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15 dicembre 2018
Le sfide etiche della società virtuale
Nel 1970 Masahiro Mori,
studioso giapponese, teorizzava la “Uncanny Valley”, ovvero una sorta di
repulsione per le macchine quando queste diventano troppo simili all'essere
umano, una reazione emotiva negativa paragonabile al perturbamento.
In che modo, quasi cinquanta
anni dopo, viviamo l'evoluzione delle tecnologie della comunicazione? Come
possiamo interagire con i dispositivi e gli ambienti virtuali in modo sano?
Nel saggio Etica per le
tecnologie dell'informazione e della comunicazione (2018), Adriano Fabris,
professore di Filosofia morale ed Etica della comunicazione all'Università di
Pisa, analizza opportunità e problemi della società tecnologica in cui viviamo.
A partire da un
approfondimento dei concetti di “tecnica”, che implica una presenza costante
dell’agire umano e “tecnologia”, che implica invece un certo livello di
autonomia, il discorso si sviluppa attraverso un'indagine dell'interazione con
i mezzi contemporanei: smartphone, computer e macchine in generale.
Il tema è affrontato dal
punto di vista etico, metodo necessario, dato il grado di autonomia che le
macchine hanno raggiunto.
Fabris si interroga anche su
come i dispositivi che usiamo più spesso incidano sui nostri comportamenti e
soprattutto sulle nostre scelte. Si tratta di scelte fondamentali, che ci
permettono di accedere agli “ambienti comunicativi”, reali o virtuali, in cui
ci muoviamo tutti i giorni: il rischio è che le relazioni reali siano
fagocitate da quelle virtuali, in cui “l'altrove è più importante del qui e
ora”.
In relazione agli ambienti,
in particolare quelli virtuali, da noi abitati, il testo esamina anche le
questioni etiche proprie dell'agire di chi opera o anche solamente naviga nella
Rete, ad esempio la dibattuta questione della raccolta dei dati degli utenti da
parte dei colossi del web, la non neutralità dei motori di ricerca, la
differenza tra il condividere ed il partecipare.
L'intelligenza artificiale
propria di questi anni si esercita, come tutte le altre tipologie, attraverso
molteplici forme di relazione; la differenza è che l'intelligenza
artificiale coinvolge non solo l'azione
del dispositivo, ma i dispositivi stessi, rendendo essenziale un approccio
etico che vada di pari passo con uno deontologico.
Nonostante il linguaggio
piuttosto settoriale, il libro riesce a presentare una visione complessiva
della situazione; in particolare aiuta ad analizzare quali siano i modi
migliori di rapportarsi alle tecnologie dell'informazione e della
comunicazione, ormai massicciamente presenti in quasi tutti gli ambiti in cui
viviamo.
Martina Todde
Adriano Fabris
Etica per le
tecnologie dell'informazione e della comunicazione
Carocci, Roma, 2018.
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14 dicembre 2018
In libreria
Raffaele Simone
L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa
Garzanti, Milano, 2018, pp. 262.
L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa
Garzanti, Milano, 2018, pp. 262.
Descrizione
La storia ricorderà i nostri anni come gli anni della Grande Migrazione, cioè quel processo attraverso cui milioni di persone in fuga dall'Africa e dall'Asia si sono messe in marcia verso il continente europeo sperando di trovarvi salvezza e benessere. Mai nella storia si era avuto un flusso tanto imponente e inarrestabile. Per quanto sia difficile stabilirne la portata complessiva, è evidente fin d'ora che esso costituisce uno dei tratti salienti del nuovo mondo che la globalizzazione sta modellando. Per l'identità europea, questa ondata (quasi interamente islamica) comporterà differenze difficilissime a assorbirsi e ancor più a integrarsi: punti di vista drasticamente difformi su temi-chiave per l'Occidente (la laicità, l'uguaglianza uomo-donna, l'amministrazione della giustizia, la separazione tra Stato e fedi), concezioni religiose talvolta aggressive, idee premoderne sullo Stato. Irresponsabilmente, l'Europa ha lasciato entrare queste masse senza avere alcun piano di azione comune, consegnando così l'intera questione alle destre. La pubblica opinione, per parte sua, si è divisa tra chi vede nello straniero che attraversa il mare un ospite da accogliere e aiutare e chi invece lo addita come un pericoloso nemico. Il libro di Raffaele Simone assume questa contrapposizione e l'analizza fino in fondo. Distinguendo la retorica politica dai fatti, intrecciando una scrupolosa cura dei dati con originali elaborazioni concettuali, dando nomi e definizioni alle nostre paure quotidiane dinanzi al diverso e sfidando i rischi del Politicamente Corretto, Simone offre una riflessione dura, pungente e libera da ideologie, e propone categorie e criteri per capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà la Grande Migrazione per il Vecchio Continente.
La storia ricorderà i nostri anni come gli anni della Grande Migrazione, cioè quel processo attraverso cui milioni di persone in fuga dall'Africa e dall'Asia si sono messe in marcia verso il continente europeo sperando di trovarvi salvezza e benessere. Mai nella storia si era avuto un flusso tanto imponente e inarrestabile. Per quanto sia difficile stabilirne la portata complessiva, è evidente fin d'ora che esso costituisce uno dei tratti salienti del nuovo mondo che la globalizzazione sta modellando. Per l'identità europea, questa ondata (quasi interamente islamica) comporterà differenze difficilissime a assorbirsi e ancor più a integrarsi: punti di vista drasticamente difformi su temi-chiave per l'Occidente (la laicità, l'uguaglianza uomo-donna, l'amministrazione della giustizia, la separazione tra Stato e fedi), concezioni religiose talvolta aggressive, idee premoderne sullo Stato. Irresponsabilmente, l'Europa ha lasciato entrare queste masse senza avere alcun piano di azione comune, consegnando così l'intera questione alle destre. La pubblica opinione, per parte sua, si è divisa tra chi vede nello straniero che attraversa il mare un ospite da accogliere e aiutare e chi invece lo addita come un pericoloso nemico. Il libro di Raffaele Simone assume questa contrapposizione e l'analizza fino in fondo. Distinguendo la retorica politica dai fatti, intrecciando una scrupolosa cura dei dati con originali elaborazioni concettuali, dando nomi e definizioni alle nostre paure quotidiane dinanzi al diverso e sfidando i rischi del Politicamente Corretto, Simone offre una riflessione dura, pungente e libera da ideologie, e propone categorie e criteri per capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà la Grande Migrazione per il Vecchio Continente.
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13 dicembre 2018
Genova, un futuro possibile... se non trascurata
Lunedì 3 dicembre 2018 il quotidiano "Repubblica-Il Lavoro"
ha pubblicato l’articolo Genova, splendida asimmetria firmato da
Alberto Diaspro. L’autore mette su carta una vera e propria dedica alla sua
città: Genova. Bella nonostante le sue contraddizioni e nonostante le sue
magiche asimmetrie che “teletrasportano” chiunque lo voglia da una parte
all’altra della città. Un’ esperienza che può essere fatta da tutti.
Non mi era mai capitato di raggiungere un quartiere attraverso un palazzone. Eppure è andata così, proprio mentre mi recavo all’Università presso l'Albergo dei Poveri. Mi è bastato scendere in stazione di Genova Piazza Principe, percorrere duecento metri, attraversare il predetto palazzone e salire un’ultima rampa di scale antiche. Mi sono ritrovato da un quartiere all’altro altro, così, senza neanche accorgermene. La fatica e il tempo sono stati interamente annullati dalla moltitudine di cimeli storici sparsi di qua e di la per i corridoi e dalle suntuose scalinate viste solo nei film e raramente in palazzi istituzionali. L’odore di storia che il legno delle alte porte antiche ha profuso e i marmi splendenti hanno creato un’atmosfera davvero suggestiva che mi ha accompagnato per tutto il percorso. Il viaggio è poi terminato con delle ultime scale esterne - oserei dire malconce, effettivamente frequentate da gerani che “...i giovani oggi lasciano crescere...”.
Ma Genova non è solo fatta di palazzoni storici che si adattano alla città che cresce e che collega più quartieri. Genova è dinamica anche geo-morfologicamente dal momento che sa estendersi in altezza e in larghezza. E l’uomo in questo contesto è stato protagonista indiscusso giacché con tenacia ha voluto costruire anche là dove era difficile e inimmaginabile. Oggi però si inizia a pagare il conto. Penso ovviamente al ponte Morandi, ma penso anche alla particolare rete urbana che nel tempo è andata sviluppandosi, causa di ostruzione dei violenti nubifragi; si ricordano in proposito quelli che qualche anno fa hanno propriamente distrutto il quartiere di Genova Brignole; neanche le sue strade così larghe (via xx Settembre e vie limitrofi) hanno potuto nulla contro la furia della natura. Eppure sembra che queste esperienze non bastino a far capire agli addetti quanto sia opportuno e ancor di più doveroso rivedere i piani urbanistici. E così che Genova-Culturale balza agli onori delle cronache per cose brutte come emergenze mal gestite piuttosto che per cose belle come i tanti eventi culturali. Quella in gioco, è una partita perduta in partenza sia perché non c’è gara contro la natura e sia perché in Italia le politiche preventive di gestione per simili allarmi dovrebbero essere più efficaci e più studiate. Come a Genova, così nel resto dell’Italia. Non fosse così, non sarebbero accadute molte stragi tra le quali ad esempio quella di Rigopiano: ricordiamo tutti la struttura alberghiera costruita alla base di una suggestiva gola montuosa, poi investita da una valanga causa di 29 morti. Ma questa è altra storia....
A parere personale, penso che l’opportunità offertami di leggere un articolo del genere abbia consentito di dare forma ma soprattutto di dare un nome a quell’insieme di lunghezze differenti che si sviluppano sul territorio genovese e che lo contraddistinguono; sono misure che al fine di non essere contro producenti vanno sviluppate opportunamente, sia che riguardino aspetti geo-morfologici sia che riguardino eventi culturali esclusivi che fanno di Genova un importante luogo di incontro di più culture. Credo che tra le tante città conosciute, Genova sia tra le prime per suggestione e per versatilità. Merito delle sue “...spettacolari asimmetrie!” per dirla come Alberto Diaspro.
Non mi era mai capitato di raggiungere un quartiere attraverso un palazzone. Eppure è andata così, proprio mentre mi recavo all’Università presso l'Albergo dei Poveri. Mi è bastato scendere in stazione di Genova Piazza Principe, percorrere duecento metri, attraversare il predetto palazzone e salire un’ultima rampa di scale antiche. Mi sono ritrovato da un quartiere all’altro altro, così, senza neanche accorgermene. La fatica e il tempo sono stati interamente annullati dalla moltitudine di cimeli storici sparsi di qua e di la per i corridoi e dalle suntuose scalinate viste solo nei film e raramente in palazzi istituzionali. L’odore di storia che il legno delle alte porte antiche ha profuso e i marmi splendenti hanno creato un’atmosfera davvero suggestiva che mi ha accompagnato per tutto il percorso. Il viaggio è poi terminato con delle ultime scale esterne - oserei dire malconce, effettivamente frequentate da gerani che “...i giovani oggi lasciano crescere...”.
Ma Genova non è solo fatta di palazzoni storici che si adattano alla città che cresce e che collega più quartieri. Genova è dinamica anche geo-morfologicamente dal momento che sa estendersi in altezza e in larghezza. E l’uomo in questo contesto è stato protagonista indiscusso giacché con tenacia ha voluto costruire anche là dove era difficile e inimmaginabile. Oggi però si inizia a pagare il conto. Penso ovviamente al ponte Morandi, ma penso anche alla particolare rete urbana che nel tempo è andata sviluppandosi, causa di ostruzione dei violenti nubifragi; si ricordano in proposito quelli che qualche anno fa hanno propriamente distrutto il quartiere di Genova Brignole; neanche le sue strade così larghe (via xx Settembre e vie limitrofi) hanno potuto nulla contro la furia della natura. Eppure sembra che queste esperienze non bastino a far capire agli addetti quanto sia opportuno e ancor di più doveroso rivedere i piani urbanistici. E così che Genova-Culturale balza agli onori delle cronache per cose brutte come emergenze mal gestite piuttosto che per cose belle come i tanti eventi culturali. Quella in gioco, è una partita perduta in partenza sia perché non c’è gara contro la natura e sia perché in Italia le politiche preventive di gestione per simili allarmi dovrebbero essere più efficaci e più studiate. Come a Genova, così nel resto dell’Italia. Non fosse così, non sarebbero accadute molte stragi tra le quali ad esempio quella di Rigopiano: ricordiamo tutti la struttura alberghiera costruita alla base di una suggestiva gola montuosa, poi investita da una valanga causa di 29 morti. Ma questa è altra storia....
A parere personale, penso che l’opportunità offertami di leggere un articolo del genere abbia consentito di dare forma ma soprattutto di dare un nome a quell’insieme di lunghezze differenti che si sviluppano sul territorio genovese e che lo contraddistinguono; sono misure che al fine di non essere contro producenti vanno sviluppate opportunamente, sia che riguardino aspetti geo-morfologici sia che riguardino eventi culturali esclusivi che fanno di Genova un importante luogo di incontro di più culture. Credo che tra le tante città conosciute, Genova sia tra le prime per suggestione e per versatilità. Merito delle sue “...spettacolari asimmetrie!” per dirla come Alberto Diaspro.
Joannes Timurian
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12 dicembre 2018
In libreria
Stefano Mannucci
L’Italia suonata
Dagli anni del boom al nuovo millennio: la storia e la musica
Mursia e Rtl 102.5, Milano, 2018, pp. 780.
Descrizione
C’è un sentiero che unisce i fatti della storia e la colonna sonora della nostra vita. La prima e unica storia d’Italia suonata a ritmo di pop e rock. Con Modugno gli italiani sognano di volare e si risvegliano nella notte del Vajont. Si scandalizzano con gli amori proibiti di Mina e la follia di Celentano. E poi gli enigmi della morte di Tenco, Gaber che rivendica la libertà dal conformismo, il processo degli autonomi a De Gregori, De André che solidarizza con i suoi rapitori, Dalla elogiato da Berlinguer, Guccini all’osteria con Wojtyla. E ancora: Rino Gaetano, l’irregolare, la rivalità tra Vasco e Ligabue, Pelù di fronte a Gelli, Pino Daniele e i lazzari moderni di Napoli. E mille altre storie, fra stragi impunite, terrorismo, il caso Moro, Tangentopoli e le tragedie dei migranti. Un mare di canzoni indimenticabili per chi c’era e per i millennial che cercano di suonare il futuro.
Stefano Mannucci, nato a Roma nel 1958, è il Doctor Mann del canale rock Radiofreccia (Gruppo RTL) e scrive su «il Fatto Quotidiano». Dal 1995 al 2016 è stato caporedattore, responsabile del Servizio Spettacoli e inviato de «Il Tempo». Negli anni Ottanta e fino a metà dei Novanta è stato tra i conduttori di Rai Stereonotte e tra le firme di punta del prestigioso periodico specializzato «Rockstar». Con Mursia ha pubblicato Il suono del secolo. Quando il rock ha fatto la storia (2017).
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Critica musicale,
Libreria,
Spettacolo,
Storia italiana
10 dicembre 2018
In libreria
Bruno Soro
Capire i fatti. Saggi divulgativi di politica economica e società
Epoké, Novi Ligure, 2018, pp. 272.
Descrizione
Capire i fatti. Saggi divulgativi di politica economica e società
Epoké, Novi Ligure, 2018, pp. 272.
Descrizione
Il titolo scelto dall’autore per questa raccolta di saggi lascia intendere che discutere seriamente di economia non è questione banale, in quanto la comprensione dei fatti economico-sociali è cosa diversa dalla loro percezione, tanto più al giorno d’oggi in cui l’informazione viene acquisita in larga parte da fonti incontrollabili come i social media. La percezione, spesso mediata da informazioni imprecise, se non scorrette, ci mette di fronte ai fatti, mentre la spiegazione li ordina in rapporti tra cause ed effetti e ci dà indicazioni su come prevenire effetti avversi intervenendo sulle cause. Ma in economia le cose non sono sempre così semplici. Chiare, brillanti e mai noiose, queste pagine spiegano in modo accattivante perché un sistema economico sia molto più che complicato.
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06 dicembre 2018
In libreria
Giancarlo Tartaglia
"Il giornale è il mio amore".
Alberto Bergamini, inventore del giornalismo moderno.
Edizioni All-Around, Roma, 2018, pp. 288.
Descrizione
Alberto Bergamini, (1871-1962), giornalista e politico del ’900 è stato l’inventore del giornalismo moderno. Fondatore e direttore de «Il Giornale d’Italia», il quotidiano più diffuso per decenni nel centro e nel Mezzogiorno, ha inventato la terza pagina, ha introdotto l’uso delle illustrazioni e delle fotografie, ha messo al centro del giornalismo la ricerca e l’inseguimento costante delle notizie, arrivando a pubblicare sino a sette edizioni al giorno del suo giornale. Senatore del Regno, è stato, insieme ad Albertini e Frassati, l’artefice e l’interprete di una stagione irripetibile della storia politico-giornalistica del nostre Paese.
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Etichette:
Biografia,
Grandi firme,
Libreria,
Quotidiani,
Storia del giornalismo
04 dicembre 2018
In libreria
Marco Pacini,
Epocalisse. Appunti di un cronista pessimista
Mimesis, Milano, 2018, pp. 120.
Descrizione
“Sono
un vecchio giornalista di carta che vede cadere a pezzi, giorno dopo
giorno, calcinaccio dopo calcinaccio, il suo mondo. Tutto qui.” Marco
Pacini intreccia in queste pagine la sua esperienza personale e il suo
lavoro di cronista per analizzare le vicende di maggior attualità –
dallo sfascio post-elettorale alle tanto discusse fake news –,
utilizzando una sana dose di “pessimismo attivo”. Senza scadere in
logiche disfattiste, Pacini sottolinea la necessità di opporre a un
ottimismo acritico l’arma del buon senso. Basta osservare, guardarsi
intorno, per scoprire che, oltre il diktat del tecno-ottimismo, non
esiste soltanto il deserto della diffidenza e del pregiudizio. Come
sostiene l’autore, il pessimismo “è reazionario solo nel senso che prova
a reagire alla progressiva scomparsa del pensiero critico”. Un libro
che invita a guardare la realtà con lo sguardo del pessimista che si
augura di avere torto e porta avanti la sua battaglia intellettuale
proprio sperando che sia così.
Marco Pacini,
caporedattore del settimanale “L’Espresso”, ha lavorato per venticinque
anni nei quotidiani, dapprima come cronista politico e autore di
inchieste, poi come caporedattore centrale del “Piccolo” di Trieste.
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03 dicembre 2018
In libreria
Nicola Attadio
Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly
Bompiani, Milano, 2018, pp. 204.
Descrizione
Descrizione
Settembre 1887: una ragazza bussa alla porta di John Cockerill, direttore del ''New York World'' di Joseph Pulitzer. Chiede di essere assunta come reporter. Nessuna donna aveva mai osato tanto. Il suo nome è Elizabeth Cochran, ha ventitré anni, ma già da tre scrive per un quotidiano di Pittsburgh firmandosi Nellie Bly. Una donna reporter non si è mai vista, ma la sua idea di un'inchiesta sotto copertura a Blackwell Island, manicomio femminile di New York, convince Cockerill e Pulitzer ad accettare la sfida. Ne nasce un reportage che farà la storia del giornalismo. Da qui, in un crescendo di popolarità e sotto mille travestimenti, Nellie racconterà l'America agli americani. Diventerà l'incubo di politici e benpensanti, viaggerà in tutto il mondo, vivrà amori e fallimenti. Mentre i grattacieli, i treni, il telegrafo e poi la guerra trasformano la realtà, Nellie Bly si trova a essere pioniera di una figura mai esistita prima: la donna indipendente, artefice del proprio destino, la giornalista intrepida armata solo del proprio sguardo libero e della propria voce.
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America del Nord,
Biografia,
Donna,
Giornalismo d'inchiesta,
Libreria
01 dicembre 2018
In libreria
Alberto Manguel
Vivere con i libri. Un'elegia e dieci digressioni
Einaudi, Torino, 2018, pp. 128.
Vivere con i libri. Un'elegia e dieci digressioni
Einaudi, Torino, 2018, pp. 128.
Descrizione
«Manguel ha tracciato una cartografia dell'eros della lettura. È il Don Giovanni delle biblioteche». «The Guardian» «Uno scrittore scrive quello che può, un lettore legge quello che vuole», disse una volta Jorge Luis Borges. Intendeva che il lettore gode di una libertà che allo scrittore è preclusa: libertà di immaginare e di imparare, certo, ma anche libertà di leggere o non leggere un libro, di decidere cosa è o non è un classico, di ignorare le mode o gli obblighi di lettura. Un lettore o è libero o non è. Forse non è eccessivo definire Alberto Manguel, scrittore, traduttore, critico, direttore della Biblioteca nazionale argentina, il «lettore definitivo». E infatti nel corso di una vita intera dedicata ai libri ha costruito una biblioteca personale di oltre 35 000 volumi. Ma cosa succede quando si ritrova a dover traslocare dalla sua casa nella Loira a un piccolo appartamento newyorkese? Succede che deve scegliere quali volumi portare con sé e quali lasciare in un deposito, passarli in rassegna, uno dopo l'altro, e ascoltare la loro voce. La biblioteca di Manguel, a parte una manciata di esemplari, non possiede volumi particolarmente rari: è composta tanto di umili tascabili quanto di volumi rilegati in pelle, di novità luccicanti e di malconci libri che si porta dietro in ogni trasloco fin da quando era bambino, libri belli e libri brutti. Il fatto è che i libri raccontano tutti una storia. Non solo quella che c'è scritta dentro (che a volte non è nemmeno la piú importante), ma quella che si portano dietro. Perché ogni biblioteca è un luogo di memoria: sugli scaffali si succedono non solo i volumi ma anche il ricordo di quando leggemmo quel determinato testo, la città in cui l'abbiamo comprato, la persona che ce lo consigliò, il piccolo o grande dolore che quella lettura ha saputo lenire. Una libreria è una collezione di malinconie e di gioie, un repertorio di persone amate o dimenticate, un tributo alla speranza (o all'illusione) che quell'inerme massa di carta possa in qualche modo restituirci l'immagine degli individui che siamo. Cosí, mentre imballava la sua biblioteca e ne ascoltava la voce, Manguel ha scritto questa luminosa elegia con «dieci digressioni» che è tanto un diario di letture quanto una meditazione appassionata e urgente sulla lettura nel tempo presente; un'autobiografia e una riflessione sull'importanza delle biblioteche pubbliche e delle librerie per cucire insieme il tessuto civile di una comunità; una storia d'amore e di libertà degna di Eco e di Borges.
«Manguel ha tracciato una cartografia dell'eros della lettura. È il Don Giovanni delle biblioteche». «The Guardian» «Uno scrittore scrive quello che può, un lettore legge quello che vuole», disse una volta Jorge Luis Borges. Intendeva che il lettore gode di una libertà che allo scrittore è preclusa: libertà di immaginare e di imparare, certo, ma anche libertà di leggere o non leggere un libro, di decidere cosa è o non è un classico, di ignorare le mode o gli obblighi di lettura. Un lettore o è libero o non è. Forse non è eccessivo definire Alberto Manguel, scrittore, traduttore, critico, direttore della Biblioteca nazionale argentina, il «lettore definitivo». E infatti nel corso di una vita intera dedicata ai libri ha costruito una biblioteca personale di oltre 35 000 volumi. Ma cosa succede quando si ritrova a dover traslocare dalla sua casa nella Loira a un piccolo appartamento newyorkese? Succede che deve scegliere quali volumi portare con sé e quali lasciare in un deposito, passarli in rassegna, uno dopo l'altro, e ascoltare la loro voce. La biblioteca di Manguel, a parte una manciata di esemplari, non possiede volumi particolarmente rari: è composta tanto di umili tascabili quanto di volumi rilegati in pelle, di novità luccicanti e di malconci libri che si porta dietro in ogni trasloco fin da quando era bambino, libri belli e libri brutti. Il fatto è che i libri raccontano tutti una storia. Non solo quella che c'è scritta dentro (che a volte non è nemmeno la piú importante), ma quella che si portano dietro. Perché ogni biblioteca è un luogo di memoria: sugli scaffali si succedono non solo i volumi ma anche il ricordo di quando leggemmo quel determinato testo, la città in cui l'abbiamo comprato, la persona che ce lo consigliò, il piccolo o grande dolore che quella lettura ha saputo lenire. Una libreria è una collezione di malinconie e di gioie, un repertorio di persone amate o dimenticate, un tributo alla speranza (o all'illusione) che quell'inerme massa di carta possa in qualche modo restituirci l'immagine degli individui che siamo. Cosí, mentre imballava la sua biblioteca e ne ascoltava la voce, Manguel ha scritto questa luminosa elegia con «dieci digressioni» che è tanto un diario di letture quanto una meditazione appassionata e urgente sulla lettura nel tempo presente; un'autobiografia e una riflessione sull'importanza delle biblioteche pubbliche e delle librerie per cucire insieme il tessuto civile di una comunità; una storia d'amore e di libertà degna di Eco e di Borges.
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29 ottobre 2018
In libreria
Dario Mangano
Che cos'è la semiotica della fotografia
Carocci, Roma, 2018, pp. 144.
Che cos'è la semiotica della fotografia
Carocci, Roma, 2018, pp. 144.
Descrizione
L’idea che la fotografia possa essere considerata un linguaggio è talmente diffusa che non ci facciamo neanche più caso, certi che quella miriade di immagini che scattiamo e guardiamo abbia a che fare con la nostra capacità di comunicare. Difficilmente quindi ci soffermiamo a riflettere su cosa ciò comporti, a chiederci “come” essa significhi, più di “cosa” voglia dire. È proprio di questo che parla il libro: utilizzando la semiotica contemporanea, scienza che studia i diversi sistemi di significazione, mira a ricostruire i meccanismi che caratterizzano la fotografia in quanto fenomeno di produzione di senso. Si scopre allora, fra l’altro, che non si tratta di un unico linguaggio ma di tanti, e che l’attività semiotica che riguarda la fotografia comincia molto prima della visione, quando ci si mette in mano un apparecchio progettato per fare di un uomo un fotografo.
Indice
Introduzione
1. Corpi
Io, fotografo/ Critica della ragione tecnica/ Corpi-macchina/ L’atto fotografico/Impugnare/trasportare/ Inquadrare/ L’obiettivo/ Regolare/ Scattare
2. Segni
Il senso di un saluto/Retoriche dell’immagine/La ricerca dell’essenza/Il ritorno del segno/Modelli di segno a confronto/Lo specchio del reale: l’icona/La trasformazione del reale: il simbolo/La traccia del reale: l’indice/Oltre il segno/Il fare fotografico/Studium e punctum/Verso un nuovo paradigma
3. Testi
«Flagranti reati»/«Forme dell’impronta»/ Dal segno al testo/ Linguaggi della fotografia/Dimensione topologica/Dimensione eidetica/ Dimensione cromatica
4. Discorsi
Fotografia testimonianza/ Dal testo al discorso/ Realtà parallele/ Fotografia opera/ Fotografia ludica/ Fotografia tecnica/ Generi comunicativi/ Fotografia referenziale/ Fotografia mitica/ Fotografia sostanziale/ Fotografia obliqua/ Strategie fotografiche
Riferimenti bibliografici
L’idea che la fotografia possa essere considerata un linguaggio è talmente diffusa che non ci facciamo neanche più caso, certi che quella miriade di immagini che scattiamo e guardiamo abbia a che fare con la nostra capacità di comunicare. Difficilmente quindi ci soffermiamo a riflettere su cosa ciò comporti, a chiederci “come” essa significhi, più di “cosa” voglia dire. È proprio di questo che parla il libro: utilizzando la semiotica contemporanea, scienza che studia i diversi sistemi di significazione, mira a ricostruire i meccanismi che caratterizzano la fotografia in quanto fenomeno di produzione di senso. Si scopre allora, fra l’altro, che non si tratta di un unico linguaggio ma di tanti, e che l’attività semiotica che riguarda la fotografia comincia molto prima della visione, quando ci si mette in mano un apparecchio progettato per fare di un uomo un fotografo.
Indice
Introduzione
1. Corpi
Io, fotografo/ Critica della ragione tecnica/ Corpi-macchina/ L’atto fotografico/Impugnare/trasportare/ Inquadrare/ L’obiettivo/ Regolare/ Scattare
2. Segni
Il senso di un saluto/Retoriche dell’immagine/La ricerca dell’essenza/Il ritorno del segno/Modelli di segno a confronto/Lo specchio del reale: l’icona/La trasformazione del reale: il simbolo/La traccia del reale: l’indice/Oltre il segno/Il fare fotografico/Studium e punctum/Verso un nuovo paradigma
3. Testi
«Flagranti reati»/«Forme dell’impronta»/ Dal segno al testo/ Linguaggi della fotografia/Dimensione topologica/Dimensione eidetica/ Dimensione cromatica
4. Discorsi
Fotografia testimonianza/ Dal testo al discorso/ Realtà parallele/ Fotografia opera/ Fotografia ludica/ Fotografia tecnica/ Generi comunicativi/ Fotografia referenziale/ Fotografia mitica/ Fotografia sostanziale/ Fotografia obliqua/ Strategie fotografiche
Riferimenti bibliografici
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27 ottobre 2018
in libreria
Giorgio Fabre
Il censore e l'editore. Mussolini, i libri, Mondadori
Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 2018, pp. 525.
Il censore e l'editore. Mussolini, i libri, Mondadori
Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 2018, pp. 525.
Descrizione
La censura libraria fascista seguì un percorso incerto e contrastato rispetto ad altri tipi di controllo culturale, come quello su giornali, cinema, teatro e università. Solo in un secondo tempo, nel tentativo di plasmare l’opinione pubblica in senso nazionalista, razzista e bellicista, Mussolini si impegnò in prima persona nella creazione di un sistema di censura accentrato, pervasivo e articolato. Almeno fino al 1934, però, affrontò numerosi ostacoli di natura burocratica e diplomatica, e ancor più ostica si rivelò l’interazione con il mondo editoriale, un settore privato che contava già su un pubblico ampio e dai gusti raffinati. Ricco di molta documentazione inedita, questo libro offre una rilettura sorprendente di quell’evoluzione e del suo impatto sulla cultura e sull’editoria italiana, e indica anche quale fu l’intreccio tra le vicende della censura fascista e quelle della più importante casa editrice italiana, la Mondadori, il cui «sistema culturale» mostrava un profilo internazionale talvolta indigeribile per il duce. Mussolini fu solito dedicare moltissimo tempo non solo a valutare possibili sequestri e proibizioni, ma anche a indirizzare le pubblicazioni e le traduzioni, a offrire contratti, a lavorare i libri di suo interesse perfino da editor e correttore di bozze. Contro di lui, l’«editore» per eccellenza, Arnoldo Mondadori, difese l’azienda con straordinaria inventiva e un’attitudine pragmatica e camaleontica che spesso permise di aggirare di fatto le restrizioni del regime o di trarne addirittura vantaggio, smentendo le tesi spesso consolidate di una Mondadori allineata al fascismo. Concludono il volume 220 schede dettagliate su altrettanti libri e 170 autori Mondadori, coinvolti nella censura (tra loro Remarque, Faulkner, Zweig, Mann, Steinbeck, Vittorini, Moravia, Huxley, Simenon). Esse illustrano da un lato la pervicacia della censura, dall’altro la duttilità della casa editrice nel cercare di prevenirla rivedendo in modo opportuno testi, titoli e copertine, rimodulando le collane e tenendo «nel cassetto» le opere più scomode, in vista del crollo del regime.
La censura libraria fascista seguì un percorso incerto e contrastato rispetto ad altri tipi di controllo culturale, come quello su giornali, cinema, teatro e università. Solo in un secondo tempo, nel tentativo di plasmare l’opinione pubblica in senso nazionalista, razzista e bellicista, Mussolini si impegnò in prima persona nella creazione di un sistema di censura accentrato, pervasivo e articolato. Almeno fino al 1934, però, affrontò numerosi ostacoli di natura burocratica e diplomatica, e ancor più ostica si rivelò l’interazione con il mondo editoriale, un settore privato che contava già su un pubblico ampio e dai gusti raffinati. Ricco di molta documentazione inedita, questo libro offre una rilettura sorprendente di quell’evoluzione e del suo impatto sulla cultura e sull’editoria italiana, e indica anche quale fu l’intreccio tra le vicende della censura fascista e quelle della più importante casa editrice italiana, la Mondadori, il cui «sistema culturale» mostrava un profilo internazionale talvolta indigeribile per il duce. Mussolini fu solito dedicare moltissimo tempo non solo a valutare possibili sequestri e proibizioni, ma anche a indirizzare le pubblicazioni e le traduzioni, a offrire contratti, a lavorare i libri di suo interesse perfino da editor e correttore di bozze. Contro di lui, l’«editore» per eccellenza, Arnoldo Mondadori, difese l’azienda con straordinaria inventiva e un’attitudine pragmatica e camaleontica che spesso permise di aggirare di fatto le restrizioni del regime o di trarne addirittura vantaggio, smentendo le tesi spesso consolidate di una Mondadori allineata al fascismo. Concludono il volume 220 schede dettagliate su altrettanti libri e 170 autori Mondadori, coinvolti nella censura (tra loro Remarque, Faulkner, Zweig, Mann, Steinbeck, Vittorini, Moravia, Huxley, Simenon). Esse illustrano da un lato la pervicacia della censura, dall’altro la duttilità della casa editrice nel cercare di prevenirla rivedendo in modo opportuno testi, titoli e copertine, rimodulando le collane e tenendo «nel cassetto» le opere più scomode, in vista del crollo del regime.
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25 ottobre 2018
In libreria
Riccardo Cucchi
Radiogol. Trentacinque anni di calcio minuto per minuto
Il Saggiatore, Milano, 2018, pp. 272.
Radiogol. Trentacinque anni di calcio minuto per minuto
Il Saggiatore, Milano, 2018, pp. 272.
Descrizione
La voce di Riccardo Cucchi è stata il cuore di ogni domenica per circa trent’anni. Dalla sua postazione appartata, isolata in mezzo alla folla formicolante sulle tribune, ha riempito i nostri pomeriggi di emozioni narrando da testimone diretto decine di campionati, centinaia di partite, migliaia di minuti di calcio. In una notte d’estate ha gridato per quattro volte «Campioni del mondo», ed è iniziata la festa di tutti, da Berlino alle piazze di paesi e città dell’Italia intera. Attraverso il suo microfono ha accompagnato vittorie impossibili da dimenticare: la Champions League dell’Inter, lo scudetto travolgente della Roma, quello del riscatto bianconero nel 2012. Il segreto della sua voce è un paradosso: l’equilibrio perfetto tra passione ed eleganza, entusiasmo e riservatezza. Ecco perché Riccardo Cucchi ha confessato di essere un tifoso biancoceleste soltanto al termine dell’ultima radiocronaca, quando è stato abbracciato dal pubblico di San Siro come si fa con i grandi campioni e i grandi amici. Ed ecco perché diciassette anni prima, mentre annunciava lo scudetto della sua squadra, lo ha tradito una vibrazione sottile, una palpitazione che in pochi hanno saputo percepire fra le pieghe del suo annuncio: «Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000, la Lazio è campione d’Italia!». Oggi la voce che ha trasformato quegli attimi in racconto radiofonico, dando vita a una piccola epica dell’istante, abbandona il microfono e si riversa in un libro, ancora entusiasmante, ancora più intimo. Un libro che ci mostra come, a televisione spenta, la radio sappia trasformare lo sport in parola, ritmo, narrazione: perché la radio è il mondo, come lo immaginiamo noi. Radiogol è un memoir in cui scorrono trentacinque anni di calcio perduto e ritrovato e un autentico atto d’amore per la radio e i suoi protagonisti, da Enrico Ameri a Sandro Ciotti. Attraverso le sfide a cui ha assistito in prima persona, i ricordi di un’infanzia trasognata e gli incontri con fuoriclasse come Carlo Ancelotti, i fratelli Abbagnale e Diego Armando Maradona, Riccardo Cucchi ci sintonizza su un’epoca e un calcio che sono parte di noi. Minuto per minuto.
La voce di Riccardo Cucchi è stata il cuore di ogni domenica per circa trent’anni. Dalla sua postazione appartata, isolata in mezzo alla folla formicolante sulle tribune, ha riempito i nostri pomeriggi di emozioni narrando da testimone diretto decine di campionati, centinaia di partite, migliaia di minuti di calcio. In una notte d’estate ha gridato per quattro volte «Campioni del mondo», ed è iniziata la festa di tutti, da Berlino alle piazze di paesi e città dell’Italia intera. Attraverso il suo microfono ha accompagnato vittorie impossibili da dimenticare: la Champions League dell’Inter, lo scudetto travolgente della Roma, quello del riscatto bianconero nel 2012. Il segreto della sua voce è un paradosso: l’equilibrio perfetto tra passione ed eleganza, entusiasmo e riservatezza. Ecco perché Riccardo Cucchi ha confessato di essere un tifoso biancoceleste soltanto al termine dell’ultima radiocronaca, quando è stato abbracciato dal pubblico di San Siro come si fa con i grandi campioni e i grandi amici. Ed ecco perché diciassette anni prima, mentre annunciava lo scudetto della sua squadra, lo ha tradito una vibrazione sottile, una palpitazione che in pochi hanno saputo percepire fra le pieghe del suo annuncio: «Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio 2000, la Lazio è campione d’Italia!». Oggi la voce che ha trasformato quegli attimi in racconto radiofonico, dando vita a una piccola epica dell’istante, abbandona il microfono e si riversa in un libro, ancora entusiasmante, ancora più intimo. Un libro che ci mostra come, a televisione spenta, la radio sappia trasformare lo sport in parola, ritmo, narrazione: perché la radio è il mondo, come lo immaginiamo noi. Radiogol è un memoir in cui scorrono trentacinque anni di calcio perduto e ritrovato e un autentico atto d’amore per la radio e i suoi protagonisti, da Enrico Ameri a Sandro Ciotti. Attraverso le sfide a cui ha assistito in prima persona, i ricordi di un’infanzia trasognata e gli incontri con fuoriclasse come Carlo Ancelotti, i fratelli Abbagnale e Diego Armando Maradona, Riccardo Cucchi ci sintonizza su un’epoca e un calcio che sono parte di noi. Minuto per minuto.
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24 ottobre 2018
In libreria
Daniele Giglioli
All'ordine del giorno è il terrore. I cattivi pensieri della democrazia
Il Saggiatore, Milano, 2018, pp. 269 (prima ed. 2007)
All'ordine del giorno è il terrore. I cattivi pensieri della democrazia
Il Saggiatore, Milano, 2018, pp. 269 (prima ed. 2007)
Descrizione
Dacci oggi il terrore quotidiano. Il terrore che è il rovescio della democrazia, il suo doppio segreto e insostituibile, il suo miglior nemico. Perché nulla come il terrore genera assetti politici, suscita desideri, costruisce identità e immaginario. Guerriglieri, folli isolati e fanatici religiosi; regimi autoritari che praticano la violenza di Stato e regimi democratici che ordinano bombardamenti o torture; aerei dirottati, camion dirottati, spari all’impazzata nei luoghi pubblici: sono il metronomo del presente, la mitologia giornaliera di una specie che si nutre di simboli come quella umana. Eppure nessuno si definisce terrorista: il terrorismo è sempre la violenza dell’altro. Eppure nessuna definizione permette di carpire la natura del terrore, perché non bastano la morte o la paura a distinguerlo da altre forme di violenza, e non basta il suo intento prettamente comunicativo, se è vero che in ogni violenza politica la vittima è il messaggio. Al centro del terrore c’è un vuoto, pronto a ricevere da noi impotenza e paura, violenza e desiderio, per restituire immaginario, identità e fantasmi. In una parola: mito. La letteratura cala i personaggi in quel vuoto. Non spiega cos’è o come funziona: ci mostra cosa succede ad abitarlo. Non chiarisce com’è fatto il terrore ma ci permette di profanare la sua sacralità, di farne esperienza lasciandoci indossare i panni del mostro. È quello che fanno gli autori attorno a cui si snoda All’ordine del giorno è il terrore, da Artaud a Ballard, da Dostoevskij a Updike, da Sade a Ellroy. Attraverso i loro testi, Daniele Giglioli decostruisce la più potente macchina narrativa contemporanea, mostrando come tra i suoi fumi sulfurei si celi l’impotenza del soggetto moderno, la fragilità dei nessi sociali, l’estromissione dell’individuo dalla sfera pubblica. Il terrorista è uno di noi: uno spettatore, un escluso. Questo sembra dirci il killer per caso, l’emarginato Oswald in Libra di Don DeLillo, finalmente inquadrato dalla telecamera nel momento della morte: «Requisito nel cielo senza atmosfera della gloria mediatica, il suo quarto d’ora di celebrità durerà in eterno».
Dacci oggi il terrore quotidiano. Il terrore che è il rovescio della democrazia, il suo doppio segreto e insostituibile, il suo miglior nemico. Perché nulla come il terrore genera assetti politici, suscita desideri, costruisce identità e immaginario. Guerriglieri, folli isolati e fanatici religiosi; regimi autoritari che praticano la violenza di Stato e regimi democratici che ordinano bombardamenti o torture; aerei dirottati, camion dirottati, spari all’impazzata nei luoghi pubblici: sono il metronomo del presente, la mitologia giornaliera di una specie che si nutre di simboli come quella umana. Eppure nessuno si definisce terrorista: il terrorismo è sempre la violenza dell’altro. Eppure nessuna definizione permette di carpire la natura del terrore, perché non bastano la morte o la paura a distinguerlo da altre forme di violenza, e non basta il suo intento prettamente comunicativo, se è vero che in ogni violenza politica la vittima è il messaggio. Al centro del terrore c’è un vuoto, pronto a ricevere da noi impotenza e paura, violenza e desiderio, per restituire immaginario, identità e fantasmi. In una parola: mito. La letteratura cala i personaggi in quel vuoto. Non spiega cos’è o come funziona: ci mostra cosa succede ad abitarlo. Non chiarisce com’è fatto il terrore ma ci permette di profanare la sua sacralità, di farne esperienza lasciandoci indossare i panni del mostro. È quello che fanno gli autori attorno a cui si snoda All’ordine del giorno è il terrore, da Artaud a Ballard, da Dostoevskij a Updike, da Sade a Ellroy. Attraverso i loro testi, Daniele Giglioli decostruisce la più potente macchina narrativa contemporanea, mostrando come tra i suoi fumi sulfurei si celi l’impotenza del soggetto moderno, la fragilità dei nessi sociali, l’estromissione dell’individuo dalla sfera pubblica. Il terrorista è uno di noi: uno spettatore, un escluso. Questo sembra dirci il killer per caso, l’emarginato Oswald in Libra di Don DeLillo, finalmente inquadrato dalla telecamera nel momento della morte: «Requisito nel cielo senza atmosfera della gloria mediatica, il suo quarto d’ora di celebrità durerà in eterno».
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22 ottobre 2018
In libreria
Giancarla Vanoli
Nella terra di mezzo
Cinema e immigrazione in Italia 1990-2010
Meltemi, Milano, 2018, pp. 330.
Descrizione
Nella terra di mezzo
Cinema e immigrazione in Italia 1990-2010
Meltemi, Milano, 2018, pp. 330.
Descrizione
Tre diverse generazioni di registi si confrontano, tra il 1990 e il 2010, con un tema fino ad allora privo di modelli narrativi di riferimento, ma sentito come adatto a riallacciare i fili della migliore tradizione cinematografica italiana. Ne deriva una rappresentazione del fenomeno migratorio condizionata da fattori biografici oltre che culturali, attraverso la quale è possibile individuare alcuni elementi determinanti nell'evoluzione della società e del cinema stesso. Dallo specchio del confronto con l'"altro" straniero emerge un ritratto di quel particolare ventennio, che coincide con la trasformazione del paese da terra di emigranti a meta d'immigrazione, oltre che con il cambiamento radicale dei
sistemi di produzione, trasmissione e fruizione della cosiddetta cultura di massa
sistemi di produzione, trasmissione e fruizione della cosiddetta cultura di massa
21 ottobre 2018
In libreria
Valentina Croce
Mi piace! La ricerca del consenso ai tempi di Facebook
Meltemi, Milano, 2018, pp. 254.
Mi piace! La ricerca del consenso ai tempi di Facebook
Meltemi, Milano, 2018, pp. 254.
Descrizione
Ha avuto ragione Warhol: abbiamo avuto tutti i nostri quindici minuti di celebrità. Facebook è divenuto il terreno su cui giocare la partita della nostra credibilità sociale, della fondatezza delle nostre opinioni, dei
nostri gusti, della nostra esistenza. Su quel palcoscenico ognuno è disposto
a cedere qualcosa di sé, della propria intimità o del proprio estro creativo
o intellettuale, affinché l'applauso del pubblico risuoni fragoroso. La ricerca del consenso è parte costitutiva di quell'Io social che è la derivazione virtuale dell'Io sacro moderno, che da Durkheim a Goffman è servito a spiegare l'ordine sociale e l'intersoggettività. La sacralità dell'Io resta l'unico collante rituale, il residuo liturgico di un lungo processo di laicizzazione delle nostre visioni del mondo. Ma il culto dell'individuo su Facebook si esaurisce nella spettacolarizzazione oppure la non compresenza fisica introduce nuovi rituali interazionali? Il volume, attraverso la microsociologia di Erving Goffman, analizza proprio le strategie di rappresentazione che ogni utente deve effettuare per tenere alte le luci della ribalta e per essere credibile nei panni di se stesso.
Ha avuto ragione Warhol: abbiamo avuto tutti i nostri quindici minuti di celebrità. Facebook è divenuto il terreno su cui giocare la partita della nostra credibilità sociale, della fondatezza delle nostre opinioni, dei
nostri gusti, della nostra esistenza. Su quel palcoscenico ognuno è disposto
a cedere qualcosa di sé, della propria intimità o del proprio estro creativo
o intellettuale, affinché l'applauso del pubblico risuoni fragoroso. La ricerca del consenso è parte costitutiva di quell'Io social che è la derivazione virtuale dell'Io sacro moderno, che da Durkheim a Goffman è servito a spiegare l'ordine sociale e l'intersoggettività. La sacralità dell'Io resta l'unico collante rituale, il residuo liturgico di un lungo processo di laicizzazione delle nostre visioni del mondo. Ma il culto dell'individuo su Facebook si esaurisce nella spettacolarizzazione oppure la non compresenza fisica introduce nuovi rituali interazionali? Il volume, attraverso la microsociologia di Erving Goffman, analizza proprio le strategie di rappresentazione che ogni utente deve effettuare per tenere alte le luci della ribalta e per essere credibile nei panni di se stesso.
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19 ottobre 2018
Genova in libreria
La Democrazia Cristiana a Genova 1943-1993
a cura di Enrico Baiardo
Erga, Genova, 2018, pp. 330.
a cura di Enrico Baiardo
Erga, Genova, 2018, pp. 330.
Descrizione
Attraverso documenti in parte inediti, questo volume ripercorre per la prima volta la storia della Democrazia cristiana genovese, un partito che a partire dal 1951 ha governato la città per trent’anni (e l’Italia per mezzo secolo, ininterrottamente). Il periodo analizzato prende inizio durante la guerra mondiale e si conclude dopo cinque decenni. Di questo arco di tempo il libro ricostruisce vicende e protagonisti: le scelte e le alleanze politiche della Dc, l’azione dei suoi tre sindaci, il passaggio all’opposizione, il ritorno al governo locale sino all’epilogo dei Novanta con lo scioglimento del partito. Insieme, la presenza nella scena nazionale dei ministri Paolo Emilio Taviani e Giorgio Bo, del presidente degli industriali italiani Angelo Costa, del cardinale Giuseppe Siri, il “papa mancato”. Sono infine descritti la rappresentanza sociale democristiana, i legami con l’associazionismo cattolico, con la Cisl, con le categorie economiche; nonché la dimensione del consenso, in voti e iscritti.
Attraverso documenti in parte inediti, questo volume ripercorre per la prima volta la storia della Democrazia cristiana genovese, un partito che a partire dal 1951 ha governato la città per trent’anni (e l’Italia per mezzo secolo, ininterrottamente). Il periodo analizzato prende inizio durante la guerra mondiale e si conclude dopo cinque decenni. Di questo arco di tempo il libro ricostruisce vicende e protagonisti: le scelte e le alleanze politiche della Dc, l’azione dei suoi tre sindaci, il passaggio all’opposizione, il ritorno al governo locale sino all’epilogo dei Novanta con lo scioglimento del partito. Insieme, la presenza nella scena nazionale dei ministri Paolo Emilio Taviani e Giorgio Bo, del presidente degli industriali italiani Angelo Costa, del cardinale Giuseppe Siri, il “papa mancato”. Sono infine descritti la rappresentanza sociale democristiana, i legami con l’associazionismo cattolico, con la Cisl, con le categorie economiche; nonché la dimensione del consenso, in voti e iscritti.
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17 ottobre 2018
In libreria
Carlo Emilio
Gadda
Norme per la redazione di un testo radiofonico
a cura di Mariarosa Bricchi
Adelphi, Milano, 2018, pp. 56.
Adelphi, Milano, 2018, pp. 56.
Descrizione
Che
i più dignitosi accademici chiamati, negli anni Cinquanta, a
collaborare al Terzo Programma Rai abbiano avuto un sussulto nel leggere
l'opuscolo di norme redazionali allegato alla lettera-contratto non
stupisce. Con una fermezza sotto la quale fremeva un'esplosiva ironia,
li si invitava a bandire il tono dottrinale e l'esibitivo «io», incisi e
litoti a catena, vocaboli antiquati o tecnici e mostruose forme verbali
(come l’indigesto svelsero).
Non potevano sapere che l'autore di quell'opuscolo era il più
sovversivo degli scrittori italiani, per una volta nelle vesti di ligio e
irresistibile anti-Gadda.
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15 ottobre 2018
La vita non è uno scherzo
"La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia."
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia."
Nazım Hikmet
In libreria
Tito Vagni
Abitare la tv. Teorie, immaginari, reality show
FrancoAngeli, Milano, 2017, pp. 218.
Abitare la tv. Teorie, immaginari, reality show
FrancoAngeli, Milano, 2017, pp. 218.
Descrizione
Questo libro è un viaggio originale e sorprendente sul rapporto tra spettatori e televisione; un percorso non strettamente cronologico alla continua ricerca dei "caratteri distintivi" di questo medium. Il ricorrere di concetti come spazio, trasparenza, tv verità porta fino al reality show, linguaggio specifico della televisione generalista e momento originario delle forme comunicative dei social media contemporanei. Attingendo a una bibliografia poco frequentata e integrandola costantemente con opere letterarie e cinematografiche, il testo conduce il lettore verso un'idea di televisione come forma culturale. La TV non è, infatti, intesa solamente come strumento d'informazione o d'intrattenimento, ma come fabbrica d'immaginari, capace di plasmare forme di vita nuove in maniera indiretta. Una televisione come esserci, che conduce lo spettatore oltre la frontiera dello schermo, accendendo le luci della ribalta sulla sua vita ordinaria. Le analisi del tronista, di Fabrizio Corona o dei talent show come Amici o X Factor vanno al cuore della civiltà delle immagini svelando perché apparenza, cinismo, celebrità, relazione sono parole chiave che cristallizzano processi storico-sociali di lungo periodo e, allo stesso tempo, rappresentano alcune delle principali chiavi di lettura del presente.
Indice
Prefazione di Alberto Abruzzese,
Introduzione
La televisione delle origini
(La "scuola italiana" di studi sulla TV; La televisione come messaggero e come esserci; Il coefficiente visivo; Il linguaggio del piccolo schermo; Lo specifico televisivo tra "paleo" e "neo" televisione)
Protostoria dello spazio televisivo
(Spazio, rappresentazione, simulazione; I silents movies di Andy Warhol e il pubblico come protagonista; Il drive-in tra mobilità e distrazione; Il Rumore bianco della TV; La televisione come doppio del mondo: Regno a venire, The Truman Show, Matrix)
Funzionamenti e immaginari della reality TV
(Il reality show come specifico televisivo; Dal cielo alla terra: i divi del cinema e le celebrità televisive; Fenomenologia del tronista; La logica dell'apparenza; Fabrizio Corona e la televisione del suo tempo)
Il reality show si è fatto mondo
(Il reality in una prospettiva archeologica; Del vedere e dell'essere visti; Dalla gloria all'onore; I talent show, la fabbricazione del divo e l'amatore)
Bibliografia.
Questo libro è un viaggio originale e sorprendente sul rapporto tra spettatori e televisione; un percorso non strettamente cronologico alla continua ricerca dei "caratteri distintivi" di questo medium. Il ricorrere di concetti come spazio, trasparenza, tv verità porta fino al reality show, linguaggio specifico della televisione generalista e momento originario delle forme comunicative dei social media contemporanei. Attingendo a una bibliografia poco frequentata e integrandola costantemente con opere letterarie e cinematografiche, il testo conduce il lettore verso un'idea di televisione come forma culturale. La TV non è, infatti, intesa solamente come strumento d'informazione o d'intrattenimento, ma come fabbrica d'immaginari, capace di plasmare forme di vita nuove in maniera indiretta. Una televisione come esserci, che conduce lo spettatore oltre la frontiera dello schermo, accendendo le luci della ribalta sulla sua vita ordinaria. Le analisi del tronista, di Fabrizio Corona o dei talent show come Amici o X Factor vanno al cuore della civiltà delle immagini svelando perché apparenza, cinismo, celebrità, relazione sono parole chiave che cristallizzano processi storico-sociali di lungo periodo e, allo stesso tempo, rappresentano alcune delle principali chiavi di lettura del presente.
Indice
Prefazione di Alberto Abruzzese,
Introduzione
La televisione delle origini
(La "scuola italiana" di studi sulla TV; La televisione come messaggero e come esserci; Il coefficiente visivo; Il linguaggio del piccolo schermo; Lo specifico televisivo tra "paleo" e "neo" televisione)
Protostoria dello spazio televisivo
(Spazio, rappresentazione, simulazione; I silents movies di Andy Warhol e il pubblico come protagonista; Il drive-in tra mobilità e distrazione; Il Rumore bianco della TV; La televisione come doppio del mondo: Regno a venire, The Truman Show, Matrix)
Funzionamenti e immaginari della reality TV
(Il reality show come specifico televisivo; Dal cielo alla terra: i divi del cinema e le celebrità televisive; Fenomenologia del tronista; La logica dell'apparenza; Fabrizio Corona e la televisione del suo tempo)
Il reality show si è fatto mondo
(Il reality in una prospettiva archeologica; Del vedere e dell'essere visti; Dalla gloria all'onore; I talent show, la fabbricazione del divo e l'amatore)
Bibliografia.
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10 ottobre 2018
In libreria
Anna Maria Mozzoni
La liberazione della donna
Introduzione di Donatella Alfonso – Prefazione di Fiorenza Taricone
Edizioni All Around, Roma, 2018, pp. 240.
Descrizione
Giornalista, scrittrice, attivista dei diritti civili, Anna Maria Mozzoni fu la voce più forte nel chiedere, tra Otto e Novecento, pari diritti politici e sociali per le donne italiane, e quindi precorritrice dei movimenti femministi.: "Il mio lavoro, siccome diretto all’utile vostro materiale e morale, e tendendo ad affermare il vostro individualismo, era d’uopo cominciasse per mostrarvi quali siete e non attraverso le lenti della opinione”. Anna Maria Mozzoni ha 27 anni quando, nel 1864, pubblica La donna e i suoi rapporti sociali: per lei, ardente mazziniana, la speranza è che il Risorgimento politico sia anche – e finalmente – una rinascita delle donne in Italia. Una donna all’avanguardia, Anna Maria: tiene conferenze, traduce, scrive (“Che fa la penna in mano ad una donna se non serve alla sua causa come a quella di tutti gli oppressi?”), si impegna con i socialisti sulle tutele del lavoro, specialmente femminile; la sua battaglia, combattuta per tutta la vita, è per il diritto al voto delle donne; conquistato solo 26 anni dopo la sua scomparsa.
Anna Maria Mozzoni nasce a Rescaldina, alle porte di Milano nel 1837. Dai genitori, un padre fisico e matematico e una madre dell’alta borghesia milanese, che la alleva nel libero pensiero, ottiene le basi di un’educazione aperta. Giornalista e scrittrice, autrice di saggi, conferenze e traduzioni, impegnata politicamente, muore a Roma nel 1920.
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08 ottobre 2018
In libreria
Antonella Pocecco
Il prisma della memoria. Cultura, identità e mass media
Franco Angeli, Milano, 2017, pp. 132.
Descrizione
L'interesse per le dinamiche e i processi della memoria collettiva è oggi testimoniato da numerosi fattori convergenti, per cui il passato assume un inedito carattere di attualità in grado di condizionare pesantemente il presente. L'attuale memory boom è comprensibile rilevando come la memoria sia un fattore cruciale nella definizione delle identità e delle culture, in grado di permettere all'attore sociale - sia esso individuale o collettivo - di collocarsi e riconoscersi nel tempo e nello spazio. Declinata in modo peculiare nei differenti contesti socio-culturali, la tendenza a ristabilire la continuità con il passato, a preservarne e far conoscere le vestigia memoriali e materiali, spesso si accompagna alla volontà di riportare in superficie memorie negate, oppure relegate nei coni d'ombra delle meta-narrative pubbliche. Riferite ad alcuni casi specifici, le riflessioni contenute nel volume si rifanno sostanzialmente al dualismo senza memoria/abuso di memoria, nel tentativo di chiarire, all'epoca della mediatizzazione del ricordo, la complessità e le difficoltà del lavoro di memoria. Esso non può essere infatti relegato alla dimensione di semplice corollario scientifico, perché coinvolge la nostra stessa quotidianità: la memoria collettiva è come un prisma, in cui si riverberano immaginari, sensibilità, inquietudini sul presente e attese per il futuro.
Indice
Introduzione
La Grande guerra come memoria europea
(La pagina bianca; Dai luoghi della memoria ai nomi della memoria; Il diritto alla memoria)
La battaglia della memoria
(Reinterpretazione e riappropriazione; La battaglia della memoria; La politica della verità)
Memoria collettiva e identità nazionale
(Rituale collettivo d'espiazione o lavoro di memoria?; Quale dovere di memoria; La ricostruzione memoriale; Un dibattito civico e mediatico)
Memorie di una diaspora
(Una memoria silente; Pratiche di commemorazione e rimemorazione; Testimonianza versus privatizzazione del ricordo; Il futuro della memoria)
Conclusioni
Bibliografia di riferimento
L'interesse per le dinamiche e i processi della memoria collettiva è oggi testimoniato da numerosi fattori convergenti, per cui il passato assume un inedito carattere di attualità in grado di condizionare pesantemente il presente. L'attuale memory boom è comprensibile rilevando come la memoria sia un fattore cruciale nella definizione delle identità e delle culture, in grado di permettere all'attore sociale - sia esso individuale o collettivo - di collocarsi e riconoscersi nel tempo e nello spazio. Declinata in modo peculiare nei differenti contesti socio-culturali, la tendenza a ristabilire la continuità con il passato, a preservarne e far conoscere le vestigia memoriali e materiali, spesso si accompagna alla volontà di riportare in superficie memorie negate, oppure relegate nei coni d'ombra delle meta-narrative pubbliche. Riferite ad alcuni casi specifici, le riflessioni contenute nel volume si rifanno sostanzialmente al dualismo senza memoria/abuso di memoria, nel tentativo di chiarire, all'epoca della mediatizzazione del ricordo, la complessità e le difficoltà del lavoro di memoria. Esso non può essere infatti relegato alla dimensione di semplice corollario scientifico, perché coinvolge la nostra stessa quotidianità: la memoria collettiva è come un prisma, in cui si riverberano immaginari, sensibilità, inquietudini sul presente e attese per il futuro.
Indice
Introduzione
La Grande guerra come memoria europea
(La pagina bianca; Dai luoghi della memoria ai nomi della memoria; Il diritto alla memoria)
La battaglia della memoria
(Reinterpretazione e riappropriazione; La battaglia della memoria; La politica della verità)
Memoria collettiva e identità nazionale
(Rituale collettivo d'espiazione o lavoro di memoria?; Quale dovere di memoria; La ricostruzione memoriale; Un dibattito civico e mediatico)
Memorie di una diaspora
(Una memoria silente; Pratiche di commemorazione e rimemorazione; Testimonianza versus privatizzazione del ricordo; Il futuro della memoria)
Conclusioni
Bibliografia di riferimento
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04 ottobre 2018
In libreria
Giuseppe Riva
Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018, pp. 200.
Il Mulino, Bologna, 2018, pp. 200.
Descrizione
Con l’avvento dei social media è scomparso il solco che divideva mondo reale e mondo virtuale, consentendoci di identificarli abbastanza nettamente. Oggi quello che troviamo on line è un mondo post-verità, al cui interno le notizie deliberatamente false o distorte sono usate per orientare anche in maniera significativa le decisioni individuali, soprattutto in relazione allo scontro politico e alle scelte elettorali. Fake news è solo un nuovo modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti nella sfera pubblica? Diversamente, quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che hanno permesso la nascita e la diffusione di questo fenomeno? Dove nascono le fake news? E come possiamo difenderci?
*Link all' Indice del libro
Con l’avvento dei social media è scomparso il solco che divideva mondo reale e mondo virtuale, consentendoci di identificarli abbastanza nettamente. Oggi quello che troviamo on line è un mondo post-verità, al cui interno le notizie deliberatamente false o distorte sono usate per orientare anche in maniera significativa le decisioni individuali, soprattutto in relazione allo scontro politico e alle scelte elettorali. Fake news è solo un nuovo modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti nella sfera pubblica? Diversamente, quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che hanno permesso la nascita e la diffusione di questo fenomeno? Dove nascono le fake news? E come possiamo difenderci?
*Link all' Indice del libro
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03 ottobre 2018
In libreria
Piero Damosso
Giornalismo dell’alba
Storie, responsabilità e regole per un’informazione di dialogo
Con le testimonianze di Ezio Mauro, Enrico Mentana e Mario Calabresi
Edizioni San Paolo, Alba, 2018, pp. 192.
Descrizione
Il punto di partenza di questo contributo è che il giornalismo
non è morto, a maggior ragione di fronte alle fake news: il
giornalismo riuscirà a vincere questa sfida e, in forme nuove,
resisterà come fonte di conoscenza, dialogo, impegno civile,
sociale, culturale. Perché l’autonomia si fonda sulla libertà e
sulla capacità di un racconto aggiornato di storie. Sollecitato,
in particolare, dalla rivoluzione spirituale e “nella carne” di
papa Francesco, Damosso affronta il tema del “fare notizia”
fondandolo sulla ricerca della verità, sul bene, sulla democrazia
e sul giornalismo autentico, documentato e aperto all’amore di Dio
nella realtà. Nessuno di noi può fare a meno dell’informazione,
soprattutto al mattino per camminare nel nuovo giorno, consapevoli
degli eventi e di una luce di speranza. “Il Giornalismo dell’alba è la dimostrazione che la realtà del
fare informazione, basandosi sui fatti, vincerà sull’informazione
fondata solo sulle opinioni”.
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01 ottobre 2018
Fondare giornali
"L'ambizioso fonda un giornale o per difendere un sistema politico al cui trionfo è interessato, o per ridiventare un uomo politico facendosi temere. L'uomo d'affari vede in un giornale un investimento di capitali i cui interessi gli sono pagati in influenza, piaceri e qualche volta denaro."
Honoré de Balzac
Honoré de Balzac
*H. de Balzac, Monografia della stampa parigina, 1843.
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24 settembre 2018
In libreria
Vanni Codeluppi
Il tramonto della realtà
Come i media stanno trasformando le nostre vite
Carocci, Roma, 2018, pp. 124.
Il tramonto della realtà
Come i media stanno trasformando le nostre vite
Carocci, Roma, 2018, pp. 124.
Descrizione
Se ci guardiamo intorno, in qualsiasi città del mondo, ovunque vediamo persone con la testa bassa rivolta allo schermo di uno smartphone. Tuttavia abbiamo una scarsa consapevolezza dei cambiamenti che i media possono indurre nei nostri modi di pensare e di vivere la realtà. I media contemporanei, in particolare, devono gran parte del loro successo alla capacità di confezionare un mondo più piacevole e attraente di quello reale, privo di difetti e problemi. Per quanto tempo la realtà avrà ancora un senso per noi? Avremo ancora la necessità di vivere direttamente le nostre esperienze? Il libro descrive il ruolo sempre più invasivo dei media nella società contemporanea e il processo di progressiva fusione tra media e corpo umano, per farci riflettere sulle conseguenze di tali fenomeni per la nostra vita quotidiana.
Se ci guardiamo intorno, in qualsiasi città del mondo, ovunque vediamo persone con la testa bassa rivolta allo schermo di uno smartphone. Tuttavia abbiamo una scarsa consapevolezza dei cambiamenti che i media possono indurre nei nostri modi di pensare e di vivere la realtà. I media contemporanei, in particolare, devono gran parte del loro successo alla capacità di confezionare un mondo più piacevole e attraente di quello reale, privo di difetti e problemi. Per quanto tempo la realtà avrà ancora un senso per noi? Avremo ancora la necessità di vivere direttamente le nostre esperienze? Il libro descrive il ruolo sempre più invasivo dei media nella società contemporanea e il processo di progressiva fusione tra media e corpo umano, per farci riflettere sulle conseguenze di tali fenomeni per la nostra vita quotidiana.
Indice
Prologo
1. I media e il “tramonto della realtà”
2. Entrare nello spettacolo
3. Dai marziani di Orson Welles alla postverità
4. Transtelevisione: lo spettatore va in scena
5. Lo schermo e il tatto: fusione con i media
6. Verso media biologici
7. Vedersi nello schermo: fotografie liquide e selfie
8. Dominare lo spazio: il mito della realtà aumentata
9. Il tempo sospeso dei media
10. Verso l’oblio digitale
11. Vita da social
12. Un capitale sociale virtuale
13. Il potere della pubblicità sui media
14. I media-zombi: fusione con il soprannaturale
Epilogo
Opere di riferimento
Prologo
1. I media e il “tramonto della realtà”
2. Entrare nello spettacolo
3. Dai marziani di Orson Welles alla postverità
4. Transtelevisione: lo spettatore va in scena
5. Lo schermo e il tatto: fusione con i media
6. Verso media biologici
7. Vedersi nello schermo: fotografie liquide e selfie
8. Dominare lo spazio: il mito della realtà aumentata
9. Il tempo sospeso dei media
10. Verso l’oblio digitale
11. Vita da social
12. Un capitale sociale virtuale
13. Il potere della pubblicità sui media
14. I media-zombi: fusione con il soprannaturale
Epilogo
Opere di riferimento
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23 settembre 2018
In libreria
Adriano Fabris
Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione
Carocci, Roma, 2018, pp. 128.
Descrizione
In che modo le tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno cambiando la nostra vita? Come possiamo interagire correttamente con i dispositivi che utilizziamo sempre di più? Come possiamo abitare in modo sano i mondi virtuali a cui tali dispositivi danno accesso? Per rispondere a queste domande, il libro approfondisce anzitutto i concetti di fondo che ci permettono di capire le varie tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Discute poi, in prospettiva deontologica ed etica, i problemi legati all’uso dei dispositivi più diffusi: i computer, gli smartphone, i sistemi automatizzati di comunicazione. Esplora infine gli ambienti virtuali a cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione danno accesso, con particolare riferimento a Internet. In sintesi, offre una bussola etica per navigare nel gran mare delle tecnologie comunicative, e per non annegarvi.
Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione
Carocci, Roma, 2018, pp. 128.
Descrizione
In che modo le tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno cambiando la nostra vita? Come possiamo interagire correttamente con i dispositivi che utilizziamo sempre di più? Come possiamo abitare in modo sano i mondi virtuali a cui tali dispositivi danno accesso? Per rispondere a queste domande, il libro approfondisce anzitutto i concetti di fondo che ci permettono di capire le varie tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Discute poi, in prospettiva deontologica ed etica, i problemi legati all’uso dei dispositivi più diffusi: i computer, gli smartphone, i sistemi automatizzati di comunicazione. Esplora infine gli ambienti virtuali a cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione danno accesso, con particolare riferimento a Internet. In sintesi, offre una bussola etica per navigare nel gran mare delle tecnologie comunicative, e per non annegarvi.
19 settembre 2018
Giornalisti letterati
Franco Zangrilli
La Favola dei fatti. Il giornalismo nello spazio creativo
Ares - Faretra, Milano, 2010, pp. 312.
La Favola dei fatti. Il giornalismo nello spazio creativo
Ares - Faretra, Milano, 2010, pp. 312.
Descrizione
Oltre
un secolo di letteratura, dalla fine dell’Ottocento agli esordi del
2000, ha dialogato con la realtà dell’informazione giornalistica, sia
facendo rivestire i panni del giornalista ai protagonisti di romanzi e
racconti, sia vedendo gli autori stessi impegnati contemporaneamente sul
fronte della letteratura e su quello giornalistico, come è il caso di
Poe, Maupassant, Capuana, D’Annunzio, Matilde Serao, Sibilla Aleramo,
Oriana Fallaci, Luce D’Eramo, Buzzati, Landolfi, Moravia, Palumbo,
Piovene, Virgili, Doni, Pirandello, Prisco... Tutti autori indagati in
queste pagine alla luce del dialogo e della contaminazione tra
letteratura e giornalismo. L’afflato delle loro opere, anche quando si
muove sulla falsariga di moduli realistici, riveste di surrealismo fatti
ed eventi di attualità, di allegorismo la cronaca, di simbolismo la
rappresentazione mediatica; opere quasi sempre inclini a tessere la
favola della notizia, a discutere del giornalismo in uno spazio che si
fa spesso significativamente fantastico
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Giornalismo,
Letteratura,
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Libri ri/trovati,
Storia del giornalismo,
Storia italiana
17 settembre 2018
In libreria
Paolo Schianchi
Visual Journalism
Franco Angeli, Milano, 2018, pp. 156.
Descrizione
In tempi di pervasività della cultura visiva il visual journalist non è più colui che semplicemente completa una notizia, ma la crea visivamente. Questo libro esplora i principi base su cui si fonda il visual journalism, definendone la grammatica, spaziando dagli immaginari alle immagini figurative, narrate e in movimento, dalle immagini parassita alle immaginarie, fino a giungere alle fake images e all'etica che ogni figurazione deve possedere. Il tutto per apprendere, attraverso risposte tecnico-operative, come scrivere visivamente un articolo in epoca post-web, nonché come funziona e si realizza un'immagine che è la notizia stessa. Un testo utile non solo ai giornalisti, ma a tutti i comunicatori, in quanto ognuno di noi diffonde informazioni e lo fa attraverso delle raffigurazioni, le stesse che pubblichiamo in quella rete che ci raggiunge ovunque. Il visual journalism cerca di comprendere, immagine dopo immagine, il cambiamento visivo in atto nel mondo della comunicazione. Si tratta di creare e decodificare una nuova grammatica visiva. Infatti, ognuno di noi si informa sempre più solo guardando, e questo libro spiega come farlo correttamente.
Indice del libro
Visual Journalism
Franco Angeli, Milano, 2018, pp. 156.
Descrizione
In tempi di pervasività della cultura visiva il visual journalist non è più colui che semplicemente completa una notizia, ma la crea visivamente. Questo libro esplora i principi base su cui si fonda il visual journalism, definendone la grammatica, spaziando dagli immaginari alle immagini figurative, narrate e in movimento, dalle immagini parassita alle immaginarie, fino a giungere alle fake images e all'etica che ogni figurazione deve possedere. Il tutto per apprendere, attraverso risposte tecnico-operative, come scrivere visivamente un articolo in epoca post-web, nonché come funziona e si realizza un'immagine che è la notizia stessa. Un testo utile non solo ai giornalisti, ma a tutti i comunicatori, in quanto ognuno di noi diffonde informazioni e lo fa attraverso delle raffigurazioni, le stesse che pubblichiamo in quella rete che ci raggiunge ovunque. Il visual journalism cerca di comprendere, immagine dopo immagine, il cambiamento visivo in atto nel mondo della comunicazione. Si tratta di creare e decodificare una nuova grammatica visiva. Infatti, ognuno di noi si informa sempre più solo guardando, e questo libro spiega come farlo correttamente.
Indice del libro
Umberto Fontana, Prefazione
Introduzione
Un tuffo nel mondo del visual journalism
(Per un visual journalist l'immagine è il contenuto)
Visual journalism, introduzione agli immaginari
(L'evoluzione degli immaginari; Verso gli immaginari post-web; L'immaginario post-web approda al visual journalism; Il fotografo come giornalista del terzo millennio: Ken Schluchtmann)
Cosa raccontano le immagini
(I nuovi ordini delle raffigurazioni cambiano la percezione; Il tempo dell'attenzione: immagini figurative, narrate e in movimento; Le immagini parassita; Le immagini immaginarie; L'etica dell'immagine e del visual journalism: Mariagrazia Villa)
Creativita non e il contrario di notizia
(Le fake images; Visual journalism e social network; Verso un visual journalism autenticamente post-web; Il visual journalism sbarca nei blog: Christiane Bürklein)
Sei principi che un visual journalist deve saper maneggiare
(Dalla storia dell'arte alla visual culture; La tecnica di restituzione delle immagini; Distingui le tipologie di immagini e come funzionano; Muoviti nel web senza essere autoreferenziale; Interessati a quanto vedi; Esplora la tua creatività)
Bibliografia.
Un tuffo nel mondo del visual journalism
(Per un visual journalist l'immagine è il contenuto)
Visual journalism, introduzione agli immaginari
(L'evoluzione degli immaginari; Verso gli immaginari post-web; L'immaginario post-web approda al visual journalism; Il fotografo come giornalista del terzo millennio: Ken Schluchtmann)
Cosa raccontano le immagini
(I nuovi ordini delle raffigurazioni cambiano la percezione; Il tempo dell'attenzione: immagini figurative, narrate e in movimento; Le immagini parassita; Le immagini immaginarie; L'etica dell'immagine e del visual journalism: Mariagrazia Villa)
Creativita non e il contrario di notizia
(Le fake images; Visual journalism e social network; Verso un visual journalism autenticamente post-web; Il visual journalism sbarca nei blog: Christiane Bürklein)
Sei principi che un visual journalist deve saper maneggiare
(Dalla storia dell'arte alla visual culture; La tecnica di restituzione delle immagini; Distingui le tipologie di immagini e come funzionano; Muoviti nel web senza essere autoreferenziale; Interessati a quanto vedi; Esplora la tua creatività)
Bibliografia.
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Graphic Journalism,
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Video
15 settembre 2018
In libreria
Francesco Pira - Andrea Altinier
Giornalismi. La difficile convivenza con Fake News e Misiformation
Giornalismi. La difficile convivenza con Fake News e Misiformation
Libreria Universitaria, Roma, 2018, pp.152.
Descrizione
Oggi la comunicazione è in costante evoluzione e questo cambiamento coinvolge anche il mondo dell’informazione e del giornalismo, che sempre più spesso si trovano a dover fronteggiare fake news e misinformation. Mai come oggi, quindi, è necessario riuscire a sviluppare nuovi strumenti, nuovi modelli e nuovi linguaggi che possano rispondere alle esigenze del lettore. Questo manuale, pensato per tutti gli operatori del settore comunicativo, offre un inquadramento teorico preciso dei mass media e un’attenta analisi del profilo dei lettori di oggi. In particolare, è presente un focus sui social network grazie al quale non solo è possibile delineare nuove forme di giornalismo, ma anche le modalità con cui affrontare i cambiamenti in atto, esaminando aspetti come post verità, fake news e misinformation. Nel volume, che vuole essere uno strumento di lavoro, sono presenti anche alcune case-history, in grado di tracciare percorsi comunicativi innovativi e sostenibili.
Oggi la comunicazione è in costante evoluzione e questo cambiamento coinvolge anche il mondo dell’informazione e del giornalismo, che sempre più spesso si trovano a dover fronteggiare fake news e misinformation. Mai come oggi, quindi, è necessario riuscire a sviluppare nuovi strumenti, nuovi modelli e nuovi linguaggi che possano rispondere alle esigenze del lettore. Questo manuale, pensato per tutti gli operatori del settore comunicativo, offre un inquadramento teorico preciso dei mass media e un’attenta analisi del profilo dei lettori di oggi. In particolare, è presente un focus sui social network grazie al quale non solo è possibile delineare nuove forme di giornalismo, ma anche le modalità con cui affrontare i cambiamenti in atto, esaminando aspetti come post verità, fake news e misinformation. Nel volume, che vuole essere uno strumento di lavoro, sono presenti anche alcune case-history, in grado di tracciare percorsi comunicativi innovativi e sostenibili.
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12 settembre 2018
In libreria
Voci del verbo Avvenire.
I temi e le idee di un quotidiano cattolico. 1968-2018
a cura di Alessandro, Zaccuri
Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 192.
I temi e le idee di un quotidiano cattolico. 1968-2018
a cura di Alessandro, Zaccuri
Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 192.
Descrizione
Nato nel 1968 su iniziativa di Paolo VI e nello spirito del Concilio Vaticano II, da mezzo secolo il quotidiano Avvenire è una presenza forte e riconoscibile nel dibattito pubblico del nostro Paese. Una presenza che, come sottolinea il cardinale Gualtiero Bassetti nella prefazione a questo volume, viene a coincidere con la vocazione stessa del cristiano nel mondo.
I contributi raccolti in "Voci del verbo Avvenire" non intendono celebrare il passato, ma si presentano come occasioni di riflessione e di approfondimento sui temi che, fin dall’inizio, hanno caratterizzato l’impegno del quotidiano cattolico. Dall’analisi degli avvenimenti internazionali al racconto della società italiana, dall’esigenza di giustizia alla necessità di confrontarsi con i progressi della scienza, dal ruolo che la Chiesa è chiamata ad assumere nell’attuale «cambiamento d’epoca» agli sviluppi del confronto culturale, Avvenire si pone e intende continuare a porsi come strumento di dialogo tra posizioni differenti e, nello stesso tempo, come punto di riferimento per una comprensione consapevole e informata dei “segni dei tempi”. L’obiettivo è fornire «una testimonianza corale», come la definisce il direttore Marco Tarquinio, che renda conto della bellezza di dire e fare «il futuro ogni giorno».
Nato nel 1968 su iniziativa di Paolo VI e nello spirito del Concilio Vaticano II, da mezzo secolo il quotidiano Avvenire è una presenza forte e riconoscibile nel dibattito pubblico del nostro Paese. Una presenza che, come sottolinea il cardinale Gualtiero Bassetti nella prefazione a questo volume, viene a coincidere con la vocazione stessa del cristiano nel mondo.
I contributi raccolti in "Voci del verbo Avvenire" non intendono celebrare il passato, ma si presentano come occasioni di riflessione e di approfondimento sui temi che, fin dall’inizio, hanno caratterizzato l’impegno del quotidiano cattolico. Dall’analisi degli avvenimenti internazionali al racconto della società italiana, dall’esigenza di giustizia alla necessità di confrontarsi con i progressi della scienza, dal ruolo che la Chiesa è chiamata ad assumere nell’attuale «cambiamento d’epoca» agli sviluppi del confronto culturale, Avvenire si pone e intende continuare a porsi come strumento di dialogo tra posizioni differenti e, nello stesso tempo, come punto di riferimento per una comprensione consapevole e informata dei “segni dei tempi”. L’obiettivo è fornire «una testimonianza corale», come la definisce il direttore Marco Tarquinio, che renda conto della bellezza di dire e fare «il futuro ogni giorno».
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Etichette:
Giornalismo italiano,
Libreria,
Quotidiani,
Storia del giornalismo,
Storia italiana
10 settembre 2018
In libreria
Gianluca Costantini,
Fedele alla linea. Il mondo raccontato dal Graphic Journalism
BeccoGiallo, Padova, 2018, pp. 312.
BeccoGiallo, Padova, 2018, pp. 312.
Descrizione
Sappiamo ricordare il presente? Sembra che tutto passi, senza lasciare neanche una traccia. E per non perdersi nel bosco del passato prossimo, che è anche artefice del nostro futuro, Gianluca Costantini traccia linee che raccontano il reale. Si tratta di Graphic Journalism, che spazia dal reportage all’articolo di commento su argomenti nazionali e internazionali. Dalla zanzara Zika a Putin, dall’ascesa dei grillini a Parma agli attentatori di Charlie Hebdo, la matita di Costantini cartografa in modo puntuale e senza interferenze gli eventi. Una geografia delle vite, che è appunto una scienza che nasce disegnando il mondo. Pubblicate in riviste internazionali, quotidiani, blog, condivise dagli attivisti per i diritti umani, le storie del disegnatore e attivista ci permettono di ricomporre un mosaico frantumato, rimanendo appunto “fedeli alla linea”.
Sappiamo ricordare il presente? Sembra che tutto passi, senza lasciare neanche una traccia. E per non perdersi nel bosco del passato prossimo, che è anche artefice del nostro futuro, Gianluca Costantini traccia linee che raccontano il reale. Si tratta di Graphic Journalism, che spazia dal reportage all’articolo di commento su argomenti nazionali e internazionali. Dalla zanzara Zika a Putin, dall’ascesa dei grillini a Parma agli attentatori di Charlie Hebdo, la matita di Costantini cartografa in modo puntuale e senza interferenze gli eventi. Una geografia delle vite, che è appunto una scienza che nasce disegnando il mondo. Pubblicate in riviste internazionali, quotidiani, blog, condivise dagli attivisti per i diritti umani, le storie del disegnatore e attivista ci permettono di ricomporre un mosaico frantumato, rimanendo appunto “fedeli alla linea”.
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07 settembre 2018
In libreria
Carola Frediani
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018, pp. 184 (II edizione).
Descrizione
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018, pp. 184 (II edizione).
Descrizione
Nove storie vere – tra hacking di Stato, spionaggio, ricercatori a caccia di software malevoli, gruppi parastatali o schiettamente criminali, persone comuni e inconsapevoli coinvolte – che ci raccontano come la Rete si stia trasformando in un vero e proprio campo di battaglia. La fotografia densa di
un presente inquietante e contraddittorio che potrebbe trasformarsi a breve
in un futuro distopico. Dai retroscena sulla prima ‘arma digitale’ usata da hacker al soldo dei governi per sabotare un impianto industriale ai ricercatori di cyber-sicurezza finiti al centro di intrighi internazionali degni di James Bond; dai virus informatici usati per le estorsioni di massa fino al mercato sotterraneo dei dati personali degli utenti. Guerre di Rete racconta come Internet stia diventando sempre di più un luogo nel quale governi, agenzie, broker di attacchi informatici e cyber-criminali ora si contrappongono, ora si rimescolano in uno sfuggente gioco delle parti. A farne le spese sono soprattutto gli utenti normali – anche quelli che dicono «non ho nulla da nascondere» –, carne da cannone di un crescente scenario di (in)sicurezza informatica dove ai primi virus artigianali si sono sostituite
articolate filiere cyber-criminali in continua ricerca di modelli di business e vittime da spolpare. In questo contesto emergono costantemente nuove domande. La crittografia è davvero un problema per l’antiterrorismo? Quali sono le frontiere della sorveglianza statale? Esiste davvero una contrapposizione tra privacy e sicurezza? Carola Frediani scava in alcune delle storie più significative di questo mondo nascosto, intervistando ricercatori, attivisti, hacker, cyber-criminali, incontrandoli nei loro raduni fisici e nelle loro chat.
un presente inquietante e contraddittorio che potrebbe trasformarsi a breve
in un futuro distopico. Dai retroscena sulla prima ‘arma digitale’ usata da hacker al soldo dei governi per sabotare un impianto industriale ai ricercatori di cyber-sicurezza finiti al centro di intrighi internazionali degni di James Bond; dai virus informatici usati per le estorsioni di massa fino al mercato sotterraneo dei dati personali degli utenti. Guerre di Rete racconta come Internet stia diventando sempre di più un luogo nel quale governi, agenzie, broker di attacchi informatici e cyber-criminali ora si contrappongono, ora si rimescolano in uno sfuggente gioco delle parti. A farne le spese sono soprattutto gli utenti normali – anche quelli che dicono «non ho nulla da nascondere» –, carne da cannone di un crescente scenario di (in)sicurezza informatica dove ai primi virus artigianali si sono sostituite
articolate filiere cyber-criminali in continua ricerca di modelli di business e vittime da spolpare. In questo contesto emergono costantemente nuove domande. La crittografia è davvero un problema per l’antiterrorismo? Quali sono le frontiere della sorveglianza statale? Esiste davvero una contrapposizione tra privacy e sicurezza? Carola Frediani scava in alcune delle storie più significative di questo mondo nascosto, intervistando ricercatori, attivisti, hacker, cyber-criminali, incontrandoli nei loro raduni fisici e nelle loro chat.
A che cosa servono i critici?”
“Qual è lo scopo della critica? A che cosa servono i critici?”
Il lavoro di Anthony O. Scott, giornalista a capo della sezione critica del New York Times, si apre su questi interrogativi. La ricerca della risposta passa tanto dalla rievocazione di episodi vissuti in prima persona dall’autore, quanto dall’analisi di fatti storici o di attualità in qualche modo legati all’ambito dell’arte e, quindi, della critica. Scott ritiene infatti che arte e critica intrattengano tra loro un rapporto tanto complicato quanto inestinguibile: all’apparenza opposte l’una all’altra, vivono in realtà in simbiosi, come due diverse facce di una stessa medaglia.
Il lavoro di Anthony O. Scott, giornalista a capo della sezione critica del New York Times, si apre su questi interrogativi. La ricerca della risposta passa tanto dalla rievocazione di episodi vissuti in prima persona dall’autore, quanto dall’analisi di fatti storici o di attualità in qualche modo legati all’ambito dell’arte e, quindi, della critica. Scott ritiene infatti che arte e critica intrattengano tra loro un rapporto tanto complicato quanto inestinguibile: all’apparenza opposte l’una all’altra, vivono in realtà in simbiosi, come due diverse facce di una stessa medaglia.
È inevitabile, dunque, che nel parlare della critica, un lungo discorso venga fatto anche sull’arte. Arte in tutte le sue forme, ma con una particolare attenzione all’arte visiva contemporanea, alle performance artistiche e al senso di stupore e confusione che sono in grado di suscitare nello spettatore. Basta un breve passo per finire nel vasto e periglioso territorio del gusto, nello scontro-incontro tra le passioni individuali e il “soggettivo universale”, i condizionamenti del contesto. Di nuovo, un passo avanti per inquadrare uno dei compiti della critica, cioè indirizzare gli entusiasmi e stuzzicare l’interesse. Per attendere a questo compito è necessario che il critico svolga il proprio lavoro senza indulgere in immotivate cattiverie o inutili gentilezze, destreggiandosi con i maggiori distacco e obiettivitàpossibili intorno all’opera in esame, senza dimenticare che la base della critica è un genuino interesse per ciò che di questa è oggetto.
La trattazione tocca ancora diversi punti rilevanti, in particolare la percezione pubblica del critico come di qualcuno che svolge un non-lavoro, che vive di una attività che “potrebbe fare chiunque” e perciò inutile – indubbiamente un altro punto in comune con l’arte contemporanea. Non solo, un intero capitolo è dedicato all’errore, alla fallibilità del critico, come chiunque esposto al rischio di sbagliare, di sottovalutare o non cogliere il reale valore di un’opera. Anzi, il critico più di chiunque corre il rischio di essere smentito dal passare del tempo, a causa di punto di vista troppo ravvicinato, che può celare potenzialità o far luccicare cose che oro non sono.
Il saggio richiede una lettura attenta e una grande attenzione per districarsi nella giungla di nomi (artisti, critici, opere) che lo popolano, ma risulta piacevole grazie al sottile umorismo dell’autore, che riesce a snocciolare conoscenze colte e pop in una vertiginosa alternanza, senza mai risultare arrogante o spocchioso. L’importante è non fare l’errore di credere che si arriverà in fondo con delle risposte -alcune di sicuro non mancheranno, ma il lascito più importante di questa lettura sono le domande. Non è infatti casuale la scelta di alternare capitoli argomentativi e capitoli strutturati come un dialogo, con una voce intervistante che diventa sempre più stringente. È a questa sorta di voce narrante che viene affidato il compito di “fare il punto della situazione”, di sottolineare cosa è emerso nel tratteggiare essenza e compiti della critica, ma allo stesso tempo di puntare il dito contro gli aspetti ancora nebulosi e non chiariti. Un esempio lampante di questo doppio ruolo e, allo stesso tempo, dell’approccio dell’autore alla definizione della critica è l’incipit del capitolo conclusivo:
La trattazione tocca ancora diversi punti rilevanti, in particolare la percezione pubblica del critico come di qualcuno che svolge un non-lavoro, che vive di una attività che “potrebbe fare chiunque” e perciò inutile – indubbiamente un altro punto in comune con l’arte contemporanea. Non solo, un intero capitolo è dedicato all’errore, alla fallibilità del critico, come chiunque esposto al rischio di sbagliare, di sottovalutare o non cogliere il reale valore di un’opera. Anzi, il critico più di chiunque corre il rischio di essere smentito dal passare del tempo, a causa di punto di vista troppo ravvicinato, che può celare potenzialità o far luccicare cose che oro non sono.
Il saggio richiede una lettura attenta e una grande attenzione per districarsi nella giungla di nomi (artisti, critici, opere) che lo popolano, ma risulta piacevole grazie al sottile umorismo dell’autore, che riesce a snocciolare conoscenze colte e pop in una vertiginosa alternanza, senza mai risultare arrogante o spocchioso. L’importante è non fare l’errore di credere che si arriverà in fondo con delle risposte -alcune di sicuro non mancheranno, ma il lascito più importante di questa lettura sono le domande. Non è infatti casuale la scelta di alternare capitoli argomentativi e capitoli strutturati come un dialogo, con una voce intervistante che diventa sempre più stringente. È a questa sorta di voce narrante che viene affidato il compito di “fare il punto della situazione”, di sottolineare cosa è emerso nel tratteggiare essenza e compiti della critica, ma allo stesso tempo di puntare il dito contro gli aspetti ancora nebulosi e non chiariti. Un esempio lampante di questo doppio ruolo e, allo stesso tempo, dell’approccio dell’autore alla definizione della critica è l’incipit del capitolo conclusivo:
“D: Hai detto parecchie cose a proposito della critica – che è una forma d’arte a sé stante; che esiste per esaltare le altre forme artistiche; che è un’attività impossibile; che è vitale e necessaria all’umanità per riuscire a comprendersi; che non potrà mai morire; che è in continuo pericolo di estinzione – e, in maniera più diffusa, hai anche parlato di cosa non è la critica.[…] Ma, a essere sinceri, non sono tuttora sicuro di sapere cosa sia la critica, a meno che non la si intenda come qualsiasi cosa faccia un critico. E in tal caso, cos’è un critico?
R: hai messo il dito nella piaga! La critica è al contempo paradossale e tautologica. È qualunque cosa faccia un critico: tenendo presente che un critico è chiunque, in un dato momento, stia esercitando la critica.”
Francesca Bosco
Anthony O. Scott
Elogio della critica. Imparare a comprendere l’arte, riconoscere la bellezza e sopravvivere al mondo contemporaneo
Il Saggiatore, Milano 2017, pp. 255.
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Recensione
05 settembre 2018
In libreria
Ambrogio Borsani.
L' arte di governare la carta. Follia e disciplina nelle biblioteche di casa,
La Bibliografica, Milano, 2017, pp. 151.
Descrizione
I libri hanno conosciuto molti spazi abitativi nel corso della storia: gli scaffali delle tavolette di Ebla, gli armari dei rotoli romani, i bauli degli arabi, la grotta di san Girolamo, l'utopica biblioteca di Warburg, le garçonnière per sola carta, le oasi nel deserto della Mauritania... In queste pagine Ambrogio Borsani ripercorre le abitudini, le regole e le follie legate al mondo del libro. Come riuscivano Rabelais e Hemingway a portarsi dietro una biblioteca in viaggio? Come erano sistemati i 50.000 libri di Umberto Eco e in cosa consiste l’ordine geologico di Roberto Calasso? Ma racconta anche cosa succede quando ci si porta in casa 350.000 libri in un colpo, come ha fatto la signora Shaunna Raycraft. E nella letteratura come vengono usate le biblioteche? Thomas Mann, Stendhal, Elias Canetti, Alessandro Manzoni, Jean Paul, Rudolph Töpffer, Robert Musil, Georges Perec, Luigi Pirandello e molti altri scrittori hanno creato straordinarie pagine di letteratura ambientate nelle biblioteche. Ci sono stati inoltre teorici come Melvil Dewey che hanno inventato sistemi per ordinare i libri nelle biblioteche pubbliche. Ma per quelle di casa? Ripercorrendo la storia dell'ordine e del disordine, L’arte di governare la carta indica alcuni criteri per rendere più armonica la convivenza con i libri, soprattutto quando i volumi che chiedono cittadinanza nel nostro appartamento sono troppi.
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02 settembre 2018
Il giornalismo globale di Kapuściński
“Conclusioni? Per fortuna, nessuna: partecipiamo tutti a un processo storico tuttora in atto […]. Non riesco a immaginare che si possa scrivere un libro per cercare di racchiudere il mondo odierno in una formula fatta e finita”.
Con queste parole termina il libro
di Kapuściński, il cui unico difetto può forse trovarsi in un eccesso di umiltà
da parte dell’autore. Nel turbine della
storia, infatti, si presenta come un chiaro e nitido dipinto della
situazione storica, ma soprattutto socio-politica, vissuta e documentata dal
giornalista originario di Pinks (nell’attuale Bielorussia).
Un capitolo dopo l’altro vengono
affrontate le tappe di uno sviluppo globale ma disuguale dei grandi Paesi, e
spesso di interi continenti, non soltanto per narrarne le vicende contemporanee,
bensì indagando i problemi attuali nei conflitti e nei nodi del passato, e in
particolar modo interrogandosi sul futuro.
La lunga esperienza da reporter di Kapuściński
certo si riflette nello stile di questo libro ma, come fa notare Krystyna Strączek
nell’introduzione all’edizione Feltrinelli del 2009, l’autore non veste i panni
‘semplicemente’ dello scrittore, del cacciatore e narratore di notizie, ma invita
anche a riflessioni che trascendono i fatti, proprio riguardo le prospettive
future.
È lui stesso a ricordare, nelle
prime pagine, che il compito del giornalista non può e non deve essere quello
di riportare le notizie senza una personale intromissione. Oltre a risultare impossibile,
sarebbe addirittura inutile.
Tuttavia, Kapuściński trova un
sorprendente equilibrio proprio tra le maggiori insidie della sua professione:
il libro è più di un reportage giornalistico, più di un manuale storico, un po’
meno rispetto a un diario di viaggio ma non asettico, non privo di analisi;
analisi che non cede mai alla netta presa di posizione o alla tentazione della
stereotipizzazione.
L’Europa dunque, in questo quadro, non
è soltanto il vecchio mondo in declino, ma anche un insieme di nazioni ricche
di culture e tradizioni che possono trainare il futuro; Russia non è più
sinonimo di comunismo, è un immenso stato che sente la necessità di entrare
nella discussione globale; gli Stati Uniti vengono messi di fronte a tutte le
loro contraddizioni, fatte di bassezze e bellezze; il cosiddetto Terzo Mondo non
è un calderone di stati indistinti, caratterizzati da miseria, ostacoli
naturali e sfruttamento, bensì conserva importanti risorse e antiche
tradizioni, e una forte dignità che tenta di resistere agli attacchi esterni.
Il linguaggio è asciutto ed
estremamente scorrevole, il testo non soltanto è diviso in capitoli concisi ma
in tanti brevissimi paragrafi, come uno stream
of consciousness con la punteggiatura e la lucidità di un giornalista:
tutti questi elementi non sottraggono, anzi aggiungono spessore alle riflessioni di Kapuściński.
Infine, è sorprendente la lettura
in prospettiva che lo scrittore offre dopo la narrazione degli eventi. Ancor di
più è impressionante leggere nel 2018 un libro che è in grado di predire un
futuro ancora tormentato per certi continenti, ad esempio per l’Africa, che
comprende già lo sviluppo di paesi quali la Cina, o l’India; soprattutto, un
libro che vuole mettere in guardia l’Europa circa la pericolosità di
combattere, anziché accettare, il multiculturalismo.
Questo, infatti, era già evidente per Kapuściński che non potrà essere
arginato, o fermato, al contrario, sarà sempre più pregnante nelle società del
futuro.
Lucrezia
Naso
Kyszard Kapuscinski
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009).
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli, Milano 2015, pp. 191 (Prima edizione 2009).
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01 settembre 2018
Affrontare l'odio della rete
“Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti” affermò Einstein.
Una profezia ieri, un dato di fatto di oggi.
Viviamo nell’epoca delle chat, delle applicazioni di ogni tipo e per ogni necessità ma soprattutto dei social network, potentissimi mezzi i quali, si potrebbe azzardare, sono diventati essenziali per ognuno di noi, poiché consentono di mantenere contatti e amicizie anche dall’altra parte del globo – anche se incidono molto su quelli vicini: non “essere” su Facebook o Whatsapp significa spesso essere esclusi dal giro quotidiano degli amici.
Ma l’uomo è davvero capace di gestire questa overdose di tecnologia?
Ecco dunque il fulcro dell’analisi di Giovanni Ziccardi nel suo libro L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete; l’analisi dell’altro “lato della medaglia” della potenza digitale, ovvero di come l’avvento di internet abbia modificato la manifestazione dell’odio.
La diffusione della rete, ha reso possibile un dialogo globale e continuativo grazie alle chat, ai blog, ai forum ai quali si può sempre e ovunque accedere tramite gli smartphone. Le persone apprezzano appieno la natura smisurata della rete, poiché si sentono libere di esprimere opinioni e pensieri con una quantità smisurata di interlocutori. Tuttavia questa libertà di comunicazione ha comportato che la rete si costellasse di espressioni di odio, offese di ogni genere, comportamenti ossessivi nei confronti di altri, molestie, bullismo e altre forme di violenza.
Nella sua analisi, l’autore inizia distinguendo in modo netto l’odio online dall’odio tradizionale, facendo riferimento a quattro sostanziali differenze: l’amplificazione, la persistenza, la percezione dell’anonimato di chi odia e l’assuefazione nei confronti dell’odio.
L'amplificazione è l'aspetto più evidente. Usufruendo della rete, il più potente mezzo comunicativo che l’umanità abbia mai avuto, si dilata la diffusione di odio senza averne sempre la consapevolezza. Tantissimi casi riportati dai media riguardanti attacchi “social” sono sfociati, con l’esasperazione delle azioni, nell’ossessività e in vere e proprie persecuzioni anche da parte di gruppi di utenti contro un solo individuo.
All’amplificazione si collega la persistenza. Un’espressione di odio online permane e arreca danni enormi al diretto interessato poiché è molto difficile, una volta pubblicata in rete, cancellarla. Il punto è che prima quando il bullo prendeva di mira il compagno di scuola, tutto cessava nel momento in cui il bambino usciva dalla classe. Al giorno d’oggi invece, con la potenza dei social media, si è perennemente online e alla mercé di un numero potenzialmente infinito di utenti.
La maschera dell'anonimato peggiora la situazione . Nascoste dietro il monitor del computer o lo schermo del telefonino, le persone più insospettabili – civili, educate, rispettose – si sentono “libere” di manifestare un odio che difficilmente esprimerebbero se la propria identità fosse pubblica.
Infine l'assuefazione, ossia il cambiamento che è avvenuto nella concezione di questo sentimento. Prima dell'avvento di internet l'odio, e la sua manifestazione, erano riservati a temi e questioni importanti; oggi invece, perfino gli argomenti più banali riescono a sollevarlo.
La rete quindi risulta essere un mezzo ambiguo, perché permette il contatto tra gli utenti che la utilizzano ma basta poco a farla divenire ambiente di scontro e di inimicizia o, cosa ancora più grave, un contesto per scopi peggiori.
Come comportarsi dunque, di fronte a questo quadro di odio?
L’autore risponde al quesito facendo riferimento principalmente a strumenti extra giuridici, perché non è facile parlare dal punto di vista legislativo su un aspetto preciso ma volatile come l’odio; bisogna inoltre tenere conto che non esiste un ente supervisore incaricato di gestire internet, e quindi non è possibile identificare un’istanza suprema di controllo sull’enorme flusso di dati che lo attraversano. Ne consegue che ogni utente finisce per essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità.
La soluzione dunque sarebbe la conciliazione di tre aspetti fondamentali: l’educazione, la tecnologia e il diritto.
Prima di tutto occorre iniziare ad istruire le nuove generazioni a contrastare le espressioni offensive con il dialogo e la ‘controparola’, abbassando la tolleranza nei confronti di determinati termini.
La tecnologia può poi venire in aiuto: già molto viene fatto per mitigare la violenza online, ma non basta. Non bisogna tuttavia criminalizzare internet, ma perfezionare algoritmi semantici capaci di individuare e trattare le espressioni d’odio, perché non solo questi strumenti automatizzati non sono ancora così sofisticati da poter essere implementati a largo spettro, ma risentono anche della difficoltà di analizzare quelle espressioni di odio non facilmente riconoscibili poiché sottintese o veicolate tramite termini apparentemente non aggressivi.
Infine, il diritto dovrebbe cercare di adeguarsi equilibratamente all’evoluzione tecnologica, senza essere né liberticida, e quindi soffocare la possibilità degli utenti di esprimere le proprie opinioni, né troppo permissivo. A tal proposito è rilevante la differenza, trattata dal Prof. Ziccardi, tra la normativa Europea e la normativa Americana, che permane tutt’oggi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale incominciarono le procedure di ricostruzione del tessuto normativo europeo: in Europa ogni Stato si interrogò sulla possibilità di emanare una legislazione che potesse proibire le espressioni di odio politico, religioso e razziale. Paesi come Stati Uniti e Francia si opposero, perché normalizzare l’ambito dello hate speech avrebbe potuto creare leggi a scapito della libertà di espressione.
L’analisi di Ziccardi tocca uno degli aspetti più importanti della vita quotidiana dell’uomo: la comunicazione. Questa è stata indubbiamente potenziata e facilitata da internet, influendo significativamente nella gestione dei rapporti umani. La società è profondamente ma soprattutto velocemente cambiata, poiché l’avvento dei social media è stato repentino e non ha dato il tempo di sviluppare dovuti strumenti culturali per usufruirne con responsabilità e cognizione di causa. Purtroppo il binomio irresponsabilità-vigliaccheria caratterizza una grossa percentuale degli utenti, convinti di non essere facilmente tracciabili e individuabili.
Internet si potrebbe definire un mondo a sé che non può essere controllato esclusivamente con la legge. È chiaro come sia necessario qualcosa di più, qualcosa di etico che parta dal profondo di ognuno di noi. Ogni qualvolta ci si immette nella rete si ha la possibilità di usufruire di un potente strumento che può ferire più di una lama, se usato in malo modo; per questo Internet, a parere di chi scrive, è il mezzo che più di tutti mette alla prova il senso di rispetto e responsabilità dell’uomo.
Eugenia Greco
Giovanni Ziccardi
L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016.
Una profezia ieri, un dato di fatto di oggi.
Viviamo nell’epoca delle chat, delle applicazioni di ogni tipo e per ogni necessità ma soprattutto dei social network, potentissimi mezzi i quali, si potrebbe azzardare, sono diventati essenziali per ognuno di noi, poiché consentono di mantenere contatti e amicizie anche dall’altra parte del globo – anche se incidono molto su quelli vicini: non “essere” su Facebook o Whatsapp significa spesso essere esclusi dal giro quotidiano degli amici.
Ma l’uomo è davvero capace di gestire questa overdose di tecnologia?
Ecco dunque il fulcro dell’analisi di Giovanni Ziccardi nel suo libro L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete; l’analisi dell’altro “lato della medaglia” della potenza digitale, ovvero di come l’avvento di internet abbia modificato la manifestazione dell’odio.
La diffusione della rete, ha reso possibile un dialogo globale e continuativo grazie alle chat, ai blog, ai forum ai quali si può sempre e ovunque accedere tramite gli smartphone. Le persone apprezzano appieno la natura smisurata della rete, poiché si sentono libere di esprimere opinioni e pensieri con una quantità smisurata di interlocutori. Tuttavia questa libertà di comunicazione ha comportato che la rete si costellasse di espressioni di odio, offese di ogni genere, comportamenti ossessivi nei confronti di altri, molestie, bullismo e altre forme di violenza.
Nella sua analisi, l’autore inizia distinguendo in modo netto l’odio online dall’odio tradizionale, facendo riferimento a quattro sostanziali differenze: l’amplificazione, la persistenza, la percezione dell’anonimato di chi odia e l’assuefazione nei confronti dell’odio.
L'amplificazione è l'aspetto più evidente. Usufruendo della rete, il più potente mezzo comunicativo che l’umanità abbia mai avuto, si dilata la diffusione di odio senza averne sempre la consapevolezza. Tantissimi casi riportati dai media riguardanti attacchi “social” sono sfociati, con l’esasperazione delle azioni, nell’ossessività e in vere e proprie persecuzioni anche da parte di gruppi di utenti contro un solo individuo.
All’amplificazione si collega la persistenza. Un’espressione di odio online permane e arreca danni enormi al diretto interessato poiché è molto difficile, una volta pubblicata in rete, cancellarla. Il punto è che prima quando il bullo prendeva di mira il compagno di scuola, tutto cessava nel momento in cui il bambino usciva dalla classe. Al giorno d’oggi invece, con la potenza dei social media, si è perennemente online e alla mercé di un numero potenzialmente infinito di utenti.
La maschera dell'anonimato peggiora la situazione . Nascoste dietro il monitor del computer o lo schermo del telefonino, le persone più insospettabili – civili, educate, rispettose – si sentono “libere” di manifestare un odio che difficilmente esprimerebbero se la propria identità fosse pubblica.
Infine l'assuefazione, ossia il cambiamento che è avvenuto nella concezione di questo sentimento. Prima dell'avvento di internet l'odio, e la sua manifestazione, erano riservati a temi e questioni importanti; oggi invece, perfino gli argomenti più banali riescono a sollevarlo.
La rete quindi risulta essere un mezzo ambiguo, perché permette il contatto tra gli utenti che la utilizzano ma basta poco a farla divenire ambiente di scontro e di inimicizia o, cosa ancora più grave, un contesto per scopi peggiori.
Come comportarsi dunque, di fronte a questo quadro di odio?
L’autore risponde al quesito facendo riferimento principalmente a strumenti extra giuridici, perché non è facile parlare dal punto di vista legislativo su un aspetto preciso ma volatile come l’odio; bisogna inoltre tenere conto che non esiste un ente supervisore incaricato di gestire internet, e quindi non è possibile identificare un’istanza suprema di controllo sull’enorme flusso di dati che lo attraversano. Ne consegue che ogni utente finisce per essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità.
La soluzione dunque sarebbe la conciliazione di tre aspetti fondamentali: l’educazione, la tecnologia e il diritto.
Prima di tutto occorre iniziare ad istruire le nuove generazioni a contrastare le espressioni offensive con il dialogo e la ‘controparola’, abbassando la tolleranza nei confronti di determinati termini.
La tecnologia può poi venire in aiuto: già molto viene fatto per mitigare la violenza online, ma non basta. Non bisogna tuttavia criminalizzare internet, ma perfezionare algoritmi semantici capaci di individuare e trattare le espressioni d’odio, perché non solo questi strumenti automatizzati non sono ancora così sofisticati da poter essere implementati a largo spettro, ma risentono anche della difficoltà di analizzare quelle espressioni di odio non facilmente riconoscibili poiché sottintese o veicolate tramite termini apparentemente non aggressivi.
Infine, il diritto dovrebbe cercare di adeguarsi equilibratamente all’evoluzione tecnologica, senza essere né liberticida, e quindi soffocare la possibilità degli utenti di esprimere le proprie opinioni, né troppo permissivo. A tal proposito è rilevante la differenza, trattata dal Prof. Ziccardi, tra la normativa Europea e la normativa Americana, che permane tutt’oggi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale incominciarono le procedure di ricostruzione del tessuto normativo europeo: in Europa ogni Stato si interrogò sulla possibilità di emanare una legislazione che potesse proibire le espressioni di odio politico, religioso e razziale. Paesi come Stati Uniti e Francia si opposero, perché normalizzare l’ambito dello hate speech avrebbe potuto creare leggi a scapito della libertà di espressione.
L’analisi di Ziccardi tocca uno degli aspetti più importanti della vita quotidiana dell’uomo: la comunicazione. Questa è stata indubbiamente potenziata e facilitata da internet, influendo significativamente nella gestione dei rapporti umani. La società è profondamente ma soprattutto velocemente cambiata, poiché l’avvento dei social media è stato repentino e non ha dato il tempo di sviluppare dovuti strumenti culturali per usufruirne con responsabilità e cognizione di causa. Purtroppo il binomio irresponsabilità-vigliaccheria caratterizza una grossa percentuale degli utenti, convinti di non essere facilmente tracciabili e individuabili.
Internet si potrebbe definire un mondo a sé che non può essere controllato esclusivamente con la legge. È chiaro come sia necessario qualcosa di più, qualcosa di etico che parta dal profondo di ognuno di noi. Ogni qualvolta ci si immette nella rete si ha la possibilità di usufruire di un potente strumento che può ferire più di una lama, se usato in malo modo; per questo Internet, a parere di chi scrive, è il mezzo che più di tutti mette alla prova il senso di rispetto e responsabilità dell’uomo.
Eugenia Greco
Giovanni Ziccardi
L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016.
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