Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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05 dicembre 2017

In libreria

Flavio Fusi
Cronache infedeli
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
Descrizione
Un diario di viaggio. Un viaggio di trent’anni attraverso i cambiamenti di un mondo in tumulto. Nuove geografie e frontiere, fragili paesi che nascono, antiche nazioni che si spengono come stelle fredde, intere comunità costrette all’esilio. Da Sarajevo assediata a Berlino liberata dal Muro, da New York inginocchiata davanti alle rovine delle Twin Towers a Mosca che maledice il proprio passato, il cronista raccoglie e racconta, cercando di mettere ordine nel caos che lo circonda. Il cronista è un testimone incantato: di notte vengono a trovarlo in sogno gli spettri benevoli dei compagni che ha incontrato lungo i sentieri dell’Africa, nei villaggi massacrati dell’America Latina e dei Balcani, nelle province dell’Impero sovietico in agonia. Il cronista non è un giudice, ma sempre e soltanto un complice. Un libro di memorie, sogni e ricordi. Una storia vera, autentica e infedele: una storia, in fondo, sommamente bugiarda.
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02 dicembre 2017

Salsa & Chips 2017: così si è evoluto il giornalismo



La recente esplosione del fenomeno Internet offre al giornalismo possibilità straordinarie per rinnovarsi”.

È questa frase di Franco Carlini, a cui è stato dedicato il convegno, il punto fermo attorno al quale si è svolto l’evento Chips&Salsa che ha avuto luogo a Palazzo Ducale nella mattinata del 1 Dicembre 2017.
Franco Carlini lo aveva intuito già a partire dagli anni ’90: la rete impegnerà tutti i settori. E così all’evento hanno partecipato non solo giornalisti, ma anche professionisti in altri ambiti interessati al mondo del giornalismo.
Ai professionisti ospiti di questo convegno non piace parlare di crisi del giornalismo, quanto piuttosto di un forte cambiamento, di nuovi modi di lavorare e di sperimentare. Già nel 1997 Franco Carlini affermava “Come la radio non è stata spiazzata dalla televisione, ma vive perfino un nuovo momento felice, così anche i giornali di carta possono riscoprire il motivo più profondo, quello più utile per cui il lettore li va cercando”, a sostegno del fatto che internet e la rete e, più in generale, la trasformazione digitale, non sono un ostacolo per il giornalismo, ma uno strumento di sostegno e di rinnovo. Il mondo del web ha, per esempio, permesso ai giornali di sottrarsi dal tipico ”impoverimento” della notizia dettato dal poco spazio disponibile sulla carta stampata, permettendo di acquisire più spazio e maggiore libertà di scrittura.
Rispetto al modo di fare giornalismo di qualche decennio fa, e agli strumenti allora disponibili, oggi lo scenario è completamente rinnovato. La rete, e in particolare i social network, hanno offerto al mondo del giornalismo e della comunicazione nuove possibilità di cambiamento: cambiamento nel metodo di produzione delle notizie, cambiamento del pubblico, sempre più ampio e variegato, e cambiamento del prodotto. Ciò che non è cambiato sono i valori professionali.
Il profondo cambiamento avvenuto, soprattutto nell’ultimo ventennio, nella professione del giornalista, ha permesso ai professionisti di diventare inventori del proprio lavoro, osando e sperimentando.
Soprattutto nell’ultimo decennio, anche professionisti di altri settori hanno studiato il giornalismo e hanno, con esso, lavorato, sfruttando tutte le possibilità di conoscenza date dal web. Ne sono un esempio Matteo Moretti, il quale si occupa di visual journalism facendo un ampio uso di metafore visive, e Federico Mazzoleni, ideatore del progetto Graphic News, che ha scelto di fare informazione attraverso il fumetto, e permettendo di raccontare con maggiore facilità temi complessi come quelli di carattere scientifico.
Il mondo del giornalismo è senza dubbio cambiato, e con esso i metodi di lavoro dei singoli giornalisti, ma non per questo è giunto al capolinea: imparando a governare correttamente gli strumenti a nostra disposizione e accettando il progresso, possiamo dare vita a una nuova era del giornalismo.
 Roberta Condò


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30 novembre 2017

Facebook: vetrina, media o curriculum vitae?

Tutti pazzi per Facebook: i numeri del social network ideato nel 2004 da Mark Zuckerberg sono da capogiro. Con i suoi 30 milioni di utenti attivi al mese (24 milioni al giorno), è il social più usato degli ultimi anni, subito seguito dall’altrettanto popolare Youtube.
Trenta milioni: ovvero il 50% della popolazione fisica e il 97% di quella connessa, secondo i dati raccolti da Wired.it.
Ma cosa è cambiato negli ultimi anni grazie all’utilizzo massiccio di questo social network? E’ quanto si è dibattuto nella sede di Confindustria di Genova oggi, 30 novembre 2017, con la dottoressa Daniela Boccadoro Ameri e alcuni professionisti che hanno fatto del mondo social un trampolino di lancio e uno strumento di sviluppo per il proprio mestiere. Facebook ha rivoluzionato il mondo del mercato: lo ha privato dei confini fisici cui era legato e ha fatto nascere nuove esigenze tanto in ambito commerciale quanto in ambito di comunicazione. Un canale così utilizzato può essere una vetrina insostituibile, oppure una spada di Damocle oscillante sulla testa: la reputazione online diventa vincolante, nonostante sia intangibile, e saper sfruttare questo mezzo è necessario per non diventare vittime di quegli algoritmi che lo regolano e che mostrano all’utenza solo il 16% degli aggiornamenti che vengono postati.
Usato come alleato e non come nemico, Facebook può essere una macchina comunicativa senza pari: tanto per la pubblicità quanto per la politica, per il raggiungimento di fini commerciali oppure per l’acquisizione di voti elettorali, come ben si è visto con le ultime presidenziali USA (ma anche con il referendum costituzionale dello scorso dicembre in Italia).
Saper mettere in atto una strategia su Facebook apre le porte in qualunque campo: grazie a quei numeri già citati, il fenomeno-social non può più essere privato di attenzione. E così, Facebook diventa una vetrina per il commercio, ma anche un media, per il dilagare sempre più rapido di notizie postate non da giornalisti, ma da persone comuni, che tramite foto, video, storytelling (le “dirette” di cui si fa un uso forse spropositato oggi) condividono ciò che accade intorno a loro, arrivando inevitabilmente prima di qualunque giornalista professionista.
D’altra parte, come sostiene Antonio Savà, esperto di social management, “il passaparola è uno strumento millenario: funziona dall’eternità”. Non è cambiato il concetto, insomma, ma il mezzo che si utilizza: le persone fanno ancora quello che facevano prima di internet, solo che adesso hanno strumenti nuovi per farlo, e spesso sono i “grandi”, quelli legati alla “old economy” se vogliamo usare un termine colto, che rimangono indietro mostrando una reticenza a tratti ottusa ad accettare i nuovi mezzi.
Facebook è, insomma, una vetrina, ma anche un mezzo di comunicazione e una sorta di diario personale: spesso così aggiornato da essere molto più attendibile di un banale curriculum vitae cartaceo consegnato durante la ricerca di lavoro. Per questo, i datori stessi, sempre più smart, non si astengono dal cercare coloro che sottopongono a colloquio conoscitivo sulla rete del social network. Perciò attenzione: Facebook è un mezzo eccezionale, ma bisogna imparare a utilizzarlo e a prendersene cura, perché altrimenti potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio piuttosto affilata.
 Micaela Ferraro
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25 novembre 2017

Ricordi del cronista


"Da cronista ho capito che nel mare di notizie mi interessava afferrare per i capelli uno di questi eventi per impedirne la rapida dissolvenza, scavarlo per fermarlo nella memoria. Questa per me è la funzione dello scrittore. Ma c'è sempre anche un rapporto molto forte con la vita: l'invenzione semmai
arriva in coda alla cronaca".
Ermanno Rea, 2011
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24 novembre 2017

In libreria

Vanni Codeluppi
Il divismo. Cinema, televisione, web
Carocci, 2017, pp. 132.
Descrizione
Nelle società contemporanee, il divismo gode di uno straordinario successo e sembra essere presente ovunque. In Italia sinora è stato poco considerato e questo libro è il primo che cerca di metterlo a fuoco in maniera sistematica. In particolare, l’autore affronta il divismo dal punto di vista della sua evoluzione, analizzando le importanti relazioni che ha avuto con il cinema, la televisione e il web. Esamina inoltre dieci personaggi emblematici delle diverse caratteristiche che il divismo ha assunto negli anni: Rodolfo Valentino, Marilyn Monroe, Elvis Presley, Michael Jordan, Kate Moss, Angelina Jolie, Maurizio Cattelan, Lady Gaga, Carlo Cracco, David Bowie.
Indice
Introduzione
 1. Il divismo nel cinema
 Le origini: Hollywood / I primi divi /Anni Cinquanta: tra James Dean e i paparazzi/I divi della Nuova Hollywood/ Il ritorno del divismo
 2. La televisione cambia il divismo
 Vecchi e nuovi presentatori/ I divi dei reality show/ Musica e divismo/ I divi dello sport/Moda e modelle
 3. Il nuovo divismo del web
 Divi e social media/ Il divo è sempre il divo/ I divi della porta accanto/ Le star del web
 4. Divi esemplari
 Rodolfo Valentino/Marilyn Monroe/Elvis Presley/Michael Jordan/Kate Moss /Angelina Jolie/ Maurizio Cattelan/ Lady Gaga / Carlo Cracco / David Bowie
 5. Le interpretazioni del divismo
 Le prime teorie/ La visione di Edgar Morin/ Jean Baudrillard: divismo e seduzione / Divi e miti/ Il rapporto tra il divo e i fan / La trasformazione dei fan in divi /Il divismo e la politica
 Bibliografia
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23 novembre 2017

E la storia continua

"En faisant converger l’écrit, le son et l’image, la révolution numérique a facilité la vie quotidienne des utilisateurs d’un ordinateur et d’une liaison Internet, mais elle a accru la puissance des maîtres du réseau. Depuis Johannes Gutenberg, aucune technologie n’a remplacé l’action collective pour faire advenir et garantir la démocratie. Cette histoire-là continue, en somme." 
Serge Halimi  (Le Monde diplòmatique, sett. 2014).




*23.11.2017 fine del corso di Storia del giornalismo.
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18 novembre 2017

Cos’è il giornalismo, oggi?




È questa la domanda a cui i professionisti intervenuti al Glocal di Varese 2017 hanno cercato di dare una risposta, quest’anno. E di ritorno da una delle più importanti iniziative giornalistiche italiane, proviamo a fare un riassunto delle tematiche che sono state affrontate.

Che il settore del giornalismo sia cambiato è indubbio: che ci si sia allontanati dal giornalismo classico, anche. Si ha l’impressione che ci sia stata un’accelerazione improvvisa che nessuno si aspettava. Il problema del tempo è fondamentale: la rapidità e la facilità della condivisione hanno provocato una modifica importante nel rapporto tra giornalismo e lettori, perché al di là della fortuita casualità, è pressochè impossibile che un reporter si trovi sul luogo della notizia prima della persona che vive lì, ad esempio, o che lavora nel palazzo di fronte, o che passa per quella strada ogni giorno, e che ha a disposizione uno smartphone con cui fare un video. Nell’arco di pochi secondi, la notizia è online: spesso, la notizia è online in diretta. E il giornalismo rimane indietro. Ma il tempo influisce sull’attività giornalistica anche in un altro modo: le persone oggi digitano le proprie domande, e Google ha abituato il suo pubblico ad una risposta immediata. Nessuno attende i giornali del mattino, nessuno attende più nemmeno i telegiornali della sera: e così i giornalisti per rimanere sul “pezzo”, hanno smesso di approfondire gli argomenti, e invece di portare a sé il progresso, e dunque i lettori, gli sono andati incontro, senza modificare il mezzo, ma spostandolo così com’era sulla piattaforma online.

È dunque internet il nemico del giornalismo? Internet ha introdotto mezzi nuovi, a cui i media hanno opposto resistenza, proprio come le grandi testate avevano opposto resistenza alla televisione negli anni cinquanta del novecento. Non conoscere internet e i suoi algoritmi significa divenirne vittime, certo: sono mezzi straordinari, che bisogna saper usare in relazione al proprio apporto personale, e non certo a discapito dello stesso. Istruendoli a lavorare per noi, non a sottometterci. Ma cos’è un algoritmo, nella pratica? Un codice, che ci permette di creare un BOT virtuale: in sostanza un’intelligenza artificiale che è in grado di operare al posto del redattore stesso, facendo più rapidamente lavori che abitualmente erano considerati manuali, per esempio una traduzione, o una ricerca dati. La rapidità di internet viene accusata di aver compromesso quello che definiamo slow journalism, il giornalismo lento, della ricerca e della qualità: ma in verità (e ne abbiamo numerosissimi esempi, a partire dal docu-film “Un unico destino” prodotto da L’Espresso, Repubblica e 42° parallelo) questo esiste ancora, e quel nuovo grande media che è internet può aiutarlo a migliorarsi, trasmettendo un messaggio alle persone con una nuova straordinaria modalità: il video, la diretta, la testimonianza visiva di coloro che erano presenti.

Quali sono, appurato questo, i due grossi problemi che permangono?

  1. La carta stampata mantiene la sua nomea di “informatore affidabile”, ma le persone sono meno disposte a pagare per avere una notizia, perché sanno di poterne disporre “gratis” sulla rete;
  2. La privacy diventa un lusso che nessuno si può permettere.
Le conseguenze sono la nascita del brand journalism ovvero di quel giornalismo che assume la funzione di “influencer” pagato, per cui in sostanza un giornalista diventa impiegato di un’azienda, per la quale fa comunicazione pubblicitaria; e l’assenza totale di intimità, nella vita di tutti i giorni: il discorso sulla privacy è spesso sottovalutato dal pubblico, banalmente perché non è a conoscenza di quanto effettivamente sia controllato. Non solo tramite il cellulare o il pc: le telecamere, gli elettrodomestici intelligenti, le carte di credito, le tessere fedeltà… il progresso ha reso più liberi ma la libertà, paradossalmente, rischia di rendere il mondo schiavo delle grandi compagnie, quelle che hanno accumulato così tanti “numeri” da fare ormai parte di ogni ambito della vita professionale e personale di ognuno, sconvolgendo così anche il mondo dei media. Primi fra tutti, naturalmente, Google e Facebook (ma anche Amazon e Netflix).
In conclusione: il giornalismo è cambiato, è in continua evoluzione, perché è una materia sociale che viaggia di pari passo con le persone, non solo con quelle che la fanno, ma anche con quelle che ne divengono parte. La figura del giornalista è nuova: si è giornalisti senza giornale, senza scrivania, è necessario tornare indietro, scendere per strada a parlare con la gente, ma farlo con gli strumenti del presente, imparando a governarli. Bisogna costruirsela, la “cassetta degli attrezzi”: sviluppare una propria attenta capacità critica e pensare, riflettere, senza rifiutare il progresso, ma imparando a interpretare questa nuova realtà senza tentare di farlo con griglie passate che non possono dare alcun buon risultato.
Micaela Ferraro

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17 novembre 2017

Privacy, deontologia e fake news: fare giornalismo oggi

La storia racconta che sono stati innumerevoli i momenti di “passaggio” che il giornalismo ha dovuto affrontare: dalla parola scritta alla radio, dalla radio alla televisione, dalla televisione al web, l’informazione è costretta ad ogni passaggio a re-inventarsi, esplodere e ricominciare (quasi) dall’inizio. Ma che giornalismo stiamo vivendo, oggi? È questa la domanda che è stata oggetto del primo panel al Glocal news di Varese 2017. E per dare una risposta, sono intervenute varie personalità del mondo dell’informazione: Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Raffaele Fiengo, giornalista storico del Corriere della Sera,  Annalisa Monfreda, direttrice Donna Moderna, Luca Sofri, direttore IlPost.it e infine Michele Vitiello, ingegnere informatico forense. La grossa evoluzione del giornalismo moderno è che l’informazione è diventata pubblica: diffondere una notizia non è più prerogativa dei grandi quotidiani, chiunque può comunicare qualunque cosa desideri usando il web. La rete ha permesso la globalizzazione, e ha condizionato una sempre maggiore rapidità. L’avvento dei social network ha estremizzato questa realtà, fino al verificarsi delle due grosse conseguenze con le quali il giornalista deve oggi confrontarsi: il fenomeno delle “fake news” e la perdita della privacy. Le notizie false sono all’ordine del giorno, e sono sicuramente il risvolto della medaglia dell’informazione “pubblica”: in assenza di mediatori, e con la libertà che concede la rete, chiunque può scrivere e mettere in circolazione qualunque informazione, con il risultato che per vincere questa sfida contro la rapidità nasce il “giornalismo del sentito dire” ma soprattutto il cyber-terrorismo: sia esso posto in essere per campagne pericolose contro i vaccini per esempio, oppure per condizionare campagne elettorali come avvenuto negli USA con l’elezione di Donald Trump.
Per quanto riguarda la privacy, non è contemplata dal web: “Ciò che pubblichiamo non è più nostro, nel momento stesso in cui lo diffondiamo su Facebook”, spiega Vitiello, illustrando i modi in cui è possibile oggi tener traccia dei movimenti di una persona utilizzando la tecnologia di cui è circondata, dallo smartphone agli elettrodomestici intelligenti. Il paradosso, come sottolinea Galimberti, è che la privacy si difende nelle situazioni in cui non andrebbe difesa: e cioè quando si desiderino ottenere dei dati che determinati brand, per esempio Apple, non concedono nemmeno agli organi di stato maggiori. Ma in questa giungla di finta informazione e numeri che fanno da padroni a discapito della sicurezza, come deve muoversi, il giornalista, per uscire dalla crisi in cui il settore sembra vertere? “Occorre aumentare la comunicazione con più giornalismo di qualità. I singoli devono investire sulla propria dignità, aderendo al giornalismo deontologico, e le istituzioni devono tutelare i professionisti in quanto tali” dice Raffaele Fiengo. Allontanarsi dunque dalla moda del “brand journalism”, per non divenire “influencer a pagamento”, come sempre più spesso accade, e tornare alla qualità. Evitando di far diventare il pubblico “dittatore”: “I giornali dipendono troppo dai lettori, sono plagiati da ciò che il lettore vuole leggere”, spiega Luca Sofri, IlPost. “La tecnologia e internet non sono il nemico”. Rincara la dose la dottoressa Monfreda: “il giornalismo deve essere responsabile”. E per responsabilità si intende che deve essere approfondito, trasparente con il lettore: dare al pubblico ciò di cui ha bisogno, non ciò che “di pancia” pensa di desiderare. Bisogna tornare, insomma, al journalism first.  Ma senza fare del progresso il capro espiatorio di ogni male.
Micaela Ferraro
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16 novembre 2017

Seminari di pratica giornalistica

Venerdì 17.11.2017 l’intervento di Maksymilian Czuperski (direttore del Digital Forensic Research Lab) sarà su "Understanding Disinformation: strumenti e tecniche per il giornalismo".
 Parteciperà anche il dott. Luca Lottero laureato in Informazione ed Editoria
(Lezione in inglese con traduzione in aula)
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 16.

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14 novembre 2017

Seminari di pratica giornalistica

Mercoledì 15.11.2017 ospiteremo il giornalista Gianfranco Sansalone (Agenzia di stampa AbaNews) che parlerà su "Fare il giornalista negli House Organ". Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 19 (h.16-18).

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07 novembre 2017

Seminari di pratica giornalistica


A.A. 2017-2018


A partire da mercoledì 8 novembre 2017 inizia un nuovo percorso di pratica giornalistica su specifici argomenti del settore ampio dell'informazione con la partecipazione di giornalisti ed esperti. Nel primo semestre gli incontri si svolgeranno al mercoledì h. 16-18 presso l'aula 19 dell'Albergo dei Poveri. Nel primo incontro ospiteremo  Antonella Spalluto  (Grafic  & Advertising) sul tema “Comunicare con la grafica”.
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05 novembre 2017

In libreria

Timoty Garton Ash
Libertà di parola. 10 principi per un mondo connesso
Garzanti, Milano, 2017, 540 pp.
Descrizione
Mai, nella storia, abbiamo avuto così tante possibilità di esprimere le nostre opinioni: con un semplice accesso a Internet, ognuno di noi può pubblicare ciò che desidera e raggiungere milioni di uomini e donne. Eppure mai come oggi siamo costretti a fare i conti anche con i mali e i difetti di una libertà di espressione senza limiti: violenze, intimidazioni, abusi, violazioni della privacy sono all’ordine del giorno. La rapidità delle comunicazioni permette esiti un tempo impensabili: un uomo brucia una copia del Corano in Florida, e in risposta un attentato fa strage di militari americani in Afghanistan. Dopo una vita di studi sulla dissidenza e le dittature, in questo libro Timothy Garton Ash afferma che nel mondo interconnesso di oggi per conciliare libertà e diversità, comunicazione e rispetto umano, è necessario non solo espandere i diritti – non certo censurarli – ma anche ridefinirli. Grazie a un progetto globale condotto insieme all’Università di Oxford e attraverso il racconto di casi esemplari che vanno dalla sua personale esperienza orwelliana con la censura in Cina alle controversie suscitate dalle vignette di Charlie Hebdo, Garton Ash propone un nuovo modello e un nuovo lessico per interpretare la realtà di oggi, e per far rientrare nei confini della civiltà i conflitti che stanno esplodendo attorno a noi.
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01 novembre 2017

In libreria

Riccardo Gualdo
L'italiano dei giornali
 Carocci, Roma, 2017, 144 pp.

Descrizione
I quotidiani sono ancora un modello di lingua scritta per gli italiani di oggi? Come è cambiata la scrittura dei giornali negli ultimi vent'anni? Come sono scritti e come vanno letti gli articoli di un giornale? Il volume risponde a queste domande ripercorrendo la storia linguistica dei giornali italiani dall'Ottocento a oggi, e offre ai lettori non specialisti un’agile guida alle tecniche della scrittura giornalistica, con esempi di analisi di testi. La nuova edizione aggiorna ampiamente i capitoli dedicati ai giornali in rete e presenta inoltre una riflessione sull'etica dell’italiano giornalistico al tempo della cosiddetta post-verità.
 Indice del libro
Introduzione. Lingua dei quotidiani e lingua quotidiana
 1. Breve storia della scrittura giornalistica
 Dalle origini al secondo dopoguerra/ Dal miracolo economico agli anni Ottanta/ Verso il 2000: giornali gratuiti e d’opinione, tv e Internet/Computer, tablet, telefono: la notizia su più piattaforme
 2. Com’è fatto il giornale
 Formato e impaginazione/Titoli/ Forme e tipi testuali/ Testo e immagine
 3. Notizie e realtà: l’etica del giornale
 Costruire la notizia/ Consumo e ciclo di vita delle notizie/ Le fonti e il loro uso/ Narrazione e punto di vista/ “Parlare civile”: l’uso non discriminatorio delle parole
 4. La scrittura giornalistica
 Dall’agenzia di stampa all’articolo/ La cronaca/Approfondimenti, riflessioni, polemiche/ L’intervista
 5. I giornali in rete
 Il giornalismo digitale/ Due canali diversi ma non troppo/ Nuovi paradigmi di scrittura e ipertestualità/ Sintassi e testualità della scrittura in rete/ Regole per la scrittura digitale?
 Bibliografia
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30 ottobre 2017

In libreria

"Intorno alla fotografia si deve costruire un sistema radiale che le consenta di essere vista in termini allo stesso tempo personali, politici, economici, drammatici, quotidiani e storici” - John Berger

John Berger

Sul guardare
Il Saggiatore, Milano, 2017, 266 pp. 
Descrizione

Osservare il linguaggio sgretolarsi in un’opera di Magritte. Scoprire la medesima, disperata assenza in un volto urlante di Bacon e in un animale antropomorfo di Walt Disney. Guardare il sangue nero e denso in una foto di guerra di Don McCullin. Scrutare l’abisso che si apre negli occhi di un elefante rinchiuso dietro le sbarre di uno zoo. Rivedere, a distanza di dieci anni, la pala d’altare di Grünewald a Colmar, e riconoscere la propria epoca tra le sfumature di una luce antica, dipinta cinque secoli prima. Sul guardare è un libro di immagini che interrogano la scrittura. Ma è tutta l’opera di John Berger a confermare questo vincolo indissolubile tra visione e linguaggio: dal guardare si irradia l’enigma del senso, si innesca il racconto come tentativo di fissare la propria esistenza nel tempo, che può assumere la forma di romanzo o critica d’arte, poesia o intervento politico. Come si legge in Questione di sguardi, «Il vedere viene prima delle parole. Il bambino guarda e riconosce prima di essere in grado di parlare». Attraversando il pensiero di Walter Benjamin e Susan Sontag, John Berger mette in luce come la fotografia abbia trasformato la memoria in spettacolo; analizzando la Tempesta di neve di Turner, si trova avvolto dalla violenza della natura come in un maelstrom; osservando una foto di Cartier-Bresson che ritrae Giacometti mentre cammina sotto la pioggia, riconosce la stessa solitudine che anima tutte le sue sculture. Sul guardare – che il Saggiatore propone in una nuova traduzione di Maria Nadotti – è molto più di una raccolta di saggi critici: è un testo organico in cui ogni immagine è un evento inatteso e perturbante, ogni incontro con l’opera d’arte un’esperienza reale o, per usare le parole di John Berger, un «momento vissuto» che diviene scrittura.

25 ottobre 2017

Il fascismo è stato...

Ogni giorno dobbiamo ascoltare o leggere parole a favore dei "benifici" prodotti dal fascismo. Per chiarire bene: il fascismo è stato le intimidazioni, gli assalti alle redazioni dei giornali (es. "Il Lavoro" di Genova), il delitto Matteotti, le leggi fascistissime del 1925 (abolizione dei partiti, dei sindacati, della libertà di stampa, la censura preventiva), i tribunali speciali, il confino, anni ed anni di carcere duro per i dissidenti, le (trionfalistiche) guerre coloniali, le leggi razziali del 1938 (da ricordare sempre come una vera onta per gli italiani tutti), la guerra a fianco di Hitler, la Repubblica di Salò con le persecuzioni e i rastrellamenti nazi-fascisti contro un popolo stremato.
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24 ottobre 2017

In libreria


Irene Brin
Il Mondo. Scritti 1920-1965
a cura di Flavia Piccinini
Edizioni Atlantide, 2017.
Descrizione
Il Mondo per la prima volta raccoglie in un unico volume una scelta degli scritti firmati da Irene Brin. Da Coco Chanel a Greta Garbo, da James Joyce ai principi Mdivani, passando per luoghi culto come il Florida di Roma o le Giubbe Rosse di Firenze, e per attività perdute quali la Casa Line o la Cas PasIrene Brin si mostra non solo la brillante autrice de Il Galateo e del suo dizionario, assunto come classico da migliaia di lettrici e appassionate, ma anche un’autrice dalla prosa raffinata ed elegante. Poliedrica, inafferrabile e trasformista, nel corso della sua vita fu giornalista, scrittrice, gallerista, esperta di buone maniere e di pessime abitudini. Meglio di chiunque altro seppe raccontare con spietatezza e ironia il nostro Paese nel dopoguerra, spiegando agli italiani l’educazione, il gusto e lo stile. L’ampia scelta di racconti e articoli suggerita da Flavia Piccinni attraverso Usi e CostumiCose VisteLe Visite e Il Galateo confermano come Irene Brin, ingiustamente dimenticata dopo la sua morte, non sia una semplice giornalista di costume, ma l’attenta interprete e protagonista di un tempo. Una grande scrittrice che per la prima volta si svela attraverso un ritratto complesso, delicato e struggente, che ne mostra l'originale e moderno sguardo impietoso. 


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20 ottobre 2017

In libreria

Alessandro Palermo
La Chiesa mediale. Sfide, strutture, prassi per la comunicazione digitale
Edizioni Paoline, 2017, 128 pp.
Descrizione
La società contemporanea si struttura su azioni e prassi comunicative. La cultura digitale è il vero e proprio ambiente in cui le generazioni nascono e si sviluppano. Adulti e giovani hanno un nuovo modello antropologico, caratterizzato dagli sviluppi digitali; essi modificano e apprendono un particolare modo di stare nel mondo e di relazionarsi. Può dunque la Chiesa non essere mediale in una società mediale? L'autore, con uno stile teorico pratico affronta questa urgentissima sfida e propone percorsi di rinnovamento. Il testo può essere un valido supporto nella formazione di operatori pastorali che lavorano soprattutto negli uffici di Comunicazione e
che sono chiamati a reinventarli, ristrutturarli, progettare in modo nuovo la pastorale della comunicazione.
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18 ottobre 2017

In libreria

Lella Mazzoli
Il patchwork mediale.
Comunicazione e informazione fra media tradizionali e media digitali
FrancoAngeli, Milano, 2017, 128 pp.
Descrizione
Marshall McLuhan non può dirsi superato se ancora oggi dobbiamo ricordare che il medium è il messaggio e se, come amava sottolineare, i media nuovi incalzano quelli precedenti portandoli ad adattarsi a diversi contesti comunicativi. Il sociologo canadese, pur non avendo vissuto Internet, aveva già intuito che sarebbe arrivato un medium che avrebbe prodotto mutamenti e assestamenti nel sistema complessivo della comunicazione. Nel volume ci si chiede proprio quale messaggio, o forse quali messaggi, porti con sé la rete. Messaggi di libertà, di coinvolgimento attivo, di qualità, di partecipazione? Oppure, o insieme, messaggi di riproduzione di vecchie e sempre rinnovate stratificazioni, gerarchie e rapporti di potere? Il testo ripercorre alcune tematiche chiave degli studi sulla comunicazione e sui media, che ancora oggi possono darci suggestioni sul tempo presente. Vista l'attualità dei fenomeni osservati e il loro rapido evolversi, l'intento è fornire alcune risposte pur provvisorie e ri-formulare nuovi quesiti di ricerca a partire da una survey dell'Osservatorio News-Italia sul consumo di informazione degli italiani, capaci di muoversi tra vecchi e nuovi media, con abilità e bisogni differenziati: consumatori tradizionali, onnivori, mobili, partecipativi... E questo sullo sfondo di una consapevolezza: che il rapporto tra comunicazione mainstream e non mainstream, che attraversa i media, sia tuttora una prospettiva di osservazione di grande interesse.
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16 ottobre 2017

In libreria

Lorenzo Tomasin
L'impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia
Carocci, Roma, 2017, pp. 144.

Descrizione
L’informatica è davvero il latino del XXI secolo, come afferma oggi chi propone la cultura tecnologica quale nuovo cardine di istruzione, ricerca e politica culturale? La tecnologia sta influendo profondamente sulla cultura umanistica: dalla formazione di base alla ricerca avanzata, essa non offre solo preziosi strumenti al servizio delle scienze, e delle scienze umane in particolare, ma in molti casi tende a riscriverne obiettivi e linguaggi, ponendone in discussione il ruolo nella società e nel sistema dei saperi. Anziché come proficuo mezzo a disposizione di tutte le discipline, la tecnologia si pone spesso come fine o centro del discorso culturale. Il rimedio a questa deriva non è la tecnofobia, ma un’alternativa ragionevole all'oltranza digitale. Nel volume l’autore propone una risposta graffiante ai pericoli di una diffusa idea ingegneristica di lingue, storia e cultura.

Indice del libro
Preambolo /1. Prova di verifica su un ritaglio di giornale / 2. Nuotare e navigare / 3. Roghi di libri / 4. Il potere degli acronimi / 5. Il genio delle lingue / 6. Stoltezza dei letterati / 7. Dell’obsolescenza / Quasi una conclusione / Opere di riferimento.
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06 ottobre 2017

In libreria

Mauro Pecchenino  -  Eleonora Dafne Arnese 
Digital corporate communication.
Le cinque leve della comunicazione d'impresa nell'era del web
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp. 160.

Descrizione
Il volume presenta per la prima volta in Italia un excursus dettagliato sul significato e l'utilizzo delle 5 Leve della Comunicazione d'impresa (Relazioni Pubbliche, Marketing Diretto, Pubblicità, Promozioni e Sponsorizzazioni), tradizionali e digitali. Il lavoro tiene conto sia della realtà ed esperienza italiana, sia di quella internazionale, con una comparazione continua di teoria e pratica. Il libro ha un occhio di riguardo per l'importanza della Comunicazione Integrata e del ruolo chiave della figura professionale dell'Integratore della Comunicazione e delle nuove professioni 2.0. Ciascun capitolo conduce il lettore ad una riflessione sull'attualità della comunicazione ai nostri giorni, per svilupparsi in un'analisi che parte da un caso aziendale nato nella Rete, per passare poi all'approfondimento dell'evoluzione delle 5 Leve della Comunicazione aziendale nell'era del Web, per arrivare infine ad un'analisi degli adattamenti della comunicazione tradizionale nello spazio digitale.
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30 settembre 2017

In libreria

Samar Yazbek
Passaggi in Siria
Sellerio, Palermo, 2017, pp.  348.

Descrizione
«Dall’istante in cui inizierete a leggere questo libro, la scrittura di Samar Yazbek vi colpirà come un pugno nello stomaco. La sua prosa è talmente raffinata che riuscirete a udire perfino gli uccellini in gabbia e a sentire il profumo di donne truccate alla perfezione. Dopodiché, da qualche parte nelle vicinanze cadrà una bomba e dal soffitto si staccherà una scheggia di intonaco, perché la storia raccontata in queste pagine è una condanna senza appello». Sono le parole di Christina Lamb, autrice di Io sono Malala, dall’introduzione all’edizione inglese di questo Passaggi in Siria, straordinaria testimonianza del conflitto siriano. All’inizio delle rivolte, nel marzo 2011, Yazbek, giornalista e scrittrice affermata, regista e sceneggiatrice per il cinema e la tv, sceglie di scendere in piazza per difendere la libertà di espressione, regolarmente negata dai regimi autoritari che si sono succeduti nel suo paese. Denuncia i crimini perpetrati da Bashar
al-Assad, rivendica maggiori diritti per le donne e l’abolizione della censura. Viene prima trattenuta dalle forze dell’ordine, poi, quando la sua voce diventa troppo invisa al governo e la sua presenza in Siria un rischio, si trasferisce a Parigi, dove persevera nel suo attivismo politico.. In esilio continua a battersi denunciando le atrocità, urlando all’Occidente il bisogno disperato di aiuti umanitari e la necessità di intervenire per fermare ulteriori spargimenti di sangue. Ma il richiamo delle radici e il senso di responsabilità si rivelano troppo forti e Samar Yazbek inizia così a migra; a ritornare in Siria illegalmente, attraversando a piedi il confine turco. Una volta dentro la scrittrice visita le zone «liberate» dal controllo del regime di Assad e occupate dal Free Army dei ribelli o dagli estremisti islamici. Si impegna per offrire sostegno alle persone bisognose. Ascolta testimonianze, storie di singoli individui e di intere famiglie, molte donne, ragazze e bambine che mutano l’orrore in parole da consegnare al mondo. Raccoglie immagini ed emozioni, assiste a scontri armati, alla crudeltà dei cecchini, ai bombardamenti. Vive lutti e speranze, e con questa materia incandescente plasma un racconto che non è un romanzo né un saggio ma li contiene entrambi, senza mai tradire la realtà. Secondo The Observer è un libro essenziale, «uno dei primi classici politici del XXI secolo».
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25 settembre 2017

In libreria

Alessandro Dal Lago
Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra
Raffaello Cortina editore, Roma, 2017, pp. 170.

Descrizione
L’ascesa della rete come ambiente globale ha cambiato le prospettive politiche. Da una parte, crea l’illusione di una sfera comunicativa senza controlli, in cui si realizzerebbe pienamente la libertà dei cittadini. Dall’altra, consente a leader spregiudicati di contattare senza mediazioni i cittadini stessi, attraverso i social oppure organizzando consultazioni politiche online. La tesi del libro è che a trarne vantaggio siano solo i nuovi leader autoritari – Trump, Erdogan, Putin – o gli aspiranti tali – Le Pen, Grillo, Salvini, Farage. Tutta gente che si vuole disfare dei partiti e persegue una relazione diretta con i cittadini, soddisfacendo le loro paranoie in tema di sicurezza, immigrazione, protezionismo economico. Ecco perché l’ascesa della nuova destra può essere definita populismo digitale. Populismo, perché il popolo non è concepito che come un gregge da vezzeggiare. E digitale, perché senza il trionfo del Web tutto ciò non sarebbe pensabile.
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23 settembre 2017

In libreria

Anthony O. Scott
Elogio della critica
Il Saggiatore, Milano 2017, pp. 255.
Descrizione
Il mondo è il labirinto degli specchi di un enorme luna park, uno spazio abbagliante e policromo in cui è quasi impossibile orientarsi. Siamo accecati dagli schermi degli smartphone, impigliati nella rete, schiavi dei social network, bombardati di luci e parole, colori e suoni dalle fonti più disparate: cinema e pubblicità, serie televisive e videogiochi, e ancora moda, informazione, musica e romanzi. In quest’epoca di perenne sollecitazione, viviamo circondati da una sovrabbondante offerta di esperienze che è insieme eccitante e spaventosa: che cosa dovremmo leggere, guardare, ascoltare, idolatrare e infine acquistare? Che cos’è il bello? Cosa vogliamo davvero? Cosa desideriamo? La sola risposta a questa paralisi per eccesso di stimoli è la critica: non solo come specialità giornalistica o accademica, ma anche come attitudine che ognuno dovrebbe coltivare. Esercitare la critica ha la stessa importanza di ridere, piangere o sognare. A.O. Scott – forte dalla sua esperienza di critico cinematografico per il New York Times – mostra come il pensiero critico dia forma tanto alla creazione artistica quanto all’azione civile o ai rapporti interpersonali. Con humour tagliente, propone esempi eruditi e vivaci aneddoti: riafferma l’imperativo poetico di Rainer Maria Rilke «Devi cambiare la tua vita»; osserva pensoso le code per assistere alle performance di Marina Abramovich; ricorda il tragico destino critico di Keats e Melville; affronta le furibonde reazioni di chi, come Samuel L. Jackson, si ribella alle sue recensioni. Elogio della critica, sfiorando il memoir e il trattatello filosofico, ci regala una piccola guida per sopravvivere al nostro tempo: una celebrazione dell’arte e dell’immaginazione che riflette sul nostro istinto a coltivare il piacere, un manifesto contro la pigrizia e la stupidità e una cartografia per farsi largo tra i dubbi che riguardano la nostra esperienza. Perché criticare significa ascoltare il messaggio di bellezza e libertà che giunge dall’arte, e tentare di farlo proprio nella vita di tutti i giorni.


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21 settembre 2017

In libreria

Italo Zannier
La lanterna della fotografia. Dall’invisibile all’ignoto
La Nave di Teseo, Milano, 2017, pp. 98.
Descrizione 
 La fotografia, fin dalla sua nascita e dai primi esperimenti col dagherrotipo nell’Ottocento, è stata circondata da un alone magico, unico mezzo capace di riprodurre la realtà e fermare il movimento. Dalla pratica alchemica degli esordi, quando i fotografi erano piccoli chimici alle prese con sali d’argento e fosforo, l’immagine fotografica ha conquistato l’attenzione di artisti e filosofi, via via accusata di rubare l’anima ai soggetti ritratti o di sostituire l’esperienza della realtà con un duplicato posticcio. Si è arrivati così fino agli eccessi della società tecnologica di oggi, che ha visto il moltiplicarsi delle fotocamere, ormai incluse nei cellulari che abbiamo sempre con noi, e il proliferare compulsivo della fotografia di massa, che apparentemente nega il valore stesso dell’immagine, quello di essere un mezzo per scoprire l’invisibile. Da uno dei più grandi critici e divulgatori della fotografia, un percorso accessibile, vivace e completo all’evoluzione di una delle arti più influenti e discusse dell’ultimo secolo.


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13 settembre 2017

In libreria



Giulia Alonso - Oliviero Ponte di Pino
Dioniso e la nuvola. L'informazione e la critica teatrale in rete: nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici
Franco Angeli, Milano, 2017, pp. 192.
Descrizione
Ha ancora senso parlare di teatro nell'era della rete? Quale può essere il rapporto tra Dioniso, il dio di quest'arte antica, e le nuove forme della comunicazione diffusa, multimediale e partecipata? Da qui una riflessione sul ruolo della critica nell'epoca del web. In rete tutti possono comunicare con tutti su qualunque argomento, compresi libri, spettacoli, musica, film e video. In apparenza una grande conquista democratica, che rischia però di annullare il pensiero critico, rendendo impossibile la definizione di qualunque scala di valore. In questo scenario è indispensabile ripensare il ruolo del mediatore culturale, che ha il compito di mettere ordine in un'offerta di prodotti culturali gigantesca, caotica e spesso di bassissimo livello. Partendo da una riflessione sulla natura e sulla storia della critica nel teatro e in altre discipline artistiche, il testo affronta la rivoluzione della comunicazione nell'era della rete e della partecipazione, confermando la necessità di un approccio critico: un contro- manuale di critica ai tempi del web. Una panoramica aggiornata, ricca di dati ed esempi, con spunti di riflessione utili a chi si avvicina all'ambito culturale e a chi già vi opera.
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04 settembre 2017

Se una donna racconta la guerra in Siria

«Il solo modo per non avere paura, qui, è non pensare. Che è però anche il modo migliore perché questa guerra non finisca più. E quindi il vero coraggio, ad Aleppo, è non abituarsi: avere paura, pensare ». Bahia, ventiquattro anni, ha le idee chiare e la giornalista se ne è accorta.
È decisamente un ambiente allucinato e allucinante quello che circonda i giornalisti che osservano e vivono e scrivono le guerre. Francesca Borri propone un resoconto senza compromessi di una terra dilaniata dalla guerra dal 2011, la Siria. Registra e racconta, in qualità di giornalista freelance, cinque stagioni (Autunno, Inverno, Primavera, Estate e di nuovo Autunno) tra il 2012 e il 2013, ad Aleppo. Vive da vicino questo conflitto, e rimane anche ferita durante uno scontro tra cecchini che
segue in diretta e che riporta, con grande lucidità, nel suo resoconto.
Una guerra “per procura”, come la definisce l’autrice, in cui sono in gioco gli interessi di un intero popolo contro gli interessi di pochi, di una Coalizione Nazionale che vuole tenere le fila dell’opposizione non in Siria bensì dalla Turchia, e con un Esercito Libero nato da formazioni di ribelli anti-Assad, verso cui la stessa popolazione civile nutre diffidenza. I ribelli, racconta la giornalista, sono spesso ventenni in t-shirt e ciabatte che imbracciano un Kalashnikov, e che si aggirano per Aleppo sulle loro jeep per torturare e a volte giustiziare chiunque sia sospettato di collusione con il regime. Soprattutto, sono accusati da una parte della popolazione di aver consegnato il regime agli uomini di Al-Qaeda. Quello che descrive è quindi un paese diviso: una metà, quella sotto il controllo del regime, dalla apparente superficie liscia; l’altra metà, ruvida e opaca, dominata dai ribelli. E i confini tra queste due metà sono terribilmente sfumati.
Francesca Borri tenta di far emergere i vari strati della complessa situazione non solo siriana, ma Mediorientale: una terra, si sa, dove sembra praticamente impossibile sbrogliare la matassa di culture, religioni e correnti religiose, mani occidentali che agiscono da lontano e interessi particolari.
È davvero una «guerra dentro»: non solo quella che penetra l’animo, che fa sgranare gli occhi e mozza il fiato davanti ai morti, alle atrocità di ospedali bombardati e ai civili inermi che aspirano alla sopravvivenza, ma anche quella di chi, decidendo di raccontare un conflitto complesso e polveroso, di difficile interpretazione, si scontra con le vite di persone comuni coinvolte in una guerra che sembra non avere un inizio e nemmeno una fine. L’autrice si confronta con due realtà: quella dei civili, dei militari più o meno improvvisati, e quella di altri giornalisti, stranieri anche loro, che arrivano talvolta impreparati a raccontare ai loro lettori un conflitto dai confini incerti, che qualche volta stentano a capire gli stessi siriani. Reporter che preferiscono i morti alle analisi, per darli in pasto a telespettatori impressionati, scorci di “vita vera”, insomma, “un po’ di colore”.
Nel libro viene messa in risalto la deleteria tendenza dei media alla semplificazione, la mancanza di approfondimenti che permettano ai lettori di farsi un’idea di cosa stia succedendo in questa parte di
mondo, la nettezza dei giudizi sulla guerra che scaturiscono durante i talk-show e altre “arene” mediatiche.
La seconda parte del libro è caratterizzata da toni più appassionati, quasi intimistici, frutto della riflessione seguita alle terribili vicende vissute durante i mesi ad Aleppo. L’autrice lamenta, soprattutto, una scarsa collaborazione con gli altri colleghi, il cinismo che come un veleno inodore penetra nei comportamenti dei giornalisti, e anche lei sente di esserne coinvolta, suo malgrado.
Ma ci sono anche fotogiornalisti che svelano con coraggio l’orrore, come il fotoreporter Alessio Romenzi, il cui reportage dalla Siria pubblicato su Time, racconta l’autrice, è stato determinante nella sua scelta di conoscere più a fondo cosa stesse accadendo in questa zona del Vicino Oriente. L’autrice si trova quindi spalla a spalla con bambini costretti a diventare adulti troppo presto, studenti che tra un turno al Kalashnikov e l’altro leggono Habermas, con famiglie che trovano rifugio tra le tombe e insegnanti di inglese che diventano cecchini per vendicare la propria famiglia. Ognuno di loro ha la propria storia da raccontare, ma nonostante le condizioni in cui vivono, i siriani non cedono all’indifferenza nei confronti della realtà politica, si costruiscono una propria opinione.
E dal racconto, un po’ si ha l’impressione di sentire i proiettili che si conficcano sui muri, gli spari, i colpi di mortai, i raid degli aerei che sfiorano i tetti delle case e liberano il loro terribile ventre... Per viaggiare fino alla frontiera con la Turchia, che dista meno di cento chilometri da Aleppo, ci vogliono circa 300 dollari. Eppure, anche solo attraversare una strada, ad Aleppo, può rivelarsi fatale.
Ci si può domandare se il fatto che l’autrice sia donna possa averle fatto scrivere in modo diverso, in modo forse troppo appassionato, coinvolto. Se anche fosse così, va bene lo stesso. La sua è una voce, un punto di vista che permette di costruirsi un mosaico della situazione, di quella guerra vicina e lontana al tempo stesso, una guerra che quasi ci ha stancato, tanto ne sentiamo parlare. Infatti se ne parla sempre meno, i nuovi protagonisti sono ragazzi che uccidono innocenti in nome di Allah nelle pulite città europee.
La voce delle donne gioca un ruolo non marginale, anche se non vengono prese sempre sul serio, nemmeno quando condividono le trincee con gli uomini. Però le donne ci sono eccome nel reportage: Mona e Ghofran, che si avventurano fuori dalla loro casa in cerca di cibo; Zara, infermiera; Bahia, che, come abbiamo detto all’inizio, ha le idee chiare; il cecchino “Guevara”, professoressa di inglese entrata nell’Esercito Libero per vendicare i figlioletti morti in un bombardamento aereo; o, ancora, Loubna Mrie, attivista alawita (come la famiglia Assad) ma schieratasi contro il governo.
Il libro riesce a coniugare bene il racconto dei primi mesi della lunga battaglia di Aleppo, terminata solo nel dicembre del 2016 con la riconquista della città da parte delle forze governative, con le riflessioni maturate dall’autrice sul mestiere del giornalista, un mestiere che per molti è diventato quasi “da mercenari dello scoop”, l’importante diventa tagliare per primi il traguardo per avere un posto in prima pagina. Il libro nasce dalle domande che si pone l’autrice, come cittadina e come giornalista, e che essa pone a chi le sta davanti, anche ai suoi lettori: «Perché è questa l’unica cosa da raccontare, di una guerra, il solo pezzo che davvero avrei voluto scrivere (...): voi che potete, voi
che domani siete vivi, ma che aspettate? Perché non amate abbastanza?»
Arianna Barone

Francesca Borri 
La guerra dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 238.
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03 settembre 2017

La stampa è morta?

"La stampa è morta"Negli anni '80 questa era una battuta del film fantascientifico Ghostbusters, oggi basta passeggiare per le città, tra le serrande delle edicole chiuse, per dare a quelle parole un significato molto più concreto. Julia Cagè, economista e autrice del saggio in esame, parte dal funerale del supporto cartaceo per dare nuova vita ai media. Media visti in senso lato, come un complesso gioco di specchi che può assumere forme diverse pur mantenendo lo stesso contenuto: le notizie. Radio, televisione, periodici, giornali, non sono più veicoli di sole parole, ma anche di suoni, immagini e video che portano le informazioni nella nuova veste di approfondimenti, Verso un modo di comunicare in continuo mutamento e lontano dall'immobilismo.
Fatta una premessa sulla situazione dei media, e della stampa quotidiana, dall'Europa agli Stati Uniti, ci si sofferma sulla situazione francese per vedere come i finanziamenti ai media siano stati ridotti, anche se la domanda di informazione è aumentata esponenzialmente.
Jeff Bezos, fondatore di Amazon, si è detto stupito che una tecnologia come la carta sia potuta sopravvivere più di mezzo millennio e come lui molti lettori che non si sentono vincolati al supporto; legati allo stampato − almeno tra queste pagine − rimangono i giornalisti che vedono, nella crisi del cartaceo, un drastico cambiamento della professione.
L'autrice si dice sicura che per mantenere la libertà di stampa, a tutti i professionisti debba essere data la possibilità di guadagnare, dalla propria professione, senza dover dipendere dalle scelte di uno o più soggetti finanziatori. La soluzione proposta è la riorganizzazione delle redazioni in organi direttivi democratici dotati di reale potere decisionale, per poter mantenere alta la qualità degli articoli e la fiducia dei lettori.
Come finanziare in maniera efficace i giornali e i media online? Come continuare a parlare di professione giornalistica quando chiunque è in grado di fare informazione in tempo reale grazie ai social network?
Queste domande compaiono con frequenza all'interno di questo saggio che analizza e tenta di dare soluzioni alle crisi dei media sin dal secondo dopoguerra.
Dalle società per azioni alle onlus sparse per tutto il mondo, l'autrice seziona alcuni degli esperimenti più infelici della storia editoriale, per arrivare ad un'esperienza associativa che, attraverso il crowdfounding− o finanziamento partecipativo − potrebbe portare i quotidiani verso un futuro fatto di profitti e inchieste libere dalle imposizioni degli editori. La brevità dell'opera rende impossibile uno studio capillare del fenomeno, ma offre una visione d'insieme e spunti di riflessione sull'intero fenomeno della crisi dei media. Al lettore più attento rimarrà il compito di cogliere riferimenti e indizi utili a individuare possibilità di successo in un mondo in cui i click sono la nuova moneta.
La prosa, pur essendo puntuale, non risulta pesante anche per chi si avvicini al mondo dell'informazione senza grandi conoscenze in ambito economico. Interessante il fatto che la prospettiva centrale sia quella francese che, a partire dalla Rivoluzione, è un'icona della libertà di espressione e di stampa che sopravvive oltre gli eventi del 1789.
Lara Marziale


Julia Cagé, 
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia 
Bompiani, Milano, 2016, pp. 128.
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02 settembre 2017

“Non era vero, ma la gente ci credeva”



“Ora, appena finito di leggere questo libro, che voi presumibilmente avete appena aperto, sono tentato di chiudere tutti gli account sui social network e, possibilmente, di frequentare il meno possibile l’informazione on line.”
(Marco Cattaneo – Prefazione)

Il 18 dicembre 2015 il Washington Post chiudeva la rubrica What was fake in the Internet this week, creata in risposta al dilagare di bufale sul web. Sembrava infatti necessario ripensare in maniera radicale le modalità con cui affrontare la sfida contro la disinformazione che viaggia in rete, alla luce di una serie di riflessioni proposte da Walter Quattrociocchi e dal suo gruppo del Laboratorio di Computational Social Science dell’IMT di Lucca in una serie di studi poi confluiti in questo libro, scritto a quattro mani con la giornalista Antonella Vicini.
In questo volumetto è racchiusa una straordinaria collezione di bufale, figuracce 2.0, meme, tweet, immagini troll, titoli di articoli online e post dei quali non è possibile non avere avuto esperienza negli ultimi due anni. Esempi ancora piuttosto freschi nella memoria, a corredo di un’analisi seria e puntuale delle principali dinamiche che regolano la diffusione dell’informazione (e della disinformazione) online, analisi che ruota intorno ad alcuni punti cardine:

1. la tendenza degli utenti sul web e sui social network ad acquisire solo le informazioni che aderiscono al loro sistema di credenze (confirmation bias o pregiudizi di conferma);
2. la tendenza a circondarsi di contatti affini per attitudini, mentalità e convinzioni (politiche, religiose, ideologiche e via dicendo), risultando inevitabilmente esposti selettivamente ai loro contenuti, e quindi confinati in una bolla in cui non penetra alcuna informazione incongrua o di segno opposto;
3. il conseguente rinforzo vicendevole delle proprie posizioni, che conduce verso una progressiva radicalizzazione tanto del singolo individuo quanto del gruppo nel suo complesso.

Quello che emerge è un quadro piuttosto desolante della realtà informativa della rete, nel quale le strategie adottate finora, tra cui l’intensa attività di debunking e smascheramento della disinformazione che si è andata sviluppando negli ultimi anni, parrebbero non solo inefficaci, ma addirittura dannose e controproducenti, perché finirebbero per rafforzare le posizioni di chi a bufale, leggende metropolitane e complottismi ci crede. Anche i debunker italiani, pur non concordando appieno con la radicalità dell’analisi di Quattrociocchi e Vicini, si trovano costretti ad ammettere “quanto sia inutile il muro contro muro negli ambienti online citati dalla ricerca”, come afferma il debunker Paolo Attivissimo in un’intervista a Chiara Severgnini del marzo 2016, sottolineando poi come questa ricerca sia soprattutto “un buon campanello d’allarme per i debunker aggressivi, perché dimostra, dati alla mano, che il loro metodo non funziona”.
Rimane però aperto l’interrogativo: c’è una soluzione, un metodo che possa arginare la diffusione virale di bufale, disinformazione e misinformazione sul web? Sarà sufficiente affidarsi a un debunking fatto in maniera moderata e meno aggressiva? La situazione migliorerà man mano che gli utenti della rete prenderanno consapevolezza delle dinamiche invisibili che muovono l’informazione online?
In queste pagine non si trovano miracolosamente tutte le risposte, no, ma questo non le rende meno preziose, perché riescono nel non semplice compito di aprire gli occhi al lettore, in un primo e fondamentale passo verso la guarigione, ovvero la presa di coscienza di essere malati: siamo tutti vittime dei pregiudizi di conferma, rinchiusi nelle nostre eco chamber, sempre più polarizzati nelle opinioni sui temi che più ci stanno a cuore, e non ce ne rendiamo conto.

“Se leggendo, quindi, siamo stati mossi dalla tentazione di porci al di sopra di tutto e bearci delle ‘disgrazie’ dell’altra umanità, quella più credulona e incline alle trappole di Internet, ricordiamo sempre che la hybris veniva punita dagli dei o che, molto più semplicemente, siamo tutti figli dello stesso cielo.. e dello stesso web.”
(Quattrociocchi, Vicini – p. 140).
 Anna Rocca


W. Quattrociocchi, A. Vicini
Misinformation – Guida alla società dell’informazione e della credulità
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp. 145.
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01 settembre 2017

In libreria

Francesco Nicodemo
Disinformazia. La comunicazione al tempo dei social
Marsilio, Venezia, 2017, pp. 240
Descrizione
Undici anni fa «Time» incoronò persona dell’anno «You»: «You control the Information Age. Welcome to your world» si leggeva in copertina. Ma è davvero così? Siamo noi a controllare l’informazione grazie alla rete? A ben vedere, il «rumore di fondo» ha preso il sopravvento, disorienta i cittadini e ne influenza le decisioni. Vaccinare i propri figli, iniziare una terapia medica, fidarsi della scienza o lasciare che si insinui il dubbio, mettendo in discussione certezze ormai acquisite? E come agire da elettori consapevoli? È possibile operare una scelta ponderata sottoposti come siamo al fuoco di fila di notizie inesatte, falsi allarmismi, parole di odio? Francesco Nicodemo prova a smascherare in questo libro le distorsioni che agiscono sulla nostra percezione della realtà. In ballo vi è la vittoria tra due visioni contrapposte: un mondo ripiegato su se stesso e sulle sue paure, che propone ricette anacronistiche a problemi sempre nuovi, e uno aperto, ottimista, orientato al progresso. Sullo sfondo, una profonda convinzione: la risposta più decisa deve arrivare dalla politica. In che modo? «Coinvolgendo, dialogando, usando in maniera costruttiva le potenzialità offerte dal digitale, facendo sentire ciascuno protagonista di un progetto comune».
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