Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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27 novembre 2021

In libreria


"Detta in parole semplici: non siamo più noi a scegliere da dove attingere alle notizie, ma sono gli algoritmi a decidere al nostro posto. Oggi il 54,5% dell’utenza, secondo il Rapporto sul consumo di informazione di AgCom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), accede all’informazione online prevalentemente attraverso i social network e i motori di ricerca. Ed è qua che si annida una pericolosa insidia. Perche´ nel momento in cui un motore di ricerca o una piattaforma social decidono per noi, l’algoritmo ci proporrà informazioni e opinioni considerate più in linea con i nostri « gusti » e le nostre aspettative. Un processo che finisce per alterare la nostra percezione della realtà, rappresentandola ai nostri occhi in modo parziale e rafforzando i nostri pregiudizi. Disinformazione, bufale, post-verità, clickbait, overloading information, infodemia, fonti algoritmiche: sono queste le ombre che si allungano ogni giorno di più sul nostro diritto a essere informati. A queste si uniscono no il potere discrezionale delle piattaforme, la crisi del giornalismo, la notizia trasformata in prodotto, la manipolazione di regime, la gestione del potere politico attraverso i social network, la propaganda prodotta da una campagna elettorale non-stop, il complottismo. (Matteo Grandi, 2021, pp. 12-13)


Matteo Grandi 
"La verità non ci piace abbastanza. 
Il virus della disinformazione fra bufale, web e giornali
Longanesi, Milano, 2021, pp. 288. 
Descrizione
Oggi la disinformazione è un mostro tentacolare che si allarga a macchia d’olio e che può contare su una rete di fiancheggiatori, più o meno consapevoli, molto nutrita. Dalla politica che ha scelto le fake news come nuova forma di propaganda, al giornalismo tradizionale che, travolto dalle nuove tecnologie e dalla competizione con le dinamiche del web, sta rincorrendo sensazionalismo e clic spesso a scapito della veridicità e della qualità delle notizie, fino all’enorme potere di mediazione delle piattaforme, nuovi arbitri (interessati) della verità. Ne parla nel suo nuovo saggio, edito da Longanesi, Matteo Grandi, giornalista e autore televisivo (e di testi musicali), molto attivo sui social.
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26 novembre 2021

L'Università

"[...] Per l'Università non esiste solo il mercato. Esiste la società, la società civile, nel suo complesso e nelle sue articolazioni. Esistono domande di ricerca non economiche in senso stretto, ma meritevoli di essere perseguite. C'è la competizione ma anche la solidarietà. Esistono le tecniche, le professionalità, ma anche la cultura."
Prof. Lorenzo Caselli


*L Caselli, "La Repubblica-Il Lavoro", 25.11.2021, p. 11.
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09 novembre 2021

In libreria

Gian Carlo Ferretti
L’altra Italia del “Politecnico” di Vittorini attraverso la posta dei lettori
Interlinea, Novara, 2021, pp. 116.
Descrizione
Chi leggeva “Il Politecnico” di Elio Vittorini? Quale Italia emerge oggi dalle lettere inviate al giornale garibaldino, segnato dai rossi di Albe Steiner, nel 1945-1947? Dopo tanto silenzio il saggio di Gian Carlo Ferretti offre un’immagine nuova e antistituzionale del dopoguerra anche con l’apporto di carte d’archivio. Scopriamo così lettori e lettrici, intellettuali e operai, che scrivono alla rivista e dibattono spesso con posizioni sorprendenti, più avanzate del periodico e degli stessi movimenti laici e comunisti: su fascismo e antifascismo, divorzio e aborto, scuola e religione, pubblico e privato. Nelle pagine del “Politecnico” maturano così le nuove élite della sinistra: lettori tra i quali si ritrovano i giovani e giovanissimi Sciascia, Venturi, Bettiza, Brera, Cavallari, Ceronetti, Cini, Edoarda Masi e Ripellino.
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08 novembre 2021

Tra pandemia e infomedia

"Nel mondo digitale, non si scrivono più soltanto i messaggi, ma anche i mezzi. L'architettura dei mezzi diventa decisiva per la qualità delle comunicazioni. La responsabilità di chi lavora nei media non è soltanto quella di scrivere e ricevere messaggi socialmente costruttivi, ma anche di scrivere mezzi socialmente costruttivi. Pensando al breve termine. Ma anche pensando al lungo termine.".

Luca De Biase 


*L. De Biase, Riflessioni sull'infodemia,  29.7.2021 (testo integrale).

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07 novembre 2021

In libreria

 Milly Buonanno e Franca Faccioli (a cura di) 
Genere e Media: non solo immagini. 
Soggetti, politiche, rappresentazioni,
Franco Angeli, Milano, 2020, pp. 234

Descrizione

Il volume presenta i nuovi orientamenti di indagine dell'Unità di ricerca GEMMA (GEnder and Media MAtters) istituita presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza-Università di Roma. All'origine di GEMMA è la consapevolezza della crescente complessità del nesso 'genere e media' nella società contemporanea, in cui si osserva e si sperimenta sia una profonda trasformazione dello scenario mediale, sia una diffusa problematizzazione dell'assunto a lungo indiscusso del 'binarismo di genere'. Nonostante i mezzi di comunicazione abbiano esercitato da sempre una funzione di rappresentazione delle identità di genere, lungo un intervallo compreso tra gli estremi della messa in scena e quelli della stereotipizzazione, oggi l'espansione del contesto mediale e la sua declinazione contemporaneamente individuale e di massa implicano l'elaborazione di nuove prospettive di studio e di ricerca. Il libro intende fornire una pluralità di spunti di riflessione, riconducibili a piattaforme e a pratiche comunicative differenti: dalla televisione alla pubblicità, dalla comunicazione pubblica ai consumi culturali, fino alla Rete, ai Social Media e ai Social Network Sites, i diversi contributi qui raccolti mettono a fuoco le forme di agency dispiegate da individui, gruppi e istituzioni nei processi di creazione, diffusione e consumo di immagini di genere nei testi mediali. Il primario intento di lettura e interpretazione del presente, perseguito dal gruppo di ricerca, non esclude l'esercizio di uno sguardo retrospettivo; così come l'adesione a prospettive e strumenti dei feminist media studies non preclude il ricorso agli apporti fruttuosi della sociologia.

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06 novembre 2021

In libreria

Sandro Gerbi 
La voce d'oro di Mussolini. 
Storia di Lisa Sergio, la donna che visse tre volte
Neri Pozza, Milano, 2021, pp. 224.
Descrizione
Chi era l'elegante figurina che la sera del 9 maggio 1936, dai gradini più alti del Vittoriano, trasmetteva in inglese il famoso discorso di Mussolini sulla conquista dell'Impero? Si chiamava Lisa Sergio (1905-1989) e stava vivendo la sua prima incarnazione: quella della «fervente fascista», nota all'estero come la «voce d'oro» di Roma. Giornalista fiorentina plurilingue, di madre americana e padre napoletano, nel 1937 fu licenziata dal ministero della Propaganda forse perchè sospettata di mormorare contro il regime o più probabilmente perché ritenuta troppo loquace circa una sua breve relazione con il genero del duce Galeazzo Ciano. Protetta da Guglielmo Marconi, approdò negli Stati Uniti nel 1937 e ricominciò una brillante carriera radiofonica all'insegna della democrazia americana: ecco la sua seconda vita. Dopo la guerra però, ottenuta la nazionalità statunitense, fu accusata dall'FBI di simpatie per il comunismo, allontanata dalla radio e inserita in alcune «liste nere» da seguaci del
maccartismo. Alla fine decise di trasferirsi a Washington, dove si reinventò come conferenziera. Questo libro, frutto di un trentennale scavo in archivi pubblici e privati, racconta la sua triplice, avventurosa esistenza. E cerca allo stesso tempo di ripristinare alcune verità, che lo scorrere del tempo, la concretezza dei documenti e l'ostinazione propria dei ricercatori lasciano impudentemente affiorare.
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04 novembre 2021

In libreria

 Matteo Grandi
La verità non ci piace abbastanza
l virus della disinformazione fra bufale, web e giornali
Longanesi, Milano, 2021, pp. 288.
Descrizione
Oggi la disinformazione è un mostro tentacolare che si allarga a macchia d'olio e che può contare su una rete di fiancheggiatori, più o meno consapevoli, molto nutrita. Dalla politica che ha scelto le fake news come nuova forma di propaganda, al giornalismo tradizionale che, travolto dalle nuove tecnologie e dalla competizione con le dinamiche del web, sta rincorrendo sensazionalismo e clic spesso a scapito della veridicità e della qualità delle notizie, fino all'enorme potere di mediazione delle piattaforme, nuovi arbitri (interessati) della verità. E mentre la notizia si trasforma in prodotto e come tale viene trattata, noi utenti online, già disorientati e spesso condizionati dalle fake news tradizionali, siamo portati ulteriormente fuori strada da profilazione e algoritmi che hanno la pretesa di selezionare per noi le fonti e le informazioni. Un quadro estremamente instabile in cui la pandemia e l'infodemia che ne è scaturita hanno contribuito a creare la tempesta perfetta. Eppure anche noi utenti abbiamo le nostre responsabilità. Spesso troppo pigri per approfondire, a volte troppo pieni di pregiudizi per mettere in discussione le cose che leggiamo, ci stiamo assuefacendo a una forma di informazione che proprio grazie alla rete potremmo invece testare e verificare. Se solo la verità ci stesse abbastanza a cuore.

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02 novembre 2021

In libreria

Antonio Nicita
Il mercato delle verità
Come la disinformazione minaccia la democrazia
Il Mulino, Bologna, 2021, pp. 240.

Descrizione
Perché la «questione della verità» è tornata così prepotentemente proprio nell’epoca della massima disponibilità delle informazioni? E perché servono nuove regole sul rapporto tra disinformazione e democrazia o, se si vuole, tra libertà e verità? Il dramma della pandemia e le elezioni americane del 2020 ci hanno consegnato il trionfo della disinformazione. Notizie false, distorte, emozionali si presentano a noi in modo sempre più credibile. Non siamo dunque immersi in un libero e aperto «mercato delle idee», dove la concorrenza tra le informazioni genera nuove possibilità di conoscenza e di scelta, ma precipitiamo in un paradossale «mercato delle verità», dove compriamo e vendiamo fatti verosimili, spinti da una manipolazione fondata sulle nostre preferenze. Questo libro ci propone un’analisi provocatoria e pungente, da cui emerge con urgenza il bisogno di nuove regole per riconciliare libertà d'espressione e buon funzionamento della democrazia.

*Link all'Indice del libro.

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31 ottobre 2021

La valanga dell'informazione

 "La valanga scatenata dall'informazione ad oltranza ha trasformato il giornalismo, ucciso i grandi articoli di discussione, ucciso la critica letteraria, dato ogni giorno più spazio ai dispacci, alle piccole e grandi notizie, ai processi verbali del reporter e degli intervistatori."
Emile Zola, 1888

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30 ottobre 2021

In libreria

Massimo Fini
Il giornalismo fatto in pezzi 
Marsilio, Venezia, 2021, pp. 832
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Descrizione
Trent’anni di storia d’Italia, dai Settanta al Duemila e oltre. Uno spaccato di vita e degli eventi cruciali che hanno trasformato la nostra società in senso antropologico, sociologico, psicologico e, più ampiamente, culturale. Attraverso la sua attività di cronista e di inviato Massimo Fini ci racconta storie di vita, testimonianze di uomini e donne dall’estrazione sociale e dalle esperienze più diverse, ritratti di personaggi famosi, politici ma soprattutto artisti e letterati, la cui memoria affonda spesso ancora più lontano, nel periodo fascista e della guerra. Se, come afferma Benedetto Croce, «la Storia è il passato visto con gli occhi del presente», chi legge questo libro potrà, con gli occhi dell’uomo di oggi, trovarvi cosa rimane di quelle stagioni, di quelle speranze, di quelle illusioni e delusioni. Ci sono infine alcuni reportage internazionali – e qui il giornalista si salda con lo scrittore – che nel raffronto fra culture e società a volte omologhe, altre molto diverse, ci aiutano a capire meglio qual è stato, qual è e quale potrà essere il ruolo dell’Italia in un mondo divenuto globale.

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29 ottobre 2021

Tempi pandemici

Ogni anno milioni di italiani devono compilare la dichiarazione dei redditi su moduli prestampati che comprendono anche gli spazi riguardanti la dichiarazione riguardante la destinazione dell'8/mille, ogni anno milioni di italiani sono implicitamente invitati ad indicare la loro appartenenza religiosa sottoscrivendo una delle caselle di riferimento (elencate sulla base di precisi accordi tra le Stato italiano e i vari culti, prima tra tutte la Chiesa cattolica). Personalmente, fin dalla prima volta, ho sempre considerato inaccettabile questa opzione da controfirmare nero sue bianco ritenendo che ogni posizione su una qualsiasi fede religiosa non debba riguardare lo Stato, per cui ho sempre scelto di barrare tutte le caselle, dalla prima all'ultima, tutte indistintamente negando sempre allo Stato ogni possibilità di appropriarsi di una informazione che non gli deve competere (in tal caso l'8/mille è destinato allo Stato, con qualche distinguo). Ora, di fronte a questa polemica surreale sul green pass, sarebbe utile sapere quanti "NOgreenpass" si sono percepiti come "schedati" di fronte alla compilazione del format dell'8/mille? quanti hanno ritenuto di NON dover indicare la propria appartenenza religiosa o la posizione di atei o non credenti, considerando la richiesta di questo dato una forma di intrusione ingiustificata?. E' quasi certo che nell'Italia della "incerta fede" (citando il titolo dell'indagine di R.Cipriani edita da FrancoAngeli nel 2020) nella stragrande maggioranza i contribuenti abbiano firmato la casella scelta senza porsi domande sulla legittimità di questa richiesta in uno Stato laico. Inoltre, da sempre e in molte circostanze, gli italiani si ritrovano (inconsapevolmente) a consegnare i propri dati sensibili a soggetti pubblici o a privati, sottoscrivono adesioni a ogni tipo di richiesta, al supermercato. per la strada, nel Web, senza chiedersi se le persone che hanno di fronte hanno i requisiti di legge per richiedere una firma o una serie di risposte a quesiti di tipo riservato. E tra questi ci sono anche i "NOgreenpass" che (inconsapevolmente) hanno firmato senza neppure verificare la qualità e la legittimità della richiesta. Perché ora, di fronte al Green pass, uno strumento che deve definire la reciproca e serena convivenza tra vaccinati e tamponati, emergono i cavilli della discriminazione, con sistematici parallelismi con le vere e inenarrabili discriminazioni applicate durante il nazifascismo a ebrei, rom, omossessuali e disabili, fino agli orrori dei campi di sterminio?
mmilan
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25 ottobre 2021

Ansia da informazione

Siamo nell'era della sovrainformazione che produce ansia da informazione*, ovvero disinformazione per cui si dovrebbero conoscere le regole della buona selezione delle fonti di informazione. Selezionare e scartare, scartare tutto quel che pare incerto o inattendibile. Scartare per scremare, selezionare e confrontare, e di nuovo selezionare per ben decodificare fatti e commenti, per decidere il che fare in ogni scelta della nostra vita. Questo si dovrebbe insegnare a scuola, precisando sempre che nella società complessa, multimediale e interconnessa non esiste democrazia senza una buona informazione. I CARE sintetizzava Don Lorenzo Milani perchè anche l'informazione è un dovere di civile convivenza.
mmilan

*cfr. Richard Saul Wurman, L'ansia da informazione, Leonardo, Milano, 1991, pp. 469 (pubblicato in anni in cui per il giornalismo il mondo internet era agli albori).
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24 ottobre 2021

In libreria

 Craig Whitlock  
Dossier Afghanistan 
 Newton Compton, Roma, 2021, pp. 352.   

Descrizione
Un racconto esatto e serrato su come tre presidenti degli Stati Uniti e i loro capi militari abbiano ingannato il mondo per venti lunghi anni per giustificare un conflitto infinito costato oltre 2300 miliardi di dollari e 241.000 morti. Proprio come I Pentagon Papers hanno cambiato la comprensione del pubblico del Vietnam, gli Afghanistan Papers riportati nel libro contengono rivelazioni sorprendenti di persone che hanno avuto un ruolo diretto nella guerra, dai leader della Casa Bianca e del Pentagono ai soldati e agli operatori umanitari in prima linea. Con un linguaggio schietto, gli intervistati ammettono che le strategie del governo sono state un disastro, che il progetto di ricostruzione della nazione è stato un colossale fallimento e che la corruzione ha preso il sopravvento sul governo afghano. Il resoconto si basa su interviste con più di 1000 persone che sapevano che il governo degli Stati Uniti stava presentando una versione distorta, e talvolta interamente inventata dei fatti. Craig Whitlock, reporter del «Washington Post» e tre volte finalista al Premio Pulitzer, mostra che il presidente Bush non conosceva il nome del suo comandante in Afghanistan e non aveva alcun interesse a incontrarlo. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha ammesso di non avere «nessuna idea su chi fossero i cattivi». Il suo successore, Robert Gates, ha dichiarato, ancora più esplicitamente: «Non sapevamo nulla di al-Qaeda».
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23 ottobre 2021

Altri orizzonti

"Il contadino manteneva un legame permanente con l'immensa creazione del mondo, e spirava nelle profondità del pianeta, accanto ad Abramo. Invece noi, scorso il giornale, moriamo solitari sul nostro divano angusto e superfluo. Dove va a finire tutto il nostro orizzonte, tutta la nostra capacità ricettiva quando ci togliamo i calzoni o ce li sfilano di dosso? Oppure quando portiamo il cucchiaio alla bocca. Prima di impugnare il cucchiaio, il contadino cominciava col farsi il segno della croce e con questo solo gesto riflesso si legava alla terra e al cielo, al passato e al futuro".
Andrej Sinjavskij

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12 ottobre 2021

"La scomparsa della conversazione"

"La quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati) ha fatto sì che lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano intorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato assiste al loro colloquio. Talvolta i conversatori appaiono sul video, talaltra sono presenti in carne ed ossa in una sala, di fronte a un certo numero di invitati. I conversatori esprimono le loro idee, le loro opinioni. C’è qui qualcosa di anacronistico perché anche le opinioni – materia prima di ogni conversazione non meramente utilitaria – hanno da tempo seguito la stessa sorte dell’arte del conversare: sono scomparse. Naturalmente non si dà scomparsa senza sostituzione dell’ente o dell’oggetto sparito; e in questo caso le opinioni, che sono giudizi di valore, indipendenti dalle fluttuazioni provvisorie del gusto e del costume, sono costituite da fiato di voce, da chiacchiere prive di consistenza ma dotate di una provvisoria efficacia. Coloro che reggono la vita pubblica (politici amministratori, uomini d’affari) non potrebbero impunemente mostrarsi a vuoto di idee generali, di opinioni; e quanto più il vuoto è reale tanto più essi sono tenuti a coprirlo col vento della loro verbosità. Non altrimenti potrebbero andare le cose, perché il linguaggio – veicolo di ogni opinione – è anch’esso in crisi. Una importante scuola filosofica si è sforzata di dimostrare che il linguaggio non afferra enti reali ma fantasmi. L’uomo, sostanzialmente, non sa nulla di sé, ma per vivere deve darsi significati del tutto provvisori. Il filosofo è consapevole della sua ignoranza, ma è necessario impedire che l’uomo della strada si renda conto dell’ignoranza dei clercs e dei filosofi.

Si riesce a impedirlo? Un tempo si riusciva, perché gli uomini di dottrina, col sussidio della religione o di qualche filosofia positiva, erano ancora uomini di opinione; e soprattutto perché gli uomini indotti erano tenuti fuori dal circolo del pensiero. Gli uomini autorizzati a pensare erano pochi; la bomba del pensiero era custodita da rari specialisti che non avevano alcun interesse a farla scoppiare. Oggi la bomba è scoppiata e anche l’analfabeta ha il sospetto che la sua ignoranza valga la più scaltrita dottrina.
Reso balbuziente il linguaggio – al quale si riconosce una utilità non più che pratica, di segno utilitario – si mostra inutile la conversazione, ridicola l’affermazione di opinioni che pretendano di cristallizzare in un senso o nell’altro il flusso della vita. Resta il problema della comunicazione, tutt’altro che insolubile sul piano della vita pratica. Si possono comunicare non idee, ma fatti e bisogni, con l’arte del segno, dell’allusione, con l’impiego di particolari cifrari; e a questo provvede la scienza delle comunicazioni visive. Un laureato in lettere che non avesse mai messo piede in un cinema non saprebbe comprendere i mille stenogrammi di cui è gremito un film moderno; mentre milioni di quasi analfabeti sono iniziati a quel tipo di linguaggio. Comunque, la sostituzione della parola con altro dalla parola, con differenti mezzi espressivi, rende sempre più affannosa la proliferazione dei mezzi visivi e magari acustici. Perché i pittori non dipingono più la figura umana e il paesaggio in cui vive l’uomo? Perché dietro l’uomo e dietro il suo reale habitat è pur sempre nascosta l’insidia della parola. Un’opera d’arte che si possa spiegare, tradurre in termini di linguaggio appartiene ancora al vecchio mondo che si alludeva di spiegare, di giustificare, di capire: è un’opera che non si muove, che nasce vecchia.
Così per la musica. Il tradizionale tonalismo era il prodotto di un’umanità ancora pensante e parlante; dietro il do maggiore c’era una concezione della vita che i filosofi e gli scienziati d’oggi respingono. Il passo da compiere era quello di dar corso legale alla dissonanza; e a questo si è arrivati in pochi anni. Non si era tenuto conto, tuttavia, di un fatto: che l’uomo aspira al caos ma non rinunzia al comfort, non rinunzia a un margine di sicurezza fisica. E a questo bisogno è stato facile provvedere imprigionando il caos musicale entro un sistema di regole fisse più o meno matematiche e in ogni caso arbitrarie. Oggi il disordine musicale non è più una minaccia, è un gioco di società. S’intende che un simile new deal musicale lascia inquieti e dissenzienti non pochi musicisti appartenenti all’ala sinistra del movimento modernista. Un giorno mi accadde di ascoltare una musica tutta fatti di sibili e di ruggiti, ma tale da permettere ancora qualche riferimento umano in virtù di un titolo che accennava a episodi della Resistenza. Il pubblico applaudì con moderata convinzione; ma un giovane e già stimato compositore straniero che assisteva al concerto dette in escandescenze e uscì dalla sala gridando: basta con questo umanesimo.
Dal suo punto di vista quello scalmanato aveva ragione: se l’uomo si vergogna di essere uomo è perfettamente logico che egli espunga dalle sue manifestazioni (non dico dal suo linguaggio, perché si tratta di ben altro) ogni riferimento alla sventurata condizione umana.
In realtà coloro che rifiutano davvero la condizione umana, fra gli artisti e i filosofi, sono pochi. Non mancano, fra questi ultra del mondo espressivo, i casi della rinunzia, del suicidio o della pazzia. Si tratta pur sempre di rispettabili e altamente comprensibili casi isolati. I più hanno compreso che la rinunzia, la protesta, il grido di chi non si rassegna e vuol morire sulla breccia sono, in se stessi, una eccellente materia di commercio. Sorge così la figura moderna di chi, tutto rifiutando e deplorando, prospera e impingua sulle macerie di un mondo che si suppone essere in disfacimento, ma che in verità gode di un benessere medio che non ha precedenti nella storia. Dimostrando che il linguaggio è una finzione priva di ogni contenuto e che l’uomo è sorto per caso dal nulla e che il nulla è la sua vera vocazione, il filosofo può conquistare cattedre e assurgere a reputazione mondiale. Distruggendo l’ipotesi stessa di ogni possibile arte, un artista di oggi può acquistare larga fama e vivere alle spalle del mondo borghese da lui detestato.
Il caso di chi vuol distruggere tutti e tutto ma non potrebbe vivere in un mondo diverso e trae buon partito dalla situazione ch’egli, spesso in buona fede, detesta, non si può, in ogni modo, generalizzare. Sono molti, ma non moltissimi, quelli che fanno mercato, e vantaggioso mercato, dell’equivoco in cui vivono. I più, la grande maggioranza, sono coloro che seguono passivamente la corrente e traducono in prodotto vendibile i gesti, gli atteggiamenti che sono nati da un autentico sentimento d’insoddisfazione e di protesta. Qui non c’è più equivoco, e non c’è nemmeno l’innegabile talento dei grandi mastri dell’equivoco. C’è la scaltrezza artigiana di chi segue – e a volte prevede e a volte addirittura determina – i bisogni della clientela.
Quale imbecille ha potuto affermare che manca nel mondo attuale ogni possibilità di comunicazione? Mai sono esistiti tanti mezzi di comunicare, né così facili né così irresistibili. L’importante è che fra questi mezzi sia sacrificata la parola, che ha il torto di non essere abbastanza polivalente e di pretendere a qualche durevole verità. L’industria della comunicazione sarebbe minata alla base se i mezzi espressivi pretendessero di avere qualche durata nel tempo. Quel che occorre non è il linguaggio, ma l’interiezione, l’accenno, il grido, il lampo, l’arabesco che nasce e muore nel giro di pochi istanti. Quel che abbisogna è ciò che si vede, si ascolta, si tocca per un attimo solo e poi viene bruciato e sostituito da un’altra analoga eccitazione.
In questa corsa verso il nulla la letteratura sembra alquanto sacrificata. Non rinunzia però ad aggiornarsi. I romanzieri descrivono ancora l’uomo ma lo riducono alla figura dei mannequins di De Chirico, ignorandone i pensieri e i sentimenti. Restano in coda gli scrittori tradizionali, che dell’uomo pretendono di non ignorare nulla. Battono una strada buona, ma sono quasi tutti mediocri, e per essi resta vero che la cattiva letteratura si fa coi buoni sentimenti. Eppure è proprio su quella strada che presto o tardi noi incontreremo ancora – di tanto in tanto – qualche scrittore leggibile.
Eugenio Montale,

E. Montale,  "La scomparsa della conversazione" in Nel nostro tempo, 1972, pp. 65-66 (già pubblicato in Auto da fè, 1962).
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06 ottobre 2021

In libreria

 Carlo Verdelli
Acido. Cronache italiane anche brutali
Feltrinelli, Milano, 2021, pp. 304.

Descrizione
"Benvenuti nel nuovo mondo. Dalla galassia Gutenberg (1450) si è passati in un baleno alla galassia Zuckerberg, dominata dal padrone di Facebook (ma anche di Instagram e WhatsApp) e dagli altri quattro regni che la governano (Apple, Amazon, Microsoft e Google): tutti insieme, nel 2020, l'anno desertificato dalla pandemia, hanno visto crescere i loro profitti di oltre mille miliardi di dollari, il 5 per cento del Pil statunitense. Un salto di civiltà." L'editoria attraversa una fase di vertiginoso passaggio. In Italia nel 2000 si vendevano 6 milioni di quotidiani al giorno. A giugno del 2020 il totale era precipitato a 1 milione e 300mila. Tutto marcia verso il cloud, mentre la fisicità della carta, dei centri stampa, dei punti vendita e del corpo redazionale si smaterializza. È un riflesso del fenomeno sociale che determina la nostra epoca: una rivoluzione inarrestabile che ci trasforma in immigrati digitali, abitanti di un mondo dove vale soprattutto il qui e ora. Eppure, esiste ancora un modo di fare giornalismo che cerca, rovista, butta per aria le verità ufficiali, senza trascurare alcun dettaglio, anche a costo di essere brutali. Forse solo così si può davvero capire qualcosa delle vicende e delle persone che hanno fatto e fanno l'Italia. Da Enzo Tortora a Rosa e Olindo, da Alex Zanardi a Patrick Zaki, da Vallanzasca alla coppia dell'acido della Milano bene, Carlo Verdelli racconta la nostra storia in 40 pezzi scritti su carta (tutti tranne l'ultimo) e ci guida in una galleria ricchissima e tumultuosa di casi chiusi ma rimasti spesso irrisolti, di infaticabili lottatori e di luoghi impregnati di trame e di simboli. Una storia perturbante e irresistibile di chi siamo e del perché siamo diventati così.
"Nessuna nostalgia per come eravamo. Nessuna prevenzione su come saremo. Soltanto la speranza che, nel salto di specie, la debolezza dei vecchi giornali non si traduca in debolezza dei giornalisti e quindi del giornalismo."
Un mosaico di grandi cronache, affrontate col rigore del mestiere e animate da una passione umana e civile.
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05 ottobre 2021

Il nuovo

 "La fisica è soprattutto questo: identificare fenomeni nuovi. Ma per cogliere al volo il”nuovo” devi avere coscienza di tutto ciò che conosci e di ciò che ti aspetti."

Giorgio Parisi - Premio Nobel per la fisica 2021

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28 settembre 2021

In libreria

Lilli Gruber
La guerra dentro. Martha Gellhorn e il dovere della verità
Rizzoli, Milano, 2021, pp. 288.

Descrizione
"A Martha Gellhorn", recita la dedica della prima edizione di Per chi suona la campana, il capolavoro di Ernest Hemingway. Tutto qui, un nome e un cognome: quelli della più grande corrispondente di guerra del Novecento. La donna che con Hemingway ha mosso i primi passi da giornalista sul campo, nel 1937, a Madrid sotto le bombe. Che presto è diventata più brava di lui nel mestiere di raccontare i fatti. Che lo ha amato, sposato, lasciato, in un’appassionata storia d’amore tinta di rivalità. E che per tutta la vita ha avuto una sola missione: «Andare a vedere». I reportage rigorosi e avvincenti di Gellhorn coprono i fronti più caldi del secolo breve: è stata sul confine della Finlandia durante l’invasione russa (trovando il tempo per una cena con Montanelli) e accanto alle truppe alleate a Montecassino; è stata la prima reporter donna a sbarcare sulle spiagge della Normandia e poi a entrare a Dachau liberata dagli americani. È andata in Vietnam, decisa a smascherare le menzogne della propaganda ufficiale Usa. Una carriera attraversata dalla gloria e dalla tragedia, segnata dalla solitudine delle donne indipendenti e controcorrente. Oggi le guerre sono cambiate, l’ingiustizia ha preso altre forme, ma nessuno dei problemi contro cui Martha ha passato la vita a battersi è stato risolto. Sono sempre i più poveri, a cui lei ha saputo dar voce, a pagare i conflitti militari ed economici. Sono ancora le donne, come è successo a lei, a dover faticare di più per farsi strada, in guerra come in pace. In queste pagine, che illuminano gli anni più folgoranti di Gellhorn, la sua voce si intreccia con quella di Lilli Gruber, che interpella anche altri grandi corrispondenti. Raccontando, di battaglia in battaglia, la bellezza e la responsabilità del giornalismo in un tempo che ha più che mai bisogno di verità.

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21 settembre 2021

Tempi pandemici

 Da mesi in Italia e nel mondo i no vax / no green pass / no control (che sono la minoranza) cercano in ogni modo e ovunque di istigare le persone alla rivolta, con argomentazioni pretestuose, fondate su fonti approssimative, allertano il mondo su complotti concordati dai "poteri forti", ricalcando scenari e strategie che ricordano la Germania della Repubblica di Weimar alla vigilia del Terzo Reich. Ad essi, nelle piazze delle città e negli spazi digitali, si affiancano esponenti della destra più pericolosa che esaltano Hitler, che si sono appropriati di tutte le simbologie del nazifascismo, che insultano e minacciano con modalità squadristiche scienziati, medici, governanti, politici, giornalisti e cittadini che prendono la parola per sollecitare la popolazione a tutelarsi e tutelare il prossimo con gli strumenti che la scienza, le tecnologie più avanzate e le Istituzioni hanno messo a punto per affrontare la prima pandemia del xxi secolo. Da che parte sta il "terrorismo psicologico", da che parte sta la manipolazione del mondo? Le risposte sono tutte ben evidenti nella storia del Novecento e nella vasta produzione di memorie, saggi, romanzi, documentari, film di ogni tipo pubblicati in Europa (e non solo) nel corso del Novecento. Per cominciare propongo la lettura o rilettura di un libro poco ricordato di Karl Krauss La terza notte di Valpurga, che riunisce gli articoli che pubblicò sulla propria rivista poco dopo la vittoria (elettorale) di Hitler e l'avvio accelerato del Terzo Reich, che devastò il mondo intero con il pretesto di scardinare il gran "complotto" organizzato dai poteri forti. demo-giudaico-plutocratici. E' una ri/lettura illuminante (del resto il titolo della rivista era "La Fiaccola") per capire da che parte stesse nel 1933 il "terrorismo psicologico", quanto sia stata penetrante la "manipolazione" che accecò l'intero popolo tedesco, che aderì in massa a tutte le ideologie più devastanti elaborate dal Nazismo. Poi (ma solo dopo la lettura di Krauss) propongo di vedere con sguardo riflessivo Germania anno zero di Roberto Rossellini, che più di ogni altro film ha descritto, senza nulla mascherare, le conseguenze tragiche di quella "manipolazione" per lo stesso popolo tedesco dopo la fine del Terzo Reich. Quando si aprirono i cancelli dei campi di sterminio con ogni orrore non più nascondibile, quando in ogni città, in ogni stato del continente si contavano i milioni di morti civili e militari,quando la Germania era di fatto rasa al suolo, privata di tutto e della propria dignità, tutto fu chiaro.

mmilan


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11 settembre 2021

In libreria

 Luca Rastello
Uno sguardo tagliente. Articoli e Reportage 1986-2015,
Chiarelettere, Milano,  2021, pp. 420.

Descrizione
I reportage di viaggio (con una predilezione per il Sudamerica e per l'Asiacentrale), la letteratura in generale e quella ceca in particolare, il narcotraffico internazionale e i suoi attori, la guerra nella ex Jugoslavia, le luci e le tenebre di Torino, emblema di un paese intero, i migranti, il Tav, i movimenti anarchici. E poi una galleria di persone, sempre "irregolari" ed eccentriche rispetto ai protagonisti dei racconti mainstream. Trent'anni di vita e di lavoro dedicati a capire le trame e le pieghe del mondo, a cavallo di due secoli. «Fate ogni giorno qualcosa che vi spaventi» è una frase di Kurt Vonnegut molto amata da Rastello, che fa da sfondo a tutta la sua produzione giornalistica e anche letteraria, qui
raccolta attraverso una selezione di articoli e reportage. Rastello non ha paura di inoltrarsi là dove la realtà è più contrastata o addirittura tragica, come se - scrive Morbello nella prefazione - si preoccupasse sempre di «trovare il punto di massimo attrito» sia quando parla della sua città, Torino, squassata da una profonda trasformazione dopo l'effimero rilancio delle Olimpiadi invernali, sia quando ci porta in qualche paese sperduto dell'Asia centrale o in Amazzonia, tra popoli in guerra e in povertà. Nessuna conciliazione o effetto edulcorante: i viaggi
in Bosnia centrale in tempo di guerra, gli antagonisti della Val di Susa e il fantasma dell'alta velocità, le torture a due passi da casa nel carcere di Asti, l'orrore del male colto in un pluriomicida (Donato Bilancia) - senza che mai il giudizio faccia velo sulla presa della realtà - sono offerti non come verità oggettive ma come altrettanti sguardi in cui prima di tutto è dichiarato il punto di osservazione. Per questo il racconto che l'autore ci propone richiede sempre uno sforzo di adesione, o magari di contrapposizione. Come dire: «Tu, lettore, da che parte stai? Io sto qui». Il suo è sempre un situarsi dalla parte più complicata, non per assumere una postura data a priori ma perché i fatti e le persone di per sé sono solcati da luci e tenebre, e perché è «impossibile mettersi in regola con l'ordine del mondo»: eppure ciò non vuol dire rinunciare ad avere uno sguardo ironico e divertito sulle cose, come quello che Rastello ha mantenuto anche nella malattia.

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