Temperino rosso, Brescia, 2016
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29 novembre 2016
Il gran spettacolo della cronaca nera
Davide Bagnoli, autore di un recente saggio sui più noti casi di cronaca nera degli ultimi anni, è giornalista, addetto stampa ed educatore, il cui ultimo lavoro è proprio questo preso in considerazione. Il suo intento è quello di ripercorrere passo, passo i casi entrati a far parte della cronaca nera che hanno suscitato una particolare attenzione mediatica tanto da essere definiti come una "spettacolarizzazione" dell’evento stesso, facendo quasi passare in secondo piano la tragicità della morte che è il vero fulcro della notizia. Analizzati cinque casi emblematici che sono entrati ormai nel cuore e nella memoria di chi li ha vissuti, anche se indirettamente, quasi in prima persona, Bagnoli tenta di trovare una spiegazione all’inevitabile domanda strettamente connessa a quanto appena detto: perché siamo così inconsciamente attratti dalla morte e dal macabro? E successivamente: Perché, da un certo momento in poi, la cronaca nera ha assunto toni mediatici tendenti alla sua spettacolarizzazione facendo perdere il senso della notizia e diventando sempre più un mero argomento di cui chiacchierare tra una notizia di gossip e un’altra di politica?
L’autore struttura il suo discorso presentando cinque casi ben noti, il primo dei quali è la tragedia di Vermicino del 1981 che vede protagonista Alfredino, un bambino di sei anni precipitato in un pozzo alla profondità di trentasei metri. Da quel momento in poi le sorti della cronaca e il modo di vivere la notizia (e la tragedia) sarebbero cambiate per sempre. Infatti per la prima volta nella storia le emittenti della Rai decisero di trasmettere ininterrottamente la diretta tenendo davanti allo schermo per settantadue ore ben trenta milioni di ascoltatori che, quando venne deciso di interrompere le riprese per far allontanare l’immensa folla giunta sul posto, chiesero insistentemente di riprendere immediatamente il collegamento per poter in qualche modo essere vicini al bambino. Purtroppo il fiato sospeso non solo degli italiani ma anche del resto del mondo si spense con la notizia che, nonostante i molteplici tentativi, non erano riusciti a trarre in salvo Alfredino. Si aprì però una nuova era perché da quel momento in poi casi affini a quello di Vermicino sarebbero stati seguiti con una partecipazione dei media e del pubblico molto più intrusiva. Si è discusso molto infatti sulla presenza di un pubblico che, pur essendo nella propria abitazione, sembrava aver assistito sul posto ai tentativi di salvataggio del piccolo e del fatto che il caso avesse assunto una portata mediatica mai vista prima. E quello fu soltanto l’inizio di una nuova era del giornalismo.
Gli altri casi descritti riguardano rispettivamente la vicenda di Cogne, il rapimento di Tommaso Onofri, l’omicidio di Meredith Kercher e quello di Sarah Scazzi ad Avetrana. Rappresentano esempi che vanno dagli anni 2000 a pochi mesi fa e che, quindi, hanno certamente risentito delle nuove innovazioni tecnologiche per quanto riguarda la comunicazione e la sua diffusione. Se dunque il processo di spettacolarizzazione della cronaca nera era già iniziato nei primi anni ’80, non ha fatto altro che espandersi ancora più rapidamente, rendendo i casi di cronaca vere e proprie "fiction" seguite dal pubblico in ogni sua sfaccettatura. Un pubblico che da spettatore è passato ad essere giudice tanto quanto quelli nelle aule dei tribunali, influenzato dai giornalisti a prendere parte ed essere colpevolista o innocentista e a trovare addirittura lui stesso il colpevole dei gialli più discussi. Si è visto molto bene nei confronti di Annamaria Franzoni, per cui l’opinione pubblica si è letteralmente divisa in due, e ancora di più nei confronti della famiglia Misseri su chi avesse ucciso Sarah. Tutto questo processo mediatico, in cui la notizia tragica si è fusa con la sua pubblicizzazione in ogni aspetto, ha condotto ad una spettacolarizzazione della cronaca nera alla portata di tutti; chiunque può dare il suo parere, tutti si vedono chiamati in causa per un aspetto o per l’altro, non esistono più confini di distinzione tra il giornalista che riportava la notizia e il pubblico che la recepiva. E la spiegazione di questo fenomeno Bagnoli la ricerca nel fatto che l’uomo è per natura attratto dal macabro; fin dall’antichità siamo stati a contatto con la morte e tutto ciò che attiene ad essa, oggi ci siamo solamente abituati di più a considerarla come la normalità, non scandalizza ma al contrario attrae, essendo sempre più presente nella quotidianità sotto svariate forme. Non è però l’unica motivazione, altri invece creano una sorta di alienazione tra il carnefice e la vittima, si rivedono in uno e sono grati di non essere l’altro. Inoltre, sostiene sempre l’autore, avvertiamo proprio la necessità di essere a contatto con il macabro e ciò che porta con sé perché consente a molti di ottenere una sorta di beneficio personale confrontando i propri problemi personali con la gravità che invece è propria di altri.
Il saggio di Bagnoli risulta quindi di estrema attualità e interesse proprio perché tratta di vicende a cui abbiamo assistito con i nostri occhi, anche se da dietro uno schermo, su cui abbiamo espresso il nostro personale parere. L’impostazione con cui struttura il saggio è schematica e segue un filo logico tale che il lettore riceve prima le basi e poi ci riflette sopra; il lessico utilizzato rende scorrevole la lettura e, personalmente, visti i temi trattati, ho trovato interessanti gli spunti e le prospettive proposte su una tematica così quotidiana e in costante evoluzione.
Maria Eugenia Sabbadini
Davide Bagnoli
La cronaca nera in Italia.
I perché della sua spettacolarizzazione
Temperino rosso, Brescia, 2016
Temperino rosso, Brescia, 2016
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28 novembre 2016
In libreria
Raffaele Fiengo
Il cuore del potere. "Il “Corriere della Sera” nel racconto di un suo storico giornalista"
(Introduzione di Alexander Stille)
Chiarelettere, Milano, 2016, pp. 416.
Il cuore del potere. "Il “Corriere della Sera” nel racconto di un suo storico giornalista"
(Introduzione di Alexander Stille)
Chiarelettere, Milano, 2016, pp. 416.
Descrizione
Una storia e una testimonianza. Di chi si è battuto per quarant’anni in difesa dell’indipendenza del giornale più famoso d’Italia, il giornale della borghesia illuminata, il giornale di Luigi Albertini e Luigi Einaudi, un giornale che veramente libero non è mai stato perché sempre al centro di appetiti economici e politici. Raffaele Fiengo, giornalista del “Corriere” dagli anni Sessanta, di formazione liberal, ci offre la sua versione dei fatti attraverso le lotte che ha condotto con tenacia sempre dalla parte dei giornalisti per affermare i principi di una stampa libera. Una lotta dura, dai tempi eroici della direzione di Piero Ottone alla strisciante occupazione della P2 sotto Franco Di Bella fino ai disegni egemonici di Craxi e poi le indebite pressioni dei governi Berlusconi. Oggi gli attori sono cambiati ma con le interferenze del marketing e della nuova pubblicità, e l’invasione dei social network, il mestiere del giornalista è ancora più contrastato, anche al “Corriere”, da sempre “istituzione di garanzia” in un’Italia esposta a continue onde emotive e a tensioni di ogni tipo. Se cade il “Corriere” cade la democrazia. E questo libro lo dimostra. Come scrive Alexander Stille nell’introduzione, “considerate le varie lotte avvenute per il controllo del ‘Corriere’, è un miracolo che da lì sia uscito tanto buon giornalismo, tanta informazione corretta, e ciò grazie agli sforzi di tanti giornalisti interessati soprattutto a fare bene il proprio lavoro”.
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26 novembre 2016
In libreria
Franco Recanatesi
La mattina andavamo in piazza Indipendenza
Cairo editore, Milano, 2016, 384 pp.
Descrizione
La mattina andavamo in piazza Indipendenza
Cairo editore, Milano, 2016, 384 pp.
Descrizione
«Il nostro obiettivo è superare nelle vendite il Corriere della Sera.» Quando, nell’autunno del 1975, Eugenio Scalfari annunciò che la sua nave pirata prossima al varo, battezzata la Repubblica, avrebbe battagliato con l’incrociatore di via Solferino che da un secolo solcava i mari indisturbato, fu accolto da risolini di scherno. E invece…
Questa è la storia di un quotidiano che dopo appena undici anni – esempio unico al mondo – ha toccato il primato delle vendite nel proprio Paese. L’appassionante testa a testa fra i due grandi giornali – che da allora non si è mai arrestato – si svolge parallelamente a una delle fasi storiche più tumultuose e drammatiche conosciute dall’Italia, segnata da terrorismo, scandali epocali, furiose battaglie civili e politiche.
Mentre la Repubblica compie quarant’anni, un giornalista che nel quotidiano di piazza Indipendenza ha ricoperto ogni ruolo racconta quella straordinaria avventura. Partendo da lontano: il felice incontro fra i due protagonisti, Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, la loro passione per la carta stampata, il tentativo di coinvolgere Montanelli, fino alla realizzazione del grande sogno cullato per oltre vent’anni. Dalla complicata gestazione alla volata verso il milione di copie. Il clima eccitato, teso e goliardico della redazione, ma anche i tormenti e i contrasti, gli amori e i tradimenti. Le minacce brigatiste. Le vicende pubbliche e private dei suoi più celebri giornalisti: i litigi Pansa-Bocca, i capricci di Biagi, il pianto della Aspesi, gli scherzi di Guzzanti, le fughe di Forattini e Terzani. E quella volta che Scalfari, in lacrime, chiese aiuto a Beethoven.
Questa è la storia di un quotidiano che dopo appena undici anni – esempio unico al mondo – ha toccato il primato delle vendite nel proprio Paese. L’appassionante testa a testa fra i due grandi giornali – che da allora non si è mai arrestato – si svolge parallelamente a una delle fasi storiche più tumultuose e drammatiche conosciute dall’Italia, segnata da terrorismo, scandali epocali, furiose battaglie civili e politiche.
Mentre la Repubblica compie quarant’anni, un giornalista che nel quotidiano di piazza Indipendenza ha ricoperto ogni ruolo racconta quella straordinaria avventura. Partendo da lontano: il felice incontro fra i due protagonisti, Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, la loro passione per la carta stampata, il tentativo di coinvolgere Montanelli, fino alla realizzazione del grande sogno cullato per oltre vent’anni. Dalla complicata gestazione alla volata verso il milione di copie. Il clima eccitato, teso e goliardico della redazione, ma anche i tormenti e i contrasti, gli amori e i tradimenti. Le minacce brigatiste. Le vicende pubbliche e private dei suoi più celebri giornalisti: i litigi Pansa-Bocca, i capricci di Biagi, il pianto della Aspesi, gli scherzi di Guzzanti, le fughe di Forattini e Terzani. E quella volta che Scalfari, in lacrime, chiese aiuto a Beethoven.
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25 novembre 2016
24 novembre 2016
Nostra contemporaneità
"Guardo la televisione, i talk show con
tutti che urlano e si lamentano, e mi sembra di vivere all'inferno. Poi guardo
dalla finestra e mi sembra di vivere in un posto normale. Con problemi ma
normale». Il meccanico pachistano vive qui da trent'anni. Ha sposato
un'italiana, ha figli italiani, è contento del suo lavoro, la globalizzazione
per lui e per molti altri ha significato stare meglio, molto meglio di quello
che il destino avrebbe potuto riservargli. Quando parliamo di globalizzazione
pensiamo ai contraccolpi negativi che ha avuto dalle nostre parti: perdita di
posti di lavoro, maggiore precarietà sociale, meno garanzie, smarrimento
identitario. Ci dimentichiamo del colossale balzo in avanti che centinaia di
milioni di persone hanno potuto fare in Asia e in parte dell'Africa e del
Sudamerica. Mentre noi scendevamo di un gradino, loro salivano una intera
scala, partendo da zero. Il nostro concetto di globalizzazione non è per niente
globalizzato, e questo ci impedisce di coglierne le ragioni profonde, che sono
quelle della più colossale inclusione della storia. Viaggia chi prima non
viaggiava, guadagna chi prima non guadagnava, mangia chi prima non mangiava.
L'umanità intera pretende di vivere e non più di vegetare, e questa non è una
novità che può essere ignorata se non si vuole sbagliare analisi. La parola più
pronunciata in Occidente, da Brexit in poi, è "esclusione"; è vera, è
percepibile, ma riguarda pezzi di noi, non il mondo. Il mondo, nella sua
totalità, oggi è molto più inclusivo di ieri."
Michele Serra
*“Repubblica”, 22.11.2016 (L’Amaca)
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Si dovrebbe leggere con grande attenzione questa "Amaca" di Michele Serra che ricorda a noi occidentali quale benessere abbia raggiunto quella parte del pianeta che definivamo "terzo mondo". Noi guardiamo alla nostra CRISI e dimentichiamo che negli ultimi decenni milioni di bambini hanno avuto l'opportunità di nutrirsi, di andare a scuola, di correre verso la contemporaneità. (mmilan)
23 novembre 2016
Seminari di pratica giornalistica
In prosecuzione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti e i laureandi del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro del 23.11.2016 sarà dedicato al tema "Cronista a bordo campo” con la partecipazione de giornalista Riccardo Re (Sky Sport ).
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7 (h.14-16).
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20 novembre 2016
Genova in libreria
Roberto Beccaria
Auguste Papon. Il re degli impostori
Erga edizioni, Genova, 2016, 193 pp.
Auguste Papon. Il re degli impostori
Erga edizioni, Genova, 2016, 193 pp.
Descrizione
Auguste Papon è un cavaliere d’industria – così venivano chiamati i truffatori nell’Ottocento – che ebbe l’audacia di tentare una truffa perfino ai danni di Cavour. Fu un finto marchese, un finto ufficiale, un finto monaco, un finto assicuratore, ma un vero ricattatore in più occasioni e la sua vittima più famosa fu il re di Baviera Ludwig I, a causa della sua storia d’amore con la celebre ballerina Lola Montez. La sua vita e le sue “imprese” si sono svelate all’Autore un po’ per volta e in modo assolutamente frammentario. Una vicenda che prende le mosse dalla Genova risorgimentale, che il bibliotecario genovese Roberto Beccaria, vestiti gli inconsueti panni dell’ “investigatore storico”, ha inseguito per molti anni attraverso gli archivi di mezzo mondo, dall’Italia alla Svizzera, dalla Francia alla Germania fino al Brasile, analizzando documenti d’archivio e bibliografici, testimonianze manoscritte e a stampa, non sempre facili da interpretare. Il volume offre un ampio corredo di immagini e di note che offrono interessanti spunti di approfondimento. Papon, avventuriero sublime, è un uomo sorprendentemente moderno, emblema del delinquente incallito e inesauribile, perfino simpatico e stupefacente nella sua sfrenata recidività: solo per questo meriterebbe di essere protagonista di un film d’avventura.
Auguste Papon è un cavaliere d’industria – così venivano chiamati i truffatori nell’Ottocento – che ebbe l’audacia di tentare una truffa perfino ai danni di Cavour. Fu un finto marchese, un finto ufficiale, un finto monaco, un finto assicuratore, ma un vero ricattatore in più occasioni e la sua vittima più famosa fu il re di Baviera Ludwig I, a causa della sua storia d’amore con la celebre ballerina Lola Montez. La sua vita e le sue “imprese” si sono svelate all’Autore un po’ per volta e in modo assolutamente frammentario. Una vicenda che prende le mosse dalla Genova risorgimentale, che il bibliotecario genovese Roberto Beccaria, vestiti gli inconsueti panni dell’ “investigatore storico”, ha inseguito per molti anni attraverso gli archivi di mezzo mondo, dall’Italia alla Svizzera, dalla Francia alla Germania fino al Brasile, analizzando documenti d’archivio e bibliografici, testimonianze manoscritte e a stampa, non sempre facili da interpretare. Il volume offre un ampio corredo di immagini e di note che offrono interessanti spunti di approfondimento. Papon, avventuriero sublime, è un uomo sorprendentemente moderno, emblema del delinquente incallito e inesauribile, perfino simpatico e stupefacente nella sua sfrenata recidività: solo per questo meriterebbe di essere protagonista di un film d’avventura.
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19 novembre 2016
In libreria
Marco Cursi
Le forme del libro. Dalla tavoletta cerata all'e-book
Il Mulino, Bologna, 2016, pp. 288
Descrizione
Il volume ripercorre la storia delle principali forme librarie dall’antichità romana fino a oggi attraverso le innovazioni che si sono succedute nei supporti (legno, papiro, membrana, carta), nelle tipologie (tabula, rotolo, codice, libro a stampa), nelle figure professionali impegnate nella produzione (copista, miniatore, compositore, tipografo), nelle pratiche di elaborazione, ricezione e circolazione del testo presso il pubblico dei lettori. La rivoluzione digitale e l’avvento dell’e-book hanno scisso il binomio finora indivisibile tra il piano del testo e quello del libro, rendendo possibile la realizzazione dell’antico sogno di una biblioteca universale capace di contenere l’intero patrimonio scritto dell’umanità.
Il Mulino, Bologna, 2016, pp. 288
Descrizione
Il volume ripercorre la storia delle principali forme librarie dall’antichità romana fino a oggi attraverso le innovazioni che si sono succedute nei supporti (legno, papiro, membrana, carta), nelle tipologie (tabula, rotolo, codice, libro a stampa), nelle figure professionali impegnate nella produzione (copista, miniatore, compositore, tipografo), nelle pratiche di elaborazione, ricezione e circolazione del testo presso il pubblico dei lettori. La rivoluzione digitale e l’avvento dell’e-book hanno scisso il binomio finora indivisibile tra il piano del testo e quello del libro, rendendo possibile la realizzazione dell’antico sogno di una biblioteca universale capace di contenere l’intero patrimonio scritto dell’umanità.
*Link all'Indice
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15 novembre 2016
In libreria
Barbara Sgarzi
Social Media Journalism.
Strategie e strumenti per creatori di contenuti e news
Apogeo, Milano, 2016
Apogeo, Milano, 2016
Descrizione
Il Web prima e le reti sociali poi hanno trasformato il mondo del giornalismo e della comunicazione. Da una struttura verticale che dall'alto controllava e distribuiva contenuti, si è passati a una realtà orizzontale dove per essere editore basta aprire un account, le voci delle grandi emittenti nuotano in un mare di conversazioni e il dialogo è merce di scambio per ottenere attenzione. Questo manuale guida giornalisti e professionisti della comunicazione alla scoperta delle nuove regole del gioco, mostrando come lavorare in un contesto dove l'informazione è multiforme e scorre veloce. Nei primi capitoli si analizzano le caratteristiche e l'uso dei principali social media, da Twitter e Facebook, attraverso Instagram, Pinterest e YouTube, fino a Snapchat. Si affrontano quindi tre temi chiave per il giornalismo moderno: il fact checking, come controllare fonti e notizie, la web reputation, come essere autorevoli e riconoscibili in Rete, la content curation, come seguire la vita dei contenuti dopo la pubblicazione. Per concludere si osservano le app di messaggistica che oggi possono essere validi strumenti per fare informazione.
*link ad una intervista all'autrice Barbara Sgarzi
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14 novembre 2016
Radio e TV tra informazione e svago
Enrico Menduni, professore ordinario di Cinema, fotografia e televisione presso
il Dams dell'Università di Roma Tre - con alle spalle una lunga esperienza
lavorativa nel campo dell'organizzazione dello spettacolo e sette anni di
permanenza nel Consiglio di amministrazione Rai – tratta in questa sua opera
dei due media d'informazione che hanno maggiormente caratterizzato il XXI secolo:
la radio e la televisione. Più antica la prima, più giovane la seconda, un po'
rivali ed un po' complementari, entrambe hanno contribuito e contribuiscono in
maniera incisiva ed indiscutibile alla formazione dell'opinione pubblica. Ma
sono state e tutt'ora sono anche un'importante fonte di svago alle quali il
pubblico, con intenti più o meno impegnati, si è sempre rivolto con
l'intenzione di ricevere curiosità ed emozioni.
In questo volume, l'autore esplica in maniera particolarmente chiara e dettagliata tutti i processi tecnologici e di elaborazione contenutistica dei programmi che hanno portato la radio e la televisione ad essere quello che oggi sono: due mezzi d'informazione sui quali il pubblico, da ascoltatore/spettatore qual'era, è arrivato ad avere un'influenza sempre più presente, ponendosi talvolta quasi al pari degli operatori che vi lavorano. Attraverso la selezione di playlist musicali su suggerimento degli ascoltatori, interventi telefonici, presenza di persone comuni nei programmi d'intrattenimento e nei reality e possibilità di scelte esclusive delle programmazioni attraverso web radio e tv a pagamento, lo spettatore, oltre ad essere formato ed intrattenuto, decide sempre più attivamente come formarsi ed intrattenersi. Con uno stile chiaro, competente ed amichevole, ed uno sguardo sospeso tra il positivo ed il pensieroso – lo sguardo che sempre richiede il progresso – Menduni conduce il lettore verso un mondo in cui si assiste ad un'affascinante – e sempre più sottile – ibridazione di finzione e realtà, in cui l'una finisce per plasmare l'altra, ed il cui risultato si riflette sulla percezione della vita di ognuno di noi.
In questo volume, l'autore esplica in maniera particolarmente chiara e dettagliata tutti i processi tecnologici e di elaborazione contenutistica dei programmi che hanno portato la radio e la televisione ad essere quello che oggi sono: due mezzi d'informazione sui quali il pubblico, da ascoltatore/spettatore qual'era, è arrivato ad avere un'influenza sempre più presente, ponendosi talvolta quasi al pari degli operatori che vi lavorano. Attraverso la selezione di playlist musicali su suggerimento degli ascoltatori, interventi telefonici, presenza di persone comuni nei programmi d'intrattenimento e nei reality e possibilità di scelte esclusive delle programmazioni attraverso web radio e tv a pagamento, lo spettatore, oltre ad essere formato ed intrattenuto, decide sempre più attivamente come formarsi ed intrattenersi. Con uno stile chiaro, competente ed amichevole, ed uno sguardo sospeso tra il positivo ed il pensieroso – lo sguardo che sempre richiede il progresso – Menduni conduce il lettore verso un mondo in cui si assiste ad un'affascinante – e sempre più sottile – ibridazione di finzione e realtà, in cui l'una finisce per plasmare l'altra, ed il cui risultato si riflette sulla percezione della vita di ognuno di noi.
Silvia
Marcantoni Taddei
Enrico
Menduni
Televisione
e radio nel XXI secolo
Laterza,
Roma-Bari, 2016, 240 pp.
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13 novembre 2016
Seminari di pratica giornalistica
In prosecuzione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti e i laureandi del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro del 16.11.2016 sarà dedicato al tema Comunicare con gli eventi con la partecipazione della dott. Carla Viale (Studio Studio Viale Von der Goltz di Genova).
Appuntamento
al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7 (h.14-16).
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Seminari di pratica giornalistica
In prosecuzione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti e i laureandi del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro del 16.11.2016 sarà dedicato al tema Comunicare con gli eventi con la partecipazione della dott. Carla Viale (Studio Studio Viale Von der Goltz di Genova).
Appuntamento
al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7 (h.14-16).
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09 novembre 2016
Seminari di pratica giornalistica
A.A. 2016-2017
In prosecuzione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro del 9.11.2016 sarà dedicato alla "Comunicazione d'impresa 2.0" con la partecipazione della dott. Serena Pagliosa (Agenzia PentaPx, dai pixel all'immagine).
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7 (h.14-16).
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07 novembre 2016
In libreria
Valerio Bindi e Luca Raffaelli (a cura
di)
La rabbia
Einaudi, Torino, 2016, 344 pp.
Descrizione
Vent'anni dopo
Gioventú cannibale, un gruppo di
narratori spariglia improvvisamente le carte e trova un linguaggio inedito non
solo per testimoniare, ma anche per sfidare il nostro tempo. Sono nati tra il
1978 e il 1992, anni in cui l'Italia covava la crisi che ha cancellato ogni idea
di futuro. Sono autori di fumetti, arrivano dalla fucina di Crack!, il festival
nato al Forte Prenestino: spaziano dal manga al punk, dall'underground al pop, e
narrano storie metropolitane, visionarie, taglienti, comiche, rabbiose. Non è la
rabbia di chi ha perso la partita, ma quella di chi non ha nemmeno potuto
giocarla. La rabbia di chi è rimasto bloccato in ascensore per un fine settimana
che dura da una vita. Di chi non ha trovato un posto in questo mondo, eppure sa
raccontarlo come nessun altro. Se una volta la rabbia era un sentimento
collettivo, di azione politica, oggi che il mondo la umilia si trasforma in
confessione, in diario quotidiano – minimalista, tragico o surreale – dove la
posta in gioco è l'identità di un'intera generazione.
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03 novembre 2016
In libreria
Mimmo Càndito
C'erano i reporter di guerra.
Storie di un giornalismo difficile da Hemingway a Internet
Baldini & Castoldi, Milano, 2016, 768 pp.
Descrizione
Winston Churchill diceva che in tempo di guerra la verità è così preziosa che bisogna proteggerla con una cortina di bugie. Era una bella ipocrisia, per nascondere la volontà – che è storia d’ogni Paese – di coprire la conoscenza della realtà o comunque di piegarne la conoscenza alle ragioni della politica. Oggi l’informazione è arma più importante di un esercito, perché il consenso dell’opinione pubblica è essenziale per qualsiasi strategia bellica.
Nel nostro tempo, iperconnesso, ultravelocizzato, perduto in una rete dove la potenzialità della costruzione della conoscenza è senza limiti ma, molto spesso, anche senza strumenti critici di interpretazione dei flussi narrativi, l’uso dell’informazione è centrale. E la guerra – nel suo racconto drammatico – diventa la metafora più illuminante della complessità che accompagna la conoscenza della realtà e di come il giornalismo debba fare il proprio lavoro in una pratica quotidiana di difficile difesa della propria autonomia dai condizionamenti che ogni potere, governo e interesse tentano di imporgli.
Il reporter di guerra diventa in questo libro il simbolo della ricerca costante della verità in un territorio dove i pericoli, i rischi, le minacce, non sono soltanto quelli d’una cannonata o d’una mina, o d’una milizia jihadista di tagliagole invasati, ma riguardano le difficoltà di verifica delle informazioni e i tentativi sempre più sofisticati di disinformazione.
Cinema, letteratura, immaginario popolare, hanno fatto del reporter di guerra una figura mitica; questo libro ne racconta la storia dal primo corrispondente – in Crimea, nel 1854, quando si scriveva con la penna d’oca e l’inchiostro – ai giorni d’oggi, del Califfato, delle bombe intelligenti, dei droni e del collegamento in tempo reale dal campo di battaglia.
Oggi Obama può guardare in diretta dalla Casa Bianca i commandos che ammazzano Bin Laden a 10 mila miglia di distanza, e il reporter di guerra scivola nell’ombra di una marginalità inquietante: sappiamo sempre di più, ma capiamo sempre di meno. Questo libro – nella metafora del racconto della guerra – ci aiuta a capire, e a difendere il nostro desiderio di sapere.
Nel nostro tempo, iperconnesso, ultravelocizzato, perduto in una rete dove la potenzialità della costruzione della conoscenza è senza limiti ma, molto spesso, anche senza strumenti critici di interpretazione dei flussi narrativi, l’uso dell’informazione è centrale. E la guerra – nel suo racconto drammatico – diventa la metafora più illuminante della complessità che accompagna la conoscenza della realtà e di come il giornalismo debba fare il proprio lavoro in una pratica quotidiana di difficile difesa della propria autonomia dai condizionamenti che ogni potere, governo e interesse tentano di imporgli.
Il reporter di guerra diventa in questo libro il simbolo della ricerca costante della verità in un territorio dove i pericoli, i rischi, le minacce, non sono soltanto quelli d’una cannonata o d’una mina, o d’una milizia jihadista di tagliagole invasati, ma riguardano le difficoltà di verifica delle informazioni e i tentativi sempre più sofisticati di disinformazione.
Cinema, letteratura, immaginario popolare, hanno fatto del reporter di guerra una figura mitica; questo libro ne racconta la storia dal primo corrispondente – in Crimea, nel 1854, quando si scriveva con la penna d’oca e l’inchiostro – ai giorni d’oggi, del Califfato, delle bombe intelligenti, dei droni e del collegamento in tempo reale dal campo di battaglia.
Oggi Obama può guardare in diretta dalla Casa Bianca i commandos che ammazzano Bin Laden a 10 mila miglia di distanza, e il reporter di guerra scivola nell’ombra di una marginalità inquietante: sappiamo sempre di più, ma capiamo sempre di meno. Questo libro – nella metafora del racconto della guerra – ci aiuta a capire, e a difendere il nostro desiderio di sapere.
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Giornalismo di guerra,
Grandi firme,
Guerra,
Libreria
02 novembre 2016
Seminari di pratica giornalistica
A.A. 2016-2017
In prosecuzione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro del 2.11.2016 sarà dedicato a "La notizia religiosa nella nostra contemporaneità" con la partecipazione del giornalista Luca Rolandi, direttore de "La voce del tempo" di Torino.
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7 (h.14-16).
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31 ottobre 2016
Inviati 2.0
“Il corrispondente di guerra tipo è di solito una persona modesta, cordiale, disposta a collaborare, adatta per viverci assieme”.
Con questa definizione di Ryszard Kapuscinski si apre il
libro “Inviato di guerra 2.0: dal
calamaio allo smartphone”I casi delle “social netwar” in Egitto e Libia, pubblicato
nel 2014 dalla casa editrice Prospettiva Editrice, e scritto dall’autore
Emanuele Ballacci, nato a Roma nel 1984, appassionato di lettere e curioso del
mondo. Egli s’interessa alla scrittura del giornalismo sin da bambino. Dopo uno
stage presso l’agenzia giornalistica 9Colonne,
nel 2012 consegue la laurea magistrale in Editoria multimediale e nuove
professioni dell’informazione presso l’Università La Sapienza di Roma.
Il
tema centrale sul quale egli sviluppa il libro è il giornalismo di guerra:
partendo dai cambiamenti che lo hanno caratterizzato nel corso del ‘900, egli
prende in esame tutte le sue sfaccettature cominciando dalla figura
dell’inviato di guerra della quale parlerà per buona parte del libro. Il suo
lavoro, infatti, ha l’intento di chiarire e identificare questa figura,
ripercorrendone la storia, passata e presente, fino ai giorni nostri. Le fasi
storiche vanno a braccetto con i vari modelli del reporter, che si sono succeduti
nel corso del tempo, il quale, inizialmente, non era ritenuto un vero e proprio
lavoro ma uno stile di vita. La paternità del mestiere viene assegnata a
William Howard Russell, giovane giornalista irlandese che seguì la guerra di
Crimea.
Furono
le grandi guerre a ridimensionare la figura dell’inviato in particolare con la
guerra del Vietnam che diede vita alla cosiddetta sindrome del Vietnam, ossia la convinzione che le sorti del
conflitto fossero state decise dall’impatto delle immagini televisive
sull’opinione pubblica (condizionandole negativamente).
Proprio
per questo motivo la guerra del Golfo ha visto un rigido controllo
dell’informazione (news management)
da una parte, mentre dall’altra i giornalisti embedded, giornalisti al seguito delle truppe. Questi radicali cambiamenti rappresentarono
le novità che decretarono un sostanziale mutamento nel modo di intendere e
raccontare i conflitti.
In
seguito, con l’avvento dei blog e dei social
media, la professione di inviato di guerra si trasformò ulteriormente. La
prima guerra definita come “la prima di Internet” è stato il conflitto in
Kosovo. Essa, infatti, ha sancito la distinzione tra vecchie e nuove guerre: il
reporter si è lentamente trasformato da narratore di eventi lontani a
selezionatore del flusso virtuale di notizie in Rete. Significativa è stata la
svolta apportata successivamente dall’introduzione del web 2.0: da quel momento blog e social
media hanno lanciato una nuova rivoluzione tecnologica senza precedenti. Il
blog si è imposto rapidamente nel panorama giornalistico grazie alla facilità
di utilizzo, trovando la sua consacrazione nella guerra di Afghanistan e Iraq.
L’avvento di social media come Facebook, Twitter e Youtube, segnerà infine la strada verso nuovi orizzonti: inediti
strumenti sia per cercare e diffondere notizie sia per stabilire nuove
relazioni con pubblico e fonti. L’esempio lampante di questo nuovo modo di fare
giornalismo di guerra, nel nostro presente, risponde al nome di primavera araba. In particolare, i casi
presi in esame da Emanuele Ballacci sono quelli dell’Egitto e della Libia.
L’elemento principale che viene sottolineato dall’autore è la pervasività e
l’ubiquità dei social network nella
nascita e nello svolgimento dei moti rivoluzionari. Facebook nel caso egiziano e Twitter
in quello libico sono stati i principali artefici dell’esplosione delle
rivolte, poiché hanno permesso alle persone (in particolare ai giovani), di
unirsi intorno ad un unico obiettivo, dando vita a una sorta di alleanza panarabistica moderna.
Quale
sarà, quindi, la prossima fermata del giornalismo di guerra? Quali saranno i
suoi sviluppi? Secondo l’autore la risposta è ignota. Come scrive anche Tiziano
Terzani “Il senso della ricerca sta nel
cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e
non l’arrivare”. Dal calamaio al telegrafo, dal telegrafo alle nuove
tecnologie fino ad arrivare all’avvento di Internet: il mestiere del reporter è
sempre stato un’eterna sfida in continua evoluzione ma sempre viva.
Il
messaggio dell’autore è chiaro e conciso: le nuove tecnologie non stanno
distruggendo il mondo della comunicazione (come molti pensano) ma lo stanno
semplicemente “aggiornando”. Ormai tutti tramite un computer e una connessione
a Internet possono essere giornalisti grazie ai nuovi mezzi multimediali ma i
veri giornalisti sono quelli che, nel mondo odierno, fanno ancora la
differenza. La comunicazione va sempre di pari passo con i cambiamenti che
popolano il nostro mondo e la società, ma non bisogna vederlo come un fattore
negativo: anzi, al contrario, bisogna accettarlo perché, come tutte le cose, ha
sia elementi positivi, sia negativi. Le nuove tecnologie hanno cambiato molto
questo mestiere, lo hanno al contempo facilitato e complicato perché permettono
di essere molto più veloci nei contatti, nell’acquisire notizie, nel
trasmetterle, permettono anche di produrre molto di più ed è questo in parte il
neo: al giornale si tende a pretendere questa eccessiva produzione in poco
tempo che troppo spesso sconfina nella superficialità. I vantaggi però sono
enormi a partire dai collegamenti come telefoni cellulari o satellitari,
Internet e l’invio di servizi in FTP. Il
Citizen Journalism non viene più
vistocome una minaccia ma come un cambiamento positivo che creerà in futuro
nuove professioni perché, nonostante tutto ciò, le regole di un giornalismo
corretto rimangono le stesse: la ricerca, la verifica, l’inquadramento del
problema, la correttezza del racconto. I citizen
journalist possono, perciò, diventare una fonte ma solo chi sa fare il
mestiere e ne conosce e rispetta le regole potrà spiegare cosa succede. Il
mestiere, così, si va riconfigurando. Sta a noi scegliere come vedere il
bicchiere. Sta a noi essere ottimisti. In un mondo senza confini come questo
dove tutti vengono investiti da una massa di informazione indistinta c’è
bisogno di un giornalismo puntuale e serio.
A
mio parere l’opera presenta una visuale molto ampia e accurata della figura del
giornalista di guerra e, più in generale, del giornalismo estero. La
professione ci viene presentata nelle sue molteplici “facce”grazie, anche, alle
interviste finali di alcuni giornalisti che hanno esposto la propria opinione
in merito a questo tema così delicato ma, al tempo stesso, così importante.
Micaela Zitti
Emanuele
Ballacci
Inviato
di guerra 2.0: dal calamaio allo smartphone
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Etichette:
Giornalismo di guerra,
Giornalismo digitale,
Libreria,
Recensione
26 ottobre 2016
Seminari di pratica giornalistica
A.A. 2016-2017
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7 h. 14-16.
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21 ottobre 2016
In libreria
Walter Quattrociocchi, Antonella Vicini
Misinformation. Guida alla società dell'informazione e della credulità
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp. 146.
Misinformation. Guida alla società dell'informazione e della credulità
FrancoAngeli, Milano, 2016, pp. 146.
Descrizione
Quella contemporanea è l'epoca dell'informazione h24, della velocità delle notizie che attraverso il web e i social network fanno il giro del mondo in pochi minuti, della possibilità di accedere a contenuti e documenti prima raggiungibili soltanto da pochi: eppure questa è paradossalmente anche l'epoca che ha visto il proliferare incontrollato di informazioni false che, una volta entrate nel circuito della rete e dei media tradizionali, è praticamente impossibile bloccare. Non è un caso che nel 2013 il World Economic Forum ha inserito la disinformazione digitale (casuale o costruita ad arte) nella lista dei 'rischi globali', capace di avere risvolti politici, geopolitici e, perfino, terroristici. Partendo da una ricerca di Walter Quattrociocchi che ha avuto molto eco negli USA, il libro offre una panoramica sui meccanismi della formazione delle opinioni e della fruizione dei contenuti sui social network come Facebook, YouTube, Twitter, e sulle dinamiche di contagio sociale, il tutto con puntuali riferimenti all'attualità. Un libro importante per riflettere sul nostro rapporto con l'informazione.-
Quella contemporanea è l'epoca dell'informazione h24, della velocità delle notizie che attraverso il web e i social network fanno il giro del mondo in pochi minuti, della possibilità di accedere a contenuti e documenti prima raggiungibili soltanto da pochi: eppure questa è paradossalmente anche l'epoca che ha visto il proliferare incontrollato di informazioni false che, una volta entrate nel circuito della rete e dei media tradizionali, è praticamente impossibile bloccare. Non è un caso che nel 2013 il World Economic Forum ha inserito la disinformazione digitale (casuale o costruita ad arte) nella lista dei 'rischi globali', capace di avere risvolti politici, geopolitici e, perfino, terroristici. Partendo da una ricerca di Walter Quattrociocchi che ha avuto molto eco negli USA, il libro offre una panoramica sui meccanismi della formazione delle opinioni e della fruizione dei contenuti sui social network come Facebook, YouTube, Twitter, e sulle dinamiche di contagio sociale, il tutto con puntuali riferimenti all'attualità. Un libro importante per riflettere sul nostro rapporto con l'informazione.-
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19 ottobre 2016
Seminari di pratica giornalistica
A.A. 2016-2017
In prosecuzione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro del 19.10.2016 sarà dedicato alla conferenza stampa con la partecipazione della giornalista Emanuela Mortari.
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei poveri, aula 7, h. 14-16.
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei poveri, aula 7, h. 14-16.
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16 ottobre 2016
In libreria
Alberto Marchi
Arrigo Benedetti. L'ostinazione laica nell'esperienza giornalistica
Tra le righe libri, Lucca, 2016, 220 pp.
Descrizione
L'esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti può essere letta come una tenace, continua riaffermazione del valore della stampa: "No cari amici, i giornali non sono come le scarpe. Possono finire al macero, ma qualche cosa di loro resterà". Così ad esempio egli si rivolgeva, in un magistrale editoriale del 1950 pubblicato dall'"Europeo", ai direttori dei quotidiani italiani. Questo forte monito ai colleghi direttori, spesso distratti rispetto ai doveri direttamente derivanti dal loro ruolo, può essere considerato anche come una sorta di manifesto del modo di fare giornalismo di Arrigo Benedetti: la stampa vissuta non come "merce" di consumo, ma come strumento di coloro che hanno ricevuto un mandato dalla pubblica opinione, quello di informare e di costruire una società migliore.
___L'esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti può essere letta come una tenace, continua riaffermazione del valore della stampa: "No cari amici, i giornali non sono come le scarpe. Possono finire al macero, ma qualche cosa di loro resterà". Così ad esempio egli si rivolgeva, in un magistrale editoriale del 1950 pubblicato dall'"Europeo", ai direttori dei quotidiani italiani. Questo forte monito ai colleghi direttori, spesso distratti rispetto ai doveri direttamente derivanti dal loro ruolo, può essere considerato anche come una sorta di manifesto del modo di fare giornalismo di Arrigo Benedetti: la stampa vissuta non come "merce" di consumo, ma come strumento di coloro che hanno ricevuto un mandato dalla pubblica opinione, quello di informare e di costruire una società migliore.
15 ottobre 2016
In libreria
Nicola Del Corno
Giovani, socialisti, democratici.
La breve esperienza di «Libertà!» (1924-1925)
Biblion, Milano, 2016, 194 pp.
Descrizione
Una storia «bella e commovente»: così Antonio Greppi nella sua biografia definì la breve ma intensa esperienza di “Libertà”, quindicinale dei giovani del Partito Socialista Unitario, il cui primo numero vide la luce nel gennaio del 1924, per poi essere costretto a cessare le sue pubblicazioni dopo poco più di un anno, causa la stretta repressiva del regime mussoliniano. Nonostante il brevissimo periodo di vita, l’esperienza di “Libertà” presenta buoni motivi per non essere dimenticata. Innanzitutto può rappresentare una sorta di “studio di caso” per verificare come e quanto nel primo dopoguerra il socialismo riformista abbia cercato di attirare a sé l’opinione pubblica giovanile, senza rassegnarsi alla inevitabilità della sconfitta generazionale nei confronti del fascismo e del comunismo. Inoltre le sue pagine furono una palestra dove si fecero le ossa giovani destinati a divenire a breve protagonisti della vita politica coeva, e successivamente – coloro che sopravvissero alla barbarie fascista – a ricoprire ruoli importanti nella ricostruzione della vita istituzionale e democratica italiana: Carlo Rosselli, Piero Gobetti, Antonio Greppi, Lelio Basso, Giuseppe Faravelli, Roberto Tremelloni, Max Ascoli, Roberto Veratti, Enrico Sereni, Giulia Filippetti furono infatti le firme più note, spesso in fitto dialogo sulle colonne di questo giornale con i loro “padri” spirituali: Filippo Turati, Giacomo Matteotti, Alessandro Levi, Giovanni Zibordi, Rodolfo e Ugo Guido Mandolfo.
Una storia «bella e commovente»: così Antonio Greppi nella sua biografia definì la breve ma intensa esperienza di “Libertà”, quindicinale dei giovani del Partito Socialista Unitario, il cui primo numero vide la luce nel gennaio del 1924, per poi essere costretto a cessare le sue pubblicazioni dopo poco più di un anno, causa la stretta repressiva del regime mussoliniano. Nonostante il brevissimo periodo di vita, l’esperienza di “Libertà” presenta buoni motivi per non essere dimenticata. Innanzitutto può rappresentare una sorta di “studio di caso” per verificare come e quanto nel primo dopoguerra il socialismo riformista abbia cercato di attirare a sé l’opinione pubblica giovanile, senza rassegnarsi alla inevitabilità della sconfitta generazionale nei confronti del fascismo e del comunismo. Inoltre le sue pagine furono una palestra dove si fecero le ossa giovani destinati a divenire a breve protagonisti della vita politica coeva, e successivamente – coloro che sopravvissero alla barbarie fascista – a ricoprire ruoli importanti nella ricostruzione della vita istituzionale e democratica italiana: Carlo Rosselli, Piero Gobetti, Antonio Greppi, Lelio Basso, Giuseppe Faravelli, Roberto Tremelloni, Max Ascoli, Roberto Veratti, Enrico Sereni, Giulia Filippetti furono infatti le firme più note, spesso in fitto dialogo sulle colonne di questo giornale con i loro “padri” spirituali: Filippo Turati, Giacomo Matteotti, Alessandro Levi, Giovanni Zibordi, Rodolfo e Ugo Guido Mandolfo.
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13 ottobre 2016
In libreria
Gianni Brera
L'arcimatto (1960-1966)
Book Time, Milano, 2016, 339 pp.
L'arcimatto (1960-1966)
Book Time, Milano, 2016, 339 pp.
Descrizione
L'Arcimatto era, nella sua essenza, un diario. In quella rubrica, uscita sul "Guerin Sportivo" per una quindicina d'anni, Gianni Brera raccoglieva gli spunti da cui ogni settimana si involava per le più diverse destinazioni. Scriveva di storia e letteratura, indagava il carattere nazionale nostro e altrui, e raccontava un'infinità di aneddoti di costume, sempre partendo dallo sport. L'Arcimatto contiene dunque alcuni dei brani più tipici e più belli di Gianni Brera, quando creando liberamente partiva da un evento, un giudizio o un personaggio dell'attualità sportiva per approdare dappertutto. Brilla ancora e sorprende L'Arcimatto per l'originalità delle invenzioni, l'acutezza delle interpretazioni e il profumo di verità che si sprigiona da tutti gli accenni breriani alla storia, alla poesia, al romanzo, alla caccia, alla pesca, all'arte, allo sport, ai pregi e difetti di francesi, inglesi, spagnoli, tedeschi, americani, russi ecc.; per la maestria dei paragoni tra le varie facce della realtà; per il fascino dei personaggi, eroi o antieroi del costume moderno, e il loro coraggio espressi sempre senza retorica né ipocrisia.
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L'Arcimatto era, nella sua essenza, un diario. In quella rubrica, uscita sul "Guerin Sportivo" per una quindicina d'anni, Gianni Brera raccoglieva gli spunti da cui ogni settimana si involava per le più diverse destinazioni. Scriveva di storia e letteratura, indagava il carattere nazionale nostro e altrui, e raccontava un'infinità di aneddoti di costume, sempre partendo dallo sport. L'Arcimatto contiene dunque alcuni dei brani più tipici e più belli di Gianni Brera, quando creando liberamente partiva da un evento, un giudizio o un personaggio dell'attualità sportiva per approdare dappertutto. Brilla ancora e sorprende L'Arcimatto per l'originalità delle invenzioni, l'acutezza delle interpretazioni e il profumo di verità che si sprigiona da tutti gli accenni breriani alla storia, alla poesia, al romanzo, alla caccia, alla pesca, all'arte, allo sport, ai pregi e difetti di francesi, inglesi, spagnoli, tedeschi, americani, russi ecc.; per la maestria dei paragoni tra le varie facce della realtà; per il fascino dei personaggi, eroi o antieroi del costume moderno, e il loro coraggio espressi sempre senza retorica né ipocrisia.
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Gianni Brera,
Derby!, Book Time, Milano, 2016, 356 pp.
Descrizione
"Gli articoli che ho raccolto in questo volume hanno una cosa in comune: riguardano in ciascun caso partite disputate fra l'Inter e il Milan. La scelta del derby milanese come filo conduttore per una raccolta di cronache e critiche breriane è facile da giustificare. Fra tutti gli incontri, proprio il derby, lo scontro fra le due squadre di una medesima città, è quello che scatena i più grandi entusiasmi. Nel derby gli stadi sono pieni di tifosi: a differenza delle altre partite, non c'è la distanza geografica che preclude a molti sostenitori della squadra ospite la partecipazione al rito: sugli spalti i due campi avversi sono pertanto in equilibrio ben maggiore dell'ordinario, il che ha pure la sua importanza nel creare un clima di esaltazione collettiva. Se dunque l'oggetto genera grandi trasporti emotivi, anche la prosa che lo descrive avrà una qualità particolare. Nell'immensa produzione di articoli di Brera, mi è parso giusto usare questo come criterio di scelta, per offrire al lettore uno spaccato significativo di ciò che scriveva quando scriveva di calcio." (dalla postfazione di Paolo Brera).
"Gli articoli che ho raccolto in questo volume hanno una cosa in comune: riguardano in ciascun caso partite disputate fra l'Inter e il Milan. La scelta del derby milanese come filo conduttore per una raccolta di cronache e critiche breriane è facile da giustificare. Fra tutti gli incontri, proprio il derby, lo scontro fra le due squadre di una medesima città, è quello che scatena i più grandi entusiasmi. Nel derby gli stadi sono pieni di tifosi: a differenza delle altre partite, non c'è la distanza geografica che preclude a molti sostenitori della squadra ospite la partecipazione al rito: sugli spalti i due campi avversi sono pertanto in equilibrio ben maggiore dell'ordinario, il che ha pure la sua importanza nel creare un clima di esaltazione collettiva. Se dunque l'oggetto genera grandi trasporti emotivi, anche la prosa che lo descrive avrà una qualità particolare. Nell'immensa produzione di articoli di Brera, mi è parso giusto usare questo come criterio di scelta, per offrire al lettore uno spaccato significativo di ciò che scriveva quando scriveva di calcio." (dalla postfazione di Paolo Brera).
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Storia del giornalismo
11 ottobre 2016
Seminari di pratica giornalistica
A partire da mercoledì 12 ottobre 2016 inizia un percorso di pratica giornalistica su specifici argomenti del settore ampio dell'informazione con la partecipazione di giornalisti ed esperti. Nel primo semestre gli incontri si svolgeranno al mercoledì h. 14-16 presso l'aula 7 dell'Albergo dei Poveri. Mercoledi 12/10 il giornalista Andrea Ferro (Radio 24) parlerà del corrispondente radiofonico.
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09 ottobre 2016
In libreria
Mariella Milan
Milioni a colori. Rotocalchi e arti visive in Italia (1960-1964)
Quodlibet, Macerata, 2015, 432 pp.
Quodlibet, Macerata, 2015, 432 pp.
Descrizione
Negli anni del boom economico, la stampa di attualità illustrata conosce un momento di grande espansione e molti rotocalchi raggiungono una presenza capillare nelle case degli italiani, tanto da costituire, oggi, uno strumento fondamentale per lo studio di gusti e conoscenze del grande pubblico dei primi anni Sessanta. A partire dallo spoglio sistematico di quindici settimanali («ABC», «Domenica del Corriere», «Epoca», «Gente», «Il Mondo», «L’Espresso», «L’Europeo», «La Tribuna Illustrata», «Le Ore», «Lo Specchio», «Oggi», «Settimana Incom Illustrata», «Settimo Giorno», «Tempo», «Vie Nuove») e tre mensili («L’Illustrazione Italiana», «Panorama», «Successo»), questo volume racconta l’arte moderna come affiora da quelle pagine, che, pur accogliendo nomi noti della critica d’arte e del giornalismo specializzato, lasciano spazio soprattutto alla cronaca attraverso argomenti, temi e formati specifici, e soprattutto con un linguaggio molto diverso da quello delle riviste di settore. Si va dal generoso e talvolta condiscendente impulso didattico in favore di lettori ancora poco avvezzi al contemporaneo, alle velenose nostalgie per la «bella pittura» a uso e consumo del pubblico più reazionario, ai consigli su come affrontare indenni il mercato in un’epoca in cui l’arte moderna sembra poter diventare l’ennesimo oggetto di consumo di massa, fino alla curiosità, talvolta pettegola, per il mondo di mercanti, critici, giovani artisti e maestri affermati. Dall’analisi di quest’ampia produzione esce, oltre a un vorticoso resoconto a più voci suddiviso in due grandi filoni – le polemiche, dall’apparentemente inesauribile dibattito su astrattismo e figurazione all’avvento della pop-art, e il mercato, dalle prime grandi aste milanesi d’arte moderna agli artisti “in fuoriserie” –, un quadro variegato di linguaggi, strumenti, forme e modi utilizzati per parlare d’arte a un pubblico popolare, rispondendo all’esigenza e all’opportunità, entrambe straordinarie e forse irripetibili, di affrontare i temi dell’arte fuori dai ristretti circoli specialistici.
Negli anni del boom economico, la stampa di attualità illustrata conosce un momento di grande espansione e molti rotocalchi raggiungono una presenza capillare nelle case degli italiani, tanto da costituire, oggi, uno strumento fondamentale per lo studio di gusti e conoscenze del grande pubblico dei primi anni Sessanta. A partire dallo spoglio sistematico di quindici settimanali («ABC», «Domenica del Corriere», «Epoca», «Gente», «Il Mondo», «L’Espresso», «L’Europeo», «La Tribuna Illustrata», «Le Ore», «Lo Specchio», «Oggi», «Settimana Incom Illustrata», «Settimo Giorno», «Tempo», «Vie Nuove») e tre mensili («L’Illustrazione Italiana», «Panorama», «Successo»), questo volume racconta l’arte moderna come affiora da quelle pagine, che, pur accogliendo nomi noti della critica d’arte e del giornalismo specializzato, lasciano spazio soprattutto alla cronaca attraverso argomenti, temi e formati specifici, e soprattutto con un linguaggio molto diverso da quello delle riviste di settore. Si va dal generoso e talvolta condiscendente impulso didattico in favore di lettori ancora poco avvezzi al contemporaneo, alle velenose nostalgie per la «bella pittura» a uso e consumo del pubblico più reazionario, ai consigli su come affrontare indenni il mercato in un’epoca in cui l’arte moderna sembra poter diventare l’ennesimo oggetto di consumo di massa, fino alla curiosità, talvolta pettegola, per il mondo di mercanti, critici, giovani artisti e maestri affermati. Dall’analisi di quest’ampia produzione esce, oltre a un vorticoso resoconto a più voci suddiviso in due grandi filoni – le polemiche, dall’apparentemente inesauribile dibattito su astrattismo e figurazione all’avvento della pop-art, e il mercato, dalle prime grandi aste milanesi d’arte moderna agli artisti “in fuoriserie” –, un quadro variegato di linguaggi, strumenti, forme e modi utilizzati per parlare d’arte a un pubblico popolare, rispondendo all’esigenza e all’opportunità, entrambe straordinarie e forse irripetibili, di affrontare i temi dell’arte fuori dai ristretti circoli specialistici.
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06 ottobre 2016
In libreria
Raffaele Liucci
Leo Longanesi, un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica
Carocci, Roma, 2016, 176 pp.
Descrizione
Dal ’43 al ’57 lo scrittore, giornalista ed editore Leo Longanesi, nato nel 1905, visse l’ultimo e febbrile spicchio della sua breve esistenza. Presto affiancato da Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Ansaldo, si trasformò nel più arguto megafono di quei connazionali passati dal fascismo al post-fascismo, senza mai farsi “contaminare” dalla Resistenza. La sua casa editrice, fondata a Milano nel ’46, esibirà un catalogo di libri revisionisti ante litteram, mentre “il Borghese”, la rivista politicamente scorretta da lui lanciata nel ’50, diventerà uno snodo fondamentale della «destra carsica», riabilitata soltanto nel ’94 da Berlusconi. Frutto di un ricco spoglio di carteggi, diari e altri documenti inediti, il libro di Raffaele Liucci ci restituisce il variopinto mosaico longanesiano, tra regime littorio, guerra civile e Repubblica. Con particolare attenzione all’evolversi dei modelli giornalistici e intellettuali incarnati anche dal suo brillante erede, Indro Montanelli: destinato a diventare il più ascoltato divulgatore di storia patria dai tempi di Cesare Cantù.
Indice
Premessa / 1. «Meglio la Petacci, che la repubblica dei pagliacci» / 2. Il destino ha cambiato cavallo / 3. Il «fenomeno Longanesi» / 4. I vecchi e i giovani / 5. Fra Porta Pia e «ragazzacci di Salò» / 6. La destra che non c’è / 7. Che fare? I Circoli del Borghese / 8. Le vecchie zie non ci salveranno più
/ 9. La stecca nel coro / 10. Indro Montanelli: una “storia d’Italia” longanesiana? / Note / Indice dei nomi.
Leo Longanesi, un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica
Carocci, Roma, 2016, 176 pp.
Descrizione
Dal ’43 al ’57 lo scrittore, giornalista ed editore Leo Longanesi, nato nel 1905, visse l’ultimo e febbrile spicchio della sua breve esistenza. Presto affiancato da Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Ansaldo, si trasformò nel più arguto megafono di quei connazionali passati dal fascismo al post-fascismo, senza mai farsi “contaminare” dalla Resistenza. La sua casa editrice, fondata a Milano nel ’46, esibirà un catalogo di libri revisionisti ante litteram, mentre “il Borghese”, la rivista politicamente scorretta da lui lanciata nel ’50, diventerà uno snodo fondamentale della «destra carsica», riabilitata soltanto nel ’94 da Berlusconi. Frutto di un ricco spoglio di carteggi, diari e altri documenti inediti, il libro di Raffaele Liucci ci restituisce il variopinto mosaico longanesiano, tra regime littorio, guerra civile e Repubblica. Con particolare attenzione all’evolversi dei modelli giornalistici e intellettuali incarnati anche dal suo brillante erede, Indro Montanelli: destinato a diventare il più ascoltato divulgatore di storia patria dai tempi di Cesare Cantù.
Indice
Premessa / 1. «Meglio la Petacci, che la repubblica dei pagliacci» / 2. Il destino ha cambiato cavallo / 3. Il «fenomeno Longanesi» / 4. I vecchi e i giovani / 5. Fra Porta Pia e «ragazzacci di Salò» / 6. La destra che non c’è / 7. Che fare? I Circoli del Borghese / 8. Le vecchie zie non ci salveranno più
/ 9. La stecca nel coro / 10. Indro Montanelli: una “storia d’Italia” longanesiana? / Note / Indice dei nomi.
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30 settembre 2016
Genova in libreria
Antonella Grimaldi
Michele Giuseppe Canale
La vita, le battaglie e gli studi di un Genovese nell’Ottocento
Biblion, Milano, 2016, 479 pp.
Descrizione
La vicenda di Michele Giuseppe Canale, protagonista a pieno titolo della saga del Risorgimento italiano, viene ricostruita in quest’opera attraverso l’analisi critica delle fonti letterarie, storico-politiche ed epistolari. Il legame vitale quanto stretto tra sensibilità estetica e aspirazioni politiche si mostra evidente dagli albori, quando l’influenza di Mazzini appare perspicua e il rapporto con Mameli intimo, e prosegue fino alla maturità, momento in cui egli era ormai approdato a una diversa visione della letteratura e dei valori di riferimento. L’azione politica di Canale, in accordo con la sua città, ritrae il nuovo modo di porsi nella realtà da parte degli intellettuali del Risorgimento: non individui isolati dal contesto sociale e politico che il circondava, bensì pienamente inseriti e operanti in esso. In tal senso, il Diario delle cose di Genova mette in luce il suo ruolo nella storia genovese del 1848-49, dimostrando insieme ad altri documenti la sua adesione ai principi democratici e rivoluzionari che lo animano. La collaborazione con il Vieusseux e il Le Monnier, la partecipazione ad alcune iniziative editoriali di notevole respiro, nelle quali si andava sperimentando la funzione dell’industria e delle esperienze associative nell’edificazione dell’identità nazionale italiana, posero infine Canale in relazione con l’ambiente culturale italiano ed europeo.
La vicenda di Michele Giuseppe Canale, protagonista a pieno titolo della saga del Risorgimento italiano, viene ricostruita in quest’opera attraverso l’analisi critica delle fonti letterarie, storico-politiche ed epistolari. Il legame vitale quanto stretto tra sensibilità estetica e aspirazioni politiche si mostra evidente dagli albori, quando l’influenza di Mazzini appare perspicua e il rapporto con Mameli intimo, e prosegue fino alla maturità, momento in cui egli era ormai approdato a una diversa visione della letteratura e dei valori di riferimento. L’azione politica di Canale, in accordo con la sua città, ritrae il nuovo modo di porsi nella realtà da parte degli intellettuali del Risorgimento: non individui isolati dal contesto sociale e politico che il circondava, bensì pienamente inseriti e operanti in esso. In tal senso, il Diario delle cose di Genova mette in luce il suo ruolo nella storia genovese del 1848-49, dimostrando insieme ad altri documenti la sua adesione ai principi democratici e rivoluzionari che lo animano. La collaborazione con il Vieusseux e il Le Monnier, la partecipazione ad alcune iniziative editoriali di notevole respiro, nelle quali si andava sperimentando la funzione dell’industria e delle esperienze associative nell’edificazione dell’identità nazionale italiana, posero infine Canale in relazione con l’ambiente culturale italiano ed europeo.
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27 settembre 2016
In libreria
Roberto Amen
In onda. Visioni e storie di ordinaria tv
Egea, Milano, 2016, 185 pp.
disponibile anche in formato ebook
Descrizione
Il giornalismo televisivo ha caratteristiche particolari. Soprattutto quando si va in diretta, senza rete, con l'attesa, le ansie, l'eccitazione, gli imprevisti e i tempi strettissimi. Storie, curiosità, aneddoti: dal dramma di Vermicino all'attentato a Giovanni Paolo II. Seguire le cronache di Roberto Amen porta a scoprire la bellezza (e le magagne) del giornalismo televisivo. Un volto noto della Tv ci racconta il dietro le quinte di una lunga carriera. Il bello e il brutto della diretta, raccontato in prima persona.
Roberto Amen si è laureato nel 1978 in Lettere moderne all'Università degli Studi di Genova. Dal 1983 è iscritto all'albo dei giornalisti professionisti e dal 1980 lavora per la Rai, ricoprendo incarichi come di rilievo, quali conduttore di "TG2 Oretredici", l'edizione del TG2 di maggiore ascolto e caporedattore della sede RAI per la Liguria. Nel 2002 è stato nominato dal Consiglio di amministrazione alla vice direzione della Testata per l'informazione politica della Rai, l'attuale Rai Parlamento.
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20 settembre 2016
In libreria
Pier Maria Furlan
Sbatti il matto in prima pagina
I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia,
Donzelli, Roma, 2016, 436 pp. Descrizione
Sbatti il matto in prima pagina
I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia,
Donzelli, Roma, 2016, 436 pp. Descrizione
In dieci anni, tra il 1968 e il 1978, matura il clima che porterà l’Italia, primo paese al mondo, alla chiusura dei manicomi. In questo contesto il ruolo dei quotidiani è fondamentale: grazie alle loro inchieste e alle interviste, cronisti, inviati e opinionisti contribuiscono a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli orrori nascosti dentro le mura degli ospedali psichiatrici, dove poveri, anziani, omosessuali e bambini disabili vengono di rado curati e quasi sempre segregati e maltrattati, sino a far perdere loro ogni dignità umana. Attraverso gli articoli delle maggiori testate giornalistiche nazionali, questo lavoro ricostruisce la storia di quegli anni così significativi: a raccontarla sono i protagonisti della cultura del tempo, da Indro Montanelli ad Angelo Del Boca, da Dacia Maraini a Natalia Aspesi, ma anche intellettuali internazionali come Michel Foucault, Noam Chomsky e Jean-Paul Sartre. Migliaia di personaggi e oltre mille articoli di giornale per ricostruire la cultura dell’epoca, l’ignavia e le controversie attorno alla malattia mentale: medici che non vedono, sindacati che proteggono i propri iscritti, partiti attenti a non urtare gli elettori e lo stesso Franco Basaglia contrario alla legge che porta il suo nome. Emerge uno scenario diverso da quello generalmente immaginato, nel quale diventano evidenti i retroscena dei controversi atteggiamenti dei politici, che contrastano le aperture progressiste di innovatori ormai dimenticati. Nel 1978, dopo anni di dibattito intensissimo, anche grazie alla diffusione dei quotidiani, la situazione non può più essere ignorata: quelli che il Ministro della Sanità, Luigi Mariotti, nel 1965 aveva definito «lager», chiudono finalmente i battenti.
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In libreria
Pier Maria Furlan
Sbatti il matto in prima pagina
I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia,
Donzelli, Roma, 2016, 436 pp. Descrizione
Sbatti il matto in prima pagina
I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia,
Donzelli, Roma, 2016, 436 pp. Descrizione
In dieci anni, tra il 1968 e il 1978, matura il clima che porterà l’Italia, primo paese al mondo, alla chiusura dei manicomi. In questo contesto il ruolo dei quotidiani è fondamentale: grazie alle loro inchieste e alle interviste, cronisti, inviati e opinionisti contribuiscono a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli orrori nascosti dentro le mura degli ospedali psichiatrici, dove poveri, anziani, omosessuali e bambini disabili vengono di rado curati e quasi sempre segregati e maltrattati, sino a far perdere loro ogni dignità umana. Attraverso gli articoli delle maggiori testate giornalistiche nazionali, questo lavoro ricostruisce la storia di quegli anni così significativi: a raccontarla sono i protagonisti della cultura del tempo, da Indro Montanelli ad Angelo Del Boca, da Dacia Maraini a Natalia Aspesi, ma anche intellettuali internazionali come Michel Foucault, Noam Chomsky e Jean-Paul Sartre. Migliaia di personaggi e oltre mille articoli di giornale per ricostruire la cultura dell’epoca, l’ignavia e le controversie attorno alla malattia mentale: medici che non vedono, sindacati che proteggono i propri iscritti, partiti attenti a non urtare gli elettori e lo stesso Franco Basaglia contrario alla legge che porta il suo nome. Emerge uno scenario diverso da quello generalmente immaginato, nel quale diventano evidenti i retroscena dei controversi atteggiamenti dei politici, che contrastano le aperture progressiste di innovatori ormai dimenticati. Nel 1978, dopo anni di dibattito intensissimo, anche grazie alla diffusione dei quotidiani, la situazione non può più essere ignorata: quelli che il Ministro della Sanità, Luigi Mariotti, nel 1965 aveva definito «lager», chiudono finalmente i battenti.
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19 settembre 2016
Passione per la cronaca nera
"Non è solo la crudeltà del delitto a eccitare la curiosità, ma anche, da sempre, il suo contrappasso, la crudeltà della punizione. La ghigliottina è un grande tema dell'iconografia popolare (e delle canzoni). Il processo è il momento in cui l'evocazione del fatto di sangue e quella della pena sono presenti insieme, ed è proprio partendo dal processo che la cronaca suscita le emozioni popolari. "Processi celebri", che già dal 1825, con l' inizio della Gazette des Tribunaux, possono contare su un giornalismo specializzato, che ispirerà a sua volta tanto i grandi scrittori, da Stendhal a Balzac e a Sue, quanto i romanzieri d' appendice. L'"humour noir" intorno a delitti ed esecuzioni ha una circolazione non solo tra gli spiriti blasé, ma anche nella stampa popolare: nel 1884, si presenta un Giornale degli Assassini, "organo ufficiale degli Accoltellatori Riuniti" ("Abbonamenti: a mezzanotte, agli angoli di strada").
Italo Calvino
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Apocalisse Saddam?
L’Apocalisse Saddam, pubblicato nel 2002, è un pezzo di storia del nostro mondo. Un pezzo di storia del mondo che troppo spesso abbiamo seppellito sotto le macerie dell’indifferenza.
E’ Mimmo Càndito, corrispondente di guerra dai principali teatri di conflitto in Medio Oriente, Asia, Africa e Sud America durante il XX secolo e che ha seguito, tra l'altro, l'invasione sovietica dell'Afghanistan, l'operazione Enduring Freedom del 2002, i bombardamenti del Kosovo nel 1999, la guerra Iran-Iraq e le due guerre del Golfo, che si assume il difficile compito di illustrare la complessa situazione che per lungo tempo si sono trovate a subire le popolazioni arabe del Vicino Oriente.
E decide di farlo durante una congiuntura estremamente delicata per gli equilibri mondiali, ovvero nei mesi successivi all’11 settembre, quando la “tigre di carta” statunitense ha già rimesso in moto il suo enorme apparato bellico invadendo l’Afghanistan (7 ottobre 2001, ndr) e preparandosi a compiere un altro balzo nel vuoto, ovvero l’invasione dell’Iraq, guidato dal despota Saddam Hussein Al Tikriti.
Il presidente americano sospetta che Saddam Hussein possieda armi di distruzione di massa, gas nervini, sarin, tossine di botulino e Saddam in passato dei gas ha fatto largo utilizzo prima contro i curdi all’interno dei confini del suo stesso Stato e poi contro gli iraniani durante la prima guerra del Golfo quando Saddam era sostenuto anche dagli Stati Uniti e dall’intero blocco occidentale. Poco importava se i gas venivano usati contro i “bassiji” ovvero gli uomini-bambini, arruolati dall’esercito iraniano per difendere i confini.
Ma ora il secolo breve è terminato e cosi anche i suoi protagonisti, Khomeini non c’è più, l’Unione Sovietica è crollata, Reagan ha l’Alzheimer (morirà nel 2004, ndr), “è rimasto solo lui, il Raiss, a segnare una continua immutabile, al di là del tempo; forse anche fuori dal tempo”. Ma la nuova attenzione che Bush jr ha imposto al problema iracheno -identificato come fulcro principale dell’Asse del Male - ha finito per risvegliare un’attenzione che era stata travolta dall’evoluzione dei fatti.
L’obiettivo si è nuovamente focalizzato su Baghdad, come ai tempi di Bush Senior, in occasione della prima guerra del Golfo; operazione che terminò dopo solo 42 giorni con le truppe americane fermate mentre marciavano su Baghdad. In quel occasione Saddam e il regime si salvarono, graziati dagli interessi elettorali di Bush Senior che sognava la riconferma nel 1992 e da qualche scrupolo all’interno dell’amministrazione repubblicana nell’evitare un nuovo Vietnam. Tuttavia la ferocia e la crudeltà di Saddam fanno del regime instaurato a Baghdad uno dei peggiori al mondo, i corpi dei nemici vengono restituiti alle famiglie perché si sappia e quella ferocia venga diffusa. Tutti hanno paura di tutti, un quarto della popolazione irachena è nel registro degli informatori del Mukhabarat, la polizia politica del regime.
“Però Saddam è anche altro, il fallimento del sogno di costruire un Risorgimento arabo sfruttando la ricchezza dei petrodollari”. La guerra preventiva che il presidente Bush ha lanciato contro il Raiss mette assieme la battaglia contro il terrorismo, il controllo delle riserve petrolifere, la sperimentazioni di nuove armi e l’unilateralismo che da sempre è una forte tentazione statunitense si confronta con il desiderio del mondo di trovare un equilibrio nuovo dopo la destabilizzazione provocata dall’implosione del comunismo.
In queste pagine Mimmo Càndito ci racconta i piani segreti della guerra e la crisi del nostro tempo e lo fa intrecciando la storia del dispotico Raiss a quella del popolo iracheno, ripercorrendo le folli spartizioni coloniali che avvennero durante i trattati di Versailles e che crearono entità statuali nuove e senza tradizione e narrandoci con il punto di vista cinico e sincero dell’inviato le due “guerre del Golfo”, la prima quella tra Iraq e Iran e la seconda tra USA e Iraq in seguito all’invasione del Kuwait da parte dei secondi. E infine ci prospetta una scenario apocalittico, uno scenario non molto diverso da quello che poi si è realmente verificato. Certo era difficile prevedere Daesh nel 2002 ma la natura aborrisce il vuoto e quando gli Stati Uniti decisero di rimuovere il “loro mostro” avrebbero dovuto tenere conto di quello che poteva essere.
“Saddam ha fatto due guerre disastrose, contro l’Iran (per 8 anni) e contro gli Usa (per 42 giorni). Dice di averle vinte entrambe; forse gli è soltanto sopravvissuto. Ora è il tempo della terza guerra del Golfo; sopravvivere anche a questa gli sarà più difficile”. Quattordici anni dopo si può dire che probabilmente Mimmo Càndito non sbagliava ma naturalmente il giudizio sarà riservato ai posteri e alla storia.
E’ Mimmo Càndito, corrispondente di guerra dai principali teatri di conflitto in Medio Oriente, Asia, Africa e Sud America durante il XX secolo e che ha seguito, tra l'altro, l'invasione sovietica dell'Afghanistan, l'operazione Enduring Freedom del 2002, i bombardamenti del Kosovo nel 1999, la guerra Iran-Iraq e le due guerre del Golfo, che si assume il difficile compito di illustrare la complessa situazione che per lungo tempo si sono trovate a subire le popolazioni arabe del Vicino Oriente.
E decide di farlo durante una congiuntura estremamente delicata per gli equilibri mondiali, ovvero nei mesi successivi all’11 settembre, quando la “tigre di carta” statunitense ha già rimesso in moto il suo enorme apparato bellico invadendo l’Afghanistan (7 ottobre 2001, ndr) e preparandosi a compiere un altro balzo nel vuoto, ovvero l’invasione dell’Iraq, guidato dal despota Saddam Hussein Al Tikriti.
Il presidente americano sospetta che Saddam Hussein possieda armi di distruzione di massa, gas nervini, sarin, tossine di botulino e Saddam in passato dei gas ha fatto largo utilizzo prima contro i curdi all’interno dei confini del suo stesso Stato e poi contro gli iraniani durante la prima guerra del Golfo quando Saddam era sostenuto anche dagli Stati Uniti e dall’intero blocco occidentale. Poco importava se i gas venivano usati contro i “bassiji” ovvero gli uomini-bambini, arruolati dall’esercito iraniano per difendere i confini.
Ma ora il secolo breve è terminato e cosi anche i suoi protagonisti, Khomeini non c’è più, l’Unione Sovietica è crollata, Reagan ha l’Alzheimer (morirà nel 2004, ndr), “è rimasto solo lui, il Raiss, a segnare una continua immutabile, al di là del tempo; forse anche fuori dal tempo”. Ma la nuova attenzione che Bush jr ha imposto al problema iracheno -identificato come fulcro principale dell’Asse del Male - ha finito per risvegliare un’attenzione che era stata travolta dall’evoluzione dei fatti.
L’obiettivo si è nuovamente focalizzato su Baghdad, come ai tempi di Bush Senior, in occasione della prima guerra del Golfo; operazione che terminò dopo solo 42 giorni con le truppe americane fermate mentre marciavano su Baghdad. In quel occasione Saddam e il regime si salvarono, graziati dagli interessi elettorali di Bush Senior che sognava la riconferma nel 1992 e da qualche scrupolo all’interno dell’amministrazione repubblicana nell’evitare un nuovo Vietnam. Tuttavia la ferocia e la crudeltà di Saddam fanno del regime instaurato a Baghdad uno dei peggiori al mondo, i corpi dei nemici vengono restituiti alle famiglie perché si sappia e quella ferocia venga diffusa. Tutti hanno paura di tutti, un quarto della popolazione irachena è nel registro degli informatori del Mukhabarat, la polizia politica del regime.
“Però Saddam è anche altro, il fallimento del sogno di costruire un Risorgimento arabo sfruttando la ricchezza dei petrodollari”. La guerra preventiva che il presidente Bush ha lanciato contro il Raiss mette assieme la battaglia contro il terrorismo, il controllo delle riserve petrolifere, la sperimentazioni di nuove armi e l’unilateralismo che da sempre è una forte tentazione statunitense si confronta con il desiderio del mondo di trovare un equilibrio nuovo dopo la destabilizzazione provocata dall’implosione del comunismo.
In queste pagine Mimmo Càndito ci racconta i piani segreti della guerra e la crisi del nostro tempo e lo fa intrecciando la storia del dispotico Raiss a quella del popolo iracheno, ripercorrendo le folli spartizioni coloniali che avvennero durante i trattati di Versailles e che crearono entità statuali nuove e senza tradizione e narrandoci con il punto di vista cinico e sincero dell’inviato le due “guerre del Golfo”, la prima quella tra Iraq e Iran e la seconda tra USA e Iraq in seguito all’invasione del Kuwait da parte dei secondi. E infine ci prospetta una scenario apocalittico, uno scenario non molto diverso da quello che poi si è realmente verificato. Certo era difficile prevedere Daesh nel 2002 ma la natura aborrisce il vuoto e quando gli Stati Uniti decisero di rimuovere il “loro mostro” avrebbero dovuto tenere conto di quello che poteva essere.
“Saddam ha fatto due guerre disastrose, contro l’Iran (per 8 anni) e contro gli Usa (per 42 giorni). Dice di averle vinte entrambe; forse gli è soltanto sopravvissuto. Ora è il tempo della terza guerra del Golfo; sopravvivere anche a questa gli sarà più difficile”. Quattordici anni dopo si può dire che probabilmente Mimmo Càndito non sbagliava ma naturalmente il giudizio sarà riservato ai posteri e alla storia.
Gianluca Pedemonte
Mimmo Càndito
L’Apocalisse Saddam
Baldini & Castoldi,
Milano 2002
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16 settembre 2016
In libreria
Davide Bagnoli
La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione.
Temperino rosso, Brescia, 2016, pp. 128.
Descrizione
Questi i casi di cronaca nera che Bagnoli ricostruisce con cura analitica e propone al lettore con una scrittura libera da enfasi retorica e in grado di immetterlo nella drammaticità dei fatti, mentre lo induce a riflettere sul sistema del racconto prodotto dai media e dalla curiosità del pubblico". Queste parole di Alessandro Bosi, docente di Sociologia Generale all'Università di Parma, racchiudono il senso di un libro che propone una duplice lettura dei fatti di cronaca che hanno appassionato e angosciato il nostro Paese. La spettacolarizzazione sfrenata a cui abbiamo assistito è figlia soltanto di logiche commerciali o anche il giornalista finisce per subire la forte attrazione di quanto racconta? Cosa prova il giornalista mentre tenta di raccontare in modo oggettivo l'accaduto? Quanto spesso è stata varcata la soglia del rispetto del dolore altrui? In questo libro è contenuta la risposta dell'autore, preceduta dall'analisi di come sono stati raccontati i fatti più emblematici della storia della cronaca nera italiana.
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14 settembre 2016
Tra Social e All-News
Si può dire che l'evoluzione del mestiere del giornalista e
dell'organizzazione editoriale e redazionale sia stata sempre in qualche modo
al centro dell'attenzione e degli interessi di Michele Mezza. Giornalista Rai
fra i più noti e popolari, inviato in URSS e in Cina negli anni 70 e 80, poi
nelle guerre dei Balcani fino agli anni 90, già in quella veste - che può
essere considerata iconica del grande giornalismo della tradizione: essere
presente in prima linea laddove avvengono i fatti che fanno la Storia -
si pone il problema di individuare nuove forme di narrazione giornalistica,
quali il documentario radiofonico, per le quali ottiene anche importanti
premi e riconoscimenti. Negli anni 90 collabora al piano di unificazione
dei GR, nel 98 progetta Rai News 24, primo canale all-news della televisione
italiana, del quale diventa vice direttore. Insomma un giornalista che,
interpretando e vivendo con passione i fondamentali della propria
professione, si interroga sulla sua evoluzione. Prima dal "di dentro"
- sul campo - poi, allargando i propri orizzonti professionali come docente di
culture digitali all'Università Federico II di Napoli, studiandone i sempre più
rapidi cambiamenti nel grande e tumultuoso oceano della rivoluzione digitale,
che sta travolgendo il mondo dell'informazione.
Il giornalismo nel nostro tempo dominato dalla Rete, dai social,
dalle grandi potenze del mondo digitale: cosa è, cosa sta diventando,
dove sta andando, quale è il suo ruolo, e prima di tutto: ha ancora un
ruolo il mestiere del giornalista? Queste sono le domande epocali alle quali
cerca di dare una risposta "Giornalismi nella rete - per non essere
sudditi di Facebook e Google", il più recente libro di Michele Mezza,
pubblicato da Donzelli.
Impostato esso stesso in modo innovativo, con la parola scritta
accompagnata in parallelo dal costante uso di QR code che rimandano ad
approfondimenti, video, dati aggiornati in tempo reale, il libro è avvincente,
scorre rapido e chiaro nella narrazione, una pagina tira l'altra come in una
storia di cui si vuole vedere il finale. Ma - nella sua briosa
effervescenza - è in realtà un'opera complessa, che affronta temi di portata
globale e in continuo divenire, quindi difficilmente afferrabili e
sistematizzabili.
Lo strapotere delle grandi centrali di servizi, come Google, Amazon; la
"dittatura" dell'algoritmo che si assume il compito di decifrare cosa
vuole il pubblico; gli accordi editoriali e i passaggi di proprietà di testate
mitiche come New York Times e Washington Post, che vanno verso una dimensione
in cui il giornale non è più erogatore di informazioni ma di servizi;
l'informazione non più come fine ma come mezzo per stringere legami di
affidabilità con il lettore; la rete come "listening system" che
veicola e incrocia le informazioni e opinioni degli utenti con quelle delle
redazioni; la struttura della versione web del giornale che, nella difficile
lotta di sopravvivenza delle testate anche più prestigiose, abbandona ogni
similitudine con quella del cartaceo, fino al New York Times e al Guardian che
affidano direttamente a Facebook la diffusione delle proprie notizie; il ruolo
importante delle amministrazioni locali per creare infrastrutture della
comunicazione in grado di dare voce e quindi potere alle proprie comunità, in
un contesto dell'informazione polarizzato fra "global" e
"hyperlocal"...
Dalle molte e complesse suggestioni offerte dal libro esce il quadro di un
mondo della comunicazione tumultuoso e per alcuni aspetti contraddittorio, dove
le tradizionali coordinate di tempo e spazio - basi del concetto stesso di
notizia - perdono di significato, al punto che le tradizionali 5 w
diventano 6, dove la sesta sta per "while".
Un mondo in cui la storica distinzione di ruolo fra produttore della
notizia - il giornalista - e fruitore - il lettore - è annullata da
un'informazione che nasce dall' interazione e abbattimento della distanza
spaziale e temporale fra produttore e utilizzatore: il divorzio fra testimone e
giornalista, il matrimonio fra redattore e lettore.
Determinando una rottura netta rispetto alla tradizione, e
un'evidente discontinuità nel prestigioso ruolo sociale che la cultura degli
ultimi due secoli ha riservato al giornalista, i social network e
l'accelerazione della trasmissione dell'informazione impongono il passaggio,
come acutamente sintetizza Mezza, dal broadcasting, tipico del mezzo
televisivo e dei media di massa (che tende ad omogeneizzare e unificare -
processo da uno a tanti) al networking dell'universo digitale
(distinzione e diversificazione - da tanti a ciascuno).
Citando spesso Benjamin e Mc Luhan, Mezza dimostra d'altra parte che il
processo per cui i mezzi e le modalità del comunicare condizionano i linguaggi
e determinano i contenuti parte da lontano. L'attuale rivoluzione non è
determinata dalla tecnologia, ma da un'esigenza della società a cui la
tecnologia, come sempre nella storia, ha dato una risposta.
Dove sta allora il futuro della professione giornalistica? E
soprattutto, ha un futuro il giornalismo?La risposta è sì, a patto che il
giornalista viva la propria professione e professionalità in modo totalmente
diverso dal passato, non proponendosi come portatore della verità, ma come
regista di processi sociali nuovi, in cui la notizia nasce dalla e nella
condivisione della rete, aiutando gli utenti a non soggiacere al nuovo e
insidioso volto del potere: l'algoritmo semantico, che pretende di interpretare
volontà e bisogni della rete. Volontà e bisogni che invece devono rimanere ben
saldi nelle mani di quegli esseri umani che in definitiva "sono" la
rete.
Così, dice Mezza, qui sta il nuovo ruolo del giornalista: da "cane da
guardia" delle istituzioni, a " cane da guardia" dell'algoritmo.
Marisa Gardella
Michele
Mezza.
Giornalismi
nella rete. Per non essere sudditi di Facebook e Google
Donzelli,
Roma, 2015, 268 pp.
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Giornalismo digitale,
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Recensione,
Social Media
12 settembre 2016
Giornalismo a “stelle e strisce”
Nel libro Il giornalismo americano l’autore, Fabrizio Tonello, professore di Scienza dell’opinione pubblica presso
l’Università di Padova (e VisitingFellow alla Columbia University di New York),
ripercorre l’evoluzione storica del giornalismo a “stelle e strisce”.
Dalla nascita ai giorni nostri, ciò che viene messo in luce sono le
trasformazioni tecnologiche e ovviamente economiche che la stampa americana ha
dovuto non solo affrontare, ma anche subire.
Tonello si sofferma sul netto
cambiamento emerso a partire dagli anni 70’, periodo storico in cui nasce
quello che lui definisce “giornalismo interpretativo”, che si trasformerà, più
avanti, in “frammentario”.
Si assiste all’abbandono di pilastri quali “verità” e “credibilità”, da sempre
elementi ritenuti imprescindibili e valori su cui la stampa, da sempre, ha
fondato la propria identità, messi da parte e sostituiti in nome del nuovo
format che si andava affermando: l’informazione-intrattenimento o, per dirla
all’americana, infotainment.
Finisce l’era dei giornalisti come Pulitzer e Hearst, anche se restano tutte le
novità introdotte, a livello grafico, i grandi titoli su tutti, per far posto
ad un giornalismo investigativo davvero “pesante” e “profondo” i cui fautori
vengono definiti muckrakers, dove la precisione e l’ispirazione politica
ispiratrice degli anni 70’ cessa di esistere.
Con il progresso tecnologico che porta ad una drastica riduzione di prezzi di
vendita e di stampa aumenta il peso e la presenza della pubblicità. A farne le
spese non sono più solo i giornali, e quindi la carta stampata, ma anche i
nuovi mezzi che si stanno diffondendo: la radio e la televisione.
Non importa come i mezzi di comunicazione fossero utilizzati, negli Stati Uniti
fino alla guerra del Vietnam, questi ricoprono un ruolo quasi sacro.
L’obiettivo era uno solo: difendere i valori americani.
Ed è proprio il Vietnam, insieme anche allo scandalo del caso Watergate, che si
sviluppa durante gli anni della guerra, a lasciare un segno indelebile sul mondo
del giornalismo statunitense. Anche se, forse, si è trattato più di una
vittoria della magistratura e del Congresso rispetto a quella della stampa.
Con lo sviluppo dell’infotainment gli standard tipici della TV iniziano ad
imporsi anche alla carta stampata. È l’era delle soft news, della
personalizzazione delle notizie e delle storie-spazzatura che avevano il solo
obiettivo di accrescere gli introiti. Quello del caso Watergate fu anche un
periodo in cui maturarono nuovi strumenti come la tv via cavo o il McPaper, un
quotidiano “facile e veloce da consumare come un hamburger”. Successivamente
nacquero Cnn nel 1980 e Usa Today nel 1982. Tonello afferma che lo scandalo
dell’hotel divenne un mito proprio nel momento in cui i fattori strutturali
della crisi successiva della crisi americana iniziavano a manifestarsi.
Interessante anche la spiegazione data da Tonello sulle proposte di John Edgar
Hoover, capo dell’Fbi pronto a tutto pur di eliminare Martin Luther King dalla
scena politica. Il direttore del Bureau of Investigation fece preparare un
dossier in cui venivano provate le scappatelle di
King, con tanto di rumore dei rapporti sessuali. L’Fbi offrì il materiale a
varie testate nazionali tra cui il Times. Tutti i giornali contattati si
rifiutarono di pubblicarlo. Tonello sostiene una tesi alla base di questa
scelta: “L’unica spiegazione possibile è che il giornalismo di allora
considerava la politica come una cosa seria, un campo i cui temi (un conflitto
nucleare o un’esplosione di violenza razziale che finisse in una guerra civile)
apparivano così importanti a chiunque da relegare le storie di adulterio al di
fuori del perimetro delle notizie pubblicabili.” Notizie di infedeltà
matrimoniali erano impubblicabili anche per John Kennedy, ma non, di fatto per
Bill Clinton, che ha dovuto affrontare lo scandalo Lewinsky, lanciato non da un
medium tradizionale, ma da un sito “pettegolo”, Drudge Report. Sulla testata
online di Matt Drudgevenne detto che Newsweek era incerto se pubblicare o no la
storia. La mattina dopo il Washington Post
dedicò la prima pagina all’episodio.
Anche la politica
viene trasformata in spettacolo, le sorti del paese ora sono messe in secondo
piano, tutto ruota attorno alla figura del politico a cui, per ottener
consensi, viene richiesta più una buona dote da oratore rispetto a vere e
proprie competenze in materia. Tonello si sofferma, in particolare, su una
caratteristica dell’opinione pubblica americana nei confronti dei giornalisti:
il legame tra media e patria. O, ancora meglio, tra media e amore per la
patria. Una buona metà degli americani – afferma Tonello – vuole dei media
patriottici ed è disposta a considerarli credibili e professionali solo quando
lo sono, rispecchiando così un tratto sociale della realtà americana.
Guglielmo Mazzola
Fabrizio Tonello
Il giornalismo americano
Carocci, Roma, 2005, 144 pp.
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Libri ri/trovati,
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USA
11 settembre 2016
In libreria
Simone di Biasio
Guardare la radio. Prima storia della radiovisione italiana
Mimesis, Sesto San Giovanni, 2016, 136 pp.
Descrizione
Guardare la radio. Prima storia della radiovisione italiana
Mimesis, Sesto San Giovanni, 2016, 136 pp.
Descrizione
“Che un giorno non tanto lontano noi potremo radiovedere non è in alcun modo dubbio”: così scriveva il Radiocorriere nel 1931. Ma quanti oggi guardano la radio, oltre che sentirla? Che cos’è la radiovisione? Secondo Maurizio Costanzo “è una radio che studia da televisione” e questo aiuta già a distinguere: la storia della radiovisione non è la storia della radiotelevisione italiana. O meglio, è una storia della televisione dal punto di vista della radio, il medium sempre dato per spacciato e invece puntualmente rinato. Attualmente la radiovisione è una precisa tecnologia di trasmissione e dunque il termine ha bisogno di essere definito univocamente. Non si tratta di un’espressione moderna: dal 1920 al 1947 è stato il vecchio nome della “grande sorella” tv ai tempi dei primi “esperimenti radiovisivi” dell’EIAR (ma anche di singoli), mentre nel 2000 il network Rtl 102.5 (e con esso altre realtà) ha ridefinito il concetto dando uniformità ai processi di rimediazione. Al centro di queste due epoche sta inoltre il periodo florido della “musica da vedere” negli Anni Settanta e Ottanta, quando le prime radio libere trasmettevano anche in televisione e quest’ultima prendeva in prestito dalla radio linguaggi e fortunati programmi.
Questo saggio è una storia di convergenza tecnologica e l’affermazione dell’ecologia comunicativa secondo cui ogni nuovo medium non espunge il precedente, bensì lo integra nel proprio ecosistema mediale. La radio è il (super)medium con il maggior numero di resurrezioni.
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07 settembre 2016
In libreria
Arturo Marzano,
Onde fasciste. La propaganda araba di Radio Bari (1934-43)
Carocci, Roma, 2015, 448 pp.
Descrizione
Il volume ricostruisce l’esperienza di Radio Bari (1934-43), la prima stazione europea a trasmettere in arabo. Grazie ad una ricerca condotta in numerosi archivi in Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Marocco, emergono da queste pagine i protagonisti di Radio Bari, dai responsabili politici agli autori, agli ospiti, agli speaker, nonché i programmi che la radio ospitò. Le trasmissioni culturali (conversazioni, canzoni, pièce teatrali) furono apprezzate dal pubblico arabo, mentre quelle politiche (i notiziari) non ebbero successo perché scontavano una contraddizione insuperabile della propaganda e, più in generale, della politica estera fascista: Roma corteggiava i nazionalismi arabi e attaccava Londra e Parigi con l’obiettivo di sostituirvisi come potenza egemone nel Mediterraneo e in Medio Oriente, senza considerare che quei nazionalismi si sarebbero opposti con uguale forza al dominio coloniale italiano. Proprio attraverso Radio Bari e la sua “guerra delle onde” con Radio Londra, Radio Paris Mondial e Radio Berlino, il libro, al confine tra storia delle relazioni internazionali, storia transnazionale e storia dei media, mette in luce come la politica araba dell’Italia fascista fosse, nonostante le ambizioni imperiali, destinata al fallimento.
*Link all'Indice del libro:http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&task=schedalibro&Itemid=72&isbn=9788843067497
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