Adrian Paci
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16 ottobre 2013
Arte migrante
Vite in transito
Adrian Paci
In mostra dal 5 ottobre 2013 sino al 6 gennaio 2014 al PAC di Milano le opere dell'artista-profugo albanese.Adrian Paci
Dal 5 ottobre 2013 è in mostra, presso il PAC, la retrospettiva di Adrian Paci. Paci è un'artista albanese che sbarcò, da profugo, a Bari nel 1991 e si stabilì a Milano nel 1997.
La rassegna dei suoi lavori artistici, dal titolo Vite in transito, è un omaggio alla condizione del migrante. L'argomento, messo spesso in relazione alla clandestinità, è all'ordine del giorno come ospite di talk show televisivi, spina nel fianco di politicanti professionisti, protagonista dei media di ogni sorta. La causa scatenante del trambusto mediatico risiede nella tragica morte di centinaia di persone al largo di Lampedusa. Migranti o clandestini? Uomini.
In giorni in cui si discute di emendamento sul reato di clandestinità e si dibatte sull'accoglienza, il salotto più adeguato per una riflessione in merito, potrebbe essere la mostra di Adrian Paci. La mente creativa rende protagonista assoluto l'uomo come viaggiatore errante, il quale, in virtù della speranza e dell'immaginazione, corre a briglia sciolta verso meravigliosi orizzonti. Immaginati, certo, ma pur sempre meravigliosi.La mostra è occasione per l'artista di raccontare una storia, quella dei flussi migratori, impregnati della sua personalissima esperienza. Adrian Paci stesso ha dichiarato ad un editoriale on line: “Ho deciso di mescolare la mia esperienza con la mia arte” e ancora: “Il discorso si amplifica e si estende ad una condizione che riguarda tutti; vuol dire per ciascuno di noi appartenere ad un contesto. Con questi lavori racconto lo sforzo della quotidianità a individuare, anche altrove, questo rifugio”.
La verità. La storia è fatta di migrazioni. L'uomo è un nomade da sempre, ma bisognoso di trovare una sua dimensione, se pur piccola, ovunque si trovi. Chi sono dunque i migranti? Chi i clandestini? Lasciamo, per un giorno, le stucchevoli dissertazioni politiche e abbandoniamoci all'unica riflessione coerente e possibile: la ragione dell'arte.
Flavia Torretta
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11 ottobre 2013
In libreria
Gianfranco Colasante
Miti e storie del giornalismo sportivo.
Miti e storie del giornalismo sportivo.
La stampa sportiva italiana dall'ottocento al fascismo
Roma, Garage Group, 2013 (in brossura)
Descrizione
Le origini del giornalismo sportivo italiano, dai primi coraggiosi ebdomadari, fino al successo dei periodici e dei quotidiani di sport, narrate attraverso le vicende professionali e umane di quanti, in quel giornalismo di frontiera, hanno creduto e operato con entusiasmo. Ma anche una occasione per riscoprire le oltre 400 testate del settore apparse in Italia tra il 1859 e il 1919: un contributo culturale e un omaggio al prezioso sostegno che i giornalisti hanno offerto alla nascita e allo sviluppo dello sport nel nostro Paese. L'autore Gianfranco Colasante è direttore del giornale online SportOlimpico.it, specializzato nella storia dello sport olimpico.
Roma, Garage Group, 2013 (in brossura)
Descrizione
Le origini del giornalismo sportivo italiano, dai primi coraggiosi ebdomadari, fino al successo dei periodici e dei quotidiani di sport, narrate attraverso le vicende professionali e umane di quanti, in quel giornalismo di frontiera, hanno creduto e operato con entusiasmo. Ma anche una occasione per riscoprire le oltre 400 testate del settore apparse in Italia tra il 1859 e il 1919: un contributo culturale e un omaggio al prezioso sostegno che i giornalisti hanno offerto alla nascita e allo sviluppo dello sport nel nostro Paese. L'autore Gianfranco Colasante è direttore del giornale online SportOlimpico.it, specializzato nella storia dello sport olimpico.
*link al giornale SportOlimpico.it
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06 ottobre 2013
In libreria
Sandra Bonsanti
Il grande gioco del potere
Milano, Chiarelettere, 2013, 256 pp.
Descrizione
Il grande gioco del potere
Milano, Chiarelettere, 2013, 256 pp.
Descrizione
“Nell’esercizio di memoria che Sandra Bonsanti ci propone sono ripercorse le tappe principali della storia nichilista e criminale del rapporto potere-denaro svoltosi negli ultimi decenni e nascosto sotto il manto della democrazia. Se la politica non si rianima e se i suoi protagonisti -- partiti, forze culturali e sociali -- restano inerti, la partita è persa. Ma, si dirà, dove trovare le ragioni della riscossa democratica? La risposta è chiara: nella Costituzione.” (Dalla postfazione di Gustavo Zagrebelsky)
La testimonianza di una giornalista che ha combattuto il perverso intreccio di potere e di interessi che ha insidiato la democrazia dagli anni Settanta a oggi. Intreccio che, come dimostra l’autrice raccontando i protagonisti di quel tempo e gli episodi vissuti direttamente, ha fatto perdere la visione d’insieme della società come idea di “bene comune”. “Eppure c’è chi, anche in buona fede, è convinto che sia meglio non sapere come sono andate le cose... Costoro chiedono semplicemente di partecipare al ‘gioco’, il ‘gioco grande del potere’, per dirla con le parole di Giovanni Falcone.”
Sandra Bonsanti ha lavorato a “Il Mondo”,“Epoca”,“Panorama”, “La Stampa”,“la Repubblica” e ha diretto “Il Tirreno”. Dal 2003 è presidente di Libertà e Giustizia, associazione nata per contribuire a un rinnovamento della politica italiana.
La testimonianza di una giornalista che ha combattuto il perverso intreccio di potere e di interessi che ha insidiato la democrazia dagli anni Settanta a oggi. Intreccio che, come dimostra l’autrice raccontando i protagonisti di quel tempo e gli episodi vissuti direttamente, ha fatto perdere la visione d’insieme della società come idea di “bene comune”. “Eppure c’è chi, anche in buona fede, è convinto che sia meglio non sapere come sono andate le cose... Costoro chiedono semplicemente di partecipare al ‘gioco’, il ‘gioco grande del potere’, per dirla con le parole di Giovanni Falcone.”
Sandra Bonsanti ha lavorato a “Il Mondo”,“Epoca”,“Panorama”, “La Stampa”,“la Repubblica” e ha diretto “Il Tirreno”. Dal 2003 è presidente di Libertà e Giustizia, associazione nata per contribuire a un rinnovamento della politica italiana.
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30 settembre 2013
In libreria
Francesca Sgorbati Bosi
Guida pettegola al Settecento francese
Palermo, Sellerio, 2013, 360 pp.
Guida pettegola al Settecento francese
Palermo, Sellerio, 2013, 360 pp.
(disponibile anche in formato e-book)
Descrizione
Il gossip, sostiene l'autrice di questo libro, è nato in Francia, nel Settecento illuminista. Inteso come sistema del pettegolezzo, cioè la maldicenza e l'indiscrezione inserite in una rete ben organizzata di informazione e comunicazione ad uso innocente o perverso della gente alla moda. Sia per sapere i segreti degli altri o inventarseli, sia per far parlare di sé comunque. Lo dimostra questa inchiesta tra le centinaia di rumors o di bruits che questo libro raccoglie, cataloga per argomento e inquadra il tempo nello spazio e nei protagonisti. Erano notizie brevissime e senza sottintesi, che venivano pubblicate in libretti e altre forme: Espions, Chroniques, Gazettes scandaleuses. Ed esistevano addirittura allora, come oggi le agenzie, bollettini specializzati che li rifornivano. La curiosità vivissima verso di loro tra il pubblico era accesa dal fatto che mancavano giornali, l'informazione non era libera né fluida, di contro alla novissima aria di libertà che circolava, soprattutto tra le donne. Non mancava a volte la volontà di colpire un avversario, in un'epoca in cui i canali istituzionali non
erano adeguati allo scopo (un po' come oggi i blog rispetto all'insufficienza della stampa e delle rappresentanze politiche). Toccano naturalmente tutti i campi, con preferenza per sesso potere carriera e gloria. E tutti gli ambienti interessanti, dalla corte in giù. Miniature in cui, come diceva Barbey D'Aurevilly, vi è più storia che in molte pagine di libri. Tracciate spesso e volentieri da grandi scrittori - anche Voltaire -, trasmettono ai posteri atmosfere e mentalità di una Parigi spietata-con-grazia, micro racconti da dove «il vizio non importa ma una figuraccia uccide».
Descrizione
Il gossip, sostiene l'autrice di questo libro, è nato in Francia, nel Settecento illuminista. Inteso come sistema del pettegolezzo, cioè la maldicenza e l'indiscrezione inserite in una rete ben organizzata di informazione e comunicazione ad uso innocente o perverso della gente alla moda. Sia per sapere i segreti degli altri o inventarseli, sia per far parlare di sé comunque. Lo dimostra questa inchiesta tra le centinaia di rumors o di bruits che questo libro raccoglie, cataloga per argomento e inquadra il tempo nello spazio e nei protagonisti. Erano notizie brevissime e senza sottintesi, che venivano pubblicate in libretti e altre forme: Espions, Chroniques, Gazettes scandaleuses. Ed esistevano addirittura allora, come oggi le agenzie, bollettini specializzati che li rifornivano. La curiosità vivissima verso di loro tra il pubblico era accesa dal fatto che mancavano giornali, l'informazione non era libera né fluida, di contro alla novissima aria di libertà che circolava, soprattutto tra le donne. Non mancava a volte la volontà di colpire un avversario, in un'epoca in cui i canali istituzionali non
erano adeguati allo scopo (un po' come oggi i blog rispetto all'insufficienza della stampa e delle rappresentanze politiche). Toccano naturalmente tutti i campi, con preferenza per sesso potere carriera e gloria. E tutti gli ambienti interessanti, dalla corte in giù. Miniature in cui, come diceva Barbey D'Aurevilly, vi è più storia che in molte pagine di libri. Tracciate spesso e volentieri da grandi scrittori - anche Voltaire -, trasmettono ai posteri atmosfere e mentalità di una Parigi spietata-con-grazia, micro racconti da dove «il vizio non importa ma una figuraccia uccide».
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20 settembre 2013
In libreria
Joseph Roth
La quarta Italia
Roma, Castelvecchi, 2013, 68 pp.
Descrizione
La quarta Italia
Roma, Castelvecchi, 2013, 68 pp.
Descrizione
Nell’autunno del 1928, Joseph Roth è in Italia, inviato dal quotidiano "Frankfurter Zeitung" per raccontare ai lettori tedeschi il Paese di Mussolini. I suoi reportage, raccolti in seguito sotto il titolo La quarta Italia, sono un piccolo capolavoro di giornalismo letterario, in perfetto e singolare equilibrio tra ironia e profonda inquietudine. Roth racconta la mancanza di senso del ridicolo nei rituali nel nazionalismo, il pervasivo culto della personalità del Duce, il clima di delazione e lo stato di polizia, l’asservimento della stampa e la censura, le sotterranee forme di opposizione. Il suo sguardo si sofferma sui particolari – l’abbigliamento di una camicia nera o l’ambigua gentilezza del portiere d’albergo che lo spia – e adotta un tono leggero, a tratti umoristico, dietro il quale però lascia emergere, sempre più netto, il grido di allarme. Nella chiave di un pessimismo non ancora disperato, Joseph Roth ci consegna così una lucida e impietosa testimonianza sull’Italia del Ventennio.
Joseph Roth (1894 – 1939): Scrittore e giornalista, è stato il testimone e il cantore della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Nato in Galizia, alla periferia dell’Impero, cresce in un ambiente ebraico ortodosso, studia letteratura tedesca a Vienna e si arruola come volontario nella Grande Guerra. Giornalista e narratore di successo, nel 1920 si trasferisce a Berlino, compiendo frequenti reportage all’estero per il "Frankfurter Zeitung". In seguito all’ascesa al potere di Hitler è costretto a lasciare la Germania, continuando a pubblicare i suoi libri in Francia e nei Paesi Bassi.
Joseph Roth (1894 – 1939): Scrittore e giornalista, è stato il testimone e il cantore della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Nato in Galizia, alla periferia dell’Impero, cresce in un ambiente ebraico ortodosso, studia letteratura tedesca a Vienna e si arruola come volontario nella Grande Guerra. Giornalista e narratore di successo, nel 1920 si trasferisce a Berlino, compiendo frequenti reportage all’estero per il "Frankfurter Zeitung". In seguito all’ascesa al potere di Hitler è costretto a lasciare la Germania, continuando a pubblicare i suoi libri in Francia e nei Paesi Bassi.
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19 settembre 2013
La Chiesa e i Media
In occasione dell’incontro organizzato dal Vaticano per il 150°
anniversario dell’Osservatore Romano, l’autore decide di passare in rassegna il
difficile rapporto tra i media e la Chiesa Cattolica.
Il più evidente è quello delle incomprensioni, dovute a due principali
fattori:
1 La maggior parte delle persone non è in grado di comprendere la
totalità dei messaggi della Chiesa, che continua a esprimersi in maniera
antiquata, attraverso espressioni e passaggi di difficile comprensione
2 Il pregiudizio dei laici nei confronti della Chiesa fa si che filtri
solo ciò che i giornalisti vogliono sentire, tralasciando passaggi importanti
ritenuti scomodi al fine degli articoli, o semplicemente non compresi.
Diceva Montini: "A che serve dire la verità, se chi ci ascolta
non è in grado di comprenderla?"
L’affermarsi dei Media come attore sociale vero e proprio, e non più
come solo mezzo di comunicazione, ha peggiorato ulteriormente il rapporto. Il
Media viene considerato nel testo
appunto come “sesto potere”, atto a creare opinione pubblica, e non solo a
informarla.
Vengono quindi analizzati recenti precedenti storici, emblematici del
rapporto tra Media e Chiesa
L’enciclica Humanae Vitae, riguardante la posizione del Pontefice
sull’uso di contraccettivi, ne è senzaltro un esempio. Infatti chi la promulgò, Papa PaoloVI venne
definito il “Papa della pillola”, quando la parola “pillola” non fu mai
pronunciata nell’enciclica. Anche in
questo caso l’intero messaggio del Pontefice non fu colto nella sua essenza, e
i media gettarono benzina sul fuoco a fini sensazionalistici, cercando di
creare dibattito tra Laici e Chiesa, e fratture tra Cattolici di diverse
posizioni.
Lo stesso Giovanni Paolo II, considerato per svariate ragioni il Papa
più decisivo del dopoguerra, è stato oggetto di critiche e incomprensioni. In
questo caso, sostiene Andrea Ricciardi, non furono direttamente i Media ad
attaccare il Pontefice, ma il clima di quegli anni. In quel periodo infatti il
papato in sé era un’istituzione così impopolare, che i Media non fecero altro
che trasmettere e assecondare il “sentore comune”, senza analizzare
concretamente e razionalmente i fatti.
Se il suo predecessore, Paolo VI, a posteriori venne definito come il Papa
delle mediazioni, la personalità granitica e il fervente anticomunismo di Wojtyla (cosa tra l’altro scontata
essendo egli Polacco), lo posero subito in cattiva luce. Per contro il nuovo
Papa portò però aria di freschezza e innovazione, essendo il primo Papa
straniero, e data la sua giovane età. I laici si trovarono di fronte a diversi
dubbi: come classificare quindi questa nuova figura? Collocarla in ambito progressista
o conservatore? Alla fine i mass media semplicemente evitarono la questione,
puntando i riflettori su altri aspetti, come la presenza del Pontefice nella
società, la sua apertura umana, costruendo l’immagine del “Papa buono”.
Ancora più determinanti furono i mezzi di comunicazione nell’”attacco”
a Benedetto XVI. Nel saggio Contro il pastore tedesco Jean-Marie Guènois analizza come i Media francesi misero
all’attenzione immediatamente un aspetto di fatto trascurabile, ma altamente
“infiammabile” se dato in pasto ai telespettatori e ai lettori “medi”: gli
interrogativi della famiglia Ratzinger riguardo al Nazismo. Benedetto XVI dovette sempre giustificarsi di
questa “colpa” creata dai Media, e a poco servirono i viaggi in Terra Santa e
la visita ai campi di concentramento. Per una certa parte di chi produce
informazione rimase il “Papa Nazi”.
Guènois continua la sua riflessione, cercando di suscitare l’onestà
intellettuale del lettore, e di fargli ammettere come la nostra società non sia
anti-nazista ( cosa che sarebbe lecita, ma impossibile dato che i nazisti non
esistono più), bensì anti-tedesca (molto meno giustificabile, se non per
nulla).
Il testo prosegue analizzando altri casi e tematiche, dal ritiro della
scomunica del negazionista Vescovo Williamson (che fece infuriare la comunità
ebraica, ma che ebbe poca attenzione mediatica), ai tentativi, mai
adeguatamente comunicati dai Media, di Ratzinger di arginare il fenomeno degli
abusi sessuali all’interno della Chiesa, sino alla questione dei contraccettivi
e della sessualità.
In tutti i capitoli emergono i due punti sottolineati all’inizio di
questa recensione: 1 La Chiesa, anche quando agisce nel giusto, spesso non è in
grado di farsi capire. 2 I Media rincorrono la notizia, lo scoop, l’attacco,
non la verità.
Sorge però spontanea una riflessione: tutti gli opinionisti e l’autore
stesso del testo si dichiarano ferventi Cattolici e uomini filo-ecclesiastici.
Se, come ci insegnano nei loro saggi, dobbiamo sempre interpretare e non
prendere per oro colato ciò che leggiamo/vediamo/sentiamo, ma anzi dovremmo
sempre sentire le tanto famose “due campane”, lo stesso metro allora dovrebbe
essere applicato anche per questo testo?
Flavio Formaggio
Giovanni Maria Vian
Il filo interrotto
Milano, Mondadori, 2012.
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16 settembre 2013
Una, nessuna e centomila
Claudia Fusani ripercorre
le tappe fondamentali della vita di una
grandissima giornalista ligure di inizio Novecento. Inizia raccontando delle prime esperienze in redazione a
Genova della ancora giovanissima Maria Vittoria Rossi, delle sue conquiste e
soprattutto della sua graffiante realisticità.
Ma non si ferma qui, va più
a fondo, dipingendo una ragazza rigida, troppo studiosa, ingabbiata nello stile
di vita che la madre, forte di carattere, le impone per una brillante ascesa
sociale nonché di autoanalisi e autovalutazione continua.
Maria non è mai solo se stessa
e non lo è mai pienamente quando scrive sotto il finto nome di Giorgiana,
ragazzetta miope e un po’ svampita, oppure sotto lo pseudonimo di Marlene.
Inventa storie e personaggi
e ne prende le spoglie scrivendo ogni volta con stile e tono differenti;
camaleontica ed eclettica rapidamente raggiunge un certo successo che la porta
a curare diverse rubriche ed a legare
con l’emergente giornalista Indro Montanelli
che sarà poi suo collega nella redazione di Omnibus. Il settimanale
culturale, fondato da Leo Longanesi, la
impegna per ben due anni durante i quali, grazie alle manovre della madre sposa
Gaspero del Corso e assume definitivamente lo pseudonimo con cui ancora oggi è
ricordata: Irene Brin.
L’esperienza nella
redazione del settimanale romano è il trampolino di lancio per la sua brillantissima carriera di giornalista,
reporter e soprattutto di lente d’ingrandimento sulla società dei primi decenni
del novecento.
Le tinte con cui questa
prima parte della vita di Maria Vittoria è narrata, sono
grigie, quasi depresse, come se la soddisfazione di lavorare nel campo sognato
e l’aver raggiunto la fama non fossero traguardi importanti nella vita della
giornalista. La curiosità spinge a leggere ancora alla ricerca di una
motivazione.
A partire dal 1940 Maria,
terminata la fase di Omnibus, si lancia a
scrivere ed a collaborare con diversi settimanali sotto diversi pseudonimi. Naturalmente
la sua attività, nonostante la censura fascista si faccia sempre più
stringente, è solo sfiorata dalla situazione perché pur essendo un’ottima
scrittrice e soprattutto un’osservatrice senza pari, mai si è interessata a
scrivere di politica.
Ed ecco affiorare le mille
personalità: è Maria Del Corso su Mediterraneo, Ortensia sulla Gazzetta Provinciale,
Geraldina Tron su Film Illustrato.
Tutte rubriche di costume,
tutte rubriche che portano grande successo ai settimanali su cui compaiono e in
primis sono scritte da donne completamente diverse che sono sempre la stessa.
Maria Vittoria.
Nel 1941 decide di seguire
il marito Gaspero in Jugoslavia con l’esercito e nonostante la sua sensibilità
venga duramente colpita dallo scenario che l’accoglie in terra balcanica, le
sue mille facce mantengono solidità. Manda regolari corrispondenze a Mediterraneo ma nel frattempo continua a curare le varie
rubriche.
Se Maria è così colpita da
ciò che vede in Jugoslavia, non si permette di esprimerlo attraverso le sue tante
personalità. Scrive il libro Olga a
Belgrado che però sarà stampato molto
dopo a causa di alcune vicissitudini della casa editrice.
Le mille Marie sono sempre
diverse, sempre graffianti nelle loro analisi della bigotta società borghese
che popola la prima metà del secolo, ma all’improvviso tutto crolla.
Con la caduta del fascismo
e la latitanza del marito Irene si trova per la prima volta in difficoltà.
Con l’Italia a pezzi,
sembra che lo stesso destino spetti alla vita, prima quasi perfetta di Maria,
ma non è così. Per sopperire alla mancanza di entrate raccoglie i suoi pezzi
migliori e pubblica il libro “Usi e costumi”, uno specchio fin troppo
realistico della vuota apparenza di cui si nutre la società borghese italiana
al seguito del mito americano, abbagliata dalla moda francese e dal pensiero
tedesco.
Uno sfacelo di credenze,
mode e abitudini che via via degradano verso l’umiliante condizione di
spaesamento che ad ogni argomento pare più evidente.
Questo periodo buio è
trattato con una lentezza esasperante, come se il pantano in cui è precipitata
la vita scintillante di Maria, impregni anche il lettore, almeno finchè non si
arriva al 1945, anno in cui lei e il marito investono i pochi risparmi che
hanno per aprire una galleria d’arte: L’Obelisco, che sarà il varco attraverso
cui l’Italia lascia entrare un po’ di cultura dal resto del mondo.
Nei primi tempi Maria
sembra quasi lasciarsi andare, si fa da parte, lascia le redini della gestione
al marito che opera in maniera esemplare la campagna pubblicitaria della
galleria.
Qui Maria inizia nuovamente
a scrivere, con una consapevolezza di sé differente, mantenendo il suo stile,
perseverando nell’analisi della società nella sua rubrica su Settimana Icom Illustrata.
Scrive sotto lo pseudonimo
di Contessa Clara, di cui, nel tempo inventa la storia. Ed eccola di nuovo,
Maria, sotto falso nome, nelle finte spoglie di una vecchia vissuta. Il suo
successo è innegabile. Le conquiste negli anni a venire sono numerose ma resta
comunque grigia l’atmosfera con cui è
chiusa la storia di questa grande, grandissima giornalista.
Maria, che muore a 57 anni
mentre ancora è impegnata con l’Obelisco e con le sue rubriche. Maria Irene
Brin, Maria, Contessa Clara, Maria Geraldina Tron, Maria più amica che moglie
di suo marito, Maria mancata mamma…
Ecco i mille volti che
hanno coperto il solo vero volto di Maria Vittoria Rossi, talmente tanto presa
dal suo trasformismo da scordare di mostrare al mondo quello reale.
Una sola Irene Brin,
nessuna Maria Vittoria Rossi, centomila maschere.
Marta Gaggero
Claudia Fusani
Mille Mariù. Vita di Irene Brin
Roma, Catelvecchi Editore, 2012, 288 pp.
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31 agosto 2013
I fondamenti del giornalismo
Il libro I fondamenti del
giornalismo elaborato dai due
giornalisti americani Bill Kovach e Tom Rosenstiel è un'attenta analisi del
mondo dell'informazione che prende il via da uno studio sul settore iniziato
nel 1997. Lo scopo di tale ricerca, compiuta attraverso numerosi sondaggi e
interviste sia a giornalisti di professione sia a persone comuni che fruiscono
varie tipologie di media, era quello di riuscire a elaborare una sorta di
decalogo sulle leggi alla base del buon giornalismo. Il libro, benché pubblicato in Italia nel 2007, resta un vademecum
utile a chi è chiamato a svolgere questa attività in maniera professionale, ma
anche una guida per tutti i lettori, più o meno attenti, affinché sappiano
orientarsi nel vasto mondo delle comunicazioni, così da poter discernere il
buon giornalismo da quello meno buono.
I due autori presentano anzitutto il concetto del cosiddetto istinto di consapevolezza come quel bisogno, intrinseco a ogni essere umano, di
avere informazioni al fine di poter vivere e convivere serenamente, con sé
stessi e con gli altri. È per questo che la società moderna ha istituito il
concetto di giornalismo come mezzo di diffusione di informazioni, perché
proprio queste ultime sono in grado di determinare la qualità della nostra vita
influenzandone idee, pensieri, cultura. In un mondo dove la “fame di
conoscenza” e la necessità di informazioni sono sempre più presenti e diffuse
nella società, l'informazione, invece, si trasforma in intrattenimento: ciò che
in gergo viene identificato come infotainment
(information and entertainment). È come se a fronte di una richiesta di
notizie di primo livello da parte della comunità, il giornalismo sapesse
rispondere solo con del mero gossip. Ecco, dunque, che il sistema
dell'informazione si mostra in tutto il suo paradosso; a dimostrazione che
anche le notizie spesso sono chiamate a rispondere dei margini di profitto
dell'azienda editoriale cui sono sottoposte.
È innegabile il fatto che ogni sistema editoriale, e conseguentemente
anche quello dell'informazione, sia legato alle stessi leggi economiche che
permeano qualsiasi altro mercato. Lo scopo primario del giornalismo però è, e
rimane, quello di fornire ai cittadini notizie utili a creare le proprie
libertà e ad accrescere la propria educazione affinché possano poi essere in
grado di generare comunità democratiche. Parte proprio da questo aspetto
centrale l'analisi critica che Kovach e Rosenstiel elaborano. La necessità di
servire il più vasto e diversificato pubblico possibile, insieme alle leggi
economiche che permeano il mondo dell'editoria e che hanno già spinto molti
media a optare, appunto, per l'infotainment
non rischiano di diventare una vera e
propria minaccia all'autonomia dell'informazione che, invece, dovrebbe
rappresentarne il punto di partenza? Ecco, dunque, che i due giornalisti si
trovano a dover accuratamente riflettere sulla lenta, ma inesorabile, deriva
che il giornalismo americano (e non solo) sta vivendo da qualche anno a questa
parte. Una deriva che hanno cercato di arginare tracciando le linee guida
dell'attività giornalistica; ovvero i suoi fondamenti.
La prima legge che i due autori menzionano come alla base di una
corretta attività giornalistica è quella della verità. Essa
è fondamentale per il cittadino che si serve della notizia per riflettere sulle
proprie idee e crearsi una specifica idea del mondo. Verità che
si lega a doppio filo con un altro principio centrale: la lealtà verso il cittadino. Il giornalista, dunque, è chiamato a svolgere il ruolo
di garante della veridicità dei fatti nei confronti della comunità cui
trasmette informazioni, e deve farlo
anzitutto perché si tratta di un obbligo sociale verso i fruitori e, in
secondo luogo, per mantenere la propria credibilità di professionista, nonché
quella della propria testata. Credibilità che deve essere mantenuta tale anche
grazie alla responsabilità verso la
propria coscienza, un obbligo,
questo, di portare avanti la cultura dell'onestà, talvolta andando anche contro
le direttive del direttore della
testata o, addirittura, dell'editore.
Il nuovo modello di giornalismo è permeato da fattori “pericolosi” come
il continuo ciclo di informazioni in evoluzione, cui i giornalisti sono
chiamati a rispondere con l'elaborazione di notizie sempre più in tempo reale
̶ fattore tipico del mezzo di internet ̶ e che portano a
prediligere la velocità piuttosto che la qualità (il che va tutto a discapito
del lettore). Così come il problema dell'aumento di potere delle fonti di
informazioni su quello dei giornalisti stessi o la fine di un accurato gatekeeping (processo
di filtraggio delle notizie) che lascia sempre più margine di avanzamento al
puro gossip, che tra l'altro è in grado di ampliare il bacino dell'audience,
rispetto a una buona e necessaria cultura della cronaca. Questi sono tutti
fattori di cui Kovach e Rosenstiel sono perfettamente consci e a cui cercano di
controbattere sottolineando i veri valori del giornalismo.
Ecco quindi che al rispetto della verità, alla lealtà verso il cittadino e alla responsabilità
verso la propria coscienza, il
giornalista deve garantire al pubblico: indipendenza
dalle fonti di cui si serve e dal controllo di qualsiasi potere esterno, così come la possibilità di avere libero accesso alle notizie e ai documenti delle
autorità tali da poter liberamente
riferirne all'opinione pubblica. I due autori sostanzialmente puntano sul
sottolineare che il giornalismo deve basarsi sulla sintesi, la verifica, e una
fiera indipendenza che punti a soddisfare il pubblico interesse prima ancora
del profitto privato.
A distanza di 16 anni le proposte deontologiche di questo libro restano valide e possono riconciliare molti lettori critici con il mondo dell'informazione. Kovach e Rosenstiel dimostrano, infatti, che il buon giornalismo non è morto, tutt'altro. Sta solo vivendo un periodo di crisi economica e di valori; questo però non significa che non possa rinnovarsi per mantenersi al passo con i tempi e contemporaneamente mantenere saldi i suoi principi. Questi, dunque, sono i Fondamenti
del giornalismo, ovvero tutto ciò che i giornalisti dovrebbero sapere e il
pubblico dovrebbe esigere.
Valentina Vettori
Bill Kovach, Tom Rosenstiel
I fondamenti del giornalismo.
Ciò che i giornalisti
dovrebbero sapere e il pubblico dovrebbe esigere.
Torino, Lindau,
2007, 293 pp.
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Recensione
30 agosto 2013
Schierandosi
"Due aspetti in ogni questione, certo, certo....
ma ogni tanto, schierarsi è la sola cosa
a cui si può ricorrere e senza
discolparsi o compatirsi".
Seamus Heaney, 1939-2013
*link al testo integrale della poesia Schierandosi di Seanus Heaney, Premio Nobel per la Letteratura nel 1995.
ma ogni tanto, schierarsi è la sola cosa
a cui si può ricorrere e senza
discolparsi o compatirsi".
Seamus Heaney, 1939-2013
*link al testo integrale della poesia Schierandosi di Seanus Heaney, Premio Nobel per la Letteratura nel 1995.
26 agosto 2013
Dal Caffè ai Blog
Il nuovo libro di Giorgio Zanchini in
apertura si propone come un percorso
di nascita, evoluzione e decadenza del giornalismo culturale. Scritto con
immediatezza e semplicità nei primi capitoli affronta la spinosa
definizione di cultura, che risulta attualmente essere definita sia come la “sfera delle attività artistiche e
intellettuali che presuppongono ingegno”, sia come “l’insieme di atteggiamenti,
norme, valori, credenze, rappresentazioni di collettività umane presente in
tutti i gruppi e gli strati sociali”.
L’esauriente chiarimento della
materia trattata è seguito da un dettagliato e avvincente sunto storico che
evidenzia in modo mirato le tappe più significative dell’evoluzione del
giornalismo, compreso quello culturale, individuando nel Settecento la culla
della stampa popolare con le prime riviste femminili e i periodici di
intrattenimento. Viene poi affrontato capillarmente il periodo del XIX secolo
in cui il boom della penny press americana e delle gazzette inglesi lancia un
nuovo modo di fare giornalismo. Nello stesso periodo ricorda, con dovizia di
particolari, l’ascesa delle riviste di settore e soprattutto il cambio di
mentalità degli editori per i quali la stampa diviene una fonte di guadagno non
indifferente viste le nuove generazioni alfabetizzate e assetate di notizie a
cui risponde l’innovazione tecnologica.
Grande importanza viene
data alla nascita della terza pagina in Italia, vera e propria incubatrice
dell’articolo culturale. Sul Giornale
d’Italia infatti viene riservata la terza pagina, delle sei che comprendeva,
ad articoli legati alla critica artistica e letteraria. Se in un primo momento
è servito un po’ di assestamento, una volta preso l’avvio questa iniziativa
diviene fiore all’occhiello di un giornalismo nazionale fin troppo fossilizzato
sull’educazione politica. Alle terze pagine dei vari quotidiani ottocenteschi partecipano le grandi
firme della letteratura come Grazia Deledda e Gabriele D’Annunzio; ciò porta anche alla luce la
scarsa considerazione che essi provavano per la professione giornalistica.
Arrivati a questo punto
della lettura si percepisce un cambiamento di atmosfera. Dalla rincorsa
attraverso i secoli fino all’apice della stampa culturale si giunge ad un
momento di impasse, caratterizzato dall’appiattimento degli articoli culturali,
sempre meno esclusivi e stilisticamente distinti, per poi riprendere il ritmo
in una discesa che pare senza freni.
Dalla seconda metà del
Novecento, causa i mutamenti politici e
culturali avvenuti globalmente, lo spazio dedicato alla cultura cambia. Tra
polemiche e frigidi ritorni al passato gli anni Cinquanta segnano un punto di non ritorno per
l’elzeviro e tutto il novero di
articoli di cultura.
Scompaiono le recensioni
dei libri, sostituite dai supplementi che vengono venduti insieme ai quotidiani
nei giorni festivi, latitano le critiche musicali e teatrali che compaiono
sporadicamente in qualche trafiletto di riempimento, per non parlare dei
reportage di viaggio che già molto prima hanno attirato l’attenzione solo
grazie alla loro assenza.
Zanchini qui si sofferma,
come a prendere fiato dopo la discesa a rotta di collo, sulle possibili cause
della “morte della terza pagina”. La rivalità tra scrittori e giornalisti è
sempre stata un punto caldo nelle redazioni proprio a causa della
partecipazione dei primi alla stesura degli articoli che figuravano in terza
pagina affiancati ai diari di viaggio di reporter sparsi per il globo in quella
che può essere definita un’avventura collettiva. L’autore però non crede, come
me peraltro, che la causa del
mutamento/decadimento del giornalismo culturale sia da riconoscere nella sana
rivalità tra scrittori puri e giornalisti ma piuttosto nell’avvento delle
televisioni, delle radio e infine, nell’ultimo decennio, di internet. Nell’arco
di una quarantina di anni lo scenario della comunicazione è completamente
cambiato.
Con la televisione i
programmi di intrattenimento surclassano la stampa culturale, l’ascesa delle
radio e dei programmi radiofonici dedicati al teatro e alla musica ruba un’altra
importante fetta di informazione al giornalismo da terza pagina che, privato dei
suoi cavalli di battaglia, si adagia in tiepidi articoli che spesso vengono
bellamente ignorati dai lettori più interessati alle inchieste e alla politica.
La crisi della carta
stampata è frutto della nascita dell’infotainment, che attraverso radio e
televisioni surclassa in immediatezza e
coinvolgimento i quotidiani e i periodici.
L’avvento di internet ha
definitivamente cambiato il modo di fare giornalismo e di vivere la
trasmissione di notizie perché se attraverso i media del Novecento la
circolazione di dati era prevalentemente unilaterale, adesso il rapporto tra
media e fruitori si è trasformato in un rapporto simbiotico di interscambio.
I giornali hanno fatto un
salto qualitativo trasferendo parte degli investimenti della redazione in una
conquista di spazi web per interagire con la quasi totalità dei visitatori
della rete. Qui Zanchini evidenzia l’attività di consulta e monitoraggio che i
deskisti effettuano sui blog aperti e aggiornati da comuni cittadini.
Se nell’Ottocento i luoghi
di cultura e dibattito sulle novità erano i Caffè o i circoli privati e durante
il Novecento l’unilateralità della Terza Pagina ha in qualche modo sopito lo
scambio di idee tra i lettori, ecco che nel XXI secolo rinascono i dibattiti
tra privati cittadini, stavolta non nei caffè o nei salotti, ma sul web, dove è
possibile trasmettere le proprie opinioni ad un pubblico esponenzialmente più
vasto. Ad un pubblico globale.
In tutto questo
travagliato cambiamento, il giornalismo culturale ha cambiato maschere, vesti,
forme ed espressione fino a giungere ai giorni nostri completamente diverso
rispetto alla nascita.
Adesso non esiste più
l’articolo culturale o l’elzeviro, adesso la cultura permea l’intero
quotidiano, l’intera macchina dell’informazione: dall’impaginazione dei
giornali, alla gerarchizzazione delle notizie; dall’agenda setting al
linguaggio usato in radio o in
tv, dalle fotonotizie in prima pagina ai filmati dei giornali web.
Cultura non è più solo
critica o scoperta o prodotto dell’ingegno umano, è tutto ciò che attira
l’interesse del pubblico perché parla del pubblico e per il pubblico.
Nelle sue conclusioni, un
poco frettolose Zanchini riconosce che la professione di giornalista culturale,
un tempo ben definita e con incarichi precisi, adesso è invece una
macrocategoria che comprende quasi l’intero entourage della redazione che però
non è più caratterizzato dalla specializzazione personale.
Esiste ancora il
giornalismo culturale in senso stretto? L’autore lo individua talvolta nelle riviste,
nei periodici, spesso in radio e nell’ultimo biennio anche in televisione ma la
terza pagina del quotidiano, scivolata nel tempo sempre più indietro, si può
dire quasi perduta e sicuramente priva di quell’originalità e dello spessore
artistico che la designavano punta di diamante del giornalismo culturale
europeo.
Nel complesso Zanchini
riesce a mantenere un linguaggio semplice e fresco affrontando i vari argomenti
con semplicità riuscendo ad attirare l’attenzione sui punti essenziali della
trattazione.
Ho trovato stimolante sia
lo stile sia la semplicità di questo piccolo trattato, nato, a detta
dell’autore, più per fare chiarezza tra i “non addetti ai lavori” che tra i
giornalisti.
Marta Gaggero
Giorgio Zanchini
Il
giornalismo culturale
Roma, Carrocci, 2013,
160 pp. (nuova edizione)
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20 agosto 2013
Le parole in libertà vigilata
Questo di Gustavo Zagrebelsky sembra un libro senza pretese, a una prima occhiata formale. A prenderlo in mano, soppesarlo, è sottile, leggero, viene da pensare che bastino pochi minuti per leggerlo. Pochi minuti per imparare qualcosa di nuovo da uno dei più noti e rilevanti giuristi italiani. Pochi minuti per sentirsi migliori e un po' più intelligenti, più capaci di analisi. E invece Zagrebelsky dimostra da subito che la questione non è così semplice - e del resto non sarebbe da lui un testo che non porti, anzi, non spinga ad una certa riflessione. Perché leggere e capire sono due cose diverse, così come lo sono sentire e ascoltare.
L'atmosfera generale del libro infatti è quella di una presa di coscienza di un ascolto mancato, di un'assenza di discernimento nell'uso e nella ricezione delle parole come chiave per la comprensione del tempo in cui si vive. La lingua è manifestazione di se stessi, ma anche il più forte strumento d'espressione e influenza dei cittadini di cui la democrazia disponga. Ha una sua forza plasmatrice, questa che l'Autore denomina Lingua Nostrae Aetatis (LNAe), la lingua dei nostri tempi, e che si forma in ognuno dei circuiti comunicativi di oggi. È una lingua formata da parole che conosciamo, che usiamo ogni giorno, e che si possono ritrovare in qualsiasi discorso politico, non importa di quale schieramento. Sorge allora spontanea una domanda: si tratta di omologazione o di co-appartenenza a un sistema di valori universalmente riconosciuti? Secondo l'Autore, si tratta soprattutto di carenza di spirito critico e di abitudine a lasciarsi trascinare e ad assecondare il corso delle cose come imposto da altri. Il linguaggio ha una sua forza che tende a conformare il senso comune in una stessa direzione, e quando viene particolarmente elaborato nella sua espressione e non viene elaborato affatto nella sua ricezione, allora ci troviamo all'interno di un sistema distonico, non equilibrato, e che continuiamo a chiamare democrazia.
Nello spazio di undici capitoli, Zagrebelsky analizza alcune di queste parole-chiave, nella prospettiva sostanziale di un'analisi del linguaggio berlusconiano basato sulla teologia politica e su una lingua degli assoluti.
Senza dubbio, questo sguardo rivolto soprattutto in quella direzione toglie qualcosa al libro, che potrebbe facilmente essere accusato di partigianeria, conferendogli un'intonazione che si avvicina a quella di un pamphlet, nonostante sia possibile trovarvi, a più riprese, una critica non meno pungente verso il Partito Democratico. L'accusa dell'Autore al PD è di eccessiva adeguazione alla terminologia della parte avversa e di una mancanza di originalità, una carenza espressiva che, anche da sola, sarebbe capace di annullare la carica e la valenza politica del partito.
Proprio a questa conformazione di pamphlet, forse, con la sua brevità e la sua forza non priva di un linguaggio colorito (ma non per questo volgare) dobbiamo gli scarsi accenni agli aspetti più prettamente legati agli operatori stessi, ai canali attraverso cui questa lingua del tempo presente, questa LNAe, si diffonde e si imprime, informa e difforma una società civile troppo abituata a non dar peso a quello che ascolta e a quello che legge. C'è un richiamo al subliminale, alla capacità delle parole di formare un frame come un campo magnetico tutto intorno alla nostra realtà, e lì confinarci.
I luoghi comuni della politica, le parole usate e riusate, le reti di significati in cui siamo intrappolati non devono pensare per noi, denuncia Zagrebelsky. E ciò che rimane, alla fine di questa lettura illuminante che scava nelle ombre proiettate da parole date troppo per scontate, non è tanto la polarizzazione tra berlusconiani e democratici, tra destra e sinistra, tra il bene e il male di questa teologia politica. Ciò che l'autore riesce a consegnare nelle mani del lettore è un piccolo scrigno di strumenti critici, il cui scopo vuole essere un risveglio delle menti all'analisi, alla riflessione, a un ragionamento che non riduca tutta la nostra vita alla mera essperienza del produrre e del fare. E poi, fare cosa?
Debora Nicosia
Gustavo Zagrebelsky
Sulla lingua del tempo presente,
Torino, Einaudi, 2010, 58 pp.
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14 agosto 2013
In libreria
Paolo Carelli
Confini mobili. I sistemi mediatici nazionali tra globalizzazione e digitalizzazione
Bologna, I libri di Emil, 2013, 286 pp.
(disponibile in formato pdf sul sito dell'editore)
Descrizione
Negli ultimi decenni, sotto la spinta di due fenomeni come la globalizzazione e la digitalizzazione, lo stato-nazione ha visto un indebolimento del proprio raggio d'azione mentre i media sono stati attraversati da profondi mutamenti tecnologici e culturali che ne hanno modificato gli aspetti produttivi, fruitivi e distributivi. Cosa accade ai sistemi mediatici nazionali quando sulla scena irrompono le nuove tecnologie della comunicazione, i fenomeni migratori, la costruzione di complesse articolazioni sovranazionali che ridisegnano l'identità culturale di una nazione? La tradizionale concezione nazional-statale del sistema mediatico può ancora essere considerata valida? Quali dimensioni sono in grado di spiegare meglio il mutamento in corso? Il volume fornisce alcune risposte a tali quesiti, individuando criteri d'analisi in grado di pensare i sistemi mediatici oltre la cornice chiusa e finita dei confini nazionali. Vengono affrontati, nello specifico, i casi di Spagna e Italia, due Paesi fondati su modelli istituzionali e comunicativi piuttosto simili e da tempo impegnati in percorsi di ricostruzione dell'identità mediatica che coinvolgono aspetti commerciali, culturali, normativi e di contiguità geografica o linguistica.
Confini mobili. I sistemi mediatici nazionali tra globalizzazione e digitalizzazione
Bologna, I libri di Emil, 2013, 286 pp.
(disponibile in formato pdf sul sito dell'editore)
Descrizione
Negli ultimi decenni, sotto la spinta di due fenomeni come la globalizzazione e la digitalizzazione, lo stato-nazione ha visto un indebolimento del proprio raggio d'azione mentre i media sono stati attraversati da profondi mutamenti tecnologici e culturali che ne hanno modificato gli aspetti produttivi, fruitivi e distributivi. Cosa accade ai sistemi mediatici nazionali quando sulla scena irrompono le nuove tecnologie della comunicazione, i fenomeni migratori, la costruzione di complesse articolazioni sovranazionali che ridisegnano l'identità culturale di una nazione? La tradizionale concezione nazional-statale del sistema mediatico può ancora essere considerata valida? Quali dimensioni sono in grado di spiegare meglio il mutamento in corso? Il volume fornisce alcune risposte a tali quesiti, individuando criteri d'analisi in grado di pensare i sistemi mediatici oltre la cornice chiusa e finita dei confini nazionali. Vengono affrontati, nello specifico, i casi di Spagna e Italia, due Paesi fondati su modelli istituzionali e comunicativi piuttosto simili e da tempo impegnati in percorsi di ricostruzione dell'identità mediatica che coinvolgono aspetti commerciali, culturali, normativi e di contiguità geografica o linguistica.
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11 agosto 2013
" Il giornalismo ha bisogno di voi e non ve lo dice"
"Come saranno i giornalisti di domani? Mi riferisco a quelle vaste schiere di
giovani che in questo momento frequentano scuole di giornalismo pubbliche o
private, vanno a caccia di stages presso quotidiani, settimanali, agenzie,
testate radiofoniche e televisive, inseguono speranze e invocano quasi sempre
invano promesse di una qualsiasi sistemazione redazionale. Chi esercita questo
nostro mestiere da lungo tempo, e non è professionalmente ignoto, conosce l'
ampiezza del fenomeno. Basta poi insegnare o avere insegnato in una di quelle
scuole di giornalismo per diventare bersaglio consueto di una serie di
sollecitazioni, suppliche, richieste di presentazione. A volte si cerca di
aiutare qualcuno, perché tanti lo meritano. Molto più spesso l'esito che si dà
è deludente, non certo per sadismo ma perché i poteri che il postulante
attribuisce al suo interlocutore sono esorbitanti rispetto alla realtà. Ne
conseguono lunghi discorsi rivolti al giovanotto o alla ragazza sull'
affollamento delle redazioni, sullo spirito di difesa corporativo che gli
occupati oppongono all' ingresso dei nuovi, sul timore, che le amministrazioni
provano, di essere costrette ad assumere con contratto pieno qualcuno cui è
stato ufficiosamente consentito di frequentare la redazione, di sedersi davanti
a una scrivania. Ma poi sembrando crudele limitarsi a svogliare con un brusco
non luogo a procedere una vocazione spontanea e in fondo legittima si fa un
passo avanti. O meglio, di lato. Ci si impegna, cioè, a dimostrare che il
giornalismo italiano è malato, pieno di difetti (fra i quali la difficoltà di
entrarvi, per quanto atroce, non è il più grave). Si citano i misfatti più
clamorosi che ha perpetrato, le congiure più turpi cui ha aderito, i buchi più
ridicoli nei quali è caduto, le lottizzazioni più selvagge che ha promosso (e
qui si parla a lungo della Rai), le transazioni equivoche che ha stipulato con
i potentati economici più aggressivi. Si fanno frequenti cenni ai tre Pansa:
quello dei comprati e venduti, quello dei giornalisti dimezzati e quello delle
carte false. Infine, quando ci si accorge che questa forma di deterrente è
inefficace (sarà pure un inferno fa capire l' aspirante ma mi ci butterei lo
stesso con piacere), si passa ai consigli. Consigli relativi non tanto al modo
di entrare nella corporazione, quanto sul come comportarvisi in un eventuale
domani. Quanti consigli diamo ogni giorno a quelli che saranno i nostri posteri
in questo mestiere! Chiunque, giornalista, parli di lavoro con una persona più
giovane, diventa immediatamente un padre nobile, un pedagogo, un archivista di
pericoli da evitare, di tentazioni cui resistere, di peccati da non commettere.
Se proprio vuoi vivere quest'avventura ecco il tipo di approccio che si adotta, preparati a farlo in maniera da non dovertene vergognare. Tutti questi
consigli che finora si tramandavano per tradizione orale sono oggi ordinati e
catalogati in una sorta di breviario, vivace, utile e piacevole a leggersi. Ne
è autore Sergio Turone. S'intitola Come diventare giornalisti (senza
vendersi): Laterza, pagg. 307, Ritorno qui, scusandomi per la
digressione, alla domanda iniziale: come saranno i giornalisti di domani? Alla
luce del libro di Turone la risposta è che i nostri successori (per poco che
abbiano seguito i consigli di cui consta il breviario) dovrebbero costituire
una falange di professionisti perfetti, muniti di una fiera coscienza
deontologica e di un solido know how tecnico, incapaci di abbagli, corazzati
contro le insidie del potere. Veri e propri sacerdoti della verità, si
aggireranno per il mondo sempre pronti ad accorrere dove c'è qualche guasto da
sanare, qualche scandalo da denunziare, qualche ribaldo da punire.
Incorruttibili ma non provocatori, penetranti nelle loro indagini ma non
inclini al clamore, pacati nelle opinioni ma non insensibili al fascino di
leciti scoops: l'approssimativo, l'inesatto saranno i loro nemici capitali.
Le nozioni che Turone fornisce nell' impartire i suoi consigli sono complete.
Riguardano sia la struttura tecnica dei giornali che la genesi delle notizie.
Si addentrano nei modi di scrivere, esplorano questioni di linguaggio,
descrivono e distinguono i vari ruoli funzionali all' interno del lavoro,
esaminano le tecniche che presiedono ai vari generi giornalistici: dalla
cronaca all' intervista, dall' inchiesta economica al resoconto sportivo, dall'informazione televisiva alla divulgazione culturale. L'autore registra gli
scontri fra i giornalisti lottizzati e i loro protettori politici. Si sofferma
sulle vicende della concorrenza fra testate rivali. Elenca casi di giornalisti
messi in castigo dalla proprietà, o di altri che, per coerenza, hanno subìto
vicissitudini di carriera e pause di temporanea retrocessione professionale. Il
panorama è dunque completo. Al giovane aspirante si rivolge un discorso del
genere: ecco l'elenco delle insidie che certamente ti saranno tese. Se vuoi
entrare in questa corporazione devi imparare a schivarle. Altrimenti, è meglio
non farne nulla. Devi sapere, tra l'altro, che il potere politico, negli anni
Ottanta, ha operato nella stampa una sistematica normalizzazione, promuovendo i
giornalisti più mansueti ed espellendo o catturando i ribelli. Per te, insomma,
educato da questi consigli, si prepara un futuro di dignitoso martirio. (Ma
forse non sarà necessario: perché in un giornale difficilmente riuscirai ad
entrare. E se ci entrerai vendendoti, tutto il discorso è inutile). A me queste
pagine sono sembrate pessimistiche, ma non più di quanto il tema richieda. Non
si tratta di un libro che induca alla speranza, che faccia troppe concessioni.
Il lettore interessato desidererebbe, credo, qualche sforzo in più: se non un
progetto, almeno un' indicazione, un disegno, un augurio che un giorno si
possano adottare, in materia di arruolamento di nuovi giornalisti, criteri più
obiettivi, più trasparenti, meno casuali e clientelari di quelli in uso oggi.
Intanto, però, sembra che tutte questo fiorire di consigli all' aspirante
giornalista qualche esito lo colga. Si sta stemperando intorno a questa
professione, registra l' autore sulla base di un sondaggio fatto fra i
laureandi dell'Ateneo milanese, l'alone di fascino che permaneva dai tempi
degli avventurosi viaggi ai luoghi esotici. Man mano che declinerà la stantia
leggenda, le vocazioni si faranno meno copiose ma in compenso più solide.
Speriamo. Comunque, novizi del Duemila, preparatevi alla lotta! Il giornalismo
ha bisogno di voi e non ve lo dice."
Nello Ajello
*N.Ajello, I sacerdoti della verità, “la Repubblica”, 9 aprile 1987.
Libri di Nello Ajello (1930-2013):
- Lezioni di giornalismo. Com'è cambiata in 30 anni la stampa italiana, Milano, Garzanti, 1985.
- Italiani di fine regime, Milano, Garzanti, 1993.
- Il lungo addio. Intellettuali e PCI dal 1958 al 1991, Roma-Bari, Laterza, 1997.
- Illustrissimi. Galleria del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 2006.
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08 agosto 2013
Italia e Francia: trovarsi, mancarsi
Occhio ai falsi amici, parole insidiose per gli
ignari viaggiatori. Déjeuner è
un classico esempio di “falso amico” francese, non vuole dire “digiunare” ma
addirittura qualcosa di opposto: “pranzo”. In linguistica i “falsi amici” sono
appunto quei lemmi che, pur somigliando ad un'altra lingua, hanno un significato diverso. Francia e Italia sono falsi amici? In questo libro, Anais Ginori, giornalista franco-italiana de “La
Repubblica”, racconta, in modo
scorrevole e gustoso, gli equivoci, le tensioni e le passioni che hanno contrassegnato, in particolare negli
ultimi anni, i rapporti tra i due paesi “cugini”. Italia e Francia hanno grandi affinità storiche e culturali,
ma ogni tanto affiorano tra loro incomprensioni e rivalità. Pensiamo ai due ex
Presidenti Sarkozy e Berlusconi: hanno iniziato la loro carriera politica
stimandosi, ma l’hanno finita odiandosi.
Ormai è storica quella
conferenza stampa a Bruxelles, il 24
ottobre 2011, in cui Angela Merkel e Sarkozy, a una domanda sulla credibilità di Berlusconi, si guardano
in faccia e ridono. In realtà, Silvio e
Nicolas hanno avuto una parabola con diversi punti di contatto, persino a
livello di vicende private (lasciati dalle rispettive mogli, sia pure
con motivazioni diverse…), ed anche un
tramonto comune... Oggi c’è sicuramente maggiore consonanza di vedute tra il premier francese Hollande e
quello italiano Letta (dopo la parentesi Monti). Anche sullo scenario
internazionale non sono mancati motivi di frizione negli ultimi anni,
basti pensare alla questione della guerra in Libia, praticamente imposta a un
Berlusconi riluttante e fino al giorno prima amico di Gheddafi. In realtà, la rivalità-concorrenza tra i due paesi
confinanti sembra non cessare anche nel dopoguerra, visti i rilevanti interessi economici tuttora in
gioco in quel paese. Lo stesso problema dell’immigrazione è stato al
centro della disputa fra i due paesi “amici-nemici”, peccato che in gioco c’era la
vita di persone in carne e ossa: quando centinaia di tunisini sbarcano a
Lampedusa, l’Italia allarga le maglie dei controlli sui migranti e inventa vari trucchi per spingerli verso la Francia. Si arriva al punto che al confine di
Ventimiglia viene bloccato il traffico ferroviario dall’Italia. E molti
tunisini che riescono ad arrivare
in Francia vengono rispediti indietro. Un caos. Eppure i due paesi non
avevano sostenuto le rivoluzioni arabe
insieme e, ovviamente “per motivi umanitari”, non erano alleati contro il
dittatore libico Gheddafi?
Un altro motivo di frizione riguarda il tema del terrorismo. In questo senso Sarkozy è stato
coerente con la cosiddetta “dottrina Mitterand”, tesa a
negare l’estradizione a persone
imputate o condannate, in particolare italiani, per atti violenti ma di
ispirazione politica. Di fatto, in oltre trent’anni solo una estradizione è
stata concretamente eseguita, quella di Paolo Persichetti. Caso emblematico è
stato quello di Cesare Battisti, ex militante dei Proletari Armati per il
Comunismo, che ha vissuto molti anni in Francia, e che quando viene arrestato
nel 2004 riesce a fuggire, semina i poliziotti nel metrò, si imbarca per il
Sudamerica, dove verrà poi arrestato nel 2007 a Rio de Janeiro. Dirà di essere
stato aiutato nella fuga dai servizi segreti francesi.
Anche nei media non manca la competizione. Qui un
aspetto interessante è stata
l’avventura della “Cinq”, un canale privato francese, utilizzato da Berlusconi, dal 1986 al 1992, per esportare in Francia il modello “Canale
5”. In realtà, quella fu un’esperienza breve e travagliata, che
finì con un dissesto finanziario, la
prima grave sconfitta di
Berlusconi, che, probabilmente, ha segnato il suo declino come imprenditore internazionale e l’inizio della sua
contrastata avventura politica in
Italia, in concomitanza di Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica.
Nel cinema un tempo Italia e Francia avevano diversi punti di incontro,
anche per contrastare l’invasione dei
film americani e rafforzare le proprie affinità elettive. Ma l’idillio di una
volta oggi è terminato, la concorrenza
è aperta, tanto che le pellicole
italiane nel circuito francese
continuano a essere poche, mentre solo di recente sono aumentati i film
francesi in Italia. Per il cinema italiano resiste però Cannes, dove hanno
avuto successo film come Il Caimano, Il Divo, Gomorra. Forse da lì
bisognerebbe ricominciare per rilanciare un discorso comune, dalla Croisette.
Il confronto fra i due paesi potrebbe continuare,
dalla gastronomia allo sport.
Il libro, che avrebbe potuto anche essere titolato Falsi
nemici, è ricco di testimonianze e aneddoti, anche gustosi, su questa rivalità, fatta di incomprensioni,
di scoperte reciproche, ma anche di
attrazione fra due paesi, così storicamente e culturalmente vicini,
che si guardano, si confrontano,
competono, in una sorta di relazione più o meno amorosa, in cui è bello
cercarsi, ritrovarsi, ma anche mancarsi.
Alessandra Panetta
Anais Ginori
Falsi Amici. Italia e Francia, relazioni pericolose
Roma, Fandango, 2012, pp. 206.
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01 agosto 2013
Zacinto mia!
Cari materani, una città è fatta innanzitutto di persone e inizia a morire se viene abbandonata.
Matera di qui, Matera di lì, Matera di su, Matera di giù...
Come molti altri, sono una materana che ha studiato a lungo fuori sede e che, tuttora, pur avendo tentato senza troppa convinzione di restare, ha scelto la via più "semplice": partire ancora.
Amo la mia città e a volte bastano quei due-tre caffè che pago in centro, quando ci sono, perché la mia coscienza si plachi, convinta di aver contribuito all’esistenza di Matera in vita, alla sopravvivenza della sua economia. Il peccato da cui quei pochi euro non mi assolvono di certo è quello di essermene andata.
Credo che un po’ tutti noi fuorisede ci sentiamo colpevoli nei confronti di Matera, specie quando leggiamo le parole dure di chi è rimasto e forse ha più voce in capitolo di noi.
Il mio semplice contributo al dibattito vuole essere un invito a tornare per chi crede di potercela fare. In fondo, per quella che è la mia esperienza, la vita a Matera è meno dispendiosa e meno caotica di quella in un’altra città ics da Roma in su. E, a chi potrebbe ribattere che è meno dispendiosa e meno caotica perché ha meno da offrire, rispondo d’anticipo che si tratta di una caratteristica della nostra città, quella della placidità, che forse può non piacere a tutti in tutti gli stadi della vita ma che prima o poi si ricerca.
A mio avviso torneremo, con o senza il mio appello, perché Matera ci chiama, ci manca, e torneremo a maggior ragione se dovesse chiamarci in soccorso, qualora dovesse malauguratamente avverarsi la catastrofe, vagheggiata da alcuni, solo teorizzata da altri, della sua "fine".
Matera di qui, Matera di lì, Matera di su, Matera di giù...
Come molti altri, sono una materana che ha studiato a lungo fuori sede e che, tuttora, pur avendo tentato senza troppa convinzione di restare, ha scelto la via più "semplice": partire ancora.
Amo la mia città e a volte bastano quei due-tre caffè che pago in centro, quando ci sono, perché la mia coscienza si plachi, convinta di aver contribuito all’esistenza di Matera in vita, alla sopravvivenza della sua economia. Il peccato da cui quei pochi euro non mi assolvono di certo è quello di essermene andata.
Credo che un po’ tutti noi fuorisede ci sentiamo colpevoli nei confronti di Matera, specie quando leggiamo le parole dure di chi è rimasto e forse ha più voce in capitolo di noi.
Il mio semplice contributo al dibattito vuole essere un invito a tornare per chi crede di potercela fare. In fondo, per quella che è la mia esperienza, la vita a Matera è meno dispendiosa e meno caotica di quella in un’altra città ics da Roma in su. E, a chi potrebbe ribattere che è meno dispendiosa e meno caotica perché ha meno da offrire, rispondo d’anticipo che si tratta di una caratteristica della nostra città, quella della placidità, che forse può non piacere a tutti in tutti gli stadi della vita ma che prima o poi si ricerca.
A mio avviso torneremo, con o senza il mio appello, perché Matera ci chiama, ci manca, e torneremo a maggior ragione se dovesse chiamarci in soccorso, qualora dovesse malauguratamente avverarsi la catastrofe, vagheggiata da alcuni, solo teorizzata da altri, della sua "fine".
Sabrina Colandrea
27 luglio 2013
In libreria
Donatella Cherubini
Stampa periodica e Università nel Risorgimento.
Stampa periodica e Università nel Risorgimento.
Giornali e giornalisti a Siena
Milano, Franco Angeli , 2013, pp. 320
Milano, Franco Angeli , 2013, pp. 320
Descrizione
Nevralgica per l'opinione pubblica nazionale, la stampa periodica del Risorgimento ebbe a Siena caratteri al tempo stesso originali ed emblematici. L'antica tradizione dell'Ateneo trovò nell'impegno giornalistico un nuovo mezzo per diffondere le idee, il sapere e il confronto intellettuale coinvolgendo anche la comunità cittadina. Fermenti giacobini, dibattiti tra giuristi, cospirazioni, stampa clandestina alimentarono un periodo intenso e vivace. Studenti e docenti furono accomunati dagli ideali "liberali" culminati nella mobilitazione neoguelfa di Curtatone e Montanara, mantenendo l'opposizione al governo dopo il 1849.
Si conferma così il ruolo della Toscana nell'unificazione, pur con il tormentato superamento della tradizione leopoldina fino alla scelta piemontese. L'Università era protagonista anche nella modernizzazione tipica del Risorgimento: sebbene legata al mito medievale della Repubblica, Siena visse il processo risorgimentale quale veicolo e sponda verso la modernità. Inoltre risulta in parte ridimensionata l'immagine di città legittimista, con il ceto borghese imprenditoriale che affiancò l'aristocrazia nella nuova classe dirigente, ma anche con una variegata presenza democratica. Già in contatto con intellettuali e giornalisti fiorentini, dopo la svolta riformista del 1847 i docenti senesi contribuirono alla nascita del "Popolo", periodico incisivo e capace di rispecchiare il '48 non solo locale. Il percorso di alcuni studenti, poi divenuti famosi giornalisti, consente infine di guardare alla costruzione dell'opinione pubblica nel Regno d'Italia. La nuova stampa senese si presentò allora ricca e articolata; mentre la tensione ideale del Risorgimento si andava comunque smorzando, a Siena restava la memoria di una vicenda che aveva segnato tutta la città.
Si conferma così il ruolo della Toscana nell'unificazione, pur con il tormentato superamento della tradizione leopoldina fino alla scelta piemontese. L'Università era protagonista anche nella modernizzazione tipica del Risorgimento: sebbene legata al mito medievale della Repubblica, Siena visse il processo risorgimentale quale veicolo e sponda verso la modernità. Inoltre risulta in parte ridimensionata l'immagine di città legittimista, con il ceto borghese imprenditoriale che affiancò l'aristocrazia nella nuova classe dirigente, ma anche con una variegata presenza democratica. Già in contatto con intellettuali e giornalisti fiorentini, dopo la svolta riformista del 1847 i docenti senesi contribuirono alla nascita del "Popolo", periodico incisivo e capace di rispecchiare il '48 non solo locale. Il percorso di alcuni studenti, poi divenuti famosi giornalisti, consente infine di guardare alla costruzione dell'opinione pubblica nel Regno d'Italia. La nuova stampa senese si presentò allora ricca e articolata; mentre la tensione ideale del Risorgimento si andava comunque smorzando, a Siena restava la memoria di una vicenda che aveva segnato tutta la città.
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16 luglio 2013
In libreria
Fuori campo. Letteratura e giornalismo nell'Italia coloniale 1920-1940
a cura di Monica Venturini
Perugia, Morlacchi, 2013
Descrizione
*link all'Indice e alla Prefazione
a cura di Monica Venturini
Perugia, Morlacchi, 2013
Descrizione
«L’antologia che qui si presenta, dal quanto mai emblematico titolo di Fuori campo, indaga i modi e le forme della ricezione e dell’interpretazione del colonialismo italiano nel periodo che va dall’ascesa di Mussolini alla guerra d’Etiopia, agli anni immediatamente successivi. Alla base di questo lavoro c’è un complesso e articolato lavoro di reperimento, di catalogazione e di approfondimento storico-letterario di libri e scritti giornalistici dedicati alle vicende della politica coloniale italiana. Tra biblioteche pubbliche, collezioni private e mercato antiquario, è venuta alla luce una sorprendente e variegata quantità di materiale, finora rimosso e accantonato, di grande interesse e valore documentario sia per ricostruire le modalità della propaganda fascista nella costituzione di un impero coloniale e del relativo immaginario collettivo, sia per seguire la rielaborazione di precisi generi letterari, come il romanzo, il racconto, la memorialistica, il diario di viaggio, il reportage, la cronaca giornalistica, le corrispondenze di giornalisti-scrittori. […]. Questo volume antologico […] si presenta dunque come importante tappa di una maggiore conoscenza e comprensione e di una rinnovata diffusione della costruzione di un immaginario che è stato a lungo misconosciuto e rimosso, ma che ha continuato certamente ad agire, anche se in modo latente, nell’inconscio collettivo del nostro paese».
*link all'Indice e alla Prefazione
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13 luglio 2013
In libreria
Angelo Cimarosti
Te la do io la notizia!
Milano, Ugo Mursia Editore, 2013, 134 pp.
Descrizione
Te la do io la notizia!
Milano, Ugo Mursia Editore, 2013, 134 pp.
Descrizione
Nessuna redazione può avere decine di migliaia di corrispondenti da ogni città, quartiere, cortile. Negli ultimi anni però il giornalismo partecipativo ha reso possibile la moltiplicazione delle fonti delle notizie nel mondo. Videocamere e smartphone collegati al web, in mano ai cittadini, sono uno strumento potentissimo. Dopo pochi secondi un evento può essere diffuso in rete e ripreso dai media tradizionali. In Italia YouReporter.it, con 65.000 iscritti e 400.000 contributi nei primi cinque anni, è una finestra per capire chi sono i citizen journalist e cosa li spinge a raccontare le proprie storie. Terremoti, frane e alluvioni, incidenti e naufragi, manifestazioni e scontri di piazza, rifiuti in strada e monumenti abbandonati, tradizioni e qualche follia, tutto passa attraverso "file" inviati sul web. Dal telefonino ai media italiani e ai network internazionali, è l'epoca delle "news from you", le notizie fai da te. Con tutti i cambiamenti, i vantaggi e i rischi che questo comporta.
12 luglio 2013
Una donna alla Ville de Paris
Si profila una bella battaglia per la prossima corsa a Sindaco di Parigi, dove la "gauche" governa da 12 anni. Una campagna elettorale tutta "rosa" vedrà fronteggiarsi per la prima volta due donne particolarmente brillanti: Anne Hidalgo, candidata socialista, di origini spagnole (nata a Barcellona) e Nathalie Kosciusko-Morizet, quarantenne di origini polacche, ex ministra del governo Sarkozy. Una bella lezione anche per l’Italia.
La Hidalgo, delfina dell’attuale sindaco parigino Bertrand Delanoe, che è in carica da 14 anni ed ha rinunciato a presentarsi alle prossime elezioni amministrative del 2014, è iscritta al Partito Socialista dal 1994 ed è leggermente favorita nei sondaggi. Ha un carattere determinato e incuriosisce non solo i francesi. "El Pais" (Miguel Mora) ha fatto un bel ritratto di quella che ha definito la "orgullosa espanola". La Morizet viene da una famiglia borghese, cerca di presentarsi come rappresentante di una destra moderna e cosmopolita a caccia dei voti dei cosiddetti "bobos" (che sta per "bourgeois bohémien") di Parigi, è molto sensibile alle tematiche ambientali. Certo non le sarà facile l’impresa, ma potrebbe essere avvantaggiata dal quadro politico nazionale che in questa fase vede il premier Hollande in calo di consensi. Ma da qui al prossimo anno il barometro dei consensi per Hollande, soprattutto se la situazione economica migliorerà, potrebbe cambiare, tanto più che, a destra, l’UMP appare gravemente in crisi, lacerato dagli scandali, confuso e diviso dopo le ultime batoste elettorali. I duri dell’UMP, il movimento di estrema destra nazionalista "Bloc identitaire" non vedono di buon occhio la Morizet, infatti, durante le primarie per la candidatura alla Maire de Paris, hanno cercato di ostacolarla per il fatto che, alle recenti votazioni sulla legge sul matrimonio omossessuale, si è astenuta anziché votare contro. Chirac, che l’ha scoperta, la chiamava la "rompiscatole".
Anche la Hidalgo è una donna molto carismatica, che, non caso, il quotidiano di sinistra israeliano Haaretz ha definito "Una parigina per le masse". È figlia di immigrati sfuggiti al franchismo che si sono trasferiti a Lione nel 1961, quando lei aveva due anni. È femminista da sempre, ma contraria alle strumentalizzazioni della condizione femminile, tanto che a suo tempo non ha appoggiato la candidatura di Segolène Royal alle presidenziali. Poi per lei è arrivato l’importante appoggio ufficiale dell’attuale Sindaco Delanoë che la descrive come una "donna competente, autentica e determinata che sarà totalmente dedita a Parigi e ai Parigini e che possiede tutte le qualità per dirigere la Ville de Paris". Anne, alle prossime municipali, non potrà contare sull’appoggio del Partito comunista, che correrà stavolta da solo.
Insomma, quello tra Anne Hidalgo e Nathalie Morizet sarà un bel duello. C’è una cosa che francamente ti spiazza sentendole parlare: in Italia magari le troveremmo nello stesso partito, il PD! Eppure non è che la società civile francese sia, tutto sommato, tanto diversa da quella Italia o di altri paesi dell’Europa occidentale. Evidentemente, c’è una storia diversa, ma anche una società politica che funziona in modo molto differente.
Alessandra Panetta
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09 luglio 2013
Genova in libreria
Franco Monteverde
Sono Franco. Pagine di cultura a Genova
dall'Istituto Gramsci a oggi
Genova, Red@zione,
2013, pp. 249.
Descrizione
Questo libro è contemporaneamente la documentazione
sull’attività svolta dall’Istituto Gramsci nella Genova degli anni
Ottanta-Novanta del XIX secolo e – forse, soprattutto – un “discorso” sulla
cultura e sulla cultura plitica in Liguria da quel periodo a oggi. Franco
Monteverde, che del Gramsci (fondato nel 1973) fu direttore per quasi dieci
anni, utilizza le molte informazioni conservate sugli incontri e le iniziative
pubbliche dell’Istituto Gramsci per svolgere una serie di ragionamenti su Genova
e su tutta la regione. La prima notazione è come, in buona parte, l’attività
culturale di quel periodo (non solo del Gramsci, ma anche del Circolo Turati,
del Gallo, di alcune riviste oggi scomparse) trovasse un radicamento nel
dibattito sulla trasformazione della città. Di come discutere su temi
urbanistici, giuridici, filosofici, politici, ma anche sull’arte, fosse molto
spesso un modo per approfondire e presentare temi di attualità – o che avrebbero
dovuto essere di attualità – per realizzare una “cultura del fare”. Ma questro libro è anche molto di più. Partendo dai temi
discussi al Gramsci, Monteverde propone una propria visione di Genova che,
partendo dalla storia, analizza il recente passato e giunge all’attualità,
entrando tra le quinte delle trasformazioni, ma anche delle occasioni perdute, e
guardando alle possibili sfide che ancora oggi si presentano ai genovesi. Dagli anni Ottanta del Novecento, il panorama cittadino e
regionale è profondamento mutato sia dal punto di vista sociale sia dal punto di
vista economico e politico. Quello che emerge in modo netto è come si sia in
buona parte disperso, assieme alla voglia di discutere e di provare a realizzare
un futuro, anche un significativo gruppo di uomini di cultura che volevano
incontrarsi per ragionare assieme. Si è assistito a uno “sfrangiamento”, a
un’atomizzazione che non favorisce né il dibattito né la ricerca di soluzioni
utili a costruire un futuro. Monteverde, in una ricostruzione che è anche analisi e
ricordo di tante persone in buona parte scomparse, prova a proporre di tornare a
parlare, a discutere. E avanza anche alcune proposte per la Genova di
domani.
Franco Monteverde (Genova
1933) studioso di eventi politici e sociali, è stato dirigente politico e
amministratore del Comune di Genova e direttore dell'Istituto Gramsci Ligure. Ha
pubblicato “La città mutante. Demografia e risorse di Genova” (Sagep 1984); “Le
dinamiche demografiche in storia d'Italia. Le ragioni dall'unità ad oggi”
(Einaudi 1995); “I liguri. Un'etnia tra Italia e Mediterraneo” (Vallecchi,
1995); “Sovranità e autonomie mediterranee. Genova e la Liguria” (Vallecchi,
1997); “Liguria Sovrana” (De Ferrari, 1999); “L'oltregiogo. Una terra strategica
per l'Italia” (De Ferrari, 2006); “Il Limonte” (De Ferrari, 2009). In questa
collana ha pubblicato “Volo libero sul 30 giugno 1960 a Genova” (2011). Dal 1998
è direttore del Centro internazionale di Cultura La Maona.
07 luglio 2013
In libreria
Adolfo Ceretti - Roberto Cornelli
Oltre la paura. Cinque riflessioni su criminalità, società e politica
Milano, Feltrinelli, 2013, 256 pp.
Descrizione
A fronte delle continue proposte di aumentare le pene, di incrementare la presenza e la visibilità delle forze di polizia e di adottare una politica di rigore nei confronti del degrado e delle inciviltà, di cui gli stranieri sarebbero i principali portatori, la sensazione per chi studia la “questione criminale” è che pochi opinion leader possiedano una conoscenza approfondita del campo penale, vale a dire di quella rete di istituzioni (tribunali, carceri, ospedali psichiatrici giudiziari, servizi sociali, case di lavoro, case di rieducazione, riformatori giudiziari ecc.) e di varie forme di relazioni supportate da agenzie, ideologie, pratiche discorsive, tra cui i saperi criminologici, sociologici, psichiatrico-forensi. Il dibattito pubblico si sviluppa infatti attorno a espressioni – come tolleranza zero, certezza della pena, lotta all’immigrazione – che, sebbene richieste dal codice politico bipartisan e invocate dalle proteste di piazza (mediatica), non sono in grado nemmeno di cogliere quali siano i problemi di insicurezza, convivenza e ordine caratteristici della vita nelle città. Questo libro intende contrastare la tendenza diffusa ad adagiarsi su soluzioni preconfezionate in un dibattito pubblico sclerotizzato, fornendo in modo semplice e chiaro alcuni spunti di riflessione sulla dimensione penale che possono essere utili come armamentario argomentativo per chi si interessa di politica. È un saggio di “criminologia politica”, che non discute quale politica del diritto, sociale, penitenziaria e del controllo sia più opportuno adottare per obiettivi specifici; approfondisce invece i fondamenti delle attuali politiche di sicurezza allo scopo di orientarle in senso democratico, in funzione di un progetto di società civile e aperta che sappia andare oltre la dimensione della paura nella convivenza.
Oltre la paura. Cinque riflessioni su criminalità, società e politica
Milano, Feltrinelli, 2013, 256 pp.
Descrizione
A fronte delle continue proposte di aumentare le pene, di incrementare la presenza e la visibilità delle forze di polizia e di adottare una politica di rigore nei confronti del degrado e delle inciviltà, di cui gli stranieri sarebbero i principali portatori, la sensazione per chi studia la “questione criminale” è che pochi opinion leader possiedano una conoscenza approfondita del campo penale, vale a dire di quella rete di istituzioni (tribunali, carceri, ospedali psichiatrici giudiziari, servizi sociali, case di lavoro, case di rieducazione, riformatori giudiziari ecc.) e di varie forme di relazioni supportate da agenzie, ideologie, pratiche discorsive, tra cui i saperi criminologici, sociologici, psichiatrico-forensi. Il dibattito pubblico si sviluppa infatti attorno a espressioni – come tolleranza zero, certezza della pena, lotta all’immigrazione – che, sebbene richieste dal codice politico bipartisan e invocate dalle proteste di piazza (mediatica), non sono in grado nemmeno di cogliere quali siano i problemi di insicurezza, convivenza e ordine caratteristici della vita nelle città. Questo libro intende contrastare la tendenza diffusa ad adagiarsi su soluzioni preconfezionate in un dibattito pubblico sclerotizzato, fornendo in modo semplice e chiaro alcuni spunti di riflessione sulla dimensione penale che possono essere utili come armamentario argomentativo per chi si interessa di politica. È un saggio di “criminologia politica”, che non discute quale politica del diritto, sociale, penitenziaria e del controllo sia più opportuno adottare per obiettivi specifici; approfondisce invece i fondamenti delle attuali politiche di sicurezza allo scopo di orientarle in senso democratico, in funzione di un progetto di società civile e aperta che sappia andare oltre la dimensione della paura nella convivenza.
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04 luglio 2013
In libreria
Nigel Warburton
Libertà di parola
Milano, Raffaello Cortina Editore, 2013, 144 pp.
Descrizione
“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.” Questa frase, attribuita a Voltaire, è spesso citata dai sostenitori della libertà di parola. Eppure è raro trovare qualcuno pronto a difendere ogni espressione in ogni circostanza. Quali ne sono, dunque, i limiti? Nigel Warburton offre una guida concisa a questioni importanti che sfidano la società moderna sul valore della libertà di parola: dove dovrebbe tracciare la linea di confine una società civilizzata? Dovremmo essere liberi di offendere la religione di altre persone? Ci sono buone ragioni per censurare la pornografia? Internet ha cambiato tutto? Questa breve introduzione è un’analisi provocatoria, chiara e aggiornata dell’assunto liberale secondo cui è opportuno proteggere la libertà di parola a ogni costo.
Libertà di parola
Milano, Raffaello Cortina Editore, 2013, 144 pp.
Descrizione
“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.” Questa frase, attribuita a Voltaire, è spesso citata dai sostenitori della libertà di parola. Eppure è raro trovare qualcuno pronto a difendere ogni espressione in ogni circostanza. Quali ne sono, dunque, i limiti? Nigel Warburton offre una guida concisa a questioni importanti che sfidano la società moderna sul valore della libertà di parola: dove dovrebbe tracciare la linea di confine una società civilizzata? Dovremmo essere liberi di offendere la religione di altre persone? Ci sono buone ragioni per censurare la pornografia? Internet ha cambiato tutto? Questa breve introduzione è un’analisi provocatoria, chiara e aggiornata dell’assunto liberale secondo cui è opportuno proteggere la libertà di parola a ogni costo.
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01 luglio 2013
Media per la società polifonica
Viviamo, per nascita contemporaneamente in due mondi, due comunità: nel cosmo (la natura) e nella polis (la città/stato). L’individuo è radicato in un cosmo, ma vive in città diverse, in territori diversi, diversi etnicità, gerarchie, nazioni e religioni. Ciò non genera esclusione, piuttosto produce una forma di appartenenza plurale inclusiva. Pertanto, tutti gli esseri umani sono uguali, ma appartengono a diversi stati, organizzati ed unità territoriali (polis). Nonostante questa pluralità, esiste un tabù mediatico che si impegna nel deferenziare l’uomo in orientale o occidentale, buono o cattivo, ricco e povero, io e l’altro. L’essere umano deve essere capito in una gamma di chiaroscuri e nello sfumature di colori. Per questo si ha bisogno d’informazione, sensibilità culturale, contesto sociale, politico, ecc. per potere canalizzare e riuscire a fare una critica ed una opinione con responsabilità.
A questo si riferisce Roger Silverstone quando racconta la storia di un fabbro afgano; un racconto molto illustrativo che fa capire il significato d’ un tabù mediatico fra la definizione dell’"altro". La vita, il pensiero, le abitudini, la cultura, l'educazione, la lingua, le tradizioni, ecc. Ogni essere umano è uguale a me, però con tutte le sue differenze.
Oggi, nel mondo globalizzato e grazie ai media (i giornali, la radio, la televisione e il web) é possibile guardare lontano. Cosa significa questo? Significa che guardiamo attraverso un telescopio moderno (i media) il mondo ed a gli altri. Una mescola di culture polifoniche: il termine polifonia si definisce in musica uno stile compositivo che combina 2 o più voci (vocali e/o strumentali) indipendenti, mantenendosi differenti l’una dall’altra sia dal punto di vista melodico che ritmico, pur essendo regolate da principi armonici. Questo concetto descrive perfettamente il termino culture polifoniche, che osserviamo da lontano, dove ogni una si combina in voce, "la rappresenta" a livello internazionale, oppure "la esclude", al non essere presente in quel momento, in una scena globale.
Attualmente, è molto frequente questa ultima tendenza a escludere, criticare, etichettare, classificare, sub estimare all’ altro, attraverso lo che si vede e sente, però senza etica e responsabilità di stare veramente informato. Così, si prende con molto leggerezza una notizia e le informazione sull’altro. E responsabile tanto chi trasmette, tanto chi riceve la notizia (giornalisti, registi, narratori, produttori di immagini, i propri soggetti, spettatori ed ascoltatori) indagare sulle fonte più genuine della informazione.
Per altra parte, si può parlare dell’esistenza di’ una enorme disuguaglianza. Disuguaglianza di acceso alla informazione, a la educazione, ad essere partecipe e portavoce culturale delle minoranze(che tante volte non hanno acceso ai media locali come un radio o televisione, di meno si può pretendere a parlare dei media globali). Dove il potere di sua voce resta nascosto, ignorato, sub estimato, per il fatto che se no è visibile in media, si può credere che non esiste.
Come interferisce questo potere in media e cosa è il potere? Il concetto di potere per Machiavelli, è stato la capacità che ha un governante (Il Principe) di vincere a suoi avversai. Dominare sui sudditi e perpetuarsi in quello stato di potere, dove, per potere arrivare a questi obiettivi, qualsiasi mezzi sono stati giustificati. Così, in una frase, Machiavelli diceva: che il fine giustifica i mezzi. Quindi, il Potere dei media è un arma a doppia lama, perché può essere vincolo di unione e allo stesso un indicatore di separazione fra le culture, le minoranze e il uomo. Cosi, come può alzare la voce e dare a conoscere una cultura sconosciuta, uno stilo di vita: le tribù persi come la Zoè (comunità primitiva del Brasile), condannare una tribù urbana de delinquenti come Los Salvatruchas (originari d’ El Salvador, presente in Guatemala, Honduras, Messico e gli Stati Uniti). Può esibire o cancellare una identità. Si a questo, aggiungiamo che il potere e immerso in una riviera d’ interessi politici che favoriscono ai particolari, non è veramente genuino lo che a volte si può trasmettere e ricevere noi gli espettori (si anche siamo apatici, passivi a cercare diverse fonti d’ informazione), quindi attraverso i media che usano la notizia, si può arrivare a disinformare, manipolazione, ingannare, usufruire ed creare uno spazio d’ ignoranza in un popolo che non ha la responsabilità d’ indagare, leggere, investigare, sostentare quello che li arriva in forma di notizia.I mass media, come internet, contribuisce alla diffusione delle arene di attività politica e culturale, spingendole anche verso i margini e le periferie. Può significare la medicina o il veleno.
Insomma, il principale ruolo culturale dei mezzi di comunicazione di massa consiste in questo: una media-zione infinita tra deferenza e uguaglianza. Media è uguale allo spazio del apparire, della apertura d’una finestra alla comunicazione col mondo, con gli altri, con la cultura polifonica, con la pluralità oppure la disuguaglianza. Una volta che i mezzi di comunicazione hanno aperto una finestra sul mondo, non possiamo certo fare finta che là fuori non ci sia niente.
Per concludere: é vitale, svolgere una responsabilità verso quello che si vede e si ascolta. E la semplice visione di certe immagini non significa certo che ci crediamo in condizionalmente né che le comprendiamo appieno, per capire non basta guardare.
Dovemmo indagare, mettere in dubbio quello si vede, che si sente in nostra società e ‘vita pubblica’.
Sandra Nelly Flores Ugarte
Roger Silverstone
Mediapolis. La responsabilità dei media nella civiltà globale. Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp. 311.
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29 giugno 2013
Margherita Hack
"Ma di certo, l’enigma più grande e straordinario, ancora più che l’universo, è la nostra mente, di cui ancora sappiamo tanto poco, molto meno di quello che essa ha capito dell’universo.”
Margherita Hack
*M. Hack, Il mio infinito, Milano, Dalai, 2011.
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