Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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07 marzo 2014

Capire l’Ucraina




Nelle scorse settimane i media ci hanno mostrato le tragiche immagini dell’eroica resistenza del popolo di “Maidan”, la guerriglia per le strade di Kiev e quindi la vittoria della piazza coronata dalla liberazione della Tymoshenko e dalla formazione di un nuovo esecutivo ad interim.
Mentre a Kiev e nell’Ucraina occidentale si festeggiava e venivano glorificati gli eroi di Piazza Indipendenza, nelle regioni orientali gli stessi erano visti da molte persone come potenziali neo-nazisti e la loro vittoria come una colpo di stato sostenuto dall’occidente.

La cancellazione di alcune leggi volute da Yanukovych che consentivano a ciascuna regione di adottare una lingua diversa da quella ufficiale (nel caso specifico il russo) oltre ai timori della popolazione relativi all’affermarsi di forze estremiste anti – russe, ha fatto aumentare la tensione e dato pretesto alla Russia di erigersi a difesa dei russi (e russofoni) presenti in gran numero nell’Ucraina orientale e soprattutto nella Repubblica autonoma di Crimea.
Tutto questo ha portato alla situazione attuale che vede da una parte la Crimea occupata da forze russe sostenute da ampi strati di popolazione e dall’altra l’affermarsi di movimenti secessionisti filo- russi in regioni orientali quali ad esempio il Donbass.

Gli accadimenti degli ultimi mesi possono essere meglio compresi analizzando la struttura etnico – linguistica del Paese che, dalla sua indipendenza, ne ha condizionato le scelte politiche e in particolare la sua “non collocazione” tra l’UE e Mosca.
Per anni la strategia “vincente” (obbligata) è stata proprio quella di non decidere  ovvero di mantenere accesa la speranza europea senza pregiudicare i rapporti con la Federazione Russa.

Nazionalità e lingue

I dati fanno riferimento all’ultimo censimento ufficiale avvenuto nel 2001. Il nuovo censimento dovrebbe aver luogo nel 2016.

Persone di nazionalità russa

In Crimea i russi in Crimea sono la maggioranza, quasi il 60% della popolazione residente nel 2001. Questi dati uniti alla posizione strategica della penisola (sede della flotta russa sul Mar Nero), spiegano abbastanza bene il perché dell’invasione e il supporto che i militari hanno ricevuto dalla popolazione locale. I russi sono presenti in buon numero anche nel Donbass (la regione di Donetsk), nella regione di Lugansk al confine con la Russia e in generale, anche se in numero inferiore, nelle restanti regioni sud-orientali.

Ucraini russofoni

I dati sui cittadini ucraini (non russi) madrelingua russa integrano quanto già detto: il sud –est e la Crimea si attestano come aree essenzialmente russofone.
La lingua ufficiale resta l’ucraino ma le conversazioni informali (e non solo) avvengono in lingua russa.

Andamento elettorale

Comparazione del voto tra:

  1. ·        3 regioni occidentali: Lviv, Ivano-Frankivsk e Ternopil
  2. ·        3 “regioni” sud-orientali: Crimea, Donbass e Luhansk
     
    Confrontando i risultati delle ultime due elezioni presidenziali che hanno visto Yanukovych contendere la presidenza dapprima a Yushenko nel 2004 e poi nel 2010 alla Tymoshenko.
     Nel 2004 vinse Yushenko (Rivoluzione arancione).
    Nel 2010 si affermò Yanukovych (la Tymoshenko pochi mesi dopo fu incriminata per la questione relativa ai contratti sulle forniture di gas).
     
    Lviv, Ternopil e Ivano-Frankivsk

Anni
voto
Ternopil
Lviv
Ivano-Frankivsk
2004
Yushenko
96.03%
93.74%
95.72%
2010
Tymoshenko
88.39%
86.20%
88.89%

Fonte: Elaborazioni personali dati ЦВК

  

Donetsk, Luhansk e Repubblica Autonoma di Crimea


Anni
voto
Donetsk
Luhansk
Crimea
2004
Yanukovych
93.54%
91.24%
81.26%
2010
Yanukovych
90.44%
88.96%
78.24%

Fonte: Elaborazioni personali dati ЦВК

 

Le differenze culturali, storiche e linguistiche che caratterizzano l’Ucraina hanno trovato regolare manifestazione nelle varie tornate elettorali.
I risultati, della cui genuinità non si può essere certi (possibili brogli), mostrano come negli ultimi anni, ma anche in passato, il presidente eletto non sia quasi mai stato il “presidente di tutti” ma il presidente voluto solo da una parte del paese.
Il futuro dell’Ucraina tra Russia ed Europa
In una situazione come quella sopra descritta è assai difficile per un governo, sia esso filo russo o europeista, fare delle scelte di politica estera accettate dall’intera nazione.
Gli ucraini, sono divisi sul futuro del paese. Ad est si tende a preferire una più stretta collaborazione con la Federazione Russa, magari aderendo all’Unione doganale, mentre ad ovest il desiderio europeista rimane molto forte.
Il paese tutto dipende a livello politico ed economico da Mosca. La Russia controlla l’economia ucraina con la leva del gas e può, come accaduto in questi giorni, usare la popolazione russa o russofona per giustificare un suo intervento all’interno del paese qualora il governo di Kiev prenda decisioni a lei non gradite.
Il futuro dell’Ucraina dipenderà molto dall’abilità della sua classe governante di trovare un accordo sostenibile con Mosca. Uno strappo totale con il grande fratello russo, anche con un forte sostegno economico da parte dell’UE, rischia di mettere in forte discussione la stessa integrità territoriale del paese.

Gabriele Rovereto

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05 marzo 2014

Dal Braille al Web



Corso di laurea magistrale interdipartimentale
in Informazione ed Editoria

Venerdì 7 marzo ore 15.30
Palazzo di via Balbi 2 - Aula 6
Tavola rotonda
Informazione, Editoria e accessibilità
Dal Braille al Web
 

organizzata dal corso di laurea magistrale in Informazione ed Editoria e dall’'Unione Italiana Ciechi e ipovedenti - sezione di Genova.  Parteciperanno: Emanuela di Pasqua, giornalista; Paolo Macrì, editore e docente di Informazione multimediale Integrata; Eugenio Saltarel, presidente sezione Genova UIC.

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03 marzo 2014

In libreria

Bernardo  Cervellera ( a cura di)
Asia: la sfida del terzo millennio. I dieci anni di AsiaNews
Siena, Cantagalli, 2014, 216 pp.
Descrizione

Oggi l'Asia ci sfida con le sue culture, le sue religioni, le sue sproporzioni, con la sua forte potenza economica in mezzo a molta povertà. Nel tracciare un grande affresco di luci e ombre di quello che è stato definito il "secolo asiatico", il volume pubblicato in occasione dell'anniversario dalla fondazione dell'Agenzia giornalistica AsiaNews ripercorre le tappe attraverso cui le pagine web di AsiaNews sono divenute sempre più una fonte indispensabile di informazione sulla vita sociale, politica, economica e religiosa in Asia. Con il messaggio di Papa Francesco ad AsiaNews.

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01 marzo 2014

La forza delle parole

«Quando io uso una parola - disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante - essa significa esattamente quello che decido io ... né più né meno.» «Bisogna vedere - rispose Alice - se lei può dare tanti significati diversi alle parole.» «Bisogna vedere - replicò Humpty Dumpty, - chi è che comanda... ecco tutto». 
Lewis Carrol1, Alice Attraverso lo specchio

 
«Steinlauf mi vede e mi saluta, e senza ambagi mi domanda severamente perché non mi lavo. Perché dovrei lavarmi? starei forse meglio di quanto sto? [...] Più ci penso, e più mi pare che lavarsi la faccia nelle nostre condizioni sia una faccenda insulsa, addirittura frivola: un’abitudine meccanica, o peggio, una lugubre ripetizione di un rito estinto. Morremo tutti o stiamo per morire: se mi avanzano dieci minuti fra la sveglia e il lavoro, voglio dedicarli ad altro, chiudermi in me stesso, a tirare le somme, o magari a guardare il cielo e a pensare che lo vedo forse per l’ultima volta; [...] appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso ».
Primo Levi, Se questo è un uomo

 

«Hope -- hope is what led me here today. With a father from Kenya, a mother from Kansas and a story that could only happen in the United States of America. Hope is the bedrock of this nation. The belief that our destiny will not be written for us, but by us, by all those men and women who are not content to settle for the world as it is, who have the courage to remake the world as it should be». - Barack Obama




Ho scelto di fare una tesina sul libro La manomissione delle parole di  Gianrico Carofiglio perché l’ho trovato  pulito, liscio, semplice, diretto e conclusivo. Un libro che ho letto in un periodo della mia vita in cui, credo, ho saputo recepirne pienamente la lezione. Un libro che mi è stato regalato dopo essere stata eletta consigliere comunale nel Comune della mia città: Massa Carrara. Un saggio che è arrivato tra le mie mani dopo "Indignez Vous!" del quasi centenario Stéphane Hessel, e dopo Ribelliamoci, l’alternativa va costruita della meravigliosa Luciana Castellina.
Il libro di Carofiglio si divide in due parti, la prima, che è anche quella che dà il titolo al volume, è lo sviluppo di una conversazione che l’autore ha avuto al Salone del Libro di Torino nel 2009. La seconda (Le parole del Diritto) rappresenta la rielaborazione di un dialogo tra Carofiglio ed un suo amico.
L'autore definisce il libro un saggio, ma lo chiama anche "antologia anarchica", dove si cerca il senso anche e soprattutto grazie alle parole di altri personaggi: Hannah Arendt, don Milani, Bob Dylan, Aristotele, Bob Marley, Primo Levi, Goethe, Gramsci… I capitoli sono uniti tra loro da un itinerario concettuale, ma il testo si può leggere anche senza seguire l’ordine delle pagine. Inoltre, nel finale, ci sono delle utilissime note curate da Margherita Losacco (docente di filosofia all’Università di Padova).
Quindi  è un saggio sul linguaggio e sulle parole e sull’uso che oggi si fa di entrambi.
Le parole ovviamente servono per comunicare, per raccontare e raccontarsi, ma possono servire anche per cambiare il senso delle cose, il senso della realtà.
Quando non si da più importanza alle parole che vengono utilizzate, quando il linguaggio diventa povero nel lessico e nel contenuto, c’è sempre una perdita di senso.
A questo punto è vitale restituire alle parole la loro forza originaria, donargli dignità e prestare attenzione a come si parla e a quel che si dice. Questo non significa soltanto usare correttamente il congiuntivo, significa più profondamente, rendere nuovamente le parole aderenti alle cose : dare al significante il suo migliore significato.
Rosa Luxemburg ci insegna che chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario, e personalmente credo che in questo preciso periodo storico, sociale e culturale, ci sia bisogno di rivoluzione, anche nel senso stretto del termine (rivoluzióne s. f. [dal lat. tardo revolutio-onis «rivolgimento, ritorno», der. di revolvĕre: v. rivolgere].
Gianrico Carofiglio ha scelto di soffermarsi su cinque parole: vergogna, giustizia, ribellione, bellezza e scelta.
Interessante è anche una sesta parole, quella presente nel titolo: manomissione. Manomissione è una parola che ha due significati. Il primo è quello di alterazione, violazione, danneggiamento. Il secondo, che ignoravo fino alla lettura del libro, deriva dall’antico romano: liberazione, riscatto, emancipazione (con il termine manomissione ci si riferiva alla cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato!).
Riflettere sulla parola vergogna, oggi è necessario. Viviamo in un paese dove è diventato quasi vergognoso vergognarsi. Niente di più sbagliato. Provare vergogna rappresenta è un segnale da ascoltare per non intaccare la nostra etica personale. Al lato opposto della vergogna troviamo l’onore e la dignità, parola quest’ultima che io credo debba essere inserita nell’alfabeto di ogni essere umano. Il sentimento della vergogna può aiutarci a migliorare.
Giustizia è una parola che sinceramente andrebbe rimodellata dal principio. Se ci pensiamo bene, chi non prova vergogna spesso non è nemmeno ben rivolto alla giustizia. La giustizia però va di pari passo con il nomos, con la legge, che è il fondamento stesso della democrazia. In molti si dimenticano purtroppo il principio di eguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge enunciato dall’art.3 della nostra Costituzione. Una giustizia come uguaglianza, come equa ripartizione dei beni, come abolizione di ogni forma di sfruttamento. Zeus, dona agli uomini Dike, la giustizia terrena: principi ordinatori di città e legami produttivi di amicizia senza i quali non esisterebbe la politica.
Ribellione invece è una parola che evoca la violenza fisica, il capovolgimento delle cose. Ma il contrario della parola ribellione qual è? Troviamo repressione, obbedienza, rassegnazione e secondo Carofiglio anche tirannia. Ribellione in opposizione all’obbedienza quindi. Ribellione come responsabilità, autonomia , come rimedio contro la bruttezza, l’umiliazione e la perdita di dignità. Ribellarsi è un diritto, dobbiamo farlo sempre e in qualsiasi settore.
Bellezza ha dentro di se un mondo. Secondo Camus, persino le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza. Una bellezza pura, una bellezza delle cose; non un ornamento, ma una forma di salvezza e insieme una categoria morale. "Il bene assoluto, nelle sue forme più antiche era composto inseparabilmente da giustizia e bellezza" ci dice Luigi Zoja. Bellezza estetica e bellezza etica, contro lo squallore.
Infine la parola scelta. Una parola che a me fa una paura terribile. Curioso notare che la parola scelta ha molti sinonimi ma nessun contrario. Un termine molto simile per etimologia alla parola dire (raccontare). Scelta significa anche fare un progetto, promettere, andare verso il futuro, e per capire ancora con più forza l’ importanza del significato di questa parola, possiamo semplicemente pensare a chi nella vita non ha possibilità di scegliere o ancora soffermarci sulla scelta dei senza scelta. Scelta può inoltre essere termine che lega gli altri analizzati in precedenza: scelta può essere ribellione non violenta, scelta può essere la ricerca della giustizia, scelta può essere la pratica etica della bellezza e ancora la salvezza dalla vergogna. La scelta è fondamentalmente l’unica grande ricchezza che ci rimane quando abbiamo perduto tutto, quindi ogni giorno dovremmo ringraziare per poter, nelle piccole e grandi questioni del mondo, aver a che fare con questo termine.
Questo libro, anche adesso che ne sto scrivendo un semplice riassunto personale, mi da forti emozioni. Ho 31 anni, mi definisco "una diversamente occupata"; sono stata sommersa, come gran parte dei miei coetanei, da quest’ondata di crisi e di precarietà. Una precarietà che ci dona il superfluo ma che ci fa guardare al futuro un mese alla volta, un contratto determinato alla volta. Una situazione che banalmente, mi fa provare vergogna, mi fa venire sete di giustizia, mi fa avere ancora la forza di scendere in piazza a ribellarmi, senza però perdere la bellezza della quotidianità e la consapevolezza che il mio scegliere giorno per giorno la persona che voglio essere non me lo può togliere nessuno.
Per non uscire troppo dal contesto, termino ricordando l’espressione del filosofo francese Brice Parain: torniamo a rendere le parole delle "pistole cariche".
Elena Mosti



Gianrico Carofiglio
La manomissione delle parole
Milano, Rizzoli, 2010
Carofiglio, è nato Bari il 30 maggio 1961 ed è magistrato, scrittore e politico.

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27 febbraio 2014

Premio tesi di laurea



Venerdì 28 febbraio, alle 10,30, nell’Aula magna della Scuola di Scienze Umanistiche, via Balbi 2, a Genova, sarà consegnato il premio "Borsa di Studio Franco Mamone", promosso da Assomusica, Associazione organizzatori e produttori di spettacoli di musica dal vivo, alla dott. Debora Fugazzi, autrice della tesi "La controcultura editoriale in Italia tra anni '60 e anni ‘70" per il corso di laurea magistrale in Informazione ed Editoria dell’Università degli studi di Genova.
Saranno presenti Mirella Pasini, coordinatrice del corso di laurea magistrale in Informazione ed Editoria, Lorenzo Coveri, professore di Italianistica, Mario Bottaro, docente di Teorie e Tecniche del linguaggio giornalistico e relatore della tesi, Vincenzo Spera, presidente nazionale dell’associazione Assomusica, Fulvio De Rosa, Stefano Senardi e Renato Tortarolo, componenti del comitato scientifico costituito da specialisti nei vari ambiti, che svolge il ruolo di giuria del premio. La borsa di studio è intitolata a Franco Mamome, il più importante organizzatore di concerti in Italia, assai apprezzato in ambito  internazionale. Il premio sarà consegnato da sua figlia Gaia Mamome.
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22 febbraio 2014

La scuola ci salverà

Cari ragazzi di quinta
Abbiamo camminato insieme per cinque anni. Per cinque anni abbiamo cercato, insieme, di godere la vita; e per goderla abbiamo cercato di conoscerla, di scoprirne alcuni segreti. Abbiamo cercato di capire questo nostro magnifico e stranissimo mondo non solo vedendone i lati migliori, ma infilando le dita nelle sue piaghe, infilandole fino in fondo perché volevamo capire se era possibile fare qualcosa, insieme, per sanare le piaghe e rendere il mondo migliore. Abbiamo cercato di vivere insieme nel modo più felice possibile. È vero che non sempre è stato così, ma ci abbiamo messo tutta la nostra buona volontà. E in fondo in fondo siamo stati felici. Abbiamo vissuto insieme cinque anni sereni (anche quando borbottavamo) e per cinque anni ci siamo sentiti “sangue dello stesso sangue”. Ora dobbiamo salutarci. Io devo salutarvi. Spero che abbiate capito quel che ho cercato sempre di farvi comprendere: non rinunciate mai, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, ad esser voi stessi. Siate sempre padroni del vostro senso critico, e niente potrà farvi sottomettere. Vi auguro che nessuno mai possa plagiarvi o “addomesticare” come vorrebbe. Ora le nostre strade si dividono. Io riprendo il mio consueto viottolo pieno di gioie e di tante mortificazioni, di parole e di fatti, un viottolo che sembra sempre identico e non lo è mai. Voi proseguite e la vostra strada è ampia, immensa, luminosa. E’ vero che mi dispiace non essere con voi, brontolando, bestemmiando, imprecando; ma solo perché vorrei essere al vostro fianco per darvi una mano al momento necessario. D’altra parte voi non ne avete bisogno. Siete capaci di camminare da soli e a testa alta, perché nessuno di voi è incapace di farlo. Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete, nessuno potrà mai distruggervi, se voi non volete. Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello sempre in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, onestà, e ancora onestà, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo, e voi dovere ridarla; e intelligenza, e ancora intelligenza, e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa sempre riuscire ad amare, e… amore, amore. Se vi posso dare un comando, eccolo: questo io voglio. Realizzate tutto ciò, ed io sarò sempre in voi, con voi. E ricordatevi: io rimango qui, al solito posto. Ma se qualcuno, qualcosa, vorrà distruggere la vostra libertà, la vostra generosità, la vostra intelligenza, io sono qui, pronto a lottare con voi, pronto a riprendere il cammino insieme, perché voi siete parte di me, e io di voi. Ciao.
Alberto Manzi
1976

16 febbraio 2014

Migranti in fotografia


Quando si parla del fenomeno delle immigrazioni straniere in Italia, a cosa si pensa? È proprio questo l’oggetto della ricerca portata avanti dagli autori del testo, per conto del FIERI (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione), che analizzano in modo organico e sistematico circa 30 anni dell’immaginario collettivo creato dalle rappresentazioni fotogiornalistiche di questo fenomeno di massa. La ricerca esamina gli impaginati di alcune tra le più diffuse testate di stampa periodica italiana, suddivisa in settimanali di attualità (Panorama e L’Espresso), d’informazione (Famiglia Cristiana ed Epoca) e magazine (Sette del Corriere della Sera e Il Venerdì di Repubblica), non limitandosi a una raccolta delle immagini ma anche del loro rapporto con gli elementi paratestuali, quindi la coerenza tra il contenuto delle fotografie e gli elementi di testo come titoli, occhielli e didascalie, approccio che ha pochi precedenti in Italia. Un’altra caratteristica innovativa, ai fini di questa ricerca, è la scelta di un metodo multidisciplinare che va dalla sociologia alla storia dei media, del giornalismo e delle migrazioni, dai visual studies all’antropologia e alla semiotica, riuscendo così a dare un quadro completo di tutti gli aspetti riguardanti la costruzione dell’immaginario dei lettori a proposito di un tema che, a partire dagli anni ’80 fino ai giorni nostri, ha occupato le redazioni dei media.

Andando ora nello specifico, i curatori di questo testo si sono occupati nei primi tre capitoli di presentare tutti i dati concernenti servizi pubblicati dai periodici sopracitati riguardo agli stranieri, che per diversi motivi si sono ritrovati a soggiornare in Italia, lungo un arco temporale che va dal 1980 al 2007. Non sono però partiti dall’analisi diretta degli impaginati, bensì da quella del mercato della fotografia in Italia, delle forme di scambio di molti fotogiornalisti professionisti con le redazioni (che in Italia non hanno fotografi interni); dalle loro interviste emerge che le immagini hanno spesso per i media italiani il compito di illustrare, e non informare o documentare, gli eventi e i temi cui si riferiscono i testi. A questo proposito è interessante introdurre il concetto di framing (da frame, cornice di senso): i servizi giornalistici scelgono il tema da approfondire, secondo le leggi del mercato dell’informazione, le immagini sono poi scelte in base all’interpretazione, frame, che si vuole dare rispetto all’argomento o evento, creando spesso degli stereotipi che vengono riproposti, in maniera minore o maggiore secondo la linea editoriale della testata, da tutti periodici qui presi in considerazione. Riguardo all’immigrazione in Italia emergono i seguenti frame: sicurezza, razzismo, presenze e arrivi, religione, cultura e integrazione, azione politica; secondo l’interpretazione che si vuole dare ai testi attraverso le immagini, che hanno un forte ruolo nella costruzione di un messaggio, nascono poi i diversi stereotipi sull’immigrato, che lo etichettano ma non ci informano realmente sui motivi del suo arrivo, sulla sua condizione di persona, sulla sua storia, e sono: il clandestino, l’ambulante o vu cumprà, il lavoratore sfruttato dagli italiani, lo straniero che “ce l’ha fatta”, il criminale, l’invasore, i fanatici religiosi, la prostituzione, ma anche le “etnie buone” (indiani e filippini). Un altro dato che voglio sottolineare è che la personalizzazione dell’immigrato avviene solo in quei rari servizi dedicati agli stranieri che hanno avuto successo in Italia, rappresentati con bei vestiti, cellulari, sorridenti e quindi distinti nettamente dai “miserabili” che invadono le nostre coste sui barconi. A mio parere la forza delle immagini fotografiche potrebbe aiutare a non avere paura dell’altro, a non etichettarlo, isolandolo in una condizione comune a tutti gli stranieri, cercando invece di avvicinarlo, di conoscerlo e cercare di comprendere la sua diversità come risorsa e non come minaccia.
Valeria Piazzi

L. Gariglio, A. Pogliano, R. Zanini (a cura di),
Facce da straniero. 30 anni di fotografia e giornalismo sull’immigrazione in Italia 
Milano, Bruno Mondadori, 2010, 274 pp.

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15 febbraio 2014

Funzione espressiva delle immagini


L’autore del libro Comunicare con le immagini, Carlo Branzaglia, ci immerge in una specifica analisi di tutto ciò che comprende le immagini dove regole e convenzioni sono d’obbligo. “Per immagini intendiamo le forme provenienti dai più disparati settori disciplinari: dall’arte del fumetto, dal design di prodotto all’architettura, dal graphic design alla pubblicità”.
In un percorso tecnico e teorico, l’autore analizza le modalità percettive delle visione per passare alle iconografie, incrociare i simboli e concludere nelle caratteristiche distintive degli stili. In questo percorso, diversi sono gli studi citati: la psicologia della Gestald, la teoria della rappresentazione, gli studi di iconologia, la semiologia, i sistemi grafici e la fenomenologia degli stili.
Come si può capire dai concetti sopra citati, è un libro dalla lettura impegnativa e rivolto essenzialmente agli “addetti ai lavori”. Ogni concetto rimanda ad altre teorie e molte di queste sono espresse in un linguaggio difficile e fumoso. l titolo Comunicare con le immagini,  a mio parere, è poco azzeccato in quanto la comunicazione del libro è incentrata su concetti da sviscerare e non sulle immagini, che sono poche ed in formato ridotto.
Interessante, dal mio punto di vista, la citazione degli esempi pratici ed applicativi delle teorie. Nella teoria del simbolismo del colore, ad esempio, si spiega come all’interno delle diverse culture le preferenze cromatiche siano legate a stereotipi culturali dei vari popoli. L’esempio citato è il colore rosso: nella nostra cultura esso è associato all’amore e al pericolo. Questo colore è dotato della frequenza più alta nel nostro spettro ottico, colpisce con un certo impatto l’occhio umano e provoca una stimolazione che induce a un aumento del battito cardiaco e della circolazione sanguinea. Esso determina quindi, nel nostro fisico, una sensazione di calore.
Un altro esempio centrale è l’analisi dei simboli. La comunicazione, fin dal passato si basa su questi. I concetti espressi riguardano lo sfruttamento del significato che il simbolo si porta per un soggetto “altro” e la selezione del simbolo più appropriato per ciò che si intende comunicare. I marchi commerciali sono dei simboli che servono per comunicare determinate informazioni e determinati valori. Il simbolo è codificato ed appartiene a un codice generato dalla nostra società. Per esempio l’aquila, che porta con sé il significato di potenza e regalità, è l’emblema di famiglie nobiliari (gli Asburgo), di stati (gli U.S.A) e di marchi commerciali stilizzati (Armani e Fernet Branca).
Il libro si conclude con un capitolo sugli stili, partendo sempre dall’analisi di approcci teorici per sfociare in esempi pratici. Il rapporto tra questioni stilistiche e questioni commerciali è centrale. Questo riguarda la necessità di dare un imput al cliente, lanciando mode e di definire l’approccio delle imprese. Sono molte le imprese che, oggi, inventano un proprio stile fatto di un particolare taglio cromatico, di un determinato approccio fotografico e di un modo preciso di proporsi nella comunicazione visiva.
Concludendo, le immagini hanno questa meravigliosa capacità di trasmettere informazioni e scatenare emozioni in un linguaggio completamente universale. Non dobbiamo però dimenticare, che esse sono legate a regole e convenzioni d’uso, con significati che si sono codificati nel tempo. Il libro ci vuole fare riflettere su questo, e per chi vuole approfondire i concetti sopra citati, non sarà certo deluso dalla cospicua bibliografia delle ultime pagine.

Teresa Rosatto

 
Carlo Branzaglia
Comunicare con le immagini
Milano, Bruno Mondadori, 2011, 168 pp. (prima ed. 2003).


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14 febbraio 2014

Una guida pratica per capire i media digitali



Il testo di Arvisson e Delfanti, Introduzione ai media digitali, si propone, come un manuale in grado di esaminare alcuni temi riguardanti i nuovi media digitali. Nella premessa degli stessi autori troviamo la ragione per cui è importante questa riflessione: “Fornire strumenti affinché i media digitali, internet e più in generale la società dell’ informazione non siano interpretati in un vuoto storico e secondo la semplice esperienza quotidiana individuale” (p. 8).
Alcuni dei temi trattati sono la “Globalizzazione”; la “ Cooperazione sociale online”; i “Media sociali”; Le economie dell’informazione.
Il libro è strutturato in modo schematico, per favorirne la consultazione, in ogni capitolo (sei in tutto) vi sono degli approfondimenti su temi di attualità (“quadri”). Nei quadri, Arvidsson e Delfanti ripropongono alcuni fatti di cronaca resi noti al pubblico, pratici esempi di come la teoria sul digitale da loro esposta ci si riproponga anche a livello globale quotidianamente. Alcuni di questi temi sono: “Wikileaks”, “la primavera araba”, “la ricerca sociale nei media”, fatti e argomenti di cui a volte è difficile capirne, sia da parte degli addetti all’informazione, che del pubblico, la particolare natura e carica di attualità, avendo mediamente un bagaglio di conoscenza sul digitale poco approfondito, nonostante l’uso quotidiano degli strumenti digitali.
Da una breve storia dell’informatica, ad alcuni temi sopra citati, gli autori ci pongono anche all’attenzione di problematiche di natura antropologica, ad esempio sulla distribuzione dei media digitali, e di come questa distribuzione possa contribuire, o meno, allo sviluppo di economie e società contemporanee, ponendoci all’ attenzione del fatto che tecnologie che diamo per ovvie non sono distribuite in modo eterogeneo in tutti i paesi del mondo, e non solo, anche sul territorio nazionale, dove si trova un divario nella diffusione dei media tra nord e sud.
Inoltre nel corso di tutta la lettura gli autori espongono più tesi, spesso antitetiche, dove si contrappongono visioni di “apocalittici” e “integrati”, proponendoci di capire e approfondire la conoscenza sui new media con uno spirito critico, scisso da sentimenti “apocalittici” di chi vede la nuova tecnologia come il male, e chi ne ha invece una visione utopica estremamente ottimista, considerando il più possibile l’evoluzione tecnologica all’ interno di una dimensione di cambiamento storico.
Annalisa Dassori Iannuzzi

Adam Arvidsson -  Alessandro Delfanti
Introduzione ai media digitali
Bologna, Il Mulino, 2013, 144 pp.
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09 febbraio 2014

Napoleone, stratega della comunicazione


A quasi 200 anni dalla sua scomparsa, la figura di Napoleone Bonaparte continua ad affascinare e a far parlare di sé. Sull'epopea del corso sono state scritte innumerevoli opere, dedicate a quello che fu certamente un grande generale, un impareggiabile stratega militare e politico, ma anche un tiranno senza scrupoli, disposto a tutto pur di mantenere il potere. Eppure per Roberto Race, giornalista e consulente in comunicazione e public affairs, Napoleone è stato molto di più: un eccezionale comunicatore, uno stratega del marketing di se stesso, in grado di promuovere come nessun altro la propria immagine all'interno e all'esterno della Francia. Un uomo capace di uscire dall'oblio in cui era stato rilegato dalle potenze avversarie e di imprimere il proprio marchio indelebile nella storia, attraverso quel capolavoro comunicativo rappresentato dal Memoriale di Sant'Elena, uno dei più grandi successi editoriali del XIX secolo, l'ultima grande vittoria dell'Imperatore.
Nel suo Napoleone il comunicatore. Passare alla storia non solo con le armi, l'autore ripercorre le tappe principali della vita del francese, dalla prima campagna d'Italia del 1796, all'incoronazione a imperatore alla presenza di papa Pio VII, fino alla sconfitta di Waterloo e al successivo esilio a Sant'Elena, ma lo fa da una prospettiva completamente nuova, mostrando come nell'ascesa (e caduta) del corso la comunicazione abbia rivestito un ruolo fondamentale. Race accompagna il lettore alla scoperta di un Napoleone inedito, consapevole, fin da subito, che la chiave per mantenere il potere è il consenso. Quello che conta è ergersi a modello, mostrarsi come l'unico in grado di guidare un esercito o una nazione. L'Empereur non spartisce il potere con nessuno, è il dominus unico, e tuttavia quello che il popolo o le truppe si trovano davanti non è un despota, un sovrano nel senso letterale del termine. Per raggiungere un simile risultato il francese si serve della stampa, dell'arte, dei Bollettini di Guerra, ma anche di tecniche più sofisticate e innovative, come il merchandising e la propaganda.
Dalle pagine del libro emerge la figura di un leader politico scaltro, che ha capito prima di tutti l'importanza dell'opinione pubblica. Napoleone inventa la figura del moderno capo di Stato, ma se la situazione lo richiede è in grado di agire da "populista": parla alla pancia delle persone, dice loro quello che vogliono sentirsi dire, riesce a presentarsi come l'eroe della rivoluzione nello stesso momento in cui, con il colpo di stato del 18 brumaio, vi pone definitivamente fine, imponendo una svolta autoritaria alla Francia e preparandosi a porre l'Europa intera sotto il proprio dominio per un quindicennio.
La straordinaria lungimiranza del corso porta l'autore a scorgere, in una misura apparentemente restrittiva come quella del Blocco Continentale del 1806, l'embrione della futura Unione Europea. Una considerazione ardita, ma certamente affascinante, specialmente se si rileggono le parole profetiche dello stesso Napoleone: l'Europa «troverà equilibrio solo nella riunione e nella confederazione dei grandi popoli».
Nel complesso, il libro risulta interessante e piacevole alla lettura. Race adotta uno stile semplice e appassionante, inducendo il lettore a soffermarsi anche sui più piccoli dettagli che hanno caratterizzato l'agire di un uomo sì del passato, ma ancora oggi incredibilmente moderno.
Giacomo Tasso

Roberto Race
Napoleone il comunicatore.
Passare alla storia non solo con le armi,
Milano, Egea, 2012, 141 pp.


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08 febbraio 2014

Diario di bordo del giornalista della porta accanto

Il libro scritto da Luigi Grassia, autorevole firma de "La Stampa", non vuole essere un semplice racconto, ne tantomeno una guida al mestiere di giornalista. Ciò che invece rende, a mio avviso, il libro scorrevole, interessante e piacevole è la spontaneità con cui l’ autore illustra episodi di vita e di lavoro, come una sorta di diario di bordo ma privo di un ordine cronologico.
Fin dalle prime pagine si nota la semplicità dell’ autore, anche nei momenti in cui cita alcuni tra i suoi innumerevoli successi nell’ ambito del giornalismo, professione verso cui Luigi Grassia si è affacciato dopo aver conseguito la Laurea in Scienze politiche ed aver superato un concorso proposto dal giornale torinese.
E’ interessante vedere come la professione di giornalista si mescoli perfettamente con la vita di tutti i giorni di Grassia: nei suoi ricordi, l’autore cita numerosi viaggi, interviste ed esperienze legate ovviamente al suo ruolo in redazione, ma vissute in prima persona con considerazioni e pensieri che quasi fanno scordare al lettore che quelle stesse esperienze sono in realtà la routine lavorativa di un giornalista.
Tra i vari ricordi citati dall’autore, si nota come il tema del volo sia ricorrente in varie situazioni e resoconti: lo stesso titolo del libro è emblematico, esso è riferito ad un esperienza vissuta quando volando in mongolfiera sopra l’Australia, il velivolo colpisce più volte i grossi alberi delle radure, a causa dell’ incapacità del conducente e costringendo ad un atterraggio di emergenza rocambolesco. Oltre a tale episodio, sono riportati altri ricordi in cui il tema del volo è in prima linea, senza considerare il fatto che il giornalista nel suo ruolo di reporter deve affrontare spesso lunghi viaggi che lo obbligano all’ utilizzo dell’ aereo di linea, egli ricorda momenti in cui si è misurato con il volo: sugli aerei sopra la Germania piuttosto che in Russia o Stati Uniti, viaggi compiuti in veri e propri aerei militari, per ricordare anche un intervista in TV il cui tema era quello della conquista dello spazio durante la guerra fredda.
Il volo, sembra quasi per Luigi Grassia, una possibilità per osservare il suo mondo da un’ altra prospettiva ed è soprattutto in tali ricordi che esce fuori il lato umano e se vogliamo sentimentale dell’ autore oltre a quello strettamente professionale.
L’autore si serve di un lessico leggero e diretto per illustrare i suoi ricordi, ciò porta il lettore a tenere alta l’attenzione verso ciò che legge e rende il libro, come già detto, scorrevole e piacevole.
E’ impossibile dare un resoconto preciso, e soprattutto cronologico del libro, in quanto, come sostiene all’ interno di esso lo stesso autore, esso è come una sorta di "film", in cui le immagini balzano alla mente di Grassia, in modo spontaneo per essere riportate altrettanto spontaneamente su carta senza troppe rielaborazioni (i ricordi non sono infatti ordinati secondo un ordine cronologico).
Il lavoro di giornalista viene vissuto da Luigi Grassia come una continua scoperta, senza dimenticare la sua esperienza, egli impara e ricorda ogni viaggio, ogni intervista ed ogni persona con cui si è confrontato come una nuova esperienza di cui fare tesoro e per cui valga la pena spendere qualche parola.
Per quanto riguarda il lavoro in redazione, l’autore ricorda soprattutto i primi passi mossi all’ interno del giornale e in seguito il rapporto instauratosi con i suoi colleghi. Il lavoro di giornalista alterna momenti frenetici – le notizie corrono sul filo dei minuti – a momenti di totale vuoto. Proprio in riferimento a questi ultimi Grassia, ricorda le situazioni più memorabili e curiose del suo lavoro in redazione.
Trovo che il libro nasconda, dietro alla semplicità con cui è narrato, un’incredibile quantità di spunti e riferimenti, sia nella vita di tutti i giorni sia verso situazioni, luoghi e persone con un forte contenuto culturale.
La lettura del libro secondo me, dovrebbe essere destinata non solo a giornalisti o aspiranti giornalisti, ma anche e soprattutto a chi ama la vita in quanto scoperta continua anche nella quotidianità di ognuno di noi.
Alessandro Porcù

Luigi Grassia
In mongolfiera contro un albero.
Vita vera del giornalismo della porta accanto
Novara 2013, 189 pp.

05 febbraio 2014

Il giornalista non è un burattino

“Se non capisci la Storia non capisci l’oggi. Tempo fa il mestiere del giornalista era preso sul serio, si scriveva tanto e con un piccolo episodio racconti una grande storia, perché la storia raccontata da un’esperienza personale, attraverso un piccolo aneddoto della vita di un uomo o di un villaggio, impressiona di più. Parlando di qualcosa che hai vissuto sulla tua pelle trasferisci al lettore quell’emozione che hai provato. Il giornalista non è un burattino che partecipa alle conferenze e prende appunti o fa interviste ma, invece, chiede spiegazioni, esplora e capisce più degli altri del suo mestiere. Quando si è ad un bivio e si trovano una strada che va in su e una che va in giù, prendi quella che va in su. È più facile andare in discesa, ma alla fine ti trovi in un buco. A salire c’è speranza. È difficile, è un altro modo di vedere le cose, è una sfida”.
Tiziano Terzani


* cit. in EuroMedFocus.

03 febbraio 2014

New Journalism: una guida per il futuro dell’informazione


«Esiste un nuovo giornalismo? Le trasformazioni tecnologiche che hanno interessato la professione negli ultimi trent’anni, la digitalizzazione diffusa, l’avvento di internet e l’imporsi di nuovi media stanno cambiando il modo di lavorare dei giornalisti? ». E’ con questa domanda che l’autore decide di iniziare la prefazione del suo libro, spiegando sin da subito una doppia tesi che manterrà costante in tutto lo sfoglio del testo: «La professione del giornalista, contrariamente a quanto sostenuto da molti, non è cambiata con l’avvento delle nuove tecnologie digitali[…]. Ciò che invece è cambiato profondamente è il modo di lavorare del giornalista».
Da Gutemberg a Internet, dalla Penny Press alla Free Press, un susseguirsi di passaggi che hanno stravolto il mondo della comunicazione. Trasformazioni tecnologiche hanno portato all’adeguamento di una professione che più di ogni altra è costretta a mantenersi al passo coi tempi. Si apre l’era del giornalismo online, amico – nemico di una tradizione cartacea maturata nel corso di secoli. Nascono nuove figure, nuove mansioni e nuovi uffici. Dalla redazione online ai giornalisti multimediali, stessa professione ma ritmi diversi. La scrittura digitale si arricchisce di tutti quegli elementi nuovi adatti a rendere il messaggio ancor più diretto ed immediato: audio, video, foto e animazioni. Ogni mezzo ha un proprio linguaggio e la rivoluzione informatica ha modificato non solo il nostro modo di scrivere ma soprattutto il nostro modo di organizzare il pensiero. Nasce la telefonia di terza generazione, che permette di ricevere le news direttamente sul proprio dispositivo mobile in tempo reale. Tanti cambiamenti. Ma la mission del giornalismo rimane sempre la stessa: informare, interpretare, divertire.
Sono quindici capitoli scorrevolissimi, non annoiano ma incrementano l’uno dopo l’altro il piacere della lettura. Una sorta di guida per il lettore, allo scopo di farlo riflettere su come sfruttare a pieno il cambiamento tecnologico a favore di un nuovo giornalismo, un ‘New Journalism’ che non si faccia superare e stravolgere dal cambiamento, ma al contrario che lo affianchi. L’autore non tralascia nessun particolare del caso e nelle sue pagine sviluppa moltissimi temi che vanno dal ‘giornalismo embedded’ al ‘citizen journalism’, dal fenomeno dei blog ai nuovi social network. Un vero e proprio excursus, interessante e coinvolgente, del mondo dell’informazione. Leggendo le pagine di questo libro non solo si approfondisce una tematica fin troppo attuale ma si percepisce tra le righe quella curiosità dell’autore di voler conoscere di più. Il voler sapere cosa ci si debba aspettare adesso da questo flusso tecnologico in continua e rapida evoluzione. Se il primario intento dell’autore era quello di trasmettere al lettore questo suo stupore e questa sua curiosità, personalmente devo dire che ci è riuscito benissimo.
Arianna Germanà

Marco Pratellesi
New Journalism, Teorie e tecniche del giornalismo multimediale
Milano, Bruno Mondadori, 2013, 238 pp. (1° ed. 2004).

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02 febbraio 2014

In libreria

Giuliano Zincone
Tempo di guerra
Milano, Rizzoli, 2013, 234 pp.

Descrizione
Un bambino rincorre un pallone per strada, cercando di segnare un gol nella rete immaginaria tra due cappotti messi a terra come pali. A quel “tempo senza tempo”, nell’immediato dopoguerra, fatto di estivi pomeriggi dorati, di giochi e risate, di problemi senza importanza e di importantissime sciocchezze rimanda il racconto del piccolo Sergio, “monarchico, bartalista e milanista”. Da grande farà il santo, o il poeta, mica il giornalista come il padre, sempre impegnato tra lavoro e politica. Ai suoi occhi, attenti e stupiti, è affidato il ricordo di un’infanzia, di una famiglia, di un’Italia che si appresta a ripartire. E dalla voglia e dalla necessità di celebrare quei momenti di genuina bellezza che appartengono alla vita di tutti nasce Tempo di guerra, una sorta di “autobiografia infantile” che Giuliano Zincone ha consegnato ai posteri, con il suo stile composito che pagina dopo pagina inventa, imitandolo, il linguaggio del bambino. Un libro ironico, commovente, di una ricchezza narrativa sorprendente, che restituisce il ritratto di un’epoca, di un paese, di una famiglia capace, nonostante le imprevedibili difficoltà della vita, di sorridere e sognare. Una storia che conserva lo spirito innocente e libero di una sfida all’ultima biglia su una pista scavata nella sabbia.
Giuliano Zincone  (1939-2013), giornalista, inviato speciale ed editorialista, è stato autore di poesie, testi teatrali, saggi e romanzi, tra cui Ci vediamo al Bar Biturico (Guanda 2006, con lo pseudonimo Paolo Doni) e Niente lupi (Rizzoli 2009). In oltre quarant’anni di carriera ha scritto sul “Corriere della Sera”, “Il Foglio” e “Il Sole 24 Ore”.

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31 gennaio 2014

In libreria

Gaia Servadio
"Raccogliamo le vele". Una traversata lungo/a una vita
Milano, Feltrinelli, 2014, 448 pp.

Descrizione
Raccogliamo le vele dispiega, secondo una deliberata struttura virgiliana, i fatti che sono parte della ricchissima biografia di Gaia Servadio, donna segnata dal destino felice di stare nel mondo con la scioltezza della ragazza che è sempre stata. Figlia del chimico Luxardo Servadio, conosce da bambina le restrizioni e i travagli delle leggi antisemite italiane. Da poco trasferita a Padova, la famiglia deve riparare a Falconara e poi a Osimo, sempre più clandestina e sempre più priva di mezzi. Nel dopoguerra la vita ricomincia, e ricomincia alla grande. Nessun vittimismo. Gaia si muove fra Londra e l’Italia, inquieta, curiosa, ottimista, determinata. A Parma conosce Attilio Bertolucci, partecipa alla vita culturale della città. A Londra conosce e sposa lo storico dell’arte William Mostyn-Owen e si trasferisce definitivamente in Inghilterra. Apprezzata pittrice, Gaia entra nel mondo del giornalismo, inglese e italiano. Dapprima si occupa di costume, poi ottiene servizi via via più impegnativi, dalla mafia (visita da sola i boss confinati a Linosa) alla Guerra dei sei giorni. Entusiasta melomane, segue tutte le avventure del teatro lirico contemporaneo e del teatro tout court. Frequenta Irwin Shaw, Philip Roth, Mary McCarthy, Nancy Mitford e Federico Zeri. Ogni sodalizio apre orizzonti nuovi – nell’arte, nella politica, nella vita culturale. Con una scrittura impetuosa, vitale, brillante, Servadio percorre il suo cammino biografico come una traversata per mare. Con lei abbiamo la sensazione di essere sempre nei luoghi e con le persone che fanno accadere qualcosa. Personaggi, matrimoni, amori, castelli, bizze di primedonne e sogni di giovani talentuosi sembrano manifestarsi dentro un solo lussureggiante teatro. Gaia Servadio porta nelle sue avventure e nella sua scrittura un’aura dolcemente selvaggia, un incanto, una curiosità senza barriere che fanno della sua vita un’esperienza unica, un modello.


*Link a testi di approfondimento sull'autrice e sul libro.


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30 gennaio 2014

Libri ri/trovati

Indro Montanelli
Professione verità
Roma-Bari, Laterza, 1986, 200 pp.
Descrizione
Edizione speciale cartonato rigido in tela per conto della Cassa di Risparmio di La Spezia. Giappone 1951, Ungheria 1956, Toscana 1962, tre famosi reportages che rimangono tra i testi classici della scrittura giornalistica. Con tavole a colori fuori testo di opere di autori giapponesi, ungheresi e toscani.

Indice
Premessa - Giappone '51. Monumento a una tigre; Al di là delle nubi; Non erano "Samurai"; Il principe è morto; Gli "ano-kata-tachi"; Bonsai; Sangue di generale; Il povero Grande Vecchio; Paga l'America; L'onorevole moglie; Shimoi; Il tamburo di latta; Serata al "Noh"; Piccola cronaca di Tokyo; Come andò coi "Ronin"; Il mito di Butterfly; Vitamine e vecchi merletti.  - Ungheria '56. La grande illusione; La trappola; La catastrofe; Il giuoco degli equivoci; Poscritto.  - Toscana '62.  Il paesaggio; La mezzadria; I terrieri; Il nuovo "capoccia"; La metempsicosi dello straccio; Il "miracolo" di Poggibonsi; Il nuovo imprenditore; Il panorama politico; La capitale in disarmo; Lo spirito di contrada; Poscritto. Fonti.

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29 gennaio 2014

In libreria

Enrico Testa
L'italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale
Torino, Einaudi, 2014, pp. 328.
(disponibile anche in formato e-book)
Descrizione
L'interpretazione della storia dell'italiano si è a lungo fondata sulla cesura tra lingua letteraria e dialetti: da un lato raffinati cesellatori della pagina, dall'altro una schiera di rozzi interpreti degli idiomi locali. Utilizzando studi recenti e commentando numerosi documenti, anche inediti o rari, questo libro di Enrico Testa propone una visione radicalmente diversa e prospetta l'esistenza, nel corso dei secoli, di una terza componente: un italiano di comunicazione dalla vita nascosta, privo di ambizioni estetiche ma utile a farsi capire. Uno strumento linguistico spesso trasandato che, basato su una forte stabilità di strutture e su un'identità di lunga durata, ha permesso, sotto la spinta di bisogni primari, il concreto definirsi di rapporti tra scriventi (e parlanti) di luoghi e statuti sociali diversi.
Indice. Premessa. - Introduzione. - I. Le scritture dei semicolti. II. Libri per leggere e libri per imparare. III. Nel retroscena dei letterati. IV. Un volgare per la fede. V. L'italiano d'oltremare. Conclusione. - Bibliografia. - Indice dei nomi.

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28 gennaio 2014

La commedia noir specchio dell'Italia contemporanea



Il Capitale Umano,  liberamente ispirato all'omonimo romanzo di Stephen Amidon, è il nuovo film di Paolo Virzì in uscita in tutte le sale cinematografiche a partire da gennaio. La vicenda, che dal Connetticut del romanzo sposta la sua ambientazione nella Brianza italiana, ha inizio in una gelida notte alla viglia delle feste natalizie, notte in cui un ciclista perde la vita travolto da un Suv.
Questo antefatto legherà, in un intreccio via via sempre più fitto, la vita di due famiglie di estrazione sociale diversa ma accomunati dalla medesima volgarità morale: i ricchi e agiati Bernaschi e i finti arricchiti Ossola.
La scoperta graduale della verità, inaspettata e per certi versi ingiusta, giunge allo spettatore attraverso il ritmo lento dei capitoli in cui si articola la pellicola, dando voce al punto di vista dei suoi protagonisti, Dino Ossola, Carla Bernaschi, Serena Ossola, sino all' epilogo finale, Il Capitale Umano.
Il regista livornese utilizza per questo film una diversa chiave interpretativa della realtà, lontana dai toni leggeri delle commedie degli esordi, vicina al genere noir, fornendoci il ritratto, non solo del brianzolo tipico di “origine controllata”, per cui Virzì è stato accusato di cadere in un clichet superficiale, ma dell' umanità in genere, una collettività meschina e crudele.
Il Capitale Umano è l 'affresco di un mondo dominato dalla prepotenza finanziaria in cui tutto viene calcolato su base economica come ci segnala, sin da subito, l'illuminante titolo che rimanda al paramentro assicurativo utilizzato per stabilire il rimborso in caso di morte, e che valuta spietatamente e freddamente le nostre conoscenze, abilità, guadagno e qualità affettive, secondo parametri quantitativi.
Il film rivela, in via definitiva, una realtà, quella della dittatura economico-finanziaria a in cui siamo quotidianamente immersi e portata agli estremi, dove anche il valore della vita umana perde il suo significato, ad eccezione di quello stimato in termini di profitto.
Sicuramente una pellicola che merita una particolare attenzione, dove il Virzì-Esopo, attraverso una rassegna di personaggi, poco fiabeschi, ma spregevoli e ipocriti, dannatamente reali, ha la dichiarata intenzione di fornire la sua morale che invita lo spettatore a riflettere su se stesso e sui valori etico-sociali della società contemporanea.
 Unica pecca, per i più sentimetali, amanti del lieto fine, un finale ancor più amaro degli avvenimenti, dove a farne le spese rimangono sempre i socialmente più deboli.
Flavia Torretta


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27 gennaio 2014

In libreria

Giuseppe Tipaldo
L'analisi del contenuto e i mass media.
Oggetti, metodi e strumenti
Bologna, Il Mulino, 2014, 216 pp.
Descrizione
 Lo studio delle comunicazioni di massa ha da tempo contratto un ingente debito con l'analisi del contenuto, grazie alla quale è stato possibile definire su basi empiriche accurate fenomeni sociali e culturali altrimenti descritti in chiave impressionistica. Questo manuale presenta in modo chiaro ed esaustivo una rassegna delle principali tecniche di analisi del contenuto affermatesi nelle scienze sociali, con particolare riguardo alle loro potenzialità applicative per lo studente e per tutti coloro che si occupano dei mass media.
Giuseppe Tipaldo è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università di Torino, dove insegna Sociologia dell’informazione e della comunicazione e Metodi di analisi del contenuto.


 
Indice del libro:
Introduzione. 
Parte prima. L'analisi del contenuto nella ricerca sociale. - I. Il contesto metodologico di un mestiere antico. - II. Gli strumenti classici. - III. L'analisi automatica dei testi. 
Parte seconda. Fare analisi del contenuto dei mass media. - IV. L'analisi del contenuto e la stampa. - V. L'analisi del contenuto e la TV. - VI. L'analisi del contenuto e il web. 
Conclusioni. - Riferimenti bibliografici. - Indice analitico.

24 gennaio 2014

"Il Vittorioso", un giornale per i ragazzi di ieri


«Comunque io che non sapevo leggere potevo fare benissimo a meno delle parole, perché mi bastavano le figure [...]. Quando imparai a leggere, il vantaggio che ricavai fu minimo: quei versi sempliciotti a rime baciate non fornivano informazioni illuminanti; spesso erano interpretazioni della storia fatte a lume di naso, tali e quali come le mie; era chiaro che il versificatore non aveva la minima idea di quel che poteva essere scritto nei balloons dell’originale, perché non capiva l’inglese o perché lavorava su cartoons già ridisegnati e resi muti. Comunque io preferivo ignorare le righe scritte e continuare nella mia occupazione favorita di fantasticare dentro le figure e nella loro successione»". Italo Calvino ricorda così la lettura dei fumetti da ragazzo. La stessa sorte non sarà toccata, però, ai lettori del settimanale per ragazzi dai 10 ai 13 anni uscito dalla penna della stampa cattolica italiana dal 1937 al 1966, "Il Vittorioso". Infatti, questo periodico proponeva fumetti di produzione tutta italiana. Ernesto Preziosi, docente di Storia contemporanea all’Università "Carlo Bo" di Urbino, racconta la storia di questo giornale nel manuale Il Vittorioso, Storia di un settimanale per ragazzi, 1937-1966. "Manuale" perché non è un "libro". Si tratta piuttosto di una lettura impegnativa, nella quale oltre alla storia de "Il Vittorioso" ne emergono altre: quella dell’AC, Azione Cattolica, di altri periodici per ragazzi e dell’Italia stessa.
Le mie aspettative su quest’opera erano differenti. Per cominciare, credevo che l’autore avrebbe adottato uno stile più scorrevole e leggero, volendo raccontare la storia di un settimanale per ragazzi. Ernesto Preziosi ha, invece, optato per una scrittura accademica, dalla quale emerge la sua esperta conoscenza degli argomenti trattati e il profondo lavoro di ricerca che ha permesso di realizzare quest’opera. Io, però, mi aspettavo un "libro" e non un "manuale". Questa scelta stilistica ha comportato, a mio avviso, un testo poco scorrevole in alcuni passaggi. Questo non toglie, però, che alcune parti del libro raccontino la storia dell’Italia in maniera interessante. L’autore si avvale infatti di tante testimonianze, raccontando molte storie e altrettante realtà. A questo riguardo, molto densi di significato sono stati, a mio avviso, i paragrafi 4 del capitolo quarto, I redattori del «Vittorioso» nel clima della dittatura e il paragrafo 1 del sesto capitolo, Il «Vittorioso» nella ricostruzione: tra AC e televisione.
Ernesto Preziosi attua una scelta democratica e, nel raccontare la storia de "Il Vittorioso", lo pone a confronto anche con altri periodici concorrenti, come, per esempio, "Il Balilla", di provenienza fascista, e "Il Pioniere", proposto dal PCI, Partito Comunista Italiano. Per mezzo di questi confronti, l’autore fornisce al lettore una panoramica dell’offerta della letteratura per ragazzi in Italia nell’arco della vita de "Il Vittorioso".
Inoltre, tra le pagine 160 e 161 sono stati inseriti otto fogli non numerati che riportano alcune copertine del periodico, alcuni fumetti e due testimonianze fotografiche. Questo materiale è interessante, dal momento che fornisce una testimonianza diretta e visiva di un giornale che ha cresciuto alcuni italiani in quel trentennio. Peccato che questi fogli siano solo otto. A una così ampia testimonianza storica, forse sarebbe stato interessante affiancare una più corposa varietà d’immagini del periodico. Io, sicuramente, prima di iniziare questo libro, pensavo che ne avrei trovate di più.
Sara Pastorino


Ernesto Preziosi
"Il Vittorioso". Storia di un settimanale per ragazzi 1937-1966
Bologna, Il Mulino, 2013, 352 pp.

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22 gennaio 2014

In libreria

Valentina Parisi
Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990
Bologna, Il Mulino, 2014, 472 pp.

Descrizione
Frutto di estensive ricerche d’archivio, «Il lettore eccedente» offre un’interpretazione nuova del fenomeno del «samizdat» («autoedizione») in ambito sovietico, riposizionandolo nel contesto transnazionale della storia del libro, e ricostruendo le pratiche di lettura elaborate in parallelo all’apparizione di questa forma di autoeditoria a partire dagli anni Cinquanta. L’analisi degli elementi paratestuali che caratterizzano il «corpus» dei periodici letterari ed artistici del «samizdat» in un arco temporale che va dal 1956 al 1990 si accompagna a una più ampia rievocazione del retroterra socio-culturale d’origine, tra contestazione politica e dissenso estetico. Ne emerge la fisionomia collettiva di un lettore eccedente rispetto alle funzioni in genere assegnate al destinatario del testo letterario e, insieme, assai pervicace nella sua volontà di contendere allo Stato l’appannaggio esclusivo dell’attività editoriale.
Valentina Parisi, dottore di ricerca in letterature slave, ha usufruito di una borsa biennale di post-dottorato dell’Istituto Italiano di Scienze Umane (SUM) dal 2009 al 2011. In seguito è stata borsista EURIAS presso l’Institute for Advanced Studies, Central European University, Budapest. Traduttrice dal russo, dal polacco e dal tedesco, collabora con le pagine culturali de «il manifesto» e «Alias».

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15 gennaio 2014

Luca Ferrieri
Fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire 

Firenze, Olschki, 2013, pp. 336.

Descrizione
Questo libro intraprende un viaggio, teorico ed esperienziale, attraverso le passioni della lettura. Iniziando da quelle notturne come la malinconia, la nostalgia, l’accidia, e facendone sempre intravedere il rovescio, il desiderio di felicità e di amore che le muove. La lettura viene letta a partire dalla stiva, dove il cielo è un pavimento fessurato. Nulla è sicuro, ma tu leggi, sussurra l’occhio al ciclone, prima del silenzio.


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12 gennaio 2014

In libreria

Giampaolo Pansa
La Repubblica di Barbapapà. Storia irriverente di un potere invisibile
Milano, BUR  Rizzoli, 2014, 333 pp.

Descrizione
"Barbapapà è il soprannome che la redazione di 'Repubblica' aveva dato a Eugenio Scalfari, il fondatore e il primo direttore. Ho lavorato accanto a lui per quattordici anni, più altri diciassette all"Espresso'. E oggi qualche amico mi domanda sorpreso: 'Perché hai voluto scrivere da canaglia la storia del trionfo di Barbapapà e di quanto è accaduto dopo?'. Rispondo che l'ho fatto per non sottostare alla regola plumbea che tutela i grandi giornali. Fortezze sempre ben difese, capaci di incutere un timore riverenziale che induce a cautele cortigiane e narrazioni felpate. Con un po' di presunzione, sono convinto che nessun altro fosse pronto a costruire un racconto fondato su un'infinità di ricordi personali e con l'aiuto di un diario tenuto per decenni. Tuttavia questo non è un libro riservato ai soli addetti ai lavori. L'importanza acquisita da 'Repubblica' nell'ultimo trentennio fa del quotidiano guidato da Scalfari e oggi da Ezio Mauro un testimone unico dell'Italia odierna. Uno specchio autorevole, e in molti casi autoritario, che rimanda a un potere invisibile, ma concreto. Lo detiene il gruppo raccolto attorno a una testata in grado di influenzare partiti, governi, mode culturali, comportamenti di massa. Il mio racconto riporta sulla scena le stagioni che hanno reso forte 'Repubblica': l'epoca violenta del Settantasette, la bufera del terrorismo, l'assassinio di Moro, il caso P2, le battaglie con il Psi di Craxi e il Pci di Berlinguer...
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07 gennaio 2014

Il texano dagli occhi di ghiaccio


 
Il texano dagli occhi di ghiaccio è il più recente tra i libri usciti sul mercato che trattano lo scandalo di Lance Armstrong, vincitore di 7 titoli del Tour de France con l’imbroglio, grazie all’effetto delle sostanze dopanti. 
Da appassionato di sport mi sono documentato sulla vicenda e ho letto molto. Eppure, nessuno dei precedenti lavori mi aveva colpito, in particolare per la generale tendenza a prediligere l’indagine processuale a quella umana. E invece ritengo che questo sia un aspetto fondamentale, trattato nei minimi dettagli dagli autori di questo libro, Reed Albergotti e Vanessa O’Connell, due giornalisti americani del «Wall Street Journal», che si sono occupati di questo scandalo.
Il sottotitolo del libro recita “il più grande scandalo sportivo di tutti i tempi” e non si tratta di un’iperbole. Armstrong è stato coperto per un decennio dall’UCI (Unione Ciclistica Internazionale), che ha protetto e coccolato la propria “macchina da soldi”, il ciclista venuto dal Texas  che, sconfitto un tumore al testicolo, ha saputo rialzarsi e diventare mito negli States. Nessuno aveva mai trionfato per sei volte consecutive al Tour de France, la più grande competizione ciclistica al mondo, e Lance c’è riuscito per sette volte, entrando nella leggenda. Ma la confessione in diretta Tv a Oprah Winfrey ha distrutto quel mito, ha spazzato via il castello di cartone, frutto di decenni di bugie.
Come detto prima, i due autori partono dal nocciolo della questione, indagano sull’infanzia difficile di Armstrong, vissuta senza il padre biologico che non l'ha mai voluto riconoscere. Poi il problematico rapporto con la madre, le prime esperienze con il triathlon, gli esordi in bicicletta, la battaglia con il tumore e la scalata verso la leggenda. Se dalla lettura si evince la personalità del texano, ampio spazio è dedicato all’indagine, iniziata con le prime confessioni dei compagni di squadra della US Postal Service. Sono loro gli altri protagonisti, semplici elementi di quell’ingranaggio infernale finalizzato al successo di Armstrong. I due giornalisti sottolineano tra le righe come sia stato decisivo l’atteggiamento arrogante e ben poco umile di Lance, che ha certamente influito sul tradimento; gli ex compagni, infatti, hanno testimoniato di aver visto più di una volta il loro capitano iniettarsi EPO o procedere a trasfusioni per ossigenare il sangue, prendendosi una rivincita per passati affronti.
Sono soprattutto Tyler Hamilton e Floyd Landis (ex compagni alla Us Postal) ad aver contribuito allo smascheramento del sistema doping della squadra. Proprio per questo Albergotti e O’Connell indagano anche nelle loro vite private, nella sofferenza che li ha condotti, esasperati, a vuotare il sacco e mettere con le spalle al muro Armstrong.
Si tratta di una storia indubbiamente triste, soprattutto considerando che il texano aveva aperto una propria fondazione per la lotta al cancro e che questa, ennesimo elemento di sfruttamento per raggiungere il successo e la fama, è stata prontamente chiusa dopo la sua confessione.
Dal lieto fine al nuovo dramma: vale davvero la pena tuffarsi in questa inchiesta e leggere il ritratto di Armstrong. E alla fine tutto è più chiaro, si comprende perfettamente cosa abbia spinto il texano a comportarsi in questo modo, a trasformare la sua favola nel peggiore degli incubi. Soprattutto si arriva a un’unica e fondamentale certezza: Armstrong non ha mai corso per passione, ma solo per soldi e fama e, nel bene e nel male, è riuscito a raggiungere il proprio obiettivo con disarmante facilità.
Federico Parodi


Reed Albergotti - Vanessa O’Connell
Il texano dagli occhi di ghiaccio. Lance Armstrong, il Tour de France e il più grande scandalo sportivo di tutti i tempi
Milano, Mondadori, 2013, 430 pp.

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04 gennaio 2014

In libreria

"Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro, della Chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento".  Goffredo Parise

 
Goffredo Parise
Dobbiamo disobbedire
a cura di Silvio Perrella,
Milano, Adelphi, 2013, 76 pp.
*disponibile anche in formato ebook

Descrizione
La borghesia, il sesso, il divorzio, l'aborto, la pornografia, la politica – insomma: l'Italia com'è, e come potrebbe essere se solo lo volessimo – nelle risposte di Parise ai lettori del «Corriere della Sera». Risposte limpide, ribelli, bruscamente poetiche, come si addice a un grande scrittore.
 
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02 gennaio 2014

Genova in libreria

Giulia Savio

 Leggere la città. Genova fra scienza, urbanistica e arte
 Roma, Aracne, 2013, 208 pp.
(disponibile anche in formato e-book)
 Descrizione
Il caso di Genova nell’ambito della letteratura di viaggio è assai particolare: manca, infatti, una riflessione complessiva su come la città sia stata percepita sia da parte dei forestieri sia, specularmente, dagli intellettuali locali. Il volume si propone di dare corpo ad uno studio coerente ed organico di temi ed argomenti fino ad oggi trattati in maniera episodica. L'intento della ricerca è quello di costituire un repertorio sistematizzato delle testimonianze scritte del viaggio a Genova nell‘arco di tempo scelto (XVII-XVIII secolo), e di individuare le novità riscontrate rispetto alla bibliografia nota e agli studi di settore conosciuti.
* link all'Indice e all'Introduzione del libro.
 
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