Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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16 giugno 2014

Il porto di Genova


Lunedì 16 giugno 2014 h. 17,30 presso la Sala del Capitano di Palazzo San Giorgio (via della Mercanzia 2) l'Autorità Portuale di Genova e la Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie promuovono la presentazione del documentario di Salvatore Vento  "IL PORTO DI GENOVA LE RADICI DEL FUTURO" una video produzione di Ugo Nuzzo (Video Voyagers). Un percorso nella storia delle trasformazioni del lavoro portuale e dei rapporti con la città raccontati dai lavoratori della Compagnia, dai suoi Consoli e dai diversi Presidenti che si sono succeduti nel CAP e nell'Autorità portuale. Dopo il documentario, seguirà il dibattito con interventi di Antonio Benvenuti (Console Culmv), Giambattista D'Aste (Segretario generale A.P.), Rappresentante del Comune di Genova. Coordina Francesco Ferrari (resp. Economia Il Secolo XIX). Sarà presente Massimo Ferrario (Direttore Rai Liguria).

14 giugno 2014

La cultura è ricchezza

"La cultura è per noi leva determinante ed essenziale non per il dominio, ma per la liberazione di ogni singolo individuo e della società nel suo complesso. Quanto più avanza la conoscenza scientifica e quanto più sofisticate si fanno le tecniche tanto più assurdo appare il ruolo marginale assegnato alle forze della cultura e del sapere. È ormai ovunque necessaria una capacità di previsione e di programmazione e tale capacità vuoi dire rapporto continuo tra politica e conoscenza, tra istituzioni democratiche e mondo della cultura e del sapere. Senza una tale razionale capacità di previsione e di programmazione le stesse conquiste della scienza e della tecnica possono rivolgersi contro l'uomo, anziché a suo vantaggio. Il pensiero ancora oggi dominante è che la natura sia da considerare come una sorta di mezzo di produzione, da sfruttare in modo indiscriminato e quando, soprattutto fra le giovani generazioni, si diffonde un senti mento di ripulsa verso questa concezione si obietta da parte di molti che non si vuole tener conto della preminenza delle necessità economiche; ma è proprio qui l'arretratezza culturale. Oggi, al contrario, è perfettamente concepibile uno sviluppo che non avvenga facendo irrimediabile violenza alla natura. Oggi le tecnologie offrono straordinarie possibilità tra loro alternative. E se non si sarà capaci di scegliere tra le diverse tecnologie quelle che consentono di rispettare la natura come un valore da salvaguardare con ogni sforzo, saranno alla fine negativi anche i conti economici. L'ambiente è anch'esso una risorsa e la sua dissipazione è un danno anche economico. Deve essere messa sotto accusa la politica generale, ma anche l'ignoranza e l'incultura che l'hanno generata. Niente può giustificare l'incuria o peggio l'abbandono alla speculazione, al saccheggio, ai furti sistematici del più straordinario patrimonio cultura le che esista nel mondo ereditato dalle grandi civiltà che, fatto pressoché unico, si sono succedute in Italia. In Italia in Italia, viviamo immersi in una ricchezza di testimonianze di epoche diverse, di civiltà che si sono succedute senza uguali, rispetto a tutti gli altri paesi dell'Europa. Questa ricchezza di beni esige tutela e valorizzazione già per il fatto che essa appartiene propriamente non solo a noi italiani, ma a tutta l'umanità. L'Italia ha verso gli uomini tutti, anche verso quelli che verranno dopo di noi, la responsabilità di salvare e conservare documenti che sono indispensabili a fare non appiattite ma alte, fornite di memoria storica, dotate di molti modelli ideali, le civiltà degli uomini di oggi e di domani. Certamente le regioni e gli enti locali più sensibili possono curare e curano questa ricchezza di valori e di testimonianze, come il comune di questo capoluogo. Ma per quanto siano efficaci gli sforzi e le iniziative loro, essi non possono bastare se manca il complessivo impegno dello Stato. Assurda appare la destinazione nel bilancio statale di somme tanto esigue ai beni culturali, zeroventicinque per cento del totale: la cifra si commenta da sola. In primo luogo i beni culturali costituiscono una risorsa per tutto il nostro popolo, che può svilupparsi a contatto con gli universi del passato e della bellezza, così naturalmente aprendosi al senso della complessiva vicenda umana, al senso critico verso il presente. La cultura di un popolo che utilizza largamente la pagina scritta, il documento, è cultura che si predispone a essere riflessione, consapevolezza scientifica, spirito critico contro le sottoculture che minacciano di diffondersi all'insegna dell'evasione, dell'irrazionale con quanto ne può derivare di smarrimento dell'identità nazionale, sociale, umana. La nostra critica al bilancio dello Stato è fondata anche su un'altra ragione incontestabile da ogni parte. La nostra ricchezza di beni culturali rappresenta infatti la possibilità di acquisire altra ricchezza. Possiamo essere ben più che un polo del turismo internazionale e di un turismo meno frettoloso e culturalmente più qualificato. Possiamo nei diversi settori dei beni culturali porci all'avanguardia; possiamo essere una capitale internazionale della ricerca nell'architettura, nell'archeologia, nella storiografia, nella storia dell'arte, nella biblioteconomia. Il fatto è che tutta la questione della cultura, dai beni culturali alla scuola, alla ricerca scientifica, indica l'esigenza di una nuova concezione della spesa statale e della sua distribuzione; un'altra concezione, non solo della quantità, ma della qualità dell'intervento pubblico. Il bisogno di progettualità e di programma asserito fin dall'inizio dal pensiero socialista, si fa oggi stringente e diventa un bisogno assoluto e un programma per l'Italia deve intendere la centralità della questione culturale come grande questione nazionale. Non si rimane nell'area dello sviluppo senza un balzo in avanti nella ricerca scientifica, senza una più alta tecnologia, senza una più elevata e diffusa cultura. Noi abbiamo proposto misure specifiche in ogni settore della vita e dell'organizzazione della cultura e ci batteremo per esse, ma l'insieme di questo tema ci rimanda inevitabilmente ai problemi dell'orientamento generale della politica del paese".
Enrico Berlinguer

E.Berlinguer, I beni culturali sono una ricchezza che produce ricchezza.
"l'Unità", 8.6.2014

11 giugno 2014

Interviste senza filtro


sgretolamento
[sgre-to-la-mén-to] s.m.
 1 Riduzione in frammenti di un materiale o di un oggetto SIN frantumazione, sbriciolamento
  2 fig. Demolizione di una tesi, di un argomento e sim.


Una combinazione di questi significati è ciò che Antonio Ferrari fa emergere dalle voci senza filtro che ha ascoltato nella sua carriera, raccogliendo con l’inseparabile registratore le più salienti interviste ai leader politici degli anni ’80, nel contesto dei territori dell’Est europeo e Medio Oriente. Sono gli anni della guerra fredda in cui il preludio della fine è vicino, il Muro di Berlino comincia a sgretolarsi e iniziano a intravedersi crepe e spiragli di luce prima del crollo definitivo.
Ferrari, inviato speciale del "Corriere della Sera" dal 1973, propone al lettore una carrellata di 28 interviste che hanno segnato profondamente il suo lavoro di giornalista come ricercatore di verità; un aspetto che diverse volte, lungo la narrazione, non teme di  sottolineare accennando genericamente a comportamenti non troppo felici di colleghi “schierati”.
Le voci senza filtro sono le risposte alle domande, a volte spinose, che Ferrari rivolge ai potenti di questo panorama politico, ottenute talvolta anche per eventi fortuiti, come l’incontro con Helmut Schmidt, o di ripiego, come nel caso dell’intervista al regista cecoslovacco Juro Jakubisko.
Ciò che si sgretola è la facciata di questi uomini e dalle crepe emergono spiragli di umanità celati sotto la corazza che questi protagonisti della politica internazionale si sono dovuti creare per il loro ruolo, forse per difesa, ma che Ferrari è abilissimo a descrivere cogliendo le sfumature di ogni personalità durante i suoi incontri, stupendosi per l’abitudine dell’ex primo ministro e presidente turco Turgut Özal di leggere i fumetti di Tex Willer per alleviare la tensione.
Nonostante l’importanza dei suoi interlocutori, il protagonista è lui, Ferrari, l’inviato speciale chiamato dal direttore del “Corriere” Cavallari a partire immediatamente per Sofia, perché “di lui si fida ciecamente, è sveglio e ha grinta”. Ѐ guidato dall’amore per il suo lavoro e da un’irrefrenabile curiosità che lo porta a spostarsi continuamente dai paesi dell’Est europeo a quelli del Medio Oriente, rendendo partecipi noi lettori della sua attività di corrispondente di guerra, del suo modus operandi, delle sue emozioni e di quelle dei colleghi italiani con cui ha condiviso le trasferte, l’elogio all’amico e collega turco Ugur Mumcu con cui ha sofferto le gioie dei successi e i dolori degli insuccessi, messo a tacere per sempre a causa della scomodità delle sue inchieste.
Ferrari scrive: "Il problema non è la paura. Il problema è quello di non cadere in qualche trappola. Di non avere tutti gli strumenti per prevenirla e soprattutto per evitarla." Ecco che il corrispondente di guerra convive con una quotidiana censura che non dovrebbe più esistere, o almeno così viene fatto intendere, ma che non proprio sottilmente compare interrompendo le telefonate che il giornalista fa da Gerusalemme in Italia per trasmettere ai dimafonisti il pezzo pronto per essere pubblicato; l’inviato sopravvive ai controlli cui vengono sottoposti gli articoli prima di essere trasmessi alla redazione in Italia e ascolta, seppur controvoglia, il consiglio dell’ambasciata irachena a non partire per Bagdad, dopo l’intervista con il vice presidente dell’Iraq Taha Yassin Ramadan.
Le esperienze vissute da chi è sul campo in prima linea appassionano il lettore, permettendogli di comprendere nella comodità della propria casa, ciò che sta dietro la  mera intervista e il semplice scambio di battute, spesso già concordate; lo scopo di chi domanda è quello di voler giungere al cuore della notizia, “non la spicciola verità che tutti sarebbero obbligati a credere”, con l’intento di sgretolare e far comparire quella verità recondita che sta dietro a ciò che ci vogliono far intendere. 
Giulia Mazzucchelli  


Antonio Ferrari 
Sgretolamento. Voci senza filtro
Milano, Jaka Book, 2013 

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10 giugno 2014

Un manuale per capire i media

Il primo pensiero che attraversa la mente di chi legge il manuale di Giuseppe Tipaldo, L’analisi del contenuto e i mass media, è quello di trovarsi di fronte a una lettura complessa e adatta ai ricercatori.
E, in fin dei conti, non sarebbe un errore pensarlo.
La struttura del testo di Tipaldo è suddivisa in due parti ben distinte che sviscerano l’argomento dell’analisi dei media.
Nella prima, si discute in maniera più generale dell’analisi del contenuto nella ricerca sociale mentre nella seconda, che occupa solamente un quinto dell’intero manuale, Tipaldo si occupa di come fare concretamente un analisi del contenuto sui mass media.
La prima parte si presenta divisa in tre capitoli, come la seconda.
Sin dal principio del manuale, si evince l’attenzione che Tipaldo intende dare alla parte teorica e metodologica sul lavoro dei media e sulla ricerca storico-sociale. L’autore cita Topolski, che viene in suo aiuto per risolvere “la disputa intorno al fatto storico”. I fatti si possono intendere in maniera ontologica, ovvero nella loro concretezza e oggettività: indipendentemente dal soggetto che li apprende, essi esistono; oppure possono essere interpretati in maniera epistemologica, ovvero come una costruzione scientifica. Con Topolski, Tipaldo unisce queste due “visioni storiche” in una sola, che riconosce contemporaneamente l’esistenza della realtà storica come oggetto della ricerca e del ruolo conoscitivo dell’intelletto storico.
Il manuale fornisce anche una tassonomia dei documenti naturali che possono essere analizzati per quanto riguarda i media. Essi sono divisi in “documenti artificiali” e “documenti naturali”. Questi ultimi possono essere testi scritti, iconici, orali, audiovisivi o ipertesti e fanno parte dei processi di comunicazione, mentre i manufatti e le tracce sono processi di significazione e non vengono considerati testi dal sociologo, al contrario del semiologo.
Il manuale non può esimersi dallo spiegare che cosa si intenda per “analisi del contenuto”.
L’autore la definisce citando il lavoro della studiosa Amaturo (2013) come “una tecnica controversa” e distingue tra componenti interne al testo, proprietà della fonte di un testo e dato emergente del processo di analisi. Una delle definizioni date dal manuale su “analisi del contenuto”, che mi pare essere la più interessante, è quella della già citata Amaturo: “L’analisi del contenuto è una tecnica per la scomposizione di qualunque tipo di messaggio –generalmente proveniente dai mezzi di comunicazione di massa- in elementi costitutivi più semplici, di cui è possibile calcolare la ricorrenza per ulteriori elaborazioni e dopo procedimenti di classificazione in categorie” (Amaturo, 1993).
In vista di un’analisi del contenuto e dei metodi per fare ricerca nel campo dei mass media, Tipaldo ci ricorda come, citando Goffman in Cardano (2012), “gli interlocutori si preoccupano innanzitutto di salare la faccia, lasciando a noi il compito di leggere tra le righe”.
Questa citazione ci ricorda che gli attori in scena nei media sono sempre (o almeno, quelli più “allenati” a farlo) inclini a parlare “a favore di camera”: ogni loro discussione, intervista o intervento parte da una conoscenza dei meccanismi della media logic. Sta al ricercatore capire che cosa c’è “tra le righe”.
L’autore porta poi il lettore a interrogarsi su cosa possa servire l’analisi del contenuto. “A cosa serve?” è una domanda assolutamente legittima in tutti i campi ma soprattutto nei media studies. Per rispondere, basterebbe sapere che nei dodici anni della scuola primaria e secondaria, 11.000 ore sono passate dagli adolescenti nelle aule scolastiche, a fronte delle 15.000 ore trascorse guardando la TV e delle 10.500 impiegate nell’ascolto della popular music.
Tipaldo, tuttavia, fornisce ancora altre motivazioni: dalla critica delle fonti alla definizione dei profili sociografici degli individui, dall’analisi delle tecnologie a quelle sugli effetti dei media, con attenzione variabile ore all’emittente, ora al canale, ora al destinatario.
La successiva descrizione dell’analisi del contenuto vera e propria, di come essa è teoricamente intesa, fornisce ampio respiro alle possibili ricerche e ce ne svela la complessità.
Chi pensava di aver di fronte a sé un manuale che parla prettamente di studi già svolti, arrivato a questo punto, capirà di aver sbagliato. Oltre metà del testo, infatti, e già dalla prima parte, propone non soltanto i diversi metodi di ricerca, ma entra nello specifico di ciascuno esponendo formule e modus operandi statistici.
Si spazia dall’analisi del contenuto tradizionale (semantica quantitativa) alle analisi delle corrispondenze lessicali, fino all’analisi proposizionale del discorso. In ogni tipologia di analisi vengono spiegati i metodi e le formule utilizzate, ad esempio, per comprendere la dispersione delle parole chiave (ovvero quanto si somigliano parti di diversi testi), oppure nell’analizzare le proposizioni in ogni loro parte (verbi, congiunzioni, complementi) in modo da comprendere le strutture dei discorsi.
In tutto ciò, è la statistica a fare da collante. In tutto il manuale sono presenti le formule necessarie al lavoro sul testo (o sui manufatti, o sulle tracce).
Tipaldo non risparmia un’occhiata al blog di Beppe Grillo quando cita l’analisi automatica dei testi. Tramite i software che compongono matrici ed elaborano dati, è possibile, anche qui con le adeguate formule, esaminare i temi trattati in maniera grafica ma anche, e soprattutto, analizzare le specificità.
Ciò significa comprendere quali sono le parole che, in un testo, variano rispetto “alla routine” di tutti i giorni diventando parole chiave da tenere sotto controllo.
Nella seconda e ultima parte del manuale, Tipaldo ci presenta alcuni casi di analisi realmente effettuate, in modo da rendere più “reale” l’analisi del contenuto sui media.
Ad esempio, viene riportata una ricerca su 144 articoli di principali quotidiani di Torino e Trento sulle faccende legate alla costruzione di un inceneritore, analizzando quanto spesso fosse presente una story prominence o vi fosse invece una modalità retorica-persuasiva, il tutto facendo attenzione al luogo fisico, all’interno del giornale, dove ciò avviene.
Non mancano gli esempi su TV e web, anche se nel caso di quest’ultimo il manuale sottolinea la complicatezza di eventuali analisi.
Vengono proposti diversi algoritmi di ricerca da utilizzare sui dati audiovisivi della televisione, oltre a sottolineare l’importanza del social media Twitter: tramite gli hastags e i trend, infatti, la ricerca e l’analisi sul contenuto diventa più facile per il ricercatore, anche se, al contempo, vengono fatte notare le difficoltà di accesso allo storehose, ovvero all’insieme di tutti i tweet “cinguettati” in passato.
Il manuale si conclude con un’interessante ricerca sulle elezioni italiane del 2013, dove Tipaldo mostra alcuni diagrammi e coefficienti di associazione al lemma “paura”, possibilità di frequenza che a una certa parola ne segua o ne preceda un’altra, la quantità di parole chiave durante le diverse fasce orarie. Termini importanti per una ricerca seria sono, per Tipaldo, sono l’attendibilità, la validità, la stabilità e la riproducibilità dei risultati.
Alla luce di quanto scritto, sicuramente il manuale di Giuseppe Tipaldo non può essere considerato un “manuale soprammobile”. Esso è infatti un libro che vuole essere una guida per eventuali ricerche nel campo dei media, o per aprire una porta verso i media studies e la media education.
Uno scritto che prevede una sua utilizzazione attiva, sul campo, che promette di essere un ottimo apripista per futuri ricercatori.
Matteo Rinaldi



Giuseppe Tipaldo

L’analisi del contenuto e i mass media
Il Mulino, Bologna, 2014

09 giugno 2014

“Anatomia di un istante”: il romanzo che racconta una storia vera





«Una delle opere capitali della letteratura spagnola contemporanea... Cercas ha saputo illuminare un momento cruciale della storia della Spagna... Il lettore sa che la vicenda raccontata è vera, ma grazie all’abilità letteraria di Javier Cercas percepisce la verità come frutto di immaginazione romanzesca.» Queste parole di Alberto Manguel si possono leggere sulla quarta di copertina di Anatomia di un istante e descrivono perfettamente un romanzo che racconta una vicenda realmente accaduta e regala molti spunti di riflessione sulla storia della Spagna e del suo popolo.
Anatomia di un istante è nelle librerie italiane dal 2010 e merita di essere letto per approfondire la storia della Spagna, un Paese che, come il nostro, ha vissuto un periodo di dittatura. Nel libro sono presenti due figure fondamentali per la storia dello stato spagnolo: Juan Carlos, il Re, che ha abdicato il 2 giugno, e, soprattutto, Adolfo Suárez, l’uomo politico che ha guidato la Spagna nella transizione alla democrazia. Suárez è scomparso il 23 marzo e la Spagna lo ha salutato con tre giorni di lutto nazionale.
Javier Cercas con questo libro riporta con la mente il lettore al 23 febbraio 1981, momento cruciale per la Spagna, a causa di un tentativo di colpo di stato. Di fronte agli spari dei militari, i politici si spaventano e cercano di proteggersi, mentre l’allora Presidente del Consiglio Suárez rimane seduto sul suo scranno, passando così alla storia come un “difensore della democrazia”. L’intervento in televisione del Re uscente Juan Carlos, vestito con abiti militari, si rivelerà fondamentale per il fallimento del colpo di stato.
Javier Cercas riflette sul colpo di stato del 1981, sulla figura di Suárez e sulle motivazioni che lo hanno indotto a comportarsi diversamente dagli altri. Leggere questo libro si può rivelare un’esperienza molto interessante perché l’autore scrive quello che pensa. Quando descrive Suárez, Cercas non tralascia le ambiguità legate alla sua figura e quando cita l’importanza del ruolo del Re nello sventare il colpo di stato non manca di attribuirgli anche delle colpe. 
Anatomia di un istante merita di essere letto fino alla fine. Se l’inizio del libro è coinvolgente, la fine è quasi commovente. Inoltre, la bibliografia e le note rappresentano davvero una risorsa a dir poco preziosa per gli interessati ad approfondire ulteriormente l’argomento.
Sara Pastorino


Javier Cercas
 Anatomia di un istante,  
Parma, Ugo Guanda Editore, 2010, 468 pp.

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08 giugno 2014

Soma e il destino della Turchia

In Turchia tutto è iniziato martedì 13 maggio scorso, quando un’esplosione nella miniera di Soma ha messo il Paese di fronte al peggiore disastro minerario della sua storia. Le fonti ufficiali parlano di 301 morti accertate. Al momento dell’incidente si trovavano sottosuolo all’incirca 800 lavoratori, di cui 450 sono stati tratti in salvo nelle immediatezze del fatto.
Il bacino di Soma è la seconda più grande area di estrazione della lignite in Turchia. A causa della sua bassa capacità energetica, la lignite è considerata il rango più basso del carbone. Circa il 90% della produzione proviene dalle miniere di superficie. Il restante 10% è sotterraneo ed è conveniente solo se i costi sono ridotti al minimo - con salari bassi e standard di sicurezza.
Sembra che l'esplosione sia avvenuta quando un trasformatore è esploso. Sarebbe stato un incidente di questo tipo a provocare gli incendi che hanno consumato tutto l'ossigeno nella miniera, oppure potrebbe darsi che la concentrazione di metano, monossido di carbonio e polvere di carbone nella fossa avessero comportato un'esplosione. Secondo gli esperti, comunque, la combinazione di questi avrebbero aumentato ulteriormente la polvere e provocato un’ulteriore esplosione, creando così un effetto a catena. L'unico modo per fermarlo sarebbe stata la presenza di riserve d'acqua sotterranee che avrebbero dovuto inondare i tunnel in caso di esplosione. Ma tali riserve, nella miniera Soma, non c’erano. Così come assenti erano adeguate vie di fuga di emergenza. Questo almeno è quanto riferiscono testimoni oculari.
Le accuse a questo riguardo sono state lanciate subito dopo l’accaduto e sono in gran parte state ignorate dai media filo-governativi. Ma questo ha contribuito a far crescere la rabbia della cittadinanza di Soma, rivolta in primo luogo ai dirigenti della miniera, ai politici e all’AKP. Guidato dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan, il partito islamista neoliberista con radici di centro-destra è salito al potere nel 2002 durante una delle più gravi crisi economiche della Turchia. Alla richiesta specifica di riforme da parte del Fondo Monetario Internazionale, il partito ha risposto abbassando i livelli di supporto di assistenza sociale, deregolamentando molti settori, riducendo il potere dei sindacati e introducendo ampie privatizzazioni. Queste politiche spiccatamente neo-liberiste hanno riscontrato un buon successo iniziale ed in effetti il piano di Erdogan è riuscito a riavviare l'economia e creare nuovi posti di lavoro.
Prima del 2005, la miniera Soma era di proprietà dello Stato. Nel 2007 è stata assorbita dalla società privata Soma Holding. In un'intervista del 2012, il CEO di Soam Holding, Alp Gürkan, vantava di aver ridotto i costi di produzione di una tonnellata di carbone da $140 a $23,80, mentre il fatturato risultava più che raddoppiato. Il salario medio mensile per un minatore in Soma è di sole 1.200 TL (€420), nonostante il lavoro sia pericoloso ed estremamente stressante. 
Avvertimenti ignorati
Özel Ozgur, membro del Parlamento per il Partito del Popolo Repubblicano (CHP) dal 2011, ha presentato una mozione nell’ottobre 2013 chiedendo una commissione indipendente per indagare su una serie di incidenti nella miniera Soma. "Il governo non si preoccupa per la vita dei lavoratori!", ha dichiarato il portavoce del gruppo. Tre settimane prima dell’incidente, l'AKP ha votato contro la commissione, con Erdogan che ha dichiarato sprezzante che l'opposizione non deve intasare il sistema con tali banalità. "Il governo ha ignorato i nostri avvertimenti!" dice ancora Özel. Ad alzare la voce anche l'Unione delle Camere degli Ingegneri e Architetti turchi, la quale sostiene che l'industria mineraria è stata consegnata ad individui e aziende "incompetenti, mal equipaggiati e inesperti", con una produzione spinta ai suoi limiti, al fine di aumentare i profitti nel più breve tempo possibile.
Nel frattempo, un rapporto dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) rivela che in Europa, nel 2012, il numero più alto di incidenti sul lavoro si è riscontrato proprio in Turchia (tra due e quattro morti al giorno).
Lo stesso rapporto allude alle promozioni politicamente motivate ​​di persone incompetenti in posizioni chiave e ad un rilassamento dei controlli statali. Fattori che rendono gli incidenti quasi inevitabili. Questo incidente solleva non da ultimo una questione di responsabilità. L'AKP ha sempre preteso di essere il partito dell’ "uomo comune". In realtà non è la prima occasione in cui dimostra di essere il partito del denaro e della corruzione. Basti pensare che Soma è situata nella provincia di Manisa, sede della più grande base di sostegno dell'AKP.
Risposte ciniche
In questa occasione il governo turco ha deciso di avere un approccio alla vicenda addirittura cinico, additando il destino (Kader) come primo responsabile dell’accaduto. "Se si va al mare, ci si potrebbe trovare coinvolti in una tempesta", ha detto il portavoce dell’AKP Hüseyin Çelik. E 'stato uno dei commenti più miti emessi dalle fila del AKP di Erdogan.Nel complesso, il comportamento del partito a ridosso dell’accaduto ricorda a un catalogo di gaffes e insulti. Durante la sua visita a Soma, Erdogan è stato fischiato da una folla inferocita riunita di fronte ad un edificio della banca HSBC ed è stato costretto a trovare riparo con il suo entourage all’interno un supermercato nelle vicinanze. Il Premier avrebbe chiamato uno dei manifestanti un "incursore israeliano". Le azioni sono state catturate da video amatoriali e non e le immagini degli scontri con i manifestanti dimostrano come anche Erdogan stesso sia stato coinvolto.
Da non dimenticare è stata poi una gaffe commessa dal Primo ministro stesso quando, in una conferenza stampa a Soma, ha paragonato quanto avvenuto agli incidenti minerari dell’Inghilterra del XIX secolo, osservando con nonchalance che gli incidenti sono "cioò che accade nelle miniere di carbone". "Fatemi andare indietro nel tempo", ha detto. "In una diapositiva dell’Inghilterra del 1862, si vede chiaramente come 204 persone siano morte; nel 1866, 361 persone sono morte; e in una esplosione, sempre in Inghilterra ,nel 1894, ben 290 sono morti." Non è riuscito in questa situazione a pronunciare una sola parola di rammarico per la morte dei minatori, per le vedove e per i numerosi bambini rimasti orfani, così come per intere comunità che ora si trovano ad affrontare un lutto di massa, come ad esempio Elmadere, villaggio di 120 anime in cui almeno un uomo per ogni famiglia ha trovato impiego in miniera. Una fotografia di un membro dell’esecutivo di Erdogan che prede a calci un manifestante ha fatto poi il giro del mondo, diventando simbolo della prepotenza del regime.
Sullo slancio delle proteste a Soma, cortei si sono riuniti ad Ankara, Istanbul ed Izmir, dove oltre 20.000 persone sono scese in piazza. A Istanbul sono state erette barricate,e i dimostranti hanno dipinto la loro faccia di bianco e marciato attraverso la città con in testa caschi da minatore come segno di solidarietà. Ma il loro messaggio è caduto nel vuoto.
 Il destino della Turchia
"Erdogan ha parlato di 'destino' in risposta a Soma,",dice Ahmet Sik, giornalista e attivista turco. "I parenti dei morti cercano conforto in questa stessa idea. Lo stato h deciso di ricorrere a questo tipo di retorica, di fare appello ai sentimenti religiosi delle vittime per placare i loro animi, ed è una strategia che funziona." Sik prevede che le elezioni presidenziali di Agosto, alle quali Erdogan sta valutando di candidarsi, mostreranno se i cittadini sono pronti a farlo cadere o se l’attuale Primo Ministro è ancora percepito come il "destino" della Turchia. Esiste ovviamente una terza alternativa, con metà del Paese a votare per lui per mancanza di alternative, e l’altra metà a detestarlo e bramare vendetta. Questa polarizzazione della società turca si riflette anche in Germania, quarta circoscrizione di Erdogan. Il leader turco è comparso ad una manifestazione a Colonia alla fine di maggio e decine di migliaia di emigrati dalla Turchia sono scesi in piazza in segno di protesta. Un numero analogo di dimostranti sono scesi a loro volta sulle strade per sostenerlo.
Ciò che è chiaro, in tutto questo, è che Erdogan non potrà più contare su alcun sostegno ad Elmadere, il villaggio alla fine di una strada sterrata di sabbia che si snoda attraverso le montagne, a Soma, Turchia occidentale.

Monica Callegher 

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06 giugno 2014

Uno sguardo al futuro, con la nostalgia del passato

Angelo Agostini, giornalista e studioso dei media scomparso improvvisamente nei mesi scorsi, è stato uno studioso attento dello scenario del giornalismo italiano e direttore della rivista “Problemi dell’informazione”. Nel suo libro Giornalismi. Media e giornalisti in Italia, ha cercato di mettere ordine nel mondo della comunicazione giornalistica in Italia, partendo dagli anni settanta del secolo scorso, fino ad arrivare quasi ai giorni nostri, per vedere se la professione del giornalista ha ancora un senso nell’epoca delle televisioni commerciali e delle tecnologie digitali.
 La prima edizione di questo libro è datata 2004, mentre la seconda è del 2012. L’autore ha voluto rimettere mano alla sua opera, dopo quasi dieci anni, integrandola con un ulteriore capitolo dedicato al nuovo modo di fare giornalismo.
 Nella prima parte del libro, corrispondente ai capitoli I-II-III, Agostini ripercorre la storia del giornalismo italiano dal 1975 al 2000.
L’autore evidenzia che gli anni ottanta sono stati il punto di rottura che ha dato vita all’attuale forma dei media in Italia, perché è proprio in quel periodo che viene emanata la legge sull’editoria, la quale spinge il piede sull’acceleratore per la modernizzazione dei vari processi produttivi, con una conseguente ristrutturazione delle aziende editoriali. A questo, va aggiunta anche la creazione di una solida emittenza privata, la quale va a modificare il campo della comunicazione sia sul piano commerciale che su quello pubblicitario.
 Agostini mette in risalto le due figure chiave di questo processo: Eugenio Scalfari e Silvio Berlusconi. Il primo con la sua Repubblica, che grazie all’impiego e all’utilizzo di nuovi stili, formati e linguaggi, riesce a realizzare un quotidiano nuovo, che si confronta sempre di più con l’opinione del pubblico, elemento cardine di questa testata. Il secondo, invece, ha dato il suo “contributo” sia con il mercato pubblicitario che con le sue televisioni.
 Continuando con la sua analisi, l’autore del libro scrive che, a causa dei rinnovamenti sopracitati, i giornali diventano una vera e propria industria e, allo stesso tempo, che i giornalisti devono riuscire a far convivere pacificamente le linee editoriali proprie delle testate giornalistiche di cui fanno parte con le necessità imprenditoriali.
Lo scopo finale da raggiungere è il profitto, e le imprese editoriali fanno a gara tra di loro per andare alla ricerca di nuovi stili e nuovi prodotti per battere la concorrenza, anche a discapito della qualità del lavoro.
 Il fattore decisivo che ha cambiato in tutto e per tutto il mestiere del giornalista è stata la diffusione sempre più capillare e massiccia di Internet, con la quale si arriva ad una nuova svolta, analizzata in modo significativo nel capitolo IV, quello aggiunto in seguito dallo stesso Agostini.
Che la si veda o sotto l’ottica di un canale o sotto quella di un supporto di contenuti informativi, è innegabile che la rete telematica ha cambiato e rivoluzionato in maniera preponderante il tradizionale lavoro del giornalista. Inoltre, e forse qui sta la sorpresa, grazie a questo nuovo strumento, si viene a scoprire non solo che il giornale cartaceo è compatibile con la sua controparte digitale, ma che i due mezzi di comunicazione sono complementari per la riuscita dell’offerta di un’informazione sempre più tempestiva e approfondita.
 Con l’arrivo delle nuove tecnologie, entrano in scena anche nuove figure, come quella del grafico digitale, che da qualche anno a questa parte, lavora a stretto contatto con il giornalista vero e proprio, la cui identità professionale viene così trasformata e cambiata radicalmente.
 Pur riconoscendo la grandezza e l’utilizzo delle nuove tecnologie, nonché l’impatto che queste hanno sia sul pubblico che sull’informazione in generale, Angelo Agostini lascia trasparire dalle sue parole una sorta di vera e propria nostalgia nei confronti di un giornalismo che al giorno d’oggi è semplicemente perduto, ovvero quello di un giornalismo più semplice e, sostanzialmente, artigianale.
Daniele Scutellà 


Angelo Agostini
Giornalismi. Media e giornalisti in Italia
Bologna, Il Mulino, 2012 (prima edizione 2004), 240 pp.

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05 giugno 2014

Pochi sono i poeti


«Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta. […] Queste foto, che hanno plasmato il nostro immaginario collettivo, mi hanno spinto ad andare a cercare i loro autori, per farmi raccontare il momento in cui hanno incontrato la Storia e hanno saputo riconoscerla».


Da cinque anni di interviste a dieci grandi fotografi della scena internazionale nasce A occhi aperti, l’ultimo lavoro di Mario Calabresi, che per anni li ha inseguiti in ogni dove, per farsi raccontare cos’hanno provato un attimo prima e un attimo dopo aver immortalato la Storia. Non è soltanto un libro che parla di fotografia; è, soprattutto, un libro che spiega qual è l’essenza del giornalismo. Perché il lavoro di un giornalista è «andare a vedere, capire e testimoniare», ed è precisamente quello che questi dieci fotografi hanno cercato di fare col loro lavoro.
Come José Koudelka, “l’anonimo praghese”, che testimoniò la sanguinosa repressione della Primavera di Praga, realizzando uno dei più grandi reportage della storia del fotogiornalismo. «Devi capire al volo che è quello il momento in cui hai un appuntamento con la Storia», commenta Elliott Erwitt, che con i suoi scatti ha testimoniato meglio di chiunque altro il cambiamento di un Paese, gli Stati Uniti d’America, dalle tensioni razziali degli anni Cinquanta all’elezione del Presidente Obama alla Casa Bianca.
Perché se “fotografare” significa “scrivere con la luce”, questi fotografi, al pari di tanti giornalisti e scrittori, hanno raccontato storie incredibili con la loro macchina fotografica. Storie di guerra, morte e disperazione, come quelle raccontate negli scatti di Don McCullin in Vietnam e in Libano, o di Paolo Pellegrin in Iraq, ma anche storie di speranza, bellezza e umanità. In ogni caso, storie raccontate “dal di dentro”. «Le belle foto sono in quell’acqua sporca, non puoi stare ai margini, un po’ fuori e un po’ dentro: […] non puoi stare sulla sponda a guardare ma devi diventare parte della storia e abbracciarla fino in fondo», spiega Steve McCurry, che immerso nell’acqua sporca ha realizzato i suoi scatti migliori. Questo è il lavoro del giornalista: immergersi nel mondo e contaminarsi. Perché un giornalista non è un entomologo, provoca Calabresi: non può osservare il mondo dall’alto, come si fa con un formicaio, ma deve vivere in mezzo alle formiche.
E, possibilmente, farsi guidare dall’atteggiamento del cercatore, spinto da una grande curiosità e armato di una buona dose di pazienza. È quello che Alex Webb, il fotografo “del colore”, ha sempre tentato di fare: «Quando fotografo, io provo a capire e mentre scatto le foto comprendo sempre qualcosa in più. […] Le fotografie ci permettono di capire qualcosa visivamente e questo ci spinge a comprendere la stessa cosa intellettualmente». In molti casi, è proprio grazie alle fotografie, grazie al loro impatto visivo e alla loro forza comunicativa, che ancora oggi, a distanza di anni, continuiamo a interrogarci, a commuoverci e a indignarci di fronte agli avvenimenti della storia trascorsa.
È un viaggio nel passato quello che Calabresi regala ai suoi lettori. Sfogliando le pagine del libro, la storia degli ultimi cinquant’anni ci scorre sotto agli occhi come il panorama dal finestrino di un treno. Proprio come il panorama che Paul Fusco immortalò a bordo del Funeral Train, il convoglio di dieci vagoni su cui il feretro di Bob Kennedy partì da New York e attraversò cinque Stati per arrivare alla destinazione finale, Washington. Un milione di persone ad aspettare lungo i binari per tributare il proprio addio al candidato democratico ucciso pochi giorni prima: è il ritratto più emozionante del popolo americano mai realizzato, che ancora oggi commuove chi lo osserva.
Un viaggio come quello intrapreso da Sebastião Salgado, che con il suo progetto In cammino attraversò quaranta Paesi in sette anni, per raccontare il genocidio ruandese e le terribili conseguenze che ebbe sulla popolazione, costretta nella violenza dei campi profughi, eppure mai ritratta come povera e disperata, ma come umanità in fuga, derubata della propria dignità. È sua l’intervista con cui si conclude, affatto casualmente, A occhi aperti. Dopo tanta morte e violenza, Salgado sceglierà di tornare alla vita, con il suo ultimo progetto, Genesi: «Dopo tutto questo, ho pensato che esiste anche il dovere di fare qualcosa di bello, di mostrare a tutti l’incanto della natura». «Appassionato e contaminato del mondo che si è rivelato ai suoi occhi», così lo descrive Calabresi. Nei suoi scatti della Foresta Amazzonica e delle Isole Galapagos che illuminano le ultime pagine del volume si legge tutto l’incanto del mondo, della natura e dell’umanità.
 “Incanto” è forse la parola che meglio riassume questo libro, che è molto di più di una semplice carrellata d’interviste. Forse per l’atmosfera sospesa in cui si è immersi nel tornare indietro di anni lungo la linea del tempo, forse perché le immagini catturano, quasi risucchiano, sicuramente perché la prosa di Calabresi è chiara e precisa, e al tempo stesso delicata, evocativa, un po’ magica. In qualche modo, è un libro pieno di poesia. Lo si percepisce sin dalle prime pagine, ma è a metà del volume che diventa cosa certa, alla fine del dialogo con Elliott Erwitt. In cima alla pagina, uno scatto che ritrae Barack e Michelle Obama fotografati da centinaia di persone con telefoni o piccole macchine fotografiche. Poco sotto, una domanda: hanno ancora senso i fotografi nell’era digitale, in cui la fotografia è ormai alla portata di tutti? E, infine, la sua risposta, precisa, esauriente e chiara: «Tutti possono avere una matita e un pezzo di carta, ma pochi sono i poeti».
Marta Ghio




Mario Calabresi
A occhi aperti
Roma, Contrasto, 2013, 206 pp.

04 giugno 2014

Se i media esplodono

Che internet, nell'ultimo decennio, si sia imposto nel panorama mediatico con una tale irruenza da sconvolgere il settore più tradizionale dell'informazione, quello della carta stampata, non si può negare. Che sia l'unico fattore del declino del giornalismo è fuori discussione. Ignacio Ramonet, giornalista e direttore di "Le Monde Diplomatique", affronta nel suo libro L'esplosione del giornalismo. Dai media di massa alla massa dei media tutti gli aspetti che hanno portato questa professione, espressione della democrazia e a lungo considerata il quarto potere, allo stato di crisi attuale. 
Come spiega l'autore, internet ha moltiplicato le possibilità di accesso all'informazione e ha trasformato l'utente da semplice lettore a creatore di contenuti. Un utente che, da una parte, è bombardato quotidianamente di notizie anche di bassa qualità e infondate, ma che dall'altro può scegliere le proprie fonti, controllarle e crearsi un'opinione propria, anche sul ruolo dei media.
Schiacciate dalla crisi economica globale e dalla concorrenza digitale, con le sue versioni gratuite, i blog e i siti di informazione indipendenti, le testate sono costrette a chiudere le versioni cartacee dei loro quotidiani a favore delle rispettive pagine online, a ricorrere a investimenti massicci da parte degli inserzionisti pubblicitari e a sacrificare le “buone” notizie per quelle più congeniali alla massa (il cosiddetto infotainment, fatto di gossip, scandalo, cronaca nera, ecc.). Già menomato dell'autorevolezza e della credibilità che dovrebbero contraddistinguerlo, il giornalismo si ritrova asservito alla politica, in parte per istinto di sopravvivenza e in parte per la smania di successo e denaro delle superpotenze della comunicazione. Il lettore, continua Ramonet, di fronte a un'informazione inquinata, censurata e pilotata dalle élite economiche e politiche, perde la fiducia nella carta stampata e, di conseguenza, smette di consumare le notizie nelle loro forme più tradizionali, a favore di modelli nuovi.

In questo scenario catastrofico l'autore trova, però, anche esempi di un modo sano di fare giornalismo, che sfida le logiche di mercato e le grandi potenze per offrire agli utenti la verità, come l'esperienza non profit del Voice of San Diego, la svolta del quotidiano cartaceo Die Zeit o il caso discusso e controverso di Wikileaks, e propone come possibile via d'uscita la produzione di informazione iperspecializzata, settoriale, di qualità.
L'esplosione del giornalismo apre gli occhi sulla condizione attuale del giornalismo. Grazie all'approfondimento di ogni singolo caso di cattiva o buona informazione citato è una lettura che offre uno spunto critico sia agli addetti al settore sia a chi vuole capire le logiche che governano il mondo dell'informazione contemporaneo
Eleonora Mazzoleni


Ignacio Ramonet
L'esplosione del giornalismo. Dai media di massa alla massa dei media 
 Napoli, edizioni IntraMoenia, 2012, 155 pp.

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31 maggio 2014

Scaffale amico







Nel 2009 Giorgio Silvestri aveva pubblicato il volume  I media della diaspora italiana. Dal bollettino al blog (Marenostrum, 2009), per il suo secondo libro ha scelto la forma del romanzo per continuare ad indagare nella  storia lenta dell'Italia migrante.  Protagonista è una famiglia italo-spagnola il cui capostipite, Giovanni Battista Picasso, nel 1872 partì dal porto di Genova  per raggiungere la Spagna in cerca di fortuna. Nel tempo i Picasso si affermarono diventando  esponenti di rilievo della comunità italiana in Spagna, partecipando anche alla fondazione della Camera di Commercio Italiana per la Spagna, nel 1914. Per questo il libro Cento esce in collaborazione con la stessa Istituzione  a ricordo del primo centenario, in edizione bilingue. Giorgio Silvestri, nato a Recco (Genova) nel 1984  si è laureato in Scienze Politiche all'Università di Genova nel 2008 e ha conseguito il Master in Giornalismo organizzato da El Mundo-Unidad Editorial, S.A. e Universidad CEU San Pablo nel 2009. Dopo la laurea si è stabilito a Madrid dove ha svolto tirocini presso l'Ambasciata d'Italia in Spagna e la Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna. 
Per saperne di più vedi la newsletter sul sito di  Co.mit.es 
  

Link al Blog di Giorgio Silvestri Dal Bollettino al Blog

25 maggio 2014

In libreria

Alessandro Gazoia (jumpinshark))
Come finisce il libro.
Contro la falsa democrazia dell'editoria digitale

Roma, minimum fax, 2014, 207 pp.
(disponibile anche in formato ebook)
Descrizione
Da Gutenberg in poi, abbiamo immaginato il nostro progresso intellettuale legato indissolubilmente alla «cultura del libro». Ma oggi, mentre a noi lettori capita sempre più spesso di avere in mano uno smartphone o un e-reader, sembra che questa storia secolare volga al termine, portando con sé la scomparsa dell’editoria come la conosciamo, e forse la trasformazione radicale del concetto stesso di «letteratura». Se ad alcuni sembra un’apocalisse, Amazon.com e le piattaforme di self-publishing disegnano un radioso futuro in cui il rapporto fra chi scrive e chi legge sarà più aperto, diretto, libero. Ma è veramente così? Con un’idea chiarissima di come si sta evolvendo la nostra «società della conoscenza», Alessandro Gazoia analizza lo stato presente del mondo del libro, italiano e internazionale, ed esplora i possibili scenari futuri: mettendo in guardia contro il rischio di confondere le strategie di mercato con il libero scambio di idee, e illustrando invece le autentiche potenzialità rivoluzionarie dell’editoria digitale, Come finisce il libro vuole essere il manifesto di un percorso diverso per il futuro dei libri.

*link ad alcune pagine del libro sul sito dell'editore

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23 maggio 2014

Raccontare la crisi



Crisi economica, spread, mutui subprime, crisi del debito sovrano. Questi sono solo alcuni dei termini più comuni che, negli ultimi anni, sono diventati giocoforza parte della nostra vita quotidiana. In particolare da quando le pagine dei giornali, i servizi dei Tg e i siti di informazione si sono riempiti di queste parole, nel tentativo di spiegare, raccontare ed interpretare questo periodo così particolare della storia del nostro paese e non solo. E come fare, allora, a districarsi in questi discorsi a noi così poco familiari? Come possiamo interpretare tutto il materiale che ci viene messo a disposizione? Ma, ancor prima, come possiamo essere certi dell’affidabilità di tutto ciò che leggiamo e ascoltiamo?
Antonio Preziosi, direttore dal 2009 al 2014 di Radio Uno e Giornale radio Rai, parte proprio da qui, cercando di fornire i mezzi, definiti da lui “cassetta degli attrezzi”, agli stessi giornalisti per fornire un’informazione per quanto possibile obiettiva, ma soprattutto etica e rigorosa.
L’analisi si sviluppa agilmente lungo le 143 pagine del libro, arenandosi solo raramente in complicati tentativi di districarsi nei processi economici che regolano il nostro paese e, più in generale, l’Europa. Preziosi non cade nella trappola dell’autocompiacimento, evitando di trasformare la sua opera in una continua lode al lavoro svolto da Radio Uno nel “raccontare la crisi”. Evita altresì di accanirsi su ciò di quanto accaduto finora che non lo convince, limitandosi a utilizzare alcuni esempi negativi legati al mondo del giornalismo, per fornire gli strumenti di analisi citati in precedenza. Il libro, pur necessitando di una certa dimestichezza da parte del lettore negli argomenti trattati, è accessibile e facilmente digeribile anche ai meno “ferrati”. Non attacca, nondifende e non sostiene singoli argomenti, preferendo analizzarli uno ad uno e cercando di volta in volta di trovare il giusto compromesso tra “ciò che è” e “ciò che dovrebbe essere”. Si libera, ad esempio, del mito del giornalista obiettivo, conscio che, per quanto rigoroso esso sia, ogni articolo ha alle sue spalle una mente pensante, consapevole e piena di opinioni personali. Non per questo, però, il giornalista deve ritenersi esentato dal fornire ai propri lettori una versione credibile ed eticamente veritiera dei fatti, evitando di dar voce a opinioni personali o “voci” non verificate che minerebbero l’utilità della notizia.
I temi dell’analisi sono molteplici. Preziosi comincia facendo una rapida panoramica del mondo dell’informazione al giorno d’oggi, dando il giusto peso al web, di cui la stessa Radio Uno è stata pioniera, ma senza svalutare i classici mezzi di comunicazione di cui ovviamente la radio si fa capofila. Spaziando dai temi della crisi e di come andrebbe raccontata e interpretata, passando per l’importanza dell’Euro e, più in generale, della Comunità Europea, fino ad arrivare al ruolo fondamentale che la comunicazione svolge nei processi economici, Preziosi affonda con calma colpo su colpo, senza lasciarsi forzare la mano in critiche facili ma inutili e proseguendo la sua battaglia col motto “l’informazione dev’essere conoscenza”. Il tutto si risolve in un libro per certi versi illuminante, capace di raccontare e, allo stesso tempo, spiegare “come raccontare”, traducendosi indirettamente in una guida tanto per gli scrittori (i giornalisti) che per i lettori.
Preziosi, arrivato alla fine del suo ruolo di direttore nel marzo del 2014, non lascia spazio a incertezze, lasciando intendere che altrettanto dovrebbe fare ogni giornalista, ogni testata ed ogni organo di stampa.
Questo libro non si limita quindi a ragionare sulla singola professione del giornalista, ma ci rende tutti più consapevoli, e di conseguenza più partecipi, dei nostri doveri in questo periodo di difficoltà in cui ognuno di noi può veramente fare la differenza. Perché no, raccontando.

 Simone Bernardo

Antonio Preziosi
Radiocronaca di una crisi
Rai Eri, Roma, 2013, 143 pp.


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22 maggio 2014

Capire il contenuto dei media



Il libro di Giuseppe Tipaldo si presenta al lettore come un manuale introduttivo all'analisi del contenuto e come richiama il titolo, L'analisi del contenuto e i mass media, è  strutturato in due sezioni: una prima parte si occupa di presentare una breve storia degli studi di analisi del contenuto e le principali metodologie, la seconda offre una serie di esempi pratici di applicazione delle tecniche esposte in precedenza nell'ambito della carta stampata, della televisione e del web. Nell'introduzione l'autore si prefigura come lettori ideali del suo libro ricercatori, studenti, professionisti della comunicazione e  studiosi di discipline affini alla sociologia, come linguistica e semiotica. L'argomento trattato non è dei più semplici ma Tipaldo propone un percorso ben strutturato che accompagna il lettore, anche poco conoscitore dell'argomento, alla scoperta dell'analisi del contenuto e le sue applicazioni. Non stupisce di scoprire che l'autore è un giovane professore universitario poiché in tutto il libro è frequente trovare alcuni esempi in grado di attirare i lettori verso una materia difficile e complessa. Per esempio nel trattare l'analisi delle contingenze, una delle metodologie esposte nella prima parte, non resiste nel proporre come enunciato da analizzare uno degli incipit dei discorsi dell'on. Cetto La Qualunque, un personaggio caricaturale, ideato da Antonio Albanese, che incarna lo stereotipo del politico scorretto (Tipaldo p. 73). Poco più avanti, nel paragrafo in cui espone il modello di analisi degli asserti valutativi, spiega la teoria dell'equilibrio di Heider proponendo come esempio la relazione amorosa di Paolo e Francesca, i due amanti sfortunati che Dante incontra nell'Inferno. Questi sono solo alcuni degli esempi che l'autore usa per chiarire i concetti più difficili da comprendere, scegliendoli sapientemente per non far cadere i lettori, e soprattutto gli studenti, nello sconforto di fronte ad una materia ostica.
L'autore scrive con uno stile chiaro e diretto, anche se gli argomenti trattati, come già affermato, non sono di facile comprensione. E' frequente trovare dei rimandi ai capitoli precedenti, come “forse è utile ricordare..”(Tipaldo p. 186) nel momento in cui vengono affrontati argomenti già discussi, un altro escamotage usato spesso durante le lezioni dai professori.
La seconda parte del manuale risulta più interessante poiché dalle varie metodologie dell'analisi del contenuto si passa ad alcune applicazioni pratiche. Il capitolo più accattivante è quello in cui l'autore propone uno studio su oltre 4000 tweet inerenti l'hashtag elezioni2013, nel periodo tra il 22 e 26 febbraio del 2013. Tipaldo afferma che gli analisti devono “stare al passo coi tempi” e tenersi aggiornati sull'evolversi delle nuove tecnologie, ampliando le loro conoscenze informatiche, che in precedenza non erano richieste.
Come più volte afferma l'autore è fondamentale che l'analista rifletta attentamente sui criteri e i metodi adottati per la sua ricerca poiché “non è la tecnica a dover in primo luogo orientare il percorso dell'analista” (Tipaldo p. 197). Egli è favorevole all'uso combinato delle varie metodologie di analisi e afferma che non bisogna dimenticare che gli esiti di una ricerca sono solo una delle tante interpretazioni possibili di un testo. “Infine, poiché la ricerca può essere pensata nei termini di un'attività strategica costellata di scelte tra alternative, la qualità dei risultati è in ultima istanza responsabilità dell'analista “(Tipaldo p. 200).
Questo manuale, così ben strutturato, può essere un primo strumento in grado di avvicinare studenti e studiosi al mondo dell'analisi del contenuto e alle sue applicazioni nella realtà quotidiana. L'autore, con esempi accattivanti e presentando ricerche su argomenti e temi contemporanei, invita ad approfondire l'argomento e risveglia nei lettori quel senso critico nei confronti dei media che spesso si “spegne” a causa dell'abitudine, o forse, della rassegnazione.
Sara Depaoli





Giuseppe Tipaldo
L'analisi del contenuto e i mass media
Bologna, Il Mulino, 2014, pp 216.
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21 maggio 2014

Intervista al Novecento

Il bardo, nell’antichità e tra le popolazioni celtiche, era solito vagare di corte in corte narrando storie, con appresso un unico vessillo distintivo: uno strumento musicale.
In base alle diverse interpretazioni storiche il bardo fu figura di notevole importanza, perché vero e proprio catalizzatore di notizie, un pellegrino consigliere dotato di ottima autorevolezza, nonché preziosa fonte di informazione.
Sostituiamo il periodo storico, lo strumento musicale mutando diviene una penna, motivo di ascolto e di ospitalità diventerà l’intervista: emblema del "bardo moderno" qual è Antonio Ferrari.
Sgretolamento.Voci senza filtro è proprio questo: un pellegrinaggio. Una erranza fatta di incontri, colloqui, dissidi, scontri, statisti, leader religiosi, presidenti e giornalisti. Domande e risposte fra i territori del Medio-Oriente, dell’Europa balcanica e sovietica, cavalcando i giorni controversi, intensi e burrascosi degli anni Ottanti.
L’erranza dell’autore è tangibile. Il piacere del viaggio, l’amore verso l’esotico, e il riferimento a quei luoghi che lo hanno sedotto e a volte abbandonato, è ricorrente nei racconti del giornalista.
"Se Beirut calamita la passione, Gerusalemme alimenta lo spirito; se Amman ti affascina con la sua quiete e il suo ordine assai poco mediorientale, Damasco ti pratica un’iniezione di magia". Scrive Ferrari.
Protagonista di questo libro è senza dubbio l’autore, che si pone come obiettivo quello di chiarire i punti più salienti del decennio culminato con la caduta del Muro di Berlino e del suo checkpoint Charlie.
E l’intervista, vera e propria "arma segreta" dell’ex inviato storico del "Corriere della Sera", viene posta quasi come sottofondo, risaltando ciò che più interessa a Ferrari: il background, i retroscena, la messa a nudo delle figure da lui interpellate, veri e propri protagonisti della politica di quel tempo.
Tramite un interessante continuum storico e narrativo, il giornalista riesce abilmente nel suo intento. Fra le pagine trapelano emozioni, risentimenti, atteggiamenti ambigui e confessioni, menzogne e verità celate. Ma oltre che a spogliare dalle proprie vesti istituzionali l’intervistato di turno, Ferrari mette in gioco anche se stesso, rivive flaskback e ricordi, ripercorrendo le frustrazioni, i rammarichi, le gioie e le proprie vicende professionali.
Ferrari tocca, tramite gli incontri con i suoi protagonisti, temi e situazioni tra le più critiche e oscure.
Si passa dall’idealista e insieme corruttore, egoista e generoso Arafat all’incontro con Pierre Gemayel; dalla causa palestinese, dai conflitti con Israele, fino alle menzogne sulla Strage di Sabra e Chatila e la guerra in Libano.
I segreti dell’attentato a Papa Wojtyła del 1981,la sua pista bulgara, lo scandalo p2. L’intervista, quasi un duello, con il "divo" Giulio Andreotti, nella quale Ferrari ne esce sconfitto ma in qualche modo consapevole.
La passione per la politica turca, i suoi intrighi, i suoi drammi e i suoi eroi. Il racconto dell’empatia plasmata sul rispetto, sull’intesa intellettuale con il suo amico giornalista Ugur Mumcu, ammazzato nel 1993 con un autobomba davanti a casa sua .
Ferrari studia l’ondata Gorbacev nell’Europa dell’epoca, la Romania del "Conducator" Ceaușescu, e il suo rapporto tumultuoso con Bucarest.
E ancora la Siria e i suoi rapporti con Mosca, la Giordania e l’intervista al suo Re Hussein.
L’autore torna in Cecoslovacchia, luogo di malinconia. I ricordi e rimandi alla propria giovinezza, alla mitizzazione della Primavera di Praga, si mischiano alla tristezza della censura e alla commozione di un artista del luogo e alla sua interprete.
E molto, molto altro. Gli intervistati sono 28 e nessuna situazione internazionale sfugge al registratore e alla penna di Ferrari. Compresa la Grecia, l’ex discusso premier Papandreu, il suo Pasok e il "progetto Gladio" smantellato dai militari ellenici.
Ogni sfumatura viene colta dalla sensibilità del giornalista: dall’amore per l’Italia dell’europeista Helmut Schmidt alle confessioni "scomode" del suo ex direttore del "Corriere della Sera" Alberto Cavallari.
Antonio Ferrai ha la capacità di coinvolgere il lettore, di farlo sedere alla tavola rotonda dell’intervista. Lo coinvolge, lo fa interagire. Lo rende partecipe. Per tutte queste ragione, catalogare Sgretolamento.Voci senza filtro come una mera raccolta di intervista, sarebbe riduttivo e di una devianza colossale. Questo libro è un’esperienza, e in quanto tale deve essere vissuta.
Gabriele Ciuffreda






Antonio Ferrari
Sgretolamento. Voci senza filtro
Milano,  Jaca Book,
2013, 176 pp.

20 maggio 2014

Vivere nel mondo digitale


 
Ognuno dei capitoli del libro La nuova era digitale  è un viaggio nel futuro: futuro dell’identità, della cittadinanza, dell’informazione, degli Stati, della rivoluzione, del terrorismo, dei conflitti, del combattimento, degli interventi armati e infine della ricostruzione. Basterebbe leggere l’indice per capire il viaggio che stiamo per affrontare, presi per mano dal Presidente esecutivo di Google, Eric Schmidt e dal Direttore di Google Ideas, Jared Cohen. Un libro che parla di nuove tecnologie, di un futuro da immaginare, un futuro che gli autori descrivono evidenziando gli aspetti positivi ma anche i pericoli che incontreremo durante il tragitto.
 "Presto chiunque sulla terra sarà connesso", è con questa affermazione che inizia un percorso ricco di domande alle quali gli autori cercano di rispondere proponendo anche il pensiero di Julian Assange, Henry Kissinger, presidenti e primi ministri di paesi di tutto il mondo. Come cambierà la vita di ogni giorno? Come difenderemo la nostra identità? Come cambieranno le guerre? Quali saranno i nuovi strumenti utilizzati? Il terrorismo sarà facilitato dalla tecnologia? Come sarà la ricostruzione dopo una guerra cibernetica? 
Immaginiamo la nostra vita in un mondo nel quale la maggior parte della popolazione potrà accedere alla rete, dove anche gli abitanti dei paesi in via di sviluppo saranno dotati di smartphone acquistati con meno di 20 dollari. I vantaggi in termini di produttività saranno evidenti soprattutto in queste realtà. Il futuro ci condurrà in un’epoca di scelte e possibilità senza limiti, tutti saremo interconnessi e le informazioni saranno sempre reperibili. Ci sarà un registro di tutte le attività online. Ogni generazione futura produrrà e consumerà più informazioni della precedente. Accadrà anche che alcuni stati avranno meno disponibilità economiche, tutti trarranno beneficio dalla connettività ma non in maniera uniforme.
Le abitazioni saranno dotate di ogni confort elettronico, robot con controllo a distanza, nuovi software dotati di riconoscimenti vocali e gestuali anticiperanno ogni nostra esigenza. Robot microscopici all’interno del nostro organismo saranno il monitor quotidiano per la salute.
L’identità online sarà il bene più prezioso da proteggere. Nuove aziende si preoccuperanno della tutela della privacy o di assicurare la nostra identità.
Nasceranno nuovi stati virtuali, nuove guerre informatiche già definite le future "Guerre dei codici", guerre cibernetiche che potrebbero manifestarsi anche solo nel ciberspazio. Avremo l’era delle proteste digitali, dell’attivismo online. La connettività andrà anche a beneficio dei terroristi e degli estremisti. I governi autoritari si troveranno di fronte popolazioni più difficili da controllare, se vorranno perseguitare una certa minoranza, potranno semplicemente far sparire dalla rete i contenuti di quella comunità o infiltrarsi nell’organizzazione per controllarla. La permanenza dei dati on-line utilizzabili come prove renderanno più difficile per i violenti negare o minimizzare la portata dei loro crimini o le associazioni illegali.
La tecnologia favorirà anche la ricostruzione e sarà un aiuto per i paesi in crisi. La popolazione avrà più informazioni e potere e contribuirà a formare una società più solida e duratura.
Guardando al futuro, la sfida raccontata nelle pagine di questo libro a tratti può sembrarci visionaria, presto ci renderemo conto che il viaggio accelerato ed entusiasmante verso la nuova era digitale sarà più breve del previsto.


Silvia Della Rocca



Eric Schmidt e Jared Cohen
La nuova era digitale

La sfida del futuro per cittadini, imprese e nazioni 
Rizzoli ETAS, 2013, pp. 399.



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19 maggio 2014

Media e giornalisti in Cina





L’autrice di questa opera è Emma Lupano: giornalista professionista (ha collaborato con Job 24 - Il Sole 24 ore - Agichina24 e altri); docente di lingua e cultura cinese presso l’Università degli Studi di Milano e sinologa. Nel suo lavoro parla dei media in Cina, dei giornalisti cinesi e della propria esperienza personale tra il 2008 e il 2009 all'interno della redazione del People's Daily Online - il "Quotidiano del popolo". Qui ha lavorato come redattrice per l’edizione web, in lingua inglese, di questo importante giornale che, dal 1948 è il portavoce del Partito Comunista Cinese (PCC). Ho servito il popolo cinese porta alla luce i meccanismi che regolano propaganda e censura, ma anche le storie di chi quotidianamente prova a eludere quel sistema. Il titolo è autoironico in quanto in Cina il ruolo del giornalista è quello di servire il popolo, essere sulla carta la voce del popolo, ma in realtà, visto che il partito comunista si autodefinisce a sua volta come rappresentante del popolo, si diventa i servitori del partito. Con un po’ di autoironia l’autrice si è definita una giornalista "rossa". Dopo essersi occupata, facendo un dottorato di ricerca sui giornalisti cinesi e nello specifico dei giornalisti freelance, l’autrice, lavorando a stretto contatto con loro, si è accorta che l’idea che avevano gli italiani e gli occidentali in generale di come funzionano i media cinesi era ancora molto vaga e scollata dalla realtà. Da questa sensazione è nata la spinta per questo lavoro. L’autrice ci racconta di come l'ingresso in questo mondo, così differente dal nostro, sia stato reso possibile da una Guanxi (un network di conoscenze tipico della cultura cinese) cioè da un rapporto privilegiato che ha avuto con una persona la quale, a sua volta, ne ha avuto un altro con un giornalista del quotidiano cinese. Quest'ultimo si è speso per permetterle l’ingresso in redazione. L’esperienza ha avuto un tempo prestabilito e limitato di tre mesi, quasi come fosse stata una sorta di favore del quotidiano. Infatti il ruolo ricoperto dalla giornalista all’interno della redazione non aveva precedenti e non ha avuto conseguenti; nessuno dopo di lei ha ricoperto il ruolo lasciato libero. Ciononostante è utile sottolineare come Emma Lupano sia stata in assoluto la prima giornalista italiana ad avere l'onore di lavorare per il "Quotidiano del popolo". Durante il lavoro in redazione la giornalista si è in parte autocensurata, almeno sulla scelta degli argomenti, prediligendo quelli innocui a discapito di quelli pericolosi che avrebbero potuto crearle problemi durante la sua permanenza. Questi temi, anche se leggeri, dovevano sempre essere approvati dal caposervizio. Inoltre una volta finiti non uscivano subito (addirittura di 7-8 giorni di "buco" per i primi articoli e di 3-4 giorni di media per la pubblicazione) perché dovevano essere controllati dai "piani alti". L’autrice si è sentita, in parte, un corpo estraneo nella redazione che veniva monitorato. L’obbiettivo principale di questo libro è quello di sfatare alcuni miti: in primo luogo che la stampa in Cina non è solo censura; in secondo che i giornalisti cinesi non solo sono servi del potere e in terzo luogo viene mostrato come i media cinesi si stanno aprendo ormai da anni al sistema di mercato, fatto quest'ultimo, che riguarda l’Occidente da vicino. Non soltanto perché i media occidentali potranno continuare ad investire nel mercato dei media cinesi che è in grande espansione ma anche perché gli stessi media cinesi stanno arrivando in Europa, compresa l’Italia, e hanno già incominciato ad investire nei media italiani. La Lupano ci mette in guardia: se non sappiamo che le testate sono scritte, curate e in qualche modo coordinate anche dai cinesi potremmo non renderci conto che una parte delle informazioni sono mediate dal punto di vista cinese. Per la giornalista dobbiamo cominciare a renderci conto che alcune delle informazioni che circolano sulla Cina, anche in Italia, sono controllate dalla Cina. Quindi se da una parte Ho servito il popolo cinese sfata il mito che la Cina sia tutta censura, dall’altra ci conferma come questa sia ancora una presenza costante. Oggi però sempre più giornalisti tentano con il loro lavoro di sfatare quell’idea, radicata soprattutto in noi occidentali, della persona che si limita passivamente a seguire le regole della censura. Infatti molti giornalisti cinesi, pur consapevoli dei limiti in cui devono lavorare, cercano di spostare poco a poco una linea, spesso difficile da vedere e mutevole, che divide ciò che è consentito dire da ciò che non è consentito. I meccanismi, l’ambiente, l’atmosfera culturale della Cina rendono ovviamente molto diverso il lavoro dei giornalisti e di chi lavora nei media rispetto a i colleghi occidentali. Emma Lupano con questa opera vuole sfatare l’idea che i cinesi siano o dissidenti o servi del potere. Il libro, accessibile a chiunque, scritto in uno stile fluido e di facile lettura, ci racconta che non è così, che ci sono tantissime vie di mezzo e ci sono moltissimi cinesi che lottano dentro il sistema. Il volume descrive il mutamento della dimensione mediatica negli ultimi 30 agitati anni della Cina e ci spiega che nonostante ci sia stato un movimento in avanti contemporaneamente si è verificato un contro-movimento che tende a frenare questo cambiamento. Ciò si vede nei media ma anche nella politica cinese. Inoltre ci svela che i giornalisti in Cina devono sempre sottostare a una tripla interazione: Il pubblico (che deve essere soddisfatto anche nei gusti più volgari), la pubblicità e soprattutto il partito che è sempre in allerta. In conclusione Ho servito il popolo cinese ci permette di andare oltre i luoghi comuni e i pregiudizi che spesso abbiamo noi occidentali della Cina, e di adottare uno sguardo più obiettivo e realistico su una realtà così lontana, complicata, differente della nostra, ma estremamente affasciante.
Domiziano Marsciani



Emma Lupano
Ho servito il popolo cinese.
Media e potere nella Cina di oggi
Milano, Francesco Brioschi Editore, 2012.

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18 maggio 2014

Tutta un'altra notizia


Il saggio che mi accingo a recensire è un unicum da tutti i punti di vista: scritto da un giornalista freelance italiano emigrato a Berlino - dove ha fondato "Il Mitte", il primo quotidiano online per gli italiani all'estero - e proiettato verso un futuro pieno di dubbi ma anche di prospettive, Tutta un'altra notizia è permeato da un ottimismo di fondo, che si riscontra raramente in questi tempi di crisi del giornalismo tradizionale, e specialmente della carta stampata.
La sua prima particolarità è proprio il formato: l'ebook, come dichiara nel suo manifesto la startup goWire che ne ha curato la pubblicazione, «ha bisogno di link per farci spaziare da un contesto all'altro nell'ecosistema digitale [...]: la narrazione visuale e quella musicale sono parte integrante della progettazione». A questo proposito le classiche note integrative a piè di pagina sono sostituite da collegamenti immediati che rimandano ad articoli di approfondimento, video-interviste su YouTube in lingua originale e infografiche esplicative, che rendono la lettura un'esperienza realmente completa e stimolante, abbattendo le barriere della pagina.
Il manifesto di goWire è perfettamente conforme allo spirito del saggio di Bassan, che con un linguaggio tecnico ma chiaro, un gran numero di esempi reali e proposte concrete suggerisce nuovi approcci e modelli di business per il mondo del giornalismo.
Come garantire la sopravvivenza e la rinascita del mestiere di giornalista? Come ritrovare la bussola in un mondo dove anche la differenza tra giornalista e blogger si fa sempre più confusa e difficile da chiarire? Queste sono solo alcune delle domande a cui l'autore cerca di rispondere, prefigurando scenari di un futuro non troppo lontano e proponendo nuovi metodi e soluzioni.
Il vero turning point per il giornalismo è stato il boom di internet, che ha cambiato totalmente le carte in tavola lasciando indietro il mondo delle news, incapace di tenere il passo e di destreggiarsi nell'ecosistema digitale.
Bassan muove dalla definizione di "giornalismo post-industriale", concetto chiave di un saggio (consultabile online) scritto a sei mani da C.W. Anderson, E. Bell e C. Shirky, tre celebri ricercatori americani: il cambiamento causato dall'introduzione del web e di tutti quei media tecnologici che rendono ormai quasi nulla l'intermediazione tra lettore e giornalista è sia culturale che economico, non è una semplice transizione ma un vero e proprio salto nel buio.
Tra le proposte per superare questo momento di crisi che ho trovato particolarmente degne di nota vorrei segnalare il cosiddetto "giornalismo alla carta" e il "metered paywall", due diverse sfide - la prima lanciata dalla versione americana di Wired, la seconda dal New York Times - per rivoluzionare l'aspetto economico del giornalismo online, a fronte di una perdita sempre crescente legata al formato cartaceo.
Per "giornalismo alla carta" si intende un esperimento di vendita degli articoli "al pezzo": questo sistema permetterebbe alle testate online di rimanere gratuitamente fruibili, eccetto alcuni articoli di particolare pregio per l'esclusiva o la ricchezza dei contenuti, da acquistare attraverso Amazon, il sito della testata o l'eventuale applicazione via tablet o smartphone; questo sistema viene già utilizzato da molti freelance, che attraverso alcune piattaforme online pubblicano e vendono articoli senza la mediazione di una testata, o si fanno direttamente finanziare dai lettori un prodotto giornalistico d'inchiesta ancora da realizzare, attraverso il cosiddetto crowdfunding.
Il metered paywall è invece un sistema di abbonamento al sito di un quotidiano, che però consente di accedere gratuitamente a 20 articoli mensili (25 se si accede tramite un link su un social network), pagando solo per leggere gli articoli in sovrannumero: questo esperimento è stato un successo, grazie al quale il numero degli abbonati alla versione online del New York Times ha quasi raggiunto quello del quotidiano cartaceo, e molti altri quotidiani ne hanno seguito l'esempio.
Queste e molte altre idee di rinnovamento che il saggio porta all'attenzione del lettore sono ovviamente tutte in divenire, non si sa se troveranno un'affermazione stabile e se il successo sarà duraturo. Tuttavia, come conclude l'autore prendendo le mosse da un famoso discorso di John Fitzgerald Kennedy, «se nell'about: blank dell'ecosistema giornalistico sapremo cogliere le opportunità che ogni crisi porta con sé e trasformare questi input in strumenti di crescita concreta [...], allora potremmo davvero pensare di costruire un futuro partendo da fondamenta solide».
Cristina Puppo


Valerio Bassan 
Tutta un'altra notizia. 
Spunti e strumenti per il giornalismo del domani.
Firenze, edizioni goWare, 2013 (e-book)

17 maggio 2014

In libreria

Viola Sarnelli
Voci da Sud. Al Jazeera English e i flussi delle notizie internazionali
 Napoli, Photocity.it, 2014, 236 pp.
Descrizione
Voice to the voiceless" è lo slogan che ha accompagnato nel 2006 il lancio di Al Jazeera English, finanziato dal Qatar come il noto canale in arabo, per proporre un punto di vista mediorientale sulle notizie stavolta direttamente in inglese. Nel post-11 Settembre dei conflitti militari e identitari Al Jazeera English introduce un modello di informazione conciliatorio, lontano dai sensazionalismi e decentrato, o meglio dai molti centri, tutti localizzati in un 'Sud' definito per opposizione al 'Nord' culturalmente e politicamente egemone. Questo libro esplora le relazioni contraddittorie tra il canale e i modelli dell'informazione anglo-americana; tra le spinte democratizzanti dell'emittente, come nelle rivoluzioni del 2011, e le politiche del suo stato finanziatore; tra le aspirazioni universaliste e i nuovi regionalismi dell'informazione televisiva transnazionale, con l'apertura di Al Jazeera America nel 2013. Questioni che vengono approfondite analizzando i contenuti del canale, in una prospettiva che mira ad arricchire l'approccio degli studi sui media con quello delle teorie postcoloniali e degli studi culturali.
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13 maggio 2014

In libreria

Alessandro Papini
Post-comunicazione
Istituzioni, società e immagine pubblica nell’età delle reti

 Milano, Guerini e Associati, 2014, pp. 202.

Descrizione
La post-comunicazione è quell’insieme di superfici comunicative e ambienti di interazione generati dalle nuove tecnologie, che sta oggi diventando il moderno paradigma relazionale verso cui individui e società moderne adeguano comportamenti e stili di vita. Tutti siamo digitali e organizziamo la nostra vita permeati dai nuovi media. Così non è per le istituzioni e gli apparati pubblici che, al contrario, per la natura stessa che assume il potere burocratico, tendono a opporre resistenza al cambiamento. Se la crisi che la comunicazione pubblica sta attraversando è così profonda, è perché essa non mette in questione soltanto la legalità della funzione, ossia il campo delle regole che ne definiscono l’esercizio, ma anche la sua legittimità nel rappresentare l’immagine pubblica del Paese. Finito il tempo dello Stato-nazione come unità di misura dei processi comunicativi, un nuovo ruolo attende oggi la comunicazione pubblica. L’approccio post-comunicativo spoglia di responsabilità l’apparato pubblico per orientarsi al raccordo con una società civile mediatizzata, globale e autonoma nelle auto-rappresentazioni.

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