«La Vie Française era, soprattutto, un giornale d’affari, il padre un affarista a cui la stampa e il mandato parlamentare avevano servito da trampolino. Della bonarietà si era fatta un’arma, aveva sempre manovrato sotto la maschera sorridente di un brav’uomo, ma non affidava un lavoro, qualunque fosse, se non a gente che aveva davvero conosciuta, provata, istruita, e che sentiva astuta, audace, arrendevole. Duroy, nominato capo cronista, gli sembrava un ragazzo prezioso. Quell’incarico era stato affidato fino ad allora al segretario di redazione, Boisrenard, vecchio giornalista, corretto, puntuale, meticoloso come un impiegato. Da trent’anni era stato segretario di redazione in undici giornali diversi, senza mutare in niente il suo contesto e le sue vedute. Passava da una redazione all’altra come si cambia trattoria, accorgendosi appena che la cucina non ha il medesimo sapore. Le opinioni politiche o religiose gli restavano estranee. Si dedicava al giornale, qualunque fosse, pratico del mestiere, e prezioso per la sua esperienza. Lavorava come un cieco che non vede niente, come un sordo che non sente niente, e come un muto che non parla mai di nulla. Aveva tuttavia una grande lealtà professionale, e non si sarebbe prestato a nessuna cosa che non giudicasse onesta e leale, corretta dal punto di vista particolare del suo mestiere.»
Le riviste dell'informazione
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04 dicembre 2011
L'alba del pianeta delle scimmie
L’incontro con Raffaele Mastronardo ha instillato in molti studenti del corso di Laurea magistrale in Informazione e Editoria la voglia di riflettere e discutere intorno all’argomento “stampa e futuro”. Tralasciando motti piuttosto semplicistici come “il futuro è morto” o la “stampa è finita” quello che a mio parere è emerso è un dato chiaro: le opportunità, sia lavorative, sia intellettuali e speculative che il mondo del giornalismo 2.0, ma forse è meglio dire dell’Informazione con una rigida e magniloquente lettera maiuscola, offre sono enormemente maggiori rispetto a quelle di soltanto dieci anni fa. Prima la figura del giornalista era sostanzialmente una figura “manichea”, intimamente divisa entro due nature, anzi quattro, due “di specie” e due “etiche”: c’erano i giornalisti della carta stampata (classicamente e imperturbabilmente in cappello, cravatta e cappotto) e gli anchorman della televisione (condannati a vita alla dorata prigione del tubo catodico); poi le inscindibili categorie dei “buoni giornalisti” e dei “cattivi giornalisti”. Ora, le ultime due categorie hanno la stessa valenza degli universali per la filosofia tomistica: sono la conditio sine qua non della sussistenza stessa dell’Informazione. Ma le altre due categorie, quelle che sprezzantemente ho definito “specie”, si sono notevolmente evolute e modificate. Ora per fare il giornalista non si deve per forza seguire quelle due strade obbligate ma si possono seguire vie alternative, con, certamente una maggiore confusione e incertezza, ma anche una ridda esponenzialmente più ricca di opportunità. Nella nostra epoca cangiante (ma quale epoca non è stata di transizione, quale epoca non si è “mossa” ma è stata ferma?) può accadere che giovani blogger iraniani, olandesi o camerunensi diano notizie in anticipo, con un rapido e impalpabile tweet, rispetto alle grandi agenzie stampa internazionali. Può accadere anche che un computer, una serie di algoritmi creati dall’uomo sia in grado di scrivere articoli di baseball “dannatamente buoni” e superiori, per abilità nel conteggio del punteggio e imparzialità (ma anche parzialità) di giudizio, rispetto a quella dei cronisti sportivi “di lunga data. Ma tutta questa carica di stordente novità non fa tramontare l’era del giornalista competente, arguto, capace di avere, per dirla come in Whatever Works di Woody Allen, “una visione d’insieme, una percezione allargata delle cose del mondo”. Tutto il contrario. L’esigenza di prendere fiato dall’incessante flow delle notizie, delle breaking news e dell’informazione compressa e frullata in pochi secondi, fa aumentare il desiderio, il bisogno fisico e mentale di una riflessione, sicuramente di parte, ma proprio per questo di maggior valore rispetto alla notizia brutalmente sbattuta in poche parole. La verità, nel mondo del giornalismo, non esiste e il fatto stesso, come c’insegnano i grandi (e piccoli) maestri del giornalismo, di dare o non dare (o dare in un certo qual modo) quella notizia piuttosto che quell’altra è indice di scelta. La scelta, come ci dice Carofiglio, è insita nel genere umano e per fortuna che si sceglie se no si sarebbe delle scimmie, che scrivono articoli di baseball molto buoni, ma senza conoscere la bellezza di passeggiare per i boulevard di Parigi ascoltando la vox populi che parla ora del tandem Merkozy ora delle vicende di Bel-Ami. Guy de Maupassant racconta la vicenda di un “supergiornalsta” di un certo modo di intendere tale professione: collusione con i poteri forti, volontà di emergere, stile strillato e sopra le righe e animo incendiario ma anche remissivo di fronte alla censura (autoimposta a volte). Ma non solo questo è il giornalista “corrotto”. Spesso si è corrotti anche facendo bene il proprio lavoro, con puntiglio e rigore, ma senza alcuna personalità e, per l’appunto, “volontà e capacità di scelta”:
Le ultime parole “non si sarebbe prestato a nessuna cosa che non giudicasse onesta e leale, corretta dal punto di vista particolare del suo mestiere” sono parole che mi hanno sempre agghiacciato e spaventato a morte, più di un dozzinale romanzo di un qualche scrittore americano di romanzi horror. La figura di questo “giornalista di mestiere” è la quintessenza di un certo modo di fare il giornalista, che è si lavoro artigianale, di fatica, estremamente fisico ancora prima dell’atto supremo di vergare il foglio intonso (tanto ormai esistono gli smart-phone e gli i-pad senza rischi di rovesciare inchiostri o di macchie sospette) ma è innanzi tutto un lavoro di scelte, non di ossequioso lavoro impiegatizio ma di pressante sforzo intellettuale. La notizia non si presenta per così dire in atto, ma con un grado di in potenza sempre diverso. Sta al giornalista, buono, cattivo, della stampa, televisivo, collegato da un blog, giovane o vecchio, vagliarla, arricchirla con le sue impressione, distorcerla, ampliarla o modificarla. Il futuro non è morto, non è stata ancora scritto come amava dire Joe Strummer, è compito nostro, nostra missione e nostra natura, sceglierlo.
Mattia Nesto
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*link al blog La scimmia che vinse il Pulitzer
03 dicembre 2011
In libreria
Antonella Russo
Storia culturale della fotografia italiana
Dal Neorealismo al Postmoderno
Torino, Einaudi, 2011, 428 pp.
Descrizione
Questo volume intende ricostruire le caratteristiche e lo specifico contributo della fotografia italiana alla piú generale storia della fotografia internazionale, non solo analizzando le opere dei maggiori autori italiani, ma anche presentando il fitto tessuto culturale, sociale e istituzionale di immagini, mostre, scuole, dibattiti teorici, pubblicazioni e correnti in un ampio arco di tempo che va dal dopoguerra agli albori del digitale.
Indice del libro
Introduzione. - I. Neorealismo e fotografia. II. L'associazionismo fotografico in Italia. III. Oltre il Neorealismo: verso una fotografia italiana contemporanea. IV. Il Piano Marshall e la fotografia italiana. V. Dalla fotografia italiana alla storia della fotografia italiana. VI. La fotografia italiana nelle istituzioni. VII. Verso la promozione di una cultura fotografica. VIII. Il fotogiornalismo in Italia. IX. La fotografia italiana e la scena artistica contemporanea. X. La fotografia italiana tra gli anni Ottanta e Novanta. - Bibliografia selezionata. - Indice dei nomi.
*link all' Introduzione del libro.
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02 dicembre 2011
Chi vincerà il premio Pulitzer nel 2020?
I padri della “scimmia-giornalista” che sfida i vecchi cronisti sportivi americani non avrebbero dubbi: entro il 2020 sarà la loro creatura informatica ad aggiudicarsi il prestigioso premio giornalistico. Qualche perplessità, invece, la mostra Raffaele Mastrolonardo, coautore insieme al collega Nicola Bruno del discusso libro La scimmia che vinse il Pulitzer. Personaggi, avventure e (buone) notizie dal futuro dell’informazione (Milano, 2011).
Ma andiamo con ordine: chi è Raffaele Mastrolonardo? Dottore di ricerca nella Facoltà di Filosofia di Genova, fondatore dell’agenzia effecinque (che fra i maggiori clienti può vantare Sky.it, il Corriere della Sera, il Manifesto, l’Espresso…), è uno di quei giornalisti di cui la vecchia Superba ha disperatamente bisogno: intraprendente, attento ad ogni cambiamento tecnologico, lo sguardo sempre rivolto al futuro. Tutto quello che manca alla città anagraficamente più anziana d’Italia.
Ed è proprio a noi, studenti del corso di Laurea Magistrale Informazione ed Editoria che si è rivolto con parole ottimistiche e rassicuranti: «Il futuro del giornalismo siete voi, gli stessi che vivono su Twitter, Facebook, I-Pad, ecc. è con quegli strumenti che farete i giornalisti un domani».
L’incontro è cominciato con una dinamica carrellata di alcune delle storie più significative che Mastrolonardo e Bruno hanno raccolto nel loro, ormai popolare, saggio: Bill Adair, fondatore di PolitiFact il portale che verifica le dichiarazioni dei politici americani, Michael Van Poppel, il ragazzino prodigio che a 17 anni è entrato in possesso del prezioso video di Osama Bin Laden, ora fondatore e direttore del BNO News, Ory Okolloh, la avvocatessa keniana che si è inventata la piattaforma attualmente utilizzata per monitorare le sommosse post-elezioni nel mondo, Birgitta Jonsdottir, parlamentare islandese che ha deciso di fare del suo paese il paradiso della libertà di stampa, Julian Assange e la storia di Wikileaks fino al secondo prima che diventasse un caso planetario.
Perché tre erano le regole che si erano imposti prima di cominciare questa avventura: le storie dovevano essere personali, paradigmatiche e poco note.
E poi c’è la scimmia, colei che, giurano i suoi creatori, non ruberà il lavoro ai giornalisti, ma al contrario sarà in grado di collaborare con gli esseri umani per sviluppare insieme un diverso modo di fare giornalismo. Si tratta di un software in grado di scrivere autonomamente un articolo di cronaca sportiva (attualmente limitato al baseball), creando il titolo, inserendo la foto, utilizzando dati storici e, cosa ancora più sorprendente, essendo capace di scrivere un pezzo anche “politicamente orientato” a seconda del giornale al quale lo dovrà poi vendere.
Raffaele Mastrolonardo non si limita a raccontare. Le facce stupite del suo pubblico hanno bisogno di una dimostrazione, così il giornalista improvvisa una specie di Turing test (per vedere se la scimmia riesce ad ingannare l’astuto essere umano). Legge tre attacchi di cronaca sportiva riferiti alla stessa partita: due sono scritti da giornalisti in carne ed ossa, uno dalla scimmia-software: le differenze sono minime, ma la platea riesce ugualmente ad individuare l’articolo della macchina, anche se un certo sconcerto emerge dal chiacchiericcio che si alza in aula.
Possibile che un computer possa sostituire persino il lavoro del giornalista? Certo la macchina non commette errori, esegue calcoli molto complicati in poco tempo, è in grado di riscrivere un articolo all’ultimo secondo utile, ma sarà in grado di dare al pezzo quel tocco di colore che solo la penna umana fin’ora è riuscita a inserire in un articolo?
Il giornalista di effecinque ne dubita e lancia ai ragazzi una sfida avvincente: «I creatori della scimmia sono convinti che entro il 2020 vinceranno il Pulizer, io onestamente spero che lo vinciate voi!».
Marta Farruggia
Nicola Bruno - Raffaele Mastrolonardo
La scimmia che vinse il Pulitzer.
Personaggi, avventure e (buone) notizie dal futuro dell’informazione,
Milano, Bruno Mondadori, 2011, 192 pp.
*link al blog lascimmiachevinseilpulitzer
**link al sito dell'agenzia effecinque
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01 dicembre 2011
La zona grigia calabrese
«È un inchiesta dei colleghi di Milano ma spero almeno che non si dica più che le indagini si fermano sulla soglia della ‘zona grigia'». Sono state queste le prime dichiarazioni rilasciate alla stampa da parte del Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, nel momento in cui un magistrato, un politico, un avvocato, un medico e un maresciallo della Guardia di finanza venivano arrestati in Calabria per ordine della procura di Milano.
Un momento triste e ben difficile da metabolizzare per tutto il Paese, ancor più per chi della Regione ultima fra le ultime è originario; e forse non di meno per un onesto servitore dello Stato che non più tardi di un anno e mezzo fa, era il Maggio 2010, veniva ‘omaggiato’ di un regalo da parte di quelle cosche sempre più indebolite dall’opera di sequestro beni portata avanti proprio da Pignatone in collaborazione con la Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria. Era un bazooka. Fatto trovare, dopo una telefonata anonima, davanti al Tribunale di Reggio Calabria.
Facile immaginare cosa possa esser passato nella testa del Procuratore quando ad essere arrestato è stato il presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, Giuseppe Vincenzo Giglio, accusato di rivelazione di segreti d’ufficio e favoreggiamento personale aggravato dalla finalità di favorire l’associazione mafiosa. Eppure nonostante l’inevitabile shock personale i primi pensieri di Pignatone si sono rivolti a questa specie di simbolo mitico, questa zona grigia sempre narrata e sempre descritta ma evidentemente mai compresa fino in fondo, nella sua essenza e nella sua esistenza reale e non soltanto in quella di comodo, di facciata. Quell’esistenza che ha spinto vari cronisti a tracciarla con le loro penne il più delle volte in modo strumentale quando le porte di determinati Tribunali non si aprivano come invece essi avrebbero preferito raccontare. Ed era a questo che si riferiva il Procuratore di Reggio nelle sue dichiarazioni.
Già Primo Levi ne parlava come di una ‘realtà dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi’ ma il termine è ancora attuale al punto da comparire spesso nella letteratura criminologica con il significato di quell’area intermedia tra legale e illegale. E nel giorno in cui oltre a Giglio finiscono in carcere anche il consigliere regionale calabrese, Francesco Morelli, l’avvocato del foro di Palmi (Reggio Calabria) ma con uffici tra Milano e Como, Vincenzo Minasi, il maresciallo capo della Guardia di finanza, Luigi Mongelli, e nel giorno in cui c’è un secondo magistrato, Giancarlo Giusti di Palmi, divenuto ormai già celeberrimo per l’intercettazione in cui arriva a confessare al presunto boss Giulio Lampada di come nella vita lui ‘avrebbe dovuto fare il mafioso’; ecco è questo lo scenario che inevitabilmente porta a pensare che forse mai come adesso si è accesa la luce su questa zona d’ombra che da sempre governa con la ‘ndrangheta la vita e gli affari della regione calabrese.
Da anni siamo abituati praticamente a tutto. Un politico calabrese indagato per fatti di mafia non fa più notizia, anche sul mercato dell’informazione è diventato ormai un prodotto scadente. Quando però ad essere colpiti sono i magistrati tutti, di colpo, ci si scopre impreparati alla enormità della notizia, indifesi e frastornati.
Ebbene da calabrese spero di avere ancora a lungo la capacità di stupirmi di fronte a notizie di questo tipo. Anche se forse indagini come questa, che vanno dritte al cuore della classe dirigente con lo scopo di far luce su questo crepuscolo fatto di collusione e connivenza, riescono involontariamente ad ottenere il risultato di annerire ancor di più gli orizzonti del resto di una società civile che classe dirigente non è. E che a queste condizioni non vorrà mai divenire, continuando cosi a schivare le responsabilità che dovrebbe invece assumere.
Marco Tripepi
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30 novembre 2011
In libreria
Stefania della Badia
Il Mattino 1892-1917
Casoria Loffredo editore, 2011, 204 pp.
Descrizione
Il Mattino 1892-1917
Casoria Loffredo editore, 2011, 204 pp.
Descrizione
Il volume ricostruisce il ruolo determinante svolto dal «Mattino», quotidiano fondato a Napoli il 16 marzo 1892 da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, nell’opera di acculturazione e rinnovamento della società partenopea tra XIX e XX secolo, nonché il contributo notevole che esso apportò allo sviluppo e alla diffusione della produzione narrativa e poetica locale e nazionale. Scarfoglio riuscì, durante la sua direzione (1892-1917), a fare del «Mattino» un giornale battagliero, bene informato, vivo e non conformista, capace di fornire sempre, in ogni campo, anche e soprattutto in quello letterario, un’informazione attenta e sufficiente a mettere il pubblico più vario nelle migliori condizioni per farsi un’opinione non gratuita su figure e avvenimenti del tempo. [leggi tutto sul sito dell'editore]
Ciro Riccio
Il Mattino 1918-1942 (La terza pagina)
Casoria, Loffredo editore, 2011, 304 pp.
Descrizione
Il volume analizza la terza pagina del quotidiano napoletano «Il Mattino» nel periodo 1918-1942, che incorpora pressoché per intero il Ventennio fascista. Tale momento storico coincide con quello di massimo splendore della terza del «Mattino», costellata di firme illustri della cultura sia locale che nazionale. [leggi tutto].
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29 novembre 2011
La rabbia del brigante "Inferno"
Zona Editore incontro con l’autore
introduce Maria Laura Privitera
Al termine della presentazione, breve performance acustica chitarra e voce
Sabato 3 dicembre, alle ore 17 a la passeggiata librocaffè,
Maremma Sangue: la vera storia di Dante Busonero detto "Inferno"
di Luca Faggella
Il libro. Luca Faggella si racconta attraverso le sue canzoni, le sue poesie e la rabbia del brigante “Dante Busonero detto Inferno”, protagonista di Maremma Sangue, suo primo libro, edito dalla casa editrice ZONA. Un racconto ispirato alla “murder ballad” che chiude il suo ultimo album pubblicato: Ghisola (Goodfellas, 2010). È la storia di un bracciante maremmano ambientato alla fine dell'Ottocento, che si vendica del proprio destino di miseria e desolazione con il brigantaggio. Completano il volume le “Tredici Poesie” e tutti i testi delle sue canzoni.
L’autore. Luca Faggella è un compositore e autore livornese, chansonnier, è considerato l’unico crooner italiano. Inizia la sua carriera nel 1996 portando in scena “Faggella canta Ciampi”. Dal 1998 inizia a proporsi come autore con un concerto (“Mezmerism”) ispirato alle tradizioni musicali ebraiche, sia yiddish che sefardite, rielaborate come energiche sferzate di “etno-dark”. Nel 2002 pubblica l’album fondato su questo lavoro, intitolato Tredici canti per il quale riceve il Premio Tenco/SIAE come “miglior autore emergente”. Nel 2004 cambia rotta con Fetish, proponendosi nella veste inconsueta di chansonnier dark, ispirandosi chiaramente alla scena musicale ’77-’79 (Joy Division, Pére Ubu, Virgin Prunes). L’album dal vivo Questa notte suona forte, tutto bene (2007) lo pone ancora all’attenzione della critica mettendo “nero su bianco” le sue potenzialità come “animale di scena”. Tre anni dopo Ghisola si impone come il suo miglior lavoro: disco essenziale, elegante, con la voce in primo piano e la produzione molto accurata di Giorgio Baldi.
Nel 2009 e 2010 riceve la Targa Leo Ferré dedicata prima a Jacques Brel, l’anno seguente a Piero Ciampi, come loro buon interprete e “erede” della tradizione rinnovata degli chansonniers. Come attore, Faggella è stato diretto da Michelangelo Ricci, interpretando Jarry (Ubu Re), Beckett (Finale di Partita) e Borges (La biblioteca di Babele), da Massimo Luconi (Bianciardi/Ciampi), e Maria Teresa Pintus in Poesia ‘70.
la passeggiata librocaffè
piazza di Santa Croce, 21r
16128 Genova
25 novembre 2011
Tv e libertà di informazione
Si è svolta mercoledì 23 novembre 2011, nella Sala dei Chierici della Biblioteca Berio, la presentazione del libro Ci scusiamo per l’interruzione. Tv e libertà di informazione, di Giovanna Ferrero.
La presentazione si è svolta alla presenza dell’autrice, giovane talento ligure (classe 1986, laureata in Scienze Politiche presso l’ateneo genovese), con la partecipazione del più noto Nando dalla Chiesa, firma prestigiosa all'interno del panorama giornalistico: editorialista del “Fatto Quotidiano” di Antonio Padellaro, scrittore, professore di Sociologia delle criminalità organizzata e Sociologia dell'Organizzazione all'Università di Milano. Dalla Chiesa è, non da ultimo, fondatore della casa editrice Melampo, che ha permesso la pubblicazione del testo in questione.
Il saggio ripercorre le vicende dell’emittente televisiva Europa 7 e l’iter giudiziario che il suo fondatore, Francesco Di Stefano, è stato costretto a percorrere. Esso nasce dal tenace lavoro di ricerca della Ferrero, che si è interessata al caso già da studentessa liceale: nel 2004, anno di svolta delle vicende legali di Europa 7 e della sua battaglia contro l’abusivismo di Rete 4, la Ferrero è venuta a sapere da un articolo di “Repubblica” del caso dell’imprenditore abruzzese, espropriato dalla politica del suo diritto di vedersi assegnare delle frequenze per dare avvio ad un progetto televisivo a-partitico e innovativo. La storia, che è storia di tutti noi, è quella di una privazione ai danni di un normale cittadino il quale, pur essendo nel pieno del diritto legale e nonostante le numerose sentenze emesse dai vari enti di garanzia chiamati in causa, non riesce ad esercitare il suo diritto per colpa degli interessi politici e del tacito patto di non aggressione praticato dai partiti di destra e di sinistra. Da destra, l’ascesa di Berlusconi e l’inizio del berlusconismo hanno dato avvio al lungo periodo di dittatura mediatica e di insolubile conflitto di interessi, che hanno reso impossibile l’abolizione dell’abusiva –secondo quanto dichiarato dalla Corte Costituzionale stessa- Rete 4 e l’assegnazione delle frequenze a Europa 7. Anche da sinistra, d’altro canto, si è riscontrato un disinteresse assoluto, spiega l’autrice, per il caso Europa 7 e per la regolamentazione della legge sulle televisioni: il generale menefreghismo politico, trasversale e mascherante senz'altro interessi biechi e privati, ha depotenziato la giustizia del suo potere decisionale assoluto e l’ha relegata al rango di succursale dei rapporti di partito.
L’autrice, nel suo libro, ripercorre lo scandalo della delegittimazione del diritto di fronte ai grandi poteri privati dall'ormai lontano 1998, anno in cui Di Stefano vinse la gara pubblica d’assegnazione delle frequenze televisive ai danni dell’imprenditore Silvio Berlusconi e della sua Rete 4, già presente all'epoca sulle frequenze analogiche e già dichiarata illegittima. L’excursus procede seguendo un criterio cronologico, rinfrescando la memoria sulle varie leggi Polaroid, Maccanico, Gasparri, anch'essa violata da Berlusconi, sulla Fede-tax, fino al recentissimo avvento del digitale, manovra governativa per salvare l’emittente Rete 4 ma, purtroppo, espressione di una tecnologia già obsoleta e inefficiente che, tramite l’illusione di fornire un ampliamento dell’offerta di canali, non fa in realtà altro che rafforzare il duopolio affermatosi già a partire dagli anni ’80.
Il libro, dunque, racconta l’amara storia di un cittadino schiacciato dagli interessi superiori dei “potenti” e di un apparato giudiziario, il nostro, ridotto a mero flatus vocis dalle prevaricazioni dei “signoroni”. La storia raccontata è anche quella di un popolo, quello italiano, doppiamente gabbato perché costretto dapprima a subire una programmazione televisiva imposta e non voluta, e poi obbligato a pagare una mora per aver usufruito di tale emittente mai scelta e sempre imposta. Il libro racconta la parte più sconosciuta della storia italiana, che merita l’interesse del grande pubblico.
Proprio per il fatto che si tratta di un territorio ancora inesplorato della storia contemporanea e del “ventennio berlusconiano”, è stato difficile portare a compimento il lavoro, il quale si è potuto sviluppare principalmente attraverso il ritrovamento di articoli di giornale e la pubblicazione di sentenze emesse, in diversi gradi, prima dalla Cassazione, poi dalla Corte Costituzionale e, infine, dalla Corte di Giustizia Europea. A questa documentazione, si affiancano le testimonianze dello stesso Di Stefano, raccolte personalmente dalla giornalista genovese. Il caso in questione è diventato per prima cosa oggetto di tesi di laurea in Scienze Politiche, sotto la supervisione della professoressa di Diritto delle Comunicazioni dell’ateneo genovese, Rossana Bianco, e nel 2011 è stato edito ed è diventato un libro vero e proprio, con prefazione di Marco Travaglio. Il noto giornalista televisivo, dopo aver letto ed apprezzato il lavoro di ricerca della giovane dottoressa, ha contatto personalmente il collega del “Fatto” e ne ha espressamente chiesto la pubblicazione, in quanto secondo lui sarebbe stato in accordo con la linea editoriale scelta da Melampo e avrebbe riscosso sicuro interesse da parte di pubblico e critica, in quanto nessuno, fino ad oggi, si era ancora occupato così da vicino del materiale trattato dalla Ferrero. La documentazione (testi delle sentenze, documenti, ecc.), molto più copiosa nel lavoro di tesi, è stata riorganizzata e sfrondata nel libro, così che il testo risulta meno ostico e più accessibile a fasce più ampie di pubblico, che non per forza deve possedere conoscenze tecniche di diritto o di politica.
Senz'altro audace risulta la scelta di Dalla Chiesa di pubblicare un libro come Ci scusiamo per l’interruzione: il soggetto scelto dalla Ferrero, proprio in virtù del suo essere fatto di cronaca politica e giudiziaria, si rivolge per lo più ad un pubblico piuttosto specifico di addetti ai lavori e sfugge dal panorama delle letture amene e disimpegnate, spesso preferite dalla maggioranza dei lettori sia abituali che occasionali. La scommessa di Melampo, casa editrice dalla genesi ancora recente e che vanta, ad oggi, non più di una cinquantina di pubblicazioni, è inconsueta: Melampo ha avuto il coraggio di puntare su un pezzo di giornalismo d’inchiesta apparentemente di scarso interesse per il lettore comune, poiché sconosciuto o considerato circoscritto ad un determinato settore della vita politica e sociale. Inoltre, sorprende vedere che, anche in un presente schiacciato dal bieco tornaconto personale e in cui tendono ad imporsi meccanismi di potere prevaricanti, c’è ancora spazio per i giovani. L’autrice, in gamba e dall'indubbio talento giornalistico, alla giovane età di 25 anni ha avuto l’onore di vedere ricompensata la fatica e la tenacia con le quali ha condotto il suo lavoro: sebbene il suo nome sia ancora sconosciuto al pubblico e non sia garanzia di successo editoriale ed introito finanziario, ha visto avviarsi il progetto di una vita. La scommessa di Dalla Chiesa e Melampo, insieme a Marco Travaglio, di dare voce ai giovani e di premiare il talento, fa sperare in un futuro, magari non troppo lontano, in cui forse anche l’Italia sarà capace di uscire dalla logica dei servilismi di partito, dai rapporti di dipendenza dai poteri dominanti e dalla tirannia finanziaria, per lasciare finalmente spazio alla tanto agognata meritocrazia.
Elettra Antognetti
Giovanna Ferrero
Ci scusiamo per l’interruzione. Tv e libertà di informazione
(Prefazione di Marco Travaglio)
(Prefazione di Marco Travaglio)
Milano, Melampo, 2011, 240 pp.
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23 novembre 2011
In libreria
Anna Maria Monteverdi
Nuovi media, nuovo teatro. Teorie e pratiche tra teatro e digitalità
Milano, Franco Angeli, 2011, 288 pp.
Descrizione
Nuovi media, nuovo teatro. Teorie e pratiche tra teatro e digitalità
Milano, Franco Angeli, 2011, 288 pp.
Descrizione
Nuove frontiere per il teatro si aprono grazie alle caratteristiche di immersione, integrazione, ipermedialità, interattività, narratività non lineare propri del sistema digitale: dall'evoluzione nel web delle performance alla creazione di ambienti teatrali interattivi, all'elaborazione di una nuova drammaturgia multimediale. Nella prospettiva di una networked culture il palcoscenico è solo uno dei possibili teatri dell'azione performativa: la scena può estendersi (spazialmente e temporalmente) in più ambienti interconnessi, dalle piattaforme multitasking dove diverse applicazioni possono operare contemporaneamente, alle community web e alle diverse reti telematiche, in una strategia di territorializzazione multipla che non ha precedenti. Il libro percorre le più fruttuose sperimentazioni italiane e internazionali (Dumb Type, Studio azzurro, Giardini Pensili, Fortebraccio teatro, Motus, Big Art Group, Robert Lepage, Xlabfactory) e le linee teoriche più avanzate relative ai media studies.
*segnalato da C.S.
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22 novembre 2011
In libreria
Giovanni Antonucci
Lo spettatore non addormentato.
Quarant’anni di spettacoli in Italia e nel mondo
Milano, Studium, 2011, 224 pp.
Descrizione
Lo spettatore non addormentato.
Quarant’anni di spettacoli in Italia e nel mondo
Milano, Studium, 2011, 224 pp.
Descrizione
Il libro propone un lungo e avvincente itinerario nella drammaturgia di tutti i tempi, dai classici ai contemporanei, italiani e stranieri, rievocando in maniera lucida e appassionata grandi interpreti quali, fra gli altri, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene, Tino Buazzelli, Paolo Stoppa, Mario Scaccia, Ernesto Calindri, Romolo Valli, Gianrico Tedeschi, Glauco Mauri, e attrici del talento di Sarah Ferrati, Rina Morelli, Rossella Falk, Mariangela Melato, Anna Maria Guarnieri. L?autore descrive le migliori produzioni della scena straniera, da New York a Londra e Parigi, e offre un ritratto vivace e mai conformista di maestri della regia come Orazio Costa, Giorgio Strehler, Giorgio De Lullo, Luca Ronconi, Peter Brook, Tadeusz Kantor, Jersy Grotowski, Robert Wilson, autori di spettacoli che sono rimasti nella memoria di intere generazioni e oggi noti anche al pubblico più giovane. Discorso critico e informazione, realtà scenica e memoria si coniugano in un sapiente alternarsi di scoperte e rivelazioni nate dal palcoscenico.
*segnalato da C.S.
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20 novembre 2011
In libreria
Singolarissimo giornale. I 150 anni dell'«Osservatore romano»
cura di Antonio Zanardi Landi e Giovanni Maria Vian
Torino, Allemandi, 2011, 288 pp.
Descrizione
Singolarissimo giornale: così Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, definì nel 1961 «L’Osservatore Romano» in un celebre articolo scritto in occasione del centenario e dedicato alle difficoltà del quotidiano della Santa Sede: «Ma, a bene esaminare le cose, sono queste stesse difficoltà - scriveva il cardinale arcivescovo di Milano, che dal 1937 al 1954 aveva esercitato l’alta direzione sul foglio vaticano - che gli conferiscono tanta dignità nella funzione propria della stampa periodica, tanta autorità e tanta forza. Ne feci io stesso l’esperimento nel triste e drammatico periodo dell’ultima guerra, quando la stampa italiana era imbavagliata da una spietata censura e imbevuta di materiale artefatto. “L’Osservatore” ebbe allora una funzione meravigliosa, non già perché si fosse arrogato compiti nuovi e profittatori, ma perché continuò impavido il suo ufficio d’informatore onesto e libero. Avvenne come quando in una sala si spengono tutte le luci, e ne rimane accesa una sola: tutti gli sguardi si dirigono verso quella rimasta accesa; e per fortuna questa era la luce vaticana, la luce tranquilla e fiammante, alimentata da quella apostolica di Pietro. “L’Osservatore” apparve allora quello che, in sostanza, è sempre: un faro orientatore». Questo libro - curato dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede e dal giornale vaticano - vuole presentare, attraverso dodici contributi, alcuni aspetti della storia del quotidiano che sta per compiere un secolo e mezzo di vita.
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19 novembre 2011
In libreria
Gabriele Balbi
Le origini del telefono in Italia.
Politica, economia, tecnologia, società
Politica, economia, tecnologia, società
Milano, Bruno Mondadori, 2011, 240 pp.
Descrizione
Il volume, grazie a un apparato documentario finora inedito, analizza le prime fasi di sviluppo del telefono in Italia tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e la prima guerra mondiale. Come venne accolto, interpretato e “metabolizzato” il nuovo mezzo di comunicazione nella società dell’epoca? Quali gruppi sociali compresero le sue potenzialità e quali, invece, lo trascurarono o addirittura ne ostacolarono la diffusione? Chi furono i primi abbonati al telefono, come lo utilizzarono e cosa significò per loro? Si possono individuare delle caratteristiche peculiari nello sviluppo del telefono nel nostro paese tali da delineare una sorta di “via italiana alle telecomunicazioni”? Le origini del telefono in Italia mira a rispondere a queste e ad altre domande, analizzando una fase della storia della comunicazione italiana fino a oggi poco considerata ma fondamentale per comprendere appieno l’evoluzione delle telecomunicazioni, un settore sempre più al centro della vita politica, economica e culturale della società contemporanea.
*link all'Indice del libro.
*segnalato da C.S.
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16 novembre 2011
Cose da salvare in caso di incendio
"Vaclav sa che Lena ha bisogno di essere aiutata nei compiti, ma non sa niente di quel che si agita in lei al pensiero di non avere un posto dove andare. Non conosce le ragioni per cui Lena non entrerebbe mai nella casa della zia, nemmeno per un secondo, nemmeno per posare lo zainetto, bere un goccio d'acqua, andare in bagno. Vaclav conosce solo la lettera, non lo spirito, della legge della vita di Lena, e certe volte nemmeno tutte le lettere. Vaclav non sa di essere per Lena un posto dove andare invece di non andare da nessuna parte. Se lo sapesse, forse sarebbe contento di essere il suo posto dove andare, ma non lo sa."
Uscito il 25 agosto in libreria, Cose da salvare in caso d’incendio è il romanzo d’esordio dell’autrice newyorkese Haley Tanner, classe 1982. La grande eco prodotta dal romanzo e la “puzza di bestseller” fiutata dagli editori di tutto il mondo ha fatto in modo che, ancora prima della sua effettiva pubblicazione, i diritti del libro fossero venduti in ben venti paesi. Per quanto riguarda il caso dell’Italia, è da segnalare l’immediato successo di pubblico e critica riscontrato dal romanzo, che già lo rendono il romanzo rivelazione del 2011. E per questa volta bisogna ammettere che la scelta della traduttrice Silvia Piraccini si è rivelata fortunata e ha, forse, in una certa misura, contribuito al successo del libro: dall’inglese Vaclav & Lena, la Piraccini ha optato per la scelta audace Cose da salvare in caso di incendio, titolo che innegabilmente contribuisce a creare un alone di mistero intorno al libro (non si sa bene se aspettarsi un manuale di sopravvivenza dedicato agli amanti degli sport estremi, piuttosto che una guida per esploratori inesperti, o se si tratta di un volume di riflessioni filosofico-metafisiche) e ad alimentare aspettative e curiosità in un pubblico eterogeneo.
A dire il vero, tutto ci si potrebbe attendere leggendo questo titolo, tranne la storia che la Tanner effettivamente racconta, ovvero una storia quasi per bambini, che, per lo meno per tutto il primo capitolo, potrebbe essere letta senza problemi da un bambino di sette anni, tanto per la materia affrontata che per lo stile scelto.
La storia raccontata dall’autrice, infatti, è quello di Vaclav e Lena, due bambini di nove anni, entrambi immigrati a New York dalla Russia. Vaclav, che vive nel quartiere di Brooklyn con la (affettuosa, ma talvolta ingombrante?) madre Rasia e il (distratto) padre Oleg nel tipico appartamento impregnato dall’odore di boršc e di stenti, sogna di diventare un mago famoso come il suo beniamino Harry Houdini, e di fare della piccola Lena la sua incantevole assistente. Quello che Vaclav e Lena, inseparabili amici, ignorano e ignoreranno ancora per molto tempo sono le difficoltà che gli adulti attorno al loro piccolo microcosmo devono affrontare e le contraddizioni del diventare grandi. Lena e Vaclav sono amici per la pelle, l’unico punto di riferimento l’uno per l’altra: la piccola Lena, che non ha i genitori, abita con una giovane zia scapestrata ai limiti della legalità, non parla l’inglese, ha difficoltà ad esprimersi e a comunicare con i suoi coetanei. Solo con Vaclav tutto diventa facile, si può ridere e giocare, e Vaclav si fa voce di Lena, sua guida e suo sostegno. Soltanto un brutto sogno poteva interrompere questo sogno d’infanzia: quando la madre di Vaclav scopre un turpe segreto riguardante la vita della piccola Lena, la bambina viene portata via dai servizi sociali e tenuta lontana dal mondo che fino ad allora le era stato famigliare. Per sette anni. Finalmente, in occasione del diciassettesimo compleanno di Lena, i due giovani si potranno incontrare nuovamente e sanare tutte le contraddizioni, riparare tutte le fratture, rimettere al posto giusto i tasselli di un puzzle fin troppo frammentato.
Haley Tanner racconta questa storia, questa fiaba dei giorni nostri, con uno stile semplice, immediato, scorrevole, tanto che le 326 pagine del romanzo sembrano correre via sotto gli occhi dell’avido lettore. Non ci sono intoppi, non ci sono forzature, la scrittura è giovane, come l’autrice. Apprezzabile la scelta stilistica dell’elenco, strategia già privilegiata anche da Nick Hornby in Alta Fedeltà, che regala immediatezza allo stile e semplifica la comprensione, senza far mai dimenticare al lettore che la narrazione è sempre filtrata dagli occhi dei due bambini.
I temi prevalenti sono molteplici: dall’amore, alle difficoltà del rapporto genitori-figli, all’infanzia e alla magia, simbolo di quella spensieratezza che si staglia di forza contro il turpe, difficile mondo degli adulti, a contrastarlo. Degrado e povertà fanno da sfondo a tutta la vicenda narrata: la realtà multiforme newyorkese, multietnica e multiculturale, si deve confrontare bruscamente con quell’idea del sogno americano e di benessere dei magici ‘60s, mostrando i suoi evidenti limiti.
L’operazione narrativa della Tanner non è di certo nuova: innumerevoli scrittori, nel corso degli anni, hanno affrontato il tema dell’immigrazione negli USA e delle difficoltà dei vari gruppi etnici ad inserirsi nella società americana. Tra tutti, un esempio è Sandra Cisneros, la chicana di Chicago (si perdoni il gioco di parole), che ci regala i sapori, i profumi e tutte le leggende sudamericane imprigionate nei caramelos, o Leslie Marmon Silko, l’indiana di Albuquerque, che da voce alle istanze dei nativi americani.
Nel caso di Haley Tanner, nuova è, tuttavia, la prospettiva, quella di insider, e non più di outsider. La scrittrice è una newyorkese doc, perfettamente calata nella realtà statunitense, che riesce, tuttavia, ad assumere una prospettiva insolitamente tutta russa e a dare voce a quel gruppo etnico, a quella minoranza dimenticata. L’autrice vive attualmente a Brooklyn, dove ha insegnato inglese in una scuola per bambini stranieri, e proprio da questa esperienza deriva la sua impressionante capacità di raccontare i pensieri e gli atteggiamenti dei due protagonisti del racconto.
Cose da salvare in caso di incendio è un romanzo delicato, da leggere in un fiato, che meritava almeno qualche parola di commento e che vorrei segnalare a tutti voi.
Elettra Antognetti
*Booktrailer: http://youtu.be/LAvwrmFybTw
Haley Tanner
Cose da salvare in caso di incendio.
L'incantevole storia di un amore straordinario
Milano, Longanesi, 2011, 340 pp. (Collana: La Gaja Scienza)
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14 novembre 2011
In libreria
Sandro Petrone
Il linguaggio delle news. Strumenti e regole del giornalismo televisivo
Milano, Rizzoli Etas, 2011, 364 pp.
Descrizione
Il linguaggio delle news. Strumenti e regole del giornalismo televisivo
Milano, Rizzoli Etas, 2011, 364 pp.
Descrizione
L'informazione televisiva nel nostro Paese sembra non riuscire ad affrancarsi, anche nel linguaggio, da una forte influenza della cultura della carta stampata (la prima pagina, l'editoriale...), lontano dai modelli che all'estero soprattutto nel mondo anglosassone valorizzano correttamente le modalità espressive tipiche del mezzo: immagini e suoni. Un limite che ha influito negativamente sul giornalismo italiano alla svolta della rivoluzione digitale, con l'affermarsi anche nelle agenzie di stampa e nei giornali della nuova figura di reporter multimediale e multiruolo munito di telecamera. In questo contesto, a partire da un quadro teorico solido, aggiornato e attento al panorama internazionale, e forte dell'esperienza diretta dell'autore conduttore e inviato del Tg2 -, il libro analizza i principi fondamentali e le tecniche del linguaggio audiovisivo applicato all'informazione, quel "linguaggio da video" che in un tempo contenuto deve raccontare e coinvolgere, far comprendere e memorizzare, servendosi di tutti gli strumenti a disposizione di un giornalismo corretto ed efficace: dal reperimento delle fonti alla stesura della notizia, dall'uso delle inquadrature al suono, dal montaggio del pezzo alla struttura complessiva dei servizi. Un manuale operativo per tutti gli aspiranti videogiornalisti e per chiunque debba produrre informazioni audiovisive.
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12 novembre 2011
In libreria
Roberto Savio
I giornalisti che ribaltarono il mondo
Modena, Nuovi Mondi, 2011, 536 pp.
Descrizione
Sin dall’invenzione del telegrafo, le agenzie di stampa internazionali hanno orientato la visione del mondo di ognuno di noi, contribuendo invariabilmente a condizionarla in base agli interessi geopolitici dei poteri forti. Dopo la Seconda guerra mondiale, il 94% delle notizie dei giornali di tutto il mondo in materia di affari esteri proveniva da 4 agenzie, la AP, la UPI, la AFP e la Reuters. Una copertura che non lasciava spazio alla nuova realtà che stava nascendo dalla decolonizzazione e che accentuava gli schemi manichei della Guerra Fredda. Negli anni ’60, lanciandosi in un’avventura da molti considerata utopistica, un gruppo di giornalisti decise di creare un’agenzia internazionale che desse voce a chi non l’aveva – dai Paesi del Terzo Mondo ad attori marginalizzati, come le donne – privilegiando temi globali come l’ambiente, i diritti umani e la giustizia internazionale. Il loro intento era focalizzarsi non tanto sull’analisi dei singoli avvenimenti, quanto sui processi di fondo che costituiscono l’unica vera chiave di lettura di uno scenario politico internazionale in perenne e rapida evoluzione. Nacque così la Inter Press Service, che oggi vanta 50 milioni di pagine Internet lette ogni mese, in 27 lingue, ed è considerata la principale fonte d’informazione indipendente sui paesi in via di sviluppo, a cui attingono oltre 5000 mezzi di comunicazione in tutto il mondo. Ma raggiungere questo traguardo è stato possibile solo dopo una lotta aspra e su più fronti con il giornalismo “istituzionale”. Il Dipartimento di Stato americano inviò istruzioni a tutte le ambasciate affinché si adoperassero per la chiusura degli uffici IPS nei loro Paesi. Anche la TASS, l’agenzia di stampa ufficiale dell’Unione Sovietica, mise in piedi una feroce campagna ai danni dell’agenzia. Le agenzie tradizionali, europee e americane, fecero la loro parte. La IPS si trovò al centro degli scontri che alle Nazioni Unite si accompagnavano al dibattito sul nuovo ordine informativo. Soprattutto, si riteneva inaccettabile che una cooperativa internazionale di giornalisti senza fini di lucro ribaltasse il mondo, rifiutando di legittimare il Nord come suo unico interlocutore. Questo è un libro senza precedenti, perché è una storia corale, scritta da cento dei suoi protagonisti: uomini e donne di molti Paesi del mondo che raccontano le proprie battaglie per creare un’altra informazione. Molti di loro sono poi diventati scrittori o poeti affermati, ma non pochi sono stati assassinati a causa del loro lavoro. Queste pagine raccolgono 50 anni di racconti affascinanti, che offrono una lettura illuminante del progressivo cambiamento del mondo. Al libro hanno contribuito anche alcuni dei personaggi più rappresentativi degli ultimi 50 anni, da capi di stato a premi Nobel, che ci hanno regalato inedite testimonianze del loro sostegno alla Inter Press Service. La Inter Press Service (IPS) è un’agenzia internazionale di informazione e comunicazione specializzata in notizie e analisi riguardanti gli effetti della globalizzazione sullo sviluppo economico, sociale e politico delle nazioni, con particolare attenzione al Sud del mondo. Avvalendosi della collaborazione di 500 fra corrispondenti e stringer attivi in oltre 150 Paesi, l’agenzia ha conquistato un suo spazio nel panorama dei media mondiali, approfondendo quotidianamente i temi sopracitati. Gli argomenti trattati – generalmente trascurati dai mezzi di comunicazione tradizionali – e l’originale modalità di diffusione delle notizie hanno fatto della IPS la principale agenzia internazionale specializzata in tematiche legate allo sviluppo: un riconoscimento che ne mette in luce la capacità di penetrazione nel mercato mediatico tradizionale e la disponibilità a una stretta collaborazione con le organizzazioni indipendenti della società civile.
*link al sito di Inter Press Service - IPS
*link al sito di Inter Press Service - Italia
*link al sito di Inter Press Service - IPS
*link al sito di Inter Press Service - Italia
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11 novembre 2011
In libreria
Giuseppe Galeani - Paola Cannatella
Maria Grazia Cutuli. Dove la terra brucia
Milano, Rizzoli Lizard, 2011, 143 pp.
Descrizione
Peshawar, Afghanistan, 26 ottobre 2001. A un mese dall'inizio delle ostilità tra Stati Uniti e talebani, Maria Grazia Cutuli attende il momento per andare a Kabul. A un passo dal servizio più importante della propria carriera, la tenace e irrequieta inviata del "Corriere" fa un bilancio dei trentanove anni appena compiuti, trascorsi all'insegna di una profonda passione per un mestiere che l'ha portata, come reporter, in Ruanda, Bosnia, Costa d'Avorio e innumerevoli altri Paesi. Fino al giorno dell'agguato lungo la strada da Jalalabad a Kabul, quando assieme al giornalista spagnolo Julio Fuentes - suo ex compagno - e ad altri due colleghi Maria Grazia cade vittima di un delitto politico: un truce assassinio che spegne con uno sparo la voce appassionata di una delle più grandi reporter di guerra che l'Italia abbia mai avuto. Prefazione di Barbara Stefanelli. Postfazione di Donata Cutuli.
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09 novembre 2011
La città disciplinata
"[...] La città reale moderna esige non solo la manutenzione dei letti dei fiumi, sacrosanta, ma anche la manutenzione di una sana democrazia. Che non può non essere che una democrazia responsabile, ossia - per dirlo chiaro - disciplinata. Dove la disciplina discende da un rapporto leale tra i cittadini e i loro delegati. Invece un formidabile patto sottinteso tra governanti e governati in Italia fa si che si crei una sorta di città virtuale dove si finge che ci sia una situazione sotto controllo, legale o al massimo invia di legalizzazione. Addirittura per eclissare la realtà dei fatti si sogna una city ideale, magari tutta digitalizzata e ipermonitorata, dove il rapporto tra gli uomini e trai singoli e i governanti sia reso per magia perfetto dal solo ricorso alla tecnologia più avanzata, alla progettistica futuribile. Si dimentica così che la prima "sostenibilità" concreta, materiale della città, risiede nella sostenibilità dei suoi muri, pareti, argini, edifici, scarichi idraulici. E nella concorrenza di tutti a questo fine. Insomma, nella sopravvivenza dei corpi e della anime, raggiunta attraverso l'alleanza consapevole di tutti in ogni gesto quotidiano. Se no finisce che la città reale si vendica della città virtuale."
Giorgio Bertone
*G. Bertone, La città reale e quella virtuale, "Il Secolo XIX", 9 novembre 2011.
08 novembre 2011
La cattiva informazione amplifica le catastrofi
Peu après la pluie qui a changé la géographie de la Ligurie le 25 octobre, Gênes nage dans son propre drame. Parmi ceux qui préfère le voir comme un échec politique vu les critiques qu'a reçue l'hôtel de ville, plus précisément adresser à Madame le maire, d'autre part ceux qui l'analyse comme manque d'information, parmi ce dernier groupe opposition, journalistes et professionnels de l'information. Gênes s'est réveillée vendredi avec l'unique information, non développée, de qu'elle allait vivre une journée de pluie inoubliable, effectivement... elle l'a été, surtout pour les familles des 7 victimes qu'a emporté le fleuve, mais le bilan ne peut pas être vu uniquement comme chiffre de pertes humaines et d'infrastructure. Il est clair que si une tempête est prévu, estimée dangereuse, et dont les titres seront toujours archivées sous «alerte a niveau 2» , les citoyens avaient droit pour ne pas utiliser le mot besoin, de conseille plus spécifique pour faire face a la réalité dramatique qu'en moins d'une heure a porté parti du patrimoine du pays le 25 octobre dernier et inondée le centre ville de la capital de la région le 4 novembre. A quoi bon susciter à une psychose générale, quand la journée de vendredi est passé, suivi d'un weekend end assez calme, ou du moins, le suffisamment calme, permettant que même les plus jeunes de la ville mettent la main dans la boue pour réduire les dégâts. Les journée se ressemblent, surtout si toutes les activités sont encore suspendues par les autorités.
Ceci dit ...bienvenue en Italie.
| Genova, 4 novembre 2011 |
Peu après la pluie qui a changé la géographie de la Ligurie le 25 octobre, Gênes nage dans son propre drame. Parmi ceux qui préfère le voir comme un échec politique vu les critiques qu'a reçue l'hôtel de ville, plus précisément adresser à Madame le maire, d'autre part ceux qui l'analyse comme manque d'information, parmi ce dernier groupe opposition, journalistes et professionnels de l'information. Gênes s'est réveillée vendredi avec l'unique information, non développée, de qu'elle allait vivre une journée de pluie inoubliable, effectivement... elle l'a été, surtout pour les familles des 7 victimes qu'a emporté le fleuve, mais le bilan ne peut pas être vu uniquement comme chiffre de pertes humaines et d'infrastructure. Il est clair que si une tempête est prévu, estimée dangereuse, et dont les titres seront toujours archivées sous «alerte a niveau 2» , les citoyens avaient droit pour ne pas utiliser le mot besoin, de conseille plus spécifique pour faire face a la réalité dramatique qu'en moins d'une heure a porté parti du patrimoine du pays le 25 octobre dernier et inondée le centre ville de la capital de la région le 4 novembre. A quoi bon susciter à une psychose générale, quand la journée de vendredi est passé, suivi d'un weekend end assez calme, ou du moins, le suffisamment calme, permettant que même les plus jeunes de la ville mettent la main dans la boue pour réduire les dégâts. Les journée se ressemblent, surtout si toutes les activités sont encore suspendues par les autorités.
Ceci dit ...bienvenue en Italie.
Zine El Abidine Larhfiri
studente Erasmus
04 novembre 2011
Tra fango e speranza
Il 25 ottobre 2011 è una data che rimarrà impressa per sempre nella memoria dei comuni di Borghetto di Vara, Brugnato, Monterosso al Mare, Vernazza in provincia della Spezia e di Aulla in provincia di Massa-Carrara. Quel giorno, infatti, una precipitazione abbondante ha riversato in poche ore circa 580 mm di acqua causando lo straripamento dei maggiori fiumi di Vara e Magra che sono dilagati nelle pianure intorno ai borghi di Brugnato, Borghetto, Ameglia, Pontremoli e Aulla; per quanto riguarda le Cinque Terre l’acqua ha causato frane e quindi ha trasportato ingenti quantità di fango nell’impluvio nei paesi di Vernazza e Monterosso, dove le vie principali si sono trasformate in fiumi in piena. Le prime conseguenze hanno riguardato le comunicazioni che sono diventate complicate: le strade sono state interrotte a causa delle frane, queste hanno danneggiato anche la circolazione ferroviaria, già compromessa per l’allagamento delle gallerie. Queste le circostanze che hanno determinato l’isolamento dei paesi alluvionati; dalle parole di Betta, sindaco di Monterosso, si evince la gravità della situazione: “Qui manca tutto, viveri, acqua, energia elettrica. La gente entra nelle case passando dai terrazzi, è tutto allagato. Monterosso non c’è più. Col passare delle ore la situazione qui è sempre più grave: sono saltate le condutture del gas, l’energia elettrica, i telefoni fissi. Siamo totalmente isolati e ci sono milioni di metri cubi di terra che potrebbero riversarsi sul paese“. Io sono cresciuta e abito a Monterosso da sempre, non sono stata spettatrice diretta dell’alluvione e ho raggiunto il mio paese solo il 27 ottobre con il battello, poiché per i primi giorni è stata l’unica via possibile. Nei due giorni che ho trascorso lontano da casa mi sono documentata grazie alle innumerevoli immagini e video presenti in rete, sui giornali e in televisione; nonostante ciò lo scenario che mi si è presentato di fronte ha superato ogni mia aspettativa: ovunque ho trovato fango e devastazione, tutte le attività commerciali erano sepolte dalle terra dal mio ristorante preferito al bar dove facevo colazione ogni mattina. Camminando per le strade, distrutte dalla furia dell’acqua, il mio iniziale senso di disperazione lasciava il posto alla speranza, nutrita dalla vista di tutti i miei compaesani e di tutti i volontari che insieme lavoravano per far rinascere Monterosso. Dopo pochi istanti ero coperta di fango a trasportare secchi per svuotare il locale dove ero stata a mangiare proprio il giorno prima del disastro. Anche i giorni seguenti ho deciso di contribuire ai lavori, per quanto mi è stato possibile. Ho imparato ad usare una pala e il modo migliore per mettere i sacchi di sabbia come barriera di fronte alle porte per impedire allagamenti, ma soprattutto ho capito che la solidarietà è più forte di qualsiasi calamità naturale.
Giulia Cavallo
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03 novembre 2011
In libreria
Lorenzo Mosca - Cristian Vaccari
Nuovi media, nuova politica?
Milano, Franco Angeli, 2011, 240 pp.
Descrizione
Mentre in tutte le democrazie occidentali si assiste a un processo di ridefinizione profonda delle pratiche di partecipazione politica e civica, i media digitali stanno modificando i modi con cui i cittadini si informano ed entrano in contatto con istituzioni, partiti e movimenti e sembrano offrire loro nuove opportunità per far sentire la propria voce. Quali sono allora le modalità attraverso cui si sviluppa la partecipazione online, quali gruppi e organizzazioni se ne avvantaggiano maggiormente e con quali conseguenze per la sfera pubblica, la rappresentanza e la democrazia? Grazie all'apporto di alcuni tra gli studiosi nazionali e internazionali più attenti, il volume risponde a queste domande mediante un solido inquadramento teorico e una serie di importanti contributi di ricerca empirica. In primo luogo si effettua una ricognizione approfondita del contesto sociale e tecnologico che definisce le coordinate della politica online, illustrando le trasformazioni della sfera pubblica e della democrazia nella postmodernità e proponendo un'analisi empirica comparata della diffusione dell'uso di internet nell'Unione Europea. Si analizzano poi le modalità della partecipazione politica online degli italiani attraverso studi quantitativi e qualitativi, soffermandosi su alcuni studi di caso di particolare rilevanza: da MoveOn.org alle modalità con cui il Parlamento si rapporta con i cittadini attraverso internet; dalle mobilitazioni del Popolo Viola alle iniziative del Movimento 5 stelle.
Indice
Lorenzo Mosca, Cristian Vaccari, Nuovi media e politica: una introduzione
Parte I. Contesto sociale e tecnologico
Parte II. Forme e dinamiche della partecipazione in rete
Parte III. Istituzioni democratiche e politica online: sfida, influenza o adattamento?
Riferimenti bibliografici
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02 novembre 2011
In libreria
Stephan Russ-Mohl
Fare giornalismo
a cura di Sergio Splendore
Bologna, Il Mulino, 2011
Compendio teorico e pratico sull'esercizio della professione giornalistica, questo volume presenta le dinamiche del mestiere e le sfide cui oggi è sottoposto. Sono esaminati i principali settori dell'attività giornalistica e i diversi media, dalla stampa fino al web, passando per la radio e la televisione. Oltre ad evidenziare i problemi del management e del marketing redazionale, l'autore tocca anche la questione cruciale della deontologia e della responsabilità del giornalista. Concepito secondo il modello dei manuali di giornalismo anglosassoni, il testo è ricco di esempi concreti.
Indice: Presentazione di Sergio Splendore. - Introduzione. - Parte prima: Giornalismo e società. - I. Il giornalismo e i suoi mutevoli confini. - II. Raccontare il presente: non solo notizie. - Parte seconda: Gli strumenti del giornalista. - III. Il giornalismo e la lingua: la forza delle parole. - IV. Il giornalismo e le cifre: uso e abuso dei numeri. - Parte terza: Il processo produttivo. - V. La selezione delle notizie. - VI. Le ricerche sulla notizia. - VII. Produzione e redazione. - VIII. La presentazione della notizia. - IX. Il giornalismo online. - Parte quarta: Il management redazionale. - X: Dentro la redazione. - XI. Marketing e management redazionale. - Parte quinta: Le responsabilità del giornalista. - XII. I condizionamenti esterni. - XIII. Il diritto dell'informazione in Italia. - XIV. La deontologia. - XV. Alla ricerca della qualità. - Conclusioni. - Riferimenti bibliografici. - Indice analitico.
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28 ottobre 2011
In libreria
Comunicazione liberata. Altri modi di comunicare e partecipare
a cura di Luca Cian,
Milano, Brioschi Editore, 2011, 256 pp.
Descrizione
"Internet, giornalismo, televisione, teatro, musica, arte, pubblicità, marketing sono mezzi potenti ma devono tornare nelle nostre mani"
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26 ottobre 2011
In libreria
Marica Spalletta
Gli (in)credibili. I giornalisti italiani e il problema della credibilità
Soveria Mannella, Rubbettino, 2011, 238 pp.
Descrizione
Gli (in)credibili. I giornalisti italiani e il problema della credibilità
Soveria Mannella, Rubbettino, 2011, 238 pp.
Descrizione
Che cos’è la credibilità del giornalismo? Quando e perché un sistema giornalistico, una notizia, un giornalista possono definirsi credibili? E che rapporto c’è tra la credibilità di cui i giornalisti credono di godere e la credibilità che gli viene invece riconosciuta dal pubblico? Credibilità proiettata e credibilità percepita devono procedere sempre di pari passo, oppure esse possono percorrere sentieri diversi? Ma, soprattutto, i giornalisti hanno percezione di ciò che il pubblico pensa di loro e del conseguente grado di fiducia che esso è disposto a concedergli? Quelle appena richiamate sono solo alcune delle questioni su cui questo libro si sofferma a riflettere, attraverso un’analisi che, pur senza tralasciare il contesto globale, focalizza l’attenzione sul caso specifico del giornalismo italiano. Un giornalismo – il nostro – che spesso viene accusato di essere (in)credibile: incredibile, da una parte, per cause che hanno a che fare col suo ruolo sociale, con l’assetto del sistema, con gli operatori, col rapporto con le fonti, col messaggio, col formato, con le regole e i valori; e, dall’altra parte, incredibile per l’atteggiamento (incredulo) con cui sovente i giornalisti reagiscono allorquando qualcuno ha l’ardire di far notare la scarsa fiducia che il pubblico nutre nei loro riguardi. Un giornalismo che, in sintesi, fatica a imporsi come interprete credibile di un ruolo sociale essenziale per il corretto declinarsi dei rapporti fra i sistemi e, di conseguenza, per la sopravvivenza della stessa democrazia.
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24 ottobre 2011
Addio Super Sic
Domenica mattina mi sveglio verso le 13 e mi dirigo al computer ancora intirizzato e assonnato, ignaro della tremenda notizia che sto per leggere sulla homepage di yahoo.
E' morto Marco Simoncelli. Nonostante non sia un tifoso appassionato di Motomondiale, apprendo la notizia con la stessa brutale forza di uno schiaffo in faccia. Non ci credo, resto completamente basito e impotente.
Una faccia pulita, come se ne vedono poche in giro. Uno splendido sorriso a trentadue denti, l'innocenza stampata sulle labbra e quegli occhi dolci e gioviali. Un bel ragazzo di 24 anni con quei capelloni enormi che lo rendevano un pò buffo e simpatico a tutti. Il carisma, il talento e la personalità che, nonostante la giovane età, lo hanno portato a competere con i grandi campioni della categoria. La vivacità e la gioia della sua espressione durante le infinite interviste, i giri nei paddock durante il pregara e quel sorriso stanco alla fine di una dura lotta. Quel modo di fare particolare di chi ha un pò la testa tra le nuvole. L'entusiasmo, l'energia e la voglia di vivere e di vincere, tutte caratteristiche in cui è facile rispecchiarsi per i ragazzi giovani. Questo ritratto si accartoccia d'improvviso in un inferno di lamiere a Sepang, durante il secondo giro del Gran premio della Malesia. Un battito d'ala, un fremito, un rintocco secco, un tonfo sordo. Gli occhi di spettatori e fan, della famiglia e della fidanzata, del team e dei suoi avversari. Tutto si ferma per un istante, la sua anima vola nel cielo come una foglia trascinata dal vento. La morte di Marco è incredibilmente silenziosa nell'assordante rumore del rombo delle moto. E' un colpo di scure che si abbatte su un ceppo di legno dividendolo in due precise metà.....un'interminabile secondo di assordante silenzio.
Nessun moralismo, nessun processo, nessun perbenismo...oggi non voglio sentire niente di tutto ciò. Una lacrima cade dai miei occhi e si infrange al suolo....le lancette dell'orologio si fermano un istante, quando il mondo si è fermato per ricordare Marco Simoncelli.
Un'eco..... Super Sic.....
Stefano Ciccone
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Ritorno.....al Passato
Nella sfida al femminile fra il sindaco Marta Vincenzi e la senatrice Roberta Pinotti per la candidatura a primo cittadino di Genova, nelle primarie del centrosinistra spunta un outsider: il marchese Marco Doria, della blasonata stirpe che fece la storia della Superba.
Questo stralcio di articolo da "L'espresso" del 27 ottobre annuncia il possibile ritorno di un Doria alla guida della nostra città. Un deja vu che fa pensare alla voglia di tornare al passato in un momento in cui il presente è disastrato, se non disastroso, e il futuro si prospetta anche peggio se possibile.
Il passato, di per sè, ha una sua stabilità al contrario degli anni a venire che sono quanto mai incerti. Candidare un Doria, al di là del suo orientamento politico, sembra nascondere dietro all'uomo politico di oggi la speranza che ci sia un ritorno a ciò che già conosciamo, all'uomo politico di ieri. Una vecchia conoscenza che ci mette al riparo dalla politica attuale, che ci trascini con sè negli antichi fasti della nostra Superba che, pur avendo subito congiure e crisi, non riuscirebbe ad eguagliare la situazione attuale.
Questa riflessione, se Marco Doria dovesse essere eletto primo cittadino, inconsciamente ci accompagnerebbe per tutto il periodo del suo mandato.
Prenderemo un abbaglio o vivremo un ritorno al passato?Sara Azza
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