Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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13 febbraio 2016

In libreria

Alessandro Gazoia
Senza filtro. Chi controlla l'informazione
Minimum Fax, Roma, 2016, 404 pp.
Descrizione
Chi ha, oggi, il potere sulla comunicazione? I canali tradizionali stanno perdendo sempre più peso a favore dei nuovi attori, i social media e il web, e lo strumento dominante non è più rinchiuso nelle pareti domestiche ma nelle nostre mani e nelle nostre tasche, lo smartphone. Nel ricambio tecnologico, gli strumenti di interpretazione e le nostre stesse coscienze stanno subendo una mutazione profonda. Il crollo delle usuali mediazioni fa sì che concetti fondamentali della democrazia, quali il diritto di parola e la libertà d'informazione, vengano ridiscussi accanto a nuove categorie, come l'imperante sharing economy e i dati azionari, e parole come "inconscio" e "mercato" si miscelino in combinazioni diverse. Tutti siamo coinvolti: la stessa salute democratica passerà dalla nostra consapevolezza di fruitori e produttori di informazione. Alessandro Gazoia si inserisce nel dibattito internazionale, interrogando insieme il lettore sulla sua capacità di creare una coscienza critica individuale che vada a formare una nuova opinione pubblica.

12 febbraio 2016

Leo Longanesi


Francesco Giubilei ci descrive nei minimi dettagli la vita, la carriera e il pensiero di Leopoldo (detto Leo) Longanesi, una delle figure più poliedriche che la storia del giornalismo e dell’editoria italiani ricordino. Longanesi era insieme giornalista, scrittore, editore, aforista ma anche pittore, scultore, fotografo, autore di disegni e schizzi.
Romagnolo, da giovanissimo aderisce al fascismo. Il rapporto di amore-odio che avrà con esso resterà sempre uno dei tratti peculiari delle sue opere. Così come sarà peculiare la sua analisi e visione critica della società italiana. Soprattutto nel periodo all’indomani della seconda guerra mondiale, quando rimpiange con nostalgia il ventennio fascista e non riesce ad adattarsi alla nuova Italia repubblicana e democratica che sta nascendo. Sarà proprio in questi anni che arriverà la sua critica più aspra alla borghesia italiana, che secondo lui adesso ha anche vizi ben peggiori di quelli che aveva nel periodo fascista. Anche con la borghesia ebbe un rapporto ambivalente: nei confronti di essa alternava articoli ammiccanti, i cui lettori di riferimento erano gli appartenenti alla classe media, con feroci attacchi.
Da notare come la rivista su cui pubblicava tutti questi suoi scritti si chiamasse proprio Il borghese (una delle sue più importanti creazioni). Se a questo aggiungiamo il fatto che nacque in una famiglia medio-borghese, allora comprendiamo la scelta di Giubilei di dare al titolo del libro il sottotitolo di Il borghese conservatore, che suona decisamente come un ossimoro.
Personaggio sui generis, con la battuta sempre pronta e dal sarcasmo pungente, aveva uno stile tutto suo, unico e inconfondibile, sia quando scriveva sia quando disegnava. Per lui era molto importante curare tutto nei minimi dettagli, affinché ogni rivista e ogni libro avesse il miglior aspetto possibile, tale da attirare il lettore. Così come era molto importante il ruolo della fotografia, poiché una commistione tra testo e immagini assicurava al lettore una maggiore comprensione.
Longanesi fu uno dei più geniali intellettuali italiani. Rivoluzionò per sempre il modo di fare e di concepire il giornalismo e l’editoria in Italia: a lui dobbiamo l’invenzione dei settimanali d’informazione nel nostro paese. Era il 1937, quando fondò Omnibus, una rivista settimanale per le masse vicina alle posizioni del regime, che tuttavia la censura fascista chiuderà due anni dopo, nel 1939. Negli anni cinquanta, da Omnibus avrebbe preso spunto il rotocalco, uno dei tipi di rivista più diffusi in Italia.
A tutt’oggi, la casa editrice Longanesi & C., da lui fondata nel 1946 e per la quale pubblicò molti dei suoi libri, continua a essere uno dei principali gruppi editoriali italiani.
Fu anche un talent scout: tre grandi scrittori italiani come Dino Buzzati, Vitaliano Brancati ed Ennio Flaiano furono scoperti da lui.
Eppure, già da qualche anno, sulla figura di Longanesi è calata una coltre di silenzio, e i suoi meriti non sono adeguatamente riconosciuti.
Giuseppe Albergamo


Francesco Giubilei
Leo Longanesi. Il borghese conservatore
Odoya, Bologna, 2015

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11 febbraio 2016

Viaggi attraverso l’Oriente



L’India e la Cina sono due colori: il rosso dei sari, delle pitture e il verde delle campagne. Carlo Levi descrive nei suoi reportages un mondo diverso, fatto di luoghi immersi nella magia dell’antico: gli abitanti sono i contadini, i bambini, le donne, i mendicanti. L’India è la terra dei poeti, dove ancora le rappresentazioni a teatro sono cantate e piene di epiteti, la Cina è il paese della forza del cambiamento.
Le città che vengono descritte non sono solo i grandi centri, ma soprattutto i villaggi, dove il tempo scorre lento, seguendo il ritmo delle stagioni. È difficile trovare scuole, si suona buona musica e si accolgono gli ospiti con antichi rituali. L’autore descrive le persone che incontra con minuziosità, coglie ogni particolare, ad esempio il bambino che porta un carico di fieno sulle spalle e che si appoggia a un albero, con uno sguardo “quasi morto in un incanto di solitudine”. Levi presenta queste figure con dei colori che potrebbero essere paragonati a quelli delle fotografie di Steve McCurry.
Nelle grandi città dell'India il tempo scorre frenetico sui marciapiedi affollati da mendicanti, venditori e coolies, molti si propongono come guide turistiche per guadagnare qualche rupia.
La Cina è un paese cresciuto senza religione, seguendo la morale della ragione. Levi è colpito soprattutto dalle persone. Gli uomini sembrano tutti uguali nel loro modo ordinato di comportarsi, al punto che se ci si immerge in questo mondo basato sulla collettività ci si vergogna quasi del principio di personalità occidentale. È un grande corpo dalla bellezza unitaria. Dice che ad un primo sguardo è quasi difficile scorgere la presenza delle donne, che in realtà sono moltissime e hanno compiuto una grande rivoluzione per conquistarsi il loro spazio nella società.
Levi parla delle grandi rivoluzioni di crescita che hanno dovuto affrontare questi paesi, che ancora però sono fortemente influenzati dai governi precedenti. I due paesi sono legati da una immensa grandezza e un difficile equilibrio da mantenere. Esiste una grande disparità tra le risorse del territorio e la popolazione.
Tutto ciò con cui viene a contatto nei suoi viaggi deve essere trasmesso nel modo più dettagliato e fedele possibile al lettore, in qualche modo regala un’avventura. 
I reportages raccolti in questo volume vennero pubblicati a puntante sul quotidiano "La Stampa", tra il 1957 e il 1959. L’autore è ricordato soprattutto per Cristo si è fermato ad Eboli, romanzo autobiografico che racconta il suo periodo di confino in Lucania durante il regime fascista.



Arianna Pronestì



Carlo Levi
Buongiorno, Oriente.
Reportages dall’India e dalla Cina

Donzelli Editore, Roma, 2014, pp. 240.


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10 febbraio 2016

Ieri e oggi: viaggio nel giornalismo di guerra


“Il giornalismo di guerra fa parte della logica delle cose, è nella natura dell’uomo, non sta a noi giudicare se le guerre sono giuste o sbagliate, l’importante è raccontarle e dare ai nostri lettori le ragioni delle due parti”. 

Queste sono le parole dell’inviato speciale del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi da cui Letizia Magnani avvia la sua riflessione sul giornalismo di guerra, in particolare sul cambiamento che lo ha permeato negli ultimi venti anni. Le volontà dell’autrice sono chiare fin dall’inizio: da un lato, vuole capire chi è e che cosa fa il corrispondente di guerra, com’é il giornalismo visto con gli occhi di fa questo lavoro. Dall’altro, vuole tentare di comprendere le ultime guerre in relazione dei diversi media e delle diverse risorse impiegate, e il rapporto fra media e potere sul tema dell’informazione, della censura e della propaganda. Per farlo, si avvale delle conversazioni avute con trentatré giornalisti inviati in giro per l’Italia e del confronto con molti altri giornalisti incontrati nelle redazioni di testate nazionali e locali. Come è cambiato il loro mestiere? Come sono cambiate le guerre? Come la società? Dai dati raccolti si desume che si possa parlare di una specificità del giornalismo di guerra in Italia dai primi anni Ottanta, quando le redazioni dei giornali iniziano a mandare gli inviati nei luoghi dove si consumano le crisi internazionali, ad oggi. Questo lasso di tempo si può suddividere in tre periodi:
·       -  dal 1979 (guerra in Afghanistan) o dal 1982 (guerra in Libano): nasce la vera e propria categoria dei giornalisti di guerra;
·       - dal 1989 o dal 1991, con il crollo del muro di Berlino e la guerra del Golfo: in questo periodo la televisione assume un ruolo preponderante, e il giornalismo classico è costretto a ripensarsi in forme nuove, prima sotto la pressione del piccolo schermo e poi sotto quella dei nuovi media, cambiando anche il rapporto fra poteri;
·       - dall’11 settembre 2001 a oggi, dove non ci sono più campi di battaglia o dichiarazioni di guerra, adesso il nemico è il “terrorismo internazionale” in nome del quale vengono meno gli accordi internazionali,  per cui anche il rapporto tra potere e media cambia. Gli inviati, secondo la definizione di Ennio Remondino (RAI) durante un’intervista, “sono sempre più spesso conduttori prestati alla guerra e sempre meno giornalisti che esercitano il giornalismo del dubbio”, i cosiddetti embedded che seguono le truppe.
 Tra i giornalisti intervistati da Magnani ce ne sono alcuni più anziani, che si occupavano dei fatti del mondo durante gli anni Ottanta: Bernardo Valli, Ettore Mo, Mimmo Candito e Roberto Fabiani, Alfredo Passarelli e Ulderico Piernoli. Altri più giovani, come Claudio Monici, Alberto Negri, Lorenzo Bianchi, Toni Fontana, Gabriel Bertinetto, Franco di Mare, Ferdinando Pellegrini, Antonio Ferrari, Lorenzo Cremonesi, Giovanni Botteri, Gian Micalessin, Gabriella Simoni, Pietro Veronese, Renato Caprile, Franco Maria Piddu, Alberto Bobbio, Maria Cuffaro, Tiziano Ferrario, Francesco Battistini e Luca Geronico: quasi tutti hanno iniziato la loro esperienza di inviati di guerra nei primi anni Ottanta o nel Libano nel 1982 o in Medio Oriente. Altri giornalisti qui intervistati sono a capo delle redazioni estere, come Gianni Perrelli, Nicola Lombardozzi e Gianfranco D’Anna. Altri ancora sono anche teorici del mestiere, come Marco Guidi, Ennio Remondino, Sandro Petrone.
Chi è il corrispondente di guerra e come lo diventa? Cosa fa il giornalista proiettato in uno scenario bellico? E ancora: come è cambiato il mestiere dell'inviato di guerra? E le guerre? Cosa sappiamo davvero dei fronti di guerra? Quanto e come agisce la censura? Letizia Magnani inizia il suo lavoro con una premessa metodologica dove espone i metodi, gli strumenti e gli scopi della ricerca svolta, compresa una bozza di domande di cui si serve come traccia per condurre le interviste-conversazioni con gli inviati, che verranno poi declinate in base all’interlocutore. Si passa poi all’esposizione dei temi oggetto del suo studio attraverso le interviste agli inviati, in primo luogo l’argomento di chi sia e cosa faccia il giornalista di guerra. Attraverso le testimonianze riportate emerge una sorta di identikit del giornalista di guerra: egli registra i fatti del mondo, è il testimone di ciò che accade e riporta i fatti come notizie, magari “sul tamburo” (Ettore Mo) sceglie le fonti e ne determina l’attendibilità. Deve essere mosso da curiosità e passione, spirito critico e consapevolezza dei rischi della professione. Il giornalista di guerra è un “curioso giramondo, con un pizzico di gusto per l’avventura, una dose di egocentrismo e una passione per la politica internazionale, mosso dall’insana ambizione di raccontare storie tristi raggiungendo luoghi da cui la gente normale preferisce scappare” (Gian Micalessin) che “va là dove le cose accadono davvero” (Roberto Fabiani) per “capire e per far capire” (Marco Guidi). Il giornalista racconta ciò che vive, cioè la guerra vera, in maniera più diretta rispetto a tutto il resto del mondo.
Nel terzo capitolo viene analizzato il rapporto fra poteri: quello dei media da un lato e quello della politica e militare dall’altro, con una riflessione su come agiscono censura e autocensura. Mimmo Candito afferma che si instaura un rapporto triangolare “fra il giornalista di guerra e la guerra (meglio fra il giornalismo e la guerra), mettendo come terzo elemento di questo triangolo il potere, cioè la gestione e il controllo dell’informazione che poi diventa la notizia nelle mani del giornalista”.
Nel quarto capitolo l’autrice affronta il problema del modo di fare giornalismo, quello nuovo e quello vecchio, e il suo rapporto con la storia. Giornalista e storico, infatti, sono mestieri affini ma al tempo stesso diversi: al centro del loro lavoro ci sono la comprensione e la narrazione delle storie umane. Ma lo storico raramente vive la guerra: in genere egli la studia a distanza di tempo, mentre il giornalista inviato è incollato alla guerra, la segue da vicino, vive ogni sua vicenda, dunque è parte integrante della storia stessa. Lavora quando le cose avvengono, mentre avvengono, addirittura a volte muore in esse, lo storico no; eppure entrambi tentano di comprendere.
Negli ultimi capitoli, Letizia Magnani analizza altri elementi del nuovo giornalismo, come i conflitti dimenticati e le donne giornaliste, per poi lasciare spazio alle esperienze personali dei giornalisti inviati, la cui collezione dà una visione d’insieme della categoria in Italia. Questi giornalisti non sono “eroi” né “villani” (Alberto Negri), ma persone curiose, aperte al confronto e alla ricerca costante.
Il lavoro di Laura Magnani si conclude riassumendo il concetto preponderante della sua ricerca: il giornalista di guerra, l’inviato speciale, che si fa testimone della realtà, indaga, vuole comprendere, non esiste più. Questa figura è cambiata così come sono cambiate le guerre e la società in generale: il giornalista non è più da solo a seguire le guerre da vicino, i sistemi mediatici hanno assunto n ruolo sempre più importante rispetto al singolo; ciononostante la voce del corrispondente di guerra è vista dall’autrice come una figura indispensabile per una società democratica, perché può fornire un racconto soggettivo e preciso. Egli ha un ruolo civile, etico, che è fondamentale nella società dell’informazione odierna.
Silvia Marcenaro


Magnani Letizia 
C'era una volta la guerra... e chi la raccontava: da Iraq a Iraq. 
Storia di un giornalismo difficile 
Edizioni Associate, Roma, 2008, 570 pp.
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09 febbraio 2016

Il giornalismo culturale: un bilancio in continuo aggiornamento

Gli scritti sul giornalismo hanno molto in comune con il giornalismo stesso: l'ambito di riferimento è quello della labilità, del tempo che passa e si lascia alle spalle in un batter d'occhio fatti, dati, realtà. Ne è il perfetto esempio Il giornalismo culturale di Giorgio Zanchini, dato alle stampe per la prima volta nel 2009 e bisognoso di aggiornamento a soli quattro anni dalla pubblicazione. Nella nuova edizione del 2013, infatti, la prefazione chiarisce subito come i tempi della rivoluzione digitale in atto impediscano di adagiarsi sugli allori. Il mondo della comunicazione e dei media si evolve costantemente, e con esso si evolvono i modi di fare e di intendere il giornalismo culturale. Giornalismo culturale di cui Zanchini può parlare a ragion veduta, essendo egli giornalista e conduttore radiofonico di RAI Radio3.
     Interessante il punto di partenza, nient'affatto scontato: cosa si intende per giornalismo culturale? Cosa si intende per cultura? L'autore fa notare come il termine “cultura” sia «tra i più complessi e polisemici dell'intero vocabolario», come con il tempo abbia via via inglobato al suo interno tutta una gamma di attività umane che prima non venivano considerate culturali in senso stretto. La storia del giornalismo culturale non può essere isolata da quella del giornalismo, e Zanchini ne racconta le fasi principali, partendo dalle gazzette del Settecento, passando per la Terza pagina, le riviste, gli inserti culturali, fino ad approdare ai blog letterari. E non c'è solo la carta, la parola scritta: anche in radio si fa giornalismo culturale, anche in televisione, anche sul web. All'aumentare dei media, il giornalismo culturale ha saputo adattarsi e si è rivelato transmediale, e l'autore ne dà abilmente dimostrazione con dovizia di esempi.
   È anche di mercato che si parla, in questo libro, e di come il giornalismo debba farci inevitabilmente i conti, oggi come tre secoli fa. Zanchini non ce lo nasconde: i dati non sono incoraggianti, soprattutto per quanto riguarda gli italiani e le loro abitudini di lettura. Pochi lettori forti, pressoché infinite fonti, testate, firme desiderose di farsi leggere e consultare. In modo particolare adesso, con tutto ciò che internet ha da offrire, può risultare davvero difficile barcamenarsi in questo mare di notizie, informazioni, recensioni e riflessioni. Ed è qui che entra in gioco il mediatore, il giornalista culturale: «sono molti a sostenere che la realtà sia troppo complessa e la giornata delle persone troppo limitata perché venga meno il bisogno di intermediari». Con una tale sovrabbondanza di contenuti si sente più che mai il bisogno di qualcuno in grado di aprire la strada, di fare da guida.
 Francesca Fabbricatore


Giorgio Zanchini
Il giornalismo culturale

Carocci, Roma 2013, 160 pp.
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08 febbraio 2016

Tutti sorvegliati?

Ci siamo tutti, siamo tutti lì, come in un piccolo paese si sa tutto di tutti: chi tradisce, chi va in vacanza, dove e quanto ha speso.
Ma è più grande di un paese, molto, è il mondo e il nostro vicino sta dall'altra parte dell'emisfero; e ci sono i  cattivi che possono rovinare questo paese con tutto quello che sanno.... un' intelligenza malvagia che può privarci della libertà.
Non è un film, è internet e le chiacchiere sono le tracce che noi lasciamo nella rete e dicono tutto di noi a chi ci vuole controllare mentre navighiamo in questo spazio virtuale assaporando la libertà e nuove conoscenze.
Questi sono gli argomenti trattati nel libro, appena edito di G. Ziccardi, professore di informatica giuridica e coordinatore del corso di perfezionamento in Investigazioni digitali presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli studi di Milano che, nel testo ha particolare riguardo ad aspetti tecnici e giuridici inerenti l'uso di internet delle odierne tecnologie: dai cellulari ai droni, dal security by design al GlobalLeaks passando per microspie e profili di sicurezza.
Una traccia affiancata sempre dall'attenzione ai diritti del singolo fino ai diritti in internet.
La teoria trova riscontri in fatti, recentemente verificatisi, di portata mondiale come i noti Wikileaks e Datagate e si sviluppa in considerazioni di ordine politico,giudiziario e legislativo con la citazione di esperti delle varie discipline: dal Presidente S. Rodotà a Julian Assange, da David Lyon, uno dei teorici più noti relativamente ai problemi correlati alla sorveglianza nell'età,  moderna a Geoffrey R. Stone, lo studioso incaricato da Barak Obama di proporre, nell'ambito dei lavori di una commissione appositamente creata, idee riformatrici della National Security Agency.
Lo studio approfondisce in particolare gli aspetti legati alla sorveglianza ma non tralascia alcuni suggerimenti tecnici a tutela del singolo e della privacy attraverso i quali potrebbe passare l'apertura ad uno scenario nuovo e positivo che argini ed escluda la sorveglianza globale.
L'induzione a nuovi comportamenti dell'utente che , mentre garantiscono la protezione dei dati, restituiscono  valore alla sfera intima del soggetto.
Partendo da un'idea bibliografica orwelliana, attraverso una filmografia di genere, il libro di Ziccardi imposta, in una godibilissima lettura, i profili di una materia che può apparire solo per addetti ai lavori ma che invece pervade le nostre vite e che è bene conoscere se vogliamo continuare ad avere di queste ultime il controllo e, possibilmente, migliorarne i contenuti senza cederne, inconsapevolmente, i diritti a terzi.
Cinzia Aluigi

Giovanni Ziccardi
Internet, controllo e libertà. 
Trasparenza, sorveglianza e segreto nell'era tecnologica 
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015, 252 pp.
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06 febbraio 2016

In libreria

Gian Piero Galeazzi
L’inviato non nasce per caso
Rai-Eri, Roma, 2016, 280 pp.
Descrizione
L’inviato non nasce per caso è il  principio ispiratore che ha animato tutta la carriera giornalistica di Gian Piero Galeazzi e che dà il titolo a questo libro. È il suo personale grido di battaglia che lo ha accompagnato nella lunga carriera iniziata negli anni '70 al Giornale Radio, al seguito dei grandi maestri come Sandro Ciotti, Enrico Ameri e Guglielmo Moretti, e proseguita in Tv nel Tg1 di Emilio Rossi e nella redazione sportiva di Tito
Stagno, al fianco di Beppe Viola. Sempre con l’obiettivo di portare a casa il “pezzo” ad ogni costo per raccontare il grande sport italiano einternazionale: dai Mondiali di calcio ai più importanti incontri di tennis degli Internazionali di Roma e della Coppa Davis, dal grande calcio italiano alle appassionanti imprese del canottaggio azzurro che hanno entusiasmato gli italiani e che la sua voce ha reso indimenticabili. È un racconto autobiografico che mostra, attraverso le luci dell’anima, le stagioni più intense della sua vita, un viaggio appassionante che porta un giovane cronista a diventare un inviato di razza sempre pronto ad esaltare i primati
dello sport mondiale.
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02 febbraio 2016

In libreria

Ivano Granata
L'"Omnibus" di Leo Longanesi
Politica e cultura (aprile 1937-gennaio 1939)

Franco Angeli, Milano, 2016, 280 pp.

Descrizione
Il settimanale “Omnibus”, uscito nell’aprile 1937 e diretto da Leo Longanesi, segnò una tappa nel giornalismo. Ispirato a modelli internazionali, esso viene ritenuto, per l’importanza data alla fotografia, il prototipo del rotocalco moderno che avrebbe trovato la propria consacrazione negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. Oltre a contribuire a sprovincializzare, sotto certi punti di vista, la stampa, “Omnibus” si distinse, negli anni del regime fascista, per originalità, vitalità, spregiudicatezza e anticonformismo. Queste peculiarità gli procurarono tuttavia, nonostante la fede mussoliniana di Longanesi, l’ostilità di una parte del mondo fascista, finché il duce, nel gennaio 1939, decise la soppressione della rivista. L’atteggiamento del settimanale e la sua sbrigativa fine hanno contribuito a collocare “Omnibus” nell’ambito della cosiddetta “fronda” fascista, la corrente schierata su posizioni critiche, e addirittura a far ritenere che in esso ci sia stato spazio anche per lo sviluppo dell’antifascismo. Ad anni di distanza una rilettura critica di “Omnibus” consente di verificare, senza pregiudizi, la veridicità delle tesi in merito all’atteggiamento assunto nei confronti della fronda e dell’antifascismo e di definire meglio la posizione della rivista verso il regime.
Indice: Premessa / La nascita di “Omnibus” / Il fascismo di Longanesi / Una rivista frondista? / La politica interna / La politica estera / La cultura (Il cinema; Il teatro; La musica; Architettura e urbanistica) / La fotografia / “Omnibus”, una “palestra di antifascismo”? / La soppressione / Indice dei nomi.
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30 gennaio 2016

Raccontare Cernobyl

“Noi siamo l'aria non la terra” (M. Mamardasvili)

Il libro  più noto del Premio Nobel Svetlana Aleksieviç racconta il disastro di Cernobyl’. Il titolo che l’autrice ha scelto per descrivere un mondo profondamente sconvolto e avvolto in un misterioso male di cui l’uomo ha poco conoscenze è Preghiera per Cernobyl. Perché preghiera? Non sono le credenze religiose della scrittrice ma è un invito di umile compassione e di una totale rassegnazione di fronte al grido del dolore che la gente di Cernobyl’ ha affrontato, appunto una preghiera poiché l’uomo è incapace di risolvere la catastrofe  che ha creato a se stesso. Ci sono due esplosioni  globali; una la discesa dell’impero comunista e l’altra Cernobyl’. Nell’intervista che l’autrice fa a se stessa dichiara le sue intenzioni più sincere del perché si è presa il disturbo di raccontare un tema trascorso, un evento irraccontabile. Avrebbe potuta intitolarla  “La storia mancata” racconta, il ché la dice lunga di come è rimasta nell’ombra un avvenimento così sconvolgente nonché il grande investimento che si è fatto per dimenticarlo. Da qui il genio e il coraggio della scrittrice di risorgere una realtà sepolta.

Accanto alle diverse testimonianze delle vittime della tragedia nucleare  c’è una realtà stereotipata, come si vede Cernobyl’, cosa credono che sia stato, come si presenta al mondo? La vita di tutti i giorni della gente che abita accanto al centrale nucleare sta per essere cambiata per sempre, le loro abitudine più banali, come fare il pane, uscire per strada giocare con i sassolini, mungere la mucca, i loro affetti per le persone, per gli animali, per la terra, per le loro case, altri oggetti saranno stravolte. Non avendo equivalenti nella storia tutto viene comparato alla guerra, non sapendo a cosa riferirsi, l’evacuazione di notte di bambini, la demolizione delle case, essere circondati dagli soldati. Poi si accorgono che il nemico da combattere è un disastro radioattivi con cui bisogna senza alcun scelta, conviverci. All’inizio si comportano come se nulla fosse cambiato. Nessuno capisce cosa realmente stia accadendo. Tutto viene nascosto tra patti militari segreti e una superficialità spaventosa.  Poi la pioggia nera, bambini malformati, piaghe nel corpo.

“Volevo dimenticare. Dimenticare tutto. Pensavo di aver già vissuto la cosa più terribile che potesse capitarmi  … La guerra.. Ma poi sono andato nella zona di Cernobyl’. È il futuro non il passato a distruggermi” Psicologo (p. 43).

Cernobyl’ si è trasformato in un mito, i giornalisti hanno rivelato il lato terrificante senza mai indagare sul destino delle singole persone, del loro stato fisico ma soprattutto psichico, della loro vita prima e dopo la disgrazia. Svetlana apre davanti al lettore un mondo estraneo fino a quel momento, con un stile semplice e attraverso la voce di chi ha vissuto in prima persona.  Una scrittura polifonica valicata da diversi personaggi, dall’intellettuale alla casalinga, dall’ufficiale dell’esercito al registra e fotografo, madri, mogli, mariti, anziane, bambini, animali, natura, cibo, persino la polvere delle terra, le strade, gli alberi tutti elementi che sono state vittime dell’esplosione hanno potuto aver voce nel libro, nessuna cosa è stata trascurata per riflettere una realtà ampia e più vicina alla verità.  Spalanca davanti al lettore diverse scene vissute, storie approfondite, descrizione dettagliata dello stato mentale e sentimentale delle persone coinvolte  tanto che sembra esserci dentro.  Come hanno vissuto la notizia che il centrale nucleare è esploso, che idee avevano, come sono cambiate queste idee e sentimenti dopo aver visto morire in modo disumano i propri cari, gli animali, la fauna e flora, le strade, le loro case. Com’è stata trasformata la loro vita, la loro psiche dopo che le cause di Cernobyl non ritardarono a farsi sentire.
Attraverso monologhi, pochi dialoghi si dà voce alle storie della gente e piano piano si costruisce un panorama sempre più ampio di quello che è Cernobyl’.  Non lascia in ombra nulla e naturalmente si chiede se si poteva evitare l’incendio o se si poteva comportare diversamente, se potevano risparmiare tante vite? Ma quell’evento unico nel suo genere ha trovato impreparati tutti. La politica e il forte nazionalismo  con oscura tenacia insistevano che tutto andava per il meglio, che avevano tutto sotto controllo. Unione Sovietica voleva dimostrare la sua forza anche di fronte alle leggi della fisica. L’ordine  di mettere una bandiera rossa sopra il tetto della centrale senza minimamente preoccuparsi di chi ogni volta saliva sul tetto era un condannato ad una morte bruttale.  Una descrizione dettagliata e senza retorica della tragedia da un lato e dall’insensibilità dello stato.
“il decadimento dell’uranio ha un tempo di dimezzamento fa conto 1 miliardo di anni.” Scienziato (p. 143).
Cercavano di trovare la causa, alcuni pensavano fosse il terrorismo ma nessuno sapeva come andava affrontato la situazione, sapevano solo le sue devastanti conseguenze.

 Viviamo in un mondo editoriale in cui c’è un numero sempre più crescente di libri “bestseller” e sempre un numero decrescente di capolavori. I primi sono concentrati sul sensazionalismo, attenti alla sceneggiatura, ricchi di colpi di scena, intrighi, gli eventi scorrono in modo da attirare l’attenzione del lettore "pigro". Un linguaggio pieno di retorica, calcolato e pensato per fare colpo sul lettore, spesso frasi fatti e giri di parole. Poche volte ci imbattiamo in un capolavoro. “Preghiera per Cernobyl” è la testimonianza che in mezzo al mondo frenetico e commerciale che ci regala una realtà superficiale, personaggi stereotipati, storie simili e adatti ai film c’è un romanzo in grado di tirare fuori “l’anima” di un evento, di un popolo, di una grande sofferenza, di una verità che non possiamo ignorare. Un romanzo coraggioso che indaga, approfondisce, scava e rivela il vero volto di Cernobyl’. Attraverso un linguaggio forte e diretto,  poche metafore, niente ironia o sarcasmo, con una scrittura obbiettiva e asciutta  è stata in grado di raccontare la realtà in modo trasparente, una realtà complessa,poco chiara, perfino misteriosa per certi aspetti.  Svetlana è una cronista, una giornalista che attraverso la letteratura ha raccontato la realtà politica e sociale di Cernobyl’ in questo caso, della guerra in Afganistan, dei suicidi in massa dopo lo scioglimento della Unione Sovietica che ha costato la scrittrice la fuga dal paese di nascita e lo ha costretto a vivere in esilio. La stessa impresa che ha intercorso Roberto Saviano nel suo romanzo d’inchiesta “ Gomorra” nel quale descrive la realtà  della criminalità organizzata. 
Eralda Xibraku

Svetlana Aleksieviç

Preghiera per Cernobyl,  
Edizioni e/o, 2015, 300 pp. (prima edizione 2004)

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28 gennaio 2016

David Bowie, artista da leggenda

Mi sveglio la mattina di lunedì 11 gennaio, apparentemente un giorno come un altro. Un nuovo lunedì di studio e di lavoro. Il cielo è plumbeo su Genova, il termometro segna 12 gradi. Apro il mio portatile e clicco sul sito dell’ANSA, e mi rendo conto che no, non è un giorno come gli altri. L’articolo in primo piano recita “Addio al Duca Bianco Bowie”. Dalla Cnn al Financial Times fino ad Al Jazeera, la notizia della sua morte si trova sulla homepage di tutti i principali siti internazionali. Per chi come me è innamorato della musica, appassionato di tutta la musica in tutte le sue sfumature, questo è un giorno triste: una delle figure artistiche di maggiore successo della storia della musica, “un artista rivoluzionario, poliedrico, inarrivabile ed eclettico” (come lo definisce giustamente Veronica Bolognese in un articolo pubblicato sul sito www.staycool.it) è morto nella notte dopo una battaglia di 18 mesi contro il cancro. Solo tre giorni prima aveva compiuto 69 anni, e nello stesso giorno era uscito Blackstar, il suo ultimo album, che resterà il suo testamento.
David Robert Jones (questo il vero nome) nasce a Brixton, Londra, l'8 gennaio 1947. Il suo primo singolo, Can't help thinking about me, viene pubblicato nel 1966 a nome di David Bowie e The Lower Third. Nel 1967 avviene l'incontro cruciale per la sua carriera: quello con Lindsay Kemp. Dall'artista apprende i segreti della teatralità, della mimica, dell'uso del corpo, elementi fondamentali della sua personalità artistica che si affermerà attraverso le sue numerose “personalità”. L'album The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars è un disco incredibile, venerato dai fan e non solo, che racconta la storia del primo dei suoi alter ego scenici, Ziggy Stardust, un extraterrestre bisessuale e androgino trasformato in rockstar che fa di Bowie lo speaker della libertà sessuale. Ma Ziggy è solo uno dei tanti personaggi interpretati dall’artista, da Aladdin Sane ad Halloween Jack al Duca Bianco, “una continua reinvenzione di sé stesso che gli ha permesso di mostrare varie sfaccettature della sua arte nel corso della sua prolifica carriera” (“E’ morto David Bowie, il trasformista del rock”, Repubblica.it). Nel 1973, con uno straordinario concerto all'Hammersmith Odeon di Londra, Bowie annuncia la fine di Ziggy Stardust. All'inizio degli anni Ottanta è un mito, uno dei pochi artisti in grado di conciliare rock e teatro, pop e avanguardia, ambiguità sessuale e arti visive, trasgressione e letteratura.
“Dal folk acustico all'elettronica, passando attraverso il glam rock, il soul e il krautrock, David Bowie ha lasciato tracce che hanno influenzato tantissimi artisti. Artista prolifico, non si è mai adagiato sugli allori del successo continuando a sperimentare fino all’ultimo disco. Ha attraversato e inventato generi anche molto diversi tra loro: dal beat al R&B bianco, dal glam rock all'electro pop intellettuale al rock colto e raffinato” (“Addio a David Bowie, il camaleonte del rock è morto a 69 anni”, Il Mattino).
Non si fa mancare le incursioni nel cinema: dopo alcune piccole apparizioni arriva al successo nel 1976 come protagonista del film di fantascienza L'uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg. Tra le sue interpretazioni più note si ricordano Absolute beginners e Labyrinth del 1986 fino Basquiat di Julian Schnabel del 1996, dove interpreta il ruolo di Andy Warhol.
Nel 1997 viene quotato in borsa grazie all'emissione dei Bowie Bonds effettuata offrendo a garanzia le royalties ricevute per i dischi venduti fino al 1993 (circa un milione di copie l'anno). Nel 2007 riceve il Grammy alla carriera e nel 2008 viene inserito al 23º posto nella lista dei 100 migliori cantanti secondo la rivista Rolling Stone.

Un artista a tutto tondo che è già leggenda. 
Silvia Marcenaro

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27 gennaio 2016

Shoah: spunti per la persistenza del ricordo

In occasione della Giornata della Memoria mi è parso interessante portare qui di seguito alcune testimonianze di sopravvissuti al campo di sterminio di  Auschwitz i quali raccontano la loro esperienza in ambito scolastico e l’idea che hanno maturato della Shoah, e come questa venga presentata oggi nelle scuole dopo 71 anni.
Una delle testimonianze presentate da Repubblica per la commemorazione della Shoah è quella di Alberto Mieli ebreo di Roma che nel 1943 venne fermato dalla Gestapo, mandato ad Auschwitz e liberato nel maggio del 1945 dopo una lunga marcia verso l’Austria.
Un particolare della sua testimonianza è stato il racconto di un giorno di scuola qualunque in cui fu chiamato dal preside il quale piangendo gli disse che non poteva più frequentare il corso.  Quello fu il suo ultimo giorno di scuola. I bambini ebrei non potevano più accedere alle classi.
Alberto Mieli,oggi novantenne, ha appena pubblicato un libro di testimonianza individuale: Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa.
Questa testimonianza nasce dagli incontri con i ragazzi delle scuole, dai ricordi evocati con dolore e sofferenza. Alberto Mieli, infatti, non è mai tornato nei luoghi della sua deportazione, bensì ha scelto il dialogo con i giovani ai quali dice “per avere rispetto di noi stessi dobbiamo imparare ad avere rispetto per gli altri”.
Un’altra “immagine” che ritengo significativa presentare è quella di Liliana Segre, ebrea di famiglia laica milanese segnata dalle leggi razziali del 1938, in seguito alle quali venne espulsa da scuola. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, Liliana è tra i soli 25 sopravvissuti.
La donna, la quale di solito offre la sua testimonianza nelle scuole, sollecitando gli insegnanti a spiegare ai ragazzi cosa sia accaduto, fa notare quanto i giovani siano disabituati al dolore, tenuti al riparo sia dalle famiglie sia dall’ambiente scolastico. Ciò che è necessario, invece, è conoscere ciò che è accaduto e rialzarsi, andare avanti.
Un’ulteriore testimonianza rilevante è quella di Aharon Appelfeld, scrittore israeliano, sopravvissuto alla Shoah in cui perse i suoi familiari, dove riuscì a fuggire da un campo di sterminio nazista in Transnistria e si unì all’Armata Rossa dove prestò servizio come cuoco.
Oggi, ci rende edotti della sua tragica esperienza con i suoi romanzi che hanno come centro la Shoah, come ad esempio “Oltre la disperazione”. L’autore racconta la sua fuga dal lager a 8 anni e l’esperienza da sopravvissuto.
Nell’intervista rilasciata a Repubblica gli viene chiesto cosa ne pensa del modo in cui viene onorata la Shoah oggi, con gite scolastiche e lezioni in classe. Lo scrittore, che vive a Gerusalemme, spiega come per i ragazzi israeliani le visite nei campi di sterminio non siano un’esperienza accettabile in quanto quei luoghi sono ancora fonte di dolore, dove hanno perso i propri familiari. Sugli europei si riserva di rispondere, dicendo come sia difficile da spiegare il genocidio e il disprezzo per gli ebrei che i tedeschi avevano inculcato nella popolazione.
Queste testimonianze di alcuni bambini privati della loro istruzione, di altri addirittura delle loro vite, di altri ancora distrutti nell’anima da esperienze travolgenti e inenarrabili per la loro brutalità, certamente svolgono un ruolo preponderante nella conservazione e memorizzazione di uno dei passi certamente più indimenticabili della storia dell’umanità.
 Francesca Catrambone
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24 gennaio 2016

Arnasco-gate. Aspettando la misericordia


Il destino si è accanito nei confronti di Aicha Bellamoudden, marocchina morta a soli 56 anni nello scoppio di una palazzina nel centro storico di Arnasco. Non è bastata la fuga di gas, forse evitabile, a provocarne la morte. Non è bastata la mancata benedizione della salma da parte del parroco durante i funerali. Non è bastato l’imbarazzo che la vicenda ha creato con la diocesi di Albenga, recentemente commissariata.
Aicha muore ancora, ogni giorno.
Muore perché ancora non si  riconosce il suo diritto alla cittadinanza nel mondo. Ancora non si tollera il suo diritto a professare una religione diversa dalla nostra. E non basta. Ancora, ad accrescere questa vergogna, è la totale mancanza di rispetto per una donna che ha perso la vita.
 L’Arnasco-gate solleva antichi polveroni, suscita sentimenti creduti ormai sopiti, accende la discussione mediatica. A conferma che parole come accoglienza, tolleranza, misericordia, tanto evocate anche dal Papa, nella coscienza delle persone, non sono altro che parole.
Belle parole, certo. Ma pur sempre lontane anni luce dalla realtà del pensiero prevalente.
Lo stereotipo del migrante, dello straniero pericoloso, del musulmano indegno di ricevere sacramenti, resiste incontrastato. Anche in un piccolo borgo dell’entroterra ligure, dove tutti si conoscono e dove ci si dovrebbe sentire accolti come in famiglia.
 La misericordia, quella di cui scrive papa Francesco nel suo libro, è un sentimento nobile di pietà verso l’infelicità o la disgrazia altrui. La stessa pietà e compassione che dovremmo provare verso la miseria umana di un parroco che non risulta comportarsi da  cristiano. O la stessa ambiguità di spirito che serpeggia tra l’ignoranza popolare che considera la religione musulmana un elemento discriminante.
 Aspettiamo, quindi. Aspettiamo ancora. Ancora, aspettiamo.
Aspettiamo di percorrere la strada che conduce alla residenza del rispetto.
Aspettiamo di capire dove vive la dignità della religione.
Aspettiamo la carezza della misericordia che, in futuro, ci porti lontano da spregevoli luoghi comuni e assurdi stereotipi.    

 Anna Scavuzzo       
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20 gennaio 2016

Le voci della storia

Antonio Ferrari e i retroscena delle sue grandi interviste

Sgretolamento non è una semplice raccolta di interviste, ma molto di più. In primis è l’emblema di parte della lunga carriera di un grande giornalista italiano, Antonio Ferrari.
Firma illustre del “Corriere della Sera”, dopo aver seguito gli anni del terrorismo italiano, Ferrari è passato all’estero. Prima in Europa e nell’Est comunista, poi nei Balcani, in Medio Oriente e in Nord Africa. Ferrari racconta le sue interviste più salienti ai grandi leader politici, quei burattinai che nel bene o nel male hanno deciso le sorti di un delicatissimo decennio storico come quello degli anni Ottanta. Con uno stile semplice e un linguaggio affabile, tra ironia e autoironia, Ferrari ci insegna che cosa significa essere giornalista. Coraggio, arguzia, sagacia sono solo alcune delle sue qualità. È un provocatore che non teme chi ha di fronte, poco importa se si tratti  di scavalcare la censura romena per l’intervista a Ceausescu,  o di definire il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir un terrorista, o di sfidare i servizi segreti siriani con una intervista telefonica nella sua stanza di albergo a Damasco al leader libanese Aoun. Una irriverenza e una spregiudicatezza a volte punite, è il caso del suo avvelenamento a Bucarest e il conseguente divieto di ingresso in Romania in quanto “persona non gradita”.
Ferrari non ha paura di ammettere che oltre al merito più volte ha contribuito anche una buona dose di fortuna. È alla fortuna infatti che attribuisce la sua più cara intervista, quella a Helmut Schmidt, ormai ex cancelliere della Repubblica Democratica Tedesca.
Dalle sue parole trapela la voglia di verità, spesso però una verità ben nascosta negli intrighi politici internazionali, tanto che per trovarla il giornalista rischia di diventare una pedina di un gioco pericoloso. Fa riflettere il suo incontro con il giornalista turco Mumcu alla fine della guerra fredda a proposito dell’attentato a papa Giovanni Paolo II e la presunta pista bulgara. Durante una cena Mumco confessa:
 So però che la pista bulgara è un clamoroso falso. Sono stato preso in gio. Siamo stati buggerati tutti. Questa storia della pista bulgara è stata costruita per colpire, anzi per distruggere il comunismo sovietico”
 E poco dopo continua:
 “Noi non siamo solo responsabili di quel diciamo o scriviamo. Siamo anche responsabili dei nostri silenzi. Non posso tacere. Mai.”
 Ma Sgretolamento è anche altro. È la ricostruzione attraverso incontri e interviste di un decennio decisivo, quello in cui si verificò lo sgretolamento appunto del Muro più alto e doloroso d’Europa, quello che separava due mondi, l’Occidente libero e l’Oriente comunista. È il decennio che vede il tramonto dell’impero dell’Est con le sue conseguenze nei Balcani, in Medio Oriente e sulle sponde del nostro Mediterraneo. Ferrari ci propone un viaggio nella storia. Dalla guerra civile libanese con l’intervista a Gemayel, all’Iraq di Saddam Hussein e alla Grecia di Andreas Papandreou, passando attraverso la Turchia, la Romania e la Bulgaria.
Le voci degli intervistati compaiono senza filtro, a nudo, facendo emergere inattese verità o sorprendenti bugie. Una in particolare colpisce e diverte. È il 4 ottobre del 1985, poche ore dopo dell’attentato israeliano al quartier generale dell’OLP a Tunisi. L’intervista è rivolta al leader palestinese Arafat che alla domanda su cosa stesse facendo nel momento dell’attentato risponde:
 Lo jogging come lo chiamate voi. E poi liberi esercizi fisici. [] Prima ho cercato un cavallo, ma non sono riuscito a trovarlo. Allora sono tornato a casa, ho indossato la tuta e ho raggiunto la spiaggia.”
 La verità era un’altra. Anni dopo si venne a sapere dell’esistenza di un accordo non scritto tra i vertici del potere mondiale di non uccidere i leader. Arafat si salvò soltanto perché una telefonata lo avvisò in tempo mentre invece palestinesi e tunisini morirono, come, scrive lo stesso Ferrari, carne da cannone.
Benedetta Federica Rovero


Antonio Ferrari
Sgretolamento. Voci senza filtro
 Jaca Book, Milano, 2013, pp. 175.


18 gennaio 2016

In libreria

Bruno Barba 
Meticcio. L’opportunità della differenza
Effequ, Orbetello, 2015, 232 pp.

Descrizione
L'umanità è fatta di mescolanze: come insegnano le culture mediterranee, caraibiche, sudamericane, il meticciato rappresenta un destino ineluttabile; destino non da subire passivamente, ma da considerare come un'occasione imperdibile per una decisa apertura alla diversità e alla scelta. È il momento, perciò, di promuovere l'essere transculturale, la nuova mobilità planetaria, di affrontare i nuovi tempi con strumenti interpretativi idonei, senza alcun timore: nessuno perderà la propria identità, al contrario la rafforzerà, la celebrerà, la eleverà, attraverso il processo di ibridazione. Questo saggio destruttura, anzi decolonizza la nostra mente, e prova a pensare per nuove categorie. Partendo dalla storia si intraprende un percorso che si pone come il 'manifesto' del meticciato contemporaneo: una riflessione cruciale per il nostro tempo, un'affilata antropologia dell'indifferenza.
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15 gennaio 2016

Blasfemia del pensiero libero

 Credo nel diritto di credere 
In Dio, in Allah, in Budda 
E in tutti gli Dei dell’universo;
Credo nel diritto di non credere.
 
L’uomo nasce schiavo di cultura, fede, società.
La libertà è una conquista,
L’affrancatura dalla convenzione,
La scelta consapevole del proprio essere.
La scelta che non sempre si ha il coraggio di fare, 
Lo schieramento che cambia la vita, 
Plasma la persona,
La salva o la condanna alla mediocrità.
 
Noi che viviamo la nostra piccola vita, 
Nel nostro piccolo mondo, 
Dimentichi del costo della libertà 
E del peso delle parole.
Noi lontani da questo giovane poeta
Eppure a lui così simili.
 Assuefatti al diritto alla libertà,
Indifferenti alla sofferenza,
Distratti da un'illusoria distanza.
 
Si vuole spegnere una vita!
 Ashraf Fayadh, un nome,
Una storia, un figlio, un amico.
Falciare con la brutalità,
Interrompere la precarietà dell’essere.
La superbia del potente che si fa Dio, 
Le presunzione dell’uomo che decide della vita dell’uomo.
La condanna dell'inaccettabile colpa del libero pensatore.
 
Credo nell’essere umano e nella luce della ragione 
Ché illumini i bui recessi dell’arroganza umana.
Prego perché 
Dio , Allah, Budda,
L’universo tutto e gli uomini
Salvino insieme Ashraf Fayadh, 
Un uomo come  noi. 
Forse peggiore di me,
Forse migliore di me,
Comunque uomo, un diritto alla vita, incatenato dalla sua stessa libertà.
 Cristina Pongiluppi




'Salviamo il poeta e artista palestinese Ashraf Fayadh'.





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14 gennaio 2016

In libreria

Julia Cagé 
Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia 
Bompiani, Milano, 2016, 128 pp. 
disponibile anche in formato ebook

Descrizione

I media sono in crisi. Non solo la carta stampata, ma tutta la catena di produzione dell’informazione. Di fronte a una concorrenza spietata e a un calo inesorabile degli introiti pubblicitari, i giornali, le radio, le televisioni sono tutti alla ricerca di un nuovo modello. Basato su un’indagine inedita sui media in Europa e negli Stati Uniti, questo libro propone di creare un nuovo statuto di “associazione non profit”, a metà strada tra lo statuto delle fondazioni e quello delle società per azioni, che concili attività commerciale e attività senza fini di lucro. Un simile statuto consentirebbe ai media di essere indipendenti dagli azionisti esterni, dagli inserzionisti e dai poteri pubblici, e di operare invece contando sui lettori, sui dipendenti e su metodi innovativi di finanziamento, incluso il crowdfunding. Julia Cagé propone un metodo ambizioso, che incrocia le sfide della rivoluzione digitale e la realtà del XXI secolo, e che si ispira a un presupposto fondamentale: che l’informazione, come l’istruzione, è un bene pubblico, e come tale va difeso. Il dibattito è aperto: ne va, molto semplicemente, del futuro della nostra democrazia.

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11 gennaio 2016

In libreria



Lella Mazzoli , Giorgio Zanchini (a cura di )
Info cult. Nuovi scenari di produzione e uso dell'informazione culturale
Franco Angeli, Mi
lano, 2015, 192 pp.


Descrizione
Di cultura in Italia si parla molto. I dati sconfortanti sui consumi culturali e sul tasso di lettura hanno persino incrementato il discorso pubblico su questo tema. In generale sui media l'informazione culturale c'è.  E tuttavia è un campo ancora poco frequentato dalla riflessione sociologica e da ricerche empiriche. Il volume vorrebbe anzitutto rispondere a questa parziale lacuna. Basato su un'articolata ricerca dell'Osservatorio News-Italia dell'Università di Urbino Carlo Bo su dati e fonti dell'informazione culturale, Info Cult offre una ricognizione sistematica della produzione e degli usi dell'informazione culturale di oggi e dei suoi effetti sociali. E risponde a molti degli interrogativi più urgenti della nostra contemporaneità: quali sono le fonti di informazione privilegiate? Qual è il ruolo giocato da internet e dagli altri media digitali? C'è ancora bisogno di mediazione e mediatori? Quale piattaforma conta di più nelle scelte di consumo? Quali sono i temi che gli italiani associano maggiormente all'idea di cultura? Quali sono i nuovi linguaggi e i nuovi scenari?
Indice del libro
Piero Dorfles, Le culture divergenti
Lella Mazzoli, Giorgio Zanchini, Perché Info Cult
Lella Mazzoli, Giulia Raimondi, Conoscere, condividere, partecipare: l'Info Cult come benessere della società
Giorgio Zanchini, Mappe culturali: in cerca di bussole per nuovi mondi
Roberta Bartoletti, Informazione e consumi culturali: scenari di uso
Federico Montanari, Stili, pratiche, forme e strategie nella ricerca di informazione culturale: fra offline e online
Fabio Giglietto, Il futuro dell'industria culturale fra algoritmi sociali, democrazia e nuovi autoritarismi
Chiara Checcaglini, L'informazione culturale e il settore audiovisivo: il caso dell'informazione cinematografica
Riferimenti bibliografici


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10 gennaio 2016

Il buon giornalismo dell'informazione interculturale


Sembra di assistere ad una lezione universitaria, ad una di quelle dove il professore camminando per l’aula parla per ore e tu, rapito dalle parole, non ti accorgi del tempo che in un attimo vola. Perché Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale non è semplicemente un manuale sui problemi del giornalismo odierno, ma è una riflessione su come viviamo e ci rapportiamo con gli altri. Dove gli Altri sono arrivati da un paese, non lontano dal Nostro, per scappare spesso da una guerra che riteniamo sia solo Loro.
Etichette, pregiudizi, stereotipi dati in primis da chi dovrebbe occuparsi di educare e formare la collettività: il giornalismo, tradizionale e online. Da qui il sottotitolo “Il ruolo dei media in una società pluralistica”, perché come scrive l’Autore: “I mass media, la comunicazione, i social media, finanche il web marketing possono diventare strumenti di mediazione interculturale e di peace building”.
Non pensiamo che Corte proponga del buonismo; non si mette sul piedistallo criticando il settore dell’informazione, ma lo analizza cercando di capire come si potrebbe passare dal giornalismo etnocentrico o multiculturale, ad un Giornalismo interculturale. Un percorso faticoso, che prevede prima di tutto una conversione culturale e dell’anima. Perché di cuore, per come vede lui questo mestiere, ce ne vuole tanto.
Non promette la ricetta segreta, l’ingrediente nascosto per ottenere la comunicazione perfetta. Regala però consigli su come organizzare il lavoro in una redazione, su come un reporter dovrebbe rapportarsi con le fonti e sul linguaggio da scegliere per scrivere un articolo. Perché saper trovare le parole, può fare la differenza. E maestro nel raccontare l’Altro è Guccini, le cui canzoni accompagnano, di capitolo in capitolo, l’intera lezione di Corte.
Questo libro ha il grande merito di far riscoprire un valore che spesso per fretta o superficialità si dimentica: il rispetto per gli Altri. Principio che dovrebbe mettere in pratica in particolar modo chi si occupa di comunicazione.
  Federica Traversa



Maurizio Corte
Giornalismo interculturale e comunicazione nell’era del digitale.
Il ruolo dei media in una società pluralistica.
Cedam, Padova 2014, 214 pp.
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07 gennaio 2016

Guerre di serie B

"Si muore così qui: senza preavviso. Un’esplosione, dal nulla, il lampo, uno schiaffo di vento, e l’aria che si fa rovente di fiamme, sangue, schegge – e nella polvere, tra le urla, solo questi stracci di carne, questi bambini di carbone."

Crudele. Ecco come definire il libro di Francesca Borri, la coraggiosa reporter freelance che ha scelto Aleppo, in Siria, per raccontare. La Siria, che spesso viene dimenticata, o meglio confusa, perché gli occidentali ignorano dove sia e che cosa sta accadendo lì da anni. Viene confusa con l’Iraq, con la Libia. A chi importa DAVVERO della Siria? Perché, a che scopo raccontare cosa succede davvero in quel paese straziato, che ormai vive solo di cadaveri e disperazione? Più volte nel corso del libro la freelance spiega che né una ONG, né una Croce Rossa, né le Nazioni Unite si preoccupano di aiutare Aleppo. Perché? Ci sono guerre di serie B, a cui nessuno fa caso, eppure i morti e i rifugiati crescono, di stagione in stagione. Se nell’autunno 2012 i morti erano 60mila e i rifugiati 400mila, a settembre dell’anno dopo sono diventati 130mila e 2milioni e mezzo i rifugiati. I numeri servono a capire e, più si fanno i calcoli, più viene da chiedersi che senso ha tutto questo. Perché nessuno aiuta? Francesca Borri lo racconta in modo preciso, crudele, scioccante. Questa è la guerra, non avere più nulla, se non la speranza, ma forse nemmeno più quella. La Guerra Dentro, perché una volta che la vedi, che la vivi, che la sopporti, non esce più, diventa parte di teQuesto libro è più che un reportage, più che una cronaca: è un diario, pieno di sentimenti, sensazioni e soprattutto ricco di storie, una guerra che diventa letteratura. Persone incontrate che raccontano un pezzo di vita, storie incredibili, impensabili per gli occidentali. Ma al direttore di testata cosa interessa? Quello che fa scalpore, forzando la realtà, costruendo la notizia, creando lo scoop. Il pendolare al mattino, in metro, sarà colpito dal bambino-medico, dalla donna-soldato, col marito talebano magari. A chi importa se qualcuno, che un tempo faceva parte di una grande famiglia numerosa, è rimasto solo per colpa di mine e cecchini? È la disperazione. La giornalista vuole scandalizzare, vuole lasciare una traccia della guerra anche dentro di noi. Leggendo, ci sembra di essere con lei tra le macerie, a rischiare la morte, a vivere con chi non ha più nulla e non può scappare. Ciò che fa innervosire ancora di più è la disinformazione, anzi, l’ignoranza nel vero senso della parola. Mancanza di una conoscenza sufficiente. Perché noi occidentali non sappiamo davvero quello che accade in Siria. Sentiamo distratti qualche informazione al tg, ma non siamo informati a sufficienza. Forse non ci vogliono informare. Non c’è empatia con quei luoghi, non ci rivediamo in loro perché sono lontani. Ma sono come noi e Francesca Borri ha cercato, indignata, come si percepisce in ogni pagina, di spiegare, di raccontare. Crudele ed emozionante. Ci svela realtà che ci vengono nascoste. Ci fa entrare nel conflitto, ma non in quello spettacolare che passa sul piccolo schermo. Il conflitto della vita quotidiana, della ricerca di acqua e pane, o del proprio figlio di cui non si hanno più notizie.
Valeria Camarda

Francesca Borri
La guerra dentro
Bompiani, Milano, 2014, pp. 236.
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02 gennaio 2016

In libreria

Rita Marchetti
La Chiesa in Internet. La sfida dei media digitali
Carocci, Roma 2015, 160 pp.
Descrizione
Il volume offre un contributo per pensare criticamente il ruolo della rete e dei media digitali nella vita quotidiana in rapporto alle istituzioni tradizionali, in particolare alla Chiesa cattolica in Italia. I rapporti della Chiesa con i processi di modernizzazione sono stati spesso controversi e caratterizzati da un’alternanza di intuizioni e chiusure, di accettazione e cautela, tanto da rendere legittima, inizialmente, l’ipotesi di un atteggiamento di resistenza nei confronti dei mutamenti creati dalla diffusione di internet. Al contrario, il mondo ecclesiale in rete si è dimostrato una realtà estremamente e inaspettatamente ricca, con migliaia di utenti anche tra le persone e i parroci più anziani, come mostra l’importante mole di dati e informazioni raccolte sul campo di cui il volume rende conto.
*link all'Indice del libro.

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