Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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16 ottobre 2013

Arte migrante

Vite in transito
Adrian Paci
In mostra dal 5 ottobre 2013 sino al 6 gennaio 2014 al PAC di Milano le opere dell'artista-profugo albanese.

Dal 5 ottobre 2013 è in mostra, presso il PAC, la retrospettiva di Adrian Paci. Paci è un'artista albanese che sbarcò, da profugo, a Bari nel 1991 e si stabilì a Milano nel 1997.
La rassegna dei suoi lavori artistici, dal titolo Vite in transito, è un omaggio alla condizione del migrante. L'argomento, messo spesso in relazione alla clandestinità, è all'ordine del giorno come ospite di talk show televisivi, spina nel fianco di politicanti professionisti, protagonista dei media di ogni sorta. La causa scatenante del trambusto mediatico risiede nella tragica morte di centinaia di persone al largo di Lampedusa. Migranti o clandestini? Uomini.
In giorni in cui si discute di emendamento sul reato di clandestinità e si dibatte sull'accoglienza, il salotto più adeguato per una riflessione in merito, potrebbe essere la mostra di Adrian Paci. La mente creativa rende protagonista assoluto l'uomo come viaggiatore errante, il quale, in virtù della speranza e dell'immaginazione, corre a briglia sciolta verso meravigliosi orizzonti. Immaginati, certo, ma pur sempre meravigliosi.La mostra è occasione per l'artista di raccontare una storia, quella dei flussi migratori, impregnati della sua personalissima esperienza. Adrian Paci stesso ha dichiarato ad un editoriale on line: “Ho deciso di mescolare la mia esperienza con la mia arte” e ancora: “Il discorso si amplifica e si estende ad una condizione che riguarda tutti; vuol dire per ciascuno di noi appartenere ad un contesto. Con questi lavori racconto lo sforzo della quotidianità a individuare, anche altrove, questo rifugio”.
La verità. La storia è fatta di migrazioni. L'uomo è un nomade da sempre, ma bisognoso di trovare una sua dimensione, se pur piccola, ovunque si trovi. Chi sono dunque i migranti? Chi i clandestini? Lasciamo, per un giorno, le stucchevoli dissertazioni politiche e abbandoniamoci all'unica riflessione coerente e possibile: la ragione dell'arte.
Flavia Torretta
 
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11 ottobre 2013

In libreria

Gianfranco Colasante
Miti e storie del giornalismo sportivo.
La stampa sportiva italiana dall'ottocento al fascismo
Roma, Garage Group, 2013 (in brossura)

Descrizione
Le origini del giornalismo sportivo italiano, dai primi coraggiosi ebdomadari, fino al successo dei periodici e dei quotidiani di sport, narrate attraverso le vicende professionali e umane di quanti, in quel giornalismo di frontiera, hanno creduto e operato con entusiasmo. Ma anche una occasione per riscoprire le oltre 400 testate del settore apparse in Italia tra il 1859 e il 1919: un contributo culturale e un omaggio al prezioso sostegno che i giornalisti hanno offerto alla nascita e allo sviluppo dello sport nel nostro Paese. L'autore Gianfranco Colasante è direttore del giornale online SportOlimpico.it, specializzato nella storia dello sport olimpico.

*link al giornale SportOlimpico.it

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06 ottobre 2013

In libreria

Sandra Bonsanti
Il grande gioco del potere
Milano, Chiarelettere, 2013, 256 pp.
Descrizione
“Nell’esercizio di memoria che Sandra Bonsanti ci propone sono ripercorse le tappe principali della storia nichilista e criminale del rapporto potere-denaro svoltosi negli ultimi decenni e nascosto sotto il manto della democrazia. Se la politica non si rianima e se i suoi protagonisti -- partiti, forze culturali e sociali -- restano inerti, la partita è persa. Ma, si dirà, dove trovare le ragioni della riscossa democratica? La risposta è chiara: nella Costituzione.” (Dalla postfazione di Gustavo Zagrebelsky)
 La testimonianza di una giornalista che ha combattuto il perverso intreccio di potere e di interessi che ha insidiato la democrazia dagli anni Settanta a oggi. Intreccio che, come dimostra l’autrice raccontando i protagonisti di quel tempo e gli episodi vissuti direttamente, ha fatto perdere la visione d’insieme della società come idea di “bene comune”. “Eppure c’è chi, anche in buona fede, è convinto che sia meglio non sapere come sono andate le cose... Costoro chiedono semplicemente di partecipare al ‘gioco’, il ‘gioco grande del potere’, per dirla con le parole di Giovanni Falcone.”
Sandra Bonsanti ha lavorato a “Il Mondo”,“Epoca”,“Panorama”, “La Stampa”,“la Repubblica” e ha diretto “Il Tirreno”. Dal 2003 è presidente di Libertà e Giustizia, associazione nata per contribuire a un rinnovamento della politica italiana.
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30 settembre 2013

In libreria

Francesca Sgorbati Bosi
Guida pettegola al Settecento francese
Palermo, Sellerio, 2013,  360 pp.   
(disponibile anche in formato e-book)
Descrizione
Il gossip, sostiene l'autrice di questo libro, è nato in Francia, nel Settecento illuminista. Inteso come sistema del pettegolezzo, cioè la maldicenza e l'indiscrezione inserite in una rete ben organizzata di informazione e comunicazione ad uso innocente o perverso della gente alla moda. Sia per sapere i segreti degli altri o inventarseli, sia per far parlare di sé comunque. Lo dimostra questa inchiesta tra le centinaia di rumors o di bruits che questo libro raccoglie, cataloga per argomento e inquadra il tempo nello spazio e nei protagonisti. Erano notizie brevissime e senza sottintesi, che venivano pubblicate in libretti e altre forme: Espions, Chroniques, Gazettes scandaleuses. Ed esistevano addirittura allora, come oggi le agenzie, bollettini specializzati che li rifornivano. La curiosità vivissima verso di loro tra il pubblico era accesa dal fatto che mancavano giornali, l'informazione non era libera né fluida, di contro alla novissima aria di libertà che circolava, soprattutto tra le donne. Non mancava a volte la volontà di colpire un avversario, in un'epoca in cui i canali istituzionali non
erano adeguati allo scopo (un po' come oggi i blog rispetto all'insufficienza della stampa e delle rappresentanze politiche). Toccano naturalmente tutti i campi, con preferenza per sesso potere carriera e gloria. E tutti gli ambienti interessanti, dalla corte in giù. Miniature in cui, come diceva Barbey D'Aurevilly, vi è più storia che in molte pagine di libri. Tracciate spesso e volentieri da grandi scrittori - anche Voltaire -, trasmettono ai posteri atmosfere e mentalità di una Parigi spietata-con-grazia, micro racconti da dove «il vizio non importa ma una figuraccia uccide».
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20 settembre 2013

In libreria

Joseph Roth
La quarta Italia
Roma, Castelvecchi, 2013, 68 pp.

Descrizione
Nell’autunno del 1928, Joseph Roth è in Italia, inviato dal quotidiano "Frankfurter Zeitung" per raccontare ai lettori tedeschi il Paese di Mussolini. I suoi reportage, raccolti in seguito sotto il titolo La quarta Italia, sono un piccolo capolavoro di giornalismo letterario, in perfetto e singolare equilibrio tra ironia e profonda inquietudine. Roth racconta la mancanza di senso del ridicolo nei rituali nel nazionalismo, il pervasivo culto della personalità del Duce, il clima di delazione e lo stato di polizia, l’asservimento della stampa e la censura, le sotterranee forme di opposizione. Il suo sguardo si sofferma sui particolari – l’abbigliamento di una camicia nera o l’ambigua gentilezza del portiere d’albergo che lo spia – e adotta un tono leggero, a tratti umoristico, dietro il quale però lascia emergere, sempre più netto, il grido di allarme. Nella chiave di un pessimismo non ancora disperato, Joseph Roth ci consegna così una lucida e impietosa testimonianza sull’Italia del Ventennio.
Joseph Roth (1894 – 1939): Scrittore e giornalista, è stato il testimone e il cantore della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Nato in Galizia, alla periferia dell’Impero, cresce in un ambiente ebraico ortodosso, studia letteratura tedesca a Vienna e si arruola come volontario nella Grande Guerra. Giornalista e narratore di successo, nel 1920 si trasferisce a Berlino, compiendo frequenti reportage all’estero per il "Frankfurter Zeitung". In seguito all’ascesa al potere di Hitler è costretto a lasciare la Germania, continuando a pubblicare i suoi libri in Francia e nei Paesi Bassi.
 
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19 settembre 2013

La Chiesa e i Media

In occasione dell’incontro organizzato dal Vaticano per il 150° anniversario dell’Osservatore Romano, l’autore decide di passare in rassegna il difficile rapporto tra i media e la Chiesa Cattolica.
Il più evidente è quello delle incomprensioni, dovute a due principali fattori:
1 La maggior parte delle persone non è in grado di comprendere la totalità dei messaggi della Chiesa, che continua a esprimersi in maniera antiquata, attraverso espressioni e passaggi di difficile comprensione
2 Il pregiudizio dei laici nei confronti della Chiesa fa si che filtri solo ciò che i giornalisti vogliono sentire, tralasciando passaggi importanti ritenuti scomodi al fine degli articoli, o semplicemente non compresi.
Diceva Montini: "A che serve dire la verità, se chi ci ascolta non è in grado di comprenderla?"
L’affermarsi dei Media come attore sociale vero e proprio, e non più come solo mezzo di comunicazione, ha peggiorato ulteriormente il rapporto. Il Media viene considerato  nel testo appunto come “sesto potere”, atto a creare opinione pubblica, e non solo a informarla.
Vengono quindi analizzati recenti precedenti storici, emblematici del rapporto tra Media e Chiesa
L’enciclica Humanae Vitae, riguardante la posizione del Pontefice sull’uso di contraccettivi, ne è senzaltro un esempio.  Infatti chi la promulgò, Papa PaoloVI venne definito il “Papa della pillola”, quando la parola “pillola” non fu mai pronunciata nell’enciclica.  Anche in questo caso l’intero messaggio del Pontefice non fu colto nella sua essenza, e i media gettarono benzina sul fuoco a fini sensazionalistici, cercando di creare dibattito tra Laici e Chiesa, e fratture tra Cattolici di diverse posizioni.
Lo stesso Giovanni Paolo II, considerato per svariate ragioni il Papa più decisivo del dopoguerra, è stato oggetto di critiche e incomprensioni. In questo caso, sostiene Andrea Ricciardi, non furono direttamente i Media ad attaccare il Pontefice, ma il clima di quegli anni. In quel periodo infatti il papato in sé era un’istituzione così impopolare, che i Media non fecero altro che trasmettere e assecondare il “sentore comune”, senza analizzare concretamente e razionalmente i fatti.  Se il suo predecessore, Paolo VI, a posteriori venne definito come il Papa delle mediazioni, la personalità granitica e il  fervente anticomunismo di Wojtyla (cosa tra l’altro scontata essendo egli Polacco), lo posero subito in cattiva luce. Per contro il nuovo Papa portò però aria di freschezza e innovazione, essendo il primo Papa straniero, e data la sua giovane età. I laici si trovarono di fronte a diversi dubbi: come classificare quindi questa nuova figura? Collocarla in ambito progressista o conservatore? Alla fine i mass media semplicemente evitarono la questione, puntando i riflettori su altri aspetti, come la presenza del Pontefice nella società, la sua apertura umana, costruendo l’immagine del “Papa buono”.
Ancora più determinanti furono i mezzi di comunicazione nell’”attacco” a Benedetto XVI. Nel saggio Contro il pastore tedesco Jean-Marie Guènois  analizza come i Media francesi misero all’attenzione immediatamente un aspetto di fatto trascurabile, ma altamente “infiammabile” se dato in pasto ai telespettatori e ai lettori “medi”: gli interrogativi della famiglia Ratzinger riguardo al Nazismo.  Benedetto XVI dovette sempre giustificarsi di questa “colpa” creata dai Media, e a poco servirono i viaggi in Terra Santa e la visita ai campi di concentramento. Per una certa parte di chi produce informazione rimase il “Papa Nazi”.
Guènois continua la sua riflessione, cercando di suscitare l’onestà intellettuale del lettore, e di fargli ammettere come la nostra società non sia anti-nazista ( cosa che sarebbe lecita, ma impossibile dato che i nazisti non esistono più), bensì anti-tedesca (molto meno giustificabile, se non per nulla).
Il testo prosegue analizzando altri casi e tematiche, dal ritiro della scomunica del negazionista Vescovo Williamson (che fece infuriare la comunità ebraica, ma che ebbe poca attenzione mediatica), ai tentativi, mai adeguatamente comunicati dai Media, di Ratzinger di arginare il fenomeno degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, sino alla questione dei contraccettivi e della sessualità.
In tutti i capitoli emergono i due punti sottolineati all’inizio di questa recensione: 1 La Chiesa, anche quando agisce nel giusto, spesso non è in grado di farsi capire. 2 I Media rincorrono la notizia, lo scoop, l’attacco, non la verità.
Sorge però spontanea una riflessione: tutti gli opinionisti e l’autore stesso del testo si dichiarano ferventi Cattolici e uomini filo-ecclesiastici. Se, come ci insegnano nei loro saggi, dobbiamo sempre interpretare e non prendere per oro colato ciò che leggiamo/vediamo/sentiamo, ma anzi dovremmo sempre sentire le tanto famose “due campane”, lo stesso metro allora dovrebbe essere applicato anche per questo testo?
Flavio Formaggio 


Giovanni Maria Vian
Il filo interrotto
Milano, Mondadori, 2012.


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16 settembre 2013

Una, nessuna e centomila

Claudia Fusani ripercorre le tappe fondamentali della vita  di una grandissima giornalista ligure di inizio Novecento. Inizia raccontando delle prime esperienze in redazione a Genova della ancora giovanissima Maria Vittoria Rossi, delle sue conquiste e soprattutto della sua graffiante realisticità.
Ma non si ferma qui, va più a fondo, dipingendo una ragazza rigida, troppo studiosa, ingabbiata nello stile di vita che la madre, forte di carattere, le impone per una brillante ascesa sociale nonché di autoanalisi e autovalutazione continua.
Maria non è mai solo se stessa e non lo è mai pienamente quando scrive sotto il finto nome di Giorgiana, ragazzetta miope e un po’ svampita, oppure sotto lo pseudonimo di Marlene.
Inventa storie e personaggi e ne prende le spoglie scrivendo ogni volta con stile e tono differenti; camaleontica ed eclettica rapidamente raggiunge un certo successo che la porta a curare diverse rubriche  ed a legare con l’emergente giornalista Indro Montanelli  che sarà poi suo collega nella redazione di Omnibus.  Il  settimanale culturale,  fondato da Leo Longanesi, la impegna per ben due anni durante i quali, grazie alle manovre della madre sposa Gaspero del Corso e assume definitivamente lo pseudonimo con cui ancora oggi è ricordata: Irene Brin. 
L’esperienza nella redazione del settimanale romano è il trampolino  di lancio per la sua brillantissima carriera di giornalista, reporter e soprattutto di lente d’ingrandimento sulla società dei primi decenni del novecento.
Le tinte con cui questa prima parte della vita di Maria Vittoria è narrata, sono grigie, quasi depresse, come se la soddisfazione di lavorare nel campo sognato e l’aver raggiunto la fama non fossero traguardi importanti nella vita della giornalista. La curiosità spinge a leggere ancora alla ricerca di una motivazione.
A partire dal 1940 Maria, terminata la fase di Omnibus, si lancia a scrivere ed a collaborare con diversi settimanali sotto diversi pseudonimi. Naturalmente la sua attività, nonostante la censura fascista si faccia sempre più stringente, è solo sfiorata dalla situazione perché pur essendo un’ottima scrittrice e soprattutto un’osservatrice senza pari, mai si è interessata a scrivere di politica.
Ed ecco affiorare le mille personalità: è Maria Del Corso su Mediterraneo, Ortensia sulla Gazzetta Provinciale, Geraldina Tron su Film Illustrato.
Tutte rubriche di costume, tutte rubriche che portano grande successo ai settimanali su cui compaiono e in primis sono scritte da donne completamente diverse che sono sempre la stessa. Maria Vittoria.
Nel 1941 decide di seguire il marito Gaspero in Jugoslavia con l’esercito e nonostante la sua sensibilità venga duramente colpita dallo scenario che l’accoglie in terra balcanica, le sue mille facce mantengono solidità. Manda regolari corrispondenze a Mediterraneo  ma nel frattempo continua a curare le varie rubriche.
Se Maria è così colpita da ciò che vede in Jugoslavia, non si permette di esprimerlo attraverso le sue tante personalità. Scrive il libro Olga a Belgrado che però sarà stampato molto dopo a causa di alcune vicissitudini della casa editrice.
Le mille Marie sono sempre diverse, sempre graffianti nelle loro analisi della bigotta società borghese che popola la prima metà del secolo, ma all’improvviso tutto crolla.
Con la caduta del fascismo e la latitanza del marito Irene si trova per la prima volta in difficoltà.
Con l’Italia a pezzi, sembra che lo stesso destino spetti alla vita, prima quasi perfetta di Maria, ma non è così. Per sopperire alla mancanza di entrate raccoglie i suoi pezzi migliori e pubblica il libro “Usi e costumi”, uno specchio fin troppo realistico della vuota apparenza di cui si nutre la società borghese italiana al seguito del mito americano, abbagliata dalla moda francese e dal pensiero tedesco.
Uno sfacelo di credenze, mode e abitudini che via via degradano verso l’umiliante condizione di spaesamento che ad ogni argomento pare più evidente.
Questo periodo buio è trattato con una lentezza esasperante, come se il pantano in cui è precipitata la vita scintillante di Maria, impregni anche il lettore, almeno finchè non si arriva al 1945, anno in cui lei e il marito investono i pochi risparmi che hanno per aprire una galleria d’arte: L’Obelisco, che sarà il varco attraverso cui l’Italia lascia entrare un po’ di cultura dal resto del mondo.
Nei primi tempi Maria sembra quasi lasciarsi andare, si fa da parte, lascia le redini della gestione al marito che opera in maniera esemplare la campagna pubblicitaria della galleria.
Qui Maria inizia nuovamente a scrivere, con una consapevolezza di sé differente, mantenendo il suo stile, perseverando nell’analisi della società nella sua rubrica su Settimana Icom Illustrata.
Scrive sotto lo pseudonimo di Contessa Clara, di cui, nel tempo inventa la storia. Ed eccola di nuovo, Maria, sotto falso nome, nelle finte spoglie di una vecchia vissuta. Il suo successo è innegabile. Le conquiste negli anni a venire sono numerose ma resta comunque grigia l’atmosfera  con cui è chiusa la storia di questa grande, grandissima giornalista.
Maria, che muore a 57 anni mentre ancora è impegnata con l’Obelisco e con le sue rubriche. Maria Irene Brin, Maria, Contessa Clara, Maria Geraldina Tron, Maria più amica che moglie di suo marito, Maria mancata mamma…
Ecco i mille volti che hanno coperto il solo vero volto di Maria Vittoria Rossi, talmente tanto presa dal suo trasformismo da scordare di mostrare al mondo quello reale.
Una sola Irene Brin, nessuna Maria Vittoria Rossi, centomila maschere.
Marta Gaggero
 
 
Claudia Fusani
Mille Mariù. Vita di Irene Brin
Roma, Catelvecchi Editore, 2012, 288 pp.
 

31 agosto 2013

I fondamenti del giornalismo

Il libro I fondamenti del giornalismo elaborato dai due giornalisti americani Bill Kovach e Tom Rosenstiel è un'attenta analisi del mondo dell'informazione che prende il via da uno studio sul settore iniziato nel 1997. Lo scopo di tale ricerca, compiuta attraverso numerosi sondaggi e interviste sia a giornalisti di professione sia a persone comuni che fruiscono varie tipologie di media, era quello di riuscire a elaborare una sorta di decalogo sulle leggi alla base del buon giornalismo. Il libro, benché pubblicato in Italia nel 2007, resta un vademecum utile a chi è chiamato a svolgere questa attività in maniera professionale, ma anche una guida per tutti i lettori, più o meno attenti, affinché sappiano orientarsi nel vasto mondo delle comunicazioni, così da poter discernere il buon giornalismo da quello meno buono.
I due autori presentano anzitutto il concetto del cosiddetto istinto di consapevolezza come quel bisogno, intrinseco a ogni essere umano, di avere informazioni al fine di poter vivere e convivere serenamente, con sé stessi e con gli altri. È per questo che la società moderna ha istituito il concetto di giornalismo come mezzo di diffusione di informazioni, perché proprio queste ultime sono in grado di determinare la qualità della nostra vita influenzandone idee, pensieri, cultura. In un mondo dove la “fame di conoscenza” e la necessità di informazioni sono sempre più presenti e diffuse nella società, l'informazione, invece, si trasforma in intrattenimento: ciò che in gergo viene identificato come infotainment (information and entertainment).  È come se a fronte di una richiesta di notizie di primo livello da parte della comunità, il giornalismo sapesse rispondere solo con del mero gossip. Ecco, dunque, che il sistema dell'informazione si mostra in tutto il suo paradosso; a dimostrazione che anche le notizie spesso sono chiamate a rispondere dei margini di profitto dell'azienda editoriale cui sono sottoposte.
È innegabile il fatto che ogni sistema editoriale, e conseguentemente anche quello dell'informazione, sia legato alle stessi leggi economiche che permeano qualsiasi altro mercato. Lo scopo primario del giornalismo però è, e rimane, quello di fornire ai cittadini notizie utili a creare le proprie libertà e ad accrescere la propria educazione affinché possano poi essere in grado di generare comunità democratiche. Parte proprio da questo aspetto centrale l'analisi critica che Kovach e Rosenstiel elaborano. La necessità di servire il più vasto e diversificato pubblico possibile, insieme alle leggi economiche che permeano il mondo dell'editoria e che hanno già spinto molti media a optare, appunto, per l'infotainment non rischiano di diventare una vera e propria minaccia all'autonomia dell'informazione che, invece, dovrebbe rappresentarne il punto di partenza? Ecco, dunque, che i due giornalisti si trovano a dover accuratamente riflettere sulla lenta, ma inesorabile, deriva che il giornalismo americano (e non solo) sta vivendo da qualche anno a questa parte. Una deriva che hanno cercato di arginare tracciando le linee guida dell'attività giornalistica; ovvero i suoi fondamenti.
La prima legge che i due autori menzionano come alla base di una corretta attività giornalistica è quella della verità. Essa è fondamentale per il cittadino che si serve della notizia per riflettere sulle proprie idee e crearsi una specifica idea del mondo. Verità che si lega a doppio filo con un altro principio centrale: la lealtà verso il cittadino. Il giornalista, dunque, è chiamato a svolgere il ruolo di garante della veridicità dei fatti nei confronti della comunità cui trasmette informazioni, e deve farlo  anzitutto perché si tratta di un obbligo sociale verso i fruitori e, in secondo luogo, per mantenere la propria credibilità di professionista, nonché quella della propria testata. Credibilità che deve essere mantenuta tale anche grazie alla responsabilità verso la propria coscienza, un obbligo, questo, di portare avanti la cultura dell'onestà, talvolta andando anche contro le direttive del direttore  della testata o, addirittura, dell'editore.
Il nuovo modello di giornalismo è permeato da fattori “pericolosi” come il continuo ciclo di informazioni in evoluzione, cui i giornalisti sono chiamati a rispondere con l'elaborazione di notizie sempre più in tempo reale  ̶  fattore tipico del mezzo di internet  ̶  e che portano a prediligere la velocità piuttosto che la qualità (il che va tutto a discapito del lettore). Così come il problema dell'aumento di potere delle fonti di informazioni su quello dei giornalisti stessi o la fine di un accurato gatekeeping (processo di filtraggio delle notizie) che lascia sempre più margine di avanzamento al puro gossip, che tra l'altro è in grado di ampliare il bacino dell'audience, rispetto a una buona e necessaria cultura della cronaca. Questi sono tutti fattori di cui Kovach e Rosenstiel sono perfettamente consci e a cui cercano di controbattere sottolineando i veri valori del giornalismo.
Ecco quindi che al rispetto della verità, alla lealtà verso il cittadino e alla responsabilità verso la propria coscienza, il giornalista deve garantire al pubblico: indipendenza dalle fonti di cui si serve e dal controllo di qualsiasi potere esterno, così come la possibilità di avere libero accesso alle notizie e ai documenti delle autorità tali da poter liberamente riferirne all'opinione pubblica. I due autori sostanzialmente puntano sul sottolineare che il giornalismo deve basarsi sulla sintesi, la verifica, e una fiera indipendenza che punti a soddisfare il pubblico interesse prima ancora del profitto privato.
A distanza di 16 anni le proposte deontologiche di questo libro restano valide e possono riconciliare molti lettori critici con il mondo dell'informazione. Kovach e Rosenstiel dimostrano, infatti, che il buon giornalismo non è morto, tutt'altro. Sta solo vivendo un periodo di crisi economica e di valori; questo però non significa che non possa rinnovarsi per mantenersi al passo con i tempi e contemporaneamente mantenere saldi i suoi principi. Questi, dunque, sono i Fondamenti del giornalismo, ovvero tutto ciò che i giornalisti dovrebbero sapere e il pubblico dovrebbe esigere.
Valentina Vettori
 
Bill Kovach, Tom Rosenstiel
I fondamenti del giornalismo.
Ciò che i giornalisti dovrebbero sapere e il pubblico dovrebbe esigere.
Torino, Lindau, 2007, 293 pp.
 

 

30 agosto 2013

Schierandosi

"Due aspetti in ogni questione, certo, certo....
 ma ogni tanto, schierarsi è la sola cosa
 a cui si può ricorrere e senza
 discolparsi o compatirsi".

Seamus Heaney, 1939-2013



*link al testo integrale della poesia Schierandosi di Seanus Heaney, Premio Nobel per la Letteratura nel 1995.

26 agosto 2013

Dal Caffè ai Blog

Il nuovo libro di Giorgio Zanchini in apertura si propone come un percorso di nascita, evoluzione e decadenza del giornalismo culturale. Scritto con immediatezza e  semplicità  nei primi capitoli affronta la spinosa definizione di cultura, che risulta attualmente essere definita sia come  la “sfera delle attività artistiche e intellettuali che presuppongono ingegno”, sia come “l’insieme di atteggiamenti, norme, valori, credenze, rappresentazioni di collettività umane presente in tutti i gruppi e gli strati sociali”.
L’esauriente chiarimento della materia trattata è seguito da un dettagliato e avvincente sunto storico che evidenzia in modo mirato le tappe più significative dell’evoluzione del giornalismo, compreso quello culturale, individuando nel Settecento la culla della stampa popolare con le prime riviste femminili e i periodici di intrattenimento. Viene poi affrontato capillarmente il periodo del XIX secolo in cui il boom della penny press americana e delle gazzette inglesi lancia un nuovo modo di fare giornalismo. Nello stesso periodo ricorda, con dovizia di particolari, l’ascesa delle riviste di settore e soprattutto il cambio di mentalità degli editori per i quali la stampa diviene una fonte di guadagno non indifferente viste le nuove generazioni alfabetizzate e assetate di notizie a cui risponde l’innovazione tecnologica.
Grande importanza viene data alla nascita della terza pagina in Italia, vera e propria incubatrice dell’articolo culturale. Sul Giornale d’Italia infatti viene riservata la terza pagina, delle sei che comprendeva, ad articoli legati alla critica artistica e letteraria. Se in un primo momento è servito un po’ di assestamento, una volta preso l’avvio questa iniziativa diviene fiore all’occhiello di un giornalismo nazionale fin troppo fossilizzato sull’educazione politica. Alle terze pagine dei vari quotidiani ottocenteschi partecipano le grandi firme della letteratura come Grazia Deledda e Gabriele D’Annunzio; ciò porta anche alla luce la scarsa considerazione che essi provavano per la professione giornalistica.  
Arrivati a questo punto della lettura si percepisce un cambiamento di atmosfera. Dalla rincorsa attraverso i secoli fino all’apice della stampa culturale si giunge ad un momento di impasse, caratterizzato dall’appiattimento degli articoli culturali, sempre meno esclusivi e stilisticamente distinti, per poi riprendere il ritmo in una discesa che pare senza freni.
Dalla seconda metà del Novecento, causa i mutamenti  politici e culturali avvenuti globalmente, lo spazio dedicato alla cultura cambia. Tra polemiche e frigidi ritorni al passato gli anni Cinquanta  segnano un punto di non ritorno per l’elzeviro e tutto il novero di articoli di cultura.
Scompaiono le recensioni dei libri, sostituite dai supplementi che vengono venduti insieme ai quotidiani nei giorni festivi, latitano le critiche musicali e teatrali che compaiono sporadicamente in qualche trafiletto di riempimento, per non parlare dei reportage di viaggio che già molto prima hanno attirato l’attenzione solo grazie alla loro assenza.
Zanchini qui si sofferma, come a prendere fiato dopo la discesa a rotta di collo, sulle possibili cause della “morte della terza pagina”. La rivalità tra scrittori e giornalisti è sempre stata un punto caldo nelle redazioni proprio a causa della partecipazione dei primi alla stesura degli articoli che figuravano in terza pagina affiancati ai diari di viaggio di reporter sparsi per il globo in quella che può essere definita un’avventura collettiva. L’autore però non crede, come me peraltro, che la causa del mutamento/decadimento del giornalismo culturale sia da riconoscere nella sana rivalità tra scrittori puri e giornalisti ma piuttosto nell’avvento delle televisioni, delle radio e infine, nell’ultimo decennio, di internet. Nell’arco di una quarantina di anni lo scenario della comunicazione è completamente cambiato.
Con la televisione i programmi di intrattenimento surclassano la stampa culturale, l’ascesa delle radio e dei programmi radiofonici dedicati al teatro e alla musica ruba un’altra importante fetta di informazione al giornalismo da terza pagina che, privato dei suoi cavalli di battaglia, si adagia in tiepidi articoli che spesso vengono bellamente ignorati dai lettori più interessati alle inchieste e alla politica.
La crisi della carta stampata è frutto della nascita dell’infotainment, che attraverso radio e televisioni surclassa  in immediatezza e coinvolgimento i quotidiani e i periodici.
L’avvento di internet ha definitivamente cambiato il modo di fare giornalismo e di vivere la trasmissione di notizie perché se attraverso i media del Novecento la circolazione di dati era prevalentemente unilaterale, adesso il rapporto tra media e fruitori si è trasformato in un rapporto simbiotico di interscambio.
I giornali hanno fatto un salto qualitativo trasferendo parte degli investimenti della redazione in una conquista di spazi web per interagire con la quasi totalità dei visitatori della rete. Qui Zanchini evidenzia l’attività di consulta e monitoraggio che i deskisti effettuano sui blog aperti e aggiornati da comuni cittadini.
Se nell’Ottocento i luoghi di cultura e dibattito sulle novità erano i Caffè o i circoli privati e durante il Novecento l’unilateralità della Terza Pagina ha in qualche modo sopito lo scambio di idee tra i lettori, ecco che nel XXI secolo rinascono i dibattiti tra privati cittadini, stavolta non nei caffè o nei salotti, ma sul web, dove è possibile trasmettere le proprie opinioni ad un pubblico esponenzialmente più vasto. Ad un pubblico globale.
In tutto questo travagliato cambiamento, il giornalismo culturale ha cambiato maschere, vesti, forme ed espressione fino a giungere ai giorni nostri completamente diverso rispetto alla nascita.
Adesso non esiste più l’articolo culturale o l’elzeviro, adesso la cultura permea l’intero quotidiano, l’intera macchina dell’informazione: dall’impaginazione dei giornali, alla gerarchizzazione delle notizie; dall’agenda setting al linguaggio usato in radio o in tv, dalle fotonotizie in prima pagina ai filmati dei giornali web.
Cultura non è più solo critica o scoperta o prodotto dell’ingegno umano, è tutto ciò che attira l’interesse del pubblico perché parla del pubblico e per il pubblico.
Nelle sue conclusioni, un poco frettolose Zanchini riconosce che la professione di giornalista culturale, un tempo ben definita e con incarichi precisi, adesso è invece una macrocategoria che comprende quasi l’intero entourage della redazione che però non è più caratterizzato dalla specializzazione personale.
Esiste ancora il giornalismo culturale in senso stretto? L’autore lo individua talvolta nelle riviste, nei periodici, spesso in radio e nell’ultimo biennio anche in televisione ma la terza pagina del quotidiano, scivolata nel tempo sempre più indietro, si può dire quasi perduta e sicuramente priva di quell’originalità e dello spessore artistico che la designavano punta di diamante del giornalismo culturale europeo.
Nel complesso Zanchini riesce a mantenere un linguaggio semplice e fresco affrontando i vari argomenti con semplicità riuscendo ad attirare l’attenzione sui punti essenziali della trattazione.
Ho trovato stimolante sia lo stile sia la semplicità di questo piccolo trattato, nato, a detta dell’autore, più per fare chiarezza tra i “non addetti ai lavori” che tra i giornalisti.
Marta Gaggero
 
Giorgio Zanchini
Il giornalismo culturale
Roma, Carrocci, 2013, 160  pp. (nuova edizione)
 
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20 agosto 2013

Le parole in libertà vigilata


Questo di Gustavo Zagrebelsky sembra un libro senza pretese, a una prima occhiata formale. A prenderlo in mano, soppesarlo, è sottile, leggero, viene da pensare che bastino pochi minuti per leggerlo. Pochi minuti per imparare qualcosa di nuovo da uno dei più noti e rilevanti giuristi italiani. Pochi minuti per sentirsi migliori e un po' più intelligenti, più capaci di analisi. E invece Zagrebelsky dimostra da subito che la questione non è così semplice - e del resto non sarebbe da lui un testo che non porti, anzi, non spinga ad una certa riflessione. Perché leggere e capire sono due cose diverse, così come lo sono sentire e ascoltare.
L'atmosfera generale del libro infatti è quella di una presa di coscienza di un ascolto mancato, di un'assenza di discernimento nell'uso e nella ricezione delle parole come chiave per la comprensione del tempo in cui si vive. La lingua è manifestazione di se stessi, ma anche il più forte strumento d'espressione e influenza dei cittadini di cui la democrazia disponga. Ha una sua forza plasmatrice, questa che l'Autore denomina Lingua Nostrae Aetatis (LNAe), la lingua dei nostri tempi, e che si forma in ognuno dei circuiti comunicativi di oggi. È una lingua formata da parole che conosciamo, che usiamo ogni giorno, e che si possono ritrovare in qualsiasi discorso politico, non importa di quale schieramento. Sorge allora spontanea una domanda: si tratta di omologazione o di co-appartenenza a un sistema di valori universalmente riconosciuti? Secondo l'Autore, si tratta soprattutto di carenza di spirito critico e di abitudine a lasciarsi trascinare e ad assecondare il corso delle cose come imposto da altri. Il linguaggio ha una sua forza che tende a conformare il senso comune in una stessa direzione, e quando viene particolarmente elaborato nella sua espressione e non viene elaborato affatto nella sua ricezione, allora ci troviamo all'interno di un sistema distonico, non equilibrato, e che continuiamo a chiamare democrazia.
Nello spazio di undici capitoli, Zagrebelsky analizza alcune di queste parole-chiave, nella prospettiva sostanziale di un'analisi del linguaggio berlusconiano basato sulla teologia politica e su una lingua degli assoluti.
Senza dubbio, questo sguardo rivolto soprattutto in quella direzione toglie qualcosa al libro, che potrebbe facilmente essere accusato di partigianeria, conferendogli un'intonazione che si avvicina a quella di un pamphlet, nonostante sia possibile trovarvi, a più riprese, una critica non meno pungente verso il Partito Democratico. L'accusa dell'Autore al PD è di eccessiva adeguazione alla terminologia della parte avversa e di una mancanza di originalità, una carenza espressiva che, anche da sola, sarebbe capace di annullare la carica e la valenza politica del partito.
Proprio a questa conformazione di pamphlet, forse, con la sua brevità e la sua forza non priva di un linguaggio colorito (ma non per questo volgare) dobbiamo gli scarsi accenni agli aspetti più prettamente legati agli operatori stessi, ai canali attraverso cui questa lingua del tempo presente, questa LNAe, si diffonde e si imprime, informa e difforma una società civile troppo abituata a non dar peso a quello che ascolta e a quello che legge. C'è un richiamo al subliminale, alla capacità delle parole di formare un frame come un campo magnetico tutto intorno alla nostra realtà, e lì confinarci.
I luoghi comuni della politica, le parole usate e riusate, le reti di significati in cui siamo intrappolati non devono pensare per noi, denuncia Zagrebelsky. E ciò che rimane, alla fine di questa lettura illuminante che scava nelle ombre proiettate da parole date troppo per scontate, non è tanto la polarizzazione tra berlusconiani e democratici, tra destra e sinistra, tra il bene e il male di questa teologia politica. Ciò che l'autore riesce a consegnare nelle mani del lettore è un piccolo scrigno di strumenti critici, il cui scopo vuole essere un risveglio delle menti all'analisi, alla riflessione, a un ragionamento che non riduca tutta la nostra vita alla mera essperienza del produrre e del fare. E poi, fare cosa?
Debora Nicosia


Gustavo Zagrebelsky
 Sulla lingua del tempo presente, 
Torino, Einaudi, 2010, 58 pp.

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14 agosto 2013

In libreria

Paolo Carelli
Confini mobili. I sistemi mediatici nazionali tra globalizzazione e digitalizzazione
Bologna, I libri di Emil, 2013, 286 pp.

(disponibile in formato pdf sul sito dell'editore)
Descrizione
Negli ultimi decenni, sotto la spinta di due fenomeni come la  globalizzazione e la digitalizzazione, lo stato-nazione ha visto un  indebolimento del proprio raggio d'azione mentre i media sono stati attraversati da profondi mutamenti tecnologici e culturali che ne hanno modificato gli aspetti produttivi, fruitivi e distributivi. Cosa accade ai sistemi mediatici nazionali quando sulla scena irrompono le nuove tecnologie della comunicazione, i fenomeni migratori, la costruzione di complesse articolazioni sovranazionali che ridisegnano l'identità culturale di una nazione? La tradizionale concezione nazional-statale del sistema mediatico può ancora essere considerata valida? Quali dimensioni sono in grado di spiegare meglio il mutamento in corso? Il volume fornisce alcune risposte a tali quesiti, individuando criteri d'analisi in grado di pensare i sistemi mediatici oltre la cornice chiusa e finita dei confini nazionali. Vengono affrontati, nello specifico, i casi di Spagna e Italia, due Paesi fondati su modelli istituzionali e comunicativi piuttosto simili e da tempo impegnati in percorsi di ricostruzione dell'identità mediatica che coinvolgono aspetti commerciali, culturali, normativi e di contiguità geografica o linguistica.
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11 agosto 2013

" Il giornalismo ha bisogno di voi e non ve lo dice"

"Come saranno i giornalisti di domani? Mi riferisco a quelle vaste schiere di giovani che in questo momento frequentano scuole di giornalismo pubbliche o private, vanno a caccia di stages presso quotidiani, settimanali, agenzie, testate radiofoniche e televisive, inseguono speranze e invocano quasi sempre invano promesse di una qualsiasi sistemazione redazionale. Chi esercita questo nostro mestiere da lungo tempo, e non è professionalmente ignoto, conosce l' ampiezza del fenomeno. Basta poi insegnare o avere insegnato in una di quelle scuole di giornalismo per diventare bersaglio consueto di una serie di sollecitazioni, suppliche, richieste di presentazione. A volte si cerca di aiutare qualcuno, perché tanti lo meritano. Molto più spesso l'esito che si dà è deludente, non certo per sadismo ma perché i poteri che il postulante attribuisce al suo interlocutore sono esorbitanti rispetto alla realtà. Ne conseguono lunghi discorsi rivolti al giovanotto o alla ragazza sull' affollamento delle redazioni, sullo spirito di difesa corporativo che gli occupati oppongono all' ingresso dei nuovi, sul timore, che le amministrazioni provano, di essere costrette ad assumere con contratto pieno qualcuno cui è stato ufficiosamente consentito di frequentare la redazione, di sedersi davanti a una scrivania. Ma poi sembrando crudele limitarsi a svogliare con un brusco non luogo a procedere una vocazione spontanea e in fondo legittima si fa un passo avanti. O meglio, di lato. Ci si impegna, cioè, a dimostrare che il giornalismo italiano è malato, pieno di difetti (fra i quali la difficoltà di entrarvi, per quanto atroce, non è il più grave). Si citano i misfatti più clamorosi che ha perpetrato, le congiure più turpi cui ha aderito, i buchi più ridicoli nei quali è caduto, le lottizzazioni più selvagge che ha promosso (e qui si parla a lungo della Rai), le transazioni equivoche che ha stipulato con i potentati economici più aggressivi. Si fanno frequenti cenni ai tre Pansa: quello dei comprati e venduti, quello dei giornalisti dimezzati e quello delle carte false. Infine, quando ci si accorge che questa forma di deterrente è inefficace (sarà pure un inferno fa capire l' aspirante ma mi ci butterei lo stesso con piacere), si passa ai consigli. Consigli relativi non tanto al modo di entrare nella corporazione, quanto sul come comportarvisi in un eventuale domani. Quanti consigli diamo ogni giorno a quelli che saranno i nostri posteri in questo mestiere! Chiunque, giornalista, parli di lavoro con una persona più giovane, diventa immediatamente un padre nobile, un pedagogo, un archivista di pericoli da evitare, di tentazioni cui resistere, di peccati da non commettere. Se proprio vuoi vivere quest'avventura ecco il tipo di approccio che si adotta, preparati a farlo in maniera da non dovertene vergognare. Tutti questi consigli che finora si tramandavano per tradizione orale sono oggi ordinati e catalogati in una sorta di breviario, vivace, utile e piacevole a leggersi. Ne è autore Sergio Turone. S'intitola Come diventare giornalisti (senza vendersi): Laterza, pagg. 307,  Ritorno qui, scusandomi per la digressione, alla domanda iniziale: come saranno i giornalisti di domani? Alla luce del libro di Turone la risposta è che i nostri successori (per poco che abbiano seguito i consigli di cui consta il breviario) dovrebbero costituire una falange di professionisti perfetti, muniti di una fiera coscienza deontologica e di un solido know how tecnico, incapaci di abbagli, corazzati contro le insidie del potere. Veri e propri sacerdoti della verità, si aggireranno per il mondo sempre pronti ad accorrere dove c'è qualche guasto da sanare, qualche scandalo da denunziare, qualche ribaldo da punire. Incorruttibili ma non provocatori, penetranti nelle loro indagini ma non inclini al clamore, pacati nelle opinioni ma non insensibili al fascino di leciti scoops: l'approssimativo, l'inesatto saranno i loro nemici capitali. Le nozioni che Turone fornisce nell' impartire i suoi consigli sono complete. Riguardano sia la struttura tecnica dei giornali che la genesi delle notizie. Si addentrano nei modi di scrivere, esplorano questioni di linguaggio, descrivono e distinguono i vari ruoli funzionali all' interno del lavoro, esaminano le tecniche che presiedono ai vari generi giornalistici: dalla cronaca all' intervista, dall' inchiesta economica al resoconto sportivo, dall'informazione televisiva alla divulgazione culturale. L'autore registra gli scontri fra i giornalisti lottizzati e i loro protettori politici. Si sofferma sulle vicende della concorrenza fra testate rivali. Elenca casi di giornalisti messi in castigo dalla proprietà, o di altri che, per coerenza, hanno subìto vicissitudini di carriera e pause di temporanea retrocessione professionale. Il panorama è dunque completo. Al giovane aspirante si rivolge un discorso del genere: ecco l'elenco delle insidie che certamente ti saranno tese. Se vuoi entrare in questa corporazione devi imparare a schivarle. Altrimenti, è meglio non farne nulla. Devi sapere, tra l'altro, che il potere politico, negli anni Ottanta, ha operato nella stampa una sistematica normalizzazione, promuovendo i giornalisti più mansueti ed espellendo o catturando i ribelli. Per te, insomma, educato da questi consigli, si prepara un futuro di dignitoso martirio. (Ma forse non sarà necessario: perché in un giornale difficilmente riuscirai ad entrare. E se ci entrerai vendendoti, tutto il discorso è inutile). A me queste pagine sono sembrate pessimistiche, ma non più di quanto il tema richieda. Non si tratta di un libro che induca alla speranza, che faccia troppe concessioni. Il lettore interessato desidererebbe, credo, qualche sforzo in più: se non un progetto, almeno un' indicazione, un disegno, un augurio che un giorno si possano adottare, in materia di arruolamento di nuovi giornalisti, criteri più obiettivi, più trasparenti, meno casuali e clientelari di quelli in uso oggi. Intanto, però, sembra che tutte questo fiorire di consigli all' aspirante giornalista qualche esito lo colga. Si sta stemperando intorno a questa professione, registra l' autore sulla base di un sondaggio fatto fra i laureandi dell'Ateneo milanese, l'alone di fascino che permaneva dai tempi degli avventurosi viaggi ai luoghi esotici. Man mano che declinerà la stantia leggenda, le vocazioni si faranno meno copiose ma in compenso più solide. Speriamo. Comunque, novizi del Duemila, preparatevi alla lotta! Il giornalismo ha bisogno di voi e non ve lo dice." 
Nello Ajello

*N.Ajello, I sacerdoti della verità, “la Repubblica”, 9 aprile 1987.

Libri di Nello Ajello (1930-2013):
- Lezioni di giornalismo. Com'è cambiata in 30 anni la stampa italiana, Milano, Garzanti, 1985.
- Italiani di fine regime, Milano, Garzanti, 1993.
- Il lungo addio. Intellettuali e PCI dal 1958 al 1991, Roma-Bari, Laterza, 1997.
- Illustrissimi. Galleria del Novecento, Roma-Bari, Laterza, 2006.

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08 agosto 2013

Italia e Francia: trovarsi, mancarsi

Occhio ai falsi amici, parole insidiose per gli ignari viaggiatori. Déjeuner  è un classico esempio di “falso amico” francese, non vuole dire “digiunare” ma addirittura qualcosa di opposto: “pranzo”. In linguistica i “falsi amici” sono appunto quei lemmi che, pur somigliando ad un'altra lingua, hanno  un significato diverso.   Francia e Italia sono falsi amici?  In questo libro,  Anais Ginori, giornalista franco-italiana de “La Repubblica”,  racconta, in modo scorrevole e gustoso, gli equivoci, le tensioni  e le passioni che hanno contrassegnato, in particolare negli ultimi anni, i rapporti tra i due paesi “cugini”. Italia e Francia  hanno grandi affinità storiche e culturali, ma ogni tanto affiorano tra loro incomprensioni e rivalità. Pensiamo ai due ex Presidenti Sarkozy e Berlusconi: hanno iniziato la loro carriera politica stimandosi, ma l’hanno finita odiandosi.  Ormai  è storica quella conferenza stampa a Bruxelles,  il 24 ottobre 2011, in cui Angela Merkel e Sarkozy, a una domanda  sulla credibilità di Berlusconi, si guardano in faccia e ridono.  In realtà, Silvio e Nicolas hanno avuto una parabola con diversi punti di contatto, persino  a  livello di vicende private (lasciati dalle rispettive mogli, sia pure con motivazioni diverse…), ed anche  un tramonto comune... Oggi c’è sicuramente maggiore consonanza  di vedute tra il premier francese Hollande e quello italiano Letta (dopo la parentesi Monti).  Anche sullo scenario  internazionale non sono mancati motivi di frizione negli ultimi anni, basti pensare alla questione della guerra in Libia, praticamente imposta a un Berlusconi riluttante e fino al giorno prima amico di Gheddafi. In realtà,  la rivalità-concorrenza tra i due paesi confinanti sembra non cessare anche nel dopoguerra, visti i rilevanti  interessi economici  tuttora in  gioco in quel paese. Lo stesso problema dell’immigrazione è stato al centro della disputa fra i due paesi “amici-nemici”, peccato che in gioco  c’era la  vita di persone in carne e ossa: quando centinaia di tunisini sbarcano a Lampedusa, l’Italia allarga le maglie dei controlli sui migranti  e inventa vari trucchi  per spingerli  verso la Francia. Si arriva al punto che al confine di Ventimiglia viene bloccato il traffico ferroviario dall’Italia.  E molti  tunisini che riescono ad arrivare  in Francia vengono rispediti indietro. Un caos. Eppure i due paesi non avevano sostenuto le rivoluzioni arabe  insieme e, ovviamente “per motivi umanitari”,  non erano alleati contro il  dittatore libico Gheddafi?
Un altro motivo di frizione riguarda  il tema del terrorismo.  In questo senso Sarkozy è stato coerente   con la  cosiddetta “dottrina Mitterand”, tesa a negare l’estradizione  a persone imputate o condannate, in particolare italiani, per atti violenti ma di ispirazione politica. Di fatto, in oltre trent’anni solo una estradizione è stata concretamente eseguita, quella di Paolo Persichetti. Caso emblematico è stato quello di Cesare Battisti, ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo, che ha vissuto molti anni in Francia, e che quando viene arrestato nel 2004 riesce a fuggire, semina i poliziotti nel metrò, si imbarca per il Sudamerica, dove verrà poi arrestato nel 2007 a Rio de Janeiro. Dirà di essere stato aiutato nella fuga dai servizi segreti francesi.
Anche nei media non manca la competizione. Qui un aspetto interessante è  stata l’avventura della “Cinq”, un canale privato francese, utilizzato da  Berlusconi, dal 1986 al 1992, per  esportare in Francia il modello “Canale 5”.  In realtà, quella  fu un’esperienza breve e travagliata, che finì con un dissesto finanziario, la  prima grave  sconfitta di Berlusconi, che, probabilmente, ha segnato il suo  declino come imprenditore internazionale e l’inizio della sua contrastata  avventura politica in Italia, in concomitanza di Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica.
Nel cinema un tempo Italia e Francia  avevano diversi punti di incontro, anche  per contrastare l’invasione dei film americani e rafforzare le proprie affinità elettive. Ma l’idillio di una volta oggi  è terminato, la concorrenza è aperta, tanto che  le pellicole italiane nel circuito  francese continuano a essere poche, mentre solo di recente sono aumentati i film francesi in Italia. Per il cinema italiano resiste però Cannes, dove hanno avuto successo film come Il Caimano, Il Divo, Gomorra. Forse da lì bisognerebbe ricominciare per rilanciare un discorso comune, dalla Croisette.
Il confronto fra i due paesi potrebbe continuare, dalla gastronomia allo sport.
Il libro, che avrebbe potuto anche essere titolato Falsi nemici, è ricco di testimonianze e aneddoti, anche gustosi,  su questa rivalità, fatta di incomprensioni, di scoperte reciproche,  ma anche di attrazione fra  due paesi,  così storicamente e culturalmente vicini, che  si guardano, si confrontano, competono, in una sorta di relazione più o meno amorosa, in cui è bello cercarsi, ritrovarsi, ma anche mancarsi.
Alessandra Panetta


Anais Ginori
Falsi Amici. Italia e Francia, relazioni pericolose
Roma, Fandango, 2012, pp. 206.



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01 agosto 2013

Zacinto mia!

Cari materani, una città è fatta innanzitutto di persone e inizia a morire se viene abbandonata.







Matera di qui, Matera di lì, Matera di su, Matera di giù...
Come molti altri, sono una materana che ha studiato a lungo fuori sede e che, tuttora, pur avendo tentato senza troppa convinzione di restare, ha scelto la via più "semplice": partire ancora.
Amo la mia città e a volte bastano quei due-tre caffè che pago in centro, quando ci sono, perché la mia coscienza si plachi, convinta di aver contribuito all’esistenza di Matera in vita, alla sopravvivenza della sua economia. Il peccato da cui quei pochi euro non mi assolvono di certo è quello di essermene andata. 
Credo che un po’ tutti noi fuorisede ci sentiamo colpevoli nei confronti di Matera, specie quando leggiamo le parole dure di chi è rimasto e forse ha più voce in capitolo di noi.
Il mio semplice contributo al dibattito vuole essere un invito a tornare per chi crede di potercela fare. In fondo, per quella che è la mia esperienza, la vita a Matera è meno dispendiosa e meno caotica di quella in un’altra città ics da Roma in su. E, a chi potrebbe ribattere che è meno dispendiosa e meno caotica perché ha meno da offrire, rispondo d’anticipo che si tratta di una caratteristica della nostra città, quella della placidità, che forse può non piacere a tutti in tutti gli stadi della vita ma che prima o poi si ricerca.
A mio avviso torneremo, con o senza il mio appello, perché Matera ci chiama, ci manca, e torneremo a maggior ragione se dovesse chiamarci in soccorso, qualora dovesse malauguratamente avverarsi la catastrofe, vagheggiata da alcuni, solo teorizzata da altri, della sua "fine".
Sabrina Colandrea


 
Blog idecidue
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27 luglio 2013

In libreria

Donatella Cherubini
Stampa periodica e Università nel Risorgimento.
Giornali e giornalisti a Siena
Milano, Franco Angeli , 2013, pp. 320
Descrizione

Nevralgica per l'opinione pubblica nazionale, la stampa periodica del Risorgimento ebbe a Siena caratteri al tempo stesso originali ed emblematici. L'antica tradizione dell'Ateneo trovò nell'impegno giornalistico un nuovo mezzo per diffondere le idee, il sapere e il confronto intellettuale coinvolgendo anche la comunità cittadina. Fermenti giacobini, dibattiti tra giuristi, cospirazioni, stampa clandestina alimentarono un periodo intenso e vivace. Studenti e docenti furono accomunati dagli ideali "liberali" culminati nella mobilitazione neoguelfa di Curtatone e Montanara, mantenendo l'opposizione al governo dopo il 1849.
 Si conferma così il ruolo della Toscana nell'unificazione, pur con il tormentato superamento della tradizione leopoldina fino alla scelta piemontese. L'Università era protagonista anche nella modernizzazione tipica del Risorgimento: sebbene legata al mito medievale della Repubblica, Siena visse il processo risorgimentale quale veicolo e sponda verso la modernità. Inoltre risulta in parte ridimensionata l'immagine di città legittimista, con il ceto borghese imprenditoriale che affiancò l'aristocrazia nella nuova classe dirigente, ma anche con una variegata presenza democratica. Già in contatto con intellettuali e giornalisti fiorentini, dopo la svolta riformista del 1847 i docenti senesi contribuirono alla nascita del "Popolo", periodico incisivo e capace di rispecchiare il '48 non solo locale. Il percorso di alcuni studenti, poi divenuti famosi giornalisti, consente infine di guardare alla costruzione dell'opinione pubblica nel Regno d'Italia. La nuova stampa senese si presentò allora ricca e articolata; mentre la tensione ideale del Risorgimento si andava comunque smorzando, a Siena restava la memoria di una vicenda che aveva segnato tutta la città.
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16 luglio 2013

In libreria

Fuori campo. Letteratura e giornalismo nell'Italia coloniale 1920-1940
a cura di Monica Venturini
Perugia, Morlacchi, 2013

Descrizione
«L’antologia che qui si presenta, dal quanto mai emblematico titolo di Fuori campo, indaga i modi e le forme della ricezione e dell’interpretazione del colonialismo italiano nel periodo che va dall’ascesa di Mussolini alla guerra d’Etiopia, agli anni immediatamente successivi. Alla base di questo lavoro c’è un complesso e articolato lavoro di reperimento, di catalogazione e di approfondimento storico-letterario di libri e scritti giornalistici dedicati alle vicende della politica coloniale italiana. Tra biblioteche pubbliche, collezioni private e mercato antiquario, è venuta alla luce una sorprendente e variegata quantità di materiale, finora rimosso e accantonato, di grande interesse e valore documentario sia per ricostruire le modalità della propaganda fascista nella costituzione di un impero coloniale e del relativo immaginario collettivo, sia per seguire la rielaborazione di precisi generi letterari, come il romanzo, il racconto, la memorialistica, il diario di viaggio, il reportage, la cronaca giornalistica, le corrispondenze di giornalisti-scrittori. […]. Questo volume antologico […] si presenta dunque come importante tappa di una maggiore conoscenza e comprensione e di una rinnovata diffusione della costruzione di un immaginario che è stato a lungo misconosciuto e rimosso, ma che ha continuato certamente ad agire, anche se in modo latente, nell’inconscio collettivo del nostro paese».

*link all'Indice e alla Prefazione

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13 luglio 2013

In libreria

Angelo Cimarosti
Te la do io la notizia!
Milano, Ugo Mursia Editore, 2013, 134 pp.

Descrizione
Nessuna redazione può avere decine di migliaia di corrispondenti da ogni città, quartiere, cortile. Negli ultimi anni però il giornalismo partecipativo ha reso possibile la moltiplicazione delle fonti delle notizie nel mondo. Videocamere e smartphone collegati al web, in mano ai cittadini, sono uno strumento potentissimo. Dopo pochi secondi un evento può essere diffuso in rete e ripreso dai media tradizionali. In Italia YouReporter.it, con 65.000 iscritti e 400.000 contributi nei primi cinque anni, è una finestra per capire chi sono i citizen journalist e cosa li spinge a raccontare le proprie storie. Terremoti, frane e alluvioni, incidenti e naufragi, manifestazioni e scontri di piazza, rifiuti in strada e monumenti abbandonati, tradizioni e qualche follia, tutto passa attraverso "file" inviati sul web. Dal telefonino ai media italiani e ai network internazionali, è l'epoca delle "news from you", le notizie fai da te. Con tutti i cambiamenti, i vantaggi e i rischi che questo comporta.

12 luglio 2013

Una donna alla Ville de Paris


 
Si profila una bella battaglia per la prossima corsa a Sindaco di Parigi, dove la "gauche" governa da 12 anni. Una campagna elettorale tutta "rosa" vedrà fronteggiarsi per la prima volta due donne particolarmente brillanti: Anne Hidalgo, candidata socialista, di origini spagnole (nata a Barcellona) e Nathalie Kosciusko-Morizet, quarantenne di origini polacche, ex ministra del governo Sarkozy. Una bella lezione anche per l’Italia.
La Hidalgo, delfina dell’attuale sindaco parigino Bertrand Delanoe, che è in carica da 14 anni ed ha rinunciato a presentarsi alle prossime elezioni amministrative del 2014, è iscritta al Partito Socialista dal 1994 ed è leggermente favorita nei sondaggi. Ha un carattere determinato e incuriosisce non solo i francesi. "El Pais" (Miguel Mora) ha fatto un bel ritratto di quella che ha definito la "orgullosa espanola". La Morizet viene da una famiglia borghese, cerca di presentarsi come rappresentante di una destra moderna e cosmopolita a caccia dei voti dei cosiddetti "bobos" (che sta per "bourgeois bohémien") di Parigi, è molto sensibile alle tematiche ambientali. Certo non le sarà facile l’impresa, ma potrebbe essere avvantaggiata dal quadro politico nazionale che in questa fase vede il premier Hollande in calo di consensi. Ma da qui al prossimo anno il barometro dei consensi per Hollande, soprattutto se la situazione economica migliorerà, potrebbe cambiare, tanto più che, a destra, l’UMP appare gravemente in crisi, lacerato dagli scandali, confuso e diviso dopo le ultime batoste elettorali. I duri dell’UMP, il movimento di estrema destra nazionalista "Bloc identitaire" non vedono di buon occhio la Morizet, infatti, durante le primarie per la candidatura alla Maire de Paris, hanno cercato di ostacolarla per il fatto che, alle recenti votazioni sulla legge sul matrimonio omossessuale, si è astenuta anziché votare contro. Chirac, che l’ha scoperta, la chiamava la "rompiscatole".
Anche la Hidalgo è una donna molto carismatica, che, non caso, il quotidiano di sinistra israeliano Haaretz ha definito "Una parigina per le masse". È figlia di immigrati sfuggiti al franchismo che si sono trasferiti a Lione nel 1961, quando lei aveva due anni. È femminista da sempre, ma contraria alle strumentalizzazioni della condizione femminile, tanto che a suo tempo non ha appoggiato la candidatura di Segolène Royal alle presidenziali. Poi per lei è arrivato l’importante appoggio ufficiale dell’attuale Sindaco Delanoë che la descrive come una "donna competente, autentica e determinata che sarà totalmente dedita a Parigi e ai Parigini e che possiede tutte le qualità per dirigere la Ville de Paris". Anne, alle prossime municipali, non potrà contare sull’appoggio del Partito comunista, che correrà stavolta da solo.
Insomma, quello tra Anne Hidalgo e Nathalie Morizet sarà un bel duello. C’è una cosa che francamente ti spiazza sentendole parlare: in Italia magari le troveremmo nello stesso partito, il PD! Eppure non è che la società civile francese sia, tutto sommato, tanto diversa da quella Italia o di altri paesi dell’Europa occidentale. Evidentemente, c’è una storia diversa, ma anche una società politica che funziona in modo molto differente.
Alessandra Panetta
 
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09 luglio 2013

Genova in libreria

Franco Monteverde
Sono Franco. Pagine di cultura a Genova dall'Istituto Gramsci a oggi
Genova,  Red@zione, 2013, pp. 249.
Descrizione
Questo libro è contemporaneamente la documentazione sull’attività svolta dall’Istituto Gramsci nella Genova degli anni Ottanta-Novanta del XIX secolo e – forse, soprattutto – un “discorso” sulla cultura e sulla cultura plitica in Liguria da quel periodo a oggi. Franco Monteverde, che del Gramsci (fondato nel 1973) fu direttore per quasi dieci anni, utilizza le molte informazioni conservate sugli incontri e le iniziative pubbliche dell’Istituto Gramsci per svolgere una serie di ragionamenti su Genova e su tutta la regione. La prima notazione è come, in buona parte, l’attività culturale di quel periodo (non solo del Gramsci, ma anche del Circolo Turati, del Gallo, di alcune riviste oggi scomparse) trovasse un radicamento nel dibattito sulla trasformazione della città. Di come discutere su temi urbanistici, giuridici, filosofici, politici, ma anche sull’arte, fosse molto spesso un modo per approfondire e presentare temi di attualità – o che avrebbero dovuto essere di attualità – per realizzare una “cultura del fare”. Ma questro libro è anche molto di più. Partendo dai temi discussi al Gramsci, Monteverde propone una propria visione di Genova che, partendo dalla storia, analizza il recente passato e giunge all’attualità, entrando tra le quinte delle trasformazioni, ma anche delle occasioni perdute, e guardando alle possibili sfide che ancora oggi si presentano ai genovesi. Dagli anni Ottanta del Novecento, il panorama cittadino e regionale è profondamento mutato sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista economico e politico. Quello che emerge in modo netto è come si sia in buona parte disperso, assieme alla voglia di discutere e di provare a realizzare un futuro, anche un significativo gruppo di uomini di cultura che volevano incontrarsi per ragionare assieme. Si è assistito a uno “sfrangiamento”, a un’atomizzazione che non favorisce né il dibattito né la ricerca di soluzioni utili a costruire un futuro. Monteverde, in una ricostruzione che è anche analisi e ricordo di tante persone in buona parte scomparse, prova a proporre di tornare a parlare, a discutere. E avanza anche alcune proposte per la Genova di domani.
Franco Monteverde (Genova 1933) studioso di eventi politici e sociali, è stato dirigente politico e amministratore del Comune di Genova e direttore dell'Istituto Gramsci Ligure. Ha pubblicato “La città mutante. Demografia e risorse di Genova” (Sagep 1984); “Le dinamiche demografiche in storia d'Italia. Le ragioni dall'unità ad oggi” (Einaudi 1995); “I liguri. Un'etnia tra Italia e Mediterraneo” (Vallecchi, 1995); “Sovranità e autonomie mediterranee. Genova e la Liguria” (Vallecchi, 1997); “Liguria Sovrana” (De Ferrari, 1999); “L'oltregiogo. Una terra strategica per l'Italia” (De Ferrari, 2006); “Il Limonte” (De Ferrari, 2009). In questa collana ha pubblicato “Volo libero sul 30 giugno 1960 a Genova” (2011). Dal 1998 è direttore del Centro internazionale di Cultura La Maona.

07 luglio 2013

In libreria

Adolfo Ceretti - Roberto Cornelli
Oltre la paura. Cinque riflessioni su criminalità, società e politica
Milano, Feltrinelli, 2013, 256 pp.

Descrizione
A fronte delle continue proposte di aumentare le pene, di incrementare la presenza e la visibilità delle forze di polizia e di adottare una politica di rigore nei confronti del degrado e delle inciviltà, di cui gli stranieri sarebbero i principali portatori, la sensazione per chi studia la “questione criminale” è che pochi opinion leader possiedano una conoscenza approfondita del campo penale, vale a dire di quella rete di istituzioni (tribunali, carceri, ospedali psichiatrici giudiziari, servizi sociali, case di lavoro, case di rieducazione, riformatori giudiziari ecc.) e di varie forme di relazioni supportate da agenzie, ideologie, pratiche discorsive, tra cui i saperi criminologici, sociologici, psichiatrico-forensi. Il dibattito pubblico si sviluppa infatti attorno a espressioni – come tolleranza zero, certezza della pena, lotta all’immigrazione – che, sebbene richieste dal codice politico bipartisan e invocate dalle proteste di piazza (mediatica), non sono in grado nemmeno di cogliere quali siano i problemi di insicurezza, convivenza e ordine caratteristici della vita nelle città. Questo libro intende contrastare la tendenza diffusa ad adagiarsi su soluzioni preconfezionate in un dibattito pubblico sclerotizzato, fornendo in modo semplice e chiaro alcuni spunti di riflessione sulla dimensione penale che possono essere utili come armamentario argomentativo per chi si interessa di politica. È un saggio di “criminologia politica”, che non discute quale politica del diritto, sociale, penitenziaria e del controllo sia più opportuno adottare per obiettivi specifici; approfondisce invece i fondamenti delle attuali politiche di sicurezza allo scopo di orientarle in senso democratico, in funzione di un progetto di società civile e aperta che sappia andare oltre la dimensione della paura nella convivenza.
 
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04 luglio 2013

In libreria

Nigel Warburton
 Libertà di parola
Milano, Raffaello Cortina Editore, 2013, 144 pp.

Descrizione
“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.” Questa frase, attribuita a Voltaire, è spesso citata dai sostenitori della libertà di parola. Eppure è raro trovare qualcuno pronto a difendere ogni espressione in ogni circostanza. Quali ne sono, dunque, i limiti? Nigel Warburton offre una guida concisa a questioni importanti che sfidano la società moderna sul valore della libertà di parola: dove dovrebbe tracciare la linea di confine una società civilizzata? Dovremmo essere liberi di offendere la religione di altre persone? Ci sono buone ragioni per censurare la pornografia? Internet ha cambiato tutto? Questa breve introduzione è un’analisi provocatoria, chiara e aggiornata dell’assunto liberale secondo cui è opportuno proteggere la libertà di parola a ogni costo.
 
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01 luglio 2013

Media per la società polifonica

Viviamo, per nascita contemporaneamente in due mondi, due comunità: nel cosmo (la natura) e nella polis (la città/stato). L’individuo è radicato in un cosmo, ma vive in città diverse, in territori diversi, diversi etnicità, gerarchie, nazioni e religioni. Ciò non genera esclusione, piuttosto produce una forma di appartenenza plurale inclusiva. Pertanto, tutti gli esseri umani sono uguali, ma appartengono a diversi stati, organizzati ed unità territoriali (polis). Nonostante questa pluralità, esiste un tabù mediatico che si impegna nel deferenziare l’uomo in orientale o occidentale, buono o cattivo, ricco e povero, io e l’altro. L’essere umano deve essere capito in una gamma di chiaroscuri e nello sfumature di colori. Per questo si ha bisogno d’informazione, sensibilità culturale, contesto sociale, politico, ecc. per potere canalizzare e riuscire a fare una critica ed una opinione con responsabilità.
A questo si riferisce Roger Silverstone quando racconta la storia di un fabbro afgano; un racconto molto illustrativo che fa capire il significato d’ un tabù mediatico fra la definizione dell’"altro". La vita, il pensiero, le abitudini, la cultura, l'educazione, la lingua, le tradizioni, ecc. Ogni essere umano è uguale a me, però  con tutte le sue differenze.
Oggi, nel mondo globalizzato e grazie ai media (i giornali, la radio, la televisione e il web) é possibile guardare lontano. Cosa significa questo? Significa che guardiamo attraverso un telescopio moderno (i media) il mondo ed a gli altri. Una mescola di culture polifoniche: il termine polifonia si definisce in musica uno stile compositivo che combina 2 o più voci (vocali e/o strumentali) indipendenti, mantenendosi differenti l’una dall’altra sia dal punto di vista melodico che ritmico, pur essendo regolate da principi armonici. Questo concetto descrive perfettamente il termino culture polifoniche, che osserviamo da lontano, dove ogni una si combina in voce, "la rappresenta" a livello internazionale, oppure "la esclude", al non essere presente in quel momento, in una scena globale.
Attualmente, è molto frequente questa ultima tendenza a escludere, criticare, etichettare, classificare, sub estimare all’ altro, attraverso lo che si vede e sente, però senza etica e responsabilità di stare veramente informato. Così, si prende con molto leggerezza una notizia e le informazione sull’altro. E responsabile tanto chi trasmette, tanto chi riceve la notizia (giornalisti, registi, narratori, produttori di immagini, i propri soggetti, spettatori ed ascoltatori) indagare sulle fonte più genuine della informazione.
Per altra parte, si può parlare dell’esistenza di’ una enorme disuguaglianza. Disuguaglianza di acceso alla informazione, a la educazione, ad essere partecipe e portavoce culturale delle minoranze(che tante volte non hanno acceso ai media locali come un radio o televisione, di meno si può pretendere a parlare dei media globali). Dove il potere di sua voce resta nascosto, ignorato, sub estimato, per il fatto che se no è visibile in media, si può credere che non esiste.
Come interferisce questo potere in media e cosa è il potere? Il concetto di potere per Machiavelli, è stato la capacità che ha un governante (Il Principe) di vincere a suoi avversai. Dominare sui sudditi e perpetuarsi in quello stato di potere, dove, per potere arrivare a questi obiettivi, qualsiasi mezzi sono stati giustificati. Così, in una frase, Machiavelli diceva: che il fine giustifica i mezzi. Quindi, il Potere dei media è un arma a doppia lama, perché può essere vincolo di unione e allo stesso un indicatore di separazione fra le culture, le minoranze e il uomo. Cosi, come può alzare la voce e dare a conoscere una cultura sconosciuta, uno stilo di vita: le tribù persi come la Zoè (comunità primitiva del Brasile), condannare una tribù urbana de delinquenti come Los Salvatruchas (originari d’ El Salvador, presente in Guatemala, Honduras, Messico e gli Stati Uniti). Può esibire o cancellare una identità. Si a questo, aggiungiamo che il potere e immerso in una riviera d’ interessi politici che favoriscono ai particolari, non è veramente genuino lo che a volte si può trasmettere e ricevere noi gli espettori (si anche siamo apatici, passivi a cercare diverse fonti d’ informazione), quindi attraverso i media che usano la notizia, si può arrivare a disinformare, manipolazione, ingannare, usufruire ed creare uno spazio d’ ignoranza in un popolo che non ha la responsabilità d’ indagare, leggere, investigare, sostentare quello che li arriva in forma di notizia.I mass media, come internet, contribuisce alla diffusione delle arene di attività politica e culturale, spingendole anche verso i margini e le periferie. Può significare la medicina o il veleno.
Insomma, il principale ruolo culturale dei mezzi di comunicazione di massa consiste in questo: una media-zione infinita tra deferenza e uguaglianza. Media è uguale allo spazio del apparire, della apertura d’una finestra alla comunicazione col mondo, con gli altri, con la cultura polifonica, con la pluralità oppure la disuguaglianza. Una volta che i mezzi di comunicazione hanno aperto una finestra sul mondo, non possiamo certo fare finta che là fuori non ci sia niente.
Per concludere: é vitale, svolgere una responsabilità verso quello che si vede e si ascolta. E la semplice visione di certe immagini non significa certo che ci crediamo in condizionalmente né che le comprendiamo appieno, per capire non basta guardare.
Dovemmo indagare, mettere in dubbio quello si vede, che si sente in nostra società e ‘vita pubblica’.
Sandra Nelly Flores Ugarte
 
 
Roger Silverstone
Mediapolis. La responsabilità dei media nella civiltà globale.
Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp. 311.

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29 giugno 2013

Margherita Hack

"Ma di certo, l’enigma più grande e straordinario, ancora più che l’universo, è la nostra mente, di cui ancora sappiamo tanto poco, molto meno di quello che essa ha capito dell’universo.” 
Margherita Hack
 

*M. Hack, Il mio infinito, Milano, Dalai, 2011.


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