Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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17 luglio 2019

Mafia onnipresente



Attilio Bolzoni è un giornalista nato nel settembre del 1955 in una provincia della Lombardia, esattamente a Santo Stefano di Lodigiano. Intraprende la carriera di giornalista dal 1983 e scrive cronaca nera per il quotidiano L’Ora. Trascorre un lungo periodo della propria vita in Sicilia, a Palermo, dal 1979 al 2004, dove viene arrestato insieme al collega Saverio Lodato de L’Unità per aver pubblicato le rivelazioni del pentito Antonio Calderone, violando il segreto istruttorio. Viene assolto nel 1991 dall’accusa di peculato e amnistia per quella di rivelazioni del segreto istruttorio. Non scrive solo articoli di giornali sulla mafia, ma bensì diverse opere tra quali: “La Giustizia è cosa nostra”, “Rostagno: un delitto tra amici”, “Parole d’onore”, che ha ispirato uno spettacolo teatrale.
La sua arte si estende anche alla sceneggiatura e, nel 2004 partecipa alla miniserie televisiva Paolo Borsellino e del docufilm Silencio.
Lascia la Sicilia nel 2004, poiché inviato per il suo giornale in Iraq.
Bolzoni, per la sua carriera come “penna” contro la mafia, riceve nel 2009 il Premio “E’giornalismo”, perché tratta delle vicissitudini siciliane da oltre trent’anni.
Giornalisti in terre di mafia è un grido fatto in coro di diversi giornalisti, che in queste centoquaranta pagine condannano la situazione l’intera situazione Italiana, affermando che la Mafia non è soltanto quell’entità legata al Sud, a Corleone o a “Cosa Nostra, bensì si è costruita il suo nido anche al Nord.
L'opera è scritta da trenta cronisti, oltre ad Attilio Bolzoni, che attraverso brevi racconti, riferiscono quale sia stato il loro “rapporto” con la mafia.
Queste voci raccontano di una mafia travestita in una realtà imprenditoriale e politica. Di quanto oggi il ruolo del cronista faccia paura a queste realtà, ma anche di quanto sia difficile raccontare della mafia. A costo della libertà propria e dei propri famigliari, come scrive Federica Angeli, o addirittura in cambio della vita, come racconta Alessandra Ziniti, le persone che decidono di scrivere di questo tema, sono spinte sì, dal denunciare e migliorare la società, ma soprattutto dalla passione.
Nel testo, ritroviamo un altro tema, quello della solitudine, perché decidere di scrivere di Mafia, ti emargina: colleghi, redazioni e persino gli amici iniziano ad escluderti, come tratta Elisa Marincola.
Ho trovato questa lettura interessante, e molto facile da capire: una lettura d’impatto, mirata a colpire chi non ha remore, chi non ha un’etica, chi scrive tanto per scrivere. Le voci che animano questo libro, sposano il loro mestiere nel bene e nel male, ed è questa la ragione che ti mi ha spinto a leggere pagina dopo pagina. Facendomi un esame di coscienza, non so se potrei fare come questi autori, rischiare la vita, rischiare querele, rischiare la libertà, perché siamo consapevoli tutti in fondo che avere la scorta a vita, è una sorta di ergastolo. Probabilmente io sarei come quei giornalisti che gli autori definiscono inetti e facili, che preferiscono fare una cronaca “comoda”.
Hanaa Sobhi

Attilio Bolzoni
Giornalisti in terre di mafia.
Quelli che scrivono e quelli che si voltano dall'altra parte
Melampo, Milano, 2019, pp.176

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07 luglio 2019

La RAI, modello di tv generalista per gli italiani


Enrico Menduni, giornalista e professore universitario, percorre e analizza la storia italiana della televisione, di cui è stato protagonista come consigliere di amministrazione della Rai dal 1986 al 1993, collegando le scelte politiche ed economiche dei governi dagli anni del “centrismo” a oggi alle loro ripercussioni sulla produzione dei programmi e la fruizione degli utenti.
Dalla “veterotelevisione” del monopolio Rai (1954-1974) alla digitalizzazione di oggi, passando per gli anni della nascita delle emittenti “libere” e dello sviluppo della “neotelevisione” generalista degli anni ‘80, un anno fondamentale, nel progressivo passaggio dal rigore dell’obiettività, dell’imparzialità e della completezza dell’informazione verso la manipolazione della realtà per renderla rassicurante, neutra e spettacolare, è il 1972, quando scade la convenzione tra Stato e Rai del 1952 e iniziano i dibattiti che portano alla riforma con la legge 103/1975, con cui si ribadisce il monopolio. L’anacronicità di questa scelta non impedisce lo sviluppo delle reti private, che favoriscono la nascita del cosiddetto “contenitore” e dei talk show, in cui le discussioni non arrivano a un approfondimento o a una conclusione, e alla tv senza opinioni ardite e scienza, ma intrattenimento e spettacolo. Il neoliberismo economico degli anni ’80 spinge alla trasformazione dell’uomo in un consumatore e richiede di non soffermarsi sulle tradizioni e sulle usanze, di non tollerare la routine o di rimandare la gratificazione.
Il libro è utile per approfondire la conoscenza della società italiana dalla seconda metà del Novecento e per comprendere quanto la costruzione televisiva della realtà nasca dalle esigenze del pubblico e quali effetti abbia agevolato.
L’autore segue un doppio canale: uno di stampo più tecnico sulle dinamiche imprenditoriali e sulle soluzioni tecnologiche, uno di carattere sociologico. Nonostante il linguaggio generalmente chiaro, alcuni termini specifici non sono efficacemente spiegati e quindi il lettore non preparato potrebbe rimanere confuso di fronte agli argomenti che rientrano di meno nei suoi interessi o nelle sue conoscenze.
Sicuramente però l’analisi sociologica del fenomeno televisivo coinvolge e fa riflettere. Menduni ricalca la visione di Bauman (Intervista sull’identità, 2003) riconoscendo nella diffusione della televisione in Italia il bisogno di stili di vita nuovi di fronte ai cambiamenti radicali dovuti al boom economico prima, all’era globale poi. Le più facili possibilità di ascesa sociale e la condivisione di beni e di servizi portano a una società in cui si è tutti più uguali, a patto di riuscire a mantenere il passo. La televisione, dunque, esprime il bisogno di essere informati facilmente e rapidamente e di occupare il tempo libero, sentendosi parte di una comunità virtuale e non isolati. Le possibilità offerte dalle nuove tecnologie non sono la causa della fine delle relazioni tra gli uomini, ma in realtà ne sono la conseguenza, e un loro progredire potrebbe aiutare ad accettare le sfide che il mondo globale, dominato dalla inevitabile dipendenza reciproca, propone. Lo spirito critico di ciascuno può giovarsi dei contenuti liberamente circolanti in rete.
Fabrizio Rosasco

Enrico Menduni
Videostoria. L’Italia e la tv 1975-2015,
Bompiani, Milano, 2018, pp. 314.
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04 luglio 2019

In libreria


Federico Rampini
L'oceano di mezzo. Un viaggio lungo 24.539 miglia 
Laterza, Bari-Roma, 2019, pp. 208.
Descrizione
«Nella mia vita di nomade non ho mai smesso la ricerca di radici. Immaginarie, costruite, conquistate. Ma indispensabili.» 
Le austere memorie di Genova, le atmosfere nordiche di Bruxelles e le sorprese di Parigi, l’iniziazione all’Oriente in Indonesia, poi verso Ovest a respirare l’aria decadente di New York, lo spaesamento di San Francisco, a riscoprire un’armonia celeste di Pechino, i bambini del Sichuan, le case a fior d’acqua del Kerala, il destino marittimo di Tokyo, le sorgenti del Nilo... Tre oceani e quattro continenti. Federico Rampini ci racconta grande storia e vita quotidiana di tanti luoghi e personaggi indimenticabili. E forse qualche lezione appresa. 

Link all'Indice del libro.

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29 giugno 2019

La Storia è complessità



"Tendiamo a semplificare anche la storia; ma non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile in modo univoco, e può dunque accadere che storici diversi comprendano e costruiscano la storia in modi fra loro incompatibili; tuttavia, è talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini di animali sociali, l'esigenza di dividere il campo fra "noi" e "loro", che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri".
 Primo Levi

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26 giugno 2019

In libreria

Giovanni Scirocco
Una rivista per il socialismo. “Mondo Operaio” (1957-1969)
Carocci, Roma, 2019, pp. 200.

Descrizione
“Mondo Operaio” fu fondata nel dicembre 1948 da Pietro Nenni, inizialmente come rivista della corrente di sinistra del psi, per poi diventare, a partire dal 1951, la rivista ufficiale dello stesso partito. Nel periodo più duro della Guerra fredda la rivista si adeguò quindi ai dettami della politica frontista (antiamericanismo e mitizzazione del “socialismo reale” compresi), tuttavia, a partire dalla distensione, si fece gradualmente portavoce delle varie istanze del “socialismo di sinistra”, marxista, ma critico nei confronti dello Stato-guida, come testimoniato dagli articoli di Nenni pubblicati nel corso del 1956 e dai dibattiti che si svilupparono sulle sue pagine. Un periodo particolare nella storia della rivista fu poi quello della breve condirezione di Raniero Panzieri (1957-59), contrassegnato dai temi della ricerca dell’autonomia della classe operaia e dello studio del neocapitalismo. Molte questioni che ci troviamo ad affrontare ancora oggi, a partire da quelle fondamentali del governo dell’economia e del ruolo dello Stato, negli anni del primo centro-sinistra furono oggetto delle analisi di Panzieri, Nenni, Lombardi, Giolitti, De Martino, Guiducci, Arfè, che cercarono di dare una risposta, talvolta velleitaria, spesso generosa, quasi mai scontata, ai problemi che politicamente li assillavano, primo tra tutti quello della costruzione del socialismo in un paese dell’Occidente capitalistico con una radicata presenza comunista.

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19 giugno 2019

In libreria

Ada Fichera,
L' Italia del «bello scrivere».
Storie del giornalismo culturale dalla Terza pagina a oggi,

Minerva Edizioni, Bologna, 2019. pp. 152.
Descrizione
La cultura è l’anima di una società, strumento per la sua elevazione e per la sua libertà. È da tale presupposto che prende vita questa analisi storica, sociologica e filosofica del giornalismo culturale di ieri e di oggi in Italia. Dalla Terza pagina, perfetto connubio di letteratura e informazione, alle rubriche dei quotidiani odierni, Ada Fichera ripercorre più di un secolo di storia culturale del nostro Paese, narrando le vicende, ma anche le polemiche e i dibattiti relativi a un mondo tanto affascinante quanto complesso. Chi scrive per mestiere non può rimanere immune dalla seduzione di quella che era la “patria del bello scrivere”. Così i contributi delle migliori penne della letteratura nazionale, quali D’Annunzio, Buzzati, Capuana, Pirandello, Calvino, Moravia, Montale, Deledda, divengono patrimonio da tramandare e fondamento per i successivi inserti centrali degli anni Novanta, per i supplementi domenicali attuali, per le rubriche online e per gli ulteriori sviluppi digitali e social del terzo millennio, in un percorso che conduce il lettore attraverso una delle più belle tradizioni italiane di tutti i tempi.

17 giugno 2019

In libreria


Francesco Faeta,
Il nascosto carattere politico. 
Fotografie e culture nazionali nel secolo Ventesimo
Franco Angeli, Milano, 2019, pp. 284.
Descrizione
Sviluppando una serrata analisi, centrata soprattutto sulla realtà italiana ma attenta anche a quella internazionale, l'autore ci conduce, con dovizia di riferimenti alla critica e alla storia del mezzo e con un innovativo taglio antropologico-culturale, alla scoperta di realtà piccole e grandi che compongono il mosaico delle culture nazionali nel secolo Ventesimo: la fotografia è vista come dispositivo, nel senso foucaultiano del termine, atto a promuovere la formazione di una comunità nazionale e l'affermazione dello Stato, attraverso la creazione di specifici regimi discorsivi e di specifiche comunità di pratica. Dalle immagini del Gabinetto Fotografico Nazionale a quelle dei fantaccini della prima guerra mondiale; da quelle di un antropologo africanista di chiara fama alle inquietanti costruzioni di una femminilità in cerca di una sua definizione identitaria nelle opere di affermate artiste; dai reiterati anacronismi delle rappresentazioni della Sardegna alle benjaminiane raffigurazioni di città e alle problematiche poetiche che presiedono all'artificazione della fotografia: uno sguardo sul mezzo che dimostra l'imperioso e complesso tratto performativo che ha assunto in epoca di tarda modernità e che ne svela, ancora con Walter Benjamin, il nascosto carattere politico.
Indice
Introduzione
Parte I Uomini, paesaggi, rovine. Una certa idea del Paese, una certa pratica della fotografia
Guerra, Stato nazionale, dispositivo fotografico / Etnografia, fotografia e cultura nazionale. Paul Scheuermeier, l'Abruzzo, l'Italia Fotografia, public history, antropologia. Immagini e uso pubblico della Storia
Parte II Scivolare fuori del tempo. Dispositivo fotografico e costruzioni dell'alterità
Parte III Cinque mostre americane
Mostrare un album di famiglia. Il caso di Rocco Scotellaro
Incontri: un fotografo e le città
Nascita e morte tra gli Acioli. Piccola nota su una piccola mostra
Una progressiva emersione dall'ombra, una progressiva attribuzione di senso.
Attorno a una mostra di Arturo Zavattini
Psichiatria, antipsichiatria e dispositivo fotografico. Una nota a margine
delle immagini di Luciano D'Alessandro
L'invenzione della fotografia come oggetto artistico: un processo incostante
Fotografia e città moderna: appunti per una lezione
Bibliografia e filmografia
Le immagini.

14 giugno 2019

Chips&Salsa 2019

Convegno  
Chips&Salsa: Giornalismi, digitali, interattivi mediterranei

Venerdì 14 giugno 2019 presso l' Auditorium dell'Acquario di Genova.
Il convegno si svolge con il patrocinio del corso di laurea magistrale in Informazione ed Editoria.


Link al Programma e alla registrazione (vivamente consigliata)



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10 giugno 2019

In libreria

Nicolette Mandarano
Musei e media digitali
Carocci, Roma, 2019, pp. 128.

Descrizione
Qual è il rapporto tra musei e media digitali? Quali sono i mezzi più adatti per creare un dialogo fra istituzione museale e visitatore? Il libro offre una risposta concreta a queste e altre domande. Dopo aver ripercorso brevemente la storia della relazione fra musei e comunicazione, indaga il contesto attuale in cui tale rapporto si sviluppa. Analizza gli strumenti che possono essere impiegati nei percorsi museali per coinvolgere il visitatore, agevolando la fruizione e la comprensione delle opere esposte e del loro contesto. Affronta, inoltre, il tema della comunicazione museale online, fra siti web e piattaforme social, per individuare le buone pratiche comunicative, in ambito italiano e internazionale. Chiude il libro una riflessione sulle modalità della fondamentale e irrinunciabile trasformazione digitale dei musei italiani.+++

Indice
Introduzion
1. Tra storia e attualità: il contesto del libro - In principio era il cd-rom/I musei e la comunicazione on site/I musei e la comunicazione online 

2. On site - Totem e tavoli multimediali/App/Realtà aumentata, realtà virtuale e realtà mista/Videomapping/Chatbot/Videogiochi 
3. Online - I siti web museali in Italia e nel mondo/Le piattaforme social/I feedback: in ascolto dei propri visitatori 
4. Nuove aperture - Il museo fra on site e online/La trasformazione del museo: un’ultima riflessione 
Bibliografia

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09 giugno 2019

In libreria


Bracke Maud Anne
La nuova politica delle donne  Il femminismo in Italia, 1968-1983, 
Edizioni, Storia e Letteratura, Roma, 2019, pp. xxii-354. 
Descrizione
Il femminismo, più di ogni altro movimento degli anni Settanta, colse le preoccupazioni immediate dei cittadini ordinari, delle donne, ma non solo di esse. Fu in grado di trasformarne la vita, di indurre cambiamenti nelle identità e nei ruoli di genere, nella politica, nella legislazione. Attraversando le esperienze di tre città fondamentali – Roma, Torino, Napoli –La Nuova politica delle donne propone la prima sintesi complessiva del movimento femminista, senza perderne di vista la differenziazione interna né la prospettiva transnazionale. Uno studio approfondito, che incrocia documenti d’archivio con testimonianze orali, di un fenomeno tra i più importanti della nostra storia recente, visto nella sua carica rivoluzionaria, ma anche nelle sue incertezze e aporie. Una foto di gruppo in cui riconoscere i singoli volti, le diverse passioni, le molte traiettorie che hanno condotto al nostro presente.
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07 giugno 2019

In libreria

Italo Svevo
Scritti giornalistici, saggi postumi, appunti sparsi e pagine autobiografiche
Edizioni Storia e Letteratura, Roma, 2019, pp. clxxxiv-628.
Descrizione 
Si pubblica in edizione critica la raccolta più completa degli scritti saggistici, giornalistici, diaristici e occasionali di Italo Svevo. I testi, eterogenei per natura e storia editoriale, attraversano tutto l’arco della carriera letteraria dello scrittore e sono distribuiti in quattro categorie: articoli di giornale e scritti d’occasione; saggi pubblicati postumi; Conferenza su James Joyce (e i relativi frammenti); scritti autobiografici e appunti sparsi. Quest’ultima sezione raccoglie cronache familiari, pagine di diario, frammenti, dediche, massime e aforismi. Segue un’appendice con gli scritti di attribuzione incerta. La genesi dei testi è ricostruita nell'Introduzione, congiuntamente alla formazione culturale dell’autore triestino e alle sue collaborazioni giornalistiche (a cominciare da quella più duratura per «L’Indipendente»). La sezione delle Testimonianze, oltre a presentare specifiche note esegetiche, tenute distinte da quelle dell’apparato tipico dell’edizione critica, costituisce un’ulteriore guida per il lettore, mentre la Nota ai testi fornisce una descrizione dettagliata dei testimoni e chiarisce i criteri di edizione dei testi pubblicati.
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05 giugno 2019

In libreria



Andrea Fontana
Regimi di verità. Convivere con leggende e fatti alternativi
Codice edizioni, Torino, 2019, pp. 144. 
Descrizione
C’era una volta la verità dei fatti. Siamo nati e cresciuti in un mondo in cui l’appello ai fatti era imperativo, il ricorso alla scienze un obbligo, la ragione delle competenze un vincolo del comportamento professionale, la vita privata un sacro segreto. Poi ci siamo ritrovati in un ambiente sociale, economico e politico completamente diverso, in cui leggende e credenze valgono come notizie e conoscenze reali e accertate; quello che conta non è il contenuto, ma come viene raccontato. Siamo capaci di usare questa nuova forma di intelligenza narrativa, gestendo contenuti testuali e visivi di tutti i tipi, tra parole, link, hashtag, video, foto e meme? Nella fiction economy e nel mondo della post-verità, infatti, siamo noi il bottino da conquistare. Come sopravvivere quindi in questo nuovo regime di verità in cui siamo entrati? Questo libro propone alcune soluzioni.
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28 maggio 2019

In libreria

Lucia D'Ambrosi
La comunicazione pubblica dell'Europa.  
Istituzioni, cittadini e media digitali
Carocci, Roma, 2019, pp. 160.
Descrizione
Comunicare l’Europa è un obiettivo strategico e sempre più funzionale a ridisegnare il futuro equilibrio della sfera sovranazionale, a fronte dell’emergere di sentimenti antieuropeisti e nuovi nazionalismi che minano le basi dell’identità europea. Come comunicano oggi le istituzioni europee? Che ruolo svolgono i media digitali? Con quali modalità si esprime la partecipazione dei cittadini nello spazio comunitario? Il volume risponde a queste domande, focalizzando la riflessione sull'accresciuto impatto della comunicazione dell’UE nei diversi e variabili flussi che traggono origine dall'attività istituzionale svolta dagli organi rappresentativi centrali e nazionali e dall'informazione prodotta dai media. Uno scenario contrassegnato da armonie e disarmonie, in cui la dimensione specifica della comunicazione pubblica si configura come parte essenziale del processo di costruzione della governance comunitaria. Il libro si propone come un utile strumento di approfondimento per studenti universitari, studiosi, esperti del settore e per quanti operano nell'ambito delle istituzioni nazionali ed europee per favorire la comunicazione dell’UE.
Link all' Indice del libro.

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26 maggio 2019

“L'ho letto su internet”. L'informazione ai tempi del web


Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, nel saggio Liberi di crederci. Informazione internet e post-verità, ci spiegano che verità e internet non spesso vanno d'accordo.
L'avvento di internet, ma soprattutto dei social network, da un lato ha facilitato l'accesso a una grande massa di informazione senza mediazioni, con l'illusione che questo portasse a una maggiore conoscenza e al trionfo dell'uomo comune, che erode spazio all'élite tradizionale.
L'altra faccia della medaglia però è molto più oscura di quanto ci si aspettasse quando, all'inizio degli anni Novanta, si pensava all'internet come potente mezzo per la diffusione dell'informazione.
Come spiegano gli autori, il problema non sta tanto nel mezzo adoperato (internet e i social network), quanto nell'uso che se ne fa: tanti sono i riferimenti all'interno del testo a meccanismi psicologici e comportamentali con cui l'uomo regola l’assimilazione e la gestione delle informazioni, da sempre.
Si parla di bias (definizione di Martic Haselton, Daniel Nettle e Damian Murray) che guidano l'interpretazione di quello che circonda l'uomo in base alle informazioni che si possiedono.
Si parla di post-truth o pensiero illusorio, entrato nell'Oxford Dictonary nel 2016 e indicato come meccanismo mentale che è parte della natura dell'uomo.
Ma soprattutto si parla di disinformazione: un problema tanto grave al punto che già nel 2013 il World Economic Forum inserisce questo termine (e le sue conseguenze) tra le principali minacce globali.
In questo saggio non vengono raccontate cose nuove, bensì si trattano tematiche ancora oggi molto attuali, sebbene la pubblicazione sia del 2018 (a distanza di un anno la situazione pare essere sempre la stessa). Fake news, fact checking, cyber terrorismo, debunking, citizen journalism sono solo alcuni dei termini che si sentono citare ogni giorno, su tutti i media.
Interessante però come venga sottolineato un punto molto importante: quello che accade su internet è solo un riflesso, amplificato fino a distorcerlo, di ciò che in realtà avveniva già prima della nascita della rete.
I cosiddetti “bias cognitivi”, i pregiudizi che condizionano la nostra vita, accompagnano da sempre l'uomo, tutti i giorni, anche nelle scelte più banali.
Il nostro mondo attuale, fortemente iperconnesso, non fa altro che mettere in luce le debolezze e le potenzialità di un nuovo modo di accedere alle informazioni, un ambiente ricco di incendi digitali alimentati da un altro grave problema: l'analfabetismo funzionale.
Anche questo termine non è nuovo all'interno del “mondo web”: L'Espresso a tal proposito ha dedicato un articolo a questo dramma (non solo italiano) spiegando che “Gli analfabeti funzionali sono sì capaci di leggere e scrivere, ma hanno difficoltà a comprendere testi semplici e sono privi di molte competenze utili nella vita quotidiana. (...) Sono gli analfabeti funzionali, quegli italiani che non sono in grado di capire il libretto di istruzioni di un cellulare o che non sanno risalire a un numero di telefono contenuto in una pagina web se esso si trova in corrispondenza del link “Contattaci”
Molto interessante anche un altro tema che si collega ai bias, una naturale tendenza dell'uomo all'apparire e dare senso alle cose in base a come ci vedono gli altri.
I social network non solo danno spazio alla disinformazione, ma anche a derive narcisistiche e a una continua promozione personale, in cui la celebrità è alla portata di tutti e si ha l'illusione di una democrazia.
Un documento del 2013 della University of Michigan evidenzia che gli utenti sceglierebbero i media in base alle proprie esigenze narcisistiche: piacere, autopromozione, escamotage gratificanti sembrano guidare le stesse dinamiche della produzione e condivisione di informazioni attraverso i social network, spesso a scapito dei contenuti e dei fatti.
La smania di prendere posizione e commentare sul web non risparmia nemmeno i politici, che strumentalizzano i fatti per un ritorno personale, per avere sempre maggior consenso, disinteressati dalle implicazioni etiche e scientifiche che comportano, argomenti che inoltre con la politica c'entrano ben poco.
In un contesto come questo, in cui chiunque può veicolare informazioni, corrette o non corrette (non necessariamente in malafede), in cui tutti possono affermarsi e sfiduciare la figura dell'esperto: con l'avvento dei social la figura del giornalista entra in competizione con i blogger, gli opinion leader, gli youtuber, contendendosi l'attenzione degli utenti.
Il 51° rapporto CENSIS, sulla situazione sociale del paese nel 2017, rivela che gli italiani che leggono quotidianamente giornali cartacei per informarsi durante la settimana sono il 14,7%, mentre si informano su Facebook il 35%.
Non si può fare finta di niente, il mondo dell'informazione è cambiato. Nelle testate giornalistiche online funzionano i titoli “acchiappa click”. I profili ufficiali su Facebook e Twitter competono con alcune fanpage per avere l'interesse degli utenti, inseguendo i loro gusti.
Note testate di moda, benessere, cucina, nei loro spazi web lasciano ampio spazio a prodotti amatoriali o di citizen journalism, accanto al lavoro degli stessi giornalisti.
Questo modello di marketing ormai è parte dell'informazione, con notizie rapide, immediate e facilmente comprensibili. Catturata l'attenzione dell'utente, si passa alla condivisione e la diffusione dei contenuti in maniera quasi automatica, con la conseguenza di rendere virale un argomento, vero o falso che sia.
La lettura di questo saggio può darci un'idea abbastanza pessimistica dell'uso di internet e della dilagante disinformazione. Sembra di essere arrivati a un punto di non ritorno nella gestione delle fake news.
Al di là delle decisioni prese da Emmanuel Macron nel 2018 per creare una nuova legge per ostacolare la diffusione di false notizie su internet, o ancora una soluzione offerta da Mark Zuckerberg per arginare la questione e combattere una battaglia contro “forze oscure che si muovono attraverso la rete”, il lavoro di debunking, di ricerca, di studio, andrebbe attuato anche dal basso.
Sicuramente sarebbe utile per molti affrontare letture come questo saggio per chiarirsi le idee, e ognuno nel suo piccolo cercare di gestire al meglio la marea di informazioni che si incontra ogni giorno sui social.
In questo mondo di ignoranza, bisognerebbe portare avanti a testa alta la conoscenza e la “buona informazione”, anche se con un linguaggio diverso e più adatto al mezzo a cui ci appoggiamo.
Francesca Guglielmero



Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini
Liberi di crederci. Informazione, Internet e postverità

Codice Edizioni, Torino, 2018, 142 pp. 
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22 maggio 2019

L'informazione tra reale e percepito


Nell'era digitale e dell'esplosione delle telecomunicazioni, anche le informazioni sbagliate o false viaggiano alla stessa velocità delle notizie vere e verificate. Questo è uno dei problemi principali che sta alla base della disinformazione contemporanea, e col termine “disinformazione” ci si riferisce alla “falsificazione intenzionale di dati e notizie al fine di manipolare le percezioni di un bersaglio, influenzarne le decisioni”. In questa definizione emerge subito la caratteristica che rende l'attività manipolatoria negativa e pericolosa: l'intenzione dietro all'azione. Dietro ad ogni azione che ha lo scopo di disinformare si nasconde la volontà di qualcuno (industriali, politici, poteri occulti come quello mafioso), che è la volontà di disinformare per i propri scopi personali. In quest'ottica la consapevolezza della presenza di campagne di disinformazione è fondamentale per distinguere fonti, giornali e notizie autorevoli da emittenti che trasmettono notizie false o fallaci. 
Le notizie, per disinformare, non devono essere necessariamente false. Anche notizie vere possono essere deformate o amplificate per modificare la percezione della realtà delle cose; e l'accumulo di notizie simili, non false ma neanche del tutto veritiere, può aggravare la percezione dei lettori creando un clima di sfiducia e di paura. Per evitare questo è importante la conoscenza di certi meccanismi mistificatori; solo con la comprensione di quanto sia facile fare disinformazione è possibile armarsi per contrastarla. 
Cosimo Angelini

Disinformazione e manipolazione delle percezioni. 
Una nuova minaccia al Sistema-paese 
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.


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16 maggio 2019

In libreria

Lodovica Braida
L'autore assente
L'anonimato nell'editoria italiana del Settecento

Laterza, Roma-Bari, 2019, pp. 224.

Descrizione
L’editoria europea conosce nel corso del Settecento una fase di straordinario fermento: accanto all’estensione del mercato del libro, cresce sempre più l’affermazione della personalità creativa degli autori, e non è un caso che in quegli anni si inizi a riconoscere, almeno in Inghilterra, il diritto d’autore. L’Italia partecipa a questa vivacità intellettuale, ma accanto all’esigenza degli scrittori di affermare la propria identità, si affianca un’altra tendenza, sempre esistita, di segno contrario: la scelta di far circolare le proprie opere in forma anonima. Quali le ragioni dell’anonimato? Il silenzio d’autore è certamente legato a una logica di controllo per i generi su cui pesa il giudizio negativo della censura ecclesiastica. Ma c’è di più: scrivere libri che potevano essere considerati di basso profilo culturale, come molti romanzi o altri libri di larga circolazione, poteva nuocere al buon nome dell’autore. Meglio dunque rifugiarsi nell’anonimato. Un capitolo fondamentale e fin qui poco studiato della storia dell’editoria italiana.
Link all' Indice del libro.

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08 maggio 2019

Disinformazione

"Ci siamo abituati a mangiare il pane duro della disinformazione e siamo finiti prigionieri del discredito, delle etichette e dell'infamia."
Papa Francesco


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27 aprile 2019

1500 anarchici a Torino


La non violenza strumentalizzata

Sabato 30 marzo 2019 1.500 persone, "anarchici", hanno sfilato in corteo a Torino per opporsi agli arresti eseguiti durante e in seguito allo sgombero dell'Asilo Occupato, uno dei tre centri sociali storici della città. La manifestazione ha coinvolto tutta la città, costringendo le forze dell'ordine a dispiegare oltre 2.000 unità più decine e decine di mezzi come camionette blindate, idranti e addirittura un elicottero. A fine giornata non ci sono stati incidenti o danni fisici a negozi e nemmeno scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, nonostante siano scattate 74 denunce. Non è stato necessario sparare nessun lacrimogeno, scagliare nessuna pietra, scontrarsi.
Eppure la stampa torinese non è stata gentile con chi ha sfilato in corteo, non ha riportato il punto di vista dei manifestanti, non ha raccontato la protesta, bensì come questa è stata combattuta. I giornalisti hanno preferito elogiare la Questura, deridere gli "anarchici resi inoffensivi" e rassicurare il cittadino che va tutto bene, ma siamo sicuri che siano le letture più corrette dell'evento?
Il 9 Febbraio di quest'anno la Questura di Torino ha ordinato lo sgombero dell'Asilo perché ritenuto vara e propria base logistica e operativa. Secondo il questore Francesco Messina gli attivisti del centro sociale sarebbero gli artefici di alcuni pacchi bomba spediti in Italia all'indirizzo di diversi Centri per l'immigrazione e il rimpatrio. Lo sgombero è durato diverse ore e ha comportato il dispiegamento di centinaia di poliziotti. Alla fine sono scattati sei arresti per alcuni anarchici del centro. Gli attivisti hanno reagito immediatamente con un corteo spontaneo in cui, dopo scontri con la polizia ed un cassonetto della spazzatura in fiamme, sono state arrestate altre undici persone.
La zona intorno al centro sociale - e tutto il quartiere Aurora - da allora è oggetto di attenzione da parte della questura che ha aumentato notevolmente la presenza della polizia nel quartiere, al punto che diversi abitanti si sono lamentati. Eppure il 1° marzo è caduta l'accusa di associazione sovversiva voluta dalla Procura di Torino per i sei anarchici arrestati durante lo sgombero.
Sabato 30 marzo più di 2.000 poliziotti hanno paralizzato Torino mentre 1.500 manifestanti hanno sfilato divisi in 5 cortei con partenze da diversi punti della città e ritrovo davanti alla stazione Porta Nuova. Quando 4 dei cortei sono arrivati al punto di ritrovo l'elicottero dei carabinieri sorvolava la zona già da mezz'ora. Ne sono arrivati soltanto quattro perché il quinto, composto da duecento persone è stato fermato e trattenuto dalla polizia in via Aosta, per eseguire controlli che hanno portato al sequestro di fumogeni, vernice, maschere antigas, oggetti contundenti e altro materiale potenzialmente pericoloso ma non sempre illegale.
Verso le 18 il corteo ha raggiunto quello che la polizia aveva deciso doveva essere il punto di non ritorno, la barriera di camionette, autopompe e manganelli oltre alla quale nessun anarchico doveva spingersi: l'incrocio tra Corso Novara e Corso Regio Parco. Il corteo dopo pochi metri in direzione della polizia ha deviato a destra verso la strada che gli era stata lasciata sgombra. Nessuno scontro, solo tanta tensione. Nel discorso finale pronunciato al megafono dagli attivisti si è sentito "..abbiamo dato una prova di civiltà davanti a tutti. Hanno dispiegato migliaia di poliziotti per cosa?".
Ogni giornalista ha visto che la polizia non ha caricato i manifestanti senza motivo e che il corteo ha deviato dal percorso cui aspirava senza cercare lo scontro. Non è successo assolutamente nulla, solo tanta tensione che, grazie ad una parte o all'altra, non ha prodotto nulla di violento. Eppure la stampa ha fatto molti elogi alla questura senza fare invece nessun riferimento al corteo che ha scelto di rinunciare al suo punto d'arrivo ideale, che non ha cercato nemmeno una volta di deviare all'improvviso scontrandosi con gli agenti, che non ha arrecato nessun danno a edifici o beni privati quando ne ha avuto l'occasione. Molti articoli descrivevano gli "anarchici" come persone violente a prescindere, nessuno si è preoccupato di riconoscere qualcosa anche a loro. Dare tutto il merito alla questura non rende giustizia a nessuna delle persone che hanno partecipato alla giornata del 30 marzo a Torino, ne da un lato ne dall'altro. Il giornalismo dovrebbe essere più imparziale se non vuole inimicarsi i manifestanti che sono parte della città e della comunità, e fare un'informazione più equa.

Amos Granata

 
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19 aprile 2019

in libreria

Neri Fadigati, 
Il mestiere di vedere. Introduzione al fotogiornalismo
Pisa University Press.2019. pp. 207

Descrizione
Il ruolo centrale avuto dalla fotografi a negli anni d’oro della grande stampa periodica. Le vite di alcuni testimoni della storia del ’900 come R. Capa, W.E. Smith, M. Bourke-White. L’importanza del lavoro del fotografo, che senza mettersi in mostra fa vedere la realtà, introducendo un “commento”, un valore aggiunto per l’informazione giornalistica. Infine alcuni consigli pratici di solito non reperibili sui manuali. È questo il contenuto del volume, primo tentativo di organizzazione sistematica di una materia finora poco approfondita sul piano teorico. Senza dare risposte definitive il libro si propone di fornire gli strumenti necessari per avvicinarsi alla tecnica che promette di conservare certezze, ma si rivela sfuggente come la luce che gli dà forma. E di sgombrare il campo dagli equivoci che l’hanno accompagnata nel corso della sua breve storia.

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11 aprile 2019

In libreria

Angela Biscaldi - Vincenzo Matera
Antropologia dei social media. Comunicare nel mondo globale
Carocci, Roma, 2019, pp.146.

Descrizione
La posizione dominante che i media digitali hanno acquisito nella nostra vita sociale e, in un futuro ormai vicinissimo, anche cognitiva si spiega se pensiamo alla loro capacità di permettere una personalizzazione dell’esperienza comunicativa, basata su azioni rapide, efficaci e gratificanti. Tuttavia, come una sorta di contrappunto, emerge una domanda: perché le persone, nonostante tutto, pensano che l’uso delle nuove tecnologie comporti un impoverimento della loro umanità? Questo libro presenta un’articolata riflessione su queste e altre questioni cruciali per capire più a fondo i nuovi media, il loro potere di catturarci e la nostra incapacità di accantonarli anche solo per poco.
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09 aprile 2019

Io dico che no

«A scuola gli immigrati vanno tutelati, ma prima i nostri figli» - 9.4.2019


Si dovrebbe segnalare che con molta probabilità anche gli alunni (definiti dal Ministro dell'Istruzione "i nostri figli") che frequentano le nostre scuole di ogni ordine e grado sono figli, nipoti e pronipoti di IMMIGRATI, arrivati da ogni parte d'Italia nelle grandi città (non solo del nord) e la loro origine è confermata dalla sequenza dei cognomi specificatamente "meridionali" che si mescolano ai vari Brambilla, Parodi, Furlan, ecc. (in minoranza anche sull'elenco telefonico).
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05 aprile 2019

In libreria

Daniele Nalbone - Alberto Puliafito
Slow journalism. Chi ha ucciso il giornalismo?
Fandango Libri, Roma, 2019, pp. 246.
Descrizione
Uno dei problemi dell’informazione oggi è l’ossessione per la quantità e per la velocità, la convinzione che il giornalismo debba competere con i social. Un altro modello di business: tanta attenzione per gli inserzionisti pubblicitari, poca per i lettori. Il mantra del “fare tanti click sul sito”, la monetizzazione a ogni costo con la pubblicità, la convinzione che nessuno sia disposto a pagare per il giornalismo digitale hanno contribuito a erodere gli spazi di crescita. A partire da queste considerazioni e guardando, fra l’altro, alla lezione del professor Peter Laufer, autore di Slow News. Manifesto per un consumo critico dell’informazione, e a esperienze locali, nazionali e internazionali, questo libro fa un tentativo: quello di andare oltre la semplice critica. Slow Journalism cerca di proporre soluzioni. Daniele Nalbone e Alberto Puliafito hanno una lunga esperienza nel giornalismo tradizionale e soprattutto in quello digitale, condividono una visione del mestiere – e forse anche del modo in cui ci si dovrebbe approcciare al lavoro e alla vita – che li ha portati a indagare su questo tema. Un libro cruciale sia per gli addetti ai lavori sia – soprattutto – per i lettori.
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03 aprile 2019

In libreria

Erica Morini
Maria Pezzi, giornalista di moda. L'Europeo (1947-1958)
Enciclopedia delle donne, Roma, 2019, pp. 168.
Descrizione
Maria Pezzi è stata una delle più importanti e famose giornaliste e disegnatrici di moda italiane del Novecento. Nata a Milano nel 1908 studia pittura e disegno. A partire dal 1937 pubblica disegni e didascalie per la prestigiosa rivista della Snia Viscosa, e successivamente per «Grazia», «Fili moda», «Bellezza», «La Donna». La lunga collaborazione con «L'Europeo» dà una svolta alla sua carriera, perché Maria Pezzi si trasforma in giornalista e osservatrice di un settore produttivo in rapida trasformazione; la sua carriera proseguirà sul «Corriere d'informazione», «Il Giorno», e infine divertendosi a mescolare ricordi e notizie dell'ultima ora per «donna».

31 marzo 2019

In libreria

Salvatore Russo - Giulia Bezzi
CEO & journalism. Strategie e tecniche di comunicazione per aumentare la visibilità dei contenuti online
Hoepli, Milano, 2019, pp. 266.

Descrizione
Su Google è il pubblico che cerca la notizia. Capire la SEO e scoprire come gli utenti si informano permette a giornalisti, freelance e blogger, di realizzare contenuti performanti, essere presenti nei risultati del motore di ricerca e acquisire un enorme vantaggio competitivo. Questo libro fornisce una risposta concreta ai professionisti che vogliono comprendere a fondo le strategie e le tecniche di comunicazione per aumentare la visibilità dei contenuti online, ottenere nuove fonti di guadagno e creare una comunità di lettori attiva, interessata e partecipe. Non è solo un manuale, è anche un saggio, una lettura che insegna "come si fa" e costringe a una riflessione profonda sul "perché si debba fare". Uno scenario completo sugli aspetti che possono decretare il successo di un progetto editoriale, con numerosi suggerimenti basati sull'esperienza pratica degli autori, che permettono di costruire una perfetta strategia di contenuti e comunicazione.
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22 marzo 2019

in libreria

Carlo Raggi 
Il linguaggio del giornalismo giudiziario
Pacini Editore, Pisa, 2018, pp. 452.
Descrizione
È il linguaggio a dar forma ai fatti e il giornalista deve utilizzarlo al meglio. Per la cronaca giudiziaria la necessità di un corretto linguaggio è accresciuta dalla considerazione che essa riguarda una funzione istituzionale fondamentale per uno Stato moderno, la giurisdizione. L'uso del linguaggio appropriato è collegato alla conoscenza di tutti i passaggi dell'attività giudiziaria e così il lavoro parte dalla notizia di reato per giungere ai processi e alle Corti internazionali, includendo anche settori collaterali come le procedure fallimentari e tributarie. Un manuale con esempi e osservazioni critiche su un folto campionario di articoli.
Indice del libro.

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12 marzo 2019

In libreria


Loretta De Franceschi
Libri in guerra. 

Editoria e letture per i soldati nel primo Novecento
Mimesis, Milano, 2019, pp. 328.

Descrizione
La Grande guerra provocava in Italia molteplici conseguenze anche sul piano della produzione editoriale e della circolazione di materiale da lettura. Da un lato, l’evento bellico si traduceva in nuove iniziative di pubblicazione rivolte al pubblico sia al pubblico civile sia militare, diffondendo una tipologia documentaria estremamente varia per contenuti, forme e autori. Erano in maggioranza volumi e opuscoli con finalità propagandistiche e patriottiche, ma si imponevano anche tematiche prima mai affrontate di natura medica, assistenziale, tecnologica e sociale.
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08 marzo 2019

In libreria

Tiziana Plebani
Le scritture delle donne in Europa
Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie (secoli XIII-XX)

Carocci, Roma, 2019, pp. 368
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Descrizione
Fu la possibilità di scrivere nella propria lingua madre ad aprire la strada alle scritture femminili. Da quel momento, le donne iniziarono ad appuntare
note, inviare lettere, consegnare volontà ai testamenti e più vivo si fece in alcune il desiderio di sperimentare registri letterari ed esprimere le proprie propensioni spirituali e politiche. Quante più donne accedevano all'istruzione, per lo più ostacolata ma sempre da loro rivendicata e ricercata anche attraverso percorsi di autoapprendimento, tanto più numerose diventavano quelle che ambivano a utilizzare la scrittura anche al di fuori delle pratiche quotidiane. Una scarsa padronanza della penna e della grammatica non fu di eccessivo ingombro e la confidenza maturò nel tempo
un'originale relazione con la propria intimità. Ma le donne scrissero di tutto, dai pamphlet ai romanzi, dalle petizioni ai trattati, dalle poesie ai libri di cucina; scegliendo il mezzo di comunicazione più efficace e più in voga, intervenendo in ogni momento di rinnovamento sociale e partecipando al confronto tra i sessi attorno all'eterna interrogazione sulla differenza dei generi: una delle grandi narrazioni dell'umanità.
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06 marzo 2019

In libreria

Gabriele Turi
Libri e lettori nell'Italia repubblicana
Carocci, Roma, 2018, pp. 156.

Descrizione
Il mondo dell'editoria conosce ovunque, all'inizio del XXI secolo, un  processo di concentrazione e di forte concorrenza internazionale. L'Italia  non fa eccezione, come dimostra l'acquisto di RCS Libri da parte di  Mondadori nel 2016, ma ha alcune caratteristiche che risalgono al periodo preunitario: marcate specificità regionali, ampia presenza di editori  piccoli e medi, grande difficoltà nel creare "lettori", il cui numero rimane molto al di sotto di quello di altri paesi europei e ancora oggi ammonta a  meno della metà della popolazione rispetto ai due terzi in Francia e in Germania. Gabriele Turi racconta la storia dell'editoria nell'Italia  repubblicana rifiutando modelli di tipo sociologico, spesso astratti o generalizzanti, ma considerandone tutti gli aspetti in rapporto all'evoluzione  della società, e mette in dubbio che dalla concentrazione derivi una inevitabile omologazione dei linguaggi.
Indice
Premessa
 1. Le speranze e la realtà
 Gli editori possono rinnovare l'Italia/Il sistema editoriale
 2. Produzione e lettori: una geografia
 Centri editoriali/Lettori e non lettori
 3. Appartenenze
«La libreria è un tempio; il libraio un predicatore» /Voci di sinistra, e di
destra
 4. Editoria di cultura
 Intellettuali e progetti/Realizzazioni
 5. Da bambini a studenti
 Letteratura per l'infanzia e per i ragazzi/A scuola
 6. Espansione
 Differenze interne/Letteratura di consumo
 7. Crisi e concentrazioni
 Mercato di massa/Omologazione?
 Indice dei nomi
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02 marzo 2019

In libreria

Carlo Verdelli
Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la Rai
Feltrinelli, Milano, 2019, pp. 224.
Descrizione
Tutto quello che dovremmo sapere sulla Rai ma non abbiamo mai osato chiedere. O forse non abbiamo mai voluto vedere. Un viaggio senza precedenti nei corridoi di viale Mazzini, dove si sta giocando la partita della nostra democrazia. I cittadini italiani sono azionisti di maggioranza, a loro insaputa, della Rai, una delle più grandi televisioni pubbliche d'Europa: 13 canali televisivi, 10 canali radio, 11 sedi all'estero, per un totale di 13.000 dipendenti. Bene, nel corso degli anni, circa una settantina, questa proprietà è stata gestita senza cura, ha perso colpi sul mercato, non si è rinnovata come i tempi avrebbero richiesto e oggi ha i conti in rosso. Però gli italiani continuano a finanziarla. Dunque il Servizio pubblico è pubblico nel senso che è nostro, ne siamo proprietari. Ma non solo. La Rai resiste anche come una delle principali fonti di informazione del Paese: in anni in cui sembra che ci siano solo internet, social e app, è bene ricordare che il Tg1 delle 20 ha oltre 5 milioni di spettatori. È facile quindi intuire come, per entrambe queste ragioni, la Rai sia legata a doppio filo alla vita democratica del Paese. Carlo Verdelli è stato il primo direttore dell'informazione del Servizio pubblico tra il 26 novembre 2015 e il 3 gennaio 2017. Il progetto era ambizioso: un piano di riforma di 470 pagine suddivise in cinque volumi di analisi, confronti internazionali e proposte per "svecchiare la Rai, disinfestarla dai parassiti della politica e proiettarla nel mondo di oggi". Ma qualcosa non ha funzionato. Quali sono gli interessi che hanno impedito un rinnovamento così indispensabile e urgente? Perché e a chi conviene che le cose non cambino? Verdelli ci guida per la prima volta nelle stanze e nei corridoi di viale Mazzini, e spiega perché riformare il Servizio pubblico e sottrarlo alle sabbie mobili del potere romano è impossibile. La Rai mancata diventa così "un tassello non marginale di un puzzle complesso. Messo insieme ad altri pezzi, forma l'immagine di un tessuto svolazzante. Sinistro, più che di sinistra". E il problema dell'informazione si conferma essere più che mai cruciale per la nostra democrazia.
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28 febbraio 2019

Nati per il giornalismo

"Nessuno che non sia nato per il giornalismo e non sia pronto a morire per esso potrebbe resistere in una professione così incomprensibile e vorace, il cui lavoro finisce dopo ogni notizia, come se fosse per sempre, e non concede un attimo di pace fin quando non ricomincia, con più entusiasmo che mai, il minuto dopo".
Gabriel García Márquez




*cit. LaStampa.it, 26.2.2019.


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26 febbraio 2019

In libreria


Jacopo Tomatis
Storia culturale della canzone italiana
Milano, Il Saggiatore, 2019, pp. 810.
Descrizione
Tutti sappiamo – o pensiamo di sapere – che cos’è la canzone italiana. Ne parliamo con gli amici guardando Sanremo, la ascoltiamo su Spotify o su vinile, la cantiamo sotto la doccia, la amiamo, la odiamo, o tutt’e due le cose insieme. Ma che cosa rende «italiana» una canzone? «Felicità», siamo tutti d’accordo, suona come una tipica «canzone italiana», al punto che potremmo definirla «all’italiana». E allora «Via con me» di Paolo Conte, coeva eppure lontana miglia e miglia dal successo sanremese di Al Bano e Romina, non lo è? O forse lo è meno, con quello swing americano e quella voce roca? Jacopo Tomatis parte da qui, dal ripensamento delle idee più diffuse sulla canzone italiana («canzone italiana come melodia», «canzone italiana come specchio della nazione», «canzone italiana come colonna sonora del suo tempo»), per scriverne una nuova storia. Fatta circolare su spartito o su rivista, trasmessa dalla radio, suonata da dischi e juke box, al cinema e alla tv, in concerti e festival, la canzone è stata, per un pubblico sempre più giovane, il punto di partenza per definire la propria identità (su una pista da ballo come nell’intimità della propria stanza), per fare musica e per parlare di musica. E allora hanno qualcosa da dirci non solo «Vola colomba», «Il cielo in una stanza», «Impressioni di settembre», «La canzone del sole», «Preghiera in gennaio», ma anche i nostri discorsi su queste canzoni, come le ascoltiamo, come le suoniamo, come le ricordiamo. Storia culturale della canzone italiana ripercorre i generi e le vicende della popular music in Italia ribaltando la prospettiva: osservando come la cultura abbia pensato la canzone, quale ruolo la canzone abbia avuto nella cultura e come questo sia mutato nel tempo – dal Quartetto Cetra agli urlatori, da Gino Paoli al Nuovo Canzoniere Italiano, da De Gregori a Ghali. Con la consapevolezza e l’ambizione che fare una storia della canzone in Italia non significa semplicemente raccontare la musica italiana, ma contribuire con un tassello importante a una storia culturale del nostro paese. Del resto, quando parliamo di musica non parliamo mai solo di musica.
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24 febbraio 2019

In libreria

Claudio Nobili
I gesti dell'italiano
Carocci, Roma, 2019, pp. 128.
Descrizione
Come e perché un linguista si interessa di gesti? Quali sono i principali risultati a oggi prodotti nel campo della teoria e della pratica lessicografica applicata alla gestualità italiana? Che cosa è stato fatto e resta ancora da fare per un’educazione integrale alla lingua e ai gesti in classe? Per rispondere a queste domande, il volume affronta il tema della gestualità italiana da un punto di vista linguistico. Vengono prima presentate le classificazioni adottate per individuare i gesti, dei quali sono poi evidenziate le caratteristiche salienti, anche all’interno di un quadro variazionale. Seguono una rassegna dei dizionari dei gesti italiani finora editi e la proposta di un modello per la costruzione di un nuovo dizionario chiamato Gestibolario. Chiudono il volume alcune indicazioni per una didattica della gestualità nei corsi universitari.
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22 febbraio 2019

In libreria

Ferdinando Camon
Il mestiere di scrittore. Conversazioni critiche
 Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2019, pp.190.

Descrizione
Moravia, Pratolini, Bassani, Cassola, Pasolini, Volponi, Ottieri, Roversi, Calvino sono i nomi che troviamo in questa serie di conversazioni critiche condotte tra gli anni Sessanta e Settanta da Ferdinando Camon, scrittore militante della letteratura: non secondo la modalità dell’intervista né quella del ritratto, ma più propriamente di una narrazione a due voci da cui emerga lo scrittore, la sua opera ma anche le sue letture, i suoi ricordi, la politica, le idee. Ne nasce di volta in volta una dichiarazione di poetica indotta, e perciò soppesata, meditata, esatta, che non risente a una lettura attuale del tempo trascorso, ma è anzi ancora verificabile nell’eredità letteraria lasciata da ognuno di questi maestri.
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20 febbraio 2019

In libreria

Eric McLuhan - Marshall McLuhan
Le tetradi perdute di Marshall McLuhan
Il Saggiatore, Milano, 2019, pp. 281.

Descrizione
Le tetradi perdute – secondo alcuni il vero capolavoro di Marshall McLuhan – nasce come continuazione di Gli strumenti del comunicare e di La legge dei media. Nel corso del loro lavoro di aggiornamento e revisione, Marshall McLuhan e suo figlio Eric trovano uno strumento teorico completamente nuovo, che si manifesta in una forma assolutamente inusitata e che si applica tanto ai prodotti materiali (come gli occhiali) quanto a quelli astratti (come la repubblica) dell’evoluzione. Le nuove leggi scoperte dai McLuhan sono un metodo valido e rivoluzionario per la comprensione di ogni fenomeno umano. Sono le tetradi. Una tetrade raggruppa le quattro leggi che governano tutte le innovazioni umane: ogni innovazione amplifica, rende obsoleto, recupera e capovolge qualcosa. Questi processi hanno luogo in tutti i casi, senza eccezioni, ogni volta che un’innovazione si sviluppa e si diffonde nella cultura e nella società; perciò sono stati chiamati leggi. Sono le leggi dei media nella loro forma definitiva. Per esempio, il refrigeratore amplifica la gamma dei cibi disponibili, rende obsoleti il cibo fresco e il cibo essiccato, recupera il tempo libero di chi provvede alla cucina e si capovolge nell’omogeneità di sapore e consistenza. Oppure: l’orologio amplifica il lavoro, rende obsoleto l’ozio, recupera la storia come forma d’arte e si capovolge in un eterno presente. O ancora: la macchina fotografica amplifica l’aggressione privata, rende obsoleta la privacy, recupera il passato come presente e si capovolge nel dominio pubblico. Le tetradi perdute di Marshall McLuhan è l’opera che offre la cornice teorica conclusiva per l’analisi di ogni nuovo medium. E lo fa in una forma che trascende la forma tradizionale del discorso, la forma saggio, la forma comune di una comunicazione umanistica: una tetrade è una poesia, una strofe di quattro versi, presentata con un suo peculiare codice visivo. Qui accompagnata dalle spiegazioni di Eric McLuhan, che ci consentono di seguire il processo di invenzione e sviluppo delle tetradi nel suo farsi: ci consentono di assistere all’ultima rivelazione del grande filosofo dei media.
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19 febbraio 2019

Le (nuove) parole dell’informazione

Se è vero, come diceva Baricco nel 1998, che ciò che rende speciali i grandi scrittori è la loro capacità di «nominare le cose», il libro Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità (Codice edizioni, Torino 2018, 15€) può a buon diritto essere considerato un libro speciale. Il saggio scritto a quattro mani da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, infatti, è una sorta di odierno dizionario dell’informazione, in grado di battezzare tutti i processi che caratterizzano la comunicazione contemporanea. Vi si ritrovano precise definizioni di termini ormai noti ai più, come fakenews, troll ed echo chamber, ma soprattutto vengono “nominati” e spiegati alcuni meccanismi per i quali fino a pochi mesi fa non esistevano nomi: newsfeed, backfire effect, webete, debunking, mysidebiase così via. 
Muovendo dalla delusione dell’aspettativa che l’avvento di internet potesse garantire «la nascita di un mondo aperto, che rendesse la conoscenza accessibile a tutti indiscriminatamente e portasse alla costituzione di una società finalmente globale e realmente interconnessa» (p. 11), gli autori analizzano le reali conseguenze che il web ha prodotto sulle tecniche della comunicazione: l’informazione è sempre più spesso affidata ai social network, dove gli utenti prendono il posto dei giornalisti, i post sostituiscono i giornali, i tweet si ergono a notizie. Il primo evidente effetto di questa tendenza è la disintermediazione, «cioè il venire meno della figura dell’intermediario» (p. 26), dell’esperto d’informazione, che poteva garantire la verità delle notizie e l’attendibilità delle fonti. Ne deriva non solo l’imprecisione delle informazioni, con la conseguente proliferazione di fake news, ma soprattutto la semplificazione delle notizie che conduce ad un’irrimediabile polarizzazione delle posizioni: per quanto delicata e complessa sia una questione, si assiste oggi alla radicalizzazione delle opinioni tipica delle ideologie forti. Vero o falso, buono o cattivo, bianco o nero, giusto o sbagliato: non esistono più vie di mezzo e soprattutto non esiste confronto, dialogo fra le fazioni. I dibattiti sui social media si riducono al muro contro muro, alla testarda difesa di una posizione estrema che si oppone ad un’altra posizione estrema, altrettanto difesa e supportata.
Quattrociocchi e Vicini non si limitano a descrivere questi processi con definizioni ed esempi tratti dai più recenti avvenimenti socio-politici, ma si impegnano ad elencare tutti i fattori che stanno alla base della cosiddetta post-truth, definita dall’Oxford Dictionary come «ciò che è relativo a, o che denota, circostanze nelle quali i fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione rispetto agli appelli all’emotività e alle convinzioni personali». Tra questi fattori figurano in particolare alcuni bias cognitivi che svolgono un ruolo determinante «nella nostra capacità di informarci, nella formazione dell’opinione pubblica e nella propaganda» (p. 48); ad essi, si aggiunga la naturale tendenza al narcisismo che viene scatenata dai meccanismi dei social network anche negli individui meno vanitosi, e si avrà un quadro completo dell’informazione nell’epoca della post-verità.
Evitando di accanirsi acriticamente contro le moderne tecniche di comunicazione, ma tentando piuttosto di ricercarne le cause e di studiarne gli sviluppi, Liberi di crederci non è un banale libro di denuncia contro i social network, ma un’approfondita analisi delle nuove frontiere dell’informazionee delle relative problematiche, che arriva addirittura a fornire una “giustificazione” dell’apparente scomparsa di una verità oggettiva: «post-truth forse è solo l’emergere dell’essere umano nella sua più totale e profonda esigenza di emanciparsi dalla dipendenza dagli altri, dagli intermediari. Adesso che tutta la conoscenza dell’umanità è a portata di click, vogliamo esercitare il nostro diritto di scegliere liberamente [a cosa credere]» (p. 130).
Alessandro Rio


Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini,
Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità
Codice edizioni, Torino 2018. 
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16 febbraio 2019

In libreria

Federica Maria Marrella - Federica Muzzarelli
Iconografie del consumo
La costruzione dell’immagine femminile tra moda, arte e pubblicità

Aracne, Roma, 2019, pp. 204.

Descrizione
Il volume esamina la rappresentazione femminile nelle campagne pubblicitarie fotografiche degli otto brand italiani di maggior fatturato di Luxury prêt–à–porter nel quinquennio 2010–2015, sezione abbigliamento. L’opera si sviluppa in due parti. Nella prima si descrive l’immagine iconografica della Ninfa warburghiana, le rappresentazioni femminili descritte da Linda Nochlin, Roland Barthes, Erving Goffman e Marshall McLuhan, proseguendo poi con la delineazione dei “corpi di moda” raccontati da Roberto Grandi e degli archetipi nella fotografia analizzati da Federica Muzzarelli. Nella seconda parte viene sviluppato un percorso iconografico e comunicativo sulla donna, che inizia con l’archeologia dell’immagine e arriva al linguaggio fotografico, sociale e pubblicitario dei nostri giorni.
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13 febbraio 2019

In libreria

Salvatore Sica - Giorgio Giannone Codiglione
Security and hate speech
Personal Safety and Data Security: Rights in the Age of Social Media

Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 328. 

Descrizione
Il volume nasce dall’esperienza culturale e organizzativa del primo G7 dell’avvocatura, tenutosi a Roma il 14 settembre 2017, e da esso mutua l’obiettivo di costruire un ponte di dialogo e di confronto tra le avvocature mondiali sui temi della sicurezza e della tutela dei diritti fondamentali nella nuova realtà informazionale e globale del cosiddetto web 2.0. Un percorso di riflessione innovativo e multidisciplinare, svolto grazie al contributo di avvocati, accademici, giudici, membri di governo e rappresentanti delle istituzioni comunitarie e sovranazionali, con l’obiettivo di fornire una visione d’insieme e di stimolare le successive fasi di questa interazione qualificata. Per una “verità” dell’informazione online tutelata e per un diritto che non sia mero strumento di regolazione della tecnica, ma “opera di tutti”, pilastro di crescita consapevole della società e promozione di valori condivisi.
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05 febbraio 2019

"F" di Fusilado!


Cronache infedeli è un libro scritto da Flavio Fusi, collocabile nella serie narrativa. Un libro composto da nove capitoli, tutti avvincenti e con diversi punti in comune descritti nella presente recensione.  
L’autore. La qualità è garantita quando un professionista di elevata caratura come Flavio Fusi mette per iscritto le vicissitudini che un mestiere vocazionale come quello del giornalista inviato. Non i soliti improvvisati reporter, o neofiti privi di esperienza. Flavio Fusi è un professionista di lungo corso. Pochi come lui possono vantare un bagaglio esperienziale e culturale. Le prove di ciò emergono dai racconti fatti attraverso uno stile di scrittura fluente ma preciso e dettagliato che non va mai a discapito di nulla. Il libro in questione descrive le vicende che lo hanno riguardato nel corso della sua lunga carriera giornalistica da inviato. Terre sparse per il mondo, molte delle quali dimenticate da Dio. Descrive dettagliatamente ambientazioni, eventi, personaggi, ma soprattutto contesti sociali ed economici di mondi in crisi ove regna una realtà atipica per noi occidentali. Una realtà in cui si chiede pace e cibo ma si ottiene guerra e miseria.  Fusi mette da subito le cose in chiaro e avvisa il lettore dei viaggi intrisi di cruente realtà incontrate nel corso degli anni e soprattutto nel corso degli eventi. Questo nei primi capitoli è descritto in maniera precisa e dettagliata tanto che pensando alla miseria kosovara, serba, russa, viene da fermarsi nella lettura e meditare sulla fortuna dell’odierno vivere di noi occidentali.
Il titolo. Contrariamente da quanto possa far pensare il titolo, in tutti i capitoli si viaggia a fianco di un narratore che va a braccetto con la cronaca fedele, tipica di chi il mestiere lo conosce bene ma conscio di dover fare i conti con la memoria. E già, perché Fusi sostiene che la memoria sia quell’elemento che ci distingue dagli animali e che al tempo stesso ci induce in errore lasciando le cose piacevoli e sbiadendo quelle meno. Proprio da questo ragionamento muove la scelta del titolo che sa di ossimoro bello e buono e che nei lettori farà sorgere da subito la voglia di scoprirne il dilemma. Per quanto si voglia, esse non potranno mai dichiararsi fedeli in quanto il tempo ha implacabilmente svolto uno dei suoi compiti più complessi e inspiegabili: cancellare le cose brutte.  Ciò nonostante il libro appare tutt’altro che infedele. Viene quindi da chiedersi quali altre cose più cruente avrebbe riportato il Fusi se solo la memoria non fosse stata a sua volta vittima...ma del tempo; e non si comprende quindi la scelta del titolo così criptico e leggermente fuorviante rispetto al testo.
Tratti caratteristici. I capitoli sono splendenti, scritti nel Sole, si potrebbe dire. Non vi è pagina infatti in cui non compaiano parole luminose come quella di Sole e quella di Luce. Come un’auto che per andar dritta ha bisogno di un buon guidatore, così questo libro ha avuto bisogno di parole strategiche che non lasciano cadere il lettore in un grigiore ambientalistico. D'altronde, trattandosi di guerra e fame, il rischio è elevato. Scelta giusta.
Operazione immedesimazione. Il libro fa immedesimare e leggendolo si ha la sensazione di essere al fianco del cronista; di far parte storia dopo storia di un componente del suo gruppo, cameramen, fonista e altri.  Dispiace la perdita di un loro componente che racconta di aver conosciuto in vita e che muore durante le ardite riprese di una guerriglia tra le tante dei posti raggiunti. La tragedia è descritta bene e incute addirittura rabbia per l’incoscienza dell’operatore. Doveva ripiegare e scappare senza telecamera piuttosto che portare a termine il servizio e la sua vita.  Questo è quello che vien da pensare dopo aver letto le pagine che narrano il nefasto evento. Il magone è in gola, un motivo ci sarà. In altro scenario e contesto Flavio Fusi ci racconta di quando è stato fermato da un poliziotto. “...Fusi suena como fucilado...” così gli dice durante il fermo per la perquisizione. Il modo in cui descrive gli scenari e i contesti rendono meglio il senso di come una semplice recensione riuscirebbe a fare. Operazione immedesimazione riuscita!
E’ davvero interessante per coloro a cui piace il giornalismo di inchiesta e di guerra, fatto in un chiave inedita, quasi intima, giacché egli stesso lo consideri un diario. Una veste singolare che fa dimenticare in più momenti di avere tra le mani un libro. Una capacità espositiva semplice e diretta che spiega bene la voglia e il coraggio di vivere degli autoctoni intervistati e che ci porta a conoscere le inquietudini vissute da persone meno fortunate di noi. Persone che al mattino zappano la terra e alla sera difendono i propri territori con in braccio fucili e fionde. Difficile quindi tenere su la tesi dell’infedeltà. 
Il viaggio dell'eroe. Il buon senso vuole che i cronisti di guerra raggiungano il fronte e che dalle retrovie registrino qualche immagine, intervistino qualcuno e abbandonino il posto quanto prima. Ma ci sono anche professionisti - come il nostro Flavio Fusi - che decidono di affiancare i disperati per più giorni al fine di riportare realtà certe e articoli non asettici . Come già detto, Fusi riporta esattamente la disperazione dei fortunati - si fa per dire - messicani. Loro sono al confine e possono sperare nella benevolenza della vicina America del nord che talvolta  concede loro opportunità di lavoro. Ma questo in pochi lo sanno. Il problema reale proviene dai paesi limitrofi al Messico. Il libro ne parla ampiamente.
Cronache infedeli è un diario dal tratto particolare ove spesso l’autore descrive i luoghi visitati in passato e verso cui fa ritorno a distanza di anni. Un viaggio dell’eroe in loop, che non finisce mai, e in cui il protagonista si dimostra tenace al punto di andare alla continua conferma o smentita che il presente sia come il passato.
La riprova. Pochi sono gli avventurieri che si porterebbero presso un’area geografica locale interposta tra la Russia e la Turchia come quella caucasica. Pochi lo farebbero sia per la propria incolumità e sia perchè di luoghi come il Nagorno Karaback importa poco o nulla. L’autore stupisce e delude. Si addentra e raggiunge questo luogo di contesa tra nazioni che sono una più povera dell’altra: l’Armenia e l’Azerbagian. Ma delude poichè in effetti qui è infedeltà: una volta tanto che a parlare dell’Armenia non è un armeno, il risultato è stato un pò scarno. Cronaca di storia - questa -  che non trova pace e giustizia neanche nel suddetto libro. E’ davvero un Peccato.
Nobiltà d'animo. Non stupisce che un giornalista come lui voglia trasmettere segreti anche ai lettori che sognano un giorno di fare lo stesso mestiere. Fornisce un consiglio che può salvare la vita, proprio come accaduto a lui stesso durante il soggiorno a Nairobi:  
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...” 
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
Deformazione professionale. Si da luogo al personale vezzo di osservare e cercare di giustificare anche le scelte grafiche della copertina e si fa notare la presenza del soggetto ivi raffigurato: un soldato con la testa china. Che questo sia in corsa è intuibile dalla posizione delle gambe e ancor di più da quella della testa. Domande: è un soldato qualsiasi quello raffigurato? È in fuga da chi? o forse sarebbe meglio dire: da cosa? Una foto che la maggior parte di noi conosce già. Una foto archètipa e che ha preso posto in ognuno di noi. Taluni la ricorderanno immediatamente, altri dovranno scavare un attimo nei ricordi; e se il collegamento tarda ad arrivare poco importa; basta giungere alla lettura del capitolo dedicato al nefasto evento tedesco perchè il vago ricordo ritorni in mente. Il giornalismo d’inchiesta che racconta e fotografa i disertori alla ricerca di libertà. Quella foto è presente nei libri di storia elementare e media; solitamente è buttata lì nelle ultime pagine, dove la storia contemporanea perde d’importanza, di valore, e viene snobbata...perchè tanto si è a fine anno. Magari, un’altra immagine più esclusiva e leggera poteva rendere di più sia per empatia che per strategia di marketing; ma è pur vero che quando si parla di certi argomenti ci sia poco da tergiversare. Una scelta grafica coerente ma non avvincente. Alcuni diranno che un libro non si giudica dalla copertina. Beh, è vero in parte.
Conclusioni. Per conoscere altri posti visitati da questo grande giornalista basta leggere il suo libro composto così egregiamente e attento ai particolari che a suo modesto avviso “...sono meno di quelli che la mente gli ha concesso di ricordare... 
Durante il corso della presente recensione ci si è più volte posto il quesito se il titolo fosse o meno appropriato e si è lasciato il dubbio che questo non lo fosse. Ciò non per ammonimento ma per riconoscenza di merito di un professionista che ricorda un pò il primo della classe, quello che dice di non aver studiato ma che poi prende 10. La sostanza è tutta dentro e le prove sono tra le pagine, piene di particolari che mai affaticano il lettore neanche quando parla di tribù e avvicendamenti al potere di paesi del sud-Africa e del sud-America. Il giornalista accetta la sfida di descrivere anche i nomi delle tribù locali. Una scelta audace, che sicuramente rallenta la lettura ma che dimostra una lealtà intellettuale che chiede e ottiene fiducia.
Insomma un libro davvero ben fatto e che riempie di emozioni sin dalla premessa che lo apre. Si legge tutto d’un fiato e fa giungere al termine con una maggiore consapevolezza. La consapevolezza che l’essere umano è egoista, cattivo e irrazionale come nessun altro, materializzandoli in morte, fame e miseria generale. Magari fossero infedeli queste cronache.
Joannes Timurian

Flavio Fusi 
Cronache Infedeli 
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
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