Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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30 maggio 2015

Bugie di guerra

"Ma per adesso il compito più urgente è di raccogliere i materiali. È tempo di aprire un’inchiesta seria sulle false notizie della guerra, perché i quattro anni terribili già si allontanano verso il passato e, prima di quanto si creda, le generazioni che li hanno vissuti cominceranno lentamente a sparire. Chiunque ha potuto e saputo vedere deve sin da ora raccogliere i suoi appunti o mettere per iscritto i suoi ricordi. Soprattutto non lasciamo il compito di svolgere queste ricerche a uomini del tutto impreparati al lavoro storico. […] Affrettiamoci a trarre profitto da un’occasione, che dobbiamo sperare unica."
Con queste parole March Bloch termina il suo volume La guerra e le false notizie, il quale si potrebbe definire un libro di storia piuttosto atipico. Per comprendere ciò è necessario fare delle premesse biografiche sull’autore.
Bloch, nato a Lione nel 1886 e figlio di un professore di storia antica, dettaglio sicuramente non da trascurare, studiò a Parigi, Berlino poi a Lipsia. Fu ufficiale di fanteria durante la prima Guerra mondiale, e, una volta terminata questa, insegnò all’Università di Strasburgo e poi alla Sorbona. Dovette abbandonare la cattedra di storia economica nel 1939, anno in cui, scoppiata la guerra, decise di arruolarsi nuovamente come capitano addetto ai rifornimenti. Tradito dalla politica ufficiale francese che si era poi alleata con il fascismo, nel 1942 partecipò alla resistenza francese presso Lione. Durante l’occupazione tedesca della Francia, Bloch, per le sue azioni nella Resistenza francese e per le origini ebraiche, dapprima fu fatto prigioniero per qualche mese, dopodiché fu fucilato sempre a Lione dalla Gestapo nel 1944.
Bloch pubblicò le sue riflessioni da storico in numerosi volumi, tra i quali Apologia della storia, e nella rivista "Annales d’histoire économique et sociale", fondata insieme allo storico e amico Lucien Febvre. Seppur i suoi studi si indirizzassero prevalentemente sul feudalesimo, fu uno dei primi storici francesi a interessarsi allo studio comparato delle civiltà e alla storia del pensiero, vista come storia antropologica. Il suo pensiero fonda sulla comprensione del presente mediante il passato e del passato mediante il presente. La sua opera è molto variegata all’interno, ha trattato di storia medievale da studioso, ma ha prestato la sua abile riflessione critica anche agli eventi della sua epoca: le due guerre.
Così variegata al suo interno, la riflessione di Bloch è caratterizzata da un fil rouge che si ritrova in tutti i suoi volumi: la professione dello storico. Questo tema lo ritroviamo anche ne La guerra e le false notizie. Diviso in sue sezioni ben distinte, nella prima parte Bloch ha raccolto i ricordi della prima guerra mondiale trascritti nel proprio diario. Partito per il fronte nell’agosto del 1924, partecipò alla guerra come ufficiale di fanteria durante cinque mesi, sino al gennaio 2015 quando fu costretto a tornare a Parigi a causa di una grave febbre tifoide. Questa prima parte ripercorre i ricordi dello storico impegnato durante numerose battaglie contri i tedeschi, e contro una durissima guerra combattuta in trincea. Il nemico prima ancora del tedesco sembra essere la trincea. Nonostante le insidie quotidiane emerge la straordinaria capacità dei militari di saper apprezzare le piccole cose, come un tozzo di pane in più.
Nella seconda parte invece riflette sulle false notizie che si diffondono durante la guerra. Prima di analizzare dei falsi storici, Bloch rileva l’importanza di una scienza nuova, quale la psicologia della testimonianza, la quale potrebbe aiutare gli storici nella ricostruzione degli eventi. Gli psicologi danno una lezione di scetticismo: in una deposizione normale niente è più inesatto di ciò che tocca tutti i piccoli particolari materiali, come se la maggior parte degli uomini si muovessero con gli occhi socchiusi in un mondo esterno che non si degnano di guardare. In base agli studi della psicologia della testimonianza, dice Bloch, sembrerebbe impossibile dover credere a tutti quei brani descrittivi su episodi da guerra. Il compito dello storico, qualora non avesse assistito agli eventi direttamente, sta nel cercare di eliminare in tutti i modi questo errore. Questa è la prima minaccia per lo storico, la seconda risiede nei falsi racconti tramandati dalla cosiddetta voce pubblica. Queste false notizie pullulano durante gli anni della guerra, sono pericolose poiché hanno il potere di turbare o sovreccitare la folla e i militari. Bloch lo sa bene, in cinque mesi ha assistito alla nascita e diffusione di ciò. Nelle trincee prevaleva l’opinione che tutto poteva essere vero, ad eccezione di quello che si consentiva di stampare. La censura della stampa cui si aggiungeva un rinnovo prodigioso della tradizione orale, porta la società delle trincee a credere senza esitazioni al narratore che viene da lontano, il quale propaga delle notizie sentite di sfuggita senza alcun fondamento. Queste notizie diventavano leggende dotate di una vitalità assai forte che attraversavano la società delle trincee e a ogni passaggio si coloravano di nuove tinte. Bloch sostiene questa tesi portando esempi di false notizie diffuse in trincea, come un nome quale Brema possa diventare nella leggenda Braisne comportando la nascita di notizie piuttosto folkloristiche.
Questo volume vuole essere ricostruzione diretta degli eventi ed esempio di come si ricostruisca la storia da parte di persone che non l’hanno vissuta direttamente. Lo storico, ma anche il giornalista, deve prestare attenzione alla voce pubblica che tramanda false leggende che talvolta sono presentate come notizie vere. Il libro di Bloch termina però con un’esortazione  poiché, di fronte al propagarsi di queste false notizie, è necessario che coloro i quali abbiano vissuto gli eventi direttamente raccolgano ciò che hanno visto per costituire la memoria storica. Qui risiede la peculiarità di Bloch, per lui il lavoro dello storico risiede nel ricostruire eventi lontani nel tempo sapendo discernere tra verità e falsa notizia, ma contemporaneamente costituire memoria storica del presente per il futuro.
Valentina Fiori


Marc Bloch
La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921)
Fazi Editore, Roma, 2014
, 120 pp.

25 maggio 2015

Informazione e potere in Italia


Come si fa informazione in Italia? É il sottotitolo del libro”Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia” scritto da Ferdinando Giugliano, editorialista del “Financial Times” John Lloyd anche lui giornalista del “Financial Times” e collaboratore di “La Repubblica. L'analisi condotta dagli autori parte da un quadro generale dove sono presentati brevemente i casi in cui l'editoria è in mano a gruppi industriali creando un sistema di controllo sugli organi di stampa per passare poi a descrivere in modo più specifico il caso italiano  analizzando  la figura di Berlusconi e concentrando la loro attenzione sulla sua triplice carriera  di imprenditore, uomo politico e proprietario di un gruppo editoriale, sottolineandone il carattere carismatico e il modo di porsi per arrivare al pubblico.  Il libro segue due direzioni: una forma di controllo diretto da parte della politica sugli organi di stampa e una di controllo indiretto dove a capo di un'azienda ci sono persone che eseguono “passivamente” le decisioni politiche: la situazione viene presentata  nella parte dedicata al caso Rai. Il testo esamina tutti gli organi di informazione dalla carta stampata alla televisione al blog. Il distacco dai temi trattati permette agli autori di  tracciare i vari argomenti in modo obiettivo, analizzandolo a fondo e individuandone  caratteristiche e problemi. I fatti vengono descritti in modo avvincente e stimolano ad ampliare l'attenzione invitando il pubblico ad altre letture sull'argomento. L'inserimento di interviste è utile a capire le diverse posizioni dei vari “attori” che si muovono sul grande palco dell'informazione italiana. Il linguaggio, con cui vengono esposti i temi,  non è il “politichese” usato sempre più spesso, ne abbonda di termini troppo tecnici che potrebbero risultare difficili da comprendere a lettori non del mestiere. Per dare concretezza a quanto viene descritto in queste pagine sono stati inseriti alcuni grafici utili a capire meglio la situazione descritta. Lo scopo degli autori è arrivare ad ampie fasce di pubblico e cercano di raggiungere il loro scopo proprio usando uno stile semplice e molto discorsivo. È una lettura molto coinvolgente che comprende anche fatti di cronaca recente a cui vengono affiancati temi trattati dai quotidiani come ad esempio le famose “Dieci domande” di Repubblica.  La debolezza che si può riscontrare è la mancanza di proposte per trovare una soluzione ai problemi posti. Forse non ci possono essere risoluzioni concrete al rapporto di “intromissione” da parte della politica nell'operato degli organi di stampa. Per rafforzare ulteriormente le tematiche analizzate, alle interviste fatte a persone operanti nei vari settori della comunicazione si potrebbero affiancare i pareri del pubblico dei lettori e dei telespettatori organizzando blog dove chiunque è libero di esprimere il proprio pensiero o creando sondaggi su campioni composti da utenti selezionati. È importante che chi paga un canone annuale per un servizio pubblico o chi quotidianamente acquista un quotidiano abbia la libertà di esprimere il proprio parere.
Sara Peluffo


Ferdinando Giugliano - John Lloyd

Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia

Feltrinelli, Milano, 2013 pp. 283.

24 maggio 2015

In libreria

Andrew Pettegree 
L'invenzione delle notizie. Come il mondo conobbe se stesso
Torino, Einaudi, 2015, pp. 546

Descrizione
Ben prima dell'invenzione della stampa o della possibilità di leggere un quotidiano, la gente desiderava essere informata. Nell'era preindustriale le notizie venivano raccolte e diffuse attraverso le conversazioni e il gossip, le cerimonie civili e religiose, le prediche e gli annunci degli araldi. Con la stampa arrivarono i libelli, gli editti, le ballate, le pubblicazioni periodiche e i primi fogli di notizie: l'informazione passava dal ristretto ambito locale alla platea mondiale. Questo libro innovativo ne segue l'evoluzione, delineando la storia delle notizie in dieci paesi nel corso di quattro secoli. Ci rivela l'inaspettata varietà di modi grazie ai quali l'informazione veniva trasmessa, al pari dell'impatto avuto dalla diffusione dei media sugli eventi del tempo e sulle vite di un pubblico sempre piú informato. Andrew Pettegree indaga su chi controllava le notizie e su chi le trasmetteva; sull'uso di esse come strumento di protesta politica e di riforma religiosa; su questioni di privacy e di stimolo dell'opinione pubblica; sulla continua ricerca di notizie fresche e di informatori affidabili; sul mutamento della percezione di sé delle persone affacciate a questa nuova finestra aperta sul mondo. Dalla fine del Settecento, conclude Pettegree, la trasmissione delle notizie divenne cosí efficiente e diffusa che i cittadini - ormai ragguagliati su guerre, rivoluzioni, crimini, disastri e scandali - si trovarono pronti per la prima volta a diventare protagonisti dei grandi eventi che li avrebbero coinvolti.

21 maggio 2015

Notizie dal futuro dell’informazione

Una serie di emozionanti storie di successo, quelle raccontate da Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo ne La scimmia che vinse il Pulitzer. Storie, avventure e (buone) notizie dal futuro dell’informazione, edito da Bruno Mondadori, collana Presente Storico.
Otto capitoli che raccontano l’universo dell’informazione e del giornalismo nei primi anni 2000, sino al 2011, anno di pubblicazione. Otto capitoli, otto storie, otto parole chiave nel mondo dell’informazione: precisione, velocità, intelligenza, partecipazione, trasparenza, libertà, bellezza, cambiamento.
Il viaggio comincia e con “Precisione”, la parola connessa al primo capitolo, Bruno e Mastrolonardo (giornalisti, autori, e cofondatori di Effecinque, agenzia giornalistica indipendente con sede a Genova) raccontano la storia della creazione di una macchina in grado di rivelare ben sei gradi della menzogna, spostando una lancetta da destra (“vero”) a sinistra (“Pants on Fire” letteralmente “Fuoco ai pantaloni”, che è un po’ come dire in Italiano che ti sta crescendo il naso per una bugia). A questa macchina non importa chi sei o che mestiere svolgi: se non vuoi avere paura devi dire la verità. Attraversando l’oceano gli autori scoprono che di certo non ha paura un ragazzino timido e acuto, che batte sul tempo le più grandi agenzie di stampa internazionale postando online le notizie del momento alla velocità della luce, dal terremoto dell’Aquila al video del terrorista più ricercato al mondo. Il suo non è un adolescenziale colpo di testa, ma puro e semplice desiderio di informare. Presto, e bene.
La curiosità dei nostri autori si ferma per un giorno nella periferia nord di Chicago, dove c’è qualcuno al lavoro su una notizia di Baseball. Peccato che quel qualcuno non sia un giornalista in carne e ossa bensì un robot, in grado di scrivere pezzi alla velocità della luce. Ma sono sempre le cose troppo perfette a mancare di qualcosa. E quel qualcosa è spesso un dettaglio emozionante. Stats Monkey, è così che si firma questo software, è in grado di sfornare 150 mila articoli la settimana. E’ una macchina, ma svolge (quasi) le stesse funzioni di un umano. L’unica pecca (ebbene sì, anche lui ne ha una) è che i suoi articoli sono senza pathos, senza emozione. Sembrava la fine del giornalismo, ma se da un lato i lettori possono scendere a patti con qualche errore di battitura, dall’altro è raro trovare qualcuno disposto a trovare compromessi con la banalità.
Ma Bruno e Mastrolonardo nel banale non cadono quasi mai: incontrano infatti anche una mamma-avvocato kenyana, che legata alla sua terra e alla sua libertà s’improvvisa attivista e giornalista, e regala al mondo un luogo virtuale dove poter scrivere quello che molti non vorrebbero mai leggere. Una storia al limite dell’utopia, dove seppur virtualmente, anche chi è vinto può dire la sua.
C’è spazio anche per un acerbo Assange: fisico, hacker, giornalista, programmatore e con il sogno di aprire una nuova era nel giornalismo investigativo. La verità è una cosa semplice, e così dovrebbe essere anche la trasparenza, ma dire al tuo popolo che “chi vi governa vi mente”, non è una scelta che si può fare a cuor leggero. E se è vero che la scala del successo non si sale con le mani in tasca, con il senno di poi sappiamo che Assange stà assolutamente pagando il prezzo della coerenza.
Il viaggio dei nostri autori fa tappa in Irlanda, dove un’attivista diventata parlamentare, trasforma un’isola in bancarotta nel paradiso della libertà di parola, prosegue in Polonia, dove un architetto con il pallino delle belle arti decide di inserirsi nel mondo del giornalismo dando nuova vita ai quotidiani, e termina negli States, dove un gruppo di programmatori appassionati di giornalismo rimescolano le informazioni e rivoluzionano il modo di comunicare.
Il demone che ha tormentato quasi tutte le generazioni di chi fa questo mestiere è sempre lo stesso: la ricerca e la diffusione della verità. Con questo libro (e con forse un’abbondante dose di ottimismo) gli autori vogliono mostrarci come anche queste personalità, così differenti e provenienti da realtà così diverse, sono tutte determinate nel volerla cercare e mettere in mostra. La verità non è un nemico, per quanto talvolta si riveli un boccone amaro. Ma un’altra cosa è certa, non è un nemico neppure la tecnologia. Anzi, il fil rouge che lega tutte queste differenti storie è proprio la convinzione che solo strizzando l’occhio al “nuovo” il mondo dell’informazione potrà sopravvivere.
Giorgia Russo

Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo
La scimmia che vinse il Pulitzer. 

Storie, avventure e (buone) notizie dal futuro dell’informazione,
Bruno Mondadori, Milano, 2011, 192 pp.


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17 maggio 2015

Ragguaglio di consapevolezza è doccia fredda



Da un attento Professore di Istituzioni e Politiche Culturali dell'Università Cattolica di Milano di certo non ci si poteva  che aspettare un ragguaglio intenso, sebbene conciso, delle trattazioni del decennio (1999-2009).
L'autore avvicenda le più note quanto accademicamente gettonate catastrofi del nuovo millennio con la percezione acritica e forse anche superstiziosa dei popoli.
Temi caldi, come ‚‘‘la Mucca pazza, L'influenza Suina, la Sars o il famosissimo e prorompente Millennium bug‘‘ vengono affrontati con concreta pragmaticità.
Una tra le frasi di maggiore risonanza è " il panico si alimenta quando l'informazione è nascosta o parzialmente svelata", infatti, Kerbarker, tra gli accurati dati che riportano solo previsioni di morti per i vari morbi, sottolinea come la gente abbia mutato, per non dire stravolto, il proprio decorrere giornaliero per seguire gli step di procedure "mediche" volte a salvaguardare la loro salute, ritenuta in pericolo.
L'anticamera dei contenuti menzionati è un luogo dove probabilmente si porge un invito alla platea non solo in merito a degli eventi passati e quindi a delle considerazioni sugli accaduti, bensì ad una formula quasi maieutica del selezionare, decodificare, distinguere ed infine comprendere i comunicati che spesso ci vengono quasi gettati addosso.
L'approccio utilizzato dall'inizio alla fine di tutti i capitoli è sicuramente molto più leggero di quello che si  avrebbe nel disquisire con esperti o simil-esperti delle varie materie di interesse. Un lessico a tratti satirico, a tratti finemente ironico, sottolinea l'esigenza di voler  comunicare ad un più vasto ed eterogeneo pubblico con il rischio, però, di far perdere la qualità o lo spessore dei contenuti stessi.
Stragi ed apocalissi creano caos nel mondo dei media, quando all'alba della moneta unica, l'Euro, non si arrestano le asprezze e le divisioni tra euroscettici ed eurosostenitori, dove i primi lamentano che una moneta unitaria non ha terreno fertile in un‘Europa rappresentata da nazioni in verità poi diverse, con diverse lingue parlate e diversi modi di vivere. Tutto questo prende poi un'impennata giornalistica quando si parla del c.d. "euro-inquieto".
Insomma, le Bufale sono tali perché si percepisce che un fenomeno lo si sta gonfiando allo sproposito per fare ascolti e dare vita ad altri tipi di business secondari quanto temporanei, messi a baluardo di salvezza.
Una cosa è certa, come è mai possibile che epidemie (poichè definite tali) non hanno ancora dimezzato nessuna popolazione? Perchè virus così letali di letale non hanno lasciato nulla se non gli infiniti articoli monotematici delle più grandi case editrici? E cosa più interessante: può un fenomeno dalle dimensioni mondiali che coinvolge gli afflati di ogni cittadino piombare nel più lontano dimenticatoio nel giro di qualche anno, se non addirittura qualche mese?
Tutte queste domande trovano una lauta ed efficiente spiegazione dentro le narrazioni di Andrea Kerbaker, una ed una risposta per chi interrogativi non se ne pone.

Aurelia Astrid Amodeo

Andrea Kerbaker
Bufale Apocalittiche.
Le catastrofi annunciate (e mai avvenute) del terzo millennio
,
Adriano Salani Editore, Milano, 2010, 135 pp.


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16 maggio 2015

In libreria

Irene Famà 
Vatican Insider, 2.0 mila anni nel futuro.
Una esperienza giornalistica digitale
Effatà editrice, Torino, 2015, pp. 96.
Descrizione
"Nessuno avrebbe potuto immaginare che così poco tempo dopo la sua nascita, Vatican Insider – il portale multilingue de «La Stampa» dedicato all’informazione sul papa e la Santa Sede, ma anche sulla Chiesa nel mondo e più in generale sulle religioni – divenisse oggetto di studio. Il nostro tentativo è stato quello di proporre buona informazione sul Vaticano, in un’epoca in cui le informazioni si moltiplicano, grazie a siti e blog, ma non sempre a questa sovrabbondanza di offerta corrisponde altrettanta qualità. Vatican Insider è una realtà piccola, ma tutt’oggi unica nel panorama mediatico internazionale. Abbiamo vissuto anni cruciali per la vita e la storia della Chiesa. Nessuno poteva immaginare, quando siamo nati, che avremmo dovuto documentare la prima rinuncia per vecchiaia di un papa in duemila anni. Nessuno poteva immaginare che dopo questa rinuncia sarebbe stato eletto il primo vescovo di Roma proveniente dall’America Latina, che con la sua attività sta dando molto lavoro ai giornalisti. Che tra le tante voci esistenti ci sia stata anche quella di Vatican Insider, dei suoi articoli, delle sue analisi, dei suoi reportage durante i viaggi papali o dai luoghi più sperduti dove i cristiani vivono esperienze belle o meno belle, dove vengono perseguitati, o dove nascono insperate esperienze positive di convivenza tra fedi e culture diverse, è un fatto certamente positivo e incoraggiante."  (Dall'Introduzione di Andrea Tornielli)


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15 maggio 2015

Benvenuto deportato


Caro naufrago,
tu sei il nostro mistero: lo sarai sempre.
Che tu sia profugo o clandestino poco importa, sarai sempre l’ombra silenziosa delle ore nascoste, deluse, stanche, passate in un centro di “accoglienza” in attesa dell’identificazione e del conseguente smistamento. Se sei fortunato ti chiameranno profugo, altrimenti l’etichetta da clandestino non te la leverai più di dosso. Come la polvere che hai respirato nel deserto prima di raggiungere una certa spiaggia. O come la salsedine che ti ha seccato la gola durante la burrascosa traversata su un barcone. Tu sarai un implacabile punto interrogativo.
Non sappiamo come accoglierti, ma nemmeno come respingerti. Non sappiamo chi sei, ma di te abbiamo paura. Non sappiamo come integrarti, ma intanto ti mandiamo via.
Tu che, forse, saresti un semplice uomo pago di vivere, capace di soffrire per la conquista della tua dignità, destinato a graffiare appena il palcoscenico del mondo. Tu che ti accontenti di essere riconosciuto come essere umano, in fuga dalla fame e dalla guerra. Ancora non sai dei talk show in tuo onore. Non conosci la forza mediatica che la tua tragedia è capace di generare. Neppure immagini il peso politico che riscontri nei sondaggi e in campagna elettorale.
Tu che sei disperato, sarai per sempre un deportato.
Noi che siamo civili ed evoluti ti abbiamo ucciso prima che i tuoi occhi vedessero i fondali delle nostre coste. Senza neppure voler conoscere il dono che ci avresti portato, il messaggio che ci avresti trasmesso, il futuro che avresti determinato. È una responsabilità sociale immensa che non si scarica semplicemente con una finta “operazione umanitaria”.
Tu sei scappato dal tuo paese, sei rimbalzato sulle nostre coste, hai vagato un po’ ovunque, rimpallato e sballottato durante un gioco di parole. Un gioco che è meno di un dono, meno di un progetto. È qualcosa di leggero, di superficiale, neppure divertente. Soprattutto un gioco che esula da qualsiasi responsabilità. Quindi non conta. Perché tu non conti.
Ma si può salvare una vita e lanciarla nella dimensione della deportazione solo per gioco?
I naufraghi che ci vantiamo di salvare in mare sono molto spesso vittime dei nostri giochi di parole. O di potere. O di razzismo. Perché l’accoglienza, quella vera, è anche responsabile e generosa. E il profugo diventa dono, risorsa culturale, prolungamento sociale oltre i confini di una nazione. Non un peso, un inciampo, un pericolo, un’emergenza comunitaria o, peggio, una disgrazia umanitaria.
Lo sai? Tu che sei un fastidio devi sparire. Dalle nostre città, dalle nostre coscienze. Non ci vuole molto. Basta un tragico incidente, un rimpatrio veloce, una scrollata di spalle, un rimorso soffocato. Ognuno si sceglie la propria vita. E la nostra è stata scelta al prezzo della tua morte o della tua deportazione perenne.
Certo. Il problema esiste, è intricato, di non facile soluzione.
Ma la morte o la continua deportazione può forse diventare una soluzione positiva, dignitosa, umana? Cerchiamo altre soluzioni perché altre ne esistono. La nostra follia è di non sapere come compensare i nostri saperi con quelli degli altri popoli. Siamo degli insensati.
Così uccidiamo il futuro dell’umanità, dell’Europa, dell’Italia. Dov’è stata gettata quella civiltà in divenire? In un bombardamento di un presunto barcone? Nell’arresto di una manciata di disperati sul treno che porta all’estero? Nei giochi retorici del marketing televisivo? Nelle false polemiche politiche? In una discarica per rifiuti tossici? La civiltà, gettata. Come un rifiuto pericoloso.
E tu, caro profugo, che sei un condensato di energie, un’esplosione di vita, un miracolo della speranza, una promessa di futuro, solo per il fatto di avere avuto il coraggio e la determinazione di soffrire -non sapremo mai quanto- per arrivare fino a noi, ti accogliamo in un campo, in attesa di organizzare la tua umiliazione di esiliato, perseguitato, rifugiato, clandestino. Tu che sei brivido di vita che passa per le mani di chi la vita la comanda, devi sapere come si salvano i poteri. La politica dei Grandi è spesso diametralmente opposta e sideralmente lontana dalla tua.
Hai coraggio da vendere? Opponiti al nostro presente. Diventa un difensore del diritto alla vita.
Benvenuto, caro deportato.  

 Anna Scavuzzo

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14 maggio 2015

Formazione permanente dei giornalisti


Corso LM interdipartimentale in Informazione ed Editoria
Ordine Ligure dei Giornalisti

L’Ateneo di Genova è stato inserito tra gli Enti convenzionati per la formazione permanente dei giornalisti in ottemperanza alla legge 148/2011 che obbliga tutti  gli iscritti agli Ordini professionali a seguire corsi di formazione per l’acquisizione di 60 crediti nell’arco di un triennio. Il corso LM in Informazione ed Editoria e l’Ordine Ligure dei Giornalisti  a partire da questo a.a. avviano un programma di seminari tra docenti e giornalisti, aperti anche agli studenti del corso di laurea che avranno l’opportunità di approfondire tematiche specifiche e di confrontarsi con il mondo dell’informazione.
Siete pertanto invitati ai  primi due incontri il 14 e il 15 maggio presso l’Aula Mazzini (via Balbi 5, III piano). Sarà presente il Presidente dell’Ordine Ligure dei giornalisti Filippo Paganini.
14.05.2015, ore 11,30-13,30
Da Troika a QE (Quantitative Easing). Il lessico della crisi europea  
Relatori: Adriano Giovannelli, Raul de Forcade e Filippo Paganini.
15.05.2015, ore 11,30-13,30

Comunicazione politica e opinione pubblica. Varianti nella preparazione del moretum
Relatori: Andrea Pirni e Filippo Paganini.

*Link al sito dell’Ordine Ligure dei Giornalisti


07 maggio 2015

Il virtuale illumina il reale

"Il virtuale parla e illumina il reale (per chi ancora si attardi su questa dicotomia un pò bigotta). Quantomeno aiuta a rileggerlo e a vederlo in altra luce. Così è per i problemi che più ci stanno a cuore, quelli della democrazia e della sua crescita. Oppure delle comunità con le loro virtù e i loro difetti di dialogo. Diciamo che la rete, anche per chi non la frequenti, è tuttavia un ottimo punto di osservazione sul mondo".
Franco Carlini






*F. Carlini, Internet, Pinocchio e il gendarme. Le prospettive della democrazia in rete, Manifestolibri, Roma, 2000, p. 22.


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05 maggio 2015

Fotografia: ieri e oggi

Mostra "August Sander. Ritratto del XX secolo" 
11 aprile – 23 agosto 2015
Genova - Sottoporticato, Palazzo Ducale



La fotografia, ieri quanto oggi, è la nostra finestra sul mondo, costituita da modi, tempi ed utilizzi molto diversi tra loro.
Se  August Sander ci ha fatto esplorare le bellezze dei nostri dettagli meramente fisici, come le mani, gli occhi, la barba, il volto e le orecchie, passando poi all'aspetto esclusivamente emozionale raffigurato dai soggetti delle sue foto (Il soldato tedesco delle SS, L'architetto, Lo studente liceale, Il facchino, La donna delle pulizie, Gli artisti di circo, Il Farmacista, il Cuoco e così di seguito), noi vediamo che cosa? Innanzitutto che la "Bellezza" così come oggi siamo abituati a pensarla in realtà non è altro che un prodotto commerciale che ci è stato proposto e somministrato in toto. Pertanto definiremo il concetto di bellezza in base a dei parametri ben precisi, sebbene cambino nel corso dei decenni, e sottolineino, ognuno a proprio modo, che se non si hanno specifiche "caratteristiche" non si può definire un oggetto o una persona come belli.
La singolarità delle opere di Sander vuole gridare agli arbori del '900 che le cose non sono belle o brutte in senso oggettivo, ma semplicemente sono; al contrario invece di una possibile preferenza o gradevolezza soggettiva.
La galleria delle sue esposizioni  sintetizza due ventenni, attraverso cui sono rivelate con fredda lucidità le pieghe sotterranee e rivelatrici del suo tempo. E ciò che sbalordisce in modo assoluto è la  lucida percezione personale che aveva del presente. Essa è la naturalezza dei corpi che emerge dal quadro "I pugili" (oggi li definiremmo poco atletici e affatto attraenti, come se per un pugile fosse rilevante esserlo, dato il mestiere) e segnatamente la stanchezza nei volti dei lavoratori e delle lavoratrici. Non ci si vergognava quando il viso era cavo per l'estremo lavoro; se ne prendeva atto, si era stanchi; ovunque affiora la spontaneità della maggior parte dei soggetti da lui ripresi.
Questa parentesi circa il fotografo tedesco ci rimanda ad una peculiarità che potremmo definire “dimensione yo-yo“, replicando proprio l'effetto di qualcosa che sale e scende oppure che parte e poi torna indietro.
Se in origine la fotografia serviva a "fare vedere" a "mettere in mostra" a "tirar fuori dall'oscuro", oggi, attraverso ritocchi, ridimensionamenti, fotomontaggi ed altre correzioni, siamo passati a fare l'esatto contrario: coprire.
La domanda da porsi è: cos'è accaduto a quell'ardore avanguardisco e lungimirante di Giacomo Balla che, tramite il famoso dipinto Dinamismo di un cane al guinzaglio, ci rimanda agli arbori del 1900? Fotografia in stato emergente e pittura dalle movenze olistiche segnano la storia della bellezza, di una bellezza mai vista prima. Affascinante, curiosa, precisa, dettagliata.
La risposta potremmo individuarla così: in un mondo dove ogni cosa è invilita perché passibile della critica “dell'esperto dell'anno”, allora forse non occorre fotografare per mettere in luce, ma servirsi di questo mezzo per giungere ad uno scopo, di qualsivoglia natura. E lasciare alla mercede altrui il potere di negoziare.
Astrid Amodeo


*link al sito dedicato alla Mostra:
http://www.palazzoducale.genova.it/august-sander/
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28 aprile 2015

Genova in libreria

Donatella Alfonso, Federico Croci, Fabrizio Loreto
Il Sindaco Tranviere
Ediesse, Roma, 2015, 304 pp.

Descrizione

Il libro ricostruisce la biografia di Fulvio Cerofolini, autorevole politico e sindacalista genovese. Di origine operaia, militante antifascista e socialista, nel dopoguerra egli diventa un importante dirigente della Camera del Lavoro di Genova, di cui è Segretario generale dal 1967 al 1969; nei primi anni ‘60, per breve tempo, ricopre anche l’incarico di vicesegretario nazionale della CGIL. Consigliere comunale dal 1960, Cerofolini è sindaco del capoluogo ligure dal 1975 al 1985. Nel 1987 viene eletto Deputato del PSI, mentre negli ultimi anni della sua vita ricopre importanti incarichi istituzionali e politici a livello regionale e comunale. I saggi che compongono il volume ripercorrono l’intera parabola biografica di Cerofolini, utilizzando un ricco materiale documentario, composto da fonti a stampa, carte d’archivio e testimonianze orali. Il primo saggio, di Fabrizio Loreto, analizza l’attività sindacale di Cerofolini; il secondo, di Federico Croci, esamina il suo ruolo di Amministratore locale; il terzo, di Donatella Alfonso, approfondisce gli ultimi anni del suo impegno politico-istituzionale. Dalla ricerca storica emerge la statura del personaggio, per oltre mezzo secolo rappresentante influente del mondo politico e sindacale sia ligure che nazionale. Inoltre, attraverso la sua figura e il suo pensiero, è possibile leggere la complessa evoluzione storica della realtà genovese e italiana, dalla Resistenza alla crisi della “Prima Repubblica”, dagli anni del boom all’attuale crisi economica.

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24 aprile 2015

25 Aprile

"Il fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa; è un effetto della apoliticità e quindi della immoralità civile del popolo italiano. Se non ci facciamo una coscienza politica non sapremo governarci, e un popolo che non sa governarsi cade necessariamente sotto il dominio straniero, o sotto la dittatura di uno dei suoi”.
Emanuele Artom
Ebreo partigiano 1915-1944.

Diversamente liberi


Viviamo in un regime di libertà controllata.
La parola “genocidio” provoca sconcerto a molti. La parola “differenza” risulta sempre più incompatibile con le attuali polemiche politiche.
Il genocidio di massa che si sta perpetuando ogni giorno nei nostri mari, non basta a far scuotere le teste dei potenti. E nemmeno quelle dell’opinione pubblica.
A migrare verso terre ignote non sono solo i milioni di profughi in fuga dalle guerre, dalle violenze, dalla fame. Migra anche la nostra capacità di discernere cosa sta capitando intorno a noi. In poche parole, migra la nostra coscienza di esseri umani.
Esiste la libertà di essere “diversamente” liberi?
Se il vertice straordinario di Bruxelles fosse stato convocato su un vecchio gommone al largo della Libia, forse, le decisioni sul come affrontare la tragedia umanitaria che ci sta coinvolgendo sarebbero state molto diverse. Probabilmente qualcuno degli insigni partecipanti al vertice, impeccabile nella sua giacca e cravatta, si sarebbe reso conto che in mezzo al mare fa parecchio freddo e si fanno sentire pure la fame e la sete. Sarebbe stato più facile per loro signori intuire che chi affronta un viaggio del genere non lo fa per turismo, ma per estrema necessità. Anzi, per disperazione. Così come sarebbe parso ovvio che le innumerevoli peripezie affrontate dai migranti nei giorni o mesi precedenti sono il frutto di lunghe fatiche, violenze subite, soprusi perpetuati. Si scappa. Si scappa e basta.
Si scappa da tutto l’orrore che porta con se la guerra. Si scappa anche dalla stessa idea di disperazione. Si rincorre il sogno di una dignità perduta. Si brama un futuro per i propri figli. Ma scappano anche i governi dalle proprie responsabilità.
Sicuramente sul “gommone della speranza” ci sarebbe il tempo di fare tutte queste considerazioni, mentre loro signori attendono con ansia lo stimolo giusto per trovare una soluzione al problema. Nel frattempo, poco importa a tali distinti signori se, in mare, in centinaia naufragano e muoiono. Vite inutili, per loro. Vite senza memoria, schiavi in balia di mercanti privi di scrupoli. 
Forse, basterebbe un viaggio nel buio, di notte, in mezzo a quel mare e la luce dell’accoglienza avrebbe un altro significato. Passerebbero freddo e stanchezza. Su quel gommone potrebbe nascere l’Europa, la grande comunità internazionale capace di cooperare per offrire solidarietà e integrazione. Ma per nostra sfortuna il vertice straordinario di Bruxelles si è tenuto in un grande e modernissimo palazzo, con tutti i comfort possibili, in un clima tranquillo e rilassato.
Una riunione quasi conviviale fra vecchi amici dove certamente nessuno rischiava la pelle.
Così si sono decise misure definite “straordinarie” per affrontare l’emergenza, come il blocco navale, i bombardamenti dei barconi, la lotta agli scafisti, ecc…
Ma di straordinario in questo vertice c’è stata solo la totale indifferenza per chi in questo momento sta morendo. Laggiù, nel mare, su uno sgangherato gommone. “Uomini come noi” ha detto Papa Francesco. Donne e bambini come i tuoi. Semplicemente, persone.
Ecco che, mai come in questo momento, essere cittadini della comunità europea vuole dire essere “diversamente liberi” dalle decisioni dei vertici ordinari o straordinari. Diversamente capaci di cogliere questo momento storico come una grande opportunità di crescita sociale e culturale. Diversamente abili nel comprendere la differenza delle culture di questa gente per  esaltarne le peculiarità come un valore. Per costruire una libertà diversa. Mentre per distruggerla basta continuare con l’ipocrisia del minuto di silenzio in ricordo delle vittime.
 Anna Scavuzzo   


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21 aprile 2015

In libreria

AA.VV.
The Gold Medals
Contrasto, Roma, 2015, 408 pp.

Descrizione
Il libro è strutturato in sei sezioni che corrispondono ai rispettivi decenni. Ogni decade è introdotta da un testo scritto da alcuni tra i più noti photo editor internazionali: Monica Allende, Elisabeth Biondi, Giovanna Calvenzi, Christian Caujolle, Aidan Sullivan e John Morris. In ogni sezione, anno dopo anno, si susseguono le immagini che hanno vinto i relativi premi, con un breve testo di descrizione per ogni fotografia e la biografia del fotografo. Negli ultimi 60 anni, i fotoreporter hanno testimoniato gli avvenimenti storici fornendo un’antologia visiva della nostra storia contemporanea che è quella che si è impressa, a volte in modo indelebile, nella nostra memoria. Questo libro nasce dal desiderio di offrire al pubblico una rassegna di molte tra queste immagini concentrando l’attenzione sui premi nati espressamente per il fotogiornalismo cercando di dare conto anche del lavoro che le giurie – sempre di livello internazionale – hanno svolto nel premiare una immagine, confermare il valore di una ricerca, riconoscere la forza di una nuova visione. Oggi che la fotografia ha raggiunto un alto livello di popolarità, il volume curato da Roberto Koch vuole essere un tributo alla figura dei fotoreporter, messa in crisi per la difficoltà dei media a finanziare il loro lavoro. The Gold Medals è un omaggio ai tanti che con il coraggio, il lavoro, la capacità di interpretazione, ci hanno raccontato il mondo.
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19 aprile 2015

I luoghi della memoria

In questa breve ma concisa relazione mi preme far emergere le riflessioni di carattere personale circa i luoghi della memoria.
Il mio viaggio inizia come quello di qualsiasi altro viaggiatore; la META e con essa tutte le affezioni, speranze ed asupici.
I miei luoghi della memoria sono in particolare 3, almeno sino ad oggi: Enna, Padova ed infine Genova.
Enna, una cittadina dell'entroterra siculo situata a sud-est. Raccolta ed intrisa di una tradizione squisitamente barocca che, incanta lo sguardo dell'attento passante. 
Enna, il primo anno di Scienze Politiche Internazionali, la mia prima materia di studio: Scienza Politica. Il pranzo alla Veranda (un ristorante che prestava il servizio mensa) e la sera, sempre allo stesso locale, condividevo la tavola con 15 o 20 commensali. Ognuno con i propri esami, pensieri,sentimenti e momenti. Ricordo come ero solita alle sere di maggio, mentre aspettavamo le pietanze ordinate, prendere il materiale di Lingua Araba e rivedere la lezione del giorno intrattenendomi con qualche esercizio.
Padova, città piccola anch'essa raccolta, a nord-est del Veneto. Una città recondita di usi e carica di vita quotidiana e universitaria.
Cos'è per me Padova? È un negozio di abbigliamento del quale conosco tutto il personale e per qualunque esigenza la responsabile è lieta di aiutarmi. É la crema di caffè al bar di via Altinate di fronte la Coin, è la pasticcieria appena dietro la via del primo bar dove mi salutano con calore ed affetto, dove il mio ingresso non è solo l'ingresso di una cliente, ma di Astrid.
E Genova? Arrivata in terra Ligure-Portuale il 7 gennaio 2015 e non mi sono mai sentita a casa così rapidamente. I miei colleghi di corso, le passioni condivise. Le mie coinquiline, la gioia nel cucinare una nuova pietanza; il supermercato davanti casa.
Vedete, potrei continuare all'infinito a "descrivere più o meno letteralmente o narrativamente" gli accadimenti di quei luoghi senza mai però toccare la memoria.
Allora, cos'è, come si chiama quell'aspetto che sappiamo indiscutibilmente essere memoria?
La memoria è quella sfera intangibile e non l'evento in se, nella quale riversiamo una certa "carica semantica" positiva o negativa che sia.
Ecco, sapere qualche strada è stata battuta dai miei passi ad Enna, Padova o Genova mi fà "ricordare" verso dove stavo andando, perchè ci stavo andando, se ero da sola o in compagnia.
Vedere un posto che ci ha "contenuti" per un dato perido ci fa riflettere sull'iter o sulle scelte che avevamo intrapreso.
I luoghi della memoria sono quei posti dove "ci possiamo andare a ritrovare" senza particolari saperi, senza permesso alcuno.
Se c'è memoria, c'è una dimensione nella quale ci si sentiva "al proprio posto" accolti, accettati, integrati, capiti (ovviamente riferendoci ad una memoria positiva).
Fino ad oggi mi sono sempre sentita a casa. Pertanto non mi resta che continuare a ringraziare quella terra, che novella e gioviale mi accoglie sparviera e mi lascia paesana.
Astrid Amodeo

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13 aprile 2015

In libreria

Associazione Carta di Roma
Europa media e diversità. Idee e proposte per lo scenario italiano 
a cura di Anna Meli
Franco Angeli, Milano, 2015, 134 pp.
Descrizione
La diversità nei media in Europa è un'occasione di sviluppo di nuova creatività oltre che una necessità di rispecchiare la società a cui si rivolgono. Pubblici sempre più differenziati per età, genere, ma anche per orientamento sessuale, origine nazionale e condizione di disabilità vengono considerati target interessanti per le emittenti tv e i media europei. Le segmentazioni dei pubblici di riferimento sono trattate come questioni sensibili dal punto di vista economico e per le indagini utili alla raccolta pubblicitaria e al gradimento di programmi e prodotti editoriali. La ricerca mette a confronto la realtà di 15 diversi media europei - pubblici e privati - con quella italiana, dove sono state raccolte informazioni e interviste con i maggiori gruppi editoriali italiani. Oltre al servizio pubblico, sono state realizzate interviste ad esponenti di Mediaset, gruppo RCS e gruppo l'Espresso. Non servono proiezioni demografiche e sguardi rivolti al futuro per comprendere l'ampiezza dei cambiamenti della realtà sociale anche in Italia, visto che molti di questi sono già in atto da tempo o sono strutturali, come nel caso della questione di genere. Attraverso questa indagine abbiamo voluto offrire una varietà di spunti, idee e approcci che possano fungere da stimolo per il contesto nazionale ed essere ripresi ed adattati alla cultura istituzionale dei media italiani. L'Associazione Carta di Roma è nata nel dicembre 2011 per dare piena attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell'immigrazione e dell'asilo siglato dal Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti (CNOG) e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) nel giugno del 2008. L'associazione persegue le sue finalità promuovendo attività di formazione rivolte ai giornalisti e agli operatori dei media, attività di ricerca e di monitoraggio dell'informazione e lo sviluppo della cooperazione tra operatori dell'informazione, istituti universitari, organizzazioni della società civile ed editori al fine di promuovere il rispetto e la garanzia dei diritti dei richiedenti asilo, dei rifugiati, delle minoranze e dei migranti.
Indice
Giovanni Maria Bellu, Presentazione
Tana De Zulueta, La diversità come opportunità.
Prefazione
 Obiettivi e metodologia dell'indagine (Alle origini dell'indagine; I paesi indagati; Metodologia)
 Quale diversità? (Il concetto di diversità nei riferimenti normativi europei e internazionali; Il concetto di diversità nei media)
 Viaggio nella "diversità" dei media europei (Gran Bretagna: diversità come creatività e come specchio rigoroso della realtà sociale; Spagna: dalla Catalogna iniziative individuali e collettive che sfidano la crisi; Svezia: un gigante dai piedi d'argilla; Francia: la diversità come pari opportunità e i media come attori sociali; Uno sguardo all'Olanda e alla Croazia: la diversità trattata dai loro servizi pubblici radio televisivi; L'European Broadcasting Union e il Rapporto Vision 2020: i media di servizio pubblico devono investire in diversità; Gli strumenti per media inclusivi disegnati dal Consiglio d'Europa: il Progetto MEDIANE)
 La diversità nei media italiani: una questione di genere (La diversità in RAI nel groviglio di responsabilità, l'attivismo della Commissione Pari opportunità; Il gruppo RCS: le pari opportunità di genere al centro delle politiche per la diversità; Mediaset: la solidarietà di Mediafriends e l'utilizzo delle diversità nei programmi come richiami mediatici; Il codice etico del Gruppo L'Espresso-la Repubblica e le iniziative editoriali sperimentate; Giornalisti di origine straniera: le battaglie dell'ANSI)
 Osservazioni finali e raccomandazioni per l'Italia (Le azioni possibili in Italia; Raccomandazioni)
 Riferimenti bibliografici.

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11 aprile 2015

Genva in libreria

Genova 1943-1945. Occupazione tedesca, fascismo repubblicano, Resistenza, a cura di Elisabetta Tonizzi e Paolo Battifora, Rubettino, 2015, 342 pp.
Descrizione
Il volume presenta, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, i risultati di una ricerca, promossa dell'Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea, relativa alla storia di Genova nel periodo che va dal settembre 1943 all'aprile 1945. A fronte di una storiografia sulla Resistenza, militare e politica, in Liguria e nell'entroterra genovese, ormai piuttosto ricca, è mancato invece fino ad ora uno studio concentrato esclusivamente sulla città e riguardante non soltanto la Resistenza urbana ma l'intero spettro delle forze sul campo. Il libro è composto da sette saggi divisi in due parti. Nella prima, intitolata Attori, sono raccolti cinque contributi dedicati all'occupazione tedesca e alla Repubblica sociale (Paolo Battifora); alla Resistenza politica (Guido Levi) e alle azioni di guerriglia urbana dei Gruppi di azione patriottica (Franco Gimelli); agli Alleati (Maurizio Fiorillo) e al ruolo svolto dalla Chiesa genovese (Giovanni B. Varnier). Nella seconda parte, intitolata Eventi, sono invece trattate la deportazione politica e di lavoro (Irene Guerrini e Marco Pluviano) e la deportazione razziale (Chiara Dogliotti). La ricognizione di una vasta gamma di fonti primarie scritte e orali, alcune precedentemente non utilizzate con sistematicità, ha permesso non soltanto una più approfondita e aggiornata messa a fuoco dei temi predetti, ma anche la ricostruzione fattuale e critica di aspetti non ancora oggetto di analisi storiografica.

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05 aprile 2015

In libreria

Luca De Biase
Homo Pluralis. Essere umani nell’era tecnologica
Edizioni codice, 2015, 210 pp.
disponibile anche in formato e-book

"C’è qualcosa che gli umani sanno fare meglio dei computer: porre domande. Se sono giuste, le domande aprono nuove prospettive, che a loro volta possono avviare nuove narrazioni: è forse di questo che abbiamo bisogno. Correggere le tendenze collettive, globali, è un’impresa titanica: se sono automatiche, come per esempio quelle imposte dalla logica dei cosiddetti mercati finanziari, il compito sembra impossibile. Eppure l’impossibile – almeno questo lo sappiamo – non è eterno. E tutti coloro che spostano i limiti del possibile hanno qualcosa in comune. Coltivano un approccio critico, una visione e una pratica della sperimentazione, all’insegna dell’idea suggerita dal tecnologo Alan Kay secondo cui il miglior modo di prevedere il futuro è inventarlo. [...]  Il compito è porre domande, comprendere le dinamiche nascoste nelle strutture che gli umani stessi hanno creato, sviluppare nuove narrative liberatorie, mettere l’accento sulla consapevolezza delle conseguenze. Distinguere tra ciò che è importante e ciò che è solo interessante. E fare l’ennesimo salto culturale. Ognuno, insieme. Con un approccio ecologico ai media. Perché, anche se i computer vanno più veloci, gli umani possono andare più lontano".
Luca De Biase

"L’orrore di chi teme la banalizzazione della rete come grande manipolatrice delle coscienze non è certo insensato. Ma questa conclusione non è ineluttabile. La bellezza sfavillante della rete sta proprio nella sua allusione incessante, irrinunciabile, alla realizzabilità di ciò che non si credeva possibile. L’opportunità si può cogliere coltivando una nuova immaginazione".
Luca De Biase


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27 marzo 2015

In libreria

Alejandro Zambra
I miei documenti 
Sellerio, Palermo, 2015, 120 pp.
disponibile anche in formato e-book
Descrizione
 Una delle nuove grandi voci della letteratura latinoamericana. Il primo sudamericano a essere pubblicato in anteprima sul New Yorker, segnalato dalla rivista «Granta» tra i maggiori narratori di lingua spagnola. Undici brevi romanzi, un mondo di personaggi e di oggetti, smarriti e ritrovati. «Mio padre era un computer e mia madre una macchina da scrivere» si legge nelle prime pagine di questo libro, ed è proprio nell’incrocio e nella sovrapposizione tra la vita degli oggetti e quella degli esseri umani che prende forma l’epica quotidiana, intima e minuta, ma non per questo meno potente, di Alejandro Zambra. Lo scrittore cileno mette in rassegna bugiardi impenitenti e fantasmi in carne e ossa, banditi armati e giovani amanti, uomini ossessionati da un’idea superata della mascolinità o che si giocano l’ultima carta scommettendo sull’amore. Altri personaggi scoprono l’obsolescenza, come di merce, di sentimenti che sembravano eterni, o inseguono invano un padre che esiste solo nella memoria dell’infanzia. Il loro mondo è al tempo stesso modernissimo e antico, la cultura digitale del nostro secolo permea i dialoghi intensi e brillanti, ma nel cuore dei personaggi si insinua spesso una malinconia senza tempo, una passione romantica, un dubbio amletico. Le storie di Zambra scrutano vite che ci sembrano tanto più riconoscibili quanto più sono diverse dalle nostre, e risvegliano un desiderio di conoscenza, un sentimento della curiosità, quello in cui risiede la vera natura dell’arte narrativa quando prova a essere chiave di lettura del mondo, della sua crisi, del suo enigmatico ritrarsi. Queste vicende, questi documenti, vivono di suspense e fine ironia, humour e passione, spirito parodico e a tratti rabbioso. Sullo sfondo c’è il Cile con le sue recenti trasformazioni politiche e sociali («L’adolescenza era vera. La democrazia no» sostiene uno dei personaggi), e poi il mondo intero, da Oriente a Occidente, da Sud a Nord. Perché Zambra e le sue pagine plasmano e raccontano senza timore una sensibilità nuova e contemporanea, quel senso di apparente connessione che sembra unirci tutti nelle reti della comunicazione globale e che alla fine, paradossalmente, nasconde a noi stessi quanto siamo davvero vicini.
Alejandro Zambra è nato nel 1975 a Santiago del Cile. Poeta, narratore e critico, insegna letteratura all’Università Diego Portales e scrive per alcune riviste. Il suo primo romanzo, Bonsai (Neri Pozza 2007), ha vinto il premio cileno della critica. Ha poi pubblicato La vida privada de los árboles (2007) e Modi di tornare a casa (Mondadori 2013). È tradotto in oltre dieci paesi e ha vinto l’English Pen Award e il Premio Príncipe Claus in Olanda per l’insieme della sua opera.

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22 marzo 2015

La morte non è uguale per tutti

Non tutte le notizie di atrocità hanno lo stesso peso nell’economia della notiziabilità. Ne è un triste esempio molto recente l’uccisione il 21 marzo 2015 di una donna di soli 27 anni a Kabul, in Afghanistan. Farkhunda, così si chiamava, soffriva da 16 anni di problemi mentali ed è stata accusata di aver bruciato il Corano, libro sacro dell’islam. Quindi, massacrata con inaudita violenza, buttata nel fiume dopo essere stata bruciata ancora viva.
Solo il "Corriere della Sera" decide di dare la notizia. Silenzio stampa di tutti gli altri principali quotidiani. Forse perché la morte è avvenuta in Afghanistan, lontano dall’attenzione puntata sull’attentato di Tunisi. O forse perché riguardava una povera donna disabile, corpo considerato purtroppo da molti inutile e invisibile in questo mondo. O perché il portavoce del ministro degli Interni afgano, pur confermando la notizia, parla di “evento molto sfortunato.”
Certo è che una giovane donna è morta nel modo più atroce e vergognoso possibile e la notizia non viene considerata rilevante dalla maggior parte dei giornali e delle televisioni.
Per analogia, se pensiamo all’eco mediatica che ha suscitato l’uccisione del pilota giordano arso vivo dall’Isis, non si capisce come mai questo orrore più recente non sia stato considerato altrettanto meritevole di enfasi.
Eppure entrambe le persone sono vittime del fanatismo islamico. Entrambe sono state arse vive. Entrambe sono state riprese da orribili video che mostrano la loro lenta morte. Ma non sono entrambe ugualmente notiziabili. Perché? Esiste una “pubblicità della morte” secondo cui alcuni morti hanno più dignità di altri? C’è il morto che sbattuto in prima pagina, con bella foto annessa, fa vendere molti giornali. E c’è il morto che non interessa, anzi annoia.  
Molti, come Farkhunda, non raggiungono nemmeno gli onori del ricordo o dello sdegno pubblico tra le cronache dei giornali. Non meritano neppure questo rispetto.
La cosiddetta notiziabilità non è data dal fatto cruento, come molti credono. E nemmeno dal legame con argomenti di interesse più generale come il terrorismo o l’integralismo islamico.
Sembra che ha fare di un evento una notizia, degna di essere pubblicata sui quotidiani, sia più che altro lo share e il pubblico gradimento. In sostanza, se il fatto è una novità assoluta merita la prima pagina e la prima serata, come per il pilota giordano. Mentre se il fatto è una sorta di replica di qualcosa di già visto, non merita spazio e visibilità. Questo perché è il pubblico che decide sia i palinsesti televisivi che le prime pagine dei quotidiani.
Così l’informazione non è più un servizio di pubblica utilità, ma un servizio per “vendere” il pubblico al miglior offerente. Il pubblico, il lettore sono al centro degli interessi dell’informazione non perché considerati una collettività a cui fornire il miglior servizio.
Sono, al contrario, stimati come “merce” di scambio da barattare con gli spazi pubblicitari di qualche supermercato editoriale. Quindi, bisogna assecondare i suoi gusti. Non lo si deve annoiare, ma bensì divertire e sollazzare. Anche se questo significa renderlo sempre più ignorante e privo di spirito critico. È vero che non tutta l’informazione si adegua a questo dictat, come, in questo caso, ha dimostrato il "Corriere della Sera". Ma è anche vero che per chi decide di andare controcorrente i rischi sono molti e le difficoltà tante. Perché la notizia è diventata come un qualsiasi “prodotto” che piace se è nuovo, trasgressivo e osceno. Deve suscitare stupore e orrore. Altrimenti passa inosservata. Come la morte: mentale più che fisica. 
Anna Scavuzzo 

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19 marzo 2015

In libreria

Benjamin Dormann
Ils ont acheté la presse. 

Pour comprendre enfin pourquoi elle se tait, étouffe ou encense
Picollec, Paris, 2015 (Prima edizione 2012), 420 pp.
Descrizione
La stampa ha rinunciato al proprio ruolo di quarto potere per fondersi con il quinto potere, quello delle vaste reti mondializzate in cui si mescolano uomini d'affari, finanzieri, banchieri, media e politica. L'autore Benjamin Dormann  è stato un giornalista economico, poi tesoriere di un partito politico e candidato alle elezioni europee e legislative.


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18 marzo 2015

In libreria

Alessandro Barbano
Manuale di giornalismo
Laterza, Roma-Bari, 2015, 310 pp.

disponibile anche in ebook
Descrizione
 L'obiettivo di questo manuale è fornire un sapere teorico-pratico integrato per chi voglia operare sulla carta stampata, sul radio-televisivo e sulle diverse piattaforme digitali presenti in Rete. Il libro si sviluppa lungo otto linee didattiche, ciascuna delle quali tiene insieme le acquisizioni della tradizione con le nuove evoluzioni teorico-pratiche del giornalismo, con un ricco corredo di esempi tratti dai più autorevoli media italiani e stranieri:
• la ridefinizione del concetto di notizia ai tempi dell'informazione in tempo reale;
• la teoria e la tecnica della scrittura giornalistica, tra cartaceo e on-line;
• lo studio dei generi del giornalismo, da quelli più tradizionali, come la cronaca e l'intervista, a quelli più recenti, come il retroscena;
• l'organizzazione del lavoro nei principali media e la sua evoluzione segnata dal ruolo crescente delle tecnologie;
• la crisi delle aziende editoriali e la transizione verso il mercato delle nuove piattaforme digitali, attraverso esempi concreti tratti dalle esperienze di alcune delle più grandi e innovative imprese del mondo, come 'New York Times", 'Washington Post", Bbc, "Guardian", fino allo studio delle nuove avventure editoriali sulla rete;
• l'analisi del caso italiano, dell'omologazione e della prevalenza dell'informazione politica che caratterizza i media nostrani;
• lo studio del foto e video-giornalismo e delle nozioni di grafica essenziali;
• l'etica del giornalismo e i problemi aperti dalla necessità di tutelare la privacy di fronte alla grande forza di impatto che le moderne tecnologie informative hanno sulla vita delle persone.
Link all'Indice del libro.



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17 marzo 2015

Giornalismo è potere

"Il giornalismo deve fornire un resoconto che sia comprensibile e interessante, ma più di ogni altra cosa conforme ai fatti e alla verità, sulla base del principio secondo cui conoscere la verità aumenta la nostra libertà."
John Lloyd






*John Lloyd, Il potere pubblico del giornalismo, "La Repubblica", 17.3.2015.
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16 marzo 2015

In libreria

Patrizia Delpiano
Liberi di scrivere. La battaglia per la stampa nell'età dei Lumi 

Laterza, Roma-Bari, 2015, 206 pp.
disponibile anche in ebook
Descrizione
Nell'età dei Lumi fece la sua comparsa sulla scena europea un nuovo attore: il "philosophe", che rivendicava apertamente, tra le altre, la libertà di esprimersi a livello pubblico attraverso la parola scritta. Concentrandosi in particolare su Francia e Italia, Patrizia Delpiano esplora il processo che tra la fine del Seicento e la fine del Settecento condusse alla teorizzazione e alla messa in pratica della libertà di stampa. È una storia segnata da ostacoli istituzionali come la censura ecclesiastica e statale e da altri, non meno coercitivi, posti dalla coscienza degli autori stessi. Tra l'etica del silenzio e la libertà di scrivere si apriva infatti il vasto campo dell'autocensura: un universo del non scritto sinora largamente inesplorato, che segnò a lungo la vicenda degli intellettuali europei.

*Link all'Indice del libro
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14 marzo 2015

Buon compleanno babbo!

Oggi è il 14 marzo. Oggi mio padre compie 60 anni.
Fa il carrozziere, e lo fa da quando di anni ne aveva 14.
Precisamente è un battilama, quindi da un groviglio di lamiere, fa venire fuori una macchina nuova, o meglio, una macchina aggiustata. E' questo che lui semplicemente mi ha insegnato: che bisogna prestare attenzione e avere rispetto delle cose come delle persone. Mi ha insegnato che rimanere bambini non vuol dire essere infantili, che l'intelligenza non va di pari pas...so con un titolo di studio e che l'umiltà è caratteristica rara da maneggiare con cura.
Mio padre mi ha portato bambina alle prime manifestazioni, e piano piano mi ha portato in Consiglio Comunale. Per lui la politica è una grande passione e questa passione me l'ha un po' cucita addosso. La foto risale alle notte delle votazioni amministrative. Abbiamo aspettato in sede di partito che ogni singolo seggio fosse chiuso per avere la certezza che il risultato fosse quello giusto, e una volta constatato che ero diventata consigliere comunale, semplicemente ci siamo abbracciati. Gli ho chiesto se era più felice in quel momento o il giorno della mia laurea, e lui ha risposto : "Se devo essere sincero, sono più contento stasera!".
Un abbraccio tra un padre e una figlia, con tutto quello che ci può stare in mezzo: delusioni, paure, rabbia, momemti belli e momenti brutti. Non so dove mi porterà quest'avventura, ma sarà stata un ricordo che ci siamo costruiti.
Buon compleanno babbo.
Auguri.
Elena Mosti 

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13 marzo 2015

Morire d'amianto

Sabato 14 marzo 2015, ore 9, nella Sala Maggiore del Comune di Pistoia, presenterò il mio libro "Morire d'amianto a Pistoia. Il caso Breda e l'informazione", discutendone con il sindaco Samuele Bertinelli. Il lavoro, che ha avuto origine dalla mia tesi di laurea, è stato pubblicato da Settegiorni Editore grazie al contributo della Fondazione Valore Lavoro di Pistoia e della Cgil Toscana. La mattinata proseguirà poi con una tavola rotonda dal titolo "Le parole per dirlo: l'amianto tra cronaca, reportage e romanzo". Al dibattito prenderanno parte Alberto Prunetti (scrittore, autore di Amianto. Una storia operaia), Giampiero Rossi (giornalista de Il Corriere della sera, autore di La lana della salamandra), Silvana Mossano (giornalista de La Stampa, autrice di Malapolvere) e Silvano Balestreri (giornalista, docente di Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico presso l'Università di Genova, nonché relatore della mia tesi). Nella locandina trovate il programma completo della mattinata. Io vi aspetto. Sono sicura che sarà una mattinata intensa e piena di emozioni (per me sicuramente!)
Valentina Vettori


Valentina Vettori
Morire d'amianto a Pistoia. Il caso Breda e l'informazione
Settegiorni editore, Pistoia, 2015.


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10 marzo 2015

In libreria

Francesco Occhetta
Le tre soglie del giornalismo. Servizio pubblico, deontologia, professione 
UCSI, Roma, 2015
Descrizione
Quale funzione deve assumere il giornalismo in un tempo in cui la quantità di informazione dall'inizio dell'umanità fino al 2003 viene oggi riprodotta in sole 48 ore? Il giornalista si distingue dal comunicatore se ha cura della democrazia e la narra come "bene fragile" da costruire giorno per giorno e se assume la deontologia non come un obbligo ma come la responsabilità per la sua missione nella società. Il giornalismo, ancora diviso tra vecchi e nuovi media, si rifonda sulla credibilità che non si costruisce sul successo, sull'audience e sull'essere "creduti", ma su un fatto: non essere falsificabili. Il volume parte da qui: interroga il lettore su cosa deve essere oggi il "servizio pubblico" del giornalismo; esamina il modo in cui la Rete sta ridefinendo i connotati della democrazia; approfondisce il significato della deontologia; chiarisce il ruolo del giornalismo politico, giudiziario e religioso. Molti organi di stampa sono pensati come arene moderne in cui si sceglie di dire mezze verità e si occultano le notizie. Un giornalista può essere indipendente raccontando sempre la verità se la maggioranza dei giovani della professione sono precari?

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09 marzo 2015

In Libreria

Carlo Gambalonga
Casa Ansa. Da settant’anni il diario del Paese
Roma, Edizioni Centro Documentazione Giornalistica, Roma, 2015

Descrizione
L'agenzia nazionale di stampa associata è la piu importante agenzia di stampa italiana e una delle più importanti a livello mondiale... Sarebbe questa la descrizione dell’Ansa fatta dall’Ansa. Ma non è così! L'Ansa è di più, molto di più. Lo sa bene chi l'ha vissuta da dentro per quasi quarant’anni e ce lo trasmette chiaramente in queste pagine. L’autore spiega come l'Ansa, vedendo la luce con la nascita della Repubblica, ne ha accompagnato tutta la sua storia. Ne è stata fedele testimone e, in molti casi, partecipe. La caduta del muro di Berlino, i comunicati delle Br, il ritrovamento di Moro, narrati in questo libro, dimostrano come da osservatrice è diventata, suo malgrado, spesso protagonista. Carlo Gambalonga ci fa capire come l'agenzia, nei suoi 70 anni di vita, sia stata una casa per i tantissimi giornalisti che ci hanno lavorato. La casa delle notizie: importanti, belle e drammatiche di questo e di altri paesi. La casa dell'indipendenza, dell’imparzialità e della libertà di stampa. Ma soprattutto come, attraverso i milioni di notizie prodotte e riprese da giornali, internet, radio e televisioni del mondo intero, l'Ansa sia diventata un po' per tutti la casa della verità.


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06 marzo 2015

Fantasmi nella polvere


Rotolano nella polvere. Privi della sostanza della vita. Spesso si presentano al mondo con tute mimetiche e veli neri. Lo schermo è il loro sudario. Non scompaiono, ma appaiono. Sono i fantasmi che popolano la mente di chi riconosce il diritto all’apparire come unica modalità esistenziale. Infiniti frammenti di corpi sparsi nella polvere dei deserti dell’anima o nelle paludi melmose della vergogna. Spettri sconfitti che vagano negli schermi postmoderni in cerca di illusori attimi di celebrità. Ombre vuote che non hanno niente. Nemmeno la banalità del presente. L’unica vittoria è postare un video su YouTube o lanciare un sasso su Twitter.
Per questi fantasmi l’efferatezza della violenza è diventa un  valore. Un merito da censire. Un motivo d’orgoglio se ne parlano i giornali e la televisione. Un eroismo se si fanno proseliti.     
Così si costruiscono le pagelle dei fantasmi del terrore. Così si catalizzano le opinioni. Così si enfatizzano i fanatismi. Che siano i tagliagole dell’Isis o i terroristi europei o un branco di stupratori o i bulli in età scolare che usano violenza a un disabile o le ragazze di buona famiglia che si menano per futili motivi (e gli esempi potrebbero continuare a lungo), poco importa.
L’equazione è sempre lo stessa. Violenza + selfie = Attenzione mediatica = Esistere.
Lo spot virtuale si trasforma in testamento intellettuale. Il passaggio in prime time si converte in manifesto ideologico. La notiziabilità dell’esistenza è data dall’impeto della violenza.   
Apparire. Farsi notare. A qualsiasi costo. Anche della pubblica vergogna. Anche della morte. Perché tanto morti lo sono già. E lo sanno. Quindi, rendere pubblico ciò che rimane di una crisalide senza identità, sembra l’unica alternativa rimasta. L’unico singulto di vita possibile. Di questo si nutrono le piovre dei regimi e delle mafie. Di questo si drogano gli esclusi. 
Preoccupa questa perversa volontà di uscire dall’anonimato. Preoccupa ancora di più l’assuefazione alla violenza che si cela dietro tale fenomeno. Una violenza che per diventare notizia deve sorprendere sempre di più. Per stupire un pubblico che esiste solo nel nostro immaginario arriva, per esempio, a bruciare vivo un uomo chiuso in gabbia o a esecuzioni in diretta. Atrocità per far parlare di sé. Questa è la modalità esistenziale del secolo della comunicazione e della condivisione. Dimenticando, però, che sopravvivere nella memoria di un computer non è vivere, ne lo è la comparsa di pochi secondi in televisione.    
Forse, la soluzione che Guido Olimpio propone per oscurare la propaganda terrorista, nel corsivo pubblicato il 4 marzo 2015 sul Corriere della Sera (L’Isis si batte staccandogli la spina sui media, pag.56), potrebbe essere d’aiuto anche per i bulletti  di casa nostra.
Si, staccare la spina. Distaccarsi dall’etereo potere dei media per non legittimare tanta oscenità.
Censurare la violenza perché è tutto fuorché espressione dell’uomo. Ritornare a comunicare con i gesti dell’intelligenza e il cuore della sapienza. Senza la pretesa di stare sopra gli altri, ma con la consapevolezza di stare con gli altri. Idea immateriale che anche se non si vede in tv o non viene registrata su un computer o scaricata come app sul cellulare, esiste ugualmente, con tutta la forza della sua verità e la potenza della sua umanità.
Anche se non appare, non è un fantasma. È l’idea dell’uomo che si fa vita. È il rispetto di sé e dell’altro che si evolve in condivisione.       
Se apparire su uno schermo è la proiezione di un’identità fasulla, eliminare questa possibilità sarebbe come sgonfiare l’arroganza di un assurdo utilizzo della violenza, prima che possa esplodere. E senza esplosione si passa inosservati. Si rimane sacchi vuoti afflosciati. Bisognerà trovare un altro modo per stare in piedi. Magari riconoscendo l’equilibrio della normalità come valore e il ripristino di una cultura della tolleranza come arma di libertà di massa.  
Disattivare il canale di sopravvivenza di questi fantasmi equivale a rendere un servizio al Paese, alla comunità tutta. Ne gioverebbero le nuove generazioni, trovando finalmente un punto di riferimento nella forza della consistenza intellettuale e morale dell’uomo, riattivando l’ideale umano della dignità, sintomo distintivo rispetto all’animale, che non si può smarrire dentro uno schermo. La dignità. Questa si che bisogna possederla. Non come privilegio, ma come conquista.  
Rendere innocuo un sistema che ha reso l’ignoranza collettiva un punto di forza e la violenza fanatica un’attitudine alla moda, non significa censurare la libertà di comunicazione o la possibilità di corretta informazione, ma, al contrario, significa liberarla dalle catene dell’idolatria all’apparenza che ne svalutano e distorcono il reale valore.
Per non sentire il rantolo di certi fantasmi nella polvere. Per non cadere nella fossa comune dell’inesistente. Per tutto questo, bisogna prima coesistere e consistere.
“Vivere per non apparire”. Chissà. Potrebbe essere questo uno slogan del nostro millennio. 
Anna Scavuzzo

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01 marzo 2015

Assalto alla pace




Non c’è limite all’egoismo umano. Neppure a quello che si serve della propaganda di guerra per fare soldi. Come ha scritto su "Repubblica" del 7 febbraio Massimo Recalcati, “il culto pragmatico del denaro ha sostituito il culto fanatico dell’ideale.”   
Lo dimostra la notizia, riportata da "Il Venerdì di Repubblica" del 27 febbraio, secondo cui in Russia il costruttore di fucili d’assalto Kalashnikov, Aleksej Krivoruchko, l’anno scorso ha moltiplicato i suoi profitti con la vendita delle temibili armi. Il che non solo la dice lunga sulle bugie raccontate all’opinione pubblica in merito alla ricerca condivisa dalle grandi potenze mondiali per il mantenimento di equilibri di pace, ma fa chiaramente capire quanto il mercato delle armi sia in rapida espansione. Come se non bastasse, la nuova strategia che la società russa aspira a costruire, è un vero e proprio brand da diffondere nel mondo. Come la Apple o la Coca-Cola. A Mosca, in una recente conferenza stampa è stato presentato il nuovo logo dell’azienda: una K bianca (il colore della resa) impressa su un quadrato rosso (il colore del sangue), circondata da uno sfondo nero (il colore dei terroristi) con sottostante la parola KALASHNIKOV. Il  marchio apparirà non solo sulle armi ma anche sugli accessori e l’abbigliamento di una nuova linea di prodotti pensati per chi ama vivere all’aria aperta come cacciatori, sportivi o… guerriglieri. Un modo come un altro per diffondere nel mondo la filosofia del potere armato. Naturalmente a corredare l’operazione di costruzione del marchio non poteva mancare uno slogan forte e facile da ricordare. Così, il Kalashnikov viene ribattezzato con lo slogan “arma di pace”. Un ossimoro che fa venire i brividi. Un insulto per chi nella pace crede o per essa ha perso la vita.
Ma c’è di più. Creare un marchio che associa il concetto di guerra a quello di pace significa comunicare al mondo l’intenzione, più o meno velata, di perseguire progetti espansionistici militari con la contemporanea costruzione  e fondazione di un immaginario collettivo dove il valore della pace viene venduto assieme a quello dell’uomo che deve essere comunque armato.
Una spiccata propensione nel legittimare la guerra perpetua risulta quanto mai evidente.
Si vede che l’evoluzione delle capacità cognitive umane arriva a un punto di saturazione tale che comporta l’implosione delle stesse capacità nell’assidua ricerca dell’autodistruzione.  
Non che, in contrapposizione, si possa giustificare il fanatismo della pace. Qualsiasi fanatismo è deleterio perché manca di equilibrio. Piuttosto, è auspicabile il tentativo di riprendere quegli ideali che molta della classe dirigente che ci governa cerca di mandare in soffitta.
Ideali, come pace e giustizia, ormai considerati vetusti, sorpassati  perché si oppongono alle logiche dissennate del potere e del profitto. Ideali usati a piene mani solo come paravento nei discorsi dei talk show, per nascondere la totale mancanza di reali politiche sociali. Stili di vita e opinioni che necessitano dell’espansione del concetto di libertà e tolleranza per crescere, al posto dell’idea di armi e guerra. E mentre l’Isis diffonde sul web, anche in italiano, il manifesto di un sedicente stato islamico dove l’oggetto della religione sembra sia diventato il male, Mosca piange, attraverso la retorica di stato, il dissidente Nemtsov. Nel frattempo il kalashnikov, simbolo dell’assalto, della forza violenta, dell’imposizione coatta dei regimi totalitari, rivitalizza i valori ideali di difesa della patria dal nemico comune del futuro combattente-consumatore. La pace non è più una conquista della società civile, ma un’arma dura e spigolosa, come la lettera K che ne rappresenta il marchio, per giustificare guerre e genocidi nel mondo. Nell’immaginario collettivo del povero uomo comune, che crede ancora a una soluzione dei conflitti non violenta, il culto di un ideale di pace appare ancora molto lontano. Mentre il culto dell’unico dio professato è sempre più presente. Un dio che porta in una mano fiumi di denaro e nell’altra il kalashnikov.         

Anna Scavuzzo   

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