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24 gennaio 2016
Arnasco-gate. Aspettando la misericordia
Il destino si è accanito nei confronti di Aicha
Bellamoudden, marocchina morta a soli 56 anni nello scoppio di una palazzina
nel centro storico di Arnasco. Non è bastata la fuga di gas, forse evitabile, a
provocarne la morte. Non è bastata la mancata benedizione della salma da parte del
parroco durante i funerali. Non è bastato l’imbarazzo che
la vicenda ha creato con la diocesi di Albenga, recentemente commissariata.
Aicha muore ancora, ogni giorno.
Muore perché ancora non si
riconosce il suo diritto alla cittadinanza nel mondo. Ancora non si
tollera il suo diritto a professare una religione diversa dalla nostra. E non
basta. Ancora, ad accrescere questa vergogna, è la totale mancanza di rispetto
per una donna che ha perso la vita.
L’Arnasco-gate solleva antichi polveroni, suscita sentimenti
creduti ormai sopiti, accende la discussione mediatica. A conferma che parole
come accoglienza, tolleranza, misericordia, tanto evocate anche dal Papa, nella
coscienza delle persone, non sono altro che parole.
Belle parole, certo. Ma pur sempre lontane anni luce dalla
realtà del pensiero prevalente.
Lo stereotipo del migrante, dello straniero pericoloso, del
musulmano indegno di ricevere sacramenti, resiste incontrastato. Anche in un
piccolo borgo dell’entroterra ligure, dove tutti si conoscono e dove ci si
dovrebbe sentire accolti come in famiglia.
La misericordia, quella di cui scrive papa Francesco nel suo
libro, è un sentimento nobile di pietà verso l’infelicità o la disgrazia
altrui. La stessa pietà e compassione che dovremmo provare verso la miseria
umana di un parroco che non risulta comportarsi da cristiano. O la stessa ambiguità di spirito che serpeggia tra
l’ignoranza popolare che considera la religione musulmana un elemento
discriminante.
Aspettiamo, quindi. Aspettiamo ancora. Ancora, aspettiamo.
Aspettiamo di percorrere la strada che conduce alla
residenza del rispetto.
Aspettiamo di capire dove vive la dignità della religione.
Aspettiamo la carezza della misericordia che, in futuro, ci
porti lontano da spregevoli luoghi comuni e assurdi stereotipi.
Anna Scavuzzo
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20 gennaio 2016
Le voci della storia
Antonio Ferrari e i retroscena delle sue grandi interviste
Sgretolamento non è una semplice raccolta di interviste,
ma molto di più. In primis è l’emblema di parte della lunga carriera di un grande
giornalista italiano, Antonio Ferrari.
Firma illustre del “Corriere della Sera”, dopo aver seguito gli anni del
terrorismo italiano, Ferrari è passato all’estero. Prima in Europa e nell’Est
comunista, poi nei Balcani, in Medio Oriente e in Nord Africa. Ferrari racconta
le sue interviste più salienti ai grandi leader politici, quei burattinai
che nel bene o nel male hanno deciso le sorti di un delicatissimo decennio
storico come quello degli anni Ottanta. Con uno stile semplice e un linguaggio
affabile, tra ironia e autoironia, Ferrari ci insegna che cosa significa essere
giornalista. Coraggio, arguzia, sagacia sono solo alcune delle sue qualità. È un provocatore che non teme chi ha di fronte, poco
importa se si tratti di scavalcare la
censura romena per l’intervista a Ceausescu,
o di definire il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir un terrorista,
o di sfidare i servizi segreti siriani con una intervista telefonica nella sua
stanza di albergo a Damasco al leader libanese Aoun. Una irriverenza e una
spregiudicatezza a volte punite, è il caso del suo avvelenamento a Bucarest e
il conseguente divieto di ingresso in Romania in quanto “persona non gradita”.
Ferrari non ha paura
di ammettere che oltre al merito più volte ha contribuito anche una buona dose
di fortuna. È alla fortuna infatti che attribuisce la sua più cara intervista,
quella a Helmut Schmidt, ormai ex cancelliere della Repubblica Democratica
Tedesca.
Dalle sue parole trapela la voglia di verità, spesso però una verità ben nascosta negli intrighi politici internazionali, tanto
che per trovarla il giornalista rischia di diventare una pedina di un gioco
pericoloso. Fa riflettere il suo incontro con il giornalista turco Mumcu alla
fine della guerra fredda a proposito dell’attentato a papa Giovanni Paolo II e
la presunta pista bulgara. Durante una cena Mumco confessa:
Le voci degli intervistati compaiono senza filtro, a nudo, facendo emergere inattese verità o sorprendenti bugie. Una in particolare colpisce e diverte. È
il 4 ottobre del 1985, poche ore dopo dell’attentato israeliano al quartier
generale dell’OLP a Tunisi. L’intervista è rivolta
al leader palestinese Arafat che alla domanda su cosa stesse facendo nel
momento dell’attentato risponde:
Benedetta Federica
Rovero
Antonio Ferrari
Sgretolamento. Voci
senza filtro
Jaca Book, Milano, 2013, pp. 175.
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Grandi firme,
Libreria,
Politica internazionale,
Recensione
18 gennaio 2016
In libreria
Bruno Barba
Meticcio. L’opportunità della differenza
Effequ, Orbetello, 2015, 232 pp.
Meticcio. L’opportunità della differenza
Effequ, Orbetello, 2015, 232 pp.
Descrizione
L'umanità è fatta di mescolanze: come insegnano le culture mediterranee, caraibiche, sudamericane, il meticciato rappresenta un destino ineluttabile; destino non da subire passivamente, ma da considerare come un'occasione imperdibile per una decisa apertura alla diversità e alla scelta. È il momento, perciò, di promuovere l'essere transculturale, la nuova mobilità planetaria, di affrontare i nuovi tempi con strumenti interpretativi idonei, senza alcun timore: nessuno perderà la propria identità, al contrario la rafforzerà, la celebrerà, la eleverà, attraverso il processo di ibridazione. Questo saggio destruttura, anzi decolonizza la nostra mente, e prova a pensare per nuove categorie. Partendo dalla storia si intraprende un percorso che si pone come il 'manifesto' del meticciato contemporaneo: una riflessione cruciale per il nostro tempo, un'affilata antropologia dell'indifferenza.
L'umanità è fatta di mescolanze: come insegnano le culture mediterranee, caraibiche, sudamericane, il meticciato rappresenta un destino ineluttabile; destino non da subire passivamente, ma da considerare come un'occasione imperdibile per una decisa apertura alla diversità e alla scelta. È il momento, perciò, di promuovere l'essere transculturale, la nuova mobilità planetaria, di affrontare i nuovi tempi con strumenti interpretativi idonei, senza alcun timore: nessuno perderà la propria identità, al contrario la rafforzerà, la celebrerà, la eleverà, attraverso il processo di ibridazione. Questo saggio destruttura, anzi decolonizza la nostra mente, e prova a pensare per nuove categorie. Partendo dalla storia si intraprende un percorso che si pone come il 'manifesto' del meticciato contemporaneo: una riflessione cruciale per il nostro tempo, un'affilata antropologia dell'indifferenza.
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15 gennaio 2016
Blasfemia del pensiero libero
Credo nel diritto di credere
In Dio, in Allah, in Budda
E in tutti gli Dei dell’universo;
Credo nel diritto di non credere.
L’uomo nasce schiavo di cultura, fede, società.
La libertà è una conquista,
L’affrancatura dalla convenzione,
La scelta consapevole del proprio essere.
La scelta che non sempre si ha il coraggio di fare,
Lo schieramento che cambia la vita,
Plasma la persona,
La salva o la condanna alla mediocrità.
Noi che viviamo la nostra piccola vita,
Nel nostro piccolo mondo,
Dimentichi del costo della libertà
E del peso delle parole.
Noi lontani da questo giovane poeta
Eppure a lui così simili.
Assuefatti al diritto alla libertà,
Indifferenti alla sofferenza,
Distratti da un'illusoria distanza.
Si vuole spegnere una vita!
Ashraf Fayadh, un nome,
Una storia, un figlio, un amico.
Falciare con la brutalità,
Interrompere la precarietà dell’essere.
La superbia del potente che si fa Dio,
Le presunzione dell’uomo che decide della vita dell’uomo.
La condanna dell'inaccettabile colpa del libero pensatore.
Credo nell’essere umano e nella luce della ragione
Ché illumini i bui recessi dell’arroganza umana.
Prego perché
Dio , Allah, Budda,
L’universo tutto e gli uomini
Salvino insieme Ashraf Fayadh,
Un uomo come noi.
Forse peggiore di me,
Forse migliore di me,
Comunque uomo, un diritto alla vita, incatenato dalla sua stessa libertà.
Cristina Pongiluppi
'Salviamo il poeta e artista palestinese Ashraf Fayadh'.
In Dio, in Allah, in Budda
E in tutti gli Dei dell’universo;
Credo nel diritto di non credere.
L’uomo nasce schiavo di cultura, fede, società.
La libertà è una conquista,
L’affrancatura dalla convenzione,
La scelta consapevole del proprio essere.
La scelta che non sempre si ha il coraggio di fare,
Lo schieramento che cambia la vita,
Plasma la persona,
La salva o la condanna alla mediocrità.
Noi che viviamo la nostra piccola vita,
Nel nostro piccolo mondo,
Dimentichi del costo della libertà
E del peso delle parole.
Noi lontani da questo giovane poeta
Eppure a lui così simili.
Assuefatti al diritto alla libertà,
Indifferenti alla sofferenza,
Distratti da un'illusoria distanza.
Si vuole spegnere una vita!
Ashraf Fayadh, un nome,
Una storia, un figlio, un amico.
Falciare con la brutalità,
Interrompere la precarietà dell’essere.
La superbia del potente che si fa Dio,
Le presunzione dell’uomo che decide della vita dell’uomo.
La condanna dell'inaccettabile colpa del libero pensatore.
Credo nell’essere umano e nella luce della ragione
Ché illumini i bui recessi dell’arroganza umana.
Prego perché
Dio , Allah, Budda,
L’universo tutto e gli uomini
Salvino insieme Ashraf Fayadh,
Un uomo come noi.
Forse peggiore di me,
Forse migliore di me,
Comunque uomo, un diritto alla vita, incatenato dalla sua stessa libertà.
Cristina Pongiluppi
'Salviamo il poeta e artista palestinese Ashraf Fayadh'.
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14 gennaio 2016
In libreria
Julia Cagé
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia
Bompiani, Milano, 2016, 128 pp.
disponibile anche in formato ebook
Descrizione
I media sono in crisi. Non solo la carta stampata, ma tutta la catena di produzione dell’informazione. Di fronte a una concorrenza spietata e a un calo inesorabile degli introiti pubblicitari, i giornali, le radio, le televisioni sono tutti alla ricerca di un nuovo modello. Basato su un’indagine inedita sui media in Europa e negli Stati Uniti, questo libro propone di creare un nuovo statuto di “associazione non profit”, a metà strada tra lo statuto delle fondazioni e quello delle società per azioni, che concili attività commerciale e attività senza fini di lucro. Un simile statuto consentirebbe ai media di essere indipendenti dagli azionisti esterni, dagli inserzionisti e dai poteri pubblici, e di operare invece contando sui lettori, sui dipendenti e su metodi innovativi di finanziamento, incluso il crowdfunding. Julia Cagé propone un metodo ambizioso, che incrocia le sfide della rivoluzione digitale e la realtà del XXI secolo, e che si ispira a un presupposto fondamentale: che l’informazione, come l’istruzione, è un bene pubblico, e come tale va difeso. Il dibattito è aperto: ne va, molto semplicemente, del futuro della nostra democrazia.
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Etichette:
Giornalismo,
Libreria,
Professione giornalistica,
Web
11 gennaio 2016
In libreria
Lella Mazzoli , Giorgio Zanchini (a cura di )
Info cult. Nuovi scenari di produzione e uso dell'informazione culturale
Franco Angeli, Milano, 2015, 192 pp.
Descrizione
Di cultura in Italia si parla
molto. I dati sconfortanti sui consumi culturali e sul tasso di lettura hanno
persino incrementato il discorso pubblico su questo tema. In generale sui media
l'informazione culturale c'è. E tuttavia è un campo
ancora poco frequentato dalla riflessione sociologica e da ricerche empiriche. Il volume vorrebbe anzitutto
rispondere a questa parziale lacuna. Basato su un'articolata ricerca
dell'Osservatorio News-Italia dell'Università di Urbino Carlo Bo su dati e
fonti dell'informazione culturale, Info Cult offre una ricognizione sistematica della produzione e degli
usi dell'informazione culturale di oggi e dei suoi effetti sociali. E risponde
a molti degli interrogativi più urgenti della nostra contemporaneità: quali
sono le fonti di informazione privilegiate? Qual è il ruolo giocato da internet
e dagli altri media digitali? C'è ancora bisogno di mediazione e mediatori?
Quale piattaforma conta di più nelle scelte di consumo? Quali sono i temi che
gli italiani associano maggiormente all'idea di cultura? Quali sono i nuovi
linguaggi e i nuovi scenari?
Indice del libro
Piero Dorfles, Le culture divergenti
Lella Mazzoli, Giorgio Zanchini, Perché Info Cult
Lella Mazzoli, Giulia Raimondi, Conoscere, condividere, partecipare: l'Info Cult come benessere della società
Giorgio Zanchini, Mappe culturali: in cerca di bussole per nuovi mondi
Roberta Bartoletti, Informazione e consumi culturali: scenari di uso
Federico Montanari, Stili, pratiche, forme e strategie nella ricerca di informazione culturale: fra offline e online
Lella Mazzoli, Giorgio Zanchini, Perché Info Cult
Lella Mazzoli, Giulia Raimondi, Conoscere, condividere, partecipare: l'Info Cult come benessere della società
Giorgio Zanchini, Mappe culturali: in cerca di bussole per nuovi mondi
Roberta Bartoletti, Informazione e consumi culturali: scenari di uso
Federico Montanari, Stili, pratiche, forme e strategie nella ricerca di informazione culturale: fra offline e online
Fabio Giglietto, Il futuro dell'industria culturale fra algoritmi
sociali, democrazia e nuovi autoritarismi
Chiara Checcaglini, L'informazione culturale e il settore
audiovisivo: il caso dell'informazione cinematograficaRiferimenti bibliografici
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10 gennaio 2016
Il buon giornalismo dell'informazione interculturale
Sembra di assistere ad una lezione universitaria, ad una di quelle
dove il professore camminando per l’aula parla per ore e tu, rapito dalle
parole, non ti accorgi del tempo che in un attimo vola. Perché Giornalismo interculturale e comunicazione
nell’era del digitale non è semplicemente un manuale sui problemi del
giornalismo odierno, ma è una riflessione su come viviamo e ci rapportiamo con
gli altri. Dove gli Altri sono arrivati da un paese, non lontano dal Nostro,
per scappare spesso da una guerra che riteniamo sia solo Loro.
Etichette, pregiudizi, stereotipi dati in primis da chi dovrebbe
occuparsi di educare e formare la collettività: il giornalismo, tradizionale e
online. Da qui il sottotitolo “Il ruolo dei media in una società pluralistica”,
perché come scrive l’Autore: “I mass media, la comunicazione, i social media,
finanche il web marketing possono diventare strumenti di mediazione
interculturale e di peace building”.
Non pensiamo che Corte proponga del buonismo; non si mette sul
piedistallo criticando il settore dell’informazione, ma lo analizza cercando di
capire come si potrebbe passare dal giornalismo etnocentrico o multiculturale,
ad un Giornalismo interculturale. Un percorso faticoso, che prevede prima di
tutto una conversione culturale e dell’anima. Perché di cuore, per come vede
lui questo mestiere, ce ne vuole tanto.
Non promette la ricetta segreta, l’ingrediente nascosto per ottenere
la comunicazione perfetta. Regala però consigli su come organizzare il lavoro
in una redazione, su come un reporter dovrebbe rapportarsi con le fonti e sul
linguaggio da scegliere per scrivere un articolo. Perché saper trovare le
parole, può fare la differenza. E maestro nel raccontare l’Altro è Guccini, le
cui canzoni accompagnano, di capitolo in capitolo, l’intera lezione di Corte.
Questo libro ha il grande merito di far riscoprire un valore che
spesso per fretta o superficialità si dimentica: il rispetto per gli Altri.
Principio che dovrebbe mettere in pratica in particolar modo chi si occupa di
comunicazione.
Maurizio Corte
Giornalismo interculturale e
comunicazione nell’era del digitale.
Il ruolo dei media in una
società pluralistica.
Cedam, Padova 2014, 214 pp.
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Giornalismo interculturale,
Libreria,
Migranti,
Recensione
07 gennaio 2016
Guerre di serie B
"Si muore così qui: senza preavviso. Un’esplosione, dal nulla, il lampo, uno schiaffo di vento, e l’aria che si fa rovente di fiamme, sangue, schegge – e nella polvere, tra le urla, solo questi stracci di carne, questi bambini di carbone."
Crudele. Ecco come definire il libro di Francesca Borri, la coraggiosa reporter freelance che ha scelto Aleppo, in Siria, per raccontare. La Siria, che spesso viene dimenticata, o meglio confusa, perché gli occidentali ignorano dove sia e che cosa sta accadendo lì da anni. Viene confusa con l’Iraq, con la Libia. A chi importa DAVVERO della Siria? Perché, a che scopo raccontare cosa succede davvero in quel paese straziato, che ormai vive solo di cadaveri e disperazione?
Più volte nel corso del libro la freelance spiega che né una ONG, né una Croce Rossa, né le Nazioni Unite si preoccupano di aiutare Aleppo. Perché? Ci sono guerre di serie B, a cui nessuno fa caso, eppure i morti e i rifugiati crescono, di stagione in stagione. Se nell’autunno 2012 i morti erano 60mila e i rifugiati 400mila, a settembre dell’anno dopo sono diventati 130mila e 2milioni e mezzo i rifugiati. I numeri servono a capire e, più si fanno i calcoli, più viene da chiedersi che senso ha tutto questo. Perché nessuno aiuta? Francesca Borri lo racconta in modo preciso, crudele, scioccante. Questa è la guerra, non avere più nulla, se non la speranza, ma forse nemmeno più quella.
La Guerra Dentro, perché una volta che la vedi, che la vivi, che la sopporti, non esce più, diventa parte di teQuesto libro è più che un reportage, più che una cronaca: è un diario, pieno di sentimenti, sensazioni e soprattutto ricco di storie, una guerra che diventa letteratura. Persone incontrate che raccontano un pezzo di vita, storie incredibili, impensabili per gli occidentali. Ma al direttore di testata cosa interessa? Quello che fa scalpore, forzando la realtà, costruendo la notizia, creando lo scoop. Il pendolare al mattino, in metro, sarà colpito dal bambino-medico, dalla donna-soldato, col marito talebano magari. A chi importa se qualcuno, che un tempo faceva parte di una grande famiglia numerosa, è rimasto solo per colpa di mine e cecchini? È la disperazione. La giornalista vuole scandalizzare, vuole lasciare una traccia della guerra anche dentro di noi. Leggendo, ci sembra di essere con lei tra le macerie, a rischiare la morte, a vivere con chi non ha più nulla e non può scappare.
Ciò che fa innervosire ancora di più è la disinformazione, anzi, l’ignoranza nel vero senso della parola. Mancanza di una conoscenza sufficiente. Perché noi occidentali non sappiamo davvero quello che accade in Siria. Sentiamo distratti qualche informazione al tg, ma non siamo informati a sufficienza. Forse non ci vogliono informare. Non c’è empatia con quei luoghi, non ci rivediamo in loro perché sono lontani. Ma sono come noi e Francesca Borri ha cercato, indignata, come si percepisce in ogni pagina, di spiegare, di raccontare.
Crudele ed emozionante. Ci svela realtà che ci vengono nascoste. Ci fa entrare nel conflitto, ma non in quello spettacolare che passa sul piccolo schermo. Il conflitto della vita quotidiana, della ricerca di acqua e pane, o del proprio figlio di cui non si hanno più notizie.
Valeria Camarda
Francesca Borri
La guerra dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 236.
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Giornalismo di guerra,
Libreria,
Recensione,
Reportage
02 gennaio 2016
In libreria
Rita Marchetti
La Chiesa in Internet. La sfida dei media digitali
Carocci, Roma 2015, 160 pp.
Descrizione
La Chiesa in Internet. La sfida dei media digitali
Carocci, Roma 2015, 160 pp.
Descrizione
Il volume offre un contributo per pensare
criticamente il ruolo della rete e dei media digitali nella vita quotidiana in
rapporto alle istituzioni tradizionali, in particolare alla Chiesa cattolica in
Italia. I rapporti della Chiesa con i processi di modernizzazione sono stati
spesso controversi e caratterizzati da un’alternanza di intuizioni e chiusure,
di accettazione e cautela, tanto da rendere legittima, inizialmente, l’ipotesi
di un atteggiamento di resistenza nei confronti dei mutamenti creati dalla diffusione
di internet. Al contrario, il mondo ecclesiale in rete si è dimostrato una
realtà estremamente e inaspettatamente ricca, con migliaia di utenti anche tra
le persone e i parroci più anziani, come mostra l’importante mole di dati e
informazioni raccolte sul campo di cui il volume rende conto.
*link all'Indice del libro.
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31 dicembre 2015
In libreria
Paolo Nori
Manuale pratico di giornalismo disinformato
Marcos y Marcos, Milano, 2015, 208 pp.
Descrizione
Ermanno Baistrocchi non l’avrebbe mai detto che gli sarebbe successa una cosa del genere, ma sul tavolo della sua cucina, tre giorni fa, era steso un morto. Era un periodo difficile, perché erano successe altre due cose stranissime, la prima che aveva guadagnato troppo, la seconda che la donna con cui avrebbe voluto vivere aveva deciso che voleva vivere con lui. Era un periodo che non voleva, si svegliava e pensava “Non voglio”, e le cose che faceva non le faceva perché doveva farle, ma per non fare quello che avrebbe dovuto fare, e cioè scrivere il nuovo romanzo che il suo editore gli aveva chiesto di scrivere. Pur di non scrivere il nuovo romanzo, guardava su internet, ascoltava la musica, mangiava, si offendeva, perdeva le cose, accettava inviti a tutti i festival, andava in giro a fare corsi di giornalismo disinformato. Che Baistrocchi, proprio adesso che la gente smetteva di leggere i giornali, si occupava di giornalismo, ma di un giornalismo nuovo, che provava a diffondere: il giornalismo disinformato. Un giornalismo dove delle cose di cui si scriveva, non si sapeva niente e non si voleva saper niente; un giornalismo dove non si intervistava la gente che contava, ma la gente che non contava; dove non si scrivevano le cose che si possono scrivere, ma quelle che non si possono scrivere. E Baistrocchi, che ai suoi corsi di giornalismo disinformato consigliava di scrivere le cose che non si possono scrivere, e di non scrivere, per esempio, la cronaca nera, o rosa, adesso che c’era un morto, con un buco nel petto, sul tavolo della sua cucina, era costretto a scrivere un libro di cronaca nera, o rosa, o gialla, si potrebbe dire.
*link ad una Nota di Paolo Nori, autore del libro
*link ad una Rassegna stampa sul libro, pubblicata sul sito dell'editore.Marcos y Marcos, Milano, 2015, 208 pp.
Descrizione
Ermanno Baistrocchi non l’avrebbe mai detto che gli sarebbe successa una cosa del genere, ma sul tavolo della sua cucina, tre giorni fa, era steso un morto. Era un periodo difficile, perché erano successe altre due cose stranissime, la prima che aveva guadagnato troppo, la seconda che la donna con cui avrebbe voluto vivere aveva deciso che voleva vivere con lui. Era un periodo che non voleva, si svegliava e pensava “Non voglio”, e le cose che faceva non le faceva perché doveva farle, ma per non fare quello che avrebbe dovuto fare, e cioè scrivere il nuovo romanzo che il suo editore gli aveva chiesto di scrivere. Pur di non scrivere il nuovo romanzo, guardava su internet, ascoltava la musica, mangiava, si offendeva, perdeva le cose, accettava inviti a tutti i festival, andava in giro a fare corsi di giornalismo disinformato. Che Baistrocchi, proprio adesso che la gente smetteva di leggere i giornali, si occupava di giornalismo, ma di un giornalismo nuovo, che provava a diffondere: il giornalismo disinformato. Un giornalismo dove delle cose di cui si scriveva, non si sapeva niente e non si voleva saper niente; un giornalismo dove non si intervistava la gente che contava, ma la gente che non contava; dove non si scrivevano le cose che si possono scrivere, ma quelle che non si possono scrivere. E Baistrocchi, che ai suoi corsi di giornalismo disinformato consigliava di scrivere le cose che non si possono scrivere, e di non scrivere, per esempio, la cronaca nera, o rosa, adesso che c’era un morto, con un buco nel petto, sul tavolo della sua cucina, era costretto a scrivere un libro di cronaca nera, o rosa, o gialla, si potrebbe dire.
*link ad una Nota di Paolo Nori, autore del libro
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29 dicembre 2015
31 dicembre 2015, tempo di bilanci
31 dicembre tempo di bilanci: scadono i diritti d’autore del Mein Kampf. A settant’anni dalla morte del suo autore, Adolf Hitler, “la piccola bibbia del nazismo” crea una scissione profonda tra editori, storici e critici.
Lo scadere dei diritti d’autore e di conseguenza la libera circolazione del testo è in realtà un finto problema, infatti, già da anni, in diversi paesi, Italia compresa, è possibile acquistare il libro. In Germania è stata preparata un’edizione critica del Mein Kampf e per Christian Hartmann, curatore, è giusto che venga pubblicato per cercare di distruggere il mito del nazismo.
Domenico Quirico in un articolo pubblicato il 23 dicembre 2015 sul settimanale Origami de La Stampa spiega che il Mein Kampf è un best seller in molti paesi. Il giornalista racconta un piccolo episodio che gli è capitato nel 2011 che invita a riflettere. Quirico si trovava per lavoro al Cairo quando, al centro della vetrina di una piccola libreria, vede esposta l’edizione araba del Mein Kampf; chieste spiegazioni al titolare del negozio, scopre che il libro è molto richiesto e venduto. Due anni dopo torna nella stessa libreria e vede che ancora continuano a vendere copie del libro, che è molto venduto non solo in Egitto, ma anche in paesi come l’Iran e la Turchia, dove nel 2005 ha venduto migliaia di copie. Viene naturale chiedersi che senso abbia vietare o discutere riguardo la possibilità di limitare le pubblicazioni del libro, quando è in circolazione da anni, in Europa come in altri paesi.
Due giorni fa l’annuncio dell’Ansa: «le copie saranno solo 4000, al prezzo non proprio economico di 59 euro, corredate da 3500 note preparate da un pool di illustri storici che serviranno a contestualizzare le tesi contenute nel volume».
31 dicembre 2015 tempo di bilanci non solo per la Germania, ma per tutti noi, soprattutto alla luce degli avvenimenti degli ultimi mesi. Non è questione di numeri: la diffusione e le reazioni che creerà una più libera circolazione del testo non dipende dal numero di copie o dal prezzo. Sarebbe auspicabile un intervento volto a demitizzare lo stile propagandistico del Mein Kampf, che se pur obsoleto per certi aspetti, potrebbe ancora affascinare ed attrarre. Parlare di più dei lager, di Hitler, della guerra, del razzismo e della discriminazione sarebbe una grande vittoria nei confronti del nazismo. La condanna più grande per un regime, di qualsiasi tipo, è la parola, se le persone trovano il coraggio di parlare, di raccontare, di ricordare e di tramandare ciò che è stato, indubbiamente si riuscirà a sconfiggere la falsa idea che esista una “guerra giusta”. C’è un minimo comun denominatore per tutti i conflitti ed è la paura. Allora, tra i buoni propositi per il nuovo anno dovrebbe esserci quello di provare a non dimenticare, perché spesso solo la storia passata può aiutarci a salvare il presente. Per difendersi è necessario conoscere e allora ben venga l’edizione critica del Mein Kampf, purché se ne parli.
Lo scadere dei diritti d’autore e di conseguenza la libera circolazione del testo è in realtà un finto problema, infatti, già da anni, in diversi paesi, Italia compresa, è possibile acquistare il libro. In Germania è stata preparata un’edizione critica del Mein Kampf e per Christian Hartmann, curatore, è giusto che venga pubblicato per cercare di distruggere il mito del nazismo.
Domenico Quirico in un articolo pubblicato il 23 dicembre 2015 sul settimanale Origami de La Stampa spiega che il Mein Kampf è un best seller in molti paesi. Il giornalista racconta un piccolo episodio che gli è capitato nel 2011 che invita a riflettere. Quirico si trovava per lavoro al Cairo quando, al centro della vetrina di una piccola libreria, vede esposta l’edizione araba del Mein Kampf; chieste spiegazioni al titolare del negozio, scopre che il libro è molto richiesto e venduto. Due anni dopo torna nella stessa libreria e vede che ancora continuano a vendere copie del libro, che è molto venduto non solo in Egitto, ma anche in paesi come l’Iran e la Turchia, dove nel 2005 ha venduto migliaia di copie. Viene naturale chiedersi che senso abbia vietare o discutere riguardo la possibilità di limitare le pubblicazioni del libro, quando è in circolazione da anni, in Europa come in altri paesi.
Due giorni fa l’annuncio dell’Ansa: «le copie saranno solo 4000, al prezzo non proprio economico di 59 euro, corredate da 3500 note preparate da un pool di illustri storici che serviranno a contestualizzare le tesi contenute nel volume».
31 dicembre 2015 tempo di bilanci non solo per la Germania, ma per tutti noi, soprattutto alla luce degli avvenimenti degli ultimi mesi. Non è questione di numeri: la diffusione e le reazioni che creerà una più libera circolazione del testo non dipende dal numero di copie o dal prezzo. Sarebbe auspicabile un intervento volto a demitizzare lo stile propagandistico del Mein Kampf, che se pur obsoleto per certi aspetti, potrebbe ancora affascinare ed attrarre. Parlare di più dei lager, di Hitler, della guerra, del razzismo e della discriminazione sarebbe una grande vittoria nei confronti del nazismo. La condanna più grande per un regime, di qualsiasi tipo, è la parola, se le persone trovano il coraggio di parlare, di raccontare, di ricordare e di tramandare ciò che è stato, indubbiamente si riuscirà a sconfiggere la falsa idea che esista una “guerra giusta”. C’è un minimo comun denominatore per tutti i conflitti ed è la paura. Allora, tra i buoni propositi per il nuovo anno dovrebbe esserci quello di provare a non dimenticare, perché spesso solo la storia passata può aiutarci a salvare il presente. Per difendersi è necessario conoscere e allora ben venga l’edizione critica del Mein Kampf, purché se ne parli.
Arianna Pronestì
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18 dicembre 2015
In libreria
Giulia Maria Crespi
Il mio filo rosso. Il «Corriere» e altre storie della mia vita
Einaudi, Torino, 2015, 454 pp.
Il mio filo rosso. Il «Corriere» e altre storie della mia vita
Einaudi, Torino, 2015, 454 pp.
Descrizione
Questo è il racconto autobiografico di una protagonista del Novecento italiano. Giulia Maria Crespi appartiene a un'importante famiglia lombarda, di cui ha proseguito la tradizione filantropica e di impegno civile. Racconta qui le molte avventurose storie della sua vita. Centrali nel libro sono le vicende del "Corriere della Sera", di grande importanza per la storia del nostro Paese. Giulia Maria Crespi, che in modo crescente partecipa alla gestione del giornale, si adopera in una battaglia per l'ammodernamento del "Corriere", in consonanza con la parte più progressista dell'opinione pubblica. Una svolta coraggiosa ma irta di difficoltà, che nel 1974 la costringeranno a lasciare la gestione del giornale. Si occupa sempre più della Fondazione Crespi Morbio per Famiglie Numerose e di Italia Nostra. Nel 1975 assieme a Renato Bazzoni fonda il FAI (Fondo Ambiente Italiano) per la tutela e valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale. Da 40 anni lotta strenuamente per difendere l'agricoltura in Italia, in particolare quella organica.
Questo è il racconto autobiografico di una protagonista del Novecento italiano. Giulia Maria Crespi appartiene a un'importante famiglia lombarda, di cui ha proseguito la tradizione filantropica e di impegno civile. Racconta qui le molte avventurose storie della sua vita. Centrali nel libro sono le vicende del "Corriere della Sera", di grande importanza per la storia del nostro Paese. Giulia Maria Crespi, che in modo crescente partecipa alla gestione del giornale, si adopera in una battaglia per l'ammodernamento del "Corriere", in consonanza con la parte più progressista dell'opinione pubblica. Una svolta coraggiosa ma irta di difficoltà, che nel 1974 la costringeranno a lasciare la gestione del giornale. Si occupa sempre più della Fondazione Crespi Morbio per Famiglie Numerose e di Italia Nostra. Nel 1975 assieme a Renato Bazzoni fonda il FAI (Fondo Ambiente Italiano) per la tutela e valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale. Da 40 anni lotta strenuamente per difendere l'agricoltura in Italia, in particolare quella organica.
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Storia del giornalismo
16 dicembre 2015
In libreria
C'era una volta la terza pagina.
Atti del Convegno (Napoli, 13-15 maggio 2013)
a cura di Daniela De Liso - Raffaele Giglio
Cesati, Firenze, 2015, 486 pp.
Descrizione
C’era una volta la terza pagina… ma quando nacque questa mitica e ormai decaduta terza pagina? La mitologia giornalistica ne assegna l’invenzione ad Alberto Bergamini, direttore del “Giornale d’Italia”: era l'11 dicembre 1901. Un avvio casuale: la terza pagina nacque per “fare colpo”, per costruire giornalisticamente un “grande avvenimento” quale la prima a Roma, al teatro Costanzi, della Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio con la compagnia della Duse. Quattro redattori per relazionare e descrivere una serata speciale: un grosso titolo disteso su tutte le colonne, un’intera pagina che, da quel giorno fece scuola e unì la materia letteraria, artistica e affine in una sola pagina, distinta, quasi avulsa da tutte le altre. Dapprima questo spazio fu incerto poi si affinò e affermò sempre più accogliendo rubriche letterarie, artistiche, mondane, scrittori affermati, corrispondenze internazionali che narravano bellezze e costumi di paesi lontani. Sulla terza pagine trovarono spazio scrittori come Tabucchi, Moravia, Ungaretti, Pasolini e molti altri ancora. Questo il dibattito del congresso napoletano del maggio 2013 che fa rivivere attraverso la storia e i personaggi che la fecero uno degli elementi del connotativi del giornalismo italiano.
a cura di Daniela De Liso - Raffaele Giglio
Cesati, Firenze, 2015, 486 pp.
Descrizione
C’era una volta la terza pagina… ma quando nacque questa mitica e ormai decaduta terza pagina? La mitologia giornalistica ne assegna l’invenzione ad Alberto Bergamini, direttore del “Giornale d’Italia”: era l'11 dicembre 1901. Un avvio casuale: la terza pagina nacque per “fare colpo”, per costruire giornalisticamente un “grande avvenimento” quale la prima a Roma, al teatro Costanzi, della Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio con la compagnia della Duse. Quattro redattori per relazionare e descrivere una serata speciale: un grosso titolo disteso su tutte le colonne, un’intera pagina che, da quel giorno fece scuola e unì la materia letteraria, artistica e affine in una sola pagina, distinta, quasi avulsa da tutte le altre. Dapprima questo spazio fu incerto poi si affinò e affermò sempre più accogliendo rubriche letterarie, artistiche, mondane, scrittori affermati, corrispondenze internazionali che narravano bellezze e costumi di paesi lontani. Sulla terza pagine trovarono spazio scrittori come Tabucchi, Moravia, Ungaretti, Pasolini e molti altri ancora. Questo il dibattito del congresso napoletano del maggio 2013 che fa rivivere attraverso la storia e i personaggi che la fecero uno degli elementi del connotativi del giornalismo italiano.
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15 dicembre 2015
In libreria
Egisto Corradi
Africa a cronometro
Corbaccio, Milano, 2015, 303 pp.
Africa a cronometro
Corbaccio, Milano, 2015, 303 pp.
Descrizione
"Guardo le ruote e penso ai milioni e milioni di giri fatti, e ripenso all'Africa, a sedicimila chilometri di piste e strade d'Africa. Cinquanta giorni d'Africa, cronometro alla mano notte e giorno tutta l'Africa da nord a sud, Africa a cronometro." Così Egisto Corradi conclude il reportage del primo Rallye Algeri - Città del Capo, a cui partecipò nella duplice veste di giornalista e corridore. Un reportage, un libro di viaggio appassionante che prende spunto da una corsa automobilistica senza precedenti: fra il 26 dicembre 1950 e il 23 febbraio 1951 trentacinque equipaggi di sette paesi percorsero più di quindicimila chilometri di strade e piste attraversando l'Africa da nord a sud. Un'impresa impossibile, oggi, in un continente devastato da conflitti e guerre civili... Lo spirito di questa competizione, a cinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale, non è unicamente sportivo: si tratta in qualche modo di prendere le misure di un'Africa sulla via della decolonizzazione da parte dei paesi della "Vecchia Europa" alla soglia del boom economico. Incidentalmente, gli equipaggi italiani ottengono anche piazzamenti eccellenti. E l'automezzo della Lancia, "Croce del Sud", su cui viaggia Corradi, arriva secondo nella sua categoria. È un successo dell'industria automobilistica italiana, che il giornalista del Corriere della Sera non manca di sottolineare, anche se il suo interesse è rivolto ai paesaggi e alle genti di un'Africa ancora vergine e misteriosa.
"Guardo le ruote e penso ai milioni e milioni di giri fatti, e ripenso all'Africa, a sedicimila chilometri di piste e strade d'Africa. Cinquanta giorni d'Africa, cronometro alla mano notte e giorno tutta l'Africa da nord a sud, Africa a cronometro." Così Egisto Corradi conclude il reportage del primo Rallye Algeri - Città del Capo, a cui partecipò nella duplice veste di giornalista e corridore. Un reportage, un libro di viaggio appassionante che prende spunto da una corsa automobilistica senza precedenti: fra il 26 dicembre 1950 e il 23 febbraio 1951 trentacinque equipaggi di sette paesi percorsero più di quindicimila chilometri di strade e piste attraversando l'Africa da nord a sud. Un'impresa impossibile, oggi, in un continente devastato da conflitti e guerre civili... Lo spirito di questa competizione, a cinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale, non è unicamente sportivo: si tratta in qualche modo di prendere le misure di un'Africa sulla via della decolonizzazione da parte dei paesi della "Vecchia Europa" alla soglia del boom economico. Incidentalmente, gli equipaggi italiani ottengono anche piazzamenti eccellenti. E l'automezzo della Lancia, "Croce del Sud", su cui viaggia Corradi, arriva secondo nella sua categoria. È un successo dell'industria automobilistica italiana, che il giornalista del Corriere della Sera non manca di sottolineare, anche se il suo interesse è rivolto ai paesaggi e alle genti di un'Africa ancora vergine e misteriosa.
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14 dicembre 2015
Eserciti di carta: l'anomalia italiana
Il volume Eserciti di carta è, a mio
parere, un lavoro esaustivo ed equilibrato, qualità, quest’ultima, assai
difficilmente praticabile quando si entra nel merito di tematiche divisive
quanto quelle delle quali si occupano gli autori di questo saggio.
Eserciti di carta tratta, infatti, uno
degli argomenti più dibattuti - e più propensi a scaldare gli animi - emersi
negli ultimi vent’anni di storia italiana: l’anomalia del panorama
giornalistico-mediatico italiano dopo l’entrata in politica di Silvio
Berlusconi.
Informazione e politica in Italia sono
sempre state molto vicine (tesate apertamente militanti, lottizzazione della
televisione pubblica, sovraesposizione di leader ed esponenti politici e via
discorrendo sono fenomeni ben noti), ma non per questo, secondo gli autori,
l’Italia ha costituito un’anomalia. Non
esistono, in alcuna parte del mondo, mezzi d’informazione che non subiscano
pressioni da parte di editori, poteri economici o altri gruppi di pressione.
Prima della “discesa in campo” in Italia questa tendenza era soltanto più
accentuata che nel resto dei paesi democratici.
L’entrata in politica di Silvio
Berlusconi è un momento cruciale per il mondo della stampa e dei media nel
nostro Paese, da allora le cose cambiano radicalmente e si può parlare di
“anomalia italiana”.
L’anomalia, anzi, è duplice.
In primo luogo vi è un caso di conflitto
di interessi macroscopico: il proprietario del più importante network
televisivo commerciale (e nei fatti l’unico concorrente del servizio pubblico)
è anche il leader di una delle due coalizioni che periodicamente si contendono
il governo del paese. Inutile precisare che la gravità del conflitto di
interessi è centuplicata quando la coalizione guidata da Berlusconi vince le
elezioni ed egli assume il ruolo di Presidente del Consiglio. In tale
posizione, infatti, Berlusconi si trova a poter disporre, in pratica, di cinque
tra le sei reti televisive che costituiscono il duopolio italiano.
Benché questo aspetto dell’”anomalia
italiana” sia analizzato con dovizia di particolari nel volume, Lloyd e
Giugliano si concentrano però su un’altra caratteristica che contraddistingue
il mondo dell’informazione del nostro Paese fin dalla discesa in campo: la
divisione del mondo della stampa in due “eserciti”, come appunto recita il
titolo, l’uno filoberlusconiano, l’altro a lui avverso.
Una certa dose di conflittualità politica
all’interno del mondo della stampa in Italia è sempre esistita ed è stata anche
forte: prendendo in esame il periodo a cui il libro fa brevi cenni nei primi
capitoli tracciando un quadro storico, dal dopoguerra alla fine della Prima
Repubblica gli esempi sono molteplici (i molti giornali di partito, la
contrapposizione durante gli anni più duri della guerra fredda, i giornali
militanti anche se non prettamente di partito come Repubblica e “Il Giornale”
etc.); dal 1994, però, assistiamo ad una vera e propria ripartizione in due
schieramenti. Questi due “eserciti” hanno come oggetto di contesa non
un’ideologia o un programma, bensì una singola persona.
Ma come può un solo uomo attirare tanta
venerazione e tanta avversione? Le ragioni sono molte.
Sicuramente molto ha contato il fatto che
Berlusconi sia il proprietario di Mediaset, Mondadori e abbia influenza su più
di un quotidiano, quindi il conflitto di interessi di cui si parlava in
precedenza, palese affronto al pluralismo che dovrebbe essere pilastro di ogni
democrazia. Come se non bastasse, anche il personaggio Berlusconi porta con sé
più di un tratto della personalità e della biografia capaci di suscitare
ammirazione ed indignazione.
Per quanto riguarda i suoi estimatori,
essi sottolineano che il Cavaliere (oramai ex ma questo esula dal libro in
oggetto!) è un self made man, un imprenditore, un uomo del fare, che ha portato
la modernità della tv commerciale, non legato alla vecchia politica screditata
(quest’ultima caratteristica - per altro non del tutto veritiera - ha fatto
molto presa nei primi anni del suo percorso politico, iniziato quando ancora
erano fumanti le macerie del sistema partitico della Prima Repubblica). L’elenco
potrebbe continuare a lungo.
I suoi detrattori pongono l’accento sui
molti punti oscuri della sua biografia (presunti rapporti con la mafia, molti
guai giudiziari, contiguità al PSI di Craxi, appartenenza alla P2) e indignano
non poco molte sue uscite alquanto infelici (Mussolini che mandava la gente “in
vacanza”, l’europarlamentare Schultz paragonato ad un kapò nazista, gli
attacchi contro istituzioni come la Magistratura e la Corte Costituzionale).
Anche in questo caso, gli esempi si sprecano.
Questo panorama caratterizzato da
un’altissima conflittualità conosce un’ulteriore radicalizzazione dello scontro
a partire dal 2009.
Il 2009 è l’anno dei primi scandali
sessuali che investono Berlusconi, allora Presidente del Consiglio (Noemi
Letizia, le ragazze di Tarantini). I giornali dello schieramento
antiberlusconiano (in particolare “Repubblica”) chiedono spiegazioni in merito
a queste vicende, i giornali vicini al premier (“Il Giornale” in prima fila)
creano nuovi scandali per infangare chi critica la sua disinvolta condotta
sessuale. E’ un copione che si ripeterà negli anni successivi: il primo a
pagare le critiche a Berlusconi è il direttore dell’”Avvenire” Boffo, poi tocca
all’ex alleato Fini, al magistrato Ilda Boccassini, al leader di Sel Nichi Vendola.
Questa fase dello scontro segna anche
un’altra novità quasi assoluta nel giornalismo italiano: la vita privata degli
esponenti politici entra di prepotenza a far parte della battaglia politica (e
di opinioni).
Riassunta a grandi linee la parabola
del giornalismo italiano durante l’era
berlusconiana, merita ancora una volta sottolineare che il libro di Lloyd e
Giugliano tratta questi argomenti altamente passibili di partigianeria con un
equilibrio ammirabile!
A ciò si aggiungono un linguaggio
scorrevole, ricchezza di fonti molto diverse ed interessanti - tra cui molte
interviste condotte dagli autori a svariati esponenti del giornalismo italiano
- e una trattazione esaustiva che non lascia nessun aspetto della tematica presa
in esame poco approfondito o appena sorvolato.
“Eserciti di carta” è un libro di 300
pagine denso ma leggibilissimo, che riesce a dare una panoramica d’insieme da
una prospettiva non pregiudiziale di una lunga stagione che sicuramente ha
mutato a fondo il giornalismo e più in generale il sistema dei media e il campo
dell’opinione pubblica in italia.
Sara Piccardo
Ferdinando Giugliano - John Lloyd
Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia
Feltrinelli Editore, Milano, 2013, 283 pp.
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11 dicembre 2015
Incontro tra Oriente e Occidente attraverso la TV
Il progetto di Media Oriente
Leggendo il testo di
Donatella Della Ratta, Media Oriente, ho notato da subito l'impostazione
originale che lo contraddistingue, il fatto cioè che tratti il tema della TV
araba e il suo rapporto con l'omogeneizzazione usando proprio una tecnica
televisiva: parte da un campo largo che si restringerà in seguito.
Nel primo capitolo,
"Il nuovo Medio Oriente", l'obiettivo dell'autrice viene puntato sul
gap culturale tra Oriente e Occidente, una distanza esistente sin dalle
origini. L'Oriente viene visto dagli occidentali come luogo dell'irrazionale,
della magia e dell'esotico, e dal punto di vista politico poi la differenza è ancora
più accentuata. Il concetto di democrazia come lo intendiamo noi è considerato
dagli arabi come puramente occidentale, in un sistema in cui non è presente una
netta divisione tra religione e stato, a favore della Umma, la comunità
allargata di tutti i fedeli musulmani. Tuttavia, come sottolinea Della Ratta,
questo rapporto di contrapposizione tra Oriente e Occidente andrà ripensato
alla luce della globalizzazione, della possibilità di un messaggio condiviso
trasmesso attraverso audience transnazionali.
Nei capitoli centrali
del libro, l'obiettivo si dirige verso la TV araba nello specifico, e l'autrice
analizza in maniera molto dettagliata e ricca di particolari la storia della
nascita dei principali broadcast arabi, soffermandosi in particolare sul concetto
di transanzionalità, che caratterizza la TV araba sin dalle origini, per
costruire la possibilità di dirigersi verso un target differenziato. Trova poi
spazio anche l'esperienza dell'italiana Radio Bari, che negli anni Trenta è
stata di fondamentale importanza, scegliendo di programmare notizie e
intrattenimento in arabo.
Personalmente, devo
dire di aver apprezzato particolarmente gli ultimi due capitoli del saggio, in
cui l'autrice dapprima sviluppa un approfondimento di un genere che si rivelerà
vincente nella TV araba, il feuilleton, la narrativa seriale, nata da
una tradizione da sempre presente nella cultura araba e fondamentale durante il
Ramadan, quando la famiglia tipo passa la maggior parte del tempo in casa.
Ma, soprattutto, ho
ritrovato la svolta più innovativa del testo nella parte conclusiva, "Tra
l'Europa e l'Islam, il Mediterraneo"; qui l'autrice riprende la grande
premessa dell'inizio, la profonda distanza tra Oriente e Occidente da sempre
esistente, ipotizzando un punto di incontro tra le due culture proprio
attraverso la televisione, con la creazione di una rete comune, Euromed.
Il Mediterraneo si
sviluppa attorno a due grandi civiltà, l'ellenismo e l'arabismo, ora simboli di
Oriente e Occidente, di due culture che sembrano attualmente divise in maniera
irreparabile. Servirebbe un avvicinamento tra queste, e non andrebbero
considerate antitetiche; secondo l'autrice, un dialogo tra le due sarebbe
possibile se si abbandonassero i luoghi comuni e i pregiudizi.
Il progetto Euromed
TV, a livello puramente intenzionale, vorrebbe trovare un punto di incontro tra
le culture del bacino mediterraneo, e dovrebbe avere caratteristiche di canale
multiculturale e multilingue.
Ma rispetto alla
creazione di una TV comune, si presentano una serie di problematiche,
riguardanti ad esempio la coproduzione dei generi, per cui sarebbe preferibile
la fiction o il teatro rispetto alle news, che pongono il problema della
censura in molti Paesi.
Indubbiamente il
progetto è di non facile attuazione, e un avvicinamento culturale tra Oriente e
Occidente sembra quantomai complicato, ma ho trovato molto significativo che
l'autrice abbia rintracciato un possibile canale di sintesi proprio nella TV,
il mezzo oggi più rappresentativo per la comunicazione e la condivisione.
Chiara Brizzolara
Donatella Della
Ratta
Media Oriente: modelli, strategie, tecnologie nelle nuove televisioni
arabe.
Seam, 2000, 352 pp.
Seam, 2000, 352 pp.
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10 dicembre 2015
In libreria
Pejman Abdolmohammadi - Giampiero Cama
L'Iran contemporaneo.
Le sfide interne e internazionali di un paese strategico
Mondadori Università, Milano, 2015, 296 pp.
Descrizione
L'Iran è un paese chiave. La sua posizione, il suo rango e il suo retaggio culturale fanno sì che esso eserciti una notevole influenza sulla stabilità o meno del mondo e dell'area medio-orientale. Paese dall'identità complessa e talora contraddittoria (tra oriente e occidente, tra modernità e tradizione), esso ha esercitato questa funzione in modo ambivalente nel corso della storia. La sua politica estera, infatti, è stata per molti anni anche un riflesso dei cambiamenti avvenuti al suo interno. Attualmente, l'Iran è retto da una Repubblica islamica, un curioso esemplare di "regime ibrido". Le sue dinamiche, tra l'altro, hanno spesso anticipato importantissimi e più ampi sviluppi a livello globale. Così come, ad esempio, la rivoluzione khomeinista del 1979 ha dato il via alla diffusione dell'islamismo politico, l'onda verde del 2009 ha preceduto le "primavere arabe" di due anni dopo. Questo volume intende fornire ai lettori un agile, ma approfondito, strumento di analisi per facilitare la comprensione di questa nazione, enigmatica e non facilmente decifrabile, ma tra le più decisive per il nostro futuro. Con Prefazione di Lucio Caracciolo.
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08 dicembre 2015
Al Jazeera: l’opinione e l’opinione contraria
Donatella Della Ratta, autrice del libro, si occupa di ricerca sui media arabi per enti nazionali e internazionali. Vincitrice del Premio Ilaria Alpi 2000 come migliore autrice televisiva under 30, nel 2005 scrive “Al Jazeera: media e società arabe nel nuovo millennio”, testo che fornisce una panoramica dettagliata sull’evoluzione dei media nella società araba, focalizzando l’attenzione su Al Jazeera, prima rete televisiva all news araba.
Il
libro è diviso in quattro capitoli, il primo affronta i media arabi prima e
dopo la Guerra del Golfo e i rimanenti tre concentrano l’attenzione su Al
Jazeera, descrivendone l’ascesa E le problematiche che ha dovuto affrontare e
le conseguenze subite dopo la tragedia dell’11 settembre.
L’autrice
descrive in modo dettagliato e cronologico
il processo evolutivo dei media arabi spaccando la loro storia in due
fasi: prima e dopo la Guerra del Golfo. La principale differenza che emerge è
la contrapposizione tra il regime di oligopolio televisivo precedente la guerra
e la proliferazione di network nati alla fine di questa.
Un
testo che offre molti spunti di riflessione su una società che ha tradizioni
lontane dalle nostre anche dal punto di vista mediatico. La cultura araba
infatti è ben ancorata ai valori e alle usanze della propria tradizione e ciò
si riflette anche nei media che, in un primo momento, non riescono a spiccare
il volo perché rifiutano l’intrusione dell’occidente e in particolare della
CNN, network americano di informazione.
Interessante
è l’approfondimento che Donatella Della Ratta rivolge a ogni aspetto
affrontato. Non mancano le descrizioni delle televisioni periferiche, che
nascono dopo la prima guerra del Golfo, e l’attenzione che essa pone nel
tracciare i cambiamenti, non solo politici ed economici ma anche sociali,
avvenuti dopo il conflitto. Da sottolineare che l’entrata nei palinsesti
televisivi delle reti satellitari ha convinto i governi che non si poteva più
nascondere ciò che stava accadendo, le autorità erano ormai davanti a una scelta:
vietare la trasmissione dei nuovi programmi, che comunque arrivavano nelle case
anche clandestinamente, o accettarne la nascita. Dopo una prima esitazione
tutti gli stati acconsentono all’entrata dei nuovi programmi, sebbene
riadattandoli al contesto arabo. In questo clima nel 1996 lo stato del Qatar
lancia Al Jazeera che diventerà la prima rete televisiva all news araba.
L’analisi
dell’autrice non riguarda lo schieramento politico della rete ma la sua
struttura e la sua storia. Al Jazeera è accusata fin dalle origini sia
dall’Occidente, di essere portavoce di Bin Laden, e sia dal versante arabo, di
essere filoamericana. L’autrice vuole descrivere gli aspetti economici,
linguistici e il palinsesto del network contestualizzandoli nel panorama arabo
e sottolineando che si tratta di un’impresa televisiva, non di un partito
politico e né di un’organizzazione religiosa. Al Jazeera è una voce fuori dal
coro, non appoggia nessun partito politico e si basa sul principio de
“l’opinione e l’opinione contraria”.
La
tesi finale del libro pone la domanda se i media possano contribuire alla
nascita della democrazia o accelerare un processo di apertura di una società
priva di basi democratiche. Conclude affermando che servirebbero mille Al
Jazeera congiuntamente a una presa di coscienza politica per riuscire a creare
una società aperta. E questa è anche la mia opinione: i media hanno favorito la
creazione di un sentimento popolare comune di apertura verso l’occidente, tale
sentimento deve essere appoggiato dagli organi politici per far sì che non
rimanga fine a sé stesso ma possa concretizzarsi con un’evoluzione
delle istituzioni politiche.
Arianna
Tripodi
Donatella Della Ratta
Al Jazeera: media e società arabe nel nuovo millennio
Bruno Mondadori Editori, Milano,
2005, pp. 263.
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07 dicembre 2015
In libreria
Giorgio Salvetti
Uno sguardo limpido sull'inizio secolo. 15 anni a il manifesto
Nota introduttiva del curatore e Prefazione di Luca Fazio
Guerini e Associati, Milano, 2015, pp. 478.
Descrizione
Il libro raccoglie gli articoli più significativi che Giorgio Salvetti ha pubblicato su il manifesto tra l'agosto del 2000 e il 27 agosto del 2014, quando, il giorno dopo il suo quarantaduesimo compleanno, ha deciso di lasciarci. I maggiori temi sociali e civili di quegli anni vi vengono letti dalla parte degli "ultimi", sul filo tra partecipazione e ironia, con una voce incapace di enfasi e di sensazionalità. La raccolta è suddivisa in aree tematiche, che riguardano veri e radicati interessi: la battaglia ecologica, il mondo del lavoro, le voci inascoltate degli emarginati, la condizione giovanile, la musica "alternativa". Il contesto umano e politico degli scritti è poi illuminato da commenti e testimonianze. Ne esce un quadro articolato, in cui i problemi del mondo - riflessi per lo più nella realtà milanese - valgono almeno quanto lo sguardo limpido di chi li interroga e li soffre.
Uno sguardo limpido sull'inizio secolo. 15 anni a il manifesto
Nota introduttiva del curatore e Prefazione di Luca Fazio
Guerini e Associati, Milano, 2015, pp. 478.
Descrizione
Il libro raccoglie gli articoli più significativi che Giorgio Salvetti ha pubblicato su il manifesto tra l'agosto del 2000 e il 27 agosto del 2014, quando, il giorno dopo il suo quarantaduesimo compleanno, ha deciso di lasciarci. I maggiori temi sociali e civili di quegli anni vi vengono letti dalla parte degli "ultimi", sul filo tra partecipazione e ironia, con una voce incapace di enfasi e di sensazionalità. La raccolta è suddivisa in aree tematiche, che riguardano veri e radicati interessi: la battaglia ecologica, il mondo del lavoro, le voci inascoltate degli emarginati, la condizione giovanile, la musica "alternativa". Il contesto umano e politico degli scritti è poi illuminato da commenti e testimonianze. Ne esce un quadro articolato, in cui i problemi del mondo - riflessi per lo più nella realtà milanese - valgono almeno quanto lo sguardo limpido di chi li interroga e li soffre.
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Storia italiana
05 dicembre 2015
In libreria
Uliano Lucas e Tatiana Agliani
La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia
Einaudi, Torino, 2015, pp. 680.
La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia
Einaudi, Torino, 2015, pp. 680.
Descrizione
Se nell’Ottocento la nascita della fotografia ha rappresentato il coronamento di un passaggio secolare dalla trascendenza all’immanenza, l’espressione di una cultura illuminista che ha affermato la centralità della vita vissuta degli individui fino a farne il perno della sua rappresentazione, ora sembra si stia assistendo a un processo opposto di rilettura creativa della realtà, con fotografie di reportage che rimettono in scena il reale optando per una fotografia «allestita», «studiata». È l’elemento imprevisto e inafferrabile della realtà che sembra far paura, è l’uso della fotografia come strumento di confronto e scoperta del mondo e degli altri che sembra stemperarsi. Forse per questo si guarda con sempre maggior scandalo a quella fotografia che si avvicina troppo al soggetto, che mostra l’evidenza del dolore, la nuda cronaca che racconta nude vite.
Se nell’Ottocento la nascita della fotografia ha rappresentato il coronamento di un passaggio secolare dalla trascendenza all’immanenza, l’espressione di una cultura illuminista che ha affermato la centralità della vita vissuta degli individui fino a farne il perno della sua rappresentazione, ora sembra si stia assistendo a un processo opposto di rilettura creativa della realtà, con fotografie di reportage che rimettono in scena il reale optando per una fotografia «allestita», «studiata». È l’elemento imprevisto e inafferrabile della realtà che sembra far paura, è l’uso della fotografia come strumento di confronto e scoperta del mondo e degli altri che sembra stemperarsi. Forse per questo si guarda con sempre maggior scandalo a quella fotografia che si avvicina troppo al soggetto, che mostra l’evidenza del dolore, la nuda cronaca che racconta nude vite.
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