Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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15 ottobre 2018

In libreria

Tito Vagni
Abitare la tv. Teorie, immaginari, reality show
FrancoAngeli, Milano, 2017, pp. 218.
Descrizione
Questo libro è un viaggio originale e sorprendente sul rapporto tra spettatori e televisione; un percorso non strettamente cronologico alla continua ricerca dei "caratteri distintivi" di questo medium. Il ricorrere di concetti come spazio, trasparenza, tv verità porta fino al reality show, linguaggio specifico della televisione generalista e momento originario delle forme comunicative dei social media contemporanei. Attingendo a una bibliografia poco frequentata e integrandola costantemente con opere letterarie e cinematografiche, il testo conduce il lettore verso un'idea di televisione come forma culturale. La TV non è, infatti, intesa solamente come strumento d'informazione o d'intrattenimento, ma come fabbrica d'immaginari, capace di plasmare forme di vita nuove in maniera indiretta. Una televisione come esserci, che conduce lo spettatore oltre la frontiera dello schermo, accendendo le luci della ribalta sulla sua vita ordinaria. Le analisi del tronista, di Fabrizio Corona o dei talent show come Amici o X Factor vanno al cuore della civiltà delle immagini svelando perché apparenza, cinismo, celebrità, relazione sono parole chiave che cristallizzano processi storico-sociali di lungo periodo e, allo stesso tempo, rappresentano alcune delle principali chiavi di lettura del presente.
Indice
Prefazione di Alberto Abruzzese,
Introduzione
La televisione delle origini
(La "scuola italiana" di studi sulla TV; La televisione come messaggero e come esserci; Il coefficiente visivo; Il linguaggio del piccolo schermo; Lo specifico televisivo tra "paleo" e "neo" televisione)
Protostoria dello spazio televisivo
(Spazio, rappresentazione, simulazione; I silents movies di Andy Warhol e il pubblico come protagonista; Il drive-in tra mobilità e distrazione; Il Rumore bianco della TV; La televisione come doppio del mondo: Regno a venire, The Truman Show, Matrix)
Funzionamenti e immaginari della reality TV
(Il reality show come specifico televisivo; Dal cielo alla terra: i divi del cinema e le celebrità televisive; Fenomenologia del tronista; La logica dell'apparenza; Fabrizio Corona e la televisione del suo tempo)
Il reality show si è fatto mondo
(Il reality in una prospettiva archeologica; Del vedere e dell'essere visti; Dalla gloria all'onore; I talent show, la fabbricazione del divo e l'amatore)
Bibliografia.
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10 ottobre 2018

In libreria

Anna Maria Mozzoni 

La liberazione della donna
Introduzione di Donatella Alfonso – Prefazione di Fiorenza Taricone
Edizioni All Around, Roma, 2018, pp. 240. 
Descrizione

Giornalista, scrittrice, attivista dei diritti civili, Anna Maria Mozzoni fu la voce più forte nel chiedere, tra Otto e Novecento, pari diritti politici e sociali per le donne italiane, e quindi precorritrice dei movimenti femministi.: "Il mio lavoro, siccome diretto all’utile vostro materiale e morale, e tendendo ad affermare il vostro individualismo, era d’uopo cominciasse per mostrarvi quali siete e non attraverso le lenti della opinione”. Anna Maria Mozzoni ha 27 anni quando, nel 1864, pubblica La donna e i suoi rapporti sociali: per lei, ardente mazziniana, la speranza è che il Risorgimento politico sia anche – e finalmente – una rinascita delle donne in Italia. Una donna all’avanguardia, Anna Maria: tiene conferenze, traduce, scrive (“Che fa la penna in mano ad una donna se non serve alla sua causa come a quella di tutti gli oppressi?”), si impegna con i socialisti sulle tutele del lavoro, specialmente femminile; la sua battaglia, combattuta per tutta la vita, è per il diritto al voto delle donne; conquistato solo 26 anni dopo la sua scomparsa.
Anna Maria Mozzoni nasce a Rescaldina, alle porte di Milano nel 1837. Dai genitori, un padre fisico e matematico e una madre dell’alta borghesia milanese, che la alleva nel libero pensiero, ottiene le basi di un’educazione aperta. Giornalista e scrittrice, autrice di saggi, conferenze e traduzioni, impegnata politicamente, muore a Roma nel 1920.
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08 ottobre 2018

In libreria


Antonella Pocecco
Il prisma della memoria. Cultura, identità e mass media
Franco Angeli, Milano, 2017, pp. 132.
Descrizione
L'interesse per le dinamiche e i processi della memoria collettiva è oggi testimoniato da numerosi fattori convergenti, per cui il passato assume un inedito carattere di attualità in grado di condizionare pesantemente il presente. L'attuale memory boom è comprensibile rilevando come la memoria sia un fattore cruciale nella definizione delle identità e delle culture, in grado di permettere all'attore sociale - sia esso individuale o collettivo - di collocarsi e riconoscersi nel tempo e nello spazio. Declinata in modo peculiare nei differenti contesti socio-culturali, la tendenza a ristabilire la continuità con il passato, a preservarne e far conoscere le vestigia memoriali e materiali, spesso si accompagna alla volontà di riportare in superficie memorie negate, oppure relegate nei coni d'ombra delle meta-narrative pubbliche. Riferite ad alcuni casi specifici, le riflessioni contenute nel volume si rifanno sostanzialmente al dualismo senza memoria/abuso di memoria, nel tentativo di chiarire, all'epoca della mediatizzazione del ricordo, la complessità e le difficoltà del lavoro di memoria. Esso non può essere infatti relegato alla dimensione di semplice corollario scientifico, perché coinvolge la nostra stessa quotidianità: la memoria collettiva è come un prisma, in cui si riverberano immaginari, sensibilità, inquietudini sul presente e attese per il futuro.
Indice
Introduzione
La Grande guerra come memoria europea
(La pagina bianca; Dai luoghi della memoria ai nomi della memoria; Il diritto alla memoria)
La battaglia della memoria
(Reinterpretazione e riappropriazione; La battaglia della memoria; La politica della verità)
Memoria collettiva e identità nazionale
(Rituale collettivo d'espiazione o lavoro di memoria?; Quale dovere di memoria; La ricostruzione memoriale; Un dibattito civico e mediatico)
Memorie di una diaspora
(Una memoria silente; Pratiche di commemorazione e rimemorazione; Testimonianza versus privatizzazione del ricordo; Il futuro della memoria)
Conclusioni
Bibliografia di riferimento
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04 ottobre 2018

In libreria

Giuseppe Riva
Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018, pp. 200.
Descrizione
Con l’avvento dei social media è scomparso il solco che divideva mondo reale e mondo virtuale, consentendoci di identificarli abbastanza nettamente. Oggi quello che troviamo on line è un mondo post-verità, al cui interno le notizie deliberatamente false o distorte sono usate per orientare anche in maniera significativa le decisioni individuali, soprattutto in relazione allo scontro politico e alle scelte elettorali. Fake news è solo un nuovo modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti nella sfera pubblica? Diversamente, quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che hanno permesso la nascita e la diffusione di questo fenomeno? Dove nascono le fake news? E come possiamo difenderci?
*Link all' Indice del libro
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03 ottobre 2018

In libreria


Piero Damosso
Giornalismo dell’alba
Storie, responsabilità e regole per un’informazione di dialogo
Con le testimonianze di Ezio Mauro, Enrico Mentana e Mario Calabresi

Edizioni San Paolo, Alba, 2018, pp. 192.
Descrizione
Il punto di partenza di questo contributo è che il giornalismo non è morto, a maggior ragione di fronte alle fake news: il giornalismo riuscirà a vincere questa sfida e, in forme nuove, resisterà come fonte di conoscenza, dialogo, impegno civile, sociale, culturale. Perché l’autonomia si fonda sulla libertà e sulla capacità di un racconto aggiornato di storie. Sollecitato, in particolare, dalla rivoluzione spirituale e “nella carne” di papa Francesco, Damosso affronta il tema del “fare notizia” fondandolo sulla ricerca della verità, sul bene, sulla democrazia e sul giornalismo autentico, documentato e aperto all’amore di Dio nella realtà. Nessuno di noi può fare a meno dell’informazione, soprattutto al mattino per camminare nel nuovo giorno, consapevoli degli eventi e di una luce di speranza. “Il Giornalismo dell’alba è la dimostrazione che la realtà del fare informazione, basandosi sui fatti, vincerà sull’informazione fondata solo sulle opinioni”.
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01 ottobre 2018

Fondare giornali

"L'ambizioso fonda un giornale o per difendere un sistema politico al cui trionfo è interessato, o per ridiventare un uomo politico facendosi temere. L'uomo d'affari vede in un giornale un investimento di capitali i cui interessi gli sono pagati in influenza, piaceri e qualche volta denaro."
Honoré de Balzac


*H. de Balzac, Monografia della stampa parigina, 1843.


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24 settembre 2018

In libreria

Vanni Codeluppi
Il tramonto della realtà
 Come i media stanno trasformando le nostre vite

 Carocci, Roma, 2018, pp. 124.

Descrizione
Se ci guardiamo intorno, in qualsiasi città del mondo, ovunque vediamo persone con la testa bassa rivolta allo schermo di uno smartphone. Tuttavia abbiamo una scarsa consapevolezza dei cambiamenti che i media possono indurre nei nostri modi di pensare e di vivere la realtà. I media contemporanei, in particolare, devono gran parte del loro successo alla capacità di confezionare un mondo più piacevole e attraente di quello reale, privo di difetti e problemi. Per quanto tempo la realtà avrà ancora un senso per noi? Avremo ancora la necessità di vivere direttamente le nostre esperienze? Il libro descrive il ruolo sempre più invasivo dei media nella società contemporanea e il processo di progressiva fusione tra media e corpo umano, per farci riflettere sulle conseguenze di tali fenomeni per la nostra vita quotidiana.

Indice
Prologo
 1. I media e il “tramonto della realtà”
2. Entrare nello spettacolo
 3. Dai marziani di Orson Welles alla postverità
 4. Transtelevisione: lo spettatore va in scena
 5. Lo schermo e il tatto: fusione con i media
 6. Verso media biologici
 7. Vedersi nello schermo: fotografie liquide e selfie
 8. Dominare lo spazio: il mito della realtà aumentata
 9. Il tempo sospeso dei media
 10. Verso l’oblio digitale
 11. Vita da social
 12. Un capitale sociale virtuale
 13. Il potere della pubblicità sui media
 14. I media-zombi: fusione con il soprannaturale
 Epilogo
 Opere di riferimento
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23 settembre 2018

In libreria

Adriano Fabris
Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione
Carocci, Roma, 2018, pp. 128.

 Descrizione
In che modo le tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno cambiando la nostra vita? Come possiamo interagire correttamente con i dispositivi che utilizziamo sempre di più? Come possiamo abitare in modo sano i mondi virtuali a cui tali dispositivi danno accesso? Per rispondere a queste domande, il libro approfondisce anzitutto i concetti di fondo che ci permettono di capire le varie tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Discute poi, in prospettiva deontologica ed etica, i problemi legati all’uso dei dispositivi più diffusi: i computer, gli smartphone, i sistemi automatizzati di comunicazione. Esplora infine gli ambienti virtuali a cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione danno accesso, con particolare riferimento a Internet. In sintesi, offre una bussola etica per navigare nel gran mare delle tecnologie comunicative, e per non annegarvi.

19 settembre 2018

Giornalisti letterati


Franco Zangrilli
La Favola dei fatti. Il giornalismo nello spazio creativo
Ares - Faretra, Milano, 2010, pp. 312.
Descrizione
Oltre un secolo di letteratura, dalla fine dell’Ottocento agli esordi del 2000, ha dialogato con la realtà dell’informazione giornalistica, sia facendo rivestire i panni del giornalista ai protagonisti di romanzi e racconti, sia vedendo gli autori stessi impegnati contemporaneamente sul fronte della letteratura e su quello giornalistico, come è il caso di Poe, Maupassant, Capuana, D’Annunzio, Matilde Serao, Sibilla Aleramo, Oriana Fallaci, Luce D’Eramo, Buzzati, Landolfi, Moravia, Palumbo, Piovene, Virgili, Doni, Pirandello, Prisco... Tutti autori indagati in queste pagine alla luce del dialogo e della contaminazione tra letteratura e giornalismo. L’afflato delle loro opere, anche quando si muove sulla falsariga di moduli realistici, riveste di surrealismo fatti ed eventi di attualità, di allegorismo la cronaca, di simbolismo la rappresentazione mediatica; opere quasi sempre inclini a tessere la favola della notizia, a discutere del giornalismo in uno spazio che si fa spesso significativamente fantastico

17 settembre 2018

In libreria

Paolo Schianchi
Visual Journalism
Franco Angeli, Milano, 2018, pp. 156.

Descrizione
In tempi di pervasività della cultura visiva il visual journalist non è più colui che semplicemente completa una notizia, ma la crea visivamente. Questo libro esplora i principi base su cui si fonda il visual journalism, definendone la grammatica, spaziando dagli immaginari alle immagini figurative, narrate e in movimento, dalle immagini parassita alle immaginarie, fino a giungere alle fake images e all'etica che ogni figurazione deve possedere. Il tutto per apprendere, attraverso risposte tecnico-operative, come scrivere visivamente un articolo in epoca post-web, nonché come funziona e si realizza un'immagine che è la notizia stessa. Un testo utile non solo ai giornalisti, ma a tutti i comunicatori, in quanto ognuno di noi diffonde informazioni e lo fa attraverso delle raffigurazioni, le stesse che pubblichiamo in quella rete che ci raggiunge ovunque. Il visual journalism cerca di comprendere, immagine dopo immagine, il cambiamento visivo in atto nel mondo della comunicazione. Si tratta di creare e decodificare una nuova grammatica visiva. Infatti, ognuno di noi si informa sempre più solo guardando, e questo libro spiega come farlo correttamente.
Indice del libro
Umberto Fontana, Prefazione
Introduzione
Un tuffo nel mondo del visual journalism
(Per un visual journalist l'immagine è il contenuto)
Visual journalism, introduzione agli immaginari
(L'evoluzione degli immaginari; Verso gli immaginari post-web; L'immaginario post-web approda al visual journalism; Il fotografo come giornalista del terzo millennio: Ken Schluchtmann)
Cosa raccontano le immagini
(I nuovi ordini delle raffigurazioni cambiano la percezione; Il tempo dell'attenzione: immagini figurative, narrate e in movimento; Le immagini parassita; Le immagini immaginarie; L'etica dell'immagine e del visual journalism: Mariagrazia Villa)
Creativita non e il contrario di notizia
(Le fake images; Visual journalism e social network; Verso un visual journalism autenticamente post-web; Il visual journalism sbarca nei blog: Christiane Bürklein)
Sei principi che un visual journalist deve saper maneggiare
(Dalla storia dell'arte alla visual culture; La tecnica di restituzione delle immagini; Distingui le tipologie di immagini e come funzionano; Muoviti nel web senza essere autoreferenziale; Interessati a quanto vedi; Esplora la tua creatività)
Bibliografia.
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15 settembre 2018

In libreria

 Francesco Pira - Andrea Altinier
 Giornalismi. La difficile convivenza con Fake News e Misiformation
Libreria Universitaria, Roma, 2018, pp.152.
Descrizione
Oggi la comunicazione è in costante evoluzione e questo cambiamento coinvolge anche il mondo dell’informazione e del giornalismo, che sempre più spesso si trovano a dover fronteggiare fake news e misinformation. Mai come oggi, quindi, è necessario riuscire a sviluppare nuovi strumenti, nuovi modelli e nuovi linguaggi che possano rispondere alle esigenze del lettore. Questo manuale, pensato per tutti gli operatori del settore comunicativo, offre un inquadramento teorico preciso dei mass media e un’attenta analisi del profilo dei lettori di oggi. In particolare, è presente un focus sui social network grazie al quale non solo è possibile delineare nuove forme di giornalismo, ma anche le modalità con cui affrontare i cambiamenti in atto, esaminando aspetti come post verità, fake news e misinformation. Nel volume, che vuole essere uno strumento di lavoro, sono presenti anche alcune case-history, in grado di tracciare percorsi comunicativi innovativi e sostenibili.
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12 settembre 2018

In libreria

Voci del verbo Avvenire.
I temi e le idee di un quotidiano cattolico. 1968-2018
a cura di Alessandro, Zaccuri
Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 192.

Descrizione
Nato nel 1968 su iniziativa di Paolo VI e nello spirito del Concilio Vaticano II, da mezzo secolo il quotidiano Avvenire è una presenza forte e riconoscibile nel dibattito pubblico del nostro Paese. Una presenza che, come sottolinea il cardinale Gualtiero Bassetti nella prefazione a questo volume, viene a coincidere con la vocazione stessa del cristiano nel mondo.
I contributi raccolti in "Voci del verbo Avvenire" non intendono celebrare il passato, ma si presentano come occasioni di riflessione e di approfondimento sui temi che, fin dall’inizio, hanno caratterizzato l’impegno del quotidiano cattolico. Dall’analisi degli avvenimenti internazionali al racconto della società italiana, dall’esigenza di giustizia alla necessità di confrontarsi con i progressi della scienza, dal ruolo che la Chiesa è chiamata ad assumere nell’attuale «cambiamento d’epoca» agli sviluppi del confronto culturale, Avvenire si pone e intende continuare a porsi come strumento di dialogo tra posizioni differenti e, nello stesso tempo, come punto di riferimento per una comprensione consapevole e informata dei “segni dei tempi”. L’obiettivo è fornire «una testimonianza corale», come la definisce il direttore Marco Tarquinio, che renda conto della bellezza di dire e fare «il futuro ogni giorno». 

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10 settembre 2018

In libreria

Gianluca Costantini,
Fedele alla linea. Il mondo raccontato dal Graphic Journalism
 BeccoGiallo, Padova, 2018, pp. 312.
Descrizione
Sappiamo ricordare il presente? Sembra che tutto passi, senza lasciare neanche una traccia. E per non perdersi nel bosco del passato prossimo, che è anche artefice del nostro futuro, Gianluca Costantini traccia linee che raccontano il reale. Si tratta di Graphic Journalism, che spazia dal reportage all’articolo di commento su argomenti nazionali e internazionali. Dalla zanzara Zika a Putin, dall’ascesa dei grillini a Parma agli attentatori di Charlie Hebdo, la matita di Costantini cartografa in modo puntuale e senza interferenze gli eventi. Una geografia delle vite, che è appunto una scienza che nasce disegnando il mondo. Pubblicate in riviste internazionali, quotidiani, blog, condivise dagli attivisti per i diritti umani, le storie del disegnatore e attivista ci permettono di ricomporre un mosaico frantumato, rimanendo appunto “fedeli alla linea”.

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07 settembre 2018

In libreria

Carola Frediani
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018, pp.  184  (II edizione).

Descrizione
Nove storie vere – tra hacking di Stato, spionaggio, ricercatori a caccia di software malevoli, gruppi parastatali o schiettamente criminali, persone comuni e inconsapevoli coinvolte – che ci raccontano come la Rete si stia trasformando in un vero e proprio campo di battaglia. La fotografia densa di
un presente inquietante e contraddittorio che potrebbe trasformarsi a breve
in un futuro distopico. Dai retroscena sulla prima ‘arma digitale’ usata da hacker al soldo dei governi per sabotare un impianto industriale ai ricercatori di cyber-sicurezza finiti al centro di intrighi internazionali degni di James Bond; dai virus informatici usati per le estorsioni di massa fino al mercato sotterraneo dei dati personali degli utenti. Guerre di Rete racconta come Internet stia diventando sempre di più un luogo nel quale governi, agenzie, broker di attacchi informatici e cyber-criminali ora si contrappongono, ora si rimescolano in uno sfuggente gioco delle parti. A farne le spese sono soprattutto gli utenti normali – anche quelli che dicono «non ho nulla da nascondere» –, carne da cannone di un crescente scenario di (in)sicurezza informatica dove ai primi virus artigianali si sono sostituite
articolate filiere cyber-criminali in continua ricerca di modelli di business e vittime da spolpare. In questo contesto emergono costantemente nuove domande. La crittografia è davvero un problema per l’antiterrorismo? Quali sono le frontiere della sorveglianza statale? Esiste davvero una contrapposizione tra privacy e sicurezza? Carola Frediani scava in alcune delle storie più significative di questo mondo nascosto, intervistando ricercatori, attivisti, hacker, cyber-criminali, incontrandoli nei loro raduni fisici e nelle loro chat.

A che cosa servono i critici?”


“Qual è lo scopo della critica? A che cosa servono i critici?”
Il lavoro di Anthony O. Scott, giornalista a capo della sezione critica del New York Times, si apre su questi interrogativi. La ricerca della risposta passa tanto dalla rievocazione di episodi vissuti in prima persona dall’autore, quanto dall’analisi di fatti storici o di attualità in qualche modo legati all’ambito dell’arte e, quindi, della critica. Scott ritiene infatti che arte e critica intrattengano tra loro un rapporto tanto complicato quanto inestinguibile: all’apparenza opposte l’una all’altra, vivono in realtà in simbiosi, come due diverse facce di una stessa medaglia.

È inevitabile, dunque, che nel parlare della critica, un lungo discorso venga fatto anche sull’arte. Arte in tutte le sue forme, ma con una particolare attenzione all’arte visiva contemporanea, alle performance artistiche e al senso di stupore e confusione che sono in grado di suscitare nello spettatore. Basta un breve passo per finire nel vasto e periglioso territorio del gusto, nello scontro-incontro tra le passioni individuali e il “soggettivo universale”, i condizionamenti del contesto. Di nuovo, un passo avanti per inquadrare uno dei compiti della critica, cioè indirizzare gli entusiasmi e stuzzicare l’interesse. Per attendere a questo compito è necessario che il critico svolga il proprio lavoro senza indulgere in immotivate cattiverie o inutili gentilezze, destreggiandosi con i maggiori distacco e obiettivitàpossibili intorno all’opera in esame, senza dimenticare che la base della critica è un genuino interesse per ciò che di questa è oggetto.
La trattazione tocca ancora diversi punti rilevanti, in particolare la percezione pubblica del critico come di qualcuno che svolge un non-lavoro, che vive di una attività che “potrebbe fare chiunque” e perciò inutile – indubbiamente un altro punto in comune con l’arte contemporanea. Non solo, un intero capitolo è dedicato all’errore, alla fallibilità del critico, come chiunque esposto al rischio di sbagliare, di sottovalutare o non cogliere il reale valore di un’opera. Anzi, il critico più di chiunque corre il rischio di essere smentito dal passare del tempo, a causa di punto di vista troppo ravvicinato, che può celare potenzialità o far luccicare cose che oro non sono.
Il saggio richiede una lettura attenta e una grande attenzione per districarsi nella giungla di nomi (artisti, critici, opere) che lo popolano, ma risulta piacevole grazie al sottile umorismo dell’autore, che riesce a snocciolare conoscenze colte e pop in una vertiginosa alternanza, senza mai risultare arrogante o spocchioso. L’importante è non fare l’errore di credere che si arriverà in fondo con delle risposte -alcune di sicuro non mancheranno, ma il lascito più importante di questa lettura sono le domande. Non è infatti casuale la scelta di alternare capitoli argomentativi e capitoli strutturati come un dialogo, con una voce intervistante che diventa sempre più stringente. È a questa sorta di voce narrante che viene affidato il compito di “fare il punto della situazione”, di sottolineare cosa è emerso nel tratteggiare essenza e compiti della critica, ma allo stesso tempo di puntare il dito contro gli aspetti ancora nebulosi e non chiariti. Un esempio lampante di questo doppio ruolo e, allo stesso tempo, dell’approccio dell’autore alla definizione della critica è l’incipit del capitolo conclusivo:

D: Hai detto parecchie cose a proposito della critica – che è una forma d’arte a sé stante; che esiste per esaltare le altre forme artistiche; che è un’attività impossibile; che è vitale e necessaria all’umanità per riuscire a comprendersi; che non potrà mai morire; che è in continuo pericolo di estinzione – e, in maniera più diffusa, hai anche parlato di cosa non è la critica.[…] Ma, a essere sinceri, non sono tuttora sicuro di sapere cosa sia la critica, a meno che non la si intenda come qualsiasi cosa faccia un critico. E in tal caso, cos’è un critico?
R: hai messo il dito nella piaga! La critica è al contempo paradossale e tautologica. È qualunque cosa faccia un critico: tenendo presente che un critico è chiunque, in un dato momento, stia esercitando la critica.”
 Francesca Bosco

 

Anthony O. Scott
Elogio della critica. Imparare a comprendere l’arte, riconoscere la bellezza e sopravvivere al mondo contemporaneo
Il Saggiatore, Milano 2017, pp. 255.

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05 settembre 2018

In libreria


Ambrogio Borsani. 
L' arte di governare la carta. Follia e disciplina nelle biblioteche di casa, 
La Bibliografica, Milano, 2017, pp. 151. 
Descrizione
I libri hanno conosciuto molti spazi abitativi nel corso della storia: gli scaffali delle tavolette di Ebla, gli armari dei rotoli romani, i bauli degli arabi, la grotta di san Girolamo, l'utopica biblioteca di Warburg, le garçonnière per sola carta, le oasi nel deserto della Mauritania... In queste pagine Ambrogio Borsani ripercorre le abitudini, le regole e le follie legate al mondo del libro. Come riuscivano Rabelais e Hemingway a portarsi dietro una biblioteca in viaggio? Come erano sistemati i 50.000 libri di Umberto Eco e in cosa consiste l’ordine geologico di Roberto Calasso? Ma racconta anche cosa succede quando ci si porta in casa 350.000 libri in un colpo, come ha fatto la signora Shaunna Raycraft. E nella letteratura come vengono usate le biblioteche? Thomas Mann, Stendhal, Elias Canetti, Alessandro Manzoni, Jean Paul, Rudolph Töpffer, Robert Musil, Georges Perec, Luigi Pirandello e molti altri scrittori hanno creato straordinarie pagine di letteratura ambientate nelle biblioteche. Ci sono stati inoltre teorici come Melvil Dewey che hanno inventato sistemi per ordinare i libri nelle biblioteche pubbliche. Ma per quelle di casa? Ripercorrendo la storia dell'ordine e del disordine, L’arte di governare la carta indica alcuni criteri per rendere più armonica la convivenza con i libri, soprattutto quando i volumi che chiedono cittadinanza nel nostro appartamento sono troppi.
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02 settembre 2018

Il giornalismo globale di Kapuściński


“Conclusioni? Per fortuna, nessuna: partecipiamo tutti a un processo storico tuttora in atto […]. Non riesco a immaginare che si possa scrivere un libro per cercare di racchiudere il mondo odierno in una formula fatta e finita”.

Con queste parole termina il libro di Kapuściński, il cui unico difetto può forse trovarsi in un eccesso di umiltà da parte dell’autore. Nel turbine della storia, infatti, si presenta come un chiaro e nitido dipinto della situazione storica, ma soprattutto socio-politica, vissuta e documentata dal giornalista originario di Pinks (nell’attuale Bielorussia).
Un capitolo dopo l’altro vengono affrontate le tappe di uno sviluppo globale ma disuguale dei grandi Paesi, e spesso di interi continenti, non soltanto per narrarne le vicende contemporanee, bensì indagando i problemi attuali nei conflitti e nei nodi del passato, e in particolar modo interrogandosi sul futuro.
La lunga esperienza da reporter di Kapuściński certo si riflette nello stile di questo libro ma, come fa notare Krystyna Strączek nell’introduzione all’edizione Feltrinelli del 2009, l’autore non veste i panni ‘semplicemente’ dello scrittore, del cacciatore e narratore di notizie, ma invita anche a riflessioni che trascendono i fatti, proprio riguardo le prospettive future.
È lui stesso a ricordare, nelle prime pagine, che il compito del giornalista non può e non deve essere quello di riportare le notizie senza una personale intromissione. Oltre a risultare impossibile, sarebbe addirittura inutile.
Tuttavia, Kapuściński trova un sorprendente equilibrio proprio tra le maggiori insidie della sua professione: il libro è più di un reportage giornalistico, più di un manuale storico, un po’ meno rispetto a un diario di viaggio ma non asettico, non privo di analisi; analisi che non cede mai alla netta presa di posizione o alla tentazione della stereotipizzazione.
L’Europa dunque, in questo quadro, non è soltanto il vecchio mondo in declino, ma anche un insieme di nazioni ricche di culture e tradizioni che possono trainare il futuro; Russia non è più sinonimo di comunismo, è un immenso stato che sente la necessità di entrare nella discussione globale; gli Stati Uniti vengono messi di fronte a tutte le loro contraddizioni, fatte di bassezze e bellezze; il cosiddetto Terzo Mondo non è un calderone di stati indistinti, caratterizzati da miseria, ostacoli naturali e sfruttamento, bensì conserva importanti risorse e antiche tradizioni, e una forte dignità che tenta di resistere agli attacchi esterni.
Il linguaggio è asciutto ed estremamente scorrevole, il testo non soltanto è diviso in capitoli concisi ma in tanti brevissimi paragrafi, come uno stream of consciousness con la punteggiatura e la lucidità di un giornalista: tutti questi elementi non sottraggono, anzi aggiungono spessore alle riflessioni di Kapuściński.
Infine, è sorprendente la lettura in prospettiva che lo scrittore offre dopo la narrazione degli eventi. Ancor di più è impressionante leggere nel 2018 un libro che è in grado di predire un futuro ancora tormentato per certi continenti, ad esempio per l’Africa, che comprende già lo sviluppo di paesi quali la Cina, o l’India; soprattutto, un libro che vuole mettere in guardia l’Europa circa la pericolosità di combattere, anziché accettare, il multiculturalismo. Questo, infatti, era già evidente per Kapuściński che non potrà essere arginato, o fermato, al contrario, sarà sempre più pregnante nelle società del futuro.
Lucrezia Naso

Kyszard Kapuscinski  
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009).
 

01 settembre 2018

Affrontare l'odio della rete



“Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti” affermò Einstein.
Una profezia ieri, un dato di fatto di oggi.
Viviamo nell’epoca delle chat, delle applicazioni di ogni tipo e per ogni necessità ma soprattutto dei social network, potentissimi mezzi i quali, si potrebbe azzardare, sono diventati essenziali per ognuno di noi, poiché consentono di mantenere contatti e amicizie anche dall’altra parte del globo – anche se incidono molto su quelli vicini: non “essere” su Facebook o Whatsapp significa spesso essere esclusi dal giro quotidiano degli amici.
Ma l’uomo è davvero capace di gestire questa overdose di tecnologia?
Ecco dunque il fulcro dell’analisi di Giovanni Ziccardi nel suo libro L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete; l’analisi dell’altro “lato della medaglia” della potenza digitale, ovvero di come l’avvento di internet abbia modificato la manifestazione dell’odio.
La diffusione della rete, ha reso possibile un dialogo globale e continuativo grazie alle chat, ai blog, ai forum ai quali si può sempre e ovunque accedere tramite gli smartphone. Le persone apprezzano appieno la natura smisurata della rete, poiché si sentono libere di esprimere opinioni e pensieri con una quantità smisurata di interlocutori. Tuttavia questa libertà di comunicazione ha comportato che la rete si costellasse di espressioni di odio, offese di ogni genere, comportamenti ossessivi nei confronti di altri, molestie, bullismo e altre forme di violenza.
Nella sua analisi, l’autore inizia distinguendo in modo netto l’odio online dall’odio tradizionale, facendo riferimento a quattro sostanziali differenze: l’amplificazione, la persistenza, la percezione dell’anonimato di chi odia e l’assuefazione nei confronti dell’odio.
L'amplificazione è l'aspetto più evidente. Usufruendo della rete, il più potente mezzo comunicativo che l’umanità abbia mai avuto, si dilata la diffusione di odio senza averne sempre la consapevolezza. Tantissimi casi riportati dai media riguardanti attacchi “social” sono sfociati, con l’esasperazione delle azioni, nell’ossessività e in vere e proprie persecuzioni anche da parte di gruppi di utenti contro un solo individuo.
All’amplificazione si collega la persistenza. Un’espressione di odio online permane e arreca danni enormi al diretto interessato poiché è molto difficile, una volta pubblicata in rete, cancellarla. Il punto è che prima quando il bullo prendeva di mira il compagno di scuola, tutto cessava nel momento in cui il bambino usciva dalla classe. Al giorno d’oggi invece, con la potenza dei social media, si è perennemente online e alla mercé di un numero potenzialmente infinito di utenti.
La maschera dell'anonimato peggiora la situazione . Nascoste dietro il monitor del computer o lo schermo del telefonino, le persone più insospettabili – civili, educate, rispettose – si sentono “libere” di manifestare un odio che difficilmente esprimerebbero se la propria identità fosse pubblica.
Infine l'assuefazione, ossia il cambiamento che è avvenuto nella concezione di questo sentimento. Prima dell'avvento di internet l'odio, e la sua manifestazione, erano riservati a temi e questioni importanti; oggi invece, perfino gli argomenti più banali riescono a sollevarlo.
La rete quindi risulta essere un mezzo ambiguo, perché permette il contatto tra gli utenti che la utilizzano ma basta poco a farla divenire ambiente di scontro e di inimicizia o, cosa ancora più grave, un contesto per scopi peggiori.
Come comportarsi dunque, di fronte a questo quadro di odio?
L’autore risponde al quesito facendo riferimento principalmente a strumenti extra giuridici, perché non è facile parlare dal punto di vista legislativo su un aspetto preciso ma volatile come l’odio; bisogna inoltre tenere conto che non esiste un ente supervisore incaricato di gestire internet, e quindi non è possibile identificare un’istanza suprema di controllo sull’enorme flusso di dati che lo attraversano. Ne consegue che ogni utente finisce per essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità.
La soluzione dunque sarebbe la conciliazione di tre aspetti fondamentali: l’educazione, la tecnologia e il diritto.
Prima di tutto occorre iniziare ad istruire le nuove generazioni a contrastare le espressioni offensive con il dialogo e la ‘controparola’, abbassando la tolleranza nei confronti di determinati termini.
La tecnologia può poi venire in aiuto: già molto viene fatto per mitigare la violenza online, ma non basta. Non bisogna tuttavia criminalizzare internet, ma perfezionare algoritmi semantici capaci di individuare e trattare le espressioni d’odio, perché non solo questi strumenti automatizzati non sono ancora così sofisticati da poter essere implementati a largo spettro, ma risentono anche della difficoltà di analizzare quelle espressioni di odio non facilmente riconoscibili poiché sottintese o veicolate tramite termini apparentemente non aggressivi.
Infine, il diritto dovrebbe cercare di adeguarsi equilibratamente all’evoluzione tecnologica, senza essere né liberticida, e quindi soffocare la possibilità degli utenti di esprimere le proprie opinioni, né troppo permissivo. A tal proposito è rilevante la differenza, trattata dal Prof. Ziccardi, tra la normativa Europea e la normativa Americana, che permane tutt’oggi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale incominciarono le procedure di ricostruzione del tessuto normativo europeo: in Europa ogni Stato si interrogò sulla possibilità di emanare una legislazione che potesse proibire le espressioni di odio politico, religioso e razziale. Paesi come Stati Uniti e Francia si opposero, perché normalizzare l’ambito dello hate speech avrebbe potuto creare leggi a scapito della libertà di espressione.
 L’analisi di Ziccardi tocca uno degli aspetti più importanti della vita quotidiana dell’uomo: la comunicazione. Questa è stata indubbiamente potenziata e facilitata da internet, influendo significativamente nella gestione dei rapporti umani. La società è profondamente ma soprattutto velocemente cambiata, poiché l’avvento dei social media è stato repentino e non ha dato il tempo di sviluppare dovuti strumenti culturali per usufruirne con responsabilità e cognizione di causa. Purtroppo il binomio irresponsabilità-vigliaccheria caratterizza una grossa percentuale degli utenti, convinti di non essere facilmente tracciabili e individuabili.
Internet si potrebbe definire un mondo a sé che non può essere controllato esclusivamente con la legge. È chiaro come sia necessario qualcosa di più, qualcosa di etico che parta dal profondo di ognuno di noi. Ogni qualvolta ci si immette nella rete si ha la possibilità di usufruire di un potente strumento che può ferire più di una lama, se usato in malo modo; per questo Internet, a parere di chi scrive, è il mezzo che più di tutti mette alla prova il senso di rispetto e responsabilità dell’uomo.
Eugenia Greco

Giovanni Ziccardi
L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016.

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29 agosto 2018

La politica tra propaganda e consenso


La lettura del saggio La Fabbrica delle Verità offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere la storia della società italiana tramite il suo “riflesso” più importante, i media.  Nel libro di Fabio Martini, inviato de La Stampa,  ritroviamo un’ampia visione storica del panorama de “L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo” coprendo per tanto quasi un secolo di avvenimenti. L’obbiettivo del conseguimento del conseguimento e del mantenimento del potere in Italia è stato raggiunto in diversi modi.
Ogni volta che una delle forze raggiunge e consolida a lungo il proprio potere si pone il problema di come indirizzare la popolazione verso gli obbiettivi che si vogliono raggiungere, giustificare i tagli e le decisioni negative, mostrare un’immagine più compiacente della realtà alla società e in generale creare una unità di intenti tra il popolo e la classe dirigente. Strumento fondamentale per permettere questo passaggio è quello di padroneggiare (se non monopolizzare) i media e ancor di più comprendere le potenzialità dei nuovi media che di volta in volta si presentano e coglierne subito i vantaggi. Allo stesso tempo il racconto dimostra come, inevitabilmente, il consenso sia momentaneo e di come ogni input avvii il rigetto del modello della classe dominante e la conquista del potere da parte di nuove forze.
Analizzando l’evoluzione storica della propaganda e del consenso il libro prende come punto di partenza il regime di Benito Mussolini. Giornalista (politico) tra i più affermati prima e durante la Grande Guerra, il Duce una volta al potere pose subito la carta stampata sotto il suo controllo diretto imponendo le “veline” ai giornali (modelli e direttive se non articoli già preparati inviati a tutti i periodici). Si creò così un’immagine del paese finta, ogni notizia di cronaca nera, avvenimenti e persino bollettini atmosferici venivano nascosti al pubblico, presentando una immagine ottimistica dell’Italia. Fondamentali per unire le masse all’unisono col loro “condottiero” anche gli altri media vennero asserviti alla causa della propaganda. Il teatro, la radio e il cinema furono monopolizzati e usati per affermare l’immagine del paese. Ma il disincanto della guerra abbattè il fascismo. Disfattismo e paura ora aleggiavano nella società, una sfida che i partiti antifascisti dovettero affrontare ma a cui solo la Democrazia Cristiana saprà gestire.
La nuova classe dirigente non ricercava un ottimismo a tutti i costi ma puntava all’alimentazione della paura (specie verso i comunisti e l’Unione Sovietica) vilipendio del nemico e critica alla decadenza dei costumi, una narcosi della rappresentazione di tutto ciò che era troppo pessimistico o veritiero. Davanti alla voglia iniziale di evasione dopo il crollo del regime e di metabolizzare la realtà povera e vitale della nazione immortalata da grandi registi, la DC riuscì ad imporre i suoi valori e modellare la società, anche grazie alla monopolizzazione di un nuovo efficace strumento, la televisione. Proprio la televisione fu fondamentale per colmare il bisogno di evasione e distrazione degli italiani ma mantenendola entro i rigidi limiti della cultura democristiana.
In seguito le grandi trasformazioni mondiali, dal disgelo ai moti di protesta, dagli Anni di Piombo alla domanda di maggiore pluralismo nell’informazione intaccarono il sistema. I politici della “prima repubblica” cominciarono ad entrare sullo schermo, ma spesso apparendo goffi. La stessa televisione, anzitutto servizio pubblico, era chiusa in rigidi schemi comportamentali e sociali che non permettevano grandi libertà di espressione. Una sfida che le televisioni private sono state pronte ad accogliere e soprattutto il protagonista per antonomasia del panorama politico e comunicativo dell’Italia a cavallo del millennio, Silvio Berlusconi.
“Ottimismo Milanese” contro “Disfattismo Comunista”, in estrema sintesi la “seconda repubblica” è stata caratterizzata dallo scontro tra il presidente Fininvest-Mediaset e gli avversari, in uno scontro aperto a colpi di share su vari canali, tg e talk show, con protagonisti nuovi giornalisti-conduttori d’inchiesta. Ma l’invasione della politica su tutti canali ha generato in seguito un rigetto che ha portato infine all’arrivo di leader “freddi” quali Monti e Letta. Tuttavia ancora una volta il bisogno di cambiamento e il rigetto ha stravolto le carte, aprendo così da un lato la strada a Matteo Renzi col suo ottimismo e orgoglio nazionale e dall’altra all’imporsi di movimenti di protesta e “populismo”, fomentati grazie al nuovo media, il web, abilmente maneggiato da Beppe Grillo e il suo movimento.
Alla fine di questa esposizione è chiaro che la propaganda - nella prospettiva  dall’autore - può avere differenti modalità. La propaganda non è solo quella delle grandi parate, dei grandi eventi, delle grandi sceneggiature o delle urla verso il nemico, ma è anche quella più insidiosa e sottile della manipolazione della vita quotidiana, direttamente a livello dell’inconscio.
Personalmente ho trovato molto utile questo libro che mi ha aiutato ulteriormente a comprendere la realtà del nostro paese e soprattutto quella che ho vissuto nel nuovo Millennio, aiutandomi a comprendere che ciò che ho visto è frutto di una lunga evoluzione e che comunque è il popolo, facendosi condurre di volta in volta, a consegnare il potere a chi avrà saputo meglio raccogliere la sfida, creare una storia e cavalcare il consenso, sino al primo errore che inevitabilmente e ciclicamente colpisce ogni leader. Il libro è esposto in modo chiaro e scorrevole, facilmente comprensibile e molto dettagliato senza risultare troppo pomposo.
Alessandro Vinai

Fabio Martini
La Fabbrica della Verità.
L’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo
Marsilio. Venezia, 2017.
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27 agosto 2018

Consenso/dissenso





Quando una "maggioranza" pretende di inglobare anche il consenso della minoranza, che pure esiste ed è consistente, la democrazia deve tremare.
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