Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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27 luglio 2013

In libreria

Donatella Cherubini
Stampa periodica e Università nel Risorgimento.
Giornali e giornalisti a Siena
Milano, Franco Angeli , 2013, pp. 320
Descrizione

Nevralgica per l'opinione pubblica nazionale, la stampa periodica del Risorgimento ebbe a Siena caratteri al tempo stesso originali ed emblematici. L'antica tradizione dell'Ateneo trovò nell'impegno giornalistico un nuovo mezzo per diffondere le idee, il sapere e il confronto intellettuale coinvolgendo anche la comunità cittadina. Fermenti giacobini, dibattiti tra giuristi, cospirazioni, stampa clandestina alimentarono un periodo intenso e vivace. Studenti e docenti furono accomunati dagli ideali "liberali" culminati nella mobilitazione neoguelfa di Curtatone e Montanara, mantenendo l'opposizione al governo dopo il 1849.
 Si conferma così il ruolo della Toscana nell'unificazione, pur con il tormentato superamento della tradizione leopoldina fino alla scelta piemontese. L'Università era protagonista anche nella modernizzazione tipica del Risorgimento: sebbene legata al mito medievale della Repubblica, Siena visse il processo risorgimentale quale veicolo e sponda verso la modernità. Inoltre risulta in parte ridimensionata l'immagine di città legittimista, con il ceto borghese imprenditoriale che affiancò l'aristocrazia nella nuova classe dirigente, ma anche con una variegata presenza democratica. Già in contatto con intellettuali e giornalisti fiorentini, dopo la svolta riformista del 1847 i docenti senesi contribuirono alla nascita del "Popolo", periodico incisivo e capace di rispecchiare il '48 non solo locale. Il percorso di alcuni studenti, poi divenuti famosi giornalisti, consente infine di guardare alla costruzione dell'opinione pubblica nel Regno d'Italia. La nuova stampa senese si presentò allora ricca e articolata; mentre la tensione ideale del Risorgimento si andava comunque smorzando, a Siena restava la memoria di una vicenda che aveva segnato tutta la città.
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16 luglio 2013

In libreria

Fuori campo. Letteratura e giornalismo nell'Italia coloniale 1920-1940
a cura di Monica Venturini
Perugia, Morlacchi, 2013

Descrizione
«L’antologia che qui si presenta, dal quanto mai emblematico titolo di Fuori campo, indaga i modi e le forme della ricezione e dell’interpretazione del colonialismo italiano nel periodo che va dall’ascesa di Mussolini alla guerra d’Etiopia, agli anni immediatamente successivi. Alla base di questo lavoro c’è un complesso e articolato lavoro di reperimento, di catalogazione e di approfondimento storico-letterario di libri e scritti giornalistici dedicati alle vicende della politica coloniale italiana. Tra biblioteche pubbliche, collezioni private e mercato antiquario, è venuta alla luce una sorprendente e variegata quantità di materiale, finora rimosso e accantonato, di grande interesse e valore documentario sia per ricostruire le modalità della propaganda fascista nella costituzione di un impero coloniale e del relativo immaginario collettivo, sia per seguire la rielaborazione di precisi generi letterari, come il romanzo, il racconto, la memorialistica, il diario di viaggio, il reportage, la cronaca giornalistica, le corrispondenze di giornalisti-scrittori. […]. Questo volume antologico […] si presenta dunque come importante tappa di una maggiore conoscenza e comprensione e di una rinnovata diffusione della costruzione di un immaginario che è stato a lungo misconosciuto e rimosso, ma che ha continuato certamente ad agire, anche se in modo latente, nell’inconscio collettivo del nostro paese».

*link all'Indice e alla Prefazione

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13 luglio 2013

In libreria

Angelo Cimarosti
Te la do io la notizia!
Milano, Ugo Mursia Editore, 2013, 134 pp.

Descrizione
Nessuna redazione può avere decine di migliaia di corrispondenti da ogni città, quartiere, cortile. Negli ultimi anni però il giornalismo partecipativo ha reso possibile la moltiplicazione delle fonti delle notizie nel mondo. Videocamere e smartphone collegati al web, in mano ai cittadini, sono uno strumento potentissimo. Dopo pochi secondi un evento può essere diffuso in rete e ripreso dai media tradizionali. In Italia YouReporter.it, con 65.000 iscritti e 400.000 contributi nei primi cinque anni, è una finestra per capire chi sono i citizen journalist e cosa li spinge a raccontare le proprie storie. Terremoti, frane e alluvioni, incidenti e naufragi, manifestazioni e scontri di piazza, rifiuti in strada e monumenti abbandonati, tradizioni e qualche follia, tutto passa attraverso "file" inviati sul web. Dal telefonino ai media italiani e ai network internazionali, è l'epoca delle "news from you", le notizie fai da te. Con tutti i cambiamenti, i vantaggi e i rischi che questo comporta.

12 luglio 2013

Una donna alla Ville de Paris


 
Si profila una bella battaglia per la prossima corsa a Sindaco di Parigi, dove la "gauche" governa da 12 anni. Una campagna elettorale tutta "rosa" vedrà fronteggiarsi per la prima volta due donne particolarmente brillanti: Anne Hidalgo, candidata socialista, di origini spagnole (nata a Barcellona) e Nathalie Kosciusko-Morizet, quarantenne di origini polacche, ex ministra del governo Sarkozy. Una bella lezione anche per l’Italia.
La Hidalgo, delfina dell’attuale sindaco parigino Bertrand Delanoe, che è in carica da 14 anni ed ha rinunciato a presentarsi alle prossime elezioni amministrative del 2014, è iscritta al Partito Socialista dal 1994 ed è leggermente favorita nei sondaggi. Ha un carattere determinato e incuriosisce non solo i francesi. "El Pais" (Miguel Mora) ha fatto un bel ritratto di quella che ha definito la "orgullosa espanola". La Morizet viene da una famiglia borghese, cerca di presentarsi come rappresentante di una destra moderna e cosmopolita a caccia dei voti dei cosiddetti "bobos" (che sta per "bourgeois bohémien") di Parigi, è molto sensibile alle tematiche ambientali. Certo non le sarà facile l’impresa, ma potrebbe essere avvantaggiata dal quadro politico nazionale che in questa fase vede il premier Hollande in calo di consensi. Ma da qui al prossimo anno il barometro dei consensi per Hollande, soprattutto se la situazione economica migliorerà, potrebbe cambiare, tanto più che, a destra, l’UMP appare gravemente in crisi, lacerato dagli scandali, confuso e diviso dopo le ultime batoste elettorali. I duri dell’UMP, il movimento di estrema destra nazionalista "Bloc identitaire" non vedono di buon occhio la Morizet, infatti, durante le primarie per la candidatura alla Maire de Paris, hanno cercato di ostacolarla per il fatto che, alle recenti votazioni sulla legge sul matrimonio omossessuale, si è astenuta anziché votare contro. Chirac, che l’ha scoperta, la chiamava la "rompiscatole".
Anche la Hidalgo è una donna molto carismatica, che, non caso, il quotidiano di sinistra israeliano Haaretz ha definito "Una parigina per le masse". È figlia di immigrati sfuggiti al franchismo che si sono trasferiti a Lione nel 1961, quando lei aveva due anni. È femminista da sempre, ma contraria alle strumentalizzazioni della condizione femminile, tanto che a suo tempo non ha appoggiato la candidatura di Segolène Royal alle presidenziali. Poi per lei è arrivato l’importante appoggio ufficiale dell’attuale Sindaco Delanoë che la descrive come una "donna competente, autentica e determinata che sarà totalmente dedita a Parigi e ai Parigini e che possiede tutte le qualità per dirigere la Ville de Paris". Anne, alle prossime municipali, non potrà contare sull’appoggio del Partito comunista, che correrà stavolta da solo.
Insomma, quello tra Anne Hidalgo e Nathalie Morizet sarà un bel duello. C’è una cosa che francamente ti spiazza sentendole parlare: in Italia magari le troveremmo nello stesso partito, il PD! Eppure non è che la società civile francese sia, tutto sommato, tanto diversa da quella Italia o di altri paesi dell’Europa occidentale. Evidentemente, c’è una storia diversa, ma anche una società politica che funziona in modo molto differente.
Alessandra Panetta
 
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09 luglio 2013

Genova in libreria

Franco Monteverde
Sono Franco. Pagine di cultura a Genova dall'Istituto Gramsci a oggi
Genova,  Red@zione, 2013, pp. 249.
Descrizione
Questo libro è contemporaneamente la documentazione sull’attività svolta dall’Istituto Gramsci nella Genova degli anni Ottanta-Novanta del XIX secolo e – forse, soprattutto – un “discorso” sulla cultura e sulla cultura plitica in Liguria da quel periodo a oggi. Franco Monteverde, che del Gramsci (fondato nel 1973) fu direttore per quasi dieci anni, utilizza le molte informazioni conservate sugli incontri e le iniziative pubbliche dell’Istituto Gramsci per svolgere una serie di ragionamenti su Genova e su tutta la regione. La prima notazione è come, in buona parte, l’attività culturale di quel periodo (non solo del Gramsci, ma anche del Circolo Turati, del Gallo, di alcune riviste oggi scomparse) trovasse un radicamento nel dibattito sulla trasformazione della città. Di come discutere su temi urbanistici, giuridici, filosofici, politici, ma anche sull’arte, fosse molto spesso un modo per approfondire e presentare temi di attualità – o che avrebbero dovuto essere di attualità – per realizzare una “cultura del fare”. Ma questro libro è anche molto di più. Partendo dai temi discussi al Gramsci, Monteverde propone una propria visione di Genova che, partendo dalla storia, analizza il recente passato e giunge all’attualità, entrando tra le quinte delle trasformazioni, ma anche delle occasioni perdute, e guardando alle possibili sfide che ancora oggi si presentano ai genovesi. Dagli anni Ottanta del Novecento, il panorama cittadino e regionale è profondamento mutato sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista economico e politico. Quello che emerge in modo netto è come si sia in buona parte disperso, assieme alla voglia di discutere e di provare a realizzare un futuro, anche un significativo gruppo di uomini di cultura che volevano incontrarsi per ragionare assieme. Si è assistito a uno “sfrangiamento”, a un’atomizzazione che non favorisce né il dibattito né la ricerca di soluzioni utili a costruire un futuro. Monteverde, in una ricostruzione che è anche analisi e ricordo di tante persone in buona parte scomparse, prova a proporre di tornare a parlare, a discutere. E avanza anche alcune proposte per la Genova di domani.
Franco Monteverde (Genova 1933) studioso di eventi politici e sociali, è stato dirigente politico e amministratore del Comune di Genova e direttore dell'Istituto Gramsci Ligure. Ha pubblicato “La città mutante. Demografia e risorse di Genova” (Sagep 1984); “Le dinamiche demografiche in storia d'Italia. Le ragioni dall'unità ad oggi” (Einaudi 1995); “I liguri. Un'etnia tra Italia e Mediterraneo” (Vallecchi, 1995); “Sovranità e autonomie mediterranee. Genova e la Liguria” (Vallecchi, 1997); “Liguria Sovrana” (De Ferrari, 1999); “L'oltregiogo. Una terra strategica per l'Italia” (De Ferrari, 2006); “Il Limonte” (De Ferrari, 2009). In questa collana ha pubblicato “Volo libero sul 30 giugno 1960 a Genova” (2011). Dal 1998 è direttore del Centro internazionale di Cultura La Maona.

07 luglio 2013

In libreria

Adolfo Ceretti - Roberto Cornelli
Oltre la paura. Cinque riflessioni su criminalità, società e politica
Milano, Feltrinelli, 2013, 256 pp.

Descrizione
A fronte delle continue proposte di aumentare le pene, di incrementare la presenza e la visibilità delle forze di polizia e di adottare una politica di rigore nei confronti del degrado e delle inciviltà, di cui gli stranieri sarebbero i principali portatori, la sensazione per chi studia la “questione criminale” è che pochi opinion leader possiedano una conoscenza approfondita del campo penale, vale a dire di quella rete di istituzioni (tribunali, carceri, ospedali psichiatrici giudiziari, servizi sociali, case di lavoro, case di rieducazione, riformatori giudiziari ecc.) e di varie forme di relazioni supportate da agenzie, ideologie, pratiche discorsive, tra cui i saperi criminologici, sociologici, psichiatrico-forensi. Il dibattito pubblico si sviluppa infatti attorno a espressioni – come tolleranza zero, certezza della pena, lotta all’immigrazione – che, sebbene richieste dal codice politico bipartisan e invocate dalle proteste di piazza (mediatica), non sono in grado nemmeno di cogliere quali siano i problemi di insicurezza, convivenza e ordine caratteristici della vita nelle città. Questo libro intende contrastare la tendenza diffusa ad adagiarsi su soluzioni preconfezionate in un dibattito pubblico sclerotizzato, fornendo in modo semplice e chiaro alcuni spunti di riflessione sulla dimensione penale che possono essere utili come armamentario argomentativo per chi si interessa di politica. È un saggio di “criminologia politica”, che non discute quale politica del diritto, sociale, penitenziaria e del controllo sia più opportuno adottare per obiettivi specifici; approfondisce invece i fondamenti delle attuali politiche di sicurezza allo scopo di orientarle in senso democratico, in funzione di un progetto di società civile e aperta che sappia andare oltre la dimensione della paura nella convivenza.
 
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04 luglio 2013

In libreria

Nigel Warburton
 Libertà di parola
Milano, Raffaello Cortina Editore, 2013, 144 pp.

Descrizione
“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.” Questa frase, attribuita a Voltaire, è spesso citata dai sostenitori della libertà di parola. Eppure è raro trovare qualcuno pronto a difendere ogni espressione in ogni circostanza. Quali ne sono, dunque, i limiti? Nigel Warburton offre una guida concisa a questioni importanti che sfidano la società moderna sul valore della libertà di parola: dove dovrebbe tracciare la linea di confine una società civilizzata? Dovremmo essere liberi di offendere la religione di altre persone? Ci sono buone ragioni per censurare la pornografia? Internet ha cambiato tutto? Questa breve introduzione è un’analisi provocatoria, chiara e aggiornata dell’assunto liberale secondo cui è opportuno proteggere la libertà di parola a ogni costo.
 
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01 luglio 2013

Media per la società polifonica

Viviamo, per nascita contemporaneamente in due mondi, due comunità: nel cosmo (la natura) e nella polis (la città/stato). L’individuo è radicato in un cosmo, ma vive in città diverse, in territori diversi, diversi etnicità, gerarchie, nazioni e religioni. Ciò non genera esclusione, piuttosto produce una forma di appartenenza plurale inclusiva. Pertanto, tutti gli esseri umani sono uguali, ma appartengono a diversi stati, organizzati ed unità territoriali (polis). Nonostante questa pluralità, esiste un tabù mediatico che si impegna nel deferenziare l’uomo in orientale o occidentale, buono o cattivo, ricco e povero, io e l’altro. L’essere umano deve essere capito in una gamma di chiaroscuri e nello sfumature di colori. Per questo si ha bisogno d’informazione, sensibilità culturale, contesto sociale, politico, ecc. per potere canalizzare e riuscire a fare una critica ed una opinione con responsabilità.
A questo si riferisce Roger Silverstone quando racconta la storia di un fabbro afgano; un racconto molto illustrativo che fa capire il significato d’ un tabù mediatico fra la definizione dell’"altro". La vita, il pensiero, le abitudini, la cultura, l'educazione, la lingua, le tradizioni, ecc. Ogni essere umano è uguale a me, però  con tutte le sue differenze.
Oggi, nel mondo globalizzato e grazie ai media (i giornali, la radio, la televisione e il web) é possibile guardare lontano. Cosa significa questo? Significa che guardiamo attraverso un telescopio moderno (i media) il mondo ed a gli altri. Una mescola di culture polifoniche: il termine polifonia si definisce in musica uno stile compositivo che combina 2 o più voci (vocali e/o strumentali) indipendenti, mantenendosi differenti l’una dall’altra sia dal punto di vista melodico che ritmico, pur essendo regolate da principi armonici. Questo concetto descrive perfettamente il termino culture polifoniche, che osserviamo da lontano, dove ogni una si combina in voce, "la rappresenta" a livello internazionale, oppure "la esclude", al non essere presente in quel momento, in una scena globale.
Attualmente, è molto frequente questa ultima tendenza a escludere, criticare, etichettare, classificare, sub estimare all’ altro, attraverso lo che si vede e sente, però senza etica e responsabilità di stare veramente informato. Così, si prende con molto leggerezza una notizia e le informazione sull’altro. E responsabile tanto chi trasmette, tanto chi riceve la notizia (giornalisti, registi, narratori, produttori di immagini, i propri soggetti, spettatori ed ascoltatori) indagare sulle fonte più genuine della informazione.
Per altra parte, si può parlare dell’esistenza di’ una enorme disuguaglianza. Disuguaglianza di acceso alla informazione, a la educazione, ad essere partecipe e portavoce culturale delle minoranze(che tante volte non hanno acceso ai media locali come un radio o televisione, di meno si può pretendere a parlare dei media globali). Dove il potere di sua voce resta nascosto, ignorato, sub estimato, per il fatto che se no è visibile in media, si può credere che non esiste.
Come interferisce questo potere in media e cosa è il potere? Il concetto di potere per Machiavelli, è stato la capacità che ha un governante (Il Principe) di vincere a suoi avversai. Dominare sui sudditi e perpetuarsi in quello stato di potere, dove, per potere arrivare a questi obiettivi, qualsiasi mezzi sono stati giustificati. Così, in una frase, Machiavelli diceva: che il fine giustifica i mezzi. Quindi, il Potere dei media è un arma a doppia lama, perché può essere vincolo di unione e allo stesso un indicatore di separazione fra le culture, le minoranze e il uomo. Cosi, come può alzare la voce e dare a conoscere una cultura sconosciuta, uno stilo di vita: le tribù persi come la Zoè (comunità primitiva del Brasile), condannare una tribù urbana de delinquenti come Los Salvatruchas (originari d’ El Salvador, presente in Guatemala, Honduras, Messico e gli Stati Uniti). Può esibire o cancellare una identità. Si a questo, aggiungiamo che il potere e immerso in una riviera d’ interessi politici che favoriscono ai particolari, non è veramente genuino lo che a volte si può trasmettere e ricevere noi gli espettori (si anche siamo apatici, passivi a cercare diverse fonti d’ informazione), quindi attraverso i media che usano la notizia, si può arrivare a disinformare, manipolazione, ingannare, usufruire ed creare uno spazio d’ ignoranza in un popolo che non ha la responsabilità d’ indagare, leggere, investigare, sostentare quello che li arriva in forma di notizia.I mass media, come internet, contribuisce alla diffusione delle arene di attività politica e culturale, spingendole anche verso i margini e le periferie. Può significare la medicina o il veleno.
Insomma, il principale ruolo culturale dei mezzi di comunicazione di massa consiste in questo: una media-zione infinita tra deferenza e uguaglianza. Media è uguale allo spazio del apparire, della apertura d’una finestra alla comunicazione col mondo, con gli altri, con la cultura polifonica, con la pluralità oppure la disuguaglianza. Una volta che i mezzi di comunicazione hanno aperto una finestra sul mondo, non possiamo certo fare finta che là fuori non ci sia niente.
Per concludere: é vitale, svolgere una responsabilità verso quello che si vede e si ascolta. E la semplice visione di certe immagini non significa certo che ci crediamo in condizionalmente né che le comprendiamo appieno, per capire non basta guardare.
Dovemmo indagare, mettere in dubbio quello si vede, che si sente in nostra società e ‘vita pubblica’.
Sandra Nelly Flores Ugarte
 
 
Roger Silverstone
Mediapolis. La responsabilità dei media nella civiltà globale.
Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp. 311.

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29 giugno 2013

Margherita Hack

"Ma di certo, l’enigma più grande e straordinario, ancora più che l’universo, è la nostra mente, di cui ancora sappiamo tanto poco, molto meno di quello che essa ha capito dell’universo.” 
Margherita Hack
 

*M. Hack, Il mio infinito, Milano, Dalai, 2011.


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28 giugno 2013

I social media, strumento o evoluzione democratica?


Internet, i social network, i blog hanno radicalmente cambiato il nostro vivere sociale, il modo di fare informazione, di fare politica. Le nuove tecnologie ci permettono di essere sempre connessi e programmi come "Facebook", "Twitter", "My Space", ci consentono di condividere ogni aspetto della nostra vita, sia con i nostri amici che con persone sconosciute. Ci raccontiamo, ci mettiamo a nudo e inconsapevolmente "regaliamo" piccoli aspetti della nostra vita a grandi multinazionali che possono usare queste informazioni per costruire pubblicità su misura e incrementare in questo modo il loro già esorbitante giro di affari. Ma la rete è anche un’efficace strumento democratico, come dimostrano i recenti fatti che hanno caratterizzato la primavera araba, o la campagna elettorale di Obama.
Il potere socievole. Storia e critica dei social media, non è solo un'analisi sulla tecnologia o una riflessione sui mutamenti sociali sviluppatisi dall'uso massivo della rete e dei social network. In questo interessante testo, Fausto Colombo, docente di Teoria e tecnica dei media presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si propone di esaminare i social media cercando di coglierne gli aspetti meno ovvi e ponendo interessanti interrogativi e riflessioni relativamente al peso che questi strumenti hanno assunto nella vita di tutti noi.
La peculiarità di questo testo, a differenza di altri relativi allo stesso argomento, è l'approccio con cui i social media vengono analizzati. Si tratta infatti di una riflessione che unisce al tempo stesso storia, sociologia, economia, pubblicità, politica, a dimostrazione che l'argomento trattato è molto vasto e totalmente permeato nella nostra quotidianità.
Il libro è diviso in quattro sezioni diverse. Nella prima parte viene proposta una breve storia dei social media e delle tecnologie che li caratterizzano. Nelle sezioni centrali vengono proposti due esempi concreti, la storia di un blog attaccato dai "troll" e la cronaca di una vittoria elettorale determinata in gran parte da un certo uso dei "nuovi media". Proponendo esempi reali, diventa facile per il lettore identificare le ambiguità della rete e porsi domande su strumenti che usiamo tutti i giorni. La libertà di parola che la rete amplifica e garantisce mi permette di dire tutto quello che voglio indipendentemente dagli altri? I contesti discorsivi, come per esempio i blog, appartengono a chi li crea o sono di dominio pubblico? I social media rappresentano il futuro della democrazia o sono solo un semplice strumento? In che modo la vita politica viene influenzata dalla rete? Come dobbiamo porci nei confronti di un mondo che traccia ogni aspetto di quello che dico e faccio per usarlo, nel migliore dei casi, a scopo pubblicitario?
Queste e molte altre riflessioni, che nascono dalla lettura del libro, sembrano rimanere insolute. Colombo infatti cerca di fornire un quadro complessivo, evitando commenti e giudizi.
Nel quarto e conclusivo capitolo tuttavia, l'autore propone una prospettiva di indagine sui social media ispirata al pensiero e agli studi di Michel Foucault. E' estremamente interessante, illuminante e molto attuale il parallelismo proposto tra il Panopticon, che Foucault aveva identificato come paradigma della società moderna, e i social media, così come la riflessione sull'ossessione del dire di sé.
E' a questo punto che il giudizio di Colombo sui vari argomenti proposti in precedenza affiora. Sembra infatti che l'autore voglia proporre una serie di problematiche al lettore senza suggerire una linea interpretativa. Essa tuttavia emerge con maestria nel capitolo conclusivo. Questo espediente permette al lettore di affrontare le tematiche proposte e provare a darsi delle risposte in maniera autonoma, potendo contare su informazioni puntuali e ben documentate per poi confrontarsi, ma solo alla fine, con il pensiero dell'autore.
E' un libro molto interessante che offre una prospettiva del tutto inedita di un fenomeno decisamente attuale. Lo stile scorrevole e l'utilizzo di esempi concreti consentono una facile comprensione ed una buona contestualizzazione degli argomenti trattati. La suddivisione in capitoli permette una buona organizzazione degli argomenti, tutti comunque strettamente collegati e continuamente richiamati tra loro, con una buona commistione tra teoria e pratica. Non mancano infine interessanti riferimenti a tesi sociologiche, economiche e tecniche che rendono il testo tutt'altro che banale. 
Manuela Montignani

 
Fausto Colombo
Il potere socievole. Storia e critica dei social media
Milano, Bruno Mondadori, 2013, 168 pp.
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27 giugno 2013

Il mondo trasparente di WikiLeaks

Fabio Chiusi è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43 e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog il Nichilista.  Da qui il suo sicuro interesse per la vicenda di WikiLeaks, “l’organizzazione che ha cambiato per sempre il rapporto tra internet, informazione e potere”.
Melbourne, in una stanza coi muri ricoperti di formule e diagrammi di flusso, Julian Assange trascorre le sue notti davanti al monitor di un computer, deciso a rinunciare per sempre alla vita da programmatore per mettere in piedi la più grande media organization, come l’ha definita lui stesso, che ha fatto della trasparenza assoluta la propria ragion d’essere.
È questa l’immagine del numero uno di WikiLeaks che Fabio Chiusi propone al lettore di Nessun segreto. Il libro ripercorre la vita di Assange dall’adolescenza fino all’apice del successo mediatico, passando attraverso le accuse di stupro e molestie sessuali a suo carico e agli anni da hacker, che segnano il vero punto di partenza per la nascita di WikiLeaks.
L’autore riesce con un linguaggio preciso ed una scrittura dinamica a catturare l’attenzione di chi legge attraverso il racconto di guerre, trame segrete e ingiustizie economiche, il lettore viene così catapultato in uno scenario degno di un libro sullo spionaggio intriso di congiure, scandali e ricatti.
Il senso del libro è quello di esaminare in profondità un nuovo modo di fare informazione grazie alla comparsa di internet e di analizzare in maniera efficace un nuovo modello di giornalismo, basato sulla pubblicazione in rete di materiali coperti da segreto, ma di interesse pubblico. A qualcuno tutto questo potrà certamente non piacere, ma non si può negare che abbia mostrato la propria forza ed efficacia.
A partire dal 2006 l’organizzazione di Assange ha scatenato una vera e propria cyber guerra culminata nel 2010 con pubblicazione del video Collateral Murder. Pubblicando centinaia di migliaia di documenti sul conflitto in Iraq, su quello in Afghanistan e sulla diplomazia statunitense WikiLeaks ha mostrato la facilità con cui è possibile trafugare documenti segreti, mettendo in imbarazzo i governi di tutto il mondo, Stati Uniti in testa, ed attirando per questo su di sé pesanti critiche e minacce. Sempre nel 2010, con la diffusione del Cablegate, l’organizzazione si ritrova in mano oltre 250.000 documenti classificati come sensibili e segreti pronti per la pubblicazione. Da questo momento in poi il sito internet viene messo sotto attacco, si cerca di farlo sparire dalla rete e lo stesso Assange viene marchiato come un pericolo per la sicurezza nazionale da parte del governo americano.
Come ha fatto WikiLeaks a diventare in pochi anni una minaccia tanto osteggiata in quasi tutto il mondo? Il modus operandi è sempre lo stesso: i comuni cittadini, i whistleblower, gli “anon” inviano dei file contenenti documenti sensibili, che vengono successivamente pubblicati sul sito internet dell’organizzazione senza alcuna modifica o censura, in nome del diritto alla libertà di espressione. Sono dunque gli stessi utenti, trasformati per l’occasione in lettori e redattori, a dettare la “linea editoriale”  di WikiLeaks.
Il giornalismo scientifico di Assange, basato su fatti verificabili, è riuscito grazie all’utilizzo di internet a catturare l’attenzione di ognuno di noi, lo ha fatto in modo nuovo e senza dubbio discutibile, ma mettendo a segno più scoop di tutti i media messi insieme.
Le azioni di Assange hanno costretto il mondo intero ad interrogarsi sul rapporto tra informazione e potere nell’era digitale, la rivoluzione fondata sui principi dell’hacking, del giornalismo investigativo e dell’attivismo porta con sé l’utopia, tanto a cuore ad Assange,  di un mondo senza segreti, ma la nostra società è davvero pronta ad adottare la regola della libera stampa e della trasparenza? L’interrogativo, anche alla luce dei nuovi scandali che vedono come protagonista il governo americano, rimane tuttora aperto.
Diletta Gabetti Costa

 
Fabio Chiusi
Nessun segreto. Guida minima a WikiLeaks, l’organizzazione che ha cambiato per sempre il rapporto tra internet, informazione e potere.
Milano, Mimesis, 2010, 188 pp.
 
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Tutto quello che avreste voluto sapere sul giornalismo internazionale (ma non avete mai osato chiedere)

Jean-Paul Marthoz, giornalista, scrittore, docente di giornalismo internazionale presso l’Università Cattolica di Lovanio, consigliere del Comitato per la protezione dei giornalisti, ex direttore dell’informazione presso la Human Rights Watch, è senza ombra di dubbio un personaggio poliedrico. Nel suo ultimo libro, intitolato Journalisme International, traccia egregiamente il percorso e l’evoluzione del giornalismo internazionale, declinandolo in ogni sua sfaccettatura.
Nel terzo millennio, l’era della globalizzazione e dell’esplosione delle tecnologie dell’informazione, si ha “sempre più comunicazione, ma sempre meno comunione”. Il mondo sembra a portata di click, ma la convinzione di conoscere veramente tutto si rivela un’illusione colossale, che ha come conseguenza diretta l’isolamento, l’incomprensione e l’incomunicabilità globale. I centri dell’informazione continuano a essere concentrati nel Nord del mondo, a Washington, New York, Bruxelles, Londra, Parigi, mentre in Cina, Cuba, Birmania, Asia Centrale e nella maggior parte dei paesi islamici l’informazione non è libera.
Il volume è a doppio binario, poiché è concepito come un manuale per gli studenti di giornalismo, ma anche come un sostegno per i professionisti del settore.
Gli studenti sono guidati nella scoperta del mondo dell’informazione attraverso un’articolata analisi che ha come punto di partenza la grande stampa internazionale. Dallo studio delle fonti dell’informazione- - le tradizionali agenzie, i quotidiani generalisti o specializzati, le radio internazionali, i blog, i social network, la stampa ribelle e terrorista, la stampa alternativa o d’opinione – si passa alle differenti figure di giornalisti, dal reporter al disoccupato freelance. Segue una panoramica che prende in considerazione le varie tipologie di articoli, i soggetti dell’informazione e gli spazi occupati dalla notizia internazionale nella stampa mondiale.
I giornalisti sono aiutati a muoversi nello scenario internazionale, caratterizzato da sfide sempre più complesse. In un mondo in cui l’informazione è piegata alle logiche di mercato, a causa delle crescenti concentrazioni, privatizzazioni e conglomerazioni (ingresso di gruppi finanziari e industriali nel mondo dei media) il rischio principale è la diminuzione dello spazio dedicato alla notizia internazionale, con la conseguente spettacolarizzazione e banalizzazione della notizia.
Altre sfide sono poste dalla globalizzazione che, come nel caso del giornalismo americano, ha generato una situazione di autismo nei confronti della notizia internazionale. Il risultato è un pubblico ignorante, incapace di comprendere i grandi avvenimenti, che favorisce la possibilità di manipolare l’opinione.
Tuttavia, di fronte a quello che viene definito “giornalismo dei muti”, in cui si pratica la censura per omissione, c’è ancora chi si impegna a fare controinformazione, dimostrando la propria autonomia rispetto ai discorsi dominanti.
Quello che colpisce maggiormente è la praticità di questo volume: citando nomi, cifre, date, e focalizzandosi sulle debolezze del giornalismo attuale, Marthoz fornisce consigli pratici e soluzioni concrete (sebbene alcune questioni rimangano irrisolte) che fanno di questo libro una bussola per orientarsi, una sorta di guida per esplorare l’universo del giornalismo internazionale.
Significative le pagine dedicate al giornalismo di guerra, ai genocidi e al terrorismo: sono queste le situazioni più delicate, nelle quali il giornalista perde di vista il proprio ruolo e le proprie responsabilità. L’autore fornisce alcuni trucchetti per superare questi momenti di estrema difficoltà, invitando ad esempio i giornalisti a evitare l’ipermediatizzazione delle immagini in tempo di guerra, a favore della contestualizzazione.
Un libro che insegna ai giornalisti e agli studenti che aspirano a questa professione a combattere la miopia del nostro tempo, ad essere “partigiani di un giornalismo senza paura né favori”, un giornalismo vero, che “per la verità può sacrificare la sua fortuna materiale”, evitando l’eurocentrismo e ricercando l’obiettività.
Marthoz ricorda al giornalista che il suo mestiere ha senso se riesce a fare la differenza, se è capace di donare un valore aggiunto attraverso la verifica e l’approfondimento delle notizie, se è in grado di esercitare la sua funzione di cane da guardia delle autorità, permettendo al pubblico di diventare cittadino a tutti gli effetti.
Un libro consigliato anche ai non addetti ai lavori che volessero avere un quadro completo sul giornalismo internazionale.
L’unico inconveniente? Al momento il volume è disponibile solo in lingua francese.
Maria Saia

Jean-Paul Marthoz
Journalisme International
Bruxelles, De Boeck, 2012, pp. 272.
 
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26 giugno 2013

L’euro in Lettonia

La crisi economica colpisce fortemente l’Europa, molti paesi mediterranei (Grecia, l’Italia e la Spagna) fanno fatica a tentare di trovare una soluzione che li permetta di garantire una ripresa dell'attività economica. La Lettonia e il governo di Valdis Dombrovskis sono consapevoli che alcuni paesi della zona euro non stanno attraversando un buon periodo economico, tuttavia il governo lettone crede in una futura ripresa economica della zona euro e lancia un segnale di speranza al resto dei paesi che ancora sono in dubbio dell’adozione della moneta unica. Il commissario economico Olli Rehn ha dichiarato che questo piccolo stato baltico adotterà il primo di gennaio del 2014 la moneta unica europea, ciò nonostante questa decisione dovrà essere ratificata dal Parlamento Europeo nel mese di luglio. La ripercussione dell’annuncio della nuova adesione alla zona euro della Lettonia ha avuto un riscontro positivo da parte del governo italiano. Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta ha salutato positivamente il via libera della Commissione europea all’ingresso della Lettonia nell’euro e ha invitato a Dombrovskis in Italia, il direttore del Bruegel Guntram Wolff (responsabile del gruppo di riflessione che svolge le sue funzioni in ambito politico-economico internazionale) dichiarando positivamente la scelta della Lettonia di far parte dell’euro. La maggior parte dei politici tedeschi ha gradito la notizia dell’adesione della Lettonia alla zona euro, ricordando che i tedeschi hanno un forte interesse commerciale con gli stati baltici, ad esempio il direttore dell'Istituto economico mondiale di Amburgo Thomas Straubhaar è convinto che “l'euro rimane una moneta incredibilmente attraente soprattutto per le piccole economie”, il parlamentare europeo Burkard Balz membro del partito politico della Cdu (Christlich Demokratische Union Deutschlands) ha rilasciato dichiarazioni di ottimismo al giornale Frankfurter Allgemeine Zeitung “La Lettonia si è tirata fuori dalla crisi finanziaria con grande disciplina e attraverso la ricetta di dure e dolorose politiche di risparmio ora è matura per entrare nell'area dell'euro”.Ciò nonostante quale sono i motivi principali del rifiuto del popolo lettone nei confronti dell’adesione alla zona euro? 
Il motivo principale è la corruzione politica che attraversa la Lettonia; il popolo lettone non ha fiducia nelle scelte politiche dei propri governanti; bisogna ricordare che per la prima volta nella storia democratica lettone il parlamento (Saeima) fu sciolto nel 2011 dal presidente della repubblica e tramite un referendum elettorale dove più del 80% della popolazione approvò lo scioglimento del Saeima.
Valdis Zatlers era convinto di non voler sostenere l’immunità parlamentare del deputato Ainārs Šlesers, che fu approvata dal Saeima, proteggendo al magnate lettone accusato di corruzione. Inoltre le dichiarazione polemiche dell’ex presidente della repubblica Valdis Zatlers, è stato molto critica con i politici del Saeima e, usando un linguaggio diretto, ha accusato i deputati del Saeima di corruzione.
Un altro motivo della sfiducia dell’ingresso della Lettonia all’eurozona è la crisi economica che colpi questo piccolo stato baltico tra il 2008-2009 dove si polverizzò un quinto del suo PIL e dove si verificarono feroci manifestazioni popolari. Bruxelles fa i conti senza ascoltare troppo i cittadini che, in Lettonia, non devono essere poi particolarmente entusiasti dei successi ottenuti dal governo riguardo l’adozione dell’euro.
In aggiunta alle elezioni comunali tenutesi il 1 giugno, il popolo lettone è andato alle urne per rinnovare 119 comuni piccoli e grandi, il risultato è stato una doccia fredda per il partito dell'Unità del premier europeista Valdis Dombrovskis. In particolare a Riga, dove il Centro dell'armonia guidato dal sindaco uscente Nils Usakovs ha raccolto il 58% dei voti, pochi mesi dopo che i suoi deputati al parlamento avevano bloccato una serie di leggi amministrative necessarie all'adozione dell'euro. A essi va aggiunto il 18% ottenuto dall'Alleanza nazionale, un partito nazionalista critico nei confronti della moneta unica, mentre l'Unità di Dombrovskis si è dovuta accontentare del 14%.
D’altra parte, l'istituto di sondaggi Tns-Latvia ha rilevato comunque una crescita dei lettoni favorevoli all'euro negli ultimi mesi: tra marzo e aprile si è passati dal 29 al 36% e tutto fa sembrare che nel lungo periodo la moneta unica possa essere gradita dalla popolazione lettone.

Renzo Jsmael Levano Jeri  

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25 giugno 2013

I Servizi Segreti, Mangiafuoco dell’informazione

Fonte di continue ed interessanti riflessioni risulta essere l’inchiesta effettuata da Aldo Giannuli sull’importanza del ruolo che i Servizi Segreti rivestono nel panorama dell’informazione. Il libro in esame, Come i servizi segreti usano i media pubblicato a Firenze da Ponte alle Grazie nel 2012, riprende in parte temi già affrontati dallo stesso Giannuli in una sua precedente pubblicazione intitolata «Come funzionano i servizi segreti» suggellando una attività di ricerca e di studio sul tema Intelligence che prosegue da oltre venticinque anni.
Un linguaggio ricercato, ma allo stesso tempo chiaro ed immediato, rende la lettura piacevole ed intrigante sia allo studente inesperto che si affaccia per la prima volta al tema dei Servizi Segreti, sia al lettore più informato ed efferato sull’argomento che potrà confrontare le proprie valutazioni riguardo particolari temi di carattere internazionale e non, con quelle di Giannuli, ex consulente parlamentare nelle commissioni di inchiesta sulle stragi.
Da subito l'autore pone l’accento sulla centralità dell’informazione nel mondo contemporaneo e dello stretto ed ormai imprescindibile legame tra informazione, comunicazione ed economia. Una società privata dei suoi strumenti di informazione e comunicazione, risulterebbe improvvisamente tagliata fuori dal resto del mondo. Assodata la rilevanza dell’informazione, occorre chiedersi in che misura gli interessi di un paese sono collegati alle informazioni che circolano al suo interno e quanto la comunicazione e i mass media incidono sulle scelte economiche, politiche, relazionali di uno Stato. Giannuli afferma che “Sapere è Potere” dunque la manipolazione e il controllo dell’informazione risultano essere strumenti essenziali per orientare ogni scelta di potere.
Coloro i quali, assumendo le più svariate forme, penetrano e si posizionano all’apice del sistema informativo sono i Servizi Segreti: i veri burattinai dell’informazione. Il compito dei Servizi Segreti è quello di tutelare gli interessi dello stato o dell’organo presso il quale lavorano, garantendo l’ordine e l’equilibrio interno. La supervisione dei media è quindi intrascurabile.
Per questi enormi Mangiafuoco dell’informazione, burattini indispensabili risultano essere le fonti aperte, quelle cioè consultabili liberamente e facilmente accessibili a tutti. Giannuli dedica un intero capitolo all’OSINT-Open Source Intelligence, soffermandosi su come l’informazione quotidiana, quella che leggiamo tra un morso di brioche e un sorso di cappuccino, sia anch’essa in gran parte figlia dell’Intelligence, detta appunto “delle fonti aperte”.
L’analisi del Professor Giannuli si conclude proponendo episodi vicini a noi fornendone una chiave di lettura più svincolata rispetto a quella canonica, esortando il lettore a dotarsi di un maggiore senso critico e ad impegnarsi in un’accurata selezione dello sterminato materiale informativo di cui dispone quotidianamente.
Il libro non mira a screditare la serietà del giornalismo moderno, ma introduce e presenta il personaggio Servizi Segreti, personaggio nuovo sul teatro della notizia, personaggio che molti non avevano idea esistesse, alcuni pensavano fosse una semplice comparsa confinata dietro le quinte, e solo pochi sapevano essere il vero regista.
Ilaria Vitiello


Aldo Giannuli 
Come i servizi segreti usano i media 
Firenze, Ponte alle Grazie, 2012, 236 pp.

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24 giugno 2013

Giornalisti e SpettAutori

Sono le news, bellezza! Il libro di Michele Mezza   appare come un faro che ci orienta, in modo semplice, sulle trasformazioni che stanno avvenendo in campo giornalistico, descrivendo la fase di transizione che costringe, inevitabilmente, il giornalista ad un ripensamento della propria funzione. Si tratta, ovviamente, di una rivoluzione che parte dal settore informatico ma che necessariamente coinvolge tutta la società. Fondamentalmente l’obiettivo che Mezza si prefigge è quello di dimostrare che la modernità della rete è una riproposizione di antichi ideali e di antiche usanze, rimaste latenti nel DNA umano, quasi “ibernati” dall’epoca fordista. Secondo il giornalista infatti, l’avvento della produzione basata sulla catena di montaggio aveva trasformato il sistema produttivo in senso verticale, distruggendo la straordinaria cultura della cooperazione umana, definita collaborazione di tipo orizzontale. Per più di cento anni questa idea della cooperazione è rimasta solo un vecchio ricordo, finché non è comparsa la rete. Internet e, in modo esasperato, i social network, hanno basato tutta la loro esistenza proprio sulla creazione della collaborazione umana prefordiana, senza la quale sarebbe oggi impossibile parlare di rete.
Il testo inizia con la battuta un po’ provocatoria di Tim Berners – Lee che recita: “Il web è più un’innovazione sociale che un’innovazione tecnica” , una citazione che senza dubbio attira il lettore e che fa da linea guida per il percorso di analisi di Mezza. Un percorso tortuoso, ma chiaro, che a volte parte molto da lontano per spiegare moderni fenomeni: come, ad esempio, quando paragona il fermento culturale ed artistico messo in atto attorno alle cattedrali gotiche e alle prime biblioteche, custodi del sapere preumanistico, con la collaborazione tra utenti in rete; oppure quando il fermento del network è paragonato al bazar, mitico luogo di incontro e di commercio, in epoca medievale. Paragoni e similitudini bizzarri certo, ma davvero efficaci se pensiamo al crogiolo di culture, di linguaggi e di costumi che potevamo trovare in un bazar che in effetti, a livello concettuale, non dista molto da ciò che possiamo scoprire in un social network.
Molto simile doveva apparire, agli occhi dei contemporanei, la città di Bruges, nel cuore delle Fiandre, il vero centro pulsante di tutti i commerci e gli scambi marittimi tra il 1200 e il 1300. Ed è proprio nella zona dei Paesi Bassi che avviene un altro eccezionale avvenimento, grazie alla tecnica dell’incisione portata in luce dal maestro Dürer un centinaio di anni dopo, l’opera d’arte diventa copiabile e riproducibile, un’infinità di volte: proprio come il nostro quotidiano e straordinario copia e incolla. 
L'autore ci introduce anche ad un altro argomento interessante, del quale, a suo avviso, pochi riescono ad afferrarne la grande portata comunicativa: si tratta dell’elezione di Barack Obama. Il presidente americano di colore, super acclamato dagli Stati Uniti e da buona parte del continente, ha basato tutta la sua campagna elettorale proprio sulla rete, sapendo sfruttare a suo vantaggio il potere mediatico di internet e dei social network. Obama vince nel 2009 e in lui si è visto l’homo novus anche grazie alla strategia vincente e all’intuizione geniale di utilizzare la rete non tanto per comunicare con i suoi elettori, quanto di far comunicare essi tra di loro. Con questi presupposti ha realizzato una vittoria veramente troppo perfetta che ha segnato uno straordinario cambiamento dal punto di vista politico, culturale e inevitabilmente sociale. Mezza sostiene che Obama è il primo leader che assume il linguaggio della rete come programma politico e la sua strategia è così efficace perché sceglie di parlare a un nuovo popolo e di farsi scegliere da esso. Il legame tra il presidente e la comunità in rete, però, va monitorato e compreso: compreso soprattutto quando qualcosa è iniziato a cambiare, generando un effetto di ritorsione su Obama stesso. Occorre non dimenticare che il popolo della rete è calcolatore ed approfittatore e soprattutto molto competitivo oltre che “generoso”, per cui il presidente si è trovato davanti il rischio di farsi disintegrare dalla stessa rete che lo ha portato ai vertici del mondo. Probabilmente questo pericolo era stato sottovalutato dallo stesso Obama.
Abbandonato il ragionamento sul presidente americano, l’autore si sofferma a riflettere sul destino giornalistico, stimolato da un avvenimento davvero eclatante: l’assegnazione, nell’anno 2010, dell’ambitissimo premio Pulitzer non ad una testata cartacea bensì ad un sito internet, grazie ad una inchiesta sull’eutanasia messa in atto durante la tragedia dell’uragano Katrina, dell’agosto 2005. Il conferimento del Pulitzer al giornalismo in rete è sintomo del cambiamento epocale che si sta consumando nel mondo dell’informazione. Non possiamo che prendere coscienza di questa evoluzione in seno al giornalismo che, secondo Mezza, altro non è se non una rielaborazione di antiche consuetudini, rimaste intrappolate dall’avvento del sistema verticale del fordismo. 
La rete ci pone davanti ovviamente una serie di innovazioni, non solo tecnologiche, per le quali è diventato fondamentale, in campo giornalistico, l’adeguamento; parliamo principalmente di velocità di informazione, di ipertestualità, della moltiplicazione delle notizie, del giornalismo embedded e soprattutto dell’apparizione della nuova figura di “spettautore”. Ognuno di noi, grazie alle nuove tecnologie quali, ad esempio, gli smartphone, e la rete ha la possibilità di trasformarsi da semplice fruitore di notizie ad autore: si dispongono di nuove tecnologie e al contempo di nuovi saperi. Per essere un buon giornalista, secondo l’autore, non occorre più consumare la suola delle scarpe andando avanti e indietro per il paese a caccia di notizie e di scoop, ora basta indossare un pigiama e piazzarsi, magari nel salotto di casa, davanti ad un pc ovviamente connesso in rete, perché quel che conta è essere sempre connessi e cooperanti con l’umanità.
E’ la gente comune a generare notizie e a mediare l’informazione; per questo motivo, i giornali devono dimostrare di essere diventati qualcosa che sa andare oltre all’idea tradizionale di se stessi. 
Mezza ripete più volte che il giornalismo deve reinventarsi e individua nella “sesta W” proprio il codice per il nuovo sviluppo giornalistico: è la W di While, ovvero il mentre, il momento esatto in cui la notizia si sta formando, meglio noto come real time. L’immediatezza diventa fondamentale ma è anche un trauma per la macchina giornalistica che fatica nell’adattarsi alla velocità degli eventi. 
Partendo proprio dalla necessità e dal desiderio del pubblico di avere notizie “freschissime”, Mezza avanza l’interessante idea di fondere la struttura dei telegiornali regionali con il servizio offerto da Rai News 24, ovvero con la logica di integrare la grande ragnatela territoriale, fonte di notizie locali sempre aggiornate e in “presa diretta” sul campo, con il servizio nazionale 24 ore su 24 ma privo di proprie fonti. Chiaramente, per rendere possibile tale processo, occorre svincolare le redazioni locali dallo stato di arretratezza tecnologica in cui versano, essendo “figlie” non più evolute degli anni ottanta. 
Il progetto di Mezza dovrebbe prevedere la ricostruzione di una testata attorno ad una potenza digitale di selezione ed archiviazione, al fine di configurare la prima agenzia audiovisiva quotidiana del sistema Italia. In tale senso si potrebbe dare nuovamente dignità alle redazioni regionali che, allo stato attuale, si trovano a lavorare in una situazione di inadeguatezza rispetto ai tempi che, inevitabilmente, si traduce in un sovraccarico di costi con un conseguente livello di inefficacia produttiva. 
Sempre in seno a “mamma Rai”, Mezza ipotizza un passaggio ideologico, oltre che fisico, dal simbolo del cavallo alla farfalla: il cavallo, si sa, ha identificato per circa cinquanta anni la Rai ma negli ultimi anni è stato virtualmente sostituito dalla farfallina che metaforicamente svolazza sugli schermi; un passaggio quanto mai efficace simbolicamente, come metafora di due ere contrapposte in cui la Rai si trova a vivere. L’epoca del cavallo, in cui il servizio pubblico, con la sua forza e prestanza fisica, è il fulcro, il perno del motore e la nuova epoca interpretata dalla farfallina in cui i progetti si diluiscono, diventano più effimeri e mutevoli, proprio come una farfalla. Secondo l’autore è ora che i dirigenti della Rai smettano di pensare alla televisione pubblica italiana come ad un colosso che guida e campeggia una folta schiera di adepti, bensì inizino a vedersi come parte di un unico progetto, in cui anche gli spettatori diventano autori, andando via via a confondersi con essi. Ovviamente Mezza, appartenendo al mondo Rai, è in grado di osservare e di fare dei ragionamenti sul futuro della televisione e di muovere delle critiche acute: sprona la Rai a ritornare ad essere il colosso di un tempo, adeguandosi alla modernità, ritrovando il senso originario di utilità sociale.
La televisione, peraltro, è diventata portatile, come l’informazione e per poterne fruire basta possedere uno smartphone, per cui è accessibile praticamente a tutti, ovunque e in tempo reale.
Mazza provoca quando sostiene che la Tv è stata abbandonata da Dio, ma effettivamente si rende conto che veramente il “dio successo” appare oggi più che mai lontano dalla tv generalista; a tal proposito basta osservare gli investimenti dei pubblicitari che stanno calando vorticosamente sul vecchio media, per raggiungere picchi invece sul web. Si sta realizzando un vero e proprio fenomeno involutivo e si è passati dal boom berlusconiano della pubblicità, inaugurata da Telemilano e che ha visto gli eccessi in Mediaset; ora gli investitori e le aziende puntano al web, consapevoli che è proprio lì che si combatte la sfida della modernità.
La competizione dell’innovazione continua, a colpi di invenzioni tecnologiche che si riflettono poi automaticamente in quelle mediatiche, come ad esempio la sfida del tridimensionale. 
Dato che tutto il filo del discorso di Mezza che ci intrattiene per poco meno di duecento pagine ha come trait d’union il richiamo al passato come causa dell’oggi, nel quale tutto si evolve nella pratica ma non nel concetto, ecco venir fuori un’idea tanto bizzarra quanto geniale di vedere nel lavoro del pittore di corte Van Dyck e dello scultore Gian Lorenzo Bernini, proprio le origini del 3D. Per spiegare al lettore stupito questo bizzarro collegamento, Mezza ci racconta un aneddoto molto interessante che vede il Van Dyck intorno al 1630 intento a preparare, per conto di Carlo I Stuart, re dell’Inghilterra, un suo ritratto, nel quale venivano rappresentati i tre lati del sovrano, da inviare allo scultore italiano per farne poi il celebre busto. L’idea del geniale pittore di corte, secondo l’autore, altro non è se non la base per la nascita della grafica tridimensionale, dalla quale oggi siamo completamente assorbiti. Il tempo nostro oggi è il tempo della realtà dilatata, aumentata e riprodotta: è la nuova grafica della moviola, del rallenty e delle graphic novel. Il tanto acclamato fenomeno holliwoodiano inaugurato dall’impresa colossale di Avatar, nel 2009, non è che l’evoluzione naturale e conseguente, dell’intuizione geniale di un pittore rinascimentale di corte. La tecnologia sta semplicemente supportando il genio umano ed è tempo di accorgersene e di adeguarsi. 
Michele Mezza, giornalista ed ideatore di Rai News 24, tenta di delineare la figura del nuovo giornalista, capace di districarsi tra la portata tecnologica ma allo stesso tempo anche in grado di dare un’anima alla notizia: a suo avviso i tempi sono maturi per una svolta davvero radicale. Il giornalismo ha un grande futuro davanti a sé, oltre che un glorioso passato al quale guardare fieri. 
Velocità, condivisione e partecipazione sono alcune delle parole chiave utilizzate da Mezza per la descrizione dell’era digitale in cui ci si trova a vivere. E’ una vera e propria “rivoluzione” quella della velocità digitale che, secondo l’autore, sta producendo un nuovo “umanesimo”, trasformando il mezzo informatico in una vera e propria fabbrica di saperi, nella quale un grande numero di “artigiani” crea delle comunità virtuali e realizza dei prodotti di informazione, per poi metterli a disposizione della collettività.
Per questo motivo i giornalisti devono rimettersi in gioco: il processo sarà possibile solo grazie al loro contributo che, ovviamente, comporterebbe una mutazione professionale del loro profilo.
Sicuramente lo sconvolgimento in atto costituisce una formidabile opportunità per gli operatori del settore della comunicazione e, secondo Mezza, sono soprattutto i giornalisti a trovarsi dentro ad una svolta epocale: essi non saranno più dei “mediatori e disvelatori unici” ma si trasformeranno in “selezionatori, decifratori e coproduttori” di informazioni. Secondo Mezza non siamo affatto al tramonto del giornalismo, bensì ad una fase di inevitabile mutazione genetica, durante la quale maneggiare e possedere le nuove tecnologie diventa una necessità e non più solo una semplice opzione. Non siamo alla vigilia di un futuro cibernetico e snaturante, quanto di un’espansione di un moderno umanesimo digitale, che riemerge dopo essere stato latente durante la parentesi fordista.
Il testo è ricco di spunti e di proposte ed è davvero originale la copertina, nella quale è rappresentato un camaleonte che si aggira su una tastiera del computer. L’animaletto, simpaticamente, riassume il pensiero generale dell’autore sulla figura del nuovo giornalista, per il quale lo spirito di adattamento mutevole alle evoluzioni della realtà, diviene una caratteristica imprescindibile per la propria sussistenza. Il camaleonte, inoltre, è contraddistinto da alcune peculiarità, oltre alla straordinaria capacità di mutare colore, possiede una lingua retrattile e appiccicosa, (un po’ come il giornalista, secondo l’immaginario comune) ed è dotato di grandissimi occhi, in grado di guardare anche in direzioni diverse. Mai similitudine poteva essere più azzeccata.
Elisa Piana

Michele Mezza
Sono le news, bellezza!
Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale

 Roma, Donzelli editore, 2011.
 
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21 giugno 2013

Un Paese, tre diverse prospettive

 
Con l’inizio del ventunesimo secolo, il ruolo dei Paesi Arabi nel contesto geopolitico mondiale ha avuto un peso notevole. Numerosi eventi hanno riguardato in modo diretto le nazioni MENA (Middle East North Africa) e quelle dell’Asia Centrale. Dagli attentati dell’undici settembre in poi, l’opinione pubblica occidentale ha osservato in maniera ambivalente questi Paesi: come governi illiberali, i quali offrono rifugio a cellule terroristiche (Afghanistan) e come speranza di cambiamento, dopo rivolte sanguinose (nazioni protagoniste della Primavera Araba).
Lo Yemen si inserisce perfettamente all’interno di questa ambivalenza: il Paese è sì sospettato di collaborazione con alcune cellule di Al – Qaida, ma allo stesso tempo ha lottato contro il governo ultratrentennale del Presidente Saleh, ottenendo timide aperture liberali.
Il volume analizza la "crisi di gennaio 2010", successiva al fallito attentato del volo Amsterdam – Detroit del Natale 2009, tramite i punti di vista di alcuni media europei, italiani e mediorientali. Viene messa a fuoco l’attenzione riservata a ogni singolo tema, quali gli attentati, il traffico d’armi, la crisi politica, la pirateria, la cooperazione con le potenze occidentali. L’utilizzo di giornali, sia cartacei sia on-line e di agenzie di stampa di tre ambiti geografici, vuole sottolineare le differenti sensibilità che i temi sovra citati hanno stimolato, ognuno in maniera diversa.
Con l’ausilio di grafici e tabelle, l’opera descrive come i media guardano allo Yemen, quali parole rimandano all’opinione pubblica europea (e spesso italiana) e quali a quella araba.
L’autrice, insieme al suo team di ricercatori, pone alcune questioni importanti riguardo il Paese asiatico. Può esserci una stretta connessione tra la crisi yemenita e le vicende legate ai conflitti afghano e iracheno? Quanto la vicinanza con il "failed state" somalo può peggiorare la situazione legata alla pirateria? Quale aiuto concreto possono dare le potenze occidentali?
Questione israelo – palestinese, legami con i "giganti" dell’area Iran e Arabia Saudita, rapporti con Al – Qaida, sino alle lotte intestine tra nord e sud del Paese. Ogni tema, ogni parola chiave viene analizzata secondo tre diversi punti di vista, con risultati che ben descrivono la differenza di interesse che alcune problematiche hanno rispetto ad altre.
Il volume, un quaderno di ricerca, è facilmente fruibile da un ampio pubblico, soprattutto da coloro i quali si interessano a problematiche legate alla politica internazionale, in special modo all’ambito che abbraccia l’intera regione mediorientale. Il linguaggio è chiaro e semplice, non banale, più simile a un testo giornalistico che non a un libro. L’uso di tavole grafiche è un segnale di completezza dell’opera e una sintesi degli argomenti trattati. Si segnala il fatto che il manuale è l’inizio di una collaborazione tra un gruppo di ricerca universitario dell’ateneo di Urbino e la Direzione Generale Affari Politici e di Sicurezza del Ministero degli Esteri; l’idea sembra essere quella di creare un "pensatoio" di ambito accademico-istituzionale, che cerchi di cogliere e interpretare alcune grandi problematiche internazionali.
Giovanni Guido

Anna Maria Medici
Yemen: la crisi e la sicurezza.
Informazione e opinione pubblica in Europa e nel Golfo
Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2011, 95 pp.
 
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19 giugno 2013

In libreria


Falce e fumetto. Storia della stampa periodica socialista e comunista per
l'infanzia in Italia (1893-1965)
a cura di Juri Meda
Firenze, Nerbini, 2013, 336 pp.


*link all'Indice del libro e all'Introduzione .

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Ilaria Mattioni
Inchiostro e incenso. Il Giornalino: storia e valori educativi di un periodico cattolico per ragazzi (1924-1979)
Firenze, Nerbini, 2012, 216 pp.

Descrizione
Un viaggio lungo cinquant’anni fra le pagine del periodico per ragazzi più longevo d’Europa: Il Giornalino. Dai difficili esordi durante il ventennio fascista fino alla fine degli anni Settanta, questa ricerca indaga per la prima volta le motivazioni che portarono alla nascita della pubblicazione della Pia Società San Paolo, la sua specificità in quanto portavoce dei valori cattolici fra bambini e adolescenti, il ruolo di mediazione fra le opposte istanze della formazione e dell’evasione. Al centro lo speciale rapporto instaurato coi lettori e la missione educativa del Giornalino, un «amico di carta» con cui confrontarsi e dialogare.
 
*link all'Indice del libro e all'Introduzione.
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18 giugno 2013

Il meteorite Internet: quale futuro per la carta stampata?


Ignacio Ramonet, titolando il suo ultimo libro  L'esplosione dei media,  si interroga sul futuro della carta stampata, domanda ormai molto ricorrente e alla quale si sentono risposte contrastanti. C'è chi da ormai per “spacciati” i quotidiani e chi invece ritiene che internet non potrà mai sostituirsi alla carta stampata. In questo scenario, Ramonet si colloca nel mezzo, infatti egli ritiene che il meteorite internet sia stato un vero e proprio cataclisma per il mondo dell'informazione, proprio come era avvenuto all'epoca dei dinosauri, ma allo stesso tempo un'opportunità per i giovani giornalisti.

L'avvento del digitale ha inevitabilmente cambiato lo scenario dell'informazione e molti giornali rischiano l'estinzione. Non si può negare che negli ultimi anni le principali testate abbiano subito un notevole arresto nelle vendite. I quotidiani nazionali d'informazione a pagamento, sono le principali vittime della crisi dei media, in quanto  soffrono della concorrenza della stampa gratuita e delle loro stesse piattaforme digitali. Ormai è evidente che il pubblico è migrato su internet: tutti hanno uno smartphone, un iphone o un tablet, sistemi che consentono di tenersi informati costantemente e senza spendere un euro. Come emerge dal libro, alla stampa non rimane che adattarsi o morire. Ovviamente l'esplosione del digitale ha cambiato anche il ruolo dei destinatari dell'informazione che ora non sono più semplici lettori, ascoltatori o telespettatori inerti, ma sono e vogliono essere i protagonisti dell'informazione. Nella nuova società delle reti quindi, ogni cittadino diventa un “giornalista” potenziale e questo va a discredito della professione del giornalista stesso, che ha perso quel suo ruolo di mediatore e di portavoce della società. Oggi la fedeltà ad una sola testata è venuta meno, le persone sono più critiche e tendono a consultare più fonti, anche perché la stampa è spesso troppo dipendente dalla politica. Tutto questo non fa che contribuire all'erosione della credibilità dei media. Siamo passati dai media di massa alla massa dei media, dove ognuno può comunicare ciò che vuole e con il mezzo che preferisce, dove ci sono talmente tanti media da perdersi, dove il rischio di essere ingannati è molto alto perché l'informazione è inquinata dalle continue menzogne dette allo scopo di fare audience. È necessaria una inversione di rotta per la stampa, che deve reinventarsi per poter sopravvivere in questo nuovo scenario e recuperare di credibilità. Ma come fare?
Dalla lettura emerge che è essenziale decontaminare l'informazione: meno informazioni ma di migliore qualità; bisognerebbe poter acquistare un giornale con il timbro “garantito senza bugie”.
A tale proposito Ramonet  mette in luce l'operato di Wikileaks che contribuisce a diffondere le fughe di informazioni facendo conoscere al mondo notizie che riguardano i cittadini e che i poteri non vogliono rivelare.
Internet sembrerebbe quindi l'arma vincente per salvare i quotidiani, ma gli incassi della rete non permettono per ora a nessun grande giornale di compensare gli investimenti realizzati sul web né di colmare i deficit del cartaceo. Da qui l'idea di molti quotidiani, come il Times, di  annullare la gratuità di internet mettendo a pagamento ogni sito online. Pare quindi finita l'era del gratuito sostituita dal “freemium”. Ma sarà davvero questa la soluzione per salvare la stampa? Ovviamente Ramonet non ha la bacchetta magica per sapere cosa accadrà, ma ha una sua idea ben definita.
Invito chiunque abbia la curiosità di scoprirla, a leggere il libro.
Colpisce la quasi totale assenza di riferimenti al nostro paese, probabilmente spiegati dalla carenza di interesse in Italia, negli ultimi anni, al destino dell'informazione.
La lettura risulta piacevole, scorrevole e di grande interesse non solo per chi si occupa di informazione o lavora nell'ambito della comunicazione, ma anche come arricchimento culturale su vicende che, in un modo o nell'altro, ci toccano tutti. Vivamente consigliato, soprattutto a chi ha intenzione di svolgere la professione di giornalista.

 Alessandra Comino


Ignacio Ramonet
L'esplosione del giornalismo. 
Dai media di massa alla massa dei media 
Napoli, Edizioni Intra Moenia, 2012, 155 pp.


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17 giugno 2013

I media italiani: una selva oscura?


In un’arena politica dai toni accesi e spregiudicati, il giornalismo si presenta inevitabilmente come specchio di un confronto bipolare dalla vis polemica intensa. Esercito di carta offre una visione puntuale del panorama informativo italiano e tenta di farlo con un certo grado di obiettività.
Si parte da quella che è percepita nel nostro Paese come una verità assoluta e cioè che tanto la carta stampata quanto il mezzo televisivo non possano esimersi da una scelta di campo: le ragioni risiedono in parte nella convinzione che l’imparzialità sia un’utopia; in parte sembrano rispondere a una logica di sopravvivenza nei confronti della disaffezione del pubblico. L’ipotesi che schierarsi paghi di più nel nostro Paese trova conferma nell’unica realtà editoriale che abbia avuto successo negli ultimi anni: il Fatto Quotidiano. Giugliano e Lloyd non mancano di essere critici nei confronti dell’approccio di Padellaro e della sua squadra. L’antiberlusconismo è la ragione del successo editoriale del Fatto e potenzialmente sarà la causa di un prossimo declino quando si entrerà nell’era post-berlusconiana.
In realtà anche il filo conduttore dell’analisi di Giugliano e Lloyd è, come prevedibile e anche un po’ scontato, Berlusconi: l’ascesa al potere, il carisma giustamente riconosciutogli e l’impero mediatico di cui dispone, sono alcuni degli aspetti che mettono in luce la figura di questo imprenditore della politica. Dal punto di vista giornalistico, Berlusconi è il principale fautore dello scontro bipolare che è sotto i nostri occhi.
E' indubbio che il suo potere si sia consolidato attraverso il mezzo televisivo. Non a caso i due autori dedicano ampio spazio alla RAI, al problema sempiterno della lottizzazione e dell’indipendenza di quella che sembra essere non la televisione degli italiani ma dei politici. La parentesi secondo molti più cupa è quella della direzione Minzolini al TG1: in quel periodo la parzialità del telegiornale sprofonda quasi nel ridicolo, fino all’omissione di alcune notizie o di alcuni dettagli fondamentali. E’ il periodo degli editoriali di Minzolini che non scioccano in quanto tali (la tradizione era stata iniziata dal suo predecessore Gianni Riotta) ma per il contenuto eccessivamente di parte.
L’omologazione di RAI e Mediaset in chiave filogovernativa ha però favorito la comparsa di realtà nuove che sono andate a soddisfare il bisogno inespresso di un’informazione meno faziosa: è il caso di SKY Italia e del TG di La7 condotto da Enrico Mentana.
L’ultima parte del libro è dedicata a Internet: sono citati i blog più importanti del panorama italiano da Piovono Rane, a Linkiesta e Lettera43. In molti casi la considerazione è che si tratti di eccellenti start-up alle prese con difficoltà enormi per riuscire a stabilizzarsi sul piano economico.
Il merito più grande dei blog, in Italia come altrove, risiede comunque nel tentativo di rompere con i vecchi modelli di giornalismo. Questo è vero soprattutto con riferimento al giornalismo economico-finanziario che nel nostro Paese non è caratterizzata da una particolare imparzialità. Casi esemplari sono Noise from America e La Voce anche se riguardano nicchie di mercato.
In conclusione, Eserciti di carta è un libro adatto a chiunque voglia approfondire il legame tra politica e media nel nostro Paese. Tra la crisi della carta stampata e il diffondersi virale della Rete è certo che, come nelle altre democrazie occidentali, il mondo dell’informazione in Italia stia già vivendo un processo di cambiamento inarrestabile. Sta al giornalista, dicono Giugliano e Lloyd, non guardare con troppa malinconia al passato e abbracciare finalmente il futuro. Un futuro che offre più opportunità che vicoli ciechi se si ha il coraggio di aprire gli occhi. 
Michele Archinà


Ferdinando Giugliano - John Lloyd
Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia 
Milano, Feltrinelli Editore, 2013, 283 pp.


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15 giugno 2013

Chiarire incomprensioni

 
Il quotidiano "L'Osservatore Romano", in occasione del suo cinquantesimo anniversario, ha organizzato in Vaticano, il 10 novembre 2011, un incontro relativo al rapporto, complicato e difficile, tra Chiesa cattolica e media. Giovanni Maria Vian, giornalista e direttore de "L'Osservatore Romano" ha raccolto gli otto interventi susseguitisi durante la giornata, tenuti da personalità e professionisti differenti: due docenti di storia contemporanea (Andrea Riccardi e Lucetta Scarafia), cinque giornalisti non italiani(John L.Allen, Paul Badde, Jean-Marie Guénois, John Hooper e Antonio Pelayo) e un cardinale (Gianfranco Ravasi).
Il libro si apre proprio con il discorso del cardinale Ravasi, il cui intervento risulta particolare per la sua appartenenza al clero. Ci si aspetterebbe, infatti, che egli sostenesse posizioni di assoluta difesa dei metodi comunicativi della Chiesa cattolica. Ma non è così: egli, attraverso una lunga ed articolata analisi, sostiene che la Santa Sede non dovrebbe rinchiudersi in se stessa e isolarsi dal mondo moderno, perché ciò significherebbe allontanarsi dai suoi fedeli.
Questa linea è sostenuta anche da altri professionisti dei quali vengono riportate le riflessioni: non viene richiesto alla Santa Sede di modificare i contenuti e principi religiosi su cui si fonda, anche se a molti sembrano scontrarsi con la modernità e la secolarizzazione, bensì il modo e le parole con cui questi vengono comunicati e diffusi: il rapporto tra la sede del papato e i media è così incisivo e influente sull'opinione pubblica e sullo stesso mondo cattolico, che gli errori mediatici compiuti dal Papa hanno permesso l'apertura di dibattiti mondiali su questioni delicate. 
Questo viene dimostrato riportando aneddoti e modalità comunicative dei diversi papi che si sono succeduti nella seconda metà del '900: Paolo VI, Giovanni Paolo II e papa BenedettoXVI.
Con papa Paolo VI, e in particolare con l'enciclica Humanae Vitae, sembra incrinarsi quel rapporto solido che si era creato tra il cristianesimo e la comunicazione. Sembra proprio questo il punto in cui il filo si interrompe. Negli anni successivi, la relazione tra i media e la Chiesa è progressivamente peggiorata, fino ad arrivare al culmine della sua rottura con gli errori mediatici compiuti da papa Benedetto XVI.
E' da sottolineare, dunque, come sia importante la comunicazione che proviene dalla Santa Sede, e come la mala gestione di questa comporti la degenerazione delle informazioni provenienti da Roma e dei significati delle parole pronunciate dal Papa.
La comunicazione tra media e Chiesa, però, per essere trasparente ed efficace, richiede anche un impegno da parte dei professionisti della comunicazione, che non devono incorrere in scorrettezze o negligenze professionali. I giornalisti devono evitare di scivolare nella ricerca superficiale di scandali per poter "fare notizia". E' anche per questo che spesso le informazioni provenienti dalla Chiesa cattolica sono caratterizzate da tempeste mediatiche ricche di distorsioni e omologazione di posizione.
La lettura dei saggi rende chiaro come l'atteggiamento comunicativo della Chiesa e le necessità mediatiche non concilino, portando così alla nascita di incomprensioni.
La lettura del libro è scorrevole, nonostante la particolarità e la delicatezza dei temi trattati. Risulta però necessaria la conoscenza della materia e delle vicende che hanno investito il papato e il mondo della Chiesa cattolica, almeno negli ultimi 50 anni: viene data per scontato una conoscenza approfondita di questi eventi.
La lettura è quindi consigliata a chi è appassionato di questi temi, relativi alla comunicazione proveniente dalla sede del Vaticano, ma è utile anche per chi voglia avere una chiara idea di come avvenga il processo mediatico e di come fatti e parole si trasformino rapidamente in notizie che fanno il giro del mondo.
Monica Laisi


Il filo interrotto. Le difficili relazioni tra il Vaticano e la stampa internazionale, a cura di Giovanni Maria Vian
Milano, Mondadori, 2012, 145 pp.

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