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30 luglio 2016
Genova in libreria
Fabrizio Loreto
Il sindacato nella città ferita.
Storia della Camera del lavoro di Genova negli anni sessanta e settanta
Ediesse, Roma, 2016, 400 pp.
Descrizione
Il libro ricostruisce la storia della Camera del lavoro di Genova dal 30 giugno 1960, giorno dello sciopero generale cittadino proclamato contro l’imminente congresso nazionale del Msi, al 24 gennaio 1979, giorno del barbaro assassinio di Guido Rossa, delegato della Fiom-Cgil nella fabbrica Italsider di Cornigliano, da parte delle Brigate rosse. Gli anni sessanta e settanta hanno rappresentato un ventennio cruciale per le sorti del capoluogo ligure. Attraverso una mole notevole di fonti a stampa e documenti inediti, provenienti per lo più dai fondi della Camera del lavoro e della Fiom di Genova, custoditi presso l’Archivio storico del Comune, il volume ripercorre le complesse vicende della Cgil locale, dalla ripresa operaia degli anni sessanta alla parabola decrescente degli anni settanta, passando attraverso lo straordinario ciclo di conflittualità sociale del 1968-1973. Gli avvenimenti sindacali vengono intrecciati alle diverse fasi economiche (il boom, la successiva congiuntura negativa, la deindustrializzazione e terziarizzazione del sistema produttivo) e alle differenti stagioni politiche (la crisi del centrismo, la parabola del centrosinistra, l’affermazione delle «giunte rosse»), con molteplici riferimenti anche ai mutamenti sociali e culturali che rendono particolarmente interessante il contesto genovese: un «caso di studio» certamente segnato dalle gravi difficoltà connesse al declino dell’industria pubblica, ma anche, o forse proprio per questo, capace di anticipare molti fenomeni italiani, e di spiegarli.
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07 luglio 2016
Genova in libreria
Vivere d'immagini
Fotografi e fotografia a Genova 1839-1926
a cura di Elisabetta Papone e Sergio Rebora
Fotografi e fotografia a Genova 1839-1926
a cura di Elisabetta Papone e Sergio Rebora
Scalpendi, Milano, 2016, 336 pp.
Descrizione
Sostenuto da un articolato saggio di Elisabetta Papone, che identifica e mette a fuoco alcuni momenti salienti della storia della fotografia a Genova, il volume comprende un repertorio di oltre 600 nominativi di fotografi e venditori di fotografie, apparecchiature e materiali fotografici attivi in città e nelle località poi entrate a far parte del suo territorio comunale: le singole voci biografiche sono frutto di una ricerca filologica condotta quasi interamente su fonti di prima mano, a cominciare dalle interessanti e vivaci testimonianze fornite dalla stampa dell'epoca e dai preziosi documenti conservati presso gli archivi dello Stato Civile e della Camera di Commercio. Accompagna il volume un ricco corredo di immagini, scelte tra i materiali appartenenti alle principali istituzioni culturali genovesi e tra quelli messi generosamente a disposizione da raccolte private, in prevalenza inedite.
Sostenuto da un articolato saggio di Elisabetta Papone, che identifica e mette a fuoco alcuni momenti salienti della storia della fotografia a Genova, il volume comprende un repertorio di oltre 600 nominativi di fotografi e venditori di fotografie, apparecchiature e materiali fotografici attivi in città e nelle località poi entrate a far parte del suo territorio comunale: le singole voci biografiche sono frutto di una ricerca filologica condotta quasi interamente su fonti di prima mano, a cominciare dalle interessanti e vivaci testimonianze fornite dalla stampa dell'epoca e dai preziosi documenti conservati presso gli archivi dello Stato Civile e della Camera di Commercio. Accompagna il volume un ricco corredo di immagini, scelte tra i materiali appartenenti alle principali istituzioni culturali genovesi e tra quelli messi generosamente a disposizione da raccolte private, in prevalenza inedite.
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06 luglio 2016
Informazione senza filtro
Il nuovo libro di Alessandro Gazoia,
scrittore e saggista, con uno stile molto scorrevole e appassionante mostra il
problema del controllo dell’informazione che mai come ora è complicato da
gestire con i nuovi mezzi di comunicazione a disposizione di tutti. Oggi qualsiasi
persona con un semplice smartphone può documentare un evento tramite video e
foto diffondendolo immediatamente nella rete ovviamente un evento imprevisto. Un
rischio che si corre perché non è una fonte ufficiale che da la notizia ma una
persona qualunque. Si vede anche nella prima parte del libro come i terroristi,
ieri come oggi, possono controllare l’informazione creando controinformazione a
loro vantaggio e quindi come sia facile manipolarla a proprio piacimento.
Non manca una discussione sulla
convergenza dei media, ora sempre più spesso i giornali cartacei hanno anche il
sito internet aggiornato 24 ore su 24 su cui sono postati articoli con elementi
multimediali (es. video, foto). Questo anche perché le persone ormai acquistano
un giornale per approfondimento poiché le notizie si apprendono già in tempo
reale sia sui canali ufficiali sia tramite i social network (questa fonte non è
sempre affidabile). Proprio per questo il nuovo giornalista deve essere in
grado di utilizzare diversi mezzi e come si dice deve essere multitasking.
Un altro aspetto diffuso trattato
dall’autore nel libro è quello della concentrazione dei media, un esempio è la
fusione di Repubblica con La Stampa e Il Secolo XIX. Può essere percepita come
una cosa negativa se la vediamo come un rischio per la libertà dei singoli
media che si vedono concentrati in un'unica linea editoriale ma se guardiamo
all’esperienza straniera, vediamo come non è cosi. La frammentazione è un altro
fenomeno di cui si parla nel libro, ora come ora un lettore può leggere quello
che più gli interessa e dove vuole e lo stesso vale per la televisione con la
nascita dei canali tematici. Per fare un esempio, mi interessa un particolare
tema ed ecco che ho il social network dedicato oppure il canale che trasmette
programmi su quella tematica. Lo possiamo riscontrare tutti i giorni
semplicemente facendo una ricerca sul web di un qualsiasi prodotto notiamo come
internet filtra i nostri interessi e ci crei delle pubblicità ad hoc.
“Qualcosa che la gente vuole leggere”:
questo è quello che il quarto capitolo ci introduce, quindi l'uso delle colonne
di destra per notizie di gossip e attirare l’attenzione dei lettori o almeno di
una certa tipologia, nei siti dei quotidiani. Es. Repubblica e il Daily Mail che
ha una sua storia da tabloid e come dice Clarke, responsabile del Mail online,
loro danno le notizie che la gente vuole leggere anche prendendole da altri
siti e modificandole.
Proseguendo nella lettura, si parla
della fine dei lettori come tali e che potevano esprimere le proprie opinioni o
far sentire la propria voce solo intervenendo in qualche trasmissione oppure
inviando una lettera ai quotidiani. Ora con la nascita dei social network e dei
blog, si ha la possibilità di esprimere opinioni e pareri in piena libertà o
meglio cosi sembra. Infatti, i social sono come testate e vi sono regole, certe
cose non possono essere scritte ed entrando nel sistema si diventa anche parte
del mercato, della competizione tra colossi. Si ritorna come vediamo nella
logica del filtro. Si nota come una volta entrati in un social è difficile
staccarsene anzi si rischia di non distinguere più la realtà materiale da
quella virtuale diventando un po’ un tutt’uno.Il blog
diventa anche un modo per far sentire la propria voce quando non si riesce con
i mezzi tradizionali. Es. la madre di Federico Aldrovandi che ha fatto sentire
le proprie ragioni tramite il suo blog perché non considerata dai media.
Ovviamente i blogger non devono essere considerati giornalisti come fa ben
notare Gazoia in quanto non iscritti all’Ordine.
Si parla molto di media digitali in
questo testo e come abbattono i costi di produzione e notiamo anche un altro
aspetto interessante, infatti, l’autore cita due siti in particolare uno è
Dagospia di Roberto d’Agostino e l’altro l’Huffington Post, il re dei siti di
aggregazione d’informazione. Mostrando come l’Huffington Post abbia blogger che
lavorano per il sito non retribuiti ma solo con la possibilità di ottenere
visibilità ma anche lavora aggregando notizie da varie fonti.
Interessante è anche la discussione su
quelle rubriche che si trovano giornalmente nei quotidiani e scritte da grandi
firme e che cercano di attirare il lettore con la loro carica emotiva e
famigliare.Es. il Buongiorno di Gramellini su La Stampa, che io spesso leggo.
L’autore ci spiega che l’obiettivo del giornalista è di scrivere quello che i
lettori vogliono sentirsi dire e che c’è tutto un lavoro di redazione per
creare queste poche righe che aprono il giornale, quindi è un commento
ponderato.Non dimentica di sottolineare la correlazione del nostro giornalismo
con la politica e come loro stessi fanno informazione con un semplice tweet o
un post su facebook e viene considerato dall’autore come un giornalismo dal
basso. Cita anche a tal proposito il blog di Grillo.
Al termine di questo affascinante
viaggio, sono d’accordo con l’autore che la rete non è controllata abbastanza,
non vi sono filtri e passano le cose positive come facilmente agiscono i
malintenzionati senza che vi sia una protezione. Purtroppo aiuta anche la rete
dei terroristi a farsi propaganda e fare sempre più proseliti. Un libro che
consiglio per riflettere sulla società attuale sempre più iper connessa e su
come funziona questo tipo d'informazione ma anche per pensare a eventuali soluzioni
agli abusi. Un libro adatto a tutti proprio per il suo stile scorrevole e
accattivante.
Elisabetta Corsi
Alessandro Gazoia
Senza Filtro. Chi controlla l’informazione
Minimum Fax, Roma, 2016, 404 pp..
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01 luglio 2016
In libreria
Vincenzo Pezzella
Toghe, banchieri e rotative. Una storia italiana degli ultimi cinquant'anni
Guida, Napoli, 2016, 496 pp.
Descrizione
Il libro racconta le difficoltà per un giovane, 30 anni fa come oggi, di praticare la professione giornalistica. Ce ne spiega,dal di dentro, le modalità, teoriche e reali, di accesso. Ci racconta le esperienze giovanili, nella Napoli dei vicerè Di Donato-De Lorenzo-Pomicino, da "Il Gazzettino Campano" a "Il lavoro nel Sud", da "Napolinotte" a "Napoli Guide", ai primi timidi approcci ai quotidiani nazionali, da "IlSole24ore" a "la Repubblica". Mostra, poi, le scuole per la preparazione al concorso in magistratura e i segreti dell'esame, il tirocinio e il lavoro quotidiano di un giudice. Affronta, infine, anche temi scomodi e cerca di offrire delle risposte. Quanto contano le correnti in magistratura? Esistono davvero le toghe rosse? Quanto guadagna davvero un magistrato? E un funzionario della Banca d'Italia? Davvero i giudici lavorano poco? Perché è finita Mani Pulite? Perché, alla fine, Eurodisney non fu più costruita ad Afragola?
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29 giugno 2016
In libreria
Alice Cati
Gli strumenti del ricordo. I media e la memoria
La Scuola, Brescia, 2016, 188 pp.
Descrizione
Gli strumenti del ricordo. I media e la memoria
La Scuola, Brescia, 2016, 188 pp.
Descrizione
Viviamo in un'epoca assetata di ricordi, terrorizzata dall'oblio e dotata di formidabili strumenti di memorizzazione. Eppure la memoria continua a costituire l'oggetto di un dibattito complesso che coinvolge in forma transdisciplinare storici, antropologi, filosofi, semiologi e altre categorie di studiosi. Questo libro costituisce la prima introduzione in italiano ai Memory Studies. A partire dalla riflessione del mondo antico sulla memoria individuale e collettiva, e attraverso un'analisi del dibattito moderno, il volume disegna una mappa aggiornatissima della riflessione contemporanea legata sempre di più ai media e alle forme di esternalizzazione della memoria.
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26 giugno 2016
Migranti in cronaca
I migranti, i profughi. Lo straniero, il “diverso”. L’”altro”.
E’ così che i media etichettano le persone che fuggono da guerre, carestie, fame, persecuzioni per cercare una vita migliore o la semplice sopravvivenza. Proprio la rappresentazione dell’”altro” da parte dei media e in particolare della stampa italiana è l’oggetto di studio di questo testo di sconcertante attualità. L’autrice esamina il caso della rivolta di Rosarno visto attraverso gli occhi e la voce dei principali quotidiani e settimanali italiani. L’analisi di un fatto che risale al 2010 ma che può tranquillamente essere considerato un esempio per il presente. Nulla, infatti, sembra essere cambiato nell’informazione pubblica. Incagliata nella polvere della fretta e della cronaca, la tragedia di popolazioni devastate dalle guerre e dalla fame, viene presentata all’opinione pubblica quasi sempre con la stessa sceneggiatura.
I migranti visti come violenti, pericolosi, portatori di malattie, rivoltosi, invasori.
Si accentua il paradosso dell’informazione dove l’”altro” risulta vittima e carnefice contemporaneamente. Persone che come povere pietre senza parola e diritti sono, ogni giorno, ben visibili sui media eppure, per lo Stato, ancora invisibili o al più fantasmi.
E loro, i migranti, gli “altri”, stanchi di rotolare tra la pietà della gente, se reagiscono, se parlano, se urlano, diventano immediatamente “rivoltosi”, pericolosi per la cittadinanza e il Paese. E’ accaduto a Rosarno nel 2010. Accade in tutta Europa, ancora oggi.
Esistono “imprenditori della paura” che, senza scrupoli, per vendere di più, non esitano ad usare il dolore degli altri come strumento per catturare lettori e consensi politici. La retorica dell’accoglienza possiede ricordi di luce nei dintorni del suo esatto contrario: l’espulsione.
La Erta, con meticolosa perizia, analizza proprio questa contrapposizione presentata dalla stampa e la sua grande responsabilità nella narrazione dei fatti tra questi mondi opposti.
Un mondo che tende la mano, l’altro che la tira indietro. L’umanità e la disumanità a confronto. In mezzo l’opinione pubblica che troppo spesso non ha gli strumenti necessari per fare i dovuti confronti, per comprendere gli stereotipi e i pregiudizi costruiti ad arte nel tentativo, ormai consolidato, di perpetuare un’industria fiorente come quella creata intorno alle migrazioni.
In tale contesto, la responsabilità dell’informazione appare enorme.
Da parte di alcune testate non è accettabile il continuo depositare l’attenzione altrove, attendere ogni avvenimento come una conferma della sceneggiatura preesistente. Quasi come se l’immigrazione fosse una malattia. Da curare. Così com’è doveroso segnalare quei giornali che, con coraggio e professionalità, non accettano passivamente l’imposizione editoriale ma, nei limiti del possibile, presentano più sfaccettature dello stesso fatto, agevolando il lettore nella ricerca di un’opinione non infarcita dall’alto.
Dell’”altro” e della sua percezione in Europa, rimangono le mani pietose le cui preghiere di aiuto scivolano fugaci e veloci tra le urla desolate della speranza. Il mondo non ascolta e non si meraviglia. Finge di essere buono e caritatevole come l’albero che offre ombra, tra le macerie aride di città volute distrutte dalle guerre, a chi, in perenne agonia, si rifiuta di sparire.
Nel testo si passano in rassegna i principali quotidiani italiani, facendone una radiografia accurata e ricca di esempi e immagini. Dalle foto-documento, dai reportage, dai titoli passionali di “la Repubblica”, dove il lessema guerra-battaglia-rivolta lascia il passo alle emozioni che approfondiscono la drammatizzazione della “caccia” al nero. Dove il lettore spesso è guidato attraverso percorsi fuori dall’allarme e dalla paura, accompagnato dall’infografica prepotente e da una valanga di dati che anestetizzano e uniformano il problema.
Seppure i migranti diventano figure anonime, atopos, ibridi privi di posto, senza nome e nazionalità, immersi in scenari di degrado sociale, la loro descrizione non viene mai strumentalizzata per aizzare paure e fobie.
Altrettanto si potrebbe affermare, anche se con precise differenze, del “Corriere della Sera” e de “La Stampa” che si rivolgono alla sensibilità del lettore, utilizzando il pathos per testimoniare, indagare, denunciare. A volte spalleggiando le decisioni di governance, a volte spingendo il pubblico verso una critica dell’Esecutivo.
Di opposti propositi è l’interpretazione della notizia data da quotidiani come “La Padania”, “il Giornale”, il settimanale “Panorama” che descrivono l’emergenza nazionale come fatto compiuto dal quale ci si può solo difendere. Il “clandestino” rappresenta il conflitto etnico-culturale semplificato nella costruzione del “nemico”, prima da combattere e poi da espellere.
Davvero l’informazione, quella vera, potrebbe cambiare tutto. La vita, le attese e le speranze di milioni di esseri umani. Ingoiando la notizia preconfezionata per agitare ventagli di palme e d’ulivi, sfogliando critiche sottili ai governi che ricercano il consenso. Sollecitando opinioni in grado di dare risposte ai lettori che cercano di distinguere la vita tra il soffio soffocante della guerra. Rifiutandosi di fare dell’immigrazione il topic adatto all’agenda setting delle prime pagine dei quotidiani, ricordando che i migranti non sono un insieme amorfo e indistinto ma parte della nostra stessa umanità, dove ognuno ha un volto, una storia e un nome.
Questa è l’idea che, tra le righe, l’autrice intende evocare. Una stampa che non si squaglia dove è più difficile il compito di informare. Un giornalismo che non si disfa di fronte alle pretese di chi comanda. Un’informazione ancora più pluralista e corretta, nel rispetto di un’etica professionale e di una morale umana che precedono l’attimo in cui il giornalista assieme all’uomo si fondono oppure si perdono e, sviliti, deragliano.
Anna Scavuzzo
Angelica Erta
Migranti in cronaca.
La stampa italiana e la rappresentazione dell’”altro”: la rivolta di Rosarno
Ombre corte, Verona 2014
Anna Scavuzzo
Angelica Erta
Migranti in cronaca.
La stampa italiana e la rappresentazione dell’”altro”: la rivolta di Rosarno
Ombre corte, Verona 2014
25 giugno 2016
Progetto MEDIANE - Media in Europe for Diversity Inclusivness
In una indagine del 2015 condotta per conto dell'Associazione Carta di Roma Anna Meli inquadra
in modo preciso e puntuale le strutture e le pratiche di raggio politico sulla
diversità all’interno di un campione rappresentativo tout court
dei media europei. Emerge un quadro in cui la diversità è valutata come un valore aggiunto, elemento di creatività utile al fine di assemblare e rappresentare una società sempre più
parcellizzata nelle sue componenti.
L’indagine vuole essere, da un lato, una panoramica di ampio respiro sulle politiche di rappresentanza presenti nei media europei e, dall’altro, suggerire idee, progetti e prospettive di attuazione pratiche all’interno del contesto italiano. Il risultato che viene fuori dall’attenta ricerca è emblematico della disparità di trattamento riservato nei e dai media in riferimento a fattori di genere quali: età, razza, disabilità, nazionalità, cultura religiosa e appartenenza politica.
La ricerca, pur presentandosi non comparativa tra i paesi considerati, risulta in definitiva
mettere in luce sia elementi di similitudine che di contrasto nelle politiche sulla diversità presenti nei media analizzati. Il libro illustra,
nei diversi contesti territoriali considerati (Regno Unito, Spagna, Francia, Italia e Svezia), programmi e politiche di parità utili a trasformare i fattori di diversità in un valore aggiunto di informazione, rappresentativo della pluralità sociale presente a livello locale, frutto anche dell’avanzato processo di globalizzazione che coinvolge il nostro continente. Si manifesta così
la possibilità di rappresentare e raccontare il mondo e i suoi avvenimenti con occhi diversi, figli della complessità e parcellizzazione della realtà quotidiana.
La presenza di organismi di progettazione e implementazione, le carte dei diritti, i codici di
condotta, sono tutti elementi proiettati alla realizzazione sul campo di un modo di affrontare e vivere le tematiche legate alla diversità in modo imparziale, libero da pregiudizi e stereotipi.
Il panorama europeo registra il moltiplicarsi di Uffici, Organi, Garanti, Codici e Carte che
svolgono un ruolo fondamentale nel garantire la più completa presenza e l’equo trattamento delle tematiche legate alla diversità. Risultano tuttavia ancora eccessive nel numero e farraginose nell’applicazione delle loro mansioni, spesso poco conosciute e ancor meno rispettate dagli addetti ai lavori. Molteplicità di organismi ed enti, sia pubblici che privati, che propongono il messaggio della diversità, non solo come risultato e necessità del processo di integrazione
sociale, ma anche come fattore di profitto in ottica di share, bilancio e fatturato. Tra gli elementi più comuni e condivisi da parte dei diversi media rientra, ad esempio, l’indicazione di non menzionare nella notizia origine, sesso, professione, appartenenza politica, orientamento sessuale o fede religiosa se non risultano rilevanti nel contesto informativo. Anche l’Unione
europea, a partire dal 2013, si è mossa al fine di creare un progetto d’attuazione unitario in tutto il territorio, con lo scopo di costruire un rapporto nuovo con i propri molteplici pubblici di riferimento, ma anche e soprattutto come fonte di innovazione e creatività. È nato così il progetto MEDIANE (Media in Europe for Diversity Inclusivness), col duplice obiettivo di permettere, da un lato, a tutti i media europei di confrontarsi sul tema della diversità e, dall’altro, di rispondere alla necessità di dotarsi di strumenti utili a monitorare e valutare l’efficacia delle politiche messe in atto. Lo scopo ultimo è quello di agevolare l’integrazione e risultare maggiormente incisivi nei confronti dell’attuazione delle strategie comunicative legate alla diversità.
Lo studio, in conclusione, si focalizza sulla condizione italiana, presentata come gravemente
in ritardo e deficitaria rispetto al restante panorama europeo. Tuttavia l’incrocio di dati con le altre realtà mette in evidenza una data continuità di risultati, tale da non trovare riscontro in una visione così altamente negativa del caso italiano.
Il quadro generale mostra un processo di avviamento di pratiche e strumenti al fine di garantire
un’equità di trattamento rispetto ai fattori analizzati. Processo ben lungi dall’essere arrivato a compimento in tutto il panorama geografico osservato che, a sua volta, presenta livelli più o meno alti di disuguaglianza. Solo il tempo e la cultura saranno in grado di assorbire e poi valorizzare le diversità presenti nella società.
Andrea Popolano
Associazione Carta di Roma
Europa media e diversità. Idee e proposte per lo scenario italiano.
a cura di Anna Meli
Franco Angeli, Milano, 2015.
15 giugno 2016
In libreria
Mario Arceri
Giornalismo e comunicazione dello sport
Universitalia, Roma, 2016, 388 pp.
Giornalismo e comunicazione dello sport
Universitalia, Roma, 2016, 388 pp.
Descrizione
Il giornalismo è profondamente cambiato. Già radio e televisione, ottanta e sessanta anni fa, avevano modificato sensibilmente il modo di fare informazione e non solo sotto il profilo delle tecnologie utilizzabili. L'avvento di internet e la conseguente globalizzazione della comunicazione con il superamento delle barriere di tempo e di spazio - che continuano a caratterizzare i tre mezzi tradizionali - con la possibilità di informare in tempo reale, oltre ad accentuarne la crisi, ha determinato la nascita di una diversa professionalità modificando ruolo, funzione e specificità del giornalista che resta comunque il testimone più attento e insostituibile degli eventi che scandiscono la nostra vita. Ma ne ha aumentato, per le caratteristiche dei nuovi media, le responsabilità, richiedendo quindi un grado di cultura ancora più elevato, aggiornamento continuo, studio costante, attenta partecipazione nella percezione dell'eccezionale capacità penetrativa che il web consente.
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14 giugno 2016
Industria culturale e social media
Il libro di Agnese Vellar, docente di "Comunicazione e Social Media"
presso l'Università degli studi di Torino, ha come filo conduttore una parola: partecipazione.
E nell'era dell'abbondanza nella quale ci troviamo questa parola vuol dire
tutto per i giovani
L'autrice
nella prima parte del libro analizza i cambiamenti delle industrie culturali. Negli
anni settanta del '900 pochi detentori del sapere controllavano l'informazione
e i contenuti, distribuiti in maniera verticale al pubblico; oggi si è passati
alla già citata era dell'abbondanza in cui lo sviluppo di internet, i social media e il nuovo modello
"aperto" di conoscenza, hanno favorito lo sviluppo del movimento del free
software, che ha alimentato la cultura della comunicazione, della
condivisione e della produzione di contenuti in maniera libera. Questa
rivoluzione di internet, che da ambiente di calcolo è passato ad essere un ambiente sociale, ha contribuito allo
sviluppo di comunità online. in un primo momento questi "mondi
digitali" erano considerati distanti e diversi dall'ambiente offline,
oggi invece la rete è riconosciuta come un ambiente sociale vero e proprio con
le proprie regole, usi e costumi consolidati e rispettati.
Il titolo del saggio ci offre subito una riflessione: esiste una relazione tra le
industrie culturali e i pubblici partecipativi delle comunità online? Vellar
analizza la realtà online in cui questa interdipendenza appare più evidente: il
mondo fandom, ossia fan con una passione particolarmente intensa per
forme di intrattenimento massmediale, come gruppi musicali, serie tv o
particolari sport. Non si tratta di comuni spettatori, perchè stabiliscono una
particolare relazione emotiva con il prodotto mediale. Le industrie culturali
hanno capito che se vogliono sopravvivere in un'era in cui non sono più gli
unici creatori e dispensatori di contenuti devono giocare con questo legame
emotivo grazie alla nuova "cultura convergente", convergenza non solo
di tecnologie ma anche di new media, sistemi produttivi sempre
più globalizzati, culture e nuove forme di storytelling transmediale. Questa
nuova cultura ha portato a strategie di "co-creazione", ossia
l'utente non si accontenta più di essere solo uno spettatore e di subire passivamente contenuti dalle
corportation ma vuole lui stesso partecipare producendo contenuti e promuovendo
il brand, starà alle aziende creare il giusto engagement per fidelizzare il
cliente e creare un rapporto emotivo di lungo periodo. Il bello di internet però risiede nella libertà che ci concede e, di conseguenza, non tutti i fan scelgono di sottostare alle aziende nella creazione di contenuti.
Ci sono molte comunità alternative indipendenti e autogestite in cui i fan sono
liberi di creare prodotti multimediali o testi ispirati ad esempio al loro
libro, film o serie tv preferita con finali alternativi o storie parallele e
poi diffonderli in intenet. Questo fenomeno molte volte ha portato problemi
sopratutto per violazioni di copyright o contrasti con il pensiero dell'autore
originale, ma è stato altre volte incoraggiato dalle case produttrici per
alimentare la libertà di espressione e creazione. Ed
è proprio questa libertà che spinge l'utente a partecipare, dando il proprio
apporto sia per il "bene comune" della società, sia per acquistare
prestigio ed essere riconosciuti come esperti in materia, sia per convalidare
la propria appartenenza come membri di quella cultura di riferimento. La
partecipazione e la cultura dell'always-on hanno cambiato profondamente
i nostri modelli sociali, culturali e persino economici. Questo saggio ci porta
faccia a faccia con un mondo in continua evoluzione, che in soli 30 anni ha
cambiato più e più volte modelli e paradigmi a cui le industrie culturali
devono costantemente adeguarsi per ottenere profitti e visibilità, mentre gli
utenti continuano a evolversi, specializzarsi e professionalizzarsi molte volte
incuranti del contributo indiretto che, attraverso la produzione di contenuti
gratis, stanno dando a questi colossi dell'industria mediale.
Erika Repetto
Agnese Vellar
Le industrie culturali e i pubblici partecipativi:
dalle comunità dei fan ai social media
Aracne editrice, Roma, 2015, 156 pp.
*link al blog dell'autrice Agnese Vellar: A-SOCIAL-MEDIA-SOMETHING
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12 giugno 2016
A passo di gambero con Umberto Eco
Anche
ai migliori capita di guardare avanti, provare paura e desiderare di tornare
sui propri passi. L’uomo occidentale ama ritenersi tale, con quel pizzico di
presunzione che lo contraddistingue, sentendosi forte di secoli di storia
fatta, a suo dire, di soli progressi.
Oggi
il progresso sta nel cogliere una sfida senza precedenti: dopo oltre 2000 anni
di conflitti e passi in avanti lenti e faticosi, col fiato ancora corto, siamo
tutti chiamati a compiere un ultimo balzo in avanti e proiettarci
definitivamente nel futuro. Il futuro, quello vero, dove gli errori del passato
non sono ammessi.E sono questi che Umberto Eco condanna nel suo libro A Passo
di Gambero, in tutte le librerie dal 4 marzo 2016. Il libro, già uscito presso
Bompiani nel lontano 2006, è stato rilanciato dalla neonata casa editrice, La
Nave di Teseo, voluta fortemente da Eco stesso. Il testo ha l’importante
compito di inaugurare una nuova scia di pubblicazioni, si spera prolifera, e di
rendere omaggio al grande scrittore, in occasione della sua scomparsa. Lo scopo
delle casa sembra quello di porsi come ultima roccaforte in un panorama
editoriale, quello italiano, che tende alla desolazione. È paradosso contro
paradosso. Il paradosso delle nave, contro il paradosso di una società che
affonda le sue radici nella cultura che rinnega sé stessa.
E
allora non è un caso che sia stato scelto questo libro, che si ripresenta al
grande pubblico con una nuova veste grafica, degna delle migliori prove di
Calvino editore. Gli sarebbe piaciuta, ad Eco, che sicuramente aveva bene in
mente il tema della leggerezza mentre scriveva i testi che lo compongono. Nel
libro, infatti, sono presenti una raccolta di scritti comparsi tra il 2001 e il
2005. Nello specifico si tratta di interventi fatti per diversi giornali. È l’alba
di un nuovo secolo e di un nuovo millennio, che lo scrittore racconta di aver
atteso con ansia. I testi appartengono dunque ad un periodo molto circoscritto,
ma i temi proposti vengono affrontati scavando nel loro passato e non manca di
fornire una prospettiva per il futuro, ove possibile. I temi sono di quelli che
dividono: la guerra, la politica, la storia, la religione ei mass media. Tutto
ciò che più ci circonda e pervade le nostre vite. Tutto ciò che muta
velocemente e, mutando, muta anche noi.
Con
lo stile che lo contraddistingue, Eco riflette con lucidità su un presente che
rischia di avere il sapore amaro del passato, fatto di scelte troppo spesso
sbagliate. Pur scrivendo in una società così vicina, ma allo stesso tempo
lontana, dai grandi cambiamenti che l’hanno stravolta di recente. Non manca di conferire
ai suoi scritti un risvolto sempre attuale che permette loro di travalicare
ogni confine imposto dalla nostra natura fragile. Ed è quello che fanno i
saggi: volano alto sopra le cose come noi le conosciamo e osservano la realtà
con sguardo disincantato. Oggi, più che mai, è richiesto un atto di fede nei
valori in cui professiamo di credere o nulla avremo imparato dalla lezione del
secolo breve.
Sembra che siamo cascati di nuovo nel giogo della
propaganda, dove c’è chi pecca di ignoranza e chi di disfattismo. Ci siamo
ritrovati in mezzo a guerre narrate in modo troppo superficiale per essere
comprese a fondo, tanto da non capire la ragione della massa di disperati che
si riversa sulle nostre coste. A proposito dei migranti, stiamo rispolverando
la retorica di settant’anni fa, addolcita per ipocrisia, per giustificarne un
rimpatrio, senza che ne vengano specificate le modalità. È il ritorno del disprezzo
dell’altro, dello straniero, di ciò che non conosciamo. Oggi rischia di venirci
negato il diritto al dissenso. Quel diritto che gli Americani sostengono di
averci insegnato, dopo essere sbarcati in Normandia e ritrovandosi delusi di
fronte alle risposte di chi ha voluto negargli un aiuto in Iraq. Mancanza di
gratitudine? No, semplice buonsenso: il terrorismo non
si sconfigge esacerbando un odio che più volte si è palesato sotto i nostri
sguardi. E con ottimi risultati, per i terroristi, che banchettano sui
fallimenti delle nostre prove morali. Oggi il mondo si divide tra chi inneggia
all’odio e chi fa spostare un pianoforte e inizia a intonare Imagine di John
Lennon, invitando i presenti a scavare nel profondo e dare solo il meglio di sé
in questa assurda lotta. E forse Eco ha ragione quando ricorda che noi Europei
in questo senso siamo più forti: sappiamo cosa vuol dire essere attaccati in
casa nostra. Sappiamo cosa vuol dire rinunciare per sempre a luoghi preziosi
per colpa dei bombardamenti. Forse, senza rendercene conto, lo sappiamo anche
noi della nuova generazione, che non abbiamo conosciuto da vicino l’assurdità
della guerra. Farebbe ormai parte di una memoria comune che ci rende parte di
qualcosa di più grande.E infatti dei risultati sono stati ottenuti, ma questi
rischiano di essere spazzati via per delle minuzie. È straordinario che inglesi
e francesi non vogliano più farsi la guerra e sentano di appartenere ad una
realtà nuova che va difesa, in nome dell’interesse comune, ma la vera unità
dell’Europa sembra lontana. Ciò che rende un italiano un italiano, uno spagnolo
uno spagnolo sembra pesare di più di ciò che rende un uomo o una donna
cittadini europei. La prospettiva per il vecchio continente sarà più ingloriosa
di qualunque guerra, se non saprà trovare quella coesione di cui ha bisogno,
finendo nel dimenticatoio dopo essere stato faro di civiltà lungo i secoli.
Tutto
questo trova il posto in un sogno di Eco, con i connotati dei peggiori incubi.
Il mondo come oggi lo conosciamo, travolto da una guerra senza precedenti,
viene spazzato via. Si salvano alcune zone dove gli essere umani riscoprono
vecchie abitudini: dalle passeggiate in campagna, alla lettura di un libro, ai
racconti intorno ad un fuoco. Ma, fortunatamente per noi, non è necessaria una
nuova guerra globale per tornare ad apprezzare le piccole cose. Basterebbe spegnere
il computer, consumare di meno, ma non solo. Serve, soprattutto, volerlo per
davvero. Ogni altro passo indietro ci farebbe inciampare su errori di vecchia data
e ci trascinerebbe in una catastrofe senza fine. Oggi l’abisso ci osserva,
dobbiamo solo decidere se fare l’ultimo, definitivo, balzo in avanti o tornare
indietro, a passo di gambero.
Federica Coretto
Umberto Eco
A
Passo di Gambero
La Nave di Teseo, Milano, 2016 (prima edizione Bompiani, 2006).
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09 giugno 2016
In libreria
Giornalismo di pace
a cura di Silvia De Michelis - Nanni Salio
Gruppo Abele, Torino, 2016, 272 pp.
Descrizione
La guerra domina la scena dell'informazione: per interesse, per scelta politica, per superficialità. I media, poi, vengono per lo più usati dagli Stati come "armi di disinformazione di massa". A questa prassi si oppone il modello del "giornalismo di pace", elaborato soprattutto da Johan Galtung, che cerca di leggere in profondità i conflitti, rifuggendo dalle semplificazioni di chi descrive la guerra e la violenza come realtà inevitabili e ricercando gli obiettivi reali delle parti in causa, le loro contraddizioni e le vie possibili per superarle. L'intento non è quello di nascondere o di minimizzare la guerra ma di contribuire, con una informazione corretta, alla trasformazione non violenta dei conflitti. Di questo metodo il libro fornisce una ricca documentazione teorica e interessanti casi di studio.
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Etichette:
Giornalismo di guerra,
Libreria,
Relazioni internazionali
07 giugno 2016
In libreria
Ignacio Ramonet - Giuseppe Bettoni
Geopolitica del caos. Verso una civiltà del caos?
Asterios, Trieste, 2016, 144 pp.
Descrizione
Geopolitica del caos. Verso una civiltà del caos?
Asterios, Trieste, 2016, 144 pp.
Descrizione
Perché ristampare un testo “vecchio” di diciannove anni? Paradossalmente l’interesse di questo libro risiede proprio in questo: si tratta di un testo che analizza la situazione del mondo in un momento storico, la fine del XX secolo, con le nostre stesse caratteristiche sociali ed economiche ma con il vantaggio di essere antecedente all’attacco alle Torri Gemelle avvenuto l’undici settembre del 2001. La sua visione è certamente più lucida e più “fredda” perché libera del “velo” del terrorismo di matrice islamica che sembra coprire qualunque riflessione dei nostri giorni, soprattutto dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015. Ramonet compie in questo lavoro una revisione dei concetti fondamentali, economici, politici e sociali, per interpretare il punto di confusione in cui si trovava (e si trova) il mondo. Una “geopolitica del caos” che quasi due decenni dopo non ha preso una ruga, una grinza e che, al contrario, sembra più che mai efficace proprio perché molti degli aspetti evocati in questo lavoro, sono ancora validissimi oggi. La forma del “potere” era già mutata alla fine del XX secolo e ancora oggi possiamo porci la domanda che si poneva Ramonet nel 1997 : chi governa il mondo oggi? Tutti guardavano agli USA come i nuovi “padroni”, la nuova potenza. Ma da lì a poco si scopriva che gli USA erano meno pronti di quanto non si credesse a fare da leader al mondo. Quello che è il punto di partenza dell’analisi di Ramonet è proprio il ruolo degli USA che si poteva immaginare come egemonici dopo il crollo dell’URSS, ma che già manifestavano cedimenti importanti. Cedimenti legati all’impossibilità oramai di avere una leadership economica non avendo risorse, per esempio, per finanziare un nuovo piano Marshall per gli ex-membri del Patto di Varsavia. Questa difficoltà sembrava poco importante nella prima Russia di Boris Eltsin, mentre le conseguenze di quella impossibilità a finanziare gli stati dell’ex-URSS appaiono evidenti nell’era dello “zar Putin”. Gli USA che, dopo il fallimento di Reagan, concretizzatosi nel catastrofico quadriennio di George Bush, reagiranno con i due mandati Clinton cercando in tutti modi di rispondere alla domanda degli americani di una speranza di ripresa economica. Ripresa che effettivamente avranno, ma che andrà comunque a frantumarsi con la crisi del 2008: anche quella già leggibile attraverso le parole di questo libro. Per questo la domanda resta integra: chi governa il mondo?
04 giugno 2016
Genova in libreria
Uliano Lucas
Il tempo dei lavori
Il tempo dei lavori
Il Canneto editore, Genova, 2016, 114 pp.
Descrizione
In occasione dei 120 anni dalla nascita della Camera del Lavoro di Genova, il fotografo Uliano Lucas, autore di reportage che vanno dalla cronaca al documento politico e sociale, torna a “spiegare, dare emozione, e far ragionare” su quello che è oggi effettivamente il lavoro in Italia, e in particolare a Genova. Istantanee in bianco e nero che variano dagli operai delle storiche fabbriche dell’acciaio nel Ponente ligure ai responsabili dell’acquario di Genova, dai vigili del fuoco ai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Ogni fotografia di Lucas coglie perfettamente l’importanza che la storia delle lavoratrici e dei lavoratori, nonostante il peso crescente del progresso tecnologico, assume nel nostro Paese. Prefazione di Susanna Camusso e contributi di Ivano Bosco e Luca Borzani.
Descrizione
In occasione dei 120 anni dalla nascita della Camera del Lavoro di Genova, il fotografo Uliano Lucas, autore di reportage che vanno dalla cronaca al documento politico e sociale, torna a “spiegare, dare emozione, e far ragionare” su quello che è oggi effettivamente il lavoro in Italia, e in particolare a Genova. Istantanee in bianco e nero che variano dagli operai delle storiche fabbriche dell’acciaio nel Ponente ligure ai responsabili dell’acquario di Genova, dai vigili del fuoco ai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Ogni fotografia di Lucas coglie perfettamente l’importanza che la storia delle lavoratrici e dei lavoratori, nonostante il peso crescente del progresso tecnologico, assume nel nostro Paese. Prefazione di Susanna Camusso e contributi di Ivano Bosco e Luca Borzani.
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01 giugno 2016
Un’istante per l’eternità: le emozioni del fotogiornalismo
Un affresco di grandi città e grandi teatri che hanno fatto da sfondo all’attività dei fotogiornalisti: è questo “Lo scatto umano, viaggio nel fotogiornalismo da
Budapest a New York, un viaggio a due voci in cui Emanuele Giordana
e Mario Dondero hanno illustrato la genesi e alcuni sviluppi di un’attività
così essenziale per l’informazione.
Nello scrivere questo libro Emanuele Giordana ha cercato di creare raccordi tra un racconto e l’altro di Mario Dondero e di mettere ordine alle conversazioni avute con lo
straordinario fotografo di origini genovesi sperando di alimentare l’interesse
per un mestiere in crisi. Il risultato non è, come si può pensare in un primo
momento, un manuale per diventare un buon fotogiornalista, né l’illustrazione
di tecniche particolari o il racconto dell’esperienza dei grandi nomi del
fotogiornalismo, che pur sono descritti con grande enfasi. È, piuttosto, un
racconto di emozioni, ricordi e personaggi, alcuni anche ignoti al grande
pubblico, che hanno passato la vita con una macchina fotografica al collo o
nella camera oscura.
Il volume, corredato nella parte finale, a cura di Malvina
Giordana, dalla biografia di dieci fotoreporter che hanno fatto la storia della
fotografia, presenta anche una serie di scatti che portano il lettore a
comprendere il contesto storico e sociale in cui i fotografi hanno lavorato. Il
libro è stato preceduto da un ciclo di trasmissioni condotto dagli autori di
Radio3, per cui Giordana lavora, dal titolo “Fotoreporter”.
“I primi fotoreporter e i primi creatori di agenzie avevano in comune tre cose: erano ungheresi, erano ebrei, erano di sinistra”. Il viaggio attraverso i meandri del fotogiornalismo non può, dunque, che iniziare da Budapest, punto di partenza di grandi
fotoreporter come Robert Capa, ma anche di mediatori per eccellenza tra il
mondo dei fotografi e il pianeta dell’editoria: i creatori delle prime agenzie
di distribuzione di immagini. Il percorso continua poi attraverso grandi centri
europei, come Parigi, Madrid, Londra, Praga, Mosca. Immancabile, ovviamente,
New York, dove già intorno agli anni Venti del Novecento i fotografi potevano
pubblicare ciò che in Europa sarebbe stato censurato.
L’autore non dedica alcun capitolo a un vero e proprio fotogiornalismo italiano, ma a sprazzi racconta di
un mestiere che ha faticato ad affermarsi. Dondero parla di un interesse per la
fotografia nato con l’esperienza di “Omnibus” di Leo Longanesi, ma che si è
subito affievolito a causa dell’irruzione della televisione nelle case degli
italiani. Racconta di un’idea servile della fotografia in Italia, nata
principalmente con scopi propagandistici e che in fin dei conti ha avuto pochi
spazi dedicati.
Mario Dondero ed Emanuele
Giordana conducono il lettore anche in un viaggio profondo su ciò che è il
mestiere del fotogiornalista. Un mestiere che propone al fotoreporter tre
opzioni: raccontare la verità, mentire su ciò che si vede raccontando una
contro verità oppure raccontare in modo così attenuato che non c’è più ombra di
denuncia. È un mestiere che prescinde dalla conoscenza tecnica, per il quale
l’unica scuola è la sperimentazione. “Sono la passione, l’impegno civile e la
curiosità che restano il grande motore. Diversamente, il fotogiornalismo è soltanto
una sequenza di scatti senz’anima”.
Mario Dondero non
nasconde, infine, una certa paura per il futuro del fotogiornalismo e, in
generale, della fotografia. Secondo lui la fotografia è diventata la sorella
povera della televisione, prima, e della tecnologia digitale, poi. Il
fotogiornalismo inteso nell’accezione tradizionale del termine è messo in crisi
dall’istantanea di un improvvisato reporter col telefonino, che batte tutti in
velocità. Dopo il massiccio trasferimento dei dati iniziato nel 1998, oggi gli
archivi sono tutti digitali. In pericolo ci sono quindi quei milioni di metri
di pellicola, quelle centinaia di migliaia di scatti che rischiano di
scomparire perché il loro proprietario non c’è più.
La speranza di ogni
lettore è che le fotografie di Mario Dondero non vengano dimenticate o perse
negli anfratti di qualche archivio. Dopo la sua scomparsa nel dicembre 2015, l’humanitas
di Dondero continuerà a vivere e pulsare attraverso i suoi scatti, che
raccontano la sua straordinaria onestà e un’apertura senza pregiudizi verso il
mondo.
Maila FalzoneMario Dondero - Emanuele Giordana
Lo scatto umano, viaggio nel fotogiornalismo da Budapest a New York
Roma-Bari, Editori Laterza, 2014, 139 pp.
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29 maggio 2016
In libreria
Giorgio Zanchini
Leggere, cosa e come
Il giornalismo e l'informazione culturale nell'era della rete
Donzelli, Roma, 2016, pp. 172.
Leggere, cosa e come
Il giornalismo e l'informazione culturale nell'era della rete
Donzelli, Roma, 2016, pp. 172.
Descrizione
Leggere, cosa e come è un’espressione che sino a un paio di decenni fa avrebbe stimolato riflessioni circoscrivibili a una tradizione ultrasecolare, centrata sul libro, i giornali e le riviste, la lettura di pagine cartacee. Con la rivoluzione digitale tutto è cambiato, le nostre vite stanno conoscendo una trasformazione profonda: il baricentro della nostra quotidianità sono diventati i dispositivi elettronici e gli schermi, l’accesso all’informazione è diretto, senza barriere né limiti temporali o di luogo. Il libro e il giornale non sono più gli unici architravi su cui poggia la trasmissione delle conoscenze. Si sta indebolendo sensibilmente – o almeno così pare – anche la mediazione, il ruolo di chi seleziona, certifica, mette ordine nell’accesso al sapere: tutto quel complesso di attività che critici, editori, giornalisti hanno esercitato per generazioni. Il saggio di Giorgio Zanchini, conduttore di fortunate trasmissioni di Radio Rai, tra cui Radio anch’io, descrive questi processi, esaminando il modo in cui si fa giornalismo oggi e passando in rassegna le pratiche attraverso le quali ci informiamo. E la sua analisi si allarga, fino a comprendere i modi in cui stanno cambiando la lettura, il libro, il mercato editoriale. Si arriva così al cuore della questione: come selezioniamo oggi un prodotto culturale? Come scegliamo un libro, un giornale, un sito, un percorso di accesso al sapere? Possiamo davvero fare a meno di qualcuno che ci aiuti a scegliere? E chi è in grado, oggi, di garantire qualità e prestigio?
Leggere, cosa e come è un’espressione che sino a un paio di decenni fa avrebbe stimolato riflessioni circoscrivibili a una tradizione ultrasecolare, centrata sul libro, i giornali e le riviste, la lettura di pagine cartacee. Con la rivoluzione digitale tutto è cambiato, le nostre vite stanno conoscendo una trasformazione profonda: il baricentro della nostra quotidianità sono diventati i dispositivi elettronici e gli schermi, l’accesso all’informazione è diretto, senza barriere né limiti temporali o di luogo. Il libro e il giornale non sono più gli unici architravi su cui poggia la trasmissione delle conoscenze. Si sta indebolendo sensibilmente – o almeno così pare – anche la mediazione, il ruolo di chi seleziona, certifica, mette ordine nell’accesso al sapere: tutto quel complesso di attività che critici, editori, giornalisti hanno esercitato per generazioni. Il saggio di Giorgio Zanchini, conduttore di fortunate trasmissioni di Radio Rai, tra cui Radio anch’io, descrive questi processi, esaminando il modo in cui si fa giornalismo oggi e passando in rassegna le pratiche attraverso le quali ci informiamo. E la sua analisi si allarga, fino a comprendere i modi in cui stanno cambiando la lettura, il libro, il mercato editoriale. Si arriva così al cuore della questione: come selezioniamo oggi un prodotto culturale? Come scegliamo un libro, un giornale, un sito, un percorso di accesso al sapere? Possiamo davvero fare a meno di qualcuno che ci aiuti a scegliere? E chi è in grado, oggi, di garantire qualità e prestigio?
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28 maggio 2016
In libreria
Enrico Menduni
Televisione e radio nel XXI secolo
Televisione e radio nel XXI secolo
Laterza, Bari-Roma, 2016, 248 pp.
Descrizione
Descrizione
La radio e la televisione non sono più le stesse dopo il passaggio definitivo al digitale e l'intreccio con la rete e i social network. Questo aggiornatissimo manuale offre uno sguardo tutto orientato al presente sui due grandi media contemporanei: palinsesti, format, programmi, audience, video on demand, Youtube e Facebook, rapporti con la società, strategie di produzione e distribuzione.
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Enrico Menduni
I linguaggi della radio e della televisione. Teorie, tecniche, formati
Laterza, Bari-Roma, 2016, 244 pp.
Descrizione
Audience, infotainment, qualità televisiva, reality show, TV digitale, web radio, multimedialità. In questo manuale il complesso delle culture, delle teorie e delle tecniche della radio e della TV, nell’intreccio con le tecnologie delle telecomunicazioni fino ai loro più recenti sviluppi, ai nuovi formati, alle tecnologie e piattaforme emergenti, ad Internet 2.0.
27 maggio 2016
In libreria
Luigi Bobbio - Franca Roncarolo (a
cura di)
I media e le politiche. Come i giornali raccontano le scelte che
riguardano la vita dei cittadini,
Il Mulino, Bologna, 2016, pp. 264.
Descrizione
Sappiamo che gli avvenimenti legati alla politica godono di una
larghissima copertura mediatica. Ma che cosa succede all’informazione sulle
politiche? Un cittadino che desideri tenersi informato attraverso i media è in
grado di capire la natura delle controversie che si sviluppano sul merito delle
scelte pubbliche e di rendersi conto se le politiche messe in opera hanno funzionato
oppure no? Due gruppi di ricerca, formati rispettivamente da analisti delle
politiche pubbliche e da studiosi della comunicazione politica hanno lavorato
insieme a un’indagine pionieristica su questo tema molto importante, ma finora
trascurato, confrontando i giornali italiani con quelli francesi e spagnoli e
comparando la copertura di politiche pubbliche su diversi ambiti di attualità
(mercato del lavoro, cittadinanza agli stranieri, energie rinnovabili). Il
quadro che emerge appare di grande interesse. I giornali italiani parlano delle
politiche in modo meno ampio, meno pluralistico e meno argomentato dei giornali
francesi e per lo più si limitano, a differenza dei giornali spagnoli, a
riferire le posizioni del mondo politico nazionale. In Italia l’attenzione
esorbitante per le dinamiche interne alla sfera politica (schieramenti,
alleanze, conflitti inter- e intra-partitici) tende infatti a soffocare
l’informazione sul merito delle politiche e a dare poco spazio agli argomenti
che sostengono o contrastano le proposte in discussione.
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24 maggio 2016
In libreria
Interventi di contrasto alla discriminazione e alla violenza sulle donne nella vita pubblica e privata. Un'analisi multidisciplinare
a cura di Arianna Pitino
Giappichelli, Torino, 2015, pp. XII+244.
Descrizione
I contributi raccolti in questo volume offrono una riflessione di taglio multidisciplinare – giuspubblicistico, storico e politico-sociale – sul tema delle discriminazioni e della violenza sulle donne nella vita pubblica e privata (lavoro, rappresentanza politica, relazioni familiari e affettive), con una particolare attenzione alle problematiche più rilevanti emerse di recente non solo nell’ordinamento italiano, ma anche in quello internazionale (CEDU) e dell’Unione europea. La ricerca è stata svolta grazie al finanziamento, da parte del Dipartimento di Scienze politiche (DI.S.PO.) dell’Università degli Studi di Genova, dell’omonimo Progetto di ricerca di Ateneo 2013-2015.
Indice
Il diritto e il genere della violenza (dal codice Rocco alla Convenzione di Istanbul (B. Pezzini). – I. L’ordinamento italiano. – I percorsi della parità di genere in Italia: voto, lavoro e protezione dalla violenza tra Costituzione, leggi ordinarie, giurisprudenza costituzionale e Unione europea (A. Pitino). – Una norma da leggere al femminile. L’art. 612 bis c.p. (Stalking) nell’evoluzione della giurisprudenza di legittimità (L. Carli). – Uguaglianza coniugale e unità familiare: (alcune) declinazioni di una “disparità giuridica”(P. Palermo). – Il principio di non discriminazione riguardo al cognome del coniuge e dei figli (P. Vipiana). – Il lavoro femminile tra regole di parità, discriminazione e mobbing (V. Cavanna). – Due di diritto. Differenza sessuale e cittadinanza (C. Giorgi, G. Bonacchi). – II. L’ordinamento internazionale e dell’Unione europea. – La donna nel diritto internazionale e dell’Unione europea: verso il superamento o la riaffermazione dei “tradizionali ruoli femminili”? (C. Danisi). – Il contributo dell’Unione europea alla tutela del “ruolo riproduttivo” della donna in ambito lavorativo (M. Parodi). – III. Donne, potere e rappresentanza politica. – Il progetto politico nella Lisistrata e nell’Ecclesiazuse di Aristofane: tra forma femminile e sostanza maschile (A. Catanzaro). – Parità di genere e legislazione elettorale (M. Cosulich). – La rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche elettive (A. Massa). – La leadership femminile: una comparazione (M. Morini). – Postfazione (V. Maione). – Notizie sugli Autori.
19 maggio 2016
In libreria
Luciano Santilli
Grammatica del giornalismo. Come si scrive per i media
goWare, Firenze, 2016, 304 pp. Ebook
goWare, Firenze, 2016, 304 pp. Ebook
Descrizione
Abbreviazioni, accenti, ausiliari, capoversi, controlli, concordanze, conferenze stampa, corsivi, costruzione delle frasi, dichiarazioni, didascalie, diffamazione, discorso diretto, frasi fatte, gergo, gossip, grafici, impaginazione, inizio e conclusione dell'articolo, indirizzi, internet, interviste, leggi sulla stampa, maiuscole, misure, musica, ndr, nomi e cognomi, nomi geografici, numeri, occhielli, ortografia, parolacce, plurali difficili, privacy, pubblicità, querela, rettifica, ripetizioni, scaletta dell'articolo, secondo capoverso, segreto professionale, sesso, sondaggi, stereotipi, sintassi, telefoni, url, verbali... e altre 1.000 voci per comunicare con chiarezza, concisione, eleganza su qualsiasi media, tradizionale e nuovo. Un libro di consultazione per chiunque voglia comunicare in modo professionale.
Abbreviazioni, accenti, ausiliari, capoversi, controlli, concordanze, conferenze stampa, corsivi, costruzione delle frasi, dichiarazioni, didascalie, diffamazione, discorso diretto, frasi fatte, gergo, gossip, grafici, impaginazione, inizio e conclusione dell'articolo, indirizzi, internet, interviste, leggi sulla stampa, maiuscole, misure, musica, ndr, nomi e cognomi, nomi geografici, numeri, occhielli, ortografia, parolacce, plurali difficili, privacy, pubblicità, querela, rettifica, ripetizioni, scaletta dell'articolo, secondo capoverso, segreto professionale, sesso, sondaggi, stereotipi, sintassi, telefoni, url, verbali... e altre 1.000 voci per comunicare con chiarezza, concisione, eleganza su qualsiasi media, tradizionale e nuovo. Un libro di consultazione per chiunque voglia comunicare in modo professionale.
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18 maggio 2016
Cattivo giornalismo
«Quel dannato servizio del TG1 aveva fatto danni irreparabili[…]. Il cattivo giornalismo sta proprio qui: nell’aver saputo condire ambiguamente e far coincidere, con cinica determinazione, il mio congedo con le accuse di aver commesso gravi reati». - Luciano Garofano
Spesso ci si dimentica del potere che hanno le parole, di quanto alcune affermazioni, specialmente quando non sono vere, possano fare male, di quanto una notizia non fondata possa provocare sofferenza e dolore. Questo è quello che emerge dall’amara testimonianza del Generale Luciano Garofano e che fa da prologo al libro del criminologo Vincenzo Maria Mastronardi. In queste pagine l’ex comandante del RIS di Parma si sofferma a spiegare lo stato d’animo e le sensazioni provate quando uscì la notizia che era stato indagato per truffa, peculato e falso ideologico, definendosi travolto da un vero e proprio "tsunami" aggravato dal fatto che il pezzo era firmato da Luca Ponzi, giornalista con il quale aveva rapporti di grande collaborazione.
Un episodio di cui, suo malgrado, si è visto protagonista l’autore, diventa il tema principale di Mass media e fango. I clamorosi falsi giornalistici delle più note testate nazionali e l’occasione per denunciare le denigrazioni e le deformazioni giornalistiche.
Mastronardi pone l’accento sugli effetti e sulle conseguenze che tali affermazioni posso avere sulle persone, sui danni d’immagine creati e spesso irreversibili, puntando il dito contro chi fa del "cattivo giornalismo" finendo con lo screditare anche la "parte buona" della categoria. La vicenda cui fa riferimento l’autore è quella dell’ormai famosa Lectio Magistralis sul panico presso l’Università "La Sapienza" di Roma, lezione che avrebbe dovuto tenere il Comandante Schettino. Questa notizia, "figlia" del cosiddetto Caso Schettino che tanto spazio aveva trovato e ancora oggi trova nei giornali e in televisione, è una bufala, creata ad arte sapendo di suscitare indignazione, ma che, allo stesso tempo, è stata il mezzo per denigrare una personalità del calibro di Mastronardi che, è bene ricordarlo, è uno dei più conosciuti criminologi italiani di fama internazionale.
L’autore, successivamente, illustra al lettore le varie strategie di amplificazione e deformazione della notizia, inserendo capitoli dai titoli eloquenti come "Il decalogo del giornalista perverso" o "Consigli per i giornalisti. Le dieci regole per distruggere un avversario politico o un antagonista".
Tra i casi presi in esame dal criminologo, vi è anche la famosa "vicenda Boffo", all’epoca direttore dell’Avvenire nei confronti del quale, Vittorio Feltri, editorialista ed ex direttore de Il Giornale, sembra aver applicato il primo comandamento del decalogo sopraccitato: "Non controllare mai la verità dei fatti, potrebbe nuocere al sensazionalismo"
Ma non solo; come riportato nel sottotitolo, vengono anche riportati i clamorosi falsi giornalistici delle più note testate nazionali, mentre Piero Laporta, Capo di Stato Maggiore, è l’autore di un capitolo nel quale vengono esaminati esempi di manipolazione di notizie legate al mondo politico.
Una parte importante del volume è dedicata alla componente psicologica del problema; Mastronardi analizza gli effetti negativi che la massa può esercitare nei confronti del singolo e viceversa, partendo dalle cosiddette "PSYOP", le operazioni piscologiche militari di manipolazione delle notizie, fino ad arrivare al "lavaggio del cervello" e allo strumento della propaganda.
Gli ultimi capitoli, infine, trattano dell’etica, della deontologia e della giurisprudenza riguardante la materia giornalistica.
Nicole Bellini
Vincenzo Maria Mastronardi
Mass media e fango.
I clamorosi falsi giornalistici delle più note testate nazionali
Armando Editore, Roma, 2015, 224 pp.
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