Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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05 gennaio 2012

J. Edgar: Clint Eastwood racconta l'ultimo secolo di storia degli Stati Uniti d'America

E' uscito ieri nelle sale italiane (4 gennaio) l’ultimo attesissimo film di Clint Eastwood che racconta la storia di John Edgar Hoover, l’uomo che per oltre mezzo secolo (1924-72) è stato alla guida del Federal Buro of Investigation degli Stati Uniti, ha visto avvicendarsi ben otto presidenti e ha vissuto a fianco delle maggiori personalità del XX secolo.Un figura alquanto controversa e con qualche scheletro nell'armadio quella di J. Edgar, l’uomo che ha cambiato la storia dell’FBI e degli Stati Uniti: grazie alla sua determinazione e alle sue abilità, è riuscito a fare dell’FBI un’istituzione svincolata dalla politica e degna di rispetto, fornita delle migliori tecnologie e delle migliori menti del paese. J. Edgar, uomo complicato, introverso, legato morbosamente ad una madre dispotica e autoritaria, un uomo di altri tempi, nato in quei magici anni ’20 americani e ancora legato a molti clichées razziali e politici (la rivoluzione di Martin Luther King doveva ancora compiersi, lo spettro del comunismo e della Guerra Fredda erano ancora dietro l’angolo): questo è l’uomo che ci rappresenta Clint Eastwood, un timido, balbuziente giovane uomo che, con una determinazione cieca e quasi fanatica e con una passione spasmodica per il suo lavoro riesce nell’ascesa verso le alte sfere, fino a diventare l’uomo che tiene le redini di tutto il paese e controlla i complotti nazionali e internazionali, si insinua dentro la Casa Bianca, dentro ai movimenti politici, dentro le case degli americani, attraverso la creazione del consenso per il suo FBI, l’organo capace di salvare il paese dalle svariate minacce alla sicurezza civile. L’uomo raccontato nel film pecca di saccenteria, di rigore morale, di disciplina, ma è anche l’uomo che soffre per il suo essere “diverso”, “spiccio” (come lo chiamano in modo canzonatorio i colleghi per schernire la sua balbuzie), senza amici, senza famiglia, senza “una donna che gli scaldi il letto”(nel film Eastwood allude ad una relazione omosessuale con il suo braccio destro, Clide Tolson, nella realtà non confermata). E’ un uomo che sacrifica la sua vita privata all’ideale e all'ossessione per la sicurezza nazionale, e all’ambizione di ascesa privata. J. Edgar è un personaggio ambiguo, che non guarda in faccia a nessuno per raggiungere i suoi scopi, che non cede la sua posizione di privilegiato e pur di non lasciare l’ufficio di cui è a capo si sottopone a serrate cure mediche. J. Edgar, pur di dare lustro all’FBI e al suo decennale lavoro, detta una biografia autorizzata, in cui esalta le imprese di un capo che, nella realtà, non ha mai condotto di persona nemmeno un arresto. Nonostante ciò, J. Edgar passerà alla storia come il salvatore della patria, l’uomo che ha salvato l’America e il mondo intero dalla minaccia del bolscevismo, delle bombe, dei gangster, dei rapitori di bambini. J. Edgar auto-assurge a protettore della sicurezza nazionale.
Al triangolo dei personaggi principali J. Edgar, Clide Tolson, Hellen Gandy, rappresentati da Di Caprio, Armie Hammer, Naomi Watts, tutti bravissimi (soprattutto Di Caprio, nei panni sia di un inesperto ventenneMr. Hoover, sia di un vecchio ormai in declino), fa da contraltare la brillante interpretazione di Judi Dench, nei panni della decisa ed intransigente ca madre di J. edgar.
Ormai ripetutamente attestata, la fama di brillante regista di Eastwood viene sicuramente confermata da questa sua ultima fatica, in cui ad essere rappresentata è la storia di un America sconosciuta, o meglio ad essere sconosciuta è la prospettiva che il regista adotta:bando al sogno americano, bando al paese delle meraviglie, Clint Eastwood racconta la storia di un paese che ha paura, che arranca, che, in nome di un ideale di sicurezza e pace superiore, è costretto ad usare mezzi al limite della legalità e della correttezza.
Elettra Antognetti

03 gennaio 2012

La rivincita del sesso debole in TV



Il nuovo libro di Daniela Brancati Occhi di maschio racconta la storia della televisione italiana dal punto di vista dei vinti, cioè delle donne. Fin dai primi anni questa categoria è stata presente nel mondo televisivo, prima dietro le quinte e poi pian piano riuscendo anche ad arrivare direttamente sulla scena, ma il suo ruolo non ha mai avuto una parità con quello assunto dagli uomini. L’autrice non vuole fare una crociata sul femminismo, ma semplicemente prendere atto di quello che è stato e per certi versi continua ad essere la televisione, con i suoi pregi e i suoi difetti.
La Brancati fa notare come l’evoluzione della televisione possa essere suddivisa in decenni, ognuno dei quali rappresenta un inevitabile specchio della nostra società e degli uomini che in quel preciso momento erano alla direzione della rete. Non a caso l’autrice parla di “male gaze”, lo sguardo maschile che, come una patina, ricopre tutti i programmi e le trasmissioni, facendo trasparire una certa idea di donna, in linea ovviamente con i principi di quell’epoca. Proprio attraverso il male gaze è possibile notare i cambiamenti e come l’idea stessa dell’immagine femminile sia lentamente cambiata nel corso degli anni, assumendo sempre più tratti marcati e visibili. La storia è comunque costellata anche da episodi vittoriosi: donne che non sono state schiacciate dal peso di questo sguardo, ma che al contrario sono riuscite a sostenerlo e ad affermarsi in un universo decisamente maschile.
La Rai nasce nel 1954 e porta con sé degli obblighi da rispettare: creare una televisione di Stato, cattolica, con principi educativi in linea con quelli espressi dal partito al governo, la Democrazia Cristiana. Cosa ha comportato questa linea? L’abolizione totale di tutto ciò che poteva esser un contatto fisico: censurati quindi baci, abbracci, tutto ciò che potesse insomma turbare gli animi. E le donne? Sono presenti fin dall’inizio, come ballerine e vallette ma sono solo personaggi secondari, rigidamente inseriti in una direttiva puritana: banditi movimenti provocanti, posizioni osè e costumi che lascino poco spazio all’immaginazione! D’altronde la televisione rimanda ad un mondo idilliaco, dove in apparenza è tutto perfetto; per questo la donna viene descritta solo come madre e lavoratrice, come se nella vita non potesse ambire ad altro.
Nel decennio successivo si vuole fare una televisione per gli italiani e viene introdotto un nuovo canale, Rai 2, così da poter offrire una maggiore programmazione culturale e lasciare Rai 1 nella mani della DC. Nonostante gli sforzi per un’offerta migliore e gli sviluppi tecnologici, il ruolo della donna è sempre lo stesso: madre, moglie o fidanzata petulante, vuota e stupidella. Ma qualcosa si sta iniziando a muovere e le prime eccezioni iniziano a sfondare il muro d’ipocrisia creato dagli uomini: Rita Pavone, che propone un modello di donna completamente diverso (è decisamente un maschiaccio), e Bianca Maria Piccinino, l’unica conduttrice donna di un notiziario!
Gli anni Settanta sono un duro colpo per la televisione di Stato italiana: nascono le prime televisioni private, alcune delle quali faranno davvero la storia delle televisione italiana. Il fenomeno assume delle proporzioni assurde e la Rai opta per la nascita di una nuova rete, Rai 3 per poter offrire una scelta più varia.
Ma in questo mondo ricco di novità, qual è il posto delle donne? Esse sono sempre presenti nel mondo televisivo, ma sembra che non possano andare oltre al semplice ruolo di segretarie; per non parlare della vita politica, già solo il pensiero di una donna in politica scatena forti reazioni. Purtroppo l’immaginario comune vede sempre la donna come moglie.
Gli anni '80 vedono il definitivo trionfo della tv private, in modo particolare la visione concepita da Silvio Berlusconi, che possiede ben tre canali (Rete 4, Canale 5 e Italia 1): si afferma la donna oggetto espressa dalle ragazze “fast food” di Drive In, anticipatrici delle future veline. Purtroppo questi sono anche i cosiddetti “anni della giraffa” per la Rai, che deve cercare di stare al passo dei tempi, ma soprattutto dei nuovi ritmi imposti dalle tv commerciali; così anche nella televisione di Stato approdano le “ragazze coccodè”.
Infine gli anni Novanta vedono l’affermazione di talk show e grandi programmi di intrattenimento, dai quali emerge sempre una donna volgare, vociante, disposta a “mettere in piazza” i suoi sentimenti e le sue emozioni in una visione sempre più stereotipata.
Tuttavia uno spiraglio di luce c’è ed è rappresentato dalla stessa autrice, una delle tante donne che è riuscita a farcela. Conduttrice del primo telegiornale del canale Videomusic, dedicato ai giovani e alla musica, introduce un nuovo tipo di notiziario, dove la notizia assume dei tratti ironici pur rimanendo al tempo stesso seria, diretta, in modo che sia di facile ascolto e comprensione. Il suo impegno la porterà a diventare direttrice del telegiornale di Rai 3, dove si scontrerà con i soliti pregiudizi sessisti: i media cercheranno di ridicolizzare il suo ruolo, ma alla fine ne uscirà vincente.La sua esperienza dovrebbe essere un ottimo esempio per tutte noi: con la giusta tenacia è possibile superare la barriera di ostacoli che ci circonda, dimostrando che non siamo il “sesso debole”.
Cinzia Delprete

Daniela Brancati
 Occhi di maschio. Le donne e la televisione in Italia. Una storia dal 1954 a oggi
Roma, Donzelli editore, 2011, pp. 291.

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02 gennaio 2012

La credibilità dei giornalisti italiani: una chimera per milioni di lettori.

“I risultati della ricerca fotografano una realtà caratterizzata da una profonda incertezza: se da una parte ci rassicura circa il fatto che i giornalisti italiani tutto sono fuorché 'creduloni', dall'altra induce a chiederci se non sia il caso di collocarli nella categoria degli 'increduli'”. Questo è il giudizio finale di Lorenzo Ugolini - autore del saggio posto in chiusura del libro - che l'autrice ha voluto riprendere nella prefazione per rendere il lettore subito consapevole dell'esito del lavoro, esposto e trattato in maniera estesa nelle più di duecento pagine che compongono il tomo. Gli (in)credibili – I giornalisti italiani e il problema della credibilità è un libro impegnativo – per chi non gravita nell'orbita del giornalismo può risultare anche poco comprensibile a tratti – che si contraddistingue per una meticolosa ricerca delle cause e delle motivazioni che portano oggi i lettori italiani a considerare pessima l'informazione trasmessa dai giornalisti nostrani. Marica Spalletta – ricercatrice di Sociologia dei processi culturali e della comunicazione all'Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma – ha diviso l'indagine in tre capitoli propedeutici per affrontare tutti i punti della questione: dalla difficoltà nell'individuare una precisa definizione di “credibilità” al problema dei “sette peccati” del giornalismo italiano (credibilità del ruolo, del sistema, degli operatori, del messaggio, della ricerca, del formato, delle regole e dei valori), passando per i modelli di advocacy journalism (non obiettivo e orientato da scopi politici o sociali) dilaganti in Italia e per un'ipotesi di studio sulla credibilità del giornalismo. Le cause di questa diffusa sfiducia nei confronti dei giornalisti italiani sono individuate in fattori storici (il processo democratico italiano non è andato di pari passo con quello di un'informazione libera), di metodo (giornalismo advocacy anziché trustee) e di ruolo degli stessi giornalisti, i quali, riprendendo il pensiero di Indro Montanelli, “non si sentono espressione dell'opinione pubblica, ma portavoce della loro fazione”.
La ricerca di Marica Spalletta è poi arricchita dall'appendice di Lorenzo Ugolini, il quale ha tracciato le conclusioni sull'intero lavoro attraverso un'indagine condotta su undici grandi giornalisti, italiani e stranieri, tra i quali il direttore del "Corriere della Sera" Ferruccio De Bortoli e la corrispondente in Italia per "Le Nouvel Observateur" Marcelle Padovani. Dal punto di vista della forma l'autrice ha cercato di coinvolgere il lettore facendo un largo uso di proposizioni interrogative (“Chi è dunque il giornalista credibile, il 'bravo giornalista'? Colui che fa gli scoop? Chi scrive bene in italiano? Chi trova le notizie? Chi le accerta e le pubblica?”), un'intuizione apprezzabile che però si è trovata a fare il paio con quella – più discutibile – di usare un linguaggio ridondante che in alcuni punti allontana il lettore dalla concretezza dell'inchiesta. A Lorenzo Ugolini va invece il merito, per l'appendice in chiusura del libro, di essere riuscito a mettere ordine a tutti i dati snocciolati nelle pagine precedenti, grazie ad una forma e una scrittura avvincente, caratterizzata dai numerosi riferimenti a vicende lette sui quotidiani italiani negli ultimi due anni e dai puntuali interventi dei giornalisti intervistati nell'indagine condotta dallo stesso ricercatore.
Matteo Agnoletto

Marica Spalletta
Gli (in)credibili. I giornalisti italiani e il problema della credibilità
Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2011, 234 pp.

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01 gennaio 2012

La nuova geopolitica della comunicazione


“Non leggo i giornali, pubblicano solo quello che dico io”.
È citando Napoleone III che parte Rolando Belvedere per disegnare un quadro attento e preciso di un mondo tanto vasto quanto poco conosciuto, il Quarto Mondo, il mondo due volte Sud. Una citazione che riesce a dare l'unica chiave di lettura possibile nell'affrontare la nuova geopolitica della comunicazione analizzata dall'autore. Una grossa fetta del globo, popolata da 800 milioni di persone, che arriva a noi filtrata spesso da una rappresentazione per lo più esotica, mondana, banale, superficiale e che volutamente tralascia tutto ciò che concerne la vita reale del mondo in via di sviluppo, vittima di guerre, massacri, colpi di stato e corruzione.
Il quadro risulta assai interessante per molti aspetti.
Da ogni riga fuoriescono le tante contraddizioni che caratterizzano tutti i paesi dell'Africa e dell'Asia «per secoli ai margini della storia e che oggi - come si legge nella prefazione di Franco Siddi, segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana – si affacciano sul palcoscenico mondiale in maniera sempre più dirompente e determinante per la crescita impetuosa delle loro economie e per l'altrettanto impetuoso sviluppo dei loro livelli demografici».
Asia e Africa, dunque, al centro di uno studio che vede realtà distanti, molto distanti, da quella in cui siamo abituati a vivere o confrontarci. Zone in cui la limitata alfabetizzazione risulta ancora essere un problema determinante per la diffusione della Rete tra le popolazioni e tutto ciò che ne consegue. Paesi in cui manca totalmente un sistema pedagogico e dove la Rete surclassa l'editoria cartacea, spesso minima e trascurabile, ma fondamentale in quel dibattito delle idee che permette un confronto internazionale, un approfondimento sulle condizioni di crescita e sviluppo di una società. Il caso più eclatante è quello cinese. Al momento nelle loro attività economiche usano la lingua inglese e sembrano del tutto disinteressati a trasferire la loro cultura verso i loro partner commerciali, ma in un futuro non troppo lontano è prevista un'esplosione di siti creati senza l'utilizzo di alfabeti latini, andando a intaccare la secolare universalità della lingua inglese.
Un lavoro preciso e dettagliato che analizza i media del Quarto Mondo e, parallelamente, quello definibile Primo, dove l'editoria e il giornalismo in genere stanno vivendo una fase di profonda crisi, soprattutto economica. E se gli editori puri rappresentano una rarità nel Primo Mondo, lo sono ancora di più nel Quarto Mondo, tanto che i media applicano un metodo poco virtuoso tipico del primo: la fusione tra notizia e commento. La notizia è spesso soffocata dal commento, a volte il commento addirittura sostituisce la notizia, creando così una catena di pseudo-notizie il cui controllo per il lettore diventa impossibile prevalendo il modo in cui avviene la comunicazione.
Complessivamente al saggio di Belvedere non si può che dare un giudizio positivo vista la minuziosità e precisione con le quali ha curato il testo, corposo assemblaggio di dati, casi e numeri fondamentali per una riflessione d'insieme. Penalizza, come spesso accade per i lavori di saggistica, la poco accattivante grafica imposta al libro, tale da comprometterne la diffusione tra un pubblico non di settore.
Antonio Rodo


Rolando Belvedere
Dietro i media del Quarto Mondo.
Nuova geopolitica della comunicazione
Roma, Armando Editore, 2011, 128 p.

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30 dicembre 2011

In libreria

I mercanti della notizia
Guida al controllo dell'informazione in Italia

Bologna, Emi, 2011, 288 pp.
Descrizione
Questo libro si pone un duplice obiettivo. Il primo: fare luce sulle famiglie e le istituzioni che di fatto detengono il potere economico e politico in Italia. Il secondo: aiutare a riconoscere giornali ed emittenti televisive in base ai loro proprietari. Lo scenario che emerge non è dei più confortanti, ma conoscere è il primo passo per potersi muovere nel mondo dell'informazione con quella giusta dose di circospezione che ci permette di non cadere totalmente vittime della manipolazione delle notizie. Il volume è curato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, coordinato da Francesco Gesualdi. È sorto a Vecchiano (PI) nel 1985. La sua attività consiste nella stesura di guide sul comportamento delle imprese, l'organizzazione di campagne, suggerimenti sugli stili di vita.

*link al sito del Centro Nuovo Modello di Sviluppo .

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27 dicembre 2011

In libreria

Giulio Di Luzio
Brutti spochi e cattivi. L’inganno mediatico sull’immigrazione

Roma, Ediesse, 2011, 184 p.
Descrizione
L’Autore indaga con rigore scientifico e passione civile sul ruolo dei media nella costruzione della figura, generalmente negativa, dell’immigrato, sempre e solo chiamato clandestino, secondo una vulgata giornalistica, che non riconosce loro altro status: migrante, immigrato, irregolare, richiedente asilo, profugo politico, rifugiato. Ben diversa è l’immagine che risulta negli ambienti scientifici, dalla ricerca sul campo, dai rapporti diretti con comunità di stranieri in Italia. Ma la realtà conta poco quando la posta in gioco non è la credibilità scientifica ma la preziosa merce del consenso. Gran parte della stampa italiana ha acquisito un ruolo centrale nella definizione del clima di sospetto verso i nuovi arrivati, quando non addirittura di aperta xenofobia. Qualcosa che i meridionali migrati a Torino o Milano negli anni Sessanta ben ricordano, quando erano sbattuti in prima pagina dai quotidiani come «calabresi», «pugliesi» o «siciliani». Come ieri per tanti di noi, i luoghi comuni e la ricerca di capri espiatori si presentano con nuove vesti ed oggi anche l’immigrato perde identità, diventando semplicemente un "extracomunitario". Di Luzio si lancia in un coraggioso lavoro di ripristino della verità storica e di informazione, riportando alla memoria recenti avvenimenti di cronaca, che hanno rappresentato pagine poco dignitose per l’informazione del nostro Paese.
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25 dicembre 2011

Giorgio Bocca

1920-2011
"[...]La dittatura nessuno la auspica e la vuole, a parole, ma in molti la preparano, giorno per giorno, approvando, spalleggiando ogni giorno ciò che svuota la democrazia, aggiungendovi ogni giorno qualcosa che la limita. Il passaggio dall'autoritarismo al terrore si annuncia in modi disparati, apparentemente disparati. Oggi è il drogato ucciso a percosse, domani il barbone bruciato vivo, la donna con le mani tagliate, che sembrano non lasciare traccia. Ma la lasciano, lasciano l'ostilità alle leggi, l'avversione ai diritti umani, l'ignoranza dei doveri. [...]".  -
Giorgio Bocca, 2009.

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Giorgio Bocca
È la stampa, bellezza! La mia avventura nel giornalismo
Milano, Feltrinelli, 2008, 240 p.


*link alla scheda dell'editore in cui si trovano anche alcuni stralci del libro e una video-intervista all'autore.


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20 dicembre 2011

Tra arte ed economia

 

Palazzo del Melograno

Per il turista che arrivasse a Genova, indifferentemente per mare o per terra, potrebbe risultare difficile comprendere la ricchezza culturale, ed in particolare artistica, che caratterizza la nostra città: Genova è come il vecchio Arpagone, tutto chiuso in se stesso nel tentativo di nascondere i propri tesori allo sguardo estraneo. E’ difficile squarciare un velo così spesso di diffidenza ed è probabile, immagino, che per molti forestieri la ricerca si areni presto in un sommesso: “ Niente di speciale”. Noi sappiamo, o dovremmo sapere, come individui che vivono la città giorno per giorno e ne interpretano i sospiri, ne assecondano i lamenti e ne asciugano il sudore, quanta luce ci sia tra i vicoli del Centro Storico e quanto colore si nasconda dentro i portoni dei palazzi; il vociare incessante di lingue diverse eppure tutte profondamente legate in un abbraccio multietnico, rivela agli occhi, ed ancor più al cuore, la natura complessa di questa città, riflesso delle mille sfaccettature dell’animo umano.
In un tale crogiuolo di esperienze e di stratificazioni provenienti da epoche differenti, tra contraddizioni che si mescolano ed inebriano i sensi, il quadro d’insieme è articolato ma pur sempre armonioso. Passeggiando per gli stretti carruggi, in una domenica di dicembre già intrisa di Natale, non posso fare a meno di pensare alla vocazione commerciale di questa mia città, allo splendore ormai in parte perduto. E nella ricerca di regali, che anche per oggi non riuscirò a trovare, finisco in Piazza Campetto ed entro in un negozio della Upim. Non so perché, ma già un attimo prima di varcare la soglia provo una strana sensazione, quasi un senso di sospensione tra due mondi, tra due tempi che non dovrebbero incontrarsi. Abbacinato da una luce forte che sembra voler mettere a nudo ogni mio pensiero, resto un attimo immobile anche per potermi abituare allo sbalzo termico insostenibile. Respiro, resisto all’istinto di voltarmi e immergermi nuovamente nell’anonimato di mille viuzze e comincio ad ambientarmi. No, un attimo: queste colonne cosa ci fanno qui? Da quando i centri commerciali hanno adottato uno stile simile? Non c’è bisogno di un’indagine troppo accurata per conoscere i fatti: nel 2004 Upim decide di ristrutturare il negozio che occupa il Palazzo del Melograno. Il risultato è questo intreccio un po’ bizzarro ma non per questo meno interessante. Al piano terra, in fondo alla grande sala su cui dà l’ingresso, si può scorgere facilmente una Fontana con statua di Ercole che abbatte l’Idra. L’autore è Filippo Parodi, scultore italiano del periodo Barocco, nato a Genova nel 1630 e morto nel 1702 e noto soprattutto per le sue sculture in marmo. E la vista di questo Ercole, maestoso ed equilibrato allo stesso tempo, ne spiega immediatamente il motivo. L’aspetto più interessante, grottesco forse visto il posto in cui mi trovo, è che, contrariamente a quanto avvenne in pittura, Filippo Parodi fu l’unico artista genovese di quel periodo che si distinse nel campo della scultura. All’epoca, infatti, a Genova operavano soprattutto scultori lombardi. Giusto, quindi, riservargli un posto speciale. Ma non è tutto: basta salire le scale, piuttosto ampie affinchè non si dimentichi di trovarsi in un palazzo antico, e giunti al primo piano, rivolgendo lo sguardo sulla sinistra, si resta senza fiato nell’ammirare una Madonna della Misericordia di Savona che appare al beato Botta. Pare che, durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio, in un maschio murario sia stato scoperto questo capolavoro, contenuto in una nicchia completamente decorata.
Non capisco se sopraffatto dall’emozione o se in preda ad un inaspettato delirio ma, senza neanche accorgermene, mi ritrovo a selezionare alcuni capi di abbigliamento in mezzo al negozio. E, dopo un attimo, mi infilo in un camerino. Ma anche qui dentro la febbre consumistica viene inesorabilmente turbata: e così mi ritrovo, in mutande e scalzo, a fissare con sguardo ebete un soffitto affrescato come se fossi all’aperto, nel cuore della notte, sotto un cielo stellato. Qualcosa mi suggerisce che per questa domenica la mia sete e la mia fame sono state ampiamente soddisfatte ma che, sfortunatamente per l’economia del mio Paese, non spenderò neanche un soldo. Mi rivesto, il sorriso di un demente ancora ben stampato sul volto, e me ne torno a casa, forse un po’ frastornato ma altrettanto convinto di vivere in una città che, nel bene o nel male, non ha eguali.
Michele Archinà
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19 dicembre 2011

Natale a Genova

Anche quest'anno si svolge a Genova il Circumnavigando Festival, una manifestazione di teatro di strada organizzata in collaborazione con la mostra "I saltimbanchi di Picasso: figure in mostra tra il sogno e la realtà" (dal 16 dicembre al 29 gennaio a Palazzo Ducale). Per l'occasione, nelle giornate dal 16 al 18 dicembre numerosi artisti, non solo italiani ma provenienti anche dalla Francia e dall'Inghilterra, si sono esibiti come clown, giocolieri e trapezisti, proprio accanto alle sale che accolgono la mostra. La cornice suggestiva è diventata magica grazie a questa combinazione fra pittura e teatro di strada, con forti richiami al poetico mondo del circo. Proprio un tendone, presso il Porto Vecchio, verrà allestito dal 29 dicembre all'8 gennaio a conclusione della manifestazione. L'atmosfera magica del Natale prende vita nel centro della città. Oltre al carattersitico mercatino natalizio allestito davanti al Palazzo, i curiosi hanno avuto la possibilità di immergersi completamente in un'atmosfera affascinante, ricreata sia dai dipinti (15 opere fra acqueforti, incisioni e puntesecche prese in prestito dalla Galleria d'Arte Moderna di Albenga), che dalle esibizioni dei simpatici artisti ospiti. Davanti all'ingresso della mostra si sono esibiti un cuoco eccentrico, un giocoliere russo e la sua stravagante aiutante e altri divertenti personaggi. Ai più fantasiosi è sembrato che i soggetti dei dipinti prendessero vita, diventando magicamente reali grazie a questo incanto natalizio.
Chi non ha avuto la possibilità di assistere agli spettacoli è ancora in grado di recuperare: il 5 gennaio la compagnia Lanchilonghi si esibirà in uno spettacolo di trampolieri e saltimbanchi e il 6, il 7 e l'8 la compagnia Ribolle organizzerà una performace di danza e canto, sullo sfondo di una suggestiva coreografia di stravaganti e multiformi bolle di sapone. Il festival, organizzato dalla compagnia Sarabanda, non è indicato solo per i bambini, ma anche per gli adulti che non hanno perso il gusto di sognare. Almeno per Natale.
Ilaria Bucca

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18 dicembre 2011

Sguardi di futuro

   "[...] Perché mai nei tempi passati si costruivano edifici così sontuosi, di scarsa utilità secondo gli standard attuali? Una possibile spiegazione è che ci sono stati periodi storici in cui il profitto materiale non rappresentava il valore assoluto, in cui gli uomini erano consapevoli dell'esistenza di misteri inspiegabili ai quali si poteva solo guardare con umile meraviglia per poi forse proiettare questa meraviglia in strutture dalle guglie svettanti in alto. In alto, perché si vedessero da lontano indicando a ciascuno ciò che vale la pena di guardare. In alto, oltre i confini dei secoli, in alto, verso ciò che non riusciamo a vedere, la cui silenziosa esistenza preclude, a noi tutti, qualunque diritto di considerare il mondo una fonte infinita di profitti a breve termine e richiede la solidarietà di tutti coloro che dimorano sotto la sua volta misteriosa. Per iniziare ad affrontare alcuni dei più profondi problemi del mondo dobbiamo anche noi volgere gli occhi in alto, chinando il capo con umiltà".
Vaclav Havel 


*V. Havel, Investire nei valori umani per riscattare i paesi poveri, "la Repubblica", 28 dic. 2000.
*link al sito ufficiale di Vaclav Havel.
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In libreria


Marco Salotti

Al cinema con Mussolini. Film e Regime 1929-1939
Genova, Le Mani, 2011, 260 pp.
Descrizione

Durante gli anni Trenta andare al cinema con Mussolini è una scelta di italianità. Non importa se è un film militante alla Blasetti o una commedia alla Camerini, se si canta Giovinezza Giovinezza o Parlami d’amore Mariù, se i protagonisti indossano la camicia nera o quella bianca dello smoking: tutti, credenti e agnostici, fascisti e non fascisti, collaborano a creare l’immagine di una nuova Italia che si sta trasformando in società di massa. L’ottimismo nel presente e la speranza nel futuro animano sia l’eroe aviatorio che il fattorino dei grandi magazzini, sia il combattente etico che il giovane scanzonato. Alla fine degli anni Venti il Fascismo è fatto, ora bisogna fare l’Italia fascista: il cinema, assieme ad altri media, partecipa alla elaborazione di un immaginario che deve essere attuale e insieme ispirato al genio italico. L’impegno del regime, durante gli anni trenta, è quello di far coincidere l’identità italiana con l’identità fascista, “moderna” e “rivoluzionaria”. I film nazionali si collocano sull’ambiguo confine tra queste due identità, tra propaganda esplicita e apparente disimpegno, tra collaborazionismo e fiancheggiamento, tra organicità e presa di distanza tattica. Ma sullo schermo del regime tutto si tiene strategicamente, in un immaginario di celluloide che coinvolge Scipione l’Africano e De Sica, Garibaldi e Amedeo Nazzari, Casta Diva e Mille lire al mese, Ettore Fieramosca e Macario, l’Impero e Totò.


*link alla collana Cinema (editore Le Mani).


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16 dicembre 2011

In libreria

Il grillo parlante dell'unità di Italia.
Collodi giornalista scelto da Sigfrido Bartolini

a cura di Simonetta Bartolini
Firenze, Mauro Pagliai editore, 2011, 64 pp.
Descrizione
"Lasciatemelo dire: l'umiltà italiana è veramente esemplare. Non sentirete mai uscire dalla nostra bocca una parola vanagloriosa; noi siamo poveri, noi siamo falliti, noi non abbiamo né buoni generali, né buoni soldati di mare, né buone leggi, né buoni amministratori, né galantuomini, né Capitale definitiva. Una volta almeno gli Italiani potevano vantare il bel cielo d'Italia. Oggi è sparito anche quello". Così scriveva nel 1871 Carlo Lorenzini (1826-1890), in arte Collodi, reso immortale dalla storia del burattino di legno che diventa uomo più che dall'attività di giornalista, sagace polemista, critico di costume, fustigatore dei vizi e delle contraddizioni italiche. Almeno fino a quando l'artista Sigfrido Bartolini, che di Pinocchio nel 1983 fece una monumentale edizione illustrata, non raccolse numerosi scritti giornalistici accompagnandoli con un saggio, "Attualità" di Carlo Lorenzini, destinato a mostrarne l'attualità e il valore. Pubblicato purtroppo dopo la morte di Sigfrido Bartolini, a cura della figlia Simonetta, questo volume contiene sia il saggio che l'antologia di articoli, corredati dalle xilografie del maestro.
*segnalato da Ilaria Bucca

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15 dicembre 2011

Scaffale amico

Maura Fioroni,
I colori di Cuba
Piombino, Edizioni Il foglio, 2011, 130 pp.
Descrizione
I colori di Cuba non è un saggio e neppure un romanzo, ma è il classico reportage narrativo, un racconto partecipe di una viaggiatrice che non si nasconde dietro alle ideologie e non pensa di avere in tasca verità preconfezionate. Maura Fioroni per tre mesi osserva un mondo nuovo, si immerge in un panorama insolito, si nutre di un sogno che non è suo, vive una realtà difficile da capire. Ma lo fa in mezzo alla gente, ascoltando, parlando, chiedendo informazioni e cercando di soddisfare tante curiosità. Tra le pagine di questo libro incontrerete personaggi che cercano di modificare un difficile presente, ma non mancano Mariela Castro, Raúl, il fantasma di Fidel, Che Guevara e il sogno d’un uomo nuovo. L’autrice incontra Yoani Sánchez e raccoglie il suo parere insieme a quello di Elio Menzione, ambasciatore italiano a Cuba. Non esprime opinioni, ma racconta fatti, trasmette immagini e comunica sensazioni. Un libro utile per un primo approccio con la vera Cuba, fuori da troppi facili schematismi. [Gordiano Lupi].
Maura Fioroni (Albenga, 1981). Laureata in Scienze Politiche all'Università di Bologna con la tesi La percezione della stampa italiana nei confronti di Cuba. Ha conseguito una seconda laurea in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo (Università degli studi di Genova), con la tesi Ventiquattro ore dopo. Yoani Sánchez: una voce alternativa a L’Avana. Ha collaborato al quotidiano online "Il Ponente". Il suo primo libro, I colori di Cuba, è un mix di pensieri, frutto di una permanenza a Cuba e del suo interesse verso l’isola. Vive ad Alassio.
*link al sito dell'Associazione Culturale Il Foglio.
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13 dicembre 2011

In libreria

Alberto De Sanctis
La fede ribelle
Molfetta (Ba), edizioni la meridiana, 2011, 188 pp.
Descrizione
Nessuno conosce “il punto di vista di Dio”. Quindi non è legittima la pretesa dell’uomo di farsi Dio. Per questo bisogna opporsi all’attitudine che induce a sostituirsi a Dio, rigettare la ragione propensa a creare nuove schiavitù, rispondere a un potere che si va disumanizzando. Si ritiene, specialmente nel contesto italiano in cui il cattolicesimo è maggioritario, che la religione predisponga ad un atteggiamento accomodante se non addirittura connivente rispetto al potere. Ma così si rendono marginali tutti quegli aspetti del cristianesimo che muovono da un’irriducibile conflittualità col potere. Per questo si è spesso trascurata la rilevanza di una critica religiosa del potere – anche di matrice cattolica – che ha svolto invece una funzione sociale e politica importante. Proprio muovendo da presupposti religiosi, questa critica ha saputo contrastare il potere, ogniqualvolta abbia rivestito i panni del totalitarismo e dell’autoritarismo. Nell’opporsi a queste due tipologie di potere degenerato, la critica religiosa ha individuato come suo bersaglio sia le deviazioni imputabili alle chiese e ai cleri, sia quelle dovute a certi approcci politico-ideologici. Il perno intorno cui ruota questo volume, inconsueto e spiazzante, è l’analisi del fattore religioso o della religiosità come critica del totalitarismo e dell’autoritarismo. Come una guida essenziale e, dunque, indispensabile, i contributi raccolti, che coprono un arco temporale compreso tra la prima metà dell’Ottocento e la fine del secondo millennio, passano in rassegna le coscienze libere che hanno osato, non solo in nome di una fede liberante ma anche contro ogni soggezione complice col potere. Si tratta di figure più ortodosse e altre meno scontate, come Romano Guardini, Luigi Sturzo, Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier, poi ancora Mirza Agha Khan Kermani, il movimento Cartista, Ernesto Buonaiuti, Carlo Rosselli, Simone Weil, Aldo Capitini, Samuel Ruiz, Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André.
Alberto de Sanctis è professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Genova. Ha al suo attivo diverse partecipazioni a convegni nazionali e internazionali e saggi pubblicati su varie riviste e in volumi collettanei. Si è interessato di problematiche relative al rapporto tra religione e politica, approfondendo lo studio del pacifisimo e della nonviolenza.
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11 dicembre 2011

Il terzo settore nella provincia di Genova

Il peso del non profit, del cosiddetto Terzo Settore, continua a crescere in tutta Italia e rappresenta, ormai, un pilastro significativo anche dal punto di vista economico. Non a caso, lo stesso legislatore fiscale ha posto la sua attenzione sulla disciplina specifica che questo settore richiede, innanzitutto, per sopravvivere e, in secondo luogo, perdurare nel tempo.
La provincia di Genova è in linea con questo trend ed è interessante prendere visione di alcuni dati numerici messi a disposizione da CELIVO, il Centro Servizi al Volontariato. In attesa della rilevazione annuale, in arrivo come di consueto a dicembre, si può provare ad interpretare alcune delle statistiche del 2010 per cercare di orientarsi nel mondo del volontariato di Genova e provincia. Dividendo idealmente l’area di interesse in due, quella del Genovese e quella del Tigullio, si può constatare che il maggior numero di organizzazioni sia situato, come prevedibile, a Genova (610), seguita da Golfo Paradiso (22) e Scrivia (22). Per quanto riguarda l’area del Tigullio, invece, al primo posto per numero di organizzazioni non profit c’è Entella (45), che precede Golfo del Tigullio (29) e Petronio (18). In sintesi, è il Comune di Genova che vede la maggiore concentrazione di associazioni ed enti di vario tipo, per la precisione il 76% del totale, mentre la provincia racchiude il 24%. All’interno del comune, poi, si può notare una maggiore densità nei Municipi del centro est, del Medio Levante e della bassa Val Bisagno. Infine, sezionando ulteriormente la zona, si può osservare la distribuzione delle organizzazioni di volontariato nel Comune di Genova per quartiere: Pre Molo Maddalena in testa (81), seguito da Portoria (63), San Fruttuoso (40) e Foce (37).
Come sempre quando si cerca di sistematizzare lo sviluppo di un fenomeno più o meno diffuso, si arriva a risultati a volte contraddittori: pertanto, se non stupisce la preponderanza di attività di volontariato nella zona del centro storico, allo stesso tempo non è così evidente la diminuzione delle stesse muovendosi verso la periferia del Comune. E lo stesso vale se si estende il discorso alla provincia: l’area di Genova è al primo posto per numero di organizzazioni ma al terzo troviamo un’area “periferica” come la Valle Scrivia.
Certamente, laddove la concentrazione di etnie e ceti sociali differenti è maggiore, sono più evidenti fenomeni di marginalizzazione e discriminazione che determinano un rafforzamento quasi automatico del Terzo Settore. Nelle zone più interne della provincia, pensiamo alla Val Trebbia, per esempio ( ultimo posto dell’ area genovese con solo 4 organizzazioni), le differenze sociali ovviamente ci sono ma risultano, forse, meno avvertite a causa della minore densità abitativa.
Tra i dati più interessanti occorre evidenziare quelli relativi ai destinatari delle attività associative: innanzitutto bambini e/o bambine da 0 a 12 anni (198), dato che quasi fa sorridere se si pensa che Genova e tutta la Liguria, sono notoriamente “anziane”. E, non a caso, al secondo posto ci sono le organizzazioni rivolte agli anziani ( 197). Tale apparente contraddizione si spiega, naturalmente, con la migrazione e le ormai diffuse comunità di sudamericani e nordafricani, per fare gli esempi più noti, che vivono nel territorio genovese; al contempo, sono molti gli anziani soli, con una pensione misera e che spesso non possono permettersi un’assistenza. I meno considerati dalle organizzazioni non profit sono i consumatori (9), le prostitute/i (8) e gli omosessuali e/o transessuali, transgender (3). Fa riflettere, soprattutto, il dato relativo alla prostituzione che rappresenta un fenomeno ampiamente diffuso sul nostro territorio e che spesso, purtroppo, è collegato allo sfruttamento. Per quanto riguarda gli omosessuali, è molto difficile trarre delle conclusioni da un unico numero, tuttavia, se può colpire che una delle categorie più interessate da fenomeni di discriminazione e razzismo non riceva assistenza, si può anche riflettere sul fatto che determinate problematiche, laddove possibile, vengano affrontate con professionisti competenti, psicologi o psicoterapeuti.
Tra i principali settori di intervento, si può facilmente constatare che le organizzazioni di volontariato nella provincia di Genova sono rivolte, in primo luogo, al socio-assistenziale ( 35% ), seguito dal sanitario ( 24%) e dall’educativo-formativo (14%). Al quarto posto troviamo le associazioni che si dedicano al settore culturale ed alla tutela dei beni culturali ( 7%): lodevole l’attenzione della popolazione genovese al patrimonio quasi illimitato di cui disponiamo e che spesso non vediamo, d’altro canto sarebbe auspicabile che le Autorità locali riuscissero a svolgere tutte, o quasi, le attività necessarie alla conservazione del centro storico tra i più grandi e meglio conservati d’Europa.
Per quanto riguarda il riconoscimento giuridico degli enti che operano nel Terzo Settore, com’è noto, essi possono operare come associazioni riconosciute, vale a dire iscritte nei pubblici registri o come associazioni non riconosciute. In Liguria vi è una netta prevalenza delle prime, circa 649, cifra che corrisponde all’81% del totale, mentre sono 153 quelle non iscritte, ovvero il 19% dell’ intera torta.
In conclusione, tenendo conto del periodo economico tutt’altro che roseo, dello smantellamento progressivo del c.d. Welfare a tutti i livelli, l’aumento delle attività non profit è, senza dubbio, un dato positivo, testimonianza viva di un certo spirito di responsabilità dei cittadini genovesi. Al contempo, occorre evidenziare quella che è una problematica a livello nazionale, vale a dire le finte associazioni che sfruttano le numerose agevolazioni, in particolar modo fiscali, per celare attività economiche tradizionali ed esercizi d’impresa. E’ importante, ed in questo senso tanto si sta già facendo, che tutti gli enti preposti, in primo luogo l’Agenzia delle Entrate, operino e vigilino al fine di stanare i soggetti fraudolenti sia per un bisogno di legalità di cui si sente ormai l’urgenza, sia per non macchiare l’eccellente lavoro che svolgono le associazioni vere operanti sul nostro territorio.
Michele Archinà

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08 dicembre 2011

In libreria

Patrizia Traverso, Luigi Surdich
Genova ch'è tutto dire

Genova, Il Canneto Editore, 2011, 226 pp. (Collana Evoé)
Descrizione
A cent’anni dalla nascita di Giorgio Caproni, una delle sue poesie più note viene riproposta al lettore con un nuovo apparato critico e una galleria di scatti fotografici straordinari. Nessun poeta ha mai parlato di una città come Giorgio Caproni ha parlato di Genova. Caproni visse a Genova dal 1924 al 1939, cioè dai dodici ai ventisette anni, e ne scrisse per tutta la vita. I novanta mattoni che compongono Litania (tante sono le volte che Caproni vi nomina, quasi per ossessione, la città) costituiscono una mappa di Genova, più approfondita di una radiografia, più lucida di un sogno.

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07 dicembre 2011

Scaffale amico

Luca Policastro
I segreti dell'etere. Storia e stile del giornalismo della radio
Civitavecchia, Prospettiva editrice, 2011, pp. 157.
Descrizione

Le caratteristiche dell'odierno linguaggio radiofonico sono dovute da un lato alle peculiarità tecniche del mezzo, dall'altro all'evoluzione dell'ascolto in un'epoca, la seconda metà del ventesimo secolo, che ha visto la nascita e L'affermazione della televisione. Questo libro, dopo aver ripercorso le principali tappe evolutive della radio (da Marconi alla BBC, dalle radio libere alla radio digitale), vuole fornire le basi teoriche per comprendere a fondo gli ingredienti del flusso radiofonico, punto di arrivo di questa evoluzione. Vengono esaminati infine alcuni dei più importanti radiogiornali trasmessi quotidianamente sul territorio italiano, allo scopo di evidenzare i meccanismi che ne regolano la stesura, anche alla luce dei moderni software di messa in onda.
L'autore Luca Policastro (La Spezia, 1986) è dottorando in Lingue, culture e tecnologie dell'informazione e della comunicazione presso l'Università degli Studi di Genova, dopo aver conseguito la laurea in Giornalismo culturale ed editoria presso lo stesso ateneo. Autore e dj presso alcune emittenti radiofoniche locali, si interessa di radio, didattica delle lingue straniere e delle scienze, musica e sport di resistenza.
*link al sito di Prospettivaeditrice.
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06 dicembre 2011

Entrare e uscire dalle parole

L'intervista ad Ivo Carezzano* ha suscitato, almeno in me, non pochi spunti di ondivaga riflessione e mi ha portato a fantasticare, non trovo verbo più adatto sinceramente, su ciò che può essere, oggi, il giornalista. Ed il primo concetto ad essere richiamato alla mia mente è stato quello di società liquida, coniato dal celebre sociologo polacco Zygmunt Bauman: davvero le relazioni, i sentimenti e gli esseri umani stessi assumono nella realtà contemporanea contorni sempre meno definiti. Di conseguenza, dal momento che nascono e si strutturano come un'appendice/creazione dell'uomo, anche diverse professioni seguono questa scia incerta.
E per farsene un'idea è sufficiente citare solo poche righe dell'intervista a Carezzano e, in particolare, il punto in cui dice che "è stato ucciso il giornalista, ma per ricrearsi, perchè dalle ceneri di un vecchio giornalismo ne nasca uno nuovo."Il che ci suggerisce, in buona sostanza, che ciò che è stato, in questa professione, non esiste più e che quello che sarà è, di fatto, tutto da inventare, da immaginare. Ecco perchè il verbo fantasticare è stato usato nell'incipit di questo intervento con tanta disinvoltura. Il fatto è che "[...] allora mancavano le notizie, [...] oggi le notizie sono infinite e il giornalista deve essere capace di selezionare dando un senso logico e soprattutto un senso utile. Uno non fa il giornale per informare e basta; lo fa per informare e formare." Già. Al punto che, sempre più bombardati da informazioni, il livello di attenzione del pubblico è piuttosto basso e si ringalluzzisce solo quando la notizia assume i contorni di una super-notizia, di un segreto venuto a galla, di una soffiata (leak). Ma purtroppo Wikileaks è un fenomeno sporadico mentre per il resto occorre confrontarsi con ciò che offre la routine quotidiana. E' sempre, a mio avviso, la curiosità a rendere il giornalista un vero giornalista ma è pur vero che senza un'adeguata preparazione culturale e un amore autentico per la parola a prescindere da tutto, non si può neppure cercare di raggiungere quel duplice obiettivo che è dato dall'informazione e dalla formazione.
La preghiera dei laici, in un mondo in cui la religione è stata ridotta quasi ad un feticcio, rischia di cadere nel vento, come una voce che giunge ad orecchie sorde, parole scritte (o digitate) che arrivano ad occhi ciechi, come una preghiera, appunto, che cerca invano di toccare un cuore troppo duro.
Eppure, il cammino impervio e le mille difficoltà rendono la sfida ancora più affascinante.
Michele Archinà

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05 dicembre 2011

Un Fatto Umano: un team di fumettisti alle prese con la lotta anti-mafia

A 20 anni dalla morte di Falcone e Borsellino, Einaudi pubblica il fumetto che ci racconta gli anni più oscuri della lotta a Cosa Nostra.

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”.
Con queste parole Giovanni Falcone esprimeva la sua fiducia nella lotta alla mafia, convinto che prima o poi si sarebbe conclusa con una vittoria. Oggi, a 20 anni dalla morte di Falcone e Borsellino, un coraggioso team di fumettisti, composto da Manfredi Giffone, Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, ha deciso di rendere omaggio al pool antimafia più centrale della storia italiana con una graphic novel. Il libro Un Fatto Umano, edito da Einaudi Stile Libero (2011), è il racconto consapevole e politico degli anni più oscuri e minacciosi del nostro paese, il racconto della lotta antimafia ad opera di un gruppo di uomini coraggiosi.
Tra gli anni ’70 e gli anni ’90 Cosa Nostra è l’organizzazione criminale più influente al mondo. Tanto potente da sferrare un attacco frontale allo Stato. In questi anni di terrore e continue tensioni tra poteri forti, personaggi fondamentali per la comprensione della nostra attuale situazione politica si fanno strada e prendono la parola in uno scenario devastante.
Il fumetto ha inizio con la narrazione di Mimmo Cuticchio, il più grande cuntista e puparo palermitano, il quale cede presto il passo a un manipolo di personaggi “bestiali” che attraverso i fatti ci riportano indietro nel tempo sino a quegli anni di lotta e di sangue versato. “Bestiali” perché, seguendo la tradizione avviata da Fedro, riproposta poi da Orwell con la sua Fattoria degli animali e più recentemente da Spielgman, autore di Maus, Parodi, Giffone e Longo ci presentano dei personaggi dalle sembianze animali. L’intento, nella creazione dei protagonisti, è stato quello di unire peculiarità fisiche a caratteristiche di tipo più strettamente morale, in modo da trovare i giusti accostamenti. Troviamo così un Andreotti-Pipistrello, un Riina-Cinghiale e -nemmeno a dirlo- un Vittorio Mangano-Cavallo. Centrali, però, sono le figure di Paolo Borsellino, immaginato come un gatto paffuto, e Giovanni Falcone, un fox terrier in giacca e cravatta. Cane e gatto che lavorano insieme per un mondo migliore. Insomma un vero e proprio zoo umano dove le vicende politiche vengono raccontate e –fatto più rilevante- ricordate attraverso 200 personaggi.
Ciò che tuttavia più stupisce di questo progetto è la delicatezza con la quale gli autori sono riusciti a raccontare i terribili eventi di quegli anni. Un susseguirsi di tavole surreali unite al gusto del fatto storico e alla poesia degli ideali. Quel genere di ideali per cui vale sempre la pena combattere. E poi la grande accuratezza con la quale il team si è dedicato all’epico progetto: più di 100 libri inseriti nella bibliografia, 372 tavole ad acquerello disegnate, 15 processi interamente consultati e una sceneggiatura di 200 cartelle per un totale di 7 anni di lavoro. Rilevanti sono, infine, la partnership con l’associazione antimafia Fondazione Progetto Legalità e i vari rapporti avuti in questi anni con diversi magistrati.
Valentina Risaliti


M. Giffone, F. Longo, A. Parodi, 
Un Fatto Umano. Storia del pool antimafia 
Torino, Einaudi Stile Libero, 2011, pp. VII+376.


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04 dicembre 2011

Mentre scrivo...

Mentre scrivo va in onda la Gabannelli; la trasmissione di questa sera verte sul tema dei beni culturali in Italia e la polemica scaturisce dal fatto che, udite udite, in questo paese fondato e retto sull'arte, sul reperto archeologico e sul monumento storico, tutto questo potenziale non venga sfruttato economicamente come potrebbe e come accade, del resto, in qualsiasi altra parte del Mondo.
Avendo nel cassetto un rotolo di cartone contenente una laurea in beni culturali, questi discorsi li conosco bene, ma anche se mi fossero estranei, la sera in cui leggiamo in tempo reale (o quasi) le esilaranti novità emerse dalla manovra del professor Monti, mi sarei aspettato un tema diverso, magari uno sciopero in tempo reale (questo si, si poteva fare) della trasmissione "popolare" di Rai 3.
La patrimoniale? un sogno per quel 99% che non ha patrimoni. La pensione? Un miraggio per chi ha lavorato una vita intera e ha la schiena appezzi, un utopia per chi come tutti noi studenti lavora in nero per pagarsi i libri che immancabilmente alla Berio sono andati rubati. Mi sorge questa riflessione: perché non smettiamo di illuderci? Perché non ammettiamo a noi stessi di fare schifo, come popolo? Chi studia sociologia forse può trovare delle cause storiche, forse nel medioevo feudale dove un signore faceva il buono e cattivo tempo e tutti gli altri cercavano di arrangiassi come potevano, rubando l'un l'altro. Spesso si sente parlare di "indignati" ma l'indignazione contiene in sé il concetto di amor proprio come identificazione e protezione del'"io" verso ciò o chi è causa dell'indignazione, invece noi siamo e dobbiamo essere sgomenti, siamo rassegnati, siamo come dei sani che girano in una città appestata, alla ricerca di cibo, sapendo che , come mangiamo quel cibo, finiremo appestati noi stessi. Il popolo Italiano è stato guidato da Mussolini, poi dalla DC, poi da Craxi, poi da Berlusconi, e adesso da un economista che sino a pochi mesi fa era consulente internazionale della Goldman Sachs, una delle banche dalla quale è scaturita la goccia che ha provocato l'attuale crisi. Vogliamo fermarci un attimo a pensare, o vogliamo scandalizzarci ancora perché i muri di Pompei cadono e sperare ancora che un giorno avremo una classe dirigente onesta, che creerà lavoro, abbasserà le tasse eccetera, eccetera? Qualcuno ha detto che un popolo ha il governante che merita.
Davide Olivieri
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