Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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06 ottobre 2008

In libreria

PierLuigi Vercesi
L’Italia in prima pagina-I giornalisti che hanno fatto la storia
Milano, Francesco Brioschi editore, 2008, 240 pp.





Recensione del "Corriere della sera", 2 ottobre 2008:

L'Italia in prima pagina?Non sempre fa bella figuraLa storia del Paese raccontata attraverso la penna dei giornalisti. Grandi firme ma anche grandi piccolezzeA Milano, il 25 aprile del 1945, non mancavano solo latte, pane e caffè. Reclutare un giornalista non colluso con il regime all’indomani della cacciata dei nazifascisti si rivelò un’impresa disperata. Tanto che il leader dei partigiani comunisti, Giancarlo Pajetta, ebbe grosse difficoltà a far decollare il progetto di un nuovo quotidiano. Si rivolse allora a Gaetano Afeltra, che si trovò a sua volta in grave imbarazzo. Un nuovo quotidiano si poteva pure fare. Anzi, perbacco, si doveva. Ma con quali giornalisti? «E se chiamassi qualche fascistissimo epurato come Orio Vergani o Leo Longanesi», chiese Afeltra. «Fai quello che vuoi, basta che lo fai uscire e che dica quello che penso io», rispose Pajetta.
Amara constatazione: la stampa italiana nel Ventennio non brillò per coraggio e indipendenza. Ed era più libera quando l’Italia non era ancora fatta e gli austriaci comandavano a Milano e gli spagnoli a Napoli. È questa una delle numerose chicche del nuovo, documentatissimo libro di Pier Luigi Vercesi, L’Italia in prima pagina-I giornalisti che hanno fatto la storia (Francesco Brioschi editore, pagg. 240, 16 euro).
Del resto, non è forse vero che i giornalisti sono gli storici dell’attualità? E allora perché non ripercorrere la storia d‘Italia, o meglio l’emergere di una nazione contadina e provinciale che in pochi decenni si trovò catapultata tra i protagonisti economici e sociali del Ventesimo secolo, attraverso le mille storie delle redazioni dei giornali, dei giornalisti, dei grandi polemisti e editorialisti del Paese? Ecco allora l’idea de L’Italia in prima pagina. Vercesi, giornalista, per molti anni a La Stampa, condirettore di Specchio, vicedirettore de Il Tempo e direttore di Capital e de I viaggi del Sole, grande cultore di libri antichi, di pregio e prime edizioni (non a caso ha aperto da un paio d’anni, con l’appassionata moglie, una libreria nel cuore della Milano antiquaria, la Libreria Porta Venezia, in via Tadino, a un passo dallo Spazio Oberdan). È con quel gusto tutto intellettuale, a metà tra il cultore del passato e il giornalista affamato di notizie, che l’autore ha raccontato le mille storie dei giornali e dei giornalisti d’Italia, dal Congresso di Vienna alla Repubblica, fino a constatare che raramente le penne d’Italia hanno raccontato il Paese con gli occhi dell’osservatore imparziale.
Spesso, a ben vedere, più che osservatori i giornalisti italiani sono stati protagonisti della storia patria. Cavour, Mussolini e tanti altri nomi meno celebrati e ricordati: non erano forse, prima di essere altro, giornalisti? Come scrive Vercesi: «Gli uomini fanno la storia, diceva Marx. In particolare, si dovrebbe aggiungere, se di mestiere fanno i giornalisti». Così, anche la storia d’Italia non fa eccezione: «E’ passata dalla redazione dei giornali, che non l’hanno solo raccontata, ma suscitata e plasmata».
Certo, è un punto di vista particolare quello con cui i giornalisti scattano istantanee sul Paese, lungo un percorso costellato di guerre, regicidi, velleitarie campagne coloniali, crisi parlamentari, economiche e politiche. Sempre in prima linea, al centro del motore della storia. Ma sempre conservando il gusto per il dettaglio, l’attenzione per il particolare apparentemente futile, per gli stati d’animo dei protagonisti. Per questo il libro, scrive l’autore, non è una storia d’Italia e neppure una storia del giornalismo. È l’avventura del nostro Paese narrata e osservata dalle redazioni dei giornali. Così si scoprono aneddoti gustosi, come l’Ugo Foscolo quasi asservito agli austriaci, per via della promessa di una succulenta dote; o l’Alessandro Dumas invaghito a tal punto dell’impresa di Garibaldi da fondare a Napoli un giornale per cantarne le lodi, L’Indipendente.
Grandi avventure, grandi uomini. Come Silvio Pellico, le cui lacrime dallo Spielberg, raccolte ne Le mie prigioni, oggi sarebbero meritevoli del Pulitzer: la sua opera «è la classica inchiesta a tutto campo», scrive l’autore. Un reportage ante litteram, ben prima che Jack London, 80 anni più tardi, nel 1903 lo codificasse con il leggendario servizio sulla povertà nell’East End di Londra, fingendosi operaio per descriverne la vita e soprattutto la miseria. Oppure Luigi Albertini, che armato di ostinata caparbietà costruì sulle colonne del Corriere della Sera la vera opposizione all’onnipotente Giolitti. Ma si raccontano anche le giornate del maggio radioso, quando i grandi giornali d’Italia divennero «la mitraglia che sparava di continuo note, articoli, corsivi, commenti a sostegno dell’intervento» del Paese nella Prima guerra mondiale, al fianco di Francia e Inghilterra. Non che fossero tutti interventisti i giornali dell’epoca. La Stampa, che era il giornale di riferimento di Giolitti, per esempio non lo era. Ma quelli dell’altra sponda si facevano notare per la decisione dei toni. Il Corriere e Il Secolo, per esempio, in compagnia del più roboante di tutti: Il Popolo d’Italia diretto dal non ancora «caporedattore d’Italia», Benito Mussolini, che solo pochi anni prima inveiva contro «Giolitti e la sua banda criminale», da leader dei massimalisti, per aver portato l’Italia in guerra con la Libia. E ora si scaldava contro «Giolitti e la sua banda criminale» perché volevano tenere l’Italia fuori dalla guerra.
Poi arrivarono i tempi oscuri del duce. E la stampa si asservì diciamo pure di buon grado alla legge del nuovo padrone d’Italia, che dirigeva dal «desk» di palazzo Torlonia la redazione Italia. Con poche eccellenti eccezioni, va pur detto, come testimoniano le brevi ma intense avventure di Ordine Nuovo di Antonio Gramsci (ma anche di Umberto Terracini e Piero Sraffa, giovane e talentuoso economista che divenne presto un’icona di Cambridge) e le Energie nuove animato da un Piero Gobetti appena 17enne. Ma il lavoro di Mussolini fu rapido ed efficace: del resto era anche lui un giornalista e sapeva come prendere i colleghi. Che si adeguarono: «Non che tutti i giornalisti fossero tutti fascistissimi come Mino Maccari e Leo Longanesi - scrive Vercesi - ma tutti erano, nessuno escluso, abbastanza cinici da lavorare per il regime senza patemi d’animo. Era sulla loro indifferenza morale che faceva giustamente conto Mussolini». E così, caduta la traballante dittatura, sulla professione cadde il silenzio. Che non durò poi molto.
P. Lig.


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04 ottobre 2008

Le elezioni americane

Nei giorni scorsi il prof. Massimo Rubboli, docente della nostra Facoltà, ha tenuto una lezione sulle elezioni americane presso la School of Journalism and Electronic Media dell'Università del Tennessee.
La notizia è stata pubblicata sul sito della Scuola.
di James Baird, 1° otobre 2008.

01 ottobre 2008

Nuove frontiere del giornalismo

Glauco Maggi
Se i lettori pagano le inchieste
Nuova frontiera del giornalismo: negli Usa il pubblico commissiona articoli ai cronisti
“La Stampa”, 10 settembre 2008


Il giornalismo cambia pelle, anche se l’ultima foggia sembra la scoperta dell’acqua calda: fornire ai lettori ciò che interessa davvero e, per non sbagliare, chiedere loro l’argomento prima di fare le inchieste. Benvenuti nella generazione del reporter a gettone, che si scatena dove lo indirizza il pubblico pagante. L’assedio soffocante dell’Internet gratuito sta circondando la cittadella del quarto potere, ma dall’interno della vecchia professione le prime squadre di coraggiosi resistenti e guastatori si organizzano, e preparano sortite di rilancio. E’ una risposta che viene, curiosamente, sia dall’ultima generazione dei genietti del web, sia da testimonial storici del giornalismo investigativo, che insieme condividono la fede nel ruolo non sostituibile dell’informazione. Per provarlo, gettano il ponte diretto tra se stessi e l’unico alleato che può davvero ribaltare le sorti della battaglia per la sopravvivenza della stampa: i lettori con le loro curiosità.
Le difficoltà degli editori dei giornali cartacei non sono un mistero: dal New York Times in giù, le ristrutturazioni con taglio degli staff si susseguono bilancio dopo bilancio. Con tanti giornalisti free lance per necessità più che per scelta, la ricerca di nuovi modelli operativi nell’era della grande rete è diventata un obbligo. La sfida consiste nel trasformare la crisi in occasione, accettando il declassamento del businnes dell’informazione, o se si preferisce il suo innalzamento, dal lucro al no-profit, dal mestiere alla missione.
Due primi esempi si confrontano dalle due sponde dell’America. Spot Us, un website californiano nato nell’area di San Francisco, sta sperimentando l’idea del «giornalismo finanziato dalla comunità»: sollecita suggerimenti di inchieste, seleziona quelle meritevoli di essere seguite, e invita il pubblico a finanziare in pool i costi vivi per la produzione dell’articolo. «Vogliamo dare un nuovo senso di potere editoriale ai lettori», ha detto al New York Times David Cohn, 26 anni, che ha avuto dalla Knight Foundation, un ente di beneficenza, un finanziamento di 340mila dollari per testare in due anni il suo progetto. «La nostra formula del finanziamento diffuso è quella di Obama e di Howard Dean», i due democratici che nelle elezioni del 2004 e in quella attuale hanno sfruttato magistralmente Internet per collegarsi ai fans e finanziarsi la campagna. Anche se non sei Bill Gates puoi dare 10 dollari per una buona causa, è la filosofia di Cohn.
Ma è proprio vero che il potere alla folla, nel raccogliere prima i temi da trattare, e poi la colletta per pagare la nota spese (e lo stipendio) è una rivoluzione? I critici osservano che, se ci sono gruppi di pressione con un proprio interesse dietro le sollecitazioni e il sostegno materiale, il quadro non è poi così diverso dalla vecchia formula dell’editore-padrone, e sicuramente peggiore dei giornali nei quali i direttori sono in grado di difendere un’effettiva indipendenza. Un esempio di inchiesta proposta, per esempio, è a cavallo tra i timori del global warming e della disoccupazione: come conciliare l’impegno della California a ridurre le emissioni di carbonio con il mantenimento di tutte le aziende che producono il cemento nello Stato, senza perdere posti e affari? L’inviato del popolo, raggiunto il budget di spesa prevista con i contributi della gente, si lancerà nella raccolta di dati, interviste e commenti, ed il risultato sarà messo sul website. Se sarà ben giudicato dai giornali «veri», questi ultimi lo potranno anche riprendere, che è lo scopo di Spot Us. E’ prevista anche l’esclusiva della pubblicazione ad un solo committente, ma a quel punto l’idea si riduce alla formula del service, cioè dell’acquisto da parte di un editore commerciale di un articolo prodotto da una società no-profit.
Da Manhattan, sull’altra costa, l’«interesse pubblico» nel tenere vivo il giornalismo investigativo è la ragione sociale di ProPublica, una società editrice indipendente, bipartisan, no-profit, finanziata con un piano pluriennale dalla Sandler Foundation e altri filantropi, e guidata da una coppia di navigati professionisti: Paul Steiger, ex direttore del Wall Street Journal, è il direttore responsabile e Stephen Engelberg, ex giornalista investigativo del New York Times, il direttore esecutivo. L’enfasi è sul recupero delle inchieste a servizio del pubblico, in un contesto di costante impoverimento dei giornalisti di questo genere nelle redazioni americane: «Molte aziende editrici vedono il giornalismo investigativo come un lusso che può essere accantonato nei tempi duri», sostiene Steiger. E cita un’indagine dell’Università di Stato dell’Arizona tra i 100 più diffusi quotidiani americani: il 37% non ha reporter investigativi a tempo pieno, la maggioranza ne ha uno o due, e solo il 10% ne ha 4 o più. Con i suoi 27 giornalisti d’altri tempi, sguinzagliati a scoprire per tempo i nuovi Watergate, ProPublica punta a produrre indagini di grande impatto, mettendo al centro solo i fatti e non sposando alcuna ideologia. Se avrà successo nel lanciare un marchio credibile, e le sue inchieste saranno riprese dai media tradizionali, il pubblico e i filantropi avranno di che essere soddisfatti.
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*estratto dal sito de "La Stampa", 10 settembre 2008.

Festival internazionale del giornalismo

"INTERNAZIONALE A FERRARA, UN FINE SETTIMANA CON I GIORNALISTI DI TUTTO IL MONDO" questo il titolo della manifestazione che si svolgerà nella città del Polesine sabato e domenica prossima.

Per informazioni: http://festival.internazionale.it/
Marta Borsi
Donne e lavoro femminile in prima pagina. La Spezia 1861-1946
La Spezia, 2008

*edizione a stampa della tesi di laurea in Storia del gionalismo Facoltà di Scienze politiche, Università degli studi di Genova)

29 settembre 2008

Impressioni Romene


Sibiu. Capitale Europea della Cultura 2007.
Entrando nella periferia (molto bruttina, anche per essere periferia) nutrivo forti aspettative per questa ridente-stando ai depliant-località transilvana. Stupito dalla rara bellezza della cinta muraria di questa antica città sassone (Hermannstadt in tedesco), e dalla piazza principale (Piata Mare), ho deciso di girare il centro e i quartieri residenziali. Essendo agosto 2008, mi chiedevo come fossero stati spesi i soldi ricevuti dall’UE. Man mano che camminavo, la delusione si è sostituita all’amarezza. Terrificanti le condizioni delle strade (quando va bene, c’è asfalto, o porfido sconnesso misto a voragini in cui giocano scalzi i bambini), macchine parcheggiate ovunque. Case diroccate che rischiano di esplodere per l’umidità, chiese in cui il parroco serve messa tra macerie e soffitti puntellati. Musei: l’ennesima delusione. Esclusa la miriade di esposizioni etnografiche presenti in ogni cantuccio della Romania, l’unico degno di visita rimane il Karl Von Bruckenthal Museum, che raccoglie alcune opere di pittori italiani (Tiziano tra tutti), fiamminghi, francesi e tedeschi. Ma anche qua: quadri esposti senza didascalie (un Bruegel il vecchio era appeso davanti ai cordoni di “divieto d’accesso”, di modo che non ci si potesse avvicinare a più di 5-6 metri di distanza. La didascalia pareva un biglietto da visita sotto al quadro!), sorveglianti impegnati nella “settimana enigmistica” romena che grugniscono ad ogni richiesta di informazioni.
Nei locali, il turista non viene considerato: o si chiama il cameriere a gran voce, battendo i pugni sul tavolo (non esagero), o si è certi di rimanere a bocca asciutta.
Per contro, nella zona dell’Ostello ho notato molti giovani, e “per le vie del borgo” la forte economia di turismo interno su cui si basa lo pseudo-benessere della città.
Ho visitato molti altri posti (Sighisoara, Bran, Brasov, Risnov e chi più ne ha più ne metta!) e il risultato non è cambiato.
Sibiu a mio avviso può essere considerata una città “campione naturale” di una Romania da poco entrata nell’ Unione Europea. Grandi potenzialità, derivanti da un discreto patrimonio culturale e da un territorio mozzafiato, che per adesso restano inespresse: non è un paese organizzato per un turismo di stranieri, e ha bisogno di investire maggiormente in quest’attività. L’economia si riprenderà, anche se lentamente. Dopo la tentata industrializzazione di un paese agricolo da parte di Ceausescu, si sta tornando alle origini contadine (forse è per questo che l’UE ha dato il suo benestare alla Romania: serve un paese che fornisca materie prime all’Europa..). Ma vedere fidanzati gelosi picchiare le proprie donne incuranti di essere in luoghi pubblici (“la Romania è ancora un paese di uomini” ha scritto Lucian Boia), miriadi di incidenti stradali causati da ubriachezza, rom malmenati dai romeni, spazzatura in quantità che farebbero impallidire anche la giunta comunale di Napoli, mi ha fatto molto pensare. E’ necessaria una forte opera di educazione civica, per rendere nuovamente grande questo paese, devastato prima dalla dominazione sassone, poi dal fascismo di Codreanu e dal regime di Ceausescu Anche noi eravamo così 50 anni fa? Lieto di essere nato nel 1984.


Eugenio Ruocco

27 settembre 2008

"Buongiorno Regione"..non per la Liguria

Dal 20 ottobre Rai Tre avrà un nuovo palinsesto, tra cui spiccherà "Buongiorno Regione" una striscia quotidiana curata dalla TGR. Il programma utile al pubblico, non vedrà una edizione ligure. Esistendo già il GR delle 7.10 non sarebbe un grande onere trasferire il giornalista negli studi televisivi adiacenti...
Cosa ne pensate del TGR Liguria?.
Rispetto alla concorrenza delle tv locali non vi sembra il personale sotto utilizzato?.


Daniele Martina

26 settembre 2008

Le leggi razziali del 1938

Michele Sarfatti
In pochi dissero no alle leggi razziali. Quando gli italiani si scoprirono ariani
Alcuni vennero sospesi dal partito per atteggiamenti «pietisti», la maggior parte si pentì dopo. Gli italiani che il fascismo nel 1938 definì «di razza ariana» contestarono le idee razziste e la persecuzione dei concittadini «di razza ebraica»? Questa domanda viene posta di frequente, specie da studenti, desiderosi di comprendere di quali comportamenti si trovino a essere di fatto eredi. Quando viene posta a me, rispondo che vi furono contestazioni, ma pochissime, e sottolineo che mancano ricerche scientifiche sul tema.
Una delle testimonianze più note è quella di Ernesta Bittanti, la vedova di Cesare Battisti, che nel diario di quei mesi annotò: «La stampa che è tutta statale, e vuole avere uno spirito antiebraico, dà uno spettacolo pietoso ributtante di incongruenze, contraddizioni, spropositi storici, nefandezze da sciacalli». Poi sul Corriere della Sera del 18 febbraio 1939 pubblicò un caldo necrologio dell'amico ebreo Augusto Morpurgo, tuttavia non meglio precisate «autorità» fecero cancellare le parole attestanti l'italianità dei Morpurgo.
Di recente Ruth Nattermann ha riportato che l'alto dirigente del ministero degli Esteri Luca Pietromarchi annotò sul suo diario: «Le idee fasciste sul razzismo ... un ammasso di sciocchezze » (14 luglio 1938). E poi: «Infierisce la campagna contro gli Ebrei ridotti a essere il vilipendio della nazione. Misure violatrici non solo dello statuto e delle leggi ma degli elementari diritti dell'uomo» (3 settembre).
Benedetto Croce manifestò la sua netta ripulsa in una lettera del 21 settembre all'Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, impegnato a censire razza e religione di soci e famigliari: «Ricevo oggi qui il questionario che avrei dovuto rimandare prima del 20. In ogni caso, io non l'avrei riempito, preferendo di farmi escludere come supposto ebreo. Ha senso domandare a un uomo che ha circa sessant'anni di attività letteraria e ha partecipato all'attività politica del suo Paese, dove e quando esso sia nato e altre simili cose? L'unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me che ho per cognome CROCE, all'atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo proprio quando questa gente è perseguitata».
Del tutto pubblica fu la contestazione del periodico L'igiene e la vita, diretto da Giulio Casalini («un vecchio medico socialista, deamicisiano ed umanitario », lo definisce Roberto Gremmo). Nel fascicolo di agosto 1938 il giornale riaffermò l'origine ebraica di Cristo e dei suoi primi discepoli; in quelli successivi si impegnò nella critica scientifica del Manifesto fascista della razza. E proprio «atteggiamento antirazzista» fu la motivazione con la quale le autorità ne disposero ripetuti sequestri sino alla soppressione nel 1939. Fuori d'Italia la condanna poté essere espressa liberamente. Ne Il razzismo in Italia, edito nel 1939 in Francia, l'esule comunista Giuseppe Gaddi scrisse: «Il giovane operaio o il giovane impiegato di Milano non può risolversi a considerare come un essere inferiore la piccola dattilografa milanese che dopo una visita alla sinagoga va a ballare con lui, come lo studente non può risolversi a considerare come una nullità il grande professore che lo ha educato e salutare invece come un grande scienziato il fascista che occupa la sua cattedra per il solo merito del "puro sangue ariano"».In questo elenco non possono trovare spazio i membri del Gran Consiglio del Fascismo che, nella seduta del 6 ottobre che approvò la Dichiarazione sulla razza, chiesero di ampliare le categorie di «benemeriti» (combattenti, ecc.) da esentare parzialmente dalla normativa antiebraica. Essi infatti non contestarono la persecuzione nel suo complesso (salvo affermarlo nelle memorie scritte dopo la sconfitta del fascismo). Vanno invece aggiunti gli espulsi dal partito fascista per atteggiamenti definiti «pietisti»: Ilaria Pavan ha rintracciato la menzione di quattro casi, non sempre lineari; altri potrebbero esservene stati.Sono note alcune altre contestazioni. Ma Annalisa Capristo ricorda che, per gli accademici, la lettera di Croce fronteggia solitaria una moltitudine di dichiarazioni di arianità noncuranti del suo «proprio quando». Ecco, la cifra media del comportamento degli italiani «bianchi ariani cattolici» sembra sia stata di noncuranza, adesione passiva o adesione attiva. Quelli perbene furono una ridotta minoranza. E forse non è un caso se proprio su questo tema la storiografia è rimasta così indietro. Forte è la sensazione che il silenzio sugli italiani perbene sia il prezzo che il nostro Paese ha pagato per non mettere troppo in rilievo troppi italiani mala gente.

24 settembre 2008

26 Settembre: Giornata Europea delle Lingue

Le lingue sono un patrimonio da tutelare e coltivare, nel variopinto giardino delle culture d'Europa. Domani in tutta la U.E. si celebrerà la giornata delle lingue, con manifestazioni, convegni e giochi per sensibilizzare giovani e adulti all'importanza delle lingue, dei dialetti e delle lingue regionali minoritarie.
Vi segnalo il sito internet: http://europa.eu/languages/it/home
Daniele Martina

22 settembre 2008

La metamorfosi del mestiere di giornalista

Furio Colombo
Il bavaglio, la malattia che uccide i giornali
In edicola con l’Unità il primo d’una serie di saggi di Furio Colombo. Esordio con un’indagine sulla metamorfosi del mestiere di giornalista. Dal New York Times a Le Monde il cancro è lo stesso. Il nuovo titolo non è una trovata per dare un segno vivace a una nuova edizione. Intende rendere evidente un aggravarsi del sistema delle informazioni in Italia dopo la clamorosa vittoria di Berlusconi nell’aprile del 2008. Con il suo ritorno al governo, che implica anche un progetto di vasta revisione costituzionale, piú o meno condiviso con l’opposizione, Berlusconi riporta al centro dello Stato il peso del suo impero mediatico, sommato al controllo sulla televisione di Stato, che gli è garantito dalla legge Gasparri, rimasta in vigore durante il breve governo del centrosinistra, sommato alla vastità della sua ricchezza, dunque capacità di influenza o potere sui consigli di amministrazione dei più importanti gruppi editoriali italiani. Il problema - in questa fase difficile per le democrazie occidentali, ansiose, insicure e inclini a rinunciare a diritti inalienabili come la libertà di stampa in cambio di una illusione di sicurezza - non è solo italiano, come testimonia Barbara Spinelli su La Stampa del 18 maggio 2008.«Sono tante le democrazie alle prese con una informazione che fallisce la prova, che al cittadino non rende visibile l’invisibile, che dal potere politico si fa dettare l’agenda, le paure, gli interventi prioritari. Che è vicina alle lobby e ai potenti piú che ai lettori».
Basterebbe ricordare lo scandalo del Pentagono che fin dall’inizio della guerra in Iraq ha fatto in modo che ex ufficiali venissero assunti come «esperti militari» dalle maggiori reti televisive americane, in modo da assecondare autorevolmente, in ogni telegiornale o talk show le notizie preferite dal Pentagono. Basterebbe citare lo scandalo del New York Times che per anni ha passato le «veline» della Casa Bianca al New York Times attraverso la principale notista politica di quel giornale (poi scoperta per caso e licenziata, come si narra in questo libro). Basterebbe riferirsi ai tormenti del quotidiano Le Monde, uno dei piú autorevoli del mondo, che non riesce ad uscire da una crisi che in parte è economica e in parte di capacità e volontà di confermare senza compromessi la propria missione.Ma vede giusto la Spinelli quando aggiunge alla sua dura diagnosi il quadro, peggiore, della situazione italiana: «Quel che ci rende originali (noi italiani, ndr) è il fallire del sistema immunitario che altrove funziona. Non sappiamo liberarci dalle patologie, dalle loro cellule».L’informazione italiana non produce anticorpi atti a ristabilire un contatto con la società. Il risultato è palese, oggi, e lo storico Adriano Prosperi lo descrive con nitidezza: «Un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto di correttezza, un’aria di intesa e di pace. Fuori, intanto, una guerra tra poveri e pogrom moltiplicati contro Rom e diversi. Il guaio è che anche la stampa è palazzo: incensa serenità politiche ritrovate e scopre, d’improvviso, una società inferocita da tempo, ormai indomabile dalla destra che l’ha sobillata».
Il fatto è che la stampa e la tv, come buoni e fedeli retrievers trovano ciò che devono trovare e lo portano dove lo devono portare, in onda o in pagina, proprio come in una partita di caccia fruttuosa e bene organizzata. Una pesante anomalia in piú a carico dell’Italia e del suo sistema di notizie, che è casta-specchio della casta del potere.
In Italia, di frequente, e anche nel mezzo di drammatiche vicende nazionali e internazionali, i telegiornali aprono con interventi, parole, apparizioni del Papa che non sono notizia, sono buon materiale per i programmi religiosi e per qualche occasione di approfondimento. Invece la capacità della Chiesa cattolica di dirottare il corso delle notizie a vantaggio della propria prominenza si esprime in un vero, incontrastato dominio delle redazioni che il «silenzio stampa» italiano, preso nella doppia morsa del potere commerciale di Berlusconi e del potere religioso della Chiesa, segnato dalla resistenza esangue di un sistema immunitario allo stremo, di una contrapposizione politica fragile e smarrita, è un fatto tristemente evidente. Ma poiché sarà sempre contestato sia dalla malafede di chi - come abbiamo detto - domina la scena (la strategia vincente è sempre quella di farsi passare per parte minoritaria, perseguitata, un underdog che esercita con le unghie e coi denti un diritto alla sopravvivenza), sia da chi, in buona fede, e senza vedere la camera stagna in cui è racchiuso vuole difendere ciò che crede il suo buon, onesto lavoro, potrà essere utile offrire qui, all’inizio di questa breve esplorazione dell’infelice giornalismo italiano contemporaneo, la narrazione e documentazione di un fatto italiano e televisivo di ordinaria amministrazione che però è apparso tanto allarmante quanto esemplare a chi ha ancora memoria di giornalismo libero. È il caso Travaglio, il caso di un giornalista che, invitato ad una intervista giornalistica intesa come occasione mondana, si è preso la responsabilità di trasformarla in occasione politica. La Rai si è scusata con il pubblico, si è dissociata dall’intervistato-ospite, ha dichiarato che l’ospite risponderà personalmente dei danni, come se avesse devastato lo studio invece di raccontare ciò che sa e ha dimostrato di sapere di un personaggio delle istituzioni. Perciò abbiamo ritenuto di aggiungere un nuovo capitolo dedicato a questa strana avventura televisiva che offre una preziosa chiave di lettura per il materiale e le opinioni che seguono sullo stato del giornalismo italiano. Intanto Berlusconi torna a governare e si avvia, con tutto il peso delle sue vettovaglie, verso la presidenza della Repubblica.
* estratto dal sito de L'Unità

Open media: esperienze dal basso di informazione e partecipazione 2.0

Vi segnalo un'interessante chiacchierata che si terrà sabato pomeriggio a Genova, nell'ambito di "Fa' la cosa giusta" – Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili".


Sabato 27 settembre 2008
Museo Antartide Spazio Conferenze, Genova - Porto Antico
Ore 15.30- 17.30


Dall'agenzia di comunicazione che promuove lo sviluppo sostenibile alla rete online per la documentazione collettiva sulla politica e i politici; dai siti locali di controinformazione alle campagne di sensibilizzazione trasformate da internet. Esperienze di comunicazione e giornalismo dal basso, gestite direttamente dai cittadini/utenti, con l'aiuto della Rete. Per un consumo critico dell'informazione.

Questo seminario vuole far dialogare diverse esperienze:
· Metamorfosi, l'agenzia di comunicazione impegnata a promuovere lo sviluppo sostenibile tra i cittadini, le imprese e le istituzioni;
· Fair, la cooperativa dedicata alla consulenza e formazione sulle economie solidali, alla comunicazione sociale, alla realizzazione di campagne di sensibilizzazione;
· Democrazia Elettronica, associazione che promuove progetti di trasparenza politica e di partecipazione democratica basati sulla Rete (tra cui OpenPolis);
· OLI, l'Osservatorio Ligure sull'Informazione nato per contrastare l'omologazione del sistema informativo e la riduzione progressiva delle voci di dissenso;
· Liberamente/Partinico, il blog di analisi, commenti e controinformazione sulla politica, gli affari e la società civile di Partinico (Palermo).
Partecipano: Cristiano Lucchi - Agenzia Metamorfosi, Vittorio Alvino - OpenPolis, Walter Molino Libera Mente/Partinico, Manlio Calegari - OLI: Osservatorio Ligure sull'Informazione, Monica Di Sisto - FAIR

Modera: Carola Frediani - giornalista, Totem

* segnalato da Simone D'Ambrosio

19 settembre 2008

Notte Bianca 2008: Piero Parodi

Mi piace pensare che per un genovese più o meno legato alle proprie origini Piero Parodi non abbia bisogno di presentazioni: non solo è la canzone genovese in persona ma è anche uno dei più noti ambasciatori della nostra cultura natale.
Poterlo conoscere di persona durante il lunghissimo pomeriggio di attesa della Notte Bianca è stata davvero un'esperienza unica. Rispetto agli altri servizi, quello dedicato a Piero Parodi è decisamente più originale: tra intervista e numerosi backstage, in una chiacchierata a più riprese, è stata toccata un'infinità di temi alternando discussioni serie a battute e piccoli sketch improvvisati in puro stile genovese.

* Guarda il mio servizio su YouTube

Vi segnalo, infine, che tutta la parte tecnica, montaggio compreso, dei servizi che ho realizzato durante la Notte Bianca e che vi ho segnalato in questi post è stata curata dagli amici della xeniaproductions.

18 settembre 2008

Genova Notte Bianca 2008: Roberta Alloisio e l'orchestra Bailam

La seconda intervista girata durante le ultime prove della Notte Bianca vede protagonista Roberta Alloisio, che poche ore dopo avrebbe dovuto cantare insieme all'Orchestra Bailam. Proprio a causa delle rumorosissime prove del gruppo, è stato necessario tagliare dal video due momenti molto interessanti in cui l'aritsta di casa nostra, rispondendo ad alcune mie curiosità, spazia da Fabrizio De André a don Andrea Gallo. Per chi non la conoscesse, Roberta Alloisio è una delle più brillanti cantanti e attrici genovesi: di lei mi piace ricordare soprattutto la partecipazione al concerto "Faber Amico Fragile" il 12 marzo 2000, nel 2006 lo spettacolo "Esistenza soffio che ha fame" con Don Gallo e Carla Peirolero e, infine, nel 2007 l'album - considerato dal Manifesto tra i 10 più belli dell'anno - e progetto culturale "Lengua serpentina" con l'orchestra Bailam.

Una volta cliccato sul link, vi consiglio di guardare il video in HD!

* Guarda la mia intervista a Roberta Alloisio
* Link al sito di Roberta Alloisio

16 settembre 2008

Genova Notte Bianca 2008: Marcello Colasurdo, i N.U.N.U. e la tammurriata napoletana

Marcello Colasurdo è uno dei più popolari cantanti della tradizione partenopea: la sua specialità è la tammuriata, una tradizionale danza napoletana che prende il nome dal particolare tamburello con cui viene suonata, la tammorra appunto. Insieme al gruppo N.U.N.U avrebbe dovuto prendere parte alla particolare "sfida" tra la canzone genovese e quella napoletana, organizzata sul palco di piazza De Ferrari in occasione della Notte Bianca di sabato scorso. La pioggia ha però impedito a qualsiasi artista di esibirsi, ma il sangue partenopeo, gli anni di vita operaia e la voglia matta di stare insieme alla gente hanno portato Marcello e la sua band a improvvisare più di un'ora di "tammurriata" tra le colonne di Palazzo Ducale. Il pubblico genovese, e non solo, non aspettava altro...e così con danze, canti e qualche strumento improvvisato ha potuto diventare co-protagonista di un concerto davvero sui generis.

*Guarda il servizio e la mia intervista a Marcello Colasurdo
*Link al sito di Marcello Colasurdo

15 settembre 2008

Come un uomo sulla terra

L'amica giornalista montenegrina Vesna Scepanovic mi ha segnalato questo interessante documentario dedicato alla tratta migratoria dall'Africa verso l'Europa.
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/
Daniele Martina

14 settembre 2008

La Notte Bianca di Genova

I servizi del 12, 13/14 settembre sulla Notte Bianca 2008 realizzati dagli studenti del corso di laurea specialistica interfacoltà in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo per conto di Genoa Municipality Channel sono in rete.

*Link a Genoa Municipality Channel
*Link alla Playlist: Notte Bianca - 2008
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12 settembre 2008

Tv Capodistria diventa un polo per la promozione dell'italiano

da Il Piccolo 12/09/08 http://ilpiccolo.repubblica.it/

"Tv Capodistria diventa un polo per la promozione dell’italiano"
Accordo con l’Unione e la Facoltà di umanistica dell’ateneo


CAPODISTRIA Promuovere la lingua e la cultura italiana sul territorio e valorizzare questa ricchezza in un'area che è storicamente multilingue, multiculturale e multinazionale. Questo l'obiettivo principale dell'Accordo di collaborazione firmato ieri a Capodistria dall'Unione italiana, il Centro Radiotelevisivo regionale di Capodistria e la Facoltà di studi umanistici dell'Università del Litorale. Non è la prima volta che i tre soggetti collaborano – lo hanno fatto, con successo, già in occasione del recente convegno internazionale di studi dedicato alla figura e l'opera di Pier Antonio Quarantotti Gambini – ma da ieri questa collaborazione è ufficiale, per cui ci sono i presupposti anche formali per promuovere nuove iniziative. Il documento è stato firmato dal presidente della Giunta esecutiva dell'Unione italiana Maurizio Tremul, l'aiuto direttore generale della Radiotelevisione di Slovenia per i programmi italiani Antonio Rocco e la preside della facoltà, professoressa Vesna Mikolic.Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, anche le direttrici dei Dipartimenti di italianistica, Nives Zudic Antonic, e di linguistica applicata, Lucija Cok. «È importante – ha sottolineato nel suo intervento la preside Vesna Mikolic – continuare a promuovere la tradizione multiculturale del territorio, una realtà che va ben oltre le celebrazioni dell'anno interculturale europeo». La collaborazione, è convinto Tremul, «è tanto più importante visto il processo di declassamento dell'italiano nelle scuole slovene, che da lingua dell'ambiente sociale viene sempre più spesso trattato come lingua straniera». Dall'italiano che diventa lingua straniera a considerare come stranieri anche gli italiani, il passo è breve. Diventa fondamentale, in questo contesto, il ruolo dell'Università, non solo per diffondere lingua e cultura, ma anche per diffondere conoscenza sulla storia e la realtà multietnica di queste terre, dove i tempi della convivenza sono stati ben più lunghi di quelli della contrapposizione e dello scontro.Risorse umane e finanziarie – cercando di sfruttare al meglio anche i possibili effetti sinergici dati dalla concentrazione di istituzioni universitarie nell'area (oltre a Capodistria anche Trieste, Udine, Venezia, Pola e Fiume) – saranno impiegate per la formazione di insegnanti (comprese le maestre d'asilo), traduttori, operatori culturali, giornalisti, ma anche per promuovere la conoscenza dell'italiano laddove in passato è stato spesso trascurato: nella sanità, negli ambienti della magistratura, nella pubblica amministrazione. L'Unione italiana, in collaborazione con la minoranza slovena in Italia, e basandosi anche sulla collaborazione della Facoltà di studi umanistici di Capodistria – in particolare del Dipartimento di italianistica – ha preparato in questo senso un progetto da presentare al concorso per i fondi Interreg Italia–Slovenia 2007-2013, che prevede, tra le altre cose, anche corsi di linguaggio settoriale per personale ospedaliero, giudici, poliziotti, impiegati pubblici.L'interesse è già notevole. I programmi italiani di Tv e Radio Capodistria con questo Accordo si rendono invece disponibili per ospitare gli studenti per degli stage. Nuovi spazi di collaborazione si aprono anche in seguito all'obbligo degli impiegati pubblici – di recente lo sono diventati tutti i dipendenti della Radiotelevisione slovena, compresi i giornalisti, (ndr.) – di conoscere l'italiano nelle zone bilingui. Il documento sottoscritto ieri crea le condizioni per promuovere sempre nuove forme di collaborazione, in base a quelle che in futuro potranno essere le esigenze del territorio, delle istituzioni minoritarie e del mondo del lavoro.".

11 settembre 2008

Italicità e Media nei Paesi dell'Europa Sud-Orientale" TIRANA 16 - 18 ottobre 2008

Genova, 11/09/08
Vi segnalo questa interessante iniziativa promossa dalla "Comunità Radiotelevisiva Italofona" in collaborazione con la RTV Albanese.
Daniele Martina

tratto da: http://www.comunitaitalofona.org/

"La Comunità Radiotelevisiva Italofona, in collaborazione con la Radiotelevisione Albanese, terrà a Tirana un Convegno internazionale sul tema "Italicità e Media nei Paesi dell'Europa Sud-Orientale" Lo scenario odierno del multilinguismo esprime la necessità di farsi conoscere e di conoscere. Ed è con questo spirito che la Comunità radiotelevisiva italofona vuole muoversi andando alla scoperta di un pubblico aperto agli scambi e alla sensibilità di coloro che amano la dimensione del "sentire italico" - dalla cucina, alla lingua, dalla moda e dal prodotto italiano alla cultura e ai media. Reciprocamente, si vuole mettere in risalto quanto l'italicità è e sarà tributaria degli arricchimenti nelle relazioni tra altri modi di sentire e vivere la realtà di regioni aperte e malgrado ciò sempre legate alle proprie tradizioni. Rivolgiamo un caldo invito a partecipare poichè riteniamo il contributo di tutti un arricchimento prezioso. A breve sul sito troverete informazioni dettagliate sulle modalità di partecipazione. "

07 settembre 2008

"Progetto Solidarietà"

Vi segnalo la rivista "Progetto Solidarietà", a cura dell''associazione onlus Centro Cooperazione Sviluppo Italia Secondo le indicazioni del titolo si propone di informare sull'attività del CCS e di far conoscere gli scenari del mondo meno frequentato dai grandi media.
La rivista trimestrale pubblicata a Genova è diretta da Anna Pisani.



*Link ad alcuni numeri della rivista "Progetto Solidarietà"

Premio giornalistico

Premio giornalistico 2008 “Sì alle diversità. No alle discriminazioni.”

Il premio giornalistico “Sì alle diversità. No alle discriminazioni.” intende assegnare un giusto riconoscimento ai giornalisti Web o della carta stampata che tramite il loro lavoro contribuiscono a diffondere nell’opinione pubblica una migliore comprensione dei vantaggi della diversità e della lotta contro la discriminazione. Giunto al suo quinto anno, il concorso è rivolto ai giornalisti dell’UE che si occupano delle problematiche relative alle discriminazioni basate su razza, origine etnica, religione, convinzioni personali, età, handicap e orientamento sessuale.
Tutti gli articoli inviati devono essere apparsi su una testata Web o della carta stampata, incluse le pubblicazioni aziendali, universitarie o di associazioni.
Giurie indipendenti costituite da professionisti del settore della comunicazione ed esperti in materia di antidiscriminazione selezioneranno 27 vincitori nazionali. Gli articoli selezionati verranno poi valutati da una giuria europea, che decreterà un vincitore assoluto e il secondo e terzo classificato. In palio, premi del valore massimo di 4.500 euro fra attività e apparecchiature, quali la partecipazione a una conferenza o a un seminario sul tema della discriminazione nell’UE, un viaggio a Bruxelles per incontrare funzionari UE, MPE e altre parti rappresentative oppure apparecchiature elettroniche utili al lavoro del giornalista.
L’edizione di quest’anno prevede inoltre l’assegnazione di un Premio speciale riservato ai giornalisti che con il loro lavoro mettono in luce la condizione dei Rom in quanto comunità frequentemente oggetto di atti di violenza razzista, discorsi di incitamento all’odio e discriminazioni nell’accesso all’occupazione, all’istruzione e ai servizi sanitari, pubblici e sociali. Anche in questo caso, le giurie sceglieranno un vincitore a livello nazionale, mentre il vincitore assoluto verrà decretato fra questi dalla giuria europea.
Le candidature devono essere inviate on line tramite il sito Web del Premio giornalistico 2008 che verrà inaugurato all’inizio di agosto. Il termine ultimo per le iscrizioni è il 31 ottobre 2008.
link al modulo di partecipazione al premio
(bando pubblicato nel sito web della Commissione Europea per la lotta alla discriminazione)

*segnalato da Christian Piccardo - OSI



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05 settembre 2008

Notte bianca "alternativa"

GENOVA: NOTTE BIANCA? GRILLO LANCIA IL 13 SETTEMBRE LA NOTTE GRIGIO TOP

(ASCA) - Roma, 5 set - A Genova la notte delle periferie sfida quella del salotto buono della citta'. Mentre nel centro della citta' il 13 settembre prossimo si celebrera' una sfavillante Notte Bianca, al Cep (Centro edilizia popolare) di Pra' Beppe Grillo rilancia la sua Notte Grigio Topo: eventi, iniziative, ma soprattutto un suo intervento in piazza, centrato sulla disattenzione delle amministrazioni locali e della politica verso il ponente genovese, nel quale tocchera' temi comuni a tutte le grandi citta' italiane.Il Cep non e' il classico quartiere degradato metropolitano inerte e senza speranza. Il Consorzio Pianacci, ad esempio, e' teatro di una convivenza ottima tra musulmani e italiani. Tutti, ad esempio, collaborano anche con il parroco, che anima un importante centro sociale e sportivo.Al Cep e' nata, ancora, la ''Ceppions league'', alla quale tutti gli anni partecipano gratuitamente 80o bambini e ragazzi di tutte le etnia presenti.Poi c'e' l'evento ''Cus cus e Pesto'', 500 cene offerte al quartiere da famiglie musulmane e italiane a cavallo tra le due culture culinarie. In zona esiste anche una ''estate di quartiere'', che funziona come un centro estivo co-organizzato con le famiglie italiane e straniere dei quartieri limitrofi, per dare ai ragazzi un'opportunita' di gioco a divertimento alternativo ai muretti alla chiusura delle scuole.Sabato 13 settembre dalle ore 21 presso il Consorzio Pianacci, in via della Benedicta 14, nel quartiere Cep, Beppe Grillo vuole accendere con il suo spettacolo un riflettore sull'atteggiamento che le istituzioni dedicano alle periferie, ''considerate come immensi ammortizzatori sociali urbanistici piu' che come cintura verde e di comunita' locali intorno alla citta'''. Queste scelte, continuano gli organizzatori dell'evento in una nota ''non considerano i molti centri storici genovesi (Genova e' lunga 30 kim sul litorale e ingloba molti quartieri che hanno mantenuto un'identita' propria), da Voltri a Nervi, che realizzano una vita di comunita' fonte di benessere e socialita' per i cittadini, contrapposte alla urbanizzazione disordinata che minaccia di devastare e ha devastato interi quartieri''.


tratto da ASCA (agenzia stampa quotidiana nazionale)

L'Europa in formato notizia

Il 25 giugno 2008 a Milano sono stati presentati i risultati di un monitoraggio sull'attenzione dei media italiani per l'Europa nel primo semestre del 2008 a cura di Stefano Mosti dell'Osservatorio di Pavia. Il documento è disponibile nel sito della rivista "Prima comunicazione"

L'Europa e i media italiani , Milano 25 giugno 2008

*segnalato da Chiara Franceschi.
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04 settembre 2008

Cinema e fiction

Ernesto Galli Della Loggia
L'Italia falsa delle fiction
"Il Corriere della sera", 31 agosto 2008


La fiction televisiva è l’esatto opposto del cinema italiano... una sua caricatura

Come si vede in questi giorni a Venezia il cinema italiano continua a mostrarsi ricco di idee e di talenti, vitale e competitivo. L’Italia però non sembra accorgersene, non sa che farsene: solo così si spiega come mai da noi impazzi da anni quella particolare rappresentazione cinematografica che si chiama fiction, la quale ha nella televisione pubblica e privata la sua produttrice e consumatrice esclusiva, e quindi può contare su milioni di spettatori ogni sera. La fiction televisiva è l’esatto opposto del cinema italiano, una specie di sua adulterazione permanente. Meglio: una sua caricatura. Il cinema ha raccontato l’Italia agli italiani e al mondo, e facendolo non solo ha contribuito a formare come nessun altro la coscienza vera del Paese, ma ha saputo spesso esprimere significati morali ed estetici di valore universale. Ancora oggi registi come Pupi Avati, Giuseppe Tornatore, Gabriele Muccino, Marco Tullio Giordana, raccontano con il timbro della verità e della poesia storie che parlano di noi, che riguardano il nostro passato e il nostro presente.
Esattamente l’opposto di quanto si vede sugli schermi televisivi: non per nulla tranne eccezioni rarissime nessuno dei registi di nome del nostro cinema viene chiamato a dirigere la fiction che va in televisione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Sempre fatte salve le solite eccezioni (dalla lontanissima «Piovra » ai più recenti «La meglio gioventù» o «Montalbano ») la fiction sia della Rai che di Mediaset è una cosa da brividi: dialoghi surreali, scenografie e location posticce, interpreti regolarmente mal scelti e una recitazione sempre sgangherata, fuori tono, in genere troppo enfatica (anche bravi attori come Virna Lisi, Diego Abatantuono o Giancarlo Giannini sono costretti a recitare battute improbabili in ruoli che non stanno assolutamente in piedi). Ma sono le trame e le sceneggiature che soprattutto gridano vendetta. Qui è il trionfo dell’inautentico, dell’implausibile, del finto. Finti, fintissimi, i carabinieri, i distretti di polizia, la gente di mare, i posti al sole, i medici, e tutto il resto che popola le serate degli italiani. Finte pure le foibe, i don Bosco, i De Gasperi.
Ma non la grande finzione delle favole, bensì il povero finto delle stoffe dei magliari. Si capisce a prima vista, ad esempio, che tutti sono alla ricerca del nazional- popolare, del «semplice ma avvincente e profondo», epperò ogni volta il risultato è il patetico, il falso, la tirata retorica, la lacrima e il grido che sanno unicamente di artificio. Alla fine, così, restano solo e sempre, anche quando fischiano le pallottole e ululano le sirene, scialbi, scialbissimi fumettoni piccolo-borghesi dove nulla riesce ad apparire ciò che vorrebbe essere. Il difetto è nel manico, dice chi se ne intende. E cioè che nel caso della televisione italiana il ruolo del regista è sempre sostanzialmente marginale mentre invece il potere vero è nelle mani dei vertici delle direzioni aziendali, ormai divenuti i veri grandi boss della produzione. Da tempo sono ormai questi a decidere delle trame, degli sceneggiatori, degli attori, di tutto. Quasi sempre però— e questo è il punto decisivo— tenendo conto soprattutto del proprio personale tornaconto, spessissimo di propri personali legami con interessi esterni, anziché di parametri qualitativi degni di questo nome. È anche in questo modo, umiliando il proprio cinema, restringendo il campo d’azione dei suoi uomini e donne migliori e dunque perdendo la capacità di raccontarsi, che un Paese non riesce più ad essere se stesso, a ritrovare la propria identità. E se quel Paese è l’Italia, la cosa forse ci riguarda da vicino.
31 agosto 2008

In libreria

Felice BorsatoIl cronista
Roma, RAI-ERI, 2008

Descrizione
"Il Cronista, Felice Borsato, fa della sua esperienza del mestiere un vademecum per chi si vuole dedicare alla difficile e impegnativa professione. Dalle regole di base all'evoluzione dell'attività di cronista negli ultimi quarant'anni, questo volume è un vero e proprio manuale, ma non solo. Infatti, i preziosi consigli sono avvalorati da una accurato studio sul cambiamento del mondo della carta stampata e della sua percezione da parte dei lettori. Tutto questo viene poi corredato da aneddoti e ricordi dell'autore, che ricostruisce, ovviamente da perfetto cronista, una serie di vicende che hanno segnato la nostra storia e la nostra società degli ultimi trent'anni: dal sequestro di Aldo Moro alla tragedia di Vermicino, dall'attentato a Giovanni Paolo II allo scudetto vinto dalla Roma nel 1983".
* scheda estratta dal portale WUZ
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03 settembre 2008

Giornalismo per inviati in aree di crisi

Il prossimo 6 ottobre prenderà il via il Corso di Perfezionamento in GIORNALISMO PER INVIATI IN AREE DI CRISI intitolato alla giornalista Maria Grazia Cutuli, uccisa in Afghanistan nel 2001.
Il corso é riservato a giornalisti laureati iscritti all’albo e a giovani laureati che abbiano completato il praticantato presso una delle scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine. Il corso, attivato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, prevede: 90 ore di lezioni frontali in Università, lezioni teoriche a cura delle Forze Armate e della Protezione Civile, esercitazioni pratiche in zone d’operazione (una settimana in Libano con le Forze Armate e un fine-settimana a Stromboli con la Protezione Civile), seminari e conferenze.
Le domande d’ammissione possono essere presentate entro e non oltre il prossimo 22 settembre 2008 collegandosi al sito dell’Università “Tor Vergata” http://delphi.uniroma2.it.

Per informazioni vedi il sito della Fondazione Maria Grazia Cutuli (Fondazione Cutuli Onlus).

Link al Programma del corso presentato dal Corriere della sera, 14 agosto 2008


* segnalato da A.R.

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Giornalismo e letteratura

Scrittori e giornalismo. Sondaggio sul Novecento letterario italiano, a cura di Marco Dondero, Macerata, Eum, 2007, 128 p.


*Il saggio è stato estratto dall'Archivio digitale del CEUM Edizioni digitali dell'Università di Macerata
Per leggere il testo in formato pdf link sul titolo

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02 settembre 2008

Cultumedia. Cultura, media e Società.

Il numero di settembre della rivista online Cultumedia. Cultura, media e Società presenta lo speciale "Sportiva-mente", dedicato ai vari aspetti dello sport.

29 agosto 2008

Fotogiornalismo

A Perpignan (Francia) dal 30 agosto al 14 settembre 2008 si svolgerà il Festival internazionale di fotogiornalismo "Visa pour l'Image" .
Per altre informazioni consultare il sito dedicato all'evento
http://www.visapourlimage.com/index.do

Il sito di Affariitaliani.it presenta una Galleria di fotografie esposte al Festival di Perpignan.


*segnalato da C.P.

28 agosto 2008

5° edizione del Festival europeo della creatività


29 - 31 Agosto 2008

*Link al sito del festival e al Programma dei numerosi eventi previsti.

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*segnalato da A.R.

L'era della cronaca

Antonio Scurati
Un uomo senza storia
Col nuovo secolo siamo entrati nell’era della cronaca conosciamo soltanto la dimensione del momento
“La Stampa”, 26 agosto 2008

Non cercate un collegamento tra quest’articolo e un fatto di cronaca: non lo ha. Non lo ha per coerenza con la sua tesi di fondo. Il suo tema è, infatti, quella sensazione di vivere in un Paese sfinito che si è impossessata di molti italiani (soprattutto a sinistra) e la sua tesi è la seguente: quando l’orizzonte della storia si riduce a quello della cronaca, allora la vita pubblica si riduce a una patologia inguaribile di lungo decorso. Questa la sindrome da sfinimento civile che ci affligge: alla cronacalizzazione della pubblica opinione corrisponde la cronicizzazione della vita sociale.
Di recente Veltroni ha lamentato la «frenetica bulimia del presente» che cancellerebbe il passato e con esso lo spirito pubblico. Rimpiangendo la «grande storia», ha denunciato la perdita di memoria storica come «grande epidemia del nostro tempo». Ma lo ha fatto con un articolo di giornale impaginato nella cronaca politica. Come dire: roba che dura un giorno (massimo una settimana). La sua eco muore in questo istante, fucilata al muro di un tempo senza tempo (nel senso che ne ha poco, non che ne è fuori). Le sue parole, al pari delle mie (o di quelle di chiunque altro si aggiri da queste parti), rimarranno senza storia. Non sono prognosi, e nemmeno diagnosi. Sono parte del problema, non la sua soluzione.
Il problema è che la cronaca non passa alla storia. Cronaca e storia non sono lo stesso fatto osservato con due ottiche diverse, in campo lungo o in campo corto. Storia e cronaca sono, invece, due diverse direttrici del tempo. La sensazione è che al giro del secolo scorso si sia entrati in una nuova era: l’era della cronaca. Quest’era non coincide con una nuova partizione del tempo ma con una sua nuova forma, non con una diversa porzione di storia ma con un nuovo modo di battere il tempo, diverso dal tempo della storia. Chiunque non segua questo nuovo ritmo, si sentirà un uomo sfinito. Dopo l’11 settembre si è rigettata la profezia della «fine della storia»: gli eventi luttuosi della guerra al terrorismo avevano rimesso in moto quella storia che si credeva finita. Ma forse non erano i contenuti fatidici, gli accadimenti epocali a mancare, forse erano le forme del nostro racconto a mutare. Il modo in cui raccontiamo la realtà sociale tende, infatti, a modificarla: da sempre gli uomini agiscono in forme consone al modo in cui immaginano che la loro storia verrà poi narrata. Gli eroi entrano nella leggenda molto prima di compiere le gesta che li eterneranno. Vivono in vista del memorabile fin dalla nascita. Il tempo del mito è il loro amnio. Ma anche il tempo della storia portava sempre con sé un’aspirazione al compimento, a superare il momento presente verso una fine che ne fosse anche il fine, verso il momento conclusivo e riepilogativo nel quale il protagonista del romanzo, voltandosi indietro, potesse dire: «Dunque è andata così, proprio così. Ecco la mia vita, la mia storia. La storia di tutti».
Una fine che completasse, un fine che compisse, questo è stato il segreto tormento, l’aspirazione violenta, la paura e il desiderio degli uomini al tempo della storia. Con il tempo della cronaca, però, le cose vanno diversamente. La cronaca non conosce compimento, non ne sente la mancanza, la cronaca insiste nel momento. Non ha problemi di consecutio temporum la cronaca. L’unico modo che conosce per umanizzare il tempo facendolo entrare in un racconto è di declinarlo a presente. Quel presente che è nuovissimo con l’ultimo delitto fresco di stampa sul giornale del mattino e già vecchissimo all’ora del crepuscolo mediatico con i programmi delle undici di sera. Per questo la cronaca, gira e rigira, è sempre cronaca nera: un delitto al giorno e ogni giorno un delitto. Cronaca nera o cronaca rosa. Orrore senza fine o banalità ininterrotta. Questa l’alternativa secca.
La cronaca, nera o rosa che sia, non fa romanzo, sebbene il romanzo sempre più si faccia con la materia della cronaca. Mentre la storia colloca ogni singolo accadimento, per quanto apparentemente insignificante, dentro il quadro di un processo più ampio che lo accoglie, lo spiega e lo giustifica, la cronaca lo abbandona a se stesso proibendo che la sua insulsa particolarità venga riscattata da un racconto più grande e, magari, anche da un futuro migliore. I rapporti tra la cronaca e quella forma riparatrice della narrazione umana che è il romanzo sono gli stessi che si potrebbero stabilire tra lo sciocco e l’uomo di genio: il secondo può comprendere il primo ma non vale l’inverso. Proprio per questo, però, il tempo della cronaca prevale su quello della storia. È più elementare, più diretto, più disperato. In una parola, più forte. Mentre il romanziere, il prete, lo statista si affannano a raccattare i frantumi della cronaca per incollarli in un mosaico d’impossibile redenzione, questa non si dà pensiero di essi. Non attende nessuna rivelazione in fondo alla calla nera della ferocia - o al pisciatoio della futilità - l’uomo della cronaca, non alza lo sguardo all’orizzonte. Non gli importa del mondo che verrà. E non si attende nessuna maturità dei tempi.
Il paesaggio che, al tempo della cronaca, si apre dinnanzi all’uomo vissuto nella storia e per la storia è un paesaggio di rovine. Di rovine e di abusi edilizi (che sono poi le rovine del presente). Pensiamo a uno di quei tanti meravigliosi paesaggi storici di cui era fatta l’Italia, quei paesaggi viventi, scolpiti nei secoli dal lavoro dell’uomo. Prima li abbiamo sottoposti a rigidi vincoli conservativi, dichiarati patrimonio dell’umanità e poi abbandonati alla quotidiana erosione dall’assenza di un piano regolatore, di un progetto di sviluppo, di un’idea di futuro e di mondo. Ecco allora che, giorno dopo giorno, scandito dal tempo della cronaca, si svolge il lavoro della decomposizione: qualcuno dipinge di rosso acrilico la sua casetta accanto all’antico campanile, qualcun altro estirpa la vite per piantare una chicas, i più audaci impiegano i teli neri che in inverno proteggevano i limoneti per occultare un bilocale costruito nottetempo. Di questo passo, presto o tardi, tutti ci risvegliamo in una qualunque periferia fatta di squallide scatolette di cemento.
Oppure, non se ne esce. Al tempo della cronaca l’opinione pubblica c’è ma vive di emergenze: il suo è, dunque, un parere del tutto incidentale. In questo tempo d’epocale sconfitta la sinistra dovrebbe intraprendere una «lunga marcia», ma le lunghe marce hanno di necessità il passo della storia. E nessuno riesce più a sostenerlo. In questi tempi di silenziosa erosione non si ode nemmeno più il «lamento della scavatrice» che afflisse l’orecchio di Pasolini nell’Italia del boom economico e della prima, massiccia speculazione edilizia. Non sono più tempi questi di lamentazioni tragiche. La cronaca le ha sostituite con il ronzio di un termitaio in espansione. Un rumore sordo di basso continuo. Questa la colonna sonora delle vite di quelli che, come noi, vivono abusivi nel presente.
*estratto dal sito del quotidiano "La Stampa" di Torino.
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22 agosto 2008

Il blog di George Orwell

Un'iniziativa dell'Orwell Prize porta online i diari e le lettere dell'autore di 1984
"Corriere della sera", 4 agosto 2008


L'universo blog guadagna un nuovo protagonista d'eccezione: George Orwell. A cominciare dal 9 agosto, i diari dello scrittore inglese saranno riversati in rete, all'interno di un blog, appunto.
DIARIO E BLOG – Si tratta di un'iniziativa dell'Orwell Prize – il premio letterario per la scrittura politica dedicato all'autore britannico – che ha scelto proprio la forma del diario elettronico per ridare voce a Orwell a più di 50 anni dalla sua scomparsa. La data di apertura del blog non è casuale. L'autore di «Animal Farm»(La fattoria degli animali) iniziò infatti a tenere il suo diario (cartaceo, ovviamente) il 9 agosto del 1938, e da allora non smise mai di appuntare impressioni e pensieri, nemmeno durante il ricovero presso il sanatorio del Gloucestershire in cui trascorse otto mesi del 1949, un anno prima di morire.
POSTUMO – E così, a partire da sabato prossimo, il blog postumo di Orwell si arricchirà via via di contenuti: ogni giorno, fino al 2012, sarà pubblicato un nuovo messaggio: gli internauti potranno così leggere i suoi scritti sulla seconda guerra mondiale, quelli sul viaggio in Marocco e sulle sue disavventure in Catalogna, durante la guerra di Spagna. E ancora: riflessioni politiche sul comunismo, sul fascismo, sulla disoccupazione e – in generale – sulla situazione politico-sociale degli anni '30. Queste pagine non sono sconosciute (pubblicate una prima volta nel 1998 all'interno del volume di Peter Davison «Orwell: The Complete Works» e successivamente nel 2000), ma ora grazie alla rete saranno finalmente a disposizione del vasto pubblico integralmente, consultabili da chiunque e ovunque nel mondo. E intanto c'è già chi si domanda se un blog postumo possa davvero essere considerato un blog.
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* George Orwell (1903-1950) è stato un importante scrittore, autore di romanzi considerati profetici (es. 1984 in cui delineava con lucidità la società dominata dal "Grande Fratello") ma è stato anche uno straordinario corrispondente di guerra. (cfr. Omaggio alla Catalogna, Milano, 1948).
Sito dell'Orwell Prize
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14 agosto 2008

Genova e il Sessantotto

1968-2008. A quarant’anni di distanza non sono mancate le pubblicazioni che si sono occupate di ricostruire il percorso e i valori delle lotte sociali di quegli anni; in ambito strettamente cittadino, l’editore Frilli ha pubblicato un saggio scritto a quattro mani da Luca Borzani, storico e già assessore alla cultura del Comune di Genova e da Donatella Alfonso, giornalista del Lavoro-Repubblica dal titolo esemplificativo: Genova, il ’68. Una città negli anni della contestazione.
Il libro è costruito secondo sezioni ben definite che si occupano di approfondire i differenti ambiti sociali (la scuola e l’università, l’industria e il porto, il panorama culturale, il contesto politico, il mondo cattolico, i gruppi di destra…) in cui anche a Genova si registrò una stagione di estrema conflittualità sociale ma di altrettanto viva discussione politica. Tuttavia la volontà non è quella di fotografare solamente una città in un preciso momento della sua storia sociale, quanto piuttosto di coglierne i sommovimenti, le tensioni interne al mondo principalmente operaio e studentesco laddove si aprivano inaspettatamente gli spazi per una critica complessiva alla società capitalista. Da qui la scelta di dare spazio alle testimonianze dirette di “quelli che c’erano” (purtroppo non alle fotografie) ma soprattutto ai documenti interni e ai fogli che scandivano queste nuove forme di partecipazione. Dal racconto dei protagonisti emerge una città ambivalente e un’eredità di quegli anni ad oggi più distante, non sorpassata ma certamente più offuscata - per il peso e il clamore delle vicende - dalla cappa pesante di violenze degli anni Settanta e dall’esperienza eversiva. Come viene specificato nella premessa, “l’immagine di Genova ‘capitale delle Brigate Rosse’ si è dilatata azzerando non solo la complessità degli anni Settanta ma, appunto, anche il Sessantotto, a cui viene assegnato il ruolo di incubazione, di spazio politico e sociale destinato, senza soluzione di continuità a confluire nella stagione della lotta armata”.
La lettura è comunque ricca di spunti e va consigliata perché si muove su più livelli: attraverso i documenti penetra nel vivo delle difficoltà delle diverse forze tradizionali della sinistra - PCI, FGCI, CGIL - di comprendere e fare proprie le istanze che provenivano dal movimento giovanile (egualitarismo, antiautoritarismo, rifiuto dei modelli capitalisti di segmentazione della società, assemblearismo) superandosi come soggetti burocratici delegati; ricostruisce gli sforzi per creare realtà di base fra operai e studenti, analizza il ruolo e la composizione della classe operaia genovese di quegli anni, del mondo portuale e del suo peso specifico nelle mobilitazioni di piazza.
Ma cita anche nomi, episodi (gli sgomberi, le occupazioni, i fatti drammatici, come l’incendio all’Istituto di Storia dell’arte mentre la facoltà di Balbi è occupata) che videro protagonisti giovani universitari le cui prima rivendicazioni “sindacali” per le condizioni fisiche e umane in cui versava quell’università che stava diventando di massa, si erano trasformate in una più ampia scelta di critica ai modelli sociali vigenti.
Ne emerge una città sfaccettata, multiforme, certamente viva pur in un momento di criticità per l’inizio del processo di deindustrializzazione e per le scelte politiche che ne segnarono la definitiva crisi negli anni successivi.
A marcare poi questa vivacità, in ambito prettamente giornalistico, è la quantità di fogli, organi di partito, riviste di gruppo, dalla vita spesso breve che costellano quegli anni, anche a Genova; ma la tendenza a invadere lo spazio pubblico attraverso il giornale come strumento principale di propaganda da parte dei gruppi studenteschi e dalle diverse organizzazioni di lotta, coinvolge anche altri ambiti, a cui s’estende questa voglia di partecipazione attiva. Una curiosità su tutte, che sarebbe interessante (ri)scoprire: un nuovo associazionismo, una nuova cultura dell’assistenza, nasce in quegli anni in cui, fra le altre cose, si ridiscute sul ruolo dei manicomi e si aprono le prime comunità per disabili. A Genova, per volontà di Rosanna Benzi, ragazza simbolo di questa nuova lotta degli ultimi, chiusa in un polmone d’acciaio all’Ospedale San Martino, nasce la rivista “Gli altri”, vero e proprio organo di informazione destinato a dare voce agli emarginati, a quelli che il nuovo vivere urbano dimentica e mette da parte: disabili, invalidi, anziani, malati…

07 agosto 2008

Reportage da Genova

Alessandra Fava
"Manifesto", 6 agosto 2008

La comunità musulmana vuole un centro di culto nel centro storico della città, la destra, da An a Forza Nuova, si scatena e chiede il referendum. E il sindaco Marta Vincenzi (Pd) propone: ok ma senza il minareto. Ma gli islamici non ci stanno

GENOVA - Caricare tutti quelli che dicono no alla moschea su un pullman direzione Casablanca o una nave per Tunisi «per capire di che cosa stiamo parlando»: l'idea è di Silvio, dipendente pubblico, uno dei genovesi fermati a caso nei vicoli, tra la Commenda dove il sindaco vorrebbe far incontrare musulmani, cristiani ed ebrei, la Darsena dove nel Medioevo c'era una moschea e piazza Banchi, insomma l'area del centro storico che, secondo gli ultimi boatos, potrebbe ospitare un luogo di culto ufficiale per gli islamici. Della moschea si parla senza costrutto da dieci anni, ma è tornata sulle pagine dei giornali con la firma di un patto tra il sindaco di centrosinistra Marta Vincenzi e l'Associazione islamica d'integrazione culturale in cui questi ultimi prendono le distanze dall'Ucoii, promettono di non fare sermoni ad alto contenuto terrorista e di promuovere il dialogo con la città.La questione è annosa: la comunità ha acquistato nel 2002 un'industria in disuso a Cornigliano e ha proposto un progetto approvato dalla commissione edilizia privata comunale e poi «bocciato« da quattro preti e decine di persone del Ponente post-siderurgico, mobilitate prima dalla Lega e poi da Forza Nuova. Cercando una via d'uscita, la comunità islamica ha cercato di fare una permuta per un immobile a Campi e poi ha persino trovato un accordo con un convento di francescani, sempre in Valpolcevera, ma tutto senza successo. Silvio pensa che «qui il problema è il razzismo, altro che questioni urbanistiche»; che «se si andasse a vedere il rispetto dei parametri sulla sicurezza chiuderemmo quasi tutte le chiese del centro storico» e che quanto a delinquenti non siamo secondi a nessuno «visto che in chiesa a pregare ci andavano anche Riina e Provenzano e alla fine con i musulmani non sono le differenze ma le similitudini che ci dividono, per esempio viviamo tutti e due uno stato teocratico». Di una cosa è convinto: «Se fanno il referendum lo vinceranno. C'è un clima d'intolleranza». Obiettivo il referendumIl referendum è la nuova croce del sindaco. Non bastavano i banchetti della Lega, un rosario notturno di Forza nuova con prete lefevriano seguito da incontro in locali connessi a una chiesa cattolica del centro, ed ecco che alcuni consiglieri regionali, Gianni Plinio (An) in testa, raccolgono 1600 firme per chiedere una consultazione cittadina, mentre la Lega promette mobilitazioni in autunno, come assicura il segretario provinciale Edoardo Rixi (il cui padre è nato nel quartiere di Galata a Istanbul). E così, mentre il sindaco avanza dubbi di incostituzionalità sul referendum «moschea sì, moschea no», la questione trova sponda nel governo col ministro per le politiche comunitarie Andrea Ronchi, prima portavoce di An, che osserva: «Il messaggio della cittadinanza è chiarissimo: i genovesi vogliono pronunciarsi in prima persona sulla possibile costruzione di una moschea nella loro città. Lo dimostrano quelle 1600 firme raccolte venerdì scorso in sole due ore dai consiglieri regionali del Pdl». Che con la consultazione cittadina possa finire male ne è convinto anche Arcadio Nacini, consigliere comunale del Ponente di Rifondazione, seduto sotto la fontana a piazza De Ferrari: «Il referendum lo perdiamo. Altro che moschea, qui sta venendo fuori una città di destra». Le voci della stradaContinuando il sondaggio a caso nei vicoli pare di vivere altrove: «Mi sembra strano che la gente faccia tanto rumore - commenta Flavia, educatrice e buddista - noi abbiamo i nostri luoghi di preghiera e come essere umano m'irriterebbe se qualcuno limitasse la mia libertà di culto». A Fossatello passa un ambulante marocchino che vive a Genova dal '77: «Vengo dal centro storico di Casablanca dove ho sempre vissuto con cristiani ed ebrei». Nella sua agenda c'è anche Braham, numero di telefono e stella di Davide. Due carpentieri in ferro, Corrado ed Emiliano in via San Luca, pensano che «se non danno fastidio e lavorano c'è libertà di religione, basta che non diventi Al Qaeda, insomma bisogna entrare in contatto senza picchiarsi, la globalizzazione è anche questo». Anche Marina Pupo, pensionata, scesa a vivere nel centro storico dalla circonvallazione a monte, della moschea pensa «tutto il bene possibile. Dovrebbe essere normale. E' più facile cavalcare la paura della gente che creare una cultura in cui il diverso non venga vissuto come un pericolo. Sarebbe un gran bene dare alla comunità degli spazi del centro storico come la loggia dei Banchi o i silos inutilizzati dietro al museo Galata». A parte Paul, ecuadoriano a Genova da sei anni, cameriere, cattolico non praticante, che dice «la moschea non va costruita» e un ateo comunista che raderebbe al suolo tutte le chiese, le sinagoghe e le moschee e per il quale «si svia l'attenzione dal fatto che mancano programmi sociali per gli uni e gli altri», persino un avvocato che vota centrodestra dice di «non essere contrario. Se vivono qui hanno diritto a professare la loro fede, anche nel centro storico». Alla domanda su come mai nessuno dica apertamente no alla moschea come succede in consiglio comunale, l'avvocato argomenta che il politically correct impera. Passando però a un sondaggio promosso dal sito del Secolo XIX si scopre che 1669 cittadini hanno votato contro la moschea perché è meglio investire risorse in altre questioni (45,7 per cento), «non so se in Medio Oriente siano così aperti ai cristiani» (37,6 per cento) e poi c'è il rischio di cattive frequentazioni (16,6). I sì sono 712 e il 78 per cento pensa che il primo motivo sia il diritto al culto. Il sito precisa che non c'è nessun intento statistico. Eppure... Islamici pronti al dialogo «In questi anni avrei potuto raccogliere migliaia di firme o scendere in piazza con centinaia di persone, ma ho sempre scelto, abbiamo scelto, il dialogo e mai lo scontro, anche se questo mi è costato discussioni anche all'interno della mia comunità e accuse di eccessiva cautela». Finita la preghiera pomeridiana dell'Asr, Salah Hussein trova un po' di tempo per parlare al piano superiore di un'ex officina nel cuore di Sampierdarena, nei locali sottotetto dove pregano donne e bambine mentre gli uomini si raccolgono al piano terra. Presidente dell'Associazione di integrazione culturale nata cinque anni fa e portavoce storico della comunità islamica a partire dal primo luogo di preghiera nel '78, in via Venezia a monte dei moli dei traghetti, Hussein, palestinese di Nablus, a Genova da 27 anni, ingegnere, mediatore culturale e non sempre imam («lo facciamo a turno e siamo eletti dal consiglio della comunità»), non ha mai smesso di credere che prima o poi la sua gente avrà una moschea come si deve, un punto di riferimento per 9 mila immigrati di fede musulmana e un luogo di culto degno per le grandi feste che ora si è costretti a celebrare nel parco dell'Acquasola o nella Sala Chiamata del porto. Sul tavolo le bollette della luce, un computer, la masbaha appesa al muro, alla finestra una macchia di verde tra la ferrovia e il monte. «Va bene il centro storico, va bene la Darsena, va bene qualsiasi luogo accessibile anche in auto e dove non diamo fastidio ai vicini, come dice anche Maometto - spiega Hussein - ma se non si arriva a uno sbocco noi torniamo a Coronata». Coronata sarebbe lo stabile industriale a Cornigliano, «acquistato con i soldi di una comunità povera che non ha dietro nessun paese ricco». Per combattere pregiudizi e stereotipi negli ultimi mesi la Comunità ha incontrato il cardinale e presidente della Cei Angelo Bagnasco, il sindaco Marta Vincenzi, il rabbino, un sikh, decine di associazioni, per spiegare che via Sasso e gli altri quattro luoghi di preghiera sono aperti al dialogo interconfessionale, alle scuole, che nessuno vuole convertire nessuno, che esistono in città cinque luoghi di preghiera in perfetta convivenza con i quartieri. Ripetono a destra e manca che ci sono chiese in Marocco, Tunisia e che ne hanno aperta una anche in Qatar, che si sentono musulmani genovesi più che marocchini, tunisini o giordani e che non c'è alcun saudita. Tant'è, statisticamente «ogni volta che si tira fuori la moschea Plinio raccoglie firme contro di noi - riflette il portavoce - E' successo nel '97 quando il petroliere Garrone disse che gli sarebbe piaciuta una moschea nel centro storico. Così quando due studenti di architettura nel '99 fecero una tesi ipotizzando una moschea a piazza Sopranis e poi Coronata, Campi, Perrone e ora con la storia del referendum, un precedente che sarebbe gravissimo». Insomma, «alcuni esponenti politici ne fanno una questione ideologica e mi dispiace. Fomentano una paura che non si controlla perché è una questione di pancia». Così la discussione si protrae. Il sindaco nei giorni scorsi ha proposto di fare della Commenda di Prè un luogo d'incontro per le tre religioni monoteiste, nonostante da lì partissero i crociati. Hussein sorride: «Vuol dire che i tempi sono cambiati. Prima si partiva per la guerra, ora ci s'incontra nella pace». Ma i Cavalieri di Malta, proprietari dell'immobile, hanno replicato che avevano altri progetti e dell'idea del sindaco non ne sapevano niente. La questione minareto Passando alla Darsena, alla Facoltà di economia e commercio dietro il Museo del mare, Lorenzo Caselli, presidente della Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo, docente di Etica economica e responsabilità sociale delle imprese e sostenitore della prima ora del centro studi sull'immigrazione Medì, sostiene che «la Commenda è un modo per inserire una pausa di riflessione. Lasciamo passare agosto e a settembre vedremo. Certo il referendum è incostituzionale e se il discorso è che nei paesi arabi non ci sono chiese cattoliche, allora bisogna riflettere che nelle relazioni internazionali in un mondo globale la generosità è un investimento. Bisogna ripartire dai sogni, dalle aspettative di centinaia di bambini che sono nati in Italia pur avendo genitori stranieri, insomma costruire una buona società in cui vivere, come dice Amartya Sen». Certo dopo aver fatto i conti anche con la questione minareto. Il sindaco vorrebbe una moschea che ne fosse priva. Caselli suggerisce «misura, costruiamo intanto un luogo di culto». Don Andrea Gallo insorge: «Tutte le chiese hanno un campanile». Hussein allarga le braccia: «Il progetto di Coronata approvato dalla commissione edilizia del Comune ha un minareto non agibile. Per noi è un simbolo. In cima c'è la mezzaluna, ma niente muezzin», assicura. Anche nel Corano Giobbe è il paziente per eccellenza.

31 luglio 2008

Pechino, i Giochi "censurati". Le promesse mancate dei cinesi

A otto giorni dalla partenza ufficiale dei XXIX Giochi Olimpici di Pechino, Repubblica.it inaugura il suo speciale con una riflessione di Federico Rampini sulla censura del regime cinese.
Articolo simile, firmato da Marco Mesurati, compare anche sull'edizione cartacea di oggi a pagina 49. L'argomento suscita comunque l'interesse di tutte le testate più importanti, sia nella loro versione tradizionale che in quella online.
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da la Repubblica.it, 31 luglio 2008

A pochi giorni dal via, è diventato evidente l'intreccio di limitazioni alle libertà e di pesanti paletti all'informazione.
Pechino, i Giochi "censurati". Le promesse mancate dei cinesi
Cade così la speranza che le Olimpiadi potessero portare novità positive.
Le vicende tibetane e le proteste sulla fiaccola hanno provocato arroccamento.
Dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

PECHINO - Il primo dicembre 2006, Pechino annunciava che di lì a poco sarebbero scomparse le ultime restrizioni sulla libertà di circolazione per noi giornalisti stranieri sul territorio della Repubblica Popolare. Il giorno dopo, nel descrivere quel provvedimento, scrivevo su Repubblica: "I Giochi del 2008 semineranno qualche germe di cambiamento in questa Cina". Quella previsione, ahimé, si è avverata nella direzione diametralmente opposta. I reporter stranieri che arrivano in questi giorni, e che si aggiungono a noi corrispondenti permanenti per coprire le Olimpiadi, trovano una Cina per molti aspetti peggiorata dal 2006.
Quello che colpisce subito i nuovi arrivati, naturalmente, è l'insopportabile groviglio di restrizioni alla nostra libertà. Non possiamo andare in Tibet. Non possiamo usare una webcam su Piazza Tienanmen, né in alcuno degli stadi olimpici. Non possiamo accedere a diversi siti Internet oscurati dalla censura. Dietro questi limiti che ci colpiscono direttamente, c'è una situazione ben più drammatica per i cinesi. Rispetto alla tradizionale mancanza di libertà di informazione c'è stato un ulteriore arretramento.
Proprio in vista dei Giochi il governo ha "ripulito" la capitale dei potenziali disturbatori dell'ordine: dagli immigrati che appartengono alle minoranze etniche tibetana e uigura, ai dissidenti, agli avvocati che difendono cause umanitarie. Alcuni di questi attivisti oggi sono agli arresti domiciliari per impedire che entrino in contatto con gli stranieri.
Che cos'è accaduto dunque perché le speranze accese nel dicembre 2006 si vanificassero così brutalmente? Gran parte della spiegazione sta negli avvenimenti tragici di questa primavera, che hanno colto la leadership cinese impreparata, e hanno provocato una reazione furibonda. La rivolta del Tibet a metà marzo, seguita dalle contestazioni contro la fiaccola olimpica a Londra, Parigi e San Francisco, hanno provocato un arroccamento. Il regime di Pechino ha vissuto improvvisamente un incubo: il rischio che questi Giochi con l'accresciuta visibilità che comportano, diventino un'occasione per un "processo virtuale" alla Cina, ai suoi abusi contro i diritti umani, ai suoi gravi ritardi sul terreno delle libertà individuali.
La reazione della nomenklatura ha fatto appello al riflesso condizionato del vittimismo nazionalista: il popolo cinese è stato chiamato a serrare i ranghi contro "l'offensiva" degli stranieri. In questo clima di unità nazionale, invocato per difendere l'immagine della Repubblica Popolare, gli spazi di tolleranza che si erano aperti negli ultimi anni si sono nuovamente ristretti.
Ogni voce critica è catalogata come un "sabotatore" dei Giochi, un nemico della patria. La censura è tornata ad avere carta bianca. Anche le maggiori libertà che erano state promesse a noi giornalisti stranieri sono state revocate, per effetto di questo clima.
Ma le vere vittime non siamo noi: sono le tante voci di dissenso che negli ultimi anni avevano trovato nuovamente il coraggio di farsi sentire in Cina, e ora tacciono in attesa di tempi migliori. In attesa che passi la "nottata" dei Giochi, un avvenimento che paradossalmente ha fatto fare ai leader cinesi un grande balzo all'indietro.
Simone D'Ambrosio

29 luglio 2008

Informazione di consumo


Mimmo Càndito
Giornalismo a colpi di abbagli
"La Stampa", 29 luglio 2008

La tempesta che in questi giorni si sta scatenando sui media italiani è certamente il riflesso di una specificità tutta nostra, ma è anche il riflesso d’una crisi che rischia di travolgere il giornalismo stesso. Quanto meno il giornalismo come l’abbiamo vissuto nella sua ipotetica identità virtuosa, di strumento cognitivo essenziale per una credibile rappresentazione del mondo (ma abbiamo davvero pensato mai che il 90 per cento di quanto noi chiamiamo oggi «conoscenza», cioè di quanto ci fa discutere, riflettere, decidere, passa attraverso la produzione dei mass media?). Oggi quell’identità virtuosa si mostra in panni laceri, stracciata dalla ricerca dello scoop, travolta soprattutto da una deriva che appare inarrestabile: la mutazione genetica provocata da due elementi correlati, la rapidissima accelerazione delle tecnologie elettroniche e l’egemonia del modello comunicativo della televisione. L’integrazione di questi due fattori ha prodotto una velocizzazione della comunicazione che a null’altro è interessata se non alla comunicazione stessa, da farsi e consumarsi «in tempo reale». Il pervasivo dominio della tv - la realtà qui e ora - crea una comunicazione sempre più indifferente alla natura reale dell’informazione offerta al consumo; la qualità del «messaggio» - cioè l’identità delle cose comunicate, che siano vere o solo verosimili - ai mass media rischia d’interessare sempre meno, travolti come sono dalla velocità con cui si connota il consumo del vissuto quotidiano, ma anche piegati da quell’«estetica dell’apparenza», il marchio della comunicazione tv. Ci eravamo abituati a pensare che altrove questa crisi venisse comunque vissuta meglio, e che lo sfascio fosse soprattutto roba di casa nostra, per l’accidia del sistema italiano dei mass media e per le sue tare genetiche (la mancanza di editori «puri», l’eccesso d’intrusione della politica, il dominio culturale della tv commerciale, la ridotta scolarizzazione del Paese nello standard europeo). Un’interessante corrispondenza di Maurizio Molinari da New York ci porta a pensare che il problema dev’essere affrontato con una consapevolezza più articolata: racconta Molinari come l’Associated Press - la più influente agenzia giornalistica del mondo - stia mutando il proprio stile informativo, segnato fino a oggi da quella «ipotetica identità virtuosa» (il rispetto dei fatti per com’essi sono), e si sposti invece verso qualcosa che approssimativamente si chiama «giornalismo europeo», dove la brillantezza della narrazione, la forzatura consapevole dei fatti, la piacevolezza del chiacchiericcio, prendono la preminenza sulla rappresentazione asciutta, fattuale, della realtà. Dice David Bailey, direttore d’un quotidiano americano: «Una nuova filosofia dove gli abbagli contano più della sostanza».Se può consolarci che questo giornalismo non è soltanto miserevole deriva italiana ma viene definito dai più autorevoli media americani come «giornalismo europeo», resta che serve ben più che una lamentazione per la crisi che ci travolge. Antonio Scurati suggerisce che dobbiamo intanto abituarci a convivere con una terza categoria della conoscenza, accanto a quelle finora usuali della «verità» e della «menzogna»; è la categoria della «non-verità», una struttura cognitiva che non è la menzogna ma, piuttosto, una dimensione nella quale i confini della certezza si fanno labili, approssimativi, accettati nella loro ambiguità. Più che un teorema per il futuro, questa appare già un’evidenza del nostro tempo; e si capisce bene, allora, quanto oggi l’uso e il maluso dei mass media possano decidere del nostro pensiero, e della nostra stessa (presunta) volontà.
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