;
· - dal 1989 o dal
1991, con il crollo del muro di Berlino e la guerra del Golfo: in questo
periodo la televisione assume un ruolo preponderante, e il giornalismo classico è costretto a ripensarsi in
forme nuove, prima sotto la pressione del piccolo schermo e poi sotto quella
dei nuovi media, cambiando anche il rapporto fra poteri;
· - dall’11
settembre 2001 a oggi, dove non ci sono più campi di battaglia o dichiarazioni
di guerra, adesso il nemico è il “terrorismo internazionale” in nome del quale
vengono meno gli accordi internazionali,
per cui anche il rapporto tra potere e media cambia. Gli inviati,
secondo la definizione di Ennio Remondino (RAI) durante un’intervista, “sono
sempre più spesso conduttori prestati alla guerra e sempre meno giornalisti che
esercitano il giornalismo del dubbio”, i cosiddetti embedded che seguono le truppe.
Tra
i giornalisti intervistati da Magnani ce ne sono alcuni più anziani, che si
occupavano dei fatti del mondo durante gli anni Ottanta: Bernardo Valli, Ettore
Mo, Mimmo Candito e Roberto Fabiani, Alfredo Passarelli e Ulderico Piernoli.
Altri più giovani, come Claudio Monici, Alberto Negri, Lorenzo Bianchi, Toni
Fontana, Gabriel Bertinetto, Franco di Mare, Ferdinando Pellegrini, Antonio
Ferrari, Lorenzo Cremonesi, Giovanni Botteri, Gian Micalessin, Gabriella
Simoni, Pietro Veronese, Renato Caprile, Franco Maria Piddu, Alberto Bobbio,
Maria Cuffaro, Tiziano Ferrario, Francesco Battistini e Luca Geronico: quasi
tutti hanno iniziato la loro esperienza di inviati di guerra nei primi anni
Ottanta o nel Libano nel 1982 o in Medio Oriente. Altri giornalisti qui
intervistati sono a capo delle redazioni estere, come Gianni Perrelli, Nicola
Lombardozzi e Gianfranco D’Anna. Altri ancora sono anche teorici del mestiere,
come Marco Guidi, Ennio Remondino, Sandro Petrone.
Chi
è il corrispondente di guerra e come lo diventa? Cosa fa il giornalista
proiettato in uno scenario bellico? E ancora: come è cambiato il mestiere
dell'inviato di guerra? E le guerre? Cosa sappiamo davvero dei fronti di guerra?
Quanto e come agisce la censura? Letizia Magnani inizia il suo lavoro con una
premessa metodologica dove espone i metodi, gli strumenti e gli scopi della
ricerca svolta, compresa una bozza di domande di cui si serve come traccia per
condurre le interviste-conversazioni con gli inviati, che verranno poi
declinate in base all’interlocutore. Si passa poi all’esposizione dei temi
oggetto del suo studio attraverso le interviste agli inviati, in primo luogo
l’argomento di chi sia e cosa faccia il giornalista di guerra. Attraverso le testimonianze
riportate emerge una sorta di identikit del giornalista di guerra: egli
registra i fatti del mondo, è il testimone di ciò che accade e riporta i fatti
come notizie, magari “sul tamburo” (Ettore Mo) sceglie le fonti e ne determina
l’attendibilità. Deve essere mosso da curiosità e passione, spirito critico e
consapevolezza dei rischi della professione. Il giornalista di guerra è un
“curioso giramondo, con un pizzico di gusto per l’avventura, una dose di
egocentrismo e una passione per la politica internazionale, mosso dall’insana
ambizione di raccontare storie tristi raggiungendo luoghi da cui la gente
normale preferisce scappare” (Gian Micalessin) che “va là dove le cose accadono
davvero” (Roberto Fabiani) per “capire e per far capire” (Marco Guidi). Il
giornalista racconta ciò che vive, cioè la guerra vera, in maniera più diretta
rispetto a tutto il resto del mondo.
Nel
terzo capitolo viene analizzato il rapporto fra poteri: quello dei media da un
lato e quello della politica e militare dall’altro, con una riflessione su come
agiscono censura e autocensura. Mimmo Candito afferma che si instaura un
rapporto triangolare “fra il giornalista di guerra e la guerra (meglio fra il
giornalismo e la guerra), mettendo come terzo elemento di questo triangolo il
potere, cioè la gestione e il controllo dell’informazione che poi diventa la
notizia nelle mani del giornalista”.
Nel
quarto capitolo l’autrice affronta il problema del modo di fare giornalismo,
quello nuovo e quello vecchio, e il suo rapporto con la storia. Giornalista e
storico, infatti, sono mestieri affini ma al tempo stesso diversi: al centro
del loro lavoro ci sono la comprensione e la narrazione delle storie umane. Ma
lo storico raramente vive la guerra: in genere egli la studia a distanza di
tempo, mentre il giornalista inviato è incollato alla guerra, la segue da
vicino, vive ogni sua vicenda, dunque è parte integrante della storia stessa. Lavora
quando le cose avvengono, mentre avvengono, addirittura a volte muore in esse,
lo storico no; eppure entrambi tentano di comprendere.
Negli
ultimi capitoli, Letizia Magnani analizza altri elementi del nuovo giornalismo,
come i conflitti dimenticati e le donne giornaliste, per poi lasciare spazio
alle esperienze personali dei giornalisti inviati, la cui collezione dà una
visione d’insieme della categoria in Italia. Questi giornalisti non sono “eroi”
né “villani” (Alberto Negri), ma persone curiose, aperte al confronto e alla
ricerca costante.
Il
lavoro di Laura Magnani si conclude riassumendo il concetto preponderante della
sua ricerca: il giornalista di guerra, l’inviato speciale, che si fa testimone
della realtà, indaga, vuole comprendere, non esiste più. Questa figura è
cambiata così come sono cambiate le guerre e la società in generale: il
giornalista non è più da solo a seguire le guerre da vicino, i sistemi
mediatici hanno assunto n ruolo sempre più importante rispetto al singolo; ciononostante
la voce del corrispondente di guerra è vista dall’autrice come una figura
indispensabile per una società democratica, perché può fornire un racconto
soggettivo e preciso. Egli ha un ruolo civile, etico, che è fondamentale nella
società dell’informazione odierna.
Silvia
Marcenaro
Magnani Letizia
C'era una volta la guerra... e chi la raccontava:
da Iraq a Iraq.
Storia di un giornalismo difficile
Edizioni Associate, Roma,
2008, 570 pp.
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Giornalismo di guerra,
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Politica internazionale,
Recensione
09 febbraio 2016
Il giornalismo culturale: un bilancio in continuo aggiornamento
Gli scritti sul giornalismo hanno molto in comune con il giornalismo stesso: l'ambito di riferimento è quello della labilità, del tempo che passa e si lascia alle spalle in un batter d'occhio fatti, dati, realtà. Ne è il perfetto esempio Il giornalismo culturale di Giorgio Zanchini, dato alle stampe per la prima volta nel 2009 e bisognoso di aggiornamento a soli quattro anni dalla pubblicazione. Nella nuova edizione del 2013, infatti, la prefazione chiarisce subito come i tempi della rivoluzione digitale in atto impediscano di adagiarsi sugli allori. Il mondo della comunicazione e dei media si evolve costantemente, e con esso si evolvono i modi di fare e di intendere il giornalismo culturale. Giornalismo culturale di cui Zanchini può parlare a ragion veduta, essendo egli giornalista e conduttore radiofonico di RAI Radio3.
Interessante il punto di partenza,
nient'affatto scontato: cosa si intende per giornalismo culturale? Cosa si intende
per cultura? L'autore fa notare come il termine “cultura” sia «tra i più
complessi e polisemici dell'intero vocabolario», come con il tempo abbia via
via inglobato al suo interno tutta una gamma di attività umane che prima non
venivano considerate culturali in senso stretto. La storia del giornalismo
culturale non può essere isolata da quella del giornalismo, e Zanchini ne
racconta le fasi principali, partendo dalle gazzette del Settecento, passando
per la Terza pagina, le riviste, gli inserti culturali, fino ad approdare ai
blog letterari. E non c'è solo la carta, la parola scritta: anche in radio si
fa giornalismo culturale, anche in televisione, anche sul web. All'aumentare
dei media, il giornalismo culturale ha saputo adattarsi e si è rivelato transmediale,
e l'autore ne dà abilmente dimostrazione con dovizia di esempi.
È anche di mercato che si parla, in questo libro, e di come il
giornalismo debba farci inevitabilmente i conti, oggi come tre secoli fa.
Zanchini non ce lo nasconde: i dati non sono incoraggianti, soprattutto per
quanto riguarda gli italiani e le loro abitudini di lettura. Pochi lettori
forti, pressoché infinite fonti, testate, firme desiderose di farsi leggere e
consultare. In modo particolare adesso, con tutto ciò che internet ha da
offrire, può risultare davvero difficile barcamenarsi in questo mare di
notizie, informazioni, recensioni e riflessioni. Ed è qui che entra in gioco il
mediatore, il giornalista culturale: «sono molti a sostenere che la realtà sia
troppo complessa e la giornata delle persone troppo limitata perché venga meno
il bisogno di intermediari». Con una tale sovrabbondanza di contenuti si sente
più che mai il bisogno di qualcuno in grado di aprire la strada, di fare da
guida.
Giorgio Zanchini
Il giornalismo culturale
Carocci, Roma 2013, 160 pp.
____
08 febbraio 2016
Tutti sorvegliati?
Ci siamo tutti, siamo tutti lì, come in un piccolo paese si sa tutto
di tutti: chi tradisce, chi va in vacanza, dove e quanto ha speso.
Ma è più grande di un paese, molto, è il mondo e il nostro vicino sta
dall'altra parte dell'emisfero; e ci sono i
cattivi che possono rovinare questo paese con tutto quello che sanno....
un' intelligenza malvagia che può privarci della libertà.
Non è un film, è internet e le chiacchiere sono le
tracce che noi lasciamo nella rete e dicono tutto di noi a chi ci vuole
controllare mentre navighiamo in questo spazio virtuale assaporando la libertà e nuove conoscenze.
Questi sono gli argomenti trattati nel
libro, appena edito di G. Ziccardi, professore di informatica giuridica e
coordinatore del corso di perfezionamento in Investigazioni digitali presso la
Facoltà
di Giurisprudenza dell'Università degli studi di Milano che, nel testo ha particolare
riguardo ad aspetti tecnici e giuridici inerenti l'uso di internet delle
odierne tecnologie: dai cellulari ai droni, dal security by design al GlobalLeaks passando per microspie e profili
di sicurezza.
Una traccia affiancata sempre
dall'attenzione ai diritti del singolo fino ai diritti in internet.
La teoria trova
riscontri in fatti, recentemente verificatisi, di portata mondiale come i noti
Wikileaks e Datagate e si sviluppa in considerazioni di ordine
politico,giudiziario e legislativo con la citazione di esperti delle varie
discipline: dal Presidente S. Rodotà a Julian Assange, da David Lyon, uno
dei teorici più
noti relativamente ai problemi correlati alla sorveglianza nell'età,
moderna a Geoffrey R. Stone, lo studioso incaricato da Barak Obama di
proporre, nell'ambito dei lavori di una commissione appositamente creata, idee
riformatrici della National
Security Agency.
Lo studio approfondisce in particolare gli aspetti legati
alla sorveglianza ma non tralascia alcuni suggerimenti tecnici a tutela del
singolo e della privacy attraverso i quali potrebbe passare l'apertura ad uno
scenario nuovo e positivo che argini ed escluda la sorveglianza globale.
L'induzione a nuovi comportamenti dell'utente che , mentre
garantiscono la protezione dei dati, restituiscono valore alla sfera intima del soggetto.
Partendo da un'idea bibliografica orwelliana, attraverso una
filmografia di genere, il libro di Ziccardi imposta, in una godibilissima
lettura, i profili di una materia che può
apparire solo per addetti ai lavori ma che invece pervade le nostre vite e che è bene conoscere se vogliamo continuare ad avere di queste
ultime il controllo e, possibilmente, migliorarne i contenuti senza cederne,
inconsapevolmente, i diritti a terzi.
Cinzia Aluigi
Giovanni Ziccardi
Internet, controllo e libertà.
Trasparenza, sorveglianza e segreto
nell'era tecnologica
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015, 252 pp.
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Libreria,
Recensione,
Web
06 febbraio 2016
In libreria
Gian Piero Galeazzi
L’inviato non nasce per caso
Rai-Eri, Roma, 2016, 280 pp.
L’inviato non nasce per caso
Rai-Eri, Roma, 2016, 280 pp.
Descrizione
L’inviato non nasce per caso è il principio ispiratore che ha animato tutta la carriera giornalistica di Gian Piero Galeazzi e che dà il titolo a questo libro. È il suo personale grido di battaglia che lo ha accompagnato nella lunga carriera iniziata negli anni '70 al Giornale Radio, al seguito dei grandi maestri come Sandro Ciotti, Enrico Ameri e Guglielmo Moretti, e proseguita in Tv nel Tg1 di Emilio Rossi e nella redazione sportiva di Tito
Stagno, al fianco di Beppe Viola. Sempre con l’obiettivo di portare a casa il “pezzo” ad ogni costo per raccontare il grande sport italiano einternazionale: dai Mondiali di calcio ai più importanti incontri di tennis degli Internazionali di Roma e della Coppa Davis, dal grande calcio italiano alle appassionanti imprese del canottaggio azzurro che hanno entusiasmato gli italiani e che la sua voce ha reso indimenticabili. È un racconto autobiografico che mostra, attraverso le luci dell’anima, le stagioni più intense della sua vita, un viaggio appassionante che porta un giovane cronista a diventare un inviato di razza sempre pronto ad esaltare i primati
dello sport mondiale.
Stagno, al fianco di Beppe Viola. Sempre con l’obiettivo di portare a casa il “pezzo” ad ogni costo per raccontare il grande sport italiano einternazionale: dai Mondiali di calcio ai più importanti incontri di tennis degli Internazionali di Roma e della Coppa Davis, dal grande calcio italiano alle appassionanti imprese del canottaggio azzurro che hanno entusiasmato gli italiani e che la sua voce ha reso indimenticabili. È un racconto autobiografico che mostra, attraverso le luci dell’anima, le stagioni più intense della sua vita, un viaggio appassionante che porta un giovane cronista a diventare un inviato di razza sempre pronto ad esaltare i primati
dello sport mondiale.
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02 febbraio 2016
In libreria
Ivano Granata
L'"Omnibus" di Leo Longanesi
Politica e cultura (aprile 1937-gennaio 1939)
Franco Angeli, Milano, 2016, 280 pp.
Descrizione
Il settimanale “Omnibus”, uscito nell’aprile 1937 e diretto da Leo Longanesi, segnò una tappa nel giornalismo. Ispirato a modelli internazionali, esso viene ritenuto, per l’importanza data alla fotografia, il prototipo del rotocalco moderno che avrebbe trovato la propria consacrazione negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Oltre a contribuire a sprovincializzare, sotto certi punti di vista, la stampa, “Omnibus” si distinse, negli anni del regime fascista, per originalità, vitalità, spregiudicatezza e anticonformismo. Queste peculiarità gli procurarono tuttavia, nonostante la fede mussoliniana di Longanesi, l’ostilità di una parte del mondo fascista, finché il duce, nel gennaio 1939, decise la soppressione della rivista. L’atteggiamento del settimanale e la sua sbrigativa fine hanno contribuito a collocare “Omnibus” nell’ambito della cosiddetta “fronda” fascista, la corrente schierata su posizioni critiche, e addirittura a far ritenere che in esso ci sia stato spazio anche per lo sviluppo dell’antifascismo. Ad anni di distanza una rilettura critica di “Omnibus” consente di verificare, senza pregiudizi, la veridicità delle tesi in merito all’atteggiamento assunto nei confronti della fronda e dell’antifascismo e di definire meglio la posizione della rivista verso il regime.
Indice: Premessa / La nascita di “Omnibus” / Il fascismo di Longanesi / Una rivista frondista? / La politica interna / La politica estera / La cultura (Il cinema; Il teatro; La musica; Architettura e urbanistica) / La fotografia / “Omnibus”, una “palestra di antifascismo”? / La soppressione / Indice dei nomi.
L'"Omnibus" di Leo Longanesi
Politica e cultura (aprile 1937-gennaio 1939)
Franco Angeli, Milano, 2016, 280 pp.
Descrizione
Il settimanale “Omnibus”, uscito nell’aprile 1937 e diretto da Leo Longanesi, segnò una tappa nel giornalismo. Ispirato a modelli internazionali, esso viene ritenuto, per l’importanza data alla fotografia, il prototipo del rotocalco moderno che avrebbe trovato la propria consacrazione negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Oltre a contribuire a sprovincializzare, sotto certi punti di vista, la stampa, “Omnibus” si distinse, negli anni del regime fascista, per originalità, vitalità, spregiudicatezza e anticonformismo. Queste peculiarità gli procurarono tuttavia, nonostante la fede mussoliniana di Longanesi, l’ostilità di una parte del mondo fascista, finché il duce, nel gennaio 1939, decise la soppressione della rivista. L’atteggiamento del settimanale e la sua sbrigativa fine hanno contribuito a collocare “Omnibus” nell’ambito della cosiddetta “fronda” fascista, la corrente schierata su posizioni critiche, e addirittura a far ritenere che in esso ci sia stato spazio anche per lo sviluppo dell’antifascismo. Ad anni di distanza una rilettura critica di “Omnibus” consente di verificare, senza pregiudizi, la veridicità delle tesi in merito all’atteggiamento assunto nei confronti della fronda e dell’antifascismo e di definire meglio la posizione della rivista verso il regime.
Indice: Premessa / La nascita di “Omnibus” / Il fascismo di Longanesi / Una rivista frondista? / La politica interna / La politica estera / La cultura (Il cinema; Il teatro; La musica; Architettura e urbanistica) / La fotografia / “Omnibus”, una “palestra di antifascismo”? / La soppressione / Indice dei nomi.
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