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25 gennaio 2017
Dei delitti e dei mass media
Come e quando è cambiata la
narrazione della cronaca nera in Italia? Perché omicidi, rapimenti e dolore ci
attraggono così tanto? C’è un modo eticamente corretto per la narrazione di
simili fatti?
Queste sono alcune delle domande a cui Davide Bagnoli,
giornalista attivo nella provincia di Parma, cerca di rispondere nel suo libro La cronaca nera in Italia. I perché della
sua spettacolarizzazione pubblicato nel 2016.
Il volume è diviso in due parti: nella prima l’autore ci
introduce nel mondo della cronaca nera presentando cinque casi tra i più noti
in Italia, mentre nella seconda cerca di dare una risposta ai quesiti che hanno
ispirato la ricerca per formare il ritratto di una situazione che, a suo
avviso, è gradualmente sfuggita di mano per toccare il fondo con la bufera
mediatica sul delitto di Avetrana.
E se l’omicidio di Sarah Scazzi è definito come l’apice
della «tivù del dolore», l’autore propone come caso chiave per comprendere
meglio il fenomeno della spettacolarizzazione quello di Alfredo Rampi, il
bambino di appena sei anni caduto nel pozzo di Vermicino che ha tenuto
incollati gli spettatori allo schermo per tre lunghissimi giorni. Per la prima
volta i mass media, ma anche le istituzioni, danno così tanta importanza e
spazio a un fatto che di per sé non ha interesse nazionale, ma in cui tutti si
sono immedesimati. E proprio l’istintivo apprendimento empirico
dall'osservazione, il sentirsi parte di una storia o comunque provare empatia
per i protagonisti di essa è una delle prime risposte che Bagnoli dà per
spiegare l’incredibile livello di audience registrato in quell’occasione e la
mole di trasmissioni dedicate all’evento, protrattesi anche dopo che per
Alfredino non ci fu più nulla da fare.
Gli altri casi analizzati sono invece tutti recenti (i fatti
di Vermicino accaddero nel 1981) e ben saldi nella memoria comune: il caso
Cogne (2002), la sparizione del piccolo Tommaso Onofri (2006), l’omicidio di
Meredith Kercher (2007) e il già citato delitto di Avetrana (2010). Sicuramente
si tratta di eccezioni, fatti molto sentiti in
primis dagli operatori tv e dai giornalisti che si sono letteralmente
accampati fuori dalle case degli interessati, e ciascuno aveva la propria particolarità
che ha contribuito ad amplificare l’interesse (l’arma del delitto introvabile
per Cogne oppure la risonanza internazionale del caso di Perugia) ma qui il
titolo del capitolo, «I casi che hanno cambiato per sempre la cronaca nera in
Italia», è illusorio e forse poco sincero: tra i casi principe di nera nel
nostro Paese è quindi assente la vicenda del Mostro di Firenze? La scomparsa di
Emanuela Orlandi? Tutti i delitti e le stragi di matrice mafiosa? Senza ombra
di dubbio quelli proposti sono alcuni tra i crimini più discussi, selezionati
dai mass media secondo criteri di notiziabilità che si avvicinano sempre più a
mere logiche di mercato, come emerge dalla successiva analisi dell’autore.
Ma lo scopo della ricerca di Bagnoli non è quello di identificare
i casi più “quotati” nella cronaca nera italiana, bensì quello di comprendere i
«perché della sua spettacolarizzazione». Nella seconda parte del volume diventa
chiaro come, per fornire una risposta, l’autore si sia posto inizialmente
un’altra domanda: perché siamo attratti dalla violenza?
Una prima “colpa” viene assegnata all’individualismo che
oggi permea la nostra società, e alla mancanza di grandi narrazioni e miti che
vengono appunto sostituiti dai fatti di cronaca. Questa centralità dell’individuo,
riporta Bagnoli citando lo psicologo Phil Zimbardo, manterrebbe viva l’idea che
gli atti criminali possano essere sempre riconducibili alla personalità deviata
o malvagia di chi li ha commessi, a qualcosa di diverso dall’essere umano
“normale”. Un simile processo infonderebbe inoltre nello spettatore un aumento
di autostima, perché paragonandosi al criminale esso si riscopre buono.Tuttavia
questa società, presentataci come impregnata di individualismo, trova però
conforto nel calore della massa, nello stringersi attorno a una perdita o
nell’unirsi contro un nemico (reale o meno) mettendo da parte le differenze del
quotidiano. Ma queste emozioni da chi vengono suscitate? Dai mass media, a cui
l’autore si rivolge con vena polemica sull’argomento della spettacolarizzazione.
Traspare infatti che, secondo Bagnoli, il rispetto delle
persone coinvolte nei fatti non dovrebbe essere prevaricato da nessun’altra
logica, soprattutto se nascosta dietro a uno sfruttato “dovere di cronaca”.
Risulta inoltre scettico sui processi paralleli visti più volte in televisione
all’interno di trasmissioni come “Porta a Porta”, che riescono
contemporaneamente a disturbare le indagini e a fornire una visione confusa e
frammentata all’opinione pubblica.
Però, come fa notare anche l’autore, queste trasmissioni non
esisterebbero, o avrebbero certamente cessato di esistere da tempo, se lo share non fosse elevato. Oltre che a
politico e allenatore, la televisione eleva chiunque al ruolo di giudice e di
inquirente, ci invita a prendere parte alla discussione, a dire la nostra.
Bagnoli riconduce questa caratteristica e quella di dividersi tra innocentisti
e colpevolisti esclusivamente agli spettatori italiani; non è ben chiaro il
motivo di questa affermazione dopo aver definito l’attrazione verso il macabro
come un istinto dell’essere umano, e soprattutto avendo “ereditato” questa
usanze direttamente dagli Stati Uniti, che in materia hanno molte più histories dell’Italia (ricordiamo tutti
i casi di Charles Manson e O.J. Simpson, ad esempio).
Quello che stupisce non è quindi la tendenza al commento e
alla presa di posizione, ma la facilità con cui questo verdetto viene emesso,
paragonabile alla facilità con cui viene pronosticata una partita. Sembra quasi
che la massa non faccia distinzione tra un’esibizione sportiva e un delitto
efferato, e l’autore sostiene che questo sia possibile solo se i soggetti
coinvolti, e in realtà mi spingerei a dire l’intera vicenda, vengono
deumanizzati. In questo modo si prende una totale distanza dalla situazione e
non ci si capacita di stare giocando (perché altro non è che puro
intrattenimento) con situazioni tragiche e con la vita privata delle persone.
Ma se non è possibile impedire la messa in onda delle
trasmissioni che fomentano i processi mediatici, quale soluzione dovrebbe
essere adottata? Bagnoli dà la stessa risposta di Cesare Beccaria quando nel
suo Dei delitti e delle pene invoca
un ritorno alla cronaca giudiziaria, basata solo sui processi e sulle sentenze
della Magistratura. Per non giungere a una soluzione così drastica è attivo un
organo preposto al controllo delle attività dei mass media, ovvero la Agcom
(Agenzia Garante delle Comunicazioni), intervenuto più volte nei casi
presentati, in particolar modo per Avetrana, al fine di ristabilire un approccio
maggiormente professionale e diminuire la pressione sulla vicenda.
Dopo questi interventi, e dopo una presa di coscienza da
parte dei giornalisti della spettacolarizzazione, la situazione oggi sembra
diversa, anche se la cronaca nera riempie più del 25% della programmazione di
tv e giornali. Bagnoli in questa sua pubblicazione, dal taglio prevalentemente
saggistico, traccia il perimetro della spettacolarizzazione del dolore
nell’ultimo decennio e cerca timidamente di proporre un’alternativa, coadiuvato
da testimonianze di colleghi giornalisti. Si concede però alcune affermazioni
che di rado sono presenti in un volume che vuol essere un saggio, come la frase
di apertura delle conclusioni «la nostra società è quindi totalmente assuefatta
al dolore e terribilmente abituata alla violenza», ipotesi totalmente
soggettiva che travisa la diminuzione di filtri nella narrazione e la
“distanza” del soggetto dai crimini sullo schermo con un’assuefazione definita
addirittura terribile. Ho inoltre notato l’assenza di un aspetto che sarebbe
stato interessante analizzare per lo scopo della ricerca, ovvero internet.
Senza dubbio la colossale rivoluzione del web ha influito sulla
spettacolarizzazione e mantiene vivo l’interesse per i casi di nera
(attraverso, ad esempio, portali specializzati) e forse
un approfondimento avrebbe fornito maggiore completezza al lavoro.
Nel libro tuttavia sono presenti diversi spunti per
ragionare sul rapporto dei media con i delitti che vengono commessi ogni
giorno, su tutti a mio avviso proprio quello del rispetto verso la situazione e
i soggetti coinvolti: vale assolutamente la pena pensare di più quando si parla
o si tratta di argomenti così delicati, e la “normalità” con cui essi vengono
presentati e approfonditi non aiuta di certo a tenere un comportamento
eticamente corretto. Il cambiamento non dev’essere solo dei media, ma anche e
soprattutto dei lettori e degli spettatori, che devono essere informati e
sensibilizzati. Leggere questo volume è sicuramente un ottimo modo per dare il via
a un cambiamento, per capire ed essere più consapevoli e responsabili.
Edoardo Traverso
La cronaca nera in Italia. I perché della sua spettacolarizzazione
Temperino rosso, Brescia, 2016.
12 gennaio 2017
Violenza di genere
Un tema
tristemente attuale quello della violenza sulle donne, una riflessione doverosa
proprio in questi giorni che hanno visto realizzarsi due terribili fatti
simili, uno un giorno dopo l’altro.
Martedì 10 gennaio 2017, Messina, una giovane ragazze di ventidue anni viene sfregiata nel corpo dal suo ex fidanzato che dopo averla cosparsa di benzine la dà alle fiamme.
Mercoledì 11 gennaio 2017,oggi,Rimini,una giovane ragazza di ventotto anni viene sfregiata nella faccia dal suo ex compagno che le ha tirato nel volto dell’acido rischiando di farle perdere la vista.
Due ragazze, due vittime della gratuità crudeltà maschile, per fortuna ancora vive, ma segnate per sempre da una ferita indelebile.
Due reazioni diverse: la prima ragazza difende il suo carnefice e nega l’accaduto gridando a gran voce: ’Non è stato lui! ’,mentre la seconda lo denuncia.
La violenza sulle donne è un problema reale ,attuale, è un problema criminale tanto quanto culturale dovuto forse alla diseguaglianza del rapporto tra uomo e donna nella costruzione dell’identità maschile.
E’ un problema enorme e dilagante dovuto probabilmente anche al ritardo che il diritto italiano ha impiegato a ritenerlo tale, a considerarlo reato; basti pensare che il femminicidio è stato per molto tempo considerato delitto d’onore per punire le condotte disonorevoli delle donne e poteva godere delle attenuanti del Codice Rocco.
Nel 1981 si è passati a considerarlo come delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, ma bisogna aspettare il 1996 perché la violenza sessuale sia riconosciuta come reato contro la persona, il 2009 perché siano puniti atti persecutori come lo stalking.
In Italia la violenza di genere è la principale causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni e proprio per questo bisogna parlarne, trovare soluzioni, promuovere le associazioni che aiutano le donne vittime di violenza , denunciare e non avere paura, stilare leggi severe per punire questi reati in modo che passi la voglia alla razza maschile di dimostrare la loro superiorità utilizzando la forza.
Forse nell’ambito giornalistico e dell’informazione si potrebbero raccontare le notizie in modo corretto e non distorcere le notizie usando termini inappropriati come ‘raptus di gelosia’ o l’ha uccisa perché l’amava troppo’, facendo trasparire una sorta di giustificazione o un’attenuante per quanto riguarda gli assassini o gli aggressori, e una colpa implicita nelle vittime, ma chiamando le cose con il proprio nome.
Le vittime vanno difese e non accusate.
Martedì 10 gennaio 2017, Messina, una giovane ragazze di ventidue anni viene sfregiata nel corpo dal suo ex fidanzato che dopo averla cosparsa di benzine la dà alle fiamme.
Mercoledì 11 gennaio 2017,oggi,Rimini,una giovane ragazza di ventotto anni viene sfregiata nella faccia dal suo ex compagno che le ha tirato nel volto dell’acido rischiando di farle perdere la vista.
Due ragazze, due vittime della gratuità crudeltà maschile, per fortuna ancora vive, ma segnate per sempre da una ferita indelebile.
Due reazioni diverse: la prima ragazza difende il suo carnefice e nega l’accaduto gridando a gran voce: ’Non è stato lui! ’,mentre la seconda lo denuncia.
La violenza sulle donne è un problema reale ,attuale, è un problema criminale tanto quanto culturale dovuto forse alla diseguaglianza del rapporto tra uomo e donna nella costruzione dell’identità maschile.
E’ un problema enorme e dilagante dovuto probabilmente anche al ritardo che il diritto italiano ha impiegato a ritenerlo tale, a considerarlo reato; basti pensare che il femminicidio è stato per molto tempo considerato delitto d’onore per punire le condotte disonorevoli delle donne e poteva godere delle attenuanti del Codice Rocco.
Nel 1981 si è passati a considerarlo come delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, ma bisogna aspettare il 1996 perché la violenza sessuale sia riconosciuta come reato contro la persona, il 2009 perché siano puniti atti persecutori come lo stalking.
In Italia la violenza di genere è la principale causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni e proprio per questo bisogna parlarne, trovare soluzioni, promuovere le associazioni che aiutano le donne vittime di violenza , denunciare e non avere paura, stilare leggi severe per punire questi reati in modo che passi la voglia alla razza maschile di dimostrare la loro superiorità utilizzando la forza.
Forse nell’ambito giornalistico e dell’informazione si potrebbero raccontare le notizie in modo corretto e non distorcere le notizie usando termini inappropriati come ‘raptus di gelosia’ o l’ha uccisa perché l’amava troppo’, facendo trasparire una sorta di giustificazione o un’attenuante per quanto riguarda gli assassini o gli aggressori, e una colpa implicita nelle vittime, ma chiamando le cose con il proprio nome.
Le vittime vanno difese e non accusate.
Elena Sacchelli
09 gennaio 2017
Cattivi al Sud?
Un’opera di ampio respiro, imponente, ma chiara e lineare
quella della Cremonesini e di Cristante. Un compito importante quello che si sono presi. Si perché è importante parlare
del Sud soprattutto ora che il discorso sulla questione meridionale è stato
come abbandonato, ma mai risolto e si è arrivati invece al cosiddetto 'fattore
M' ovvero a una normalizzazione della questione, a una presa d’atto della sua
staticità.
Attraverso interviste e analisi si vuole trovare la risposta al seguente quesito: qual è l’immagine del Sud che emerge dai media?
Un’immagine negativa.
Un’indagine meticolosa che passa attraverso siti web, il TG 1 delle ore 20, il più seguito dagli italiani, e giornali di portata nazionale quali Repubblica e il Corriere della sera dimostra che del meridione si parla poco e quando se ne parla se ne parla male.
Infatti nel periodo 1980-2010, quello preso in considerazione si è trattato soprattutto di cronaca nera (nel caso del tg1) e di criminalità, seguite da notizie inerenti meteo e Welfare State.
C’è la mafia, il degrado, l’arretratezza, la malasanità, il maltempo descritto come anomalo, l’inquinamento, la delinquenza.
C’è la violenza pura e agghiacciante, ci sono gli ecomostri che producono conseguenze disastrose come l’alluvione di Messina, c’è l’Ilva, c’è la corruzione di politica e istituzioni, c’è l’omertà e soprattutto non c’è spazio per la gente onesta.
Ma è possibile che una terra dalle mille meraviglie naturali, una terra di intellettuali della portata straordinaria quali Verga, Sciascia, Pirandello e Croce sia solo questo?
No, non è possibile e dovrebbe e potrebbe esistere una narrazione diversa, ma la classe dirigente dovrebbe fare qualcosa affinché questo avvenga.
In altri casi invece una narrazione diversa esiste, nel cinema e nelle arti.
C’è il neorealismo di Visconti, dove sebbene ci sia una presa diretta sul degrado del dopoguerra emerge l’intento di denuncia sociale, c’è il neorealismo rosa di Risi e Comencini che dà importanza al dialetto, c’è Totò, c’è Basilicata coast to coast di Rocco Pappaleo che con una strategia originale dà visibilità al territorio della Basilicata, c’è Checco Zalone che ironizza sui luoghi comuni di nord e sud.
Anche serie televisive e di successo parlano del Sud non solo in modo negativo, prima fra tutte ‘Il commissario Montalbano’ giallo tratto dalle storie di Camilleri che ci mette davanti ad un Sud problematico, ma reattivo, c’è Gomorra serie di successo internazionale in linea con l’idea negativa di Napoli, ma dove volutamente non ci sono eroi, e altre ancora.
In conclusione ritengo che i problemi al Sud ci siano e che sia giusto parlarne, magari però si potrebbe porre l’accento anche sulle tante realtà positive di lotta alla criminalità organizzata, sul patrimonio artistico e storico, si potrebbe far emergere che la brava gente c’è ed è giusto parlare anche di questo.
Attraverso interviste e analisi si vuole trovare la risposta al seguente quesito: qual è l’immagine del Sud che emerge dai media?
Un’immagine negativa.
Un’indagine meticolosa che passa attraverso siti web, il TG 1 delle ore 20, il più seguito dagli italiani, e giornali di portata nazionale quali Repubblica e il Corriere della sera dimostra che del meridione si parla poco e quando se ne parla se ne parla male.
Infatti nel periodo 1980-2010, quello preso in considerazione si è trattato soprattutto di cronaca nera (nel caso del tg1) e di criminalità, seguite da notizie inerenti meteo e Welfare State.
C’è la mafia, il degrado, l’arretratezza, la malasanità, il maltempo descritto come anomalo, l’inquinamento, la delinquenza.
C’è la violenza pura e agghiacciante, ci sono gli ecomostri che producono conseguenze disastrose come l’alluvione di Messina, c’è l’Ilva, c’è la corruzione di politica e istituzioni, c’è l’omertà e soprattutto non c’è spazio per la gente onesta.
Ma è possibile che una terra dalle mille meraviglie naturali, una terra di intellettuali della portata straordinaria quali Verga, Sciascia, Pirandello e Croce sia solo questo?
No, non è possibile e dovrebbe e potrebbe esistere una narrazione diversa, ma la classe dirigente dovrebbe fare qualcosa affinché questo avvenga.
In altri casi invece una narrazione diversa esiste, nel cinema e nelle arti.
C’è il neorealismo di Visconti, dove sebbene ci sia una presa diretta sul degrado del dopoguerra emerge l’intento di denuncia sociale, c’è il neorealismo rosa di Risi e Comencini che dà importanza al dialetto, c’è Totò, c’è Basilicata coast to coast di Rocco Pappaleo che con una strategia originale dà visibilità al territorio della Basilicata, c’è Checco Zalone che ironizza sui luoghi comuni di nord e sud.
Anche serie televisive e di successo parlano del Sud non solo in modo negativo, prima fra tutte ‘Il commissario Montalbano’ giallo tratto dalle storie di Camilleri che ci mette davanti ad un Sud problematico, ma reattivo, c’è Gomorra serie di successo internazionale in linea con l’idea negativa di Napoli, ma dove volutamente non ci sono eroi, e altre ancora.
In conclusione ritengo che i problemi al Sud ci siano e che sia giusto parlarne, magari però si potrebbe porre l’accento anche sulle tante realtà positive di lotta alla criminalità organizzata, sul patrimonio artistico e storico, si potrebbe far emergere che la brava gente c’è ed è giusto parlare anche di questo.
Elena Sacchelli
Valentina Cremonesini - Stefano Cristante
La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo
Mimesis, Milano, 2015.
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03 gennaio 2017
Giornalisti di fronte alla sfida dei social media
Molto è stato detto e molto è
stato scritto su come l'avvento di internet abbia cambiato il mestiere del
giornalista, che oggi cerca nuove strade per sopravvivere ma sembra non aver
ancora trovato una soluzione sicura. Il calo delle vendite dei giornali
stampati ha prodotto una crisi che le edizioni digitali non sembrano ancora in
grado di arginare; inoltre sono ormai entrati in scena Google e i social network
come Facebook e Twitter, che si stanno sempre più intrecciando con
l'informazione con il rischio, per il giornalista, di perdere il suo ruolo di
mediatore tra i fatti e il pubblico. Come si può leggere nel sottotitolo, il
libro di Michele Mezza cerca di dare ai giornalisti i mezzi per mantenere una
certa indipendenza e “per non diventare sudditi di Facebook e Google”,
un'ipotesi che non dobbiamo giudicare esagerata. Sin dalle prime pagine
l'autore si concentra su un recente accordo tra il social network di Mark
Zuckerberg e grandi testate come il “New York Times” o il “Guardian” secondo il
quale i giornali cederebbero a Facebook le loro notizie e il social network si
occuperebbe di farle arrivare ai propri utenti a seconda dei loro interessi,
intuiti attraverso un'analisi dei profili. Risulta quindi chiaro che in questa
situazione i giornalisti devono ritagliarsi un nuovo spazio e capire in quale
direzione sta andando il loro mestiere. È proprio questo che cerca di fare
Mezza nel suo saggio, prima studiando lo scenario attuale e poi parlando delle
tecnologie e delle nuove possibilità alle quali i giornalisti possono e devono
guardare.
L'autore si rende conto che un
libro sul giornalismo scritto nel 2015, che si concentra proprio sui
cambiamenti di questa professione, rischia di rimanere subito indietro rispetto
a quanto sta accadendo nel mondo, per questo il suo lavoro non si esaurisce
nelle pagine stampate. Il libro è costantemente arricchito con numerosi QR code
che, una volta inquadrati con lo smartphone, rimandano a siti, video, o
contenuti di altro tipo che si collegano a quel che scrive Mezza, primo fra
tutti il sito giornalisminellarete.donzelli.it, che fa da punto di
riferimento e raccoglie notizie sull'argomento del libro. L'idea è buona:
permette al lettore di essere aggiornato in tempo reale su quello che legge e,
al tempo stesso, dimostra un uso concreto della tecnologia da parte
dell'autore, che quindi non si limita solo a parlarne. Ma il libro di Mezza
funzionerebbe bene anche senza l'aiuto dei QR code e probabilmente le sue
indicazioni risulteranno utili ancora per diverso tempo, perché la
trasformazione del giornalismo è sì veloce – come tutto nell'era di internet –
ma forse non così tanto come si credeva qualche anno fa.
Un aspetto che traspare subito è
la grande passione che sta alla base di questo saggio, un interesse vivo che si
traduce in ipotesi e osservazioni non banali e in un'attenzione ai nuovi
fenomeni che stanno coinvolgendo il mondo del giornalismo: nuovi strumenti,
nuovi canali ma soprattutto un nuovo modo, ormai necessario, di pensare il
giornale, quello che l'autore definisce un'operazione di re-thinking, invece di
un semplice re-styling. A questo proposito va senza dubbio citato l'acquisto
del “Washington Post” da parte di Jeff Bezos, il proprietario di Amazon, un
fatto che segna una svolta di importanza pari all'accordo tra Facebook e le
grandi testate cui si accennava. Tutto ciò non lo apprendiamo solo dalle parole
di Mezza, ma anche da alcune interviste e conversazioni con giornalisti e
direttori di giornali o siti di news, una soluzione che contribuisce a rendere
il saggio più scorrevole. In effetti il libro è piuttosto denso di concetti e a
volte non è dei più semplici da seguire, del resto è più indirizzato agli
addetti ai lavori che al pubblico generalista. In ogni caso il saggio di
Michele Mezza può risultare un valido aiuto per chi cerca di schiarirsi le idee
sulla attuale situazione del giornalismo, che se da un lato ci sta togliendo
alcuni punti di riferimento, dall'altro ci propone nuove possibilità. Proprio
questo è il punto: non bisogna lasciarsi ingannare dal sottotitolo che, pur
sottolineando un aspetto di importanza fondamentale nel pensiero dell'autore,
potrebbe suggerire una visone essenzialmente negativa di internet. Al
contrario, quello su cui più si concentra Mezza sono gli strumenti e le
potenzialità offerti dalla tecnologia. Certo, rimangono ancora diversi
interrogativi, e dovremo dimenticarci di quel giornalismo che faceva consumare
le suole delle scarpe ma, nel frattempo, sta prendendo forma una nuova figura,
un mestiere più complesso che tocca campi diversi, e capire come funziona è
l'obiettivo di un libro come “Giornalismi nella rete”.
Michele Mezza
Giornalismi nella
rete, per non essere sudditi di Facebook e Google,
Donzelli, Roma, 2015.
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02 gennaio 2017
Genova in libreria
Mario Canevara
Memorie di un ragazzo qualunque. Gli anni 1930-1945 a Genova
Erga Edizioni, Genova, 2016, pp. 136.
Memorie di un ragazzo qualunque. Gli anni 1930-1945 a Genova
Erga Edizioni, Genova, 2016, pp. 136.
Descrizione
Un bambino di sei anni trova nella spazzatura un mucchio di schede elettorali delle ultime elezioni. Siamo nel 1930. Da qui parte l’itinerario psicologico e politico del protagonista, la cui autobiografia si intreccia con la Storia. Il protagonista vede Genova imbandierata accogliere Mussolini, ascolta i commenti in casa e fuori che vanno dall’approvazione incondizionata fino al più radicale dissenso: ascolta e registra. Nasce in lui il dubbio, che diventa col tempo consapevolezza, che il Regime stia mistificando la realtà e che la guerra sia presentata come una conseguenza inevitabile. Chiamato alle armi nel 1944, è testimone del disfacimento dell’Esercito nelle fasi finali della guerra. Prende parte alle operazioni che condurranno alla liberazione di Genova dall’occupazione nazifascista.
*Mario Canevara (1924-2015)
Un bambino di sei anni trova nella spazzatura un mucchio di schede elettorali delle ultime elezioni. Siamo nel 1930. Da qui parte l’itinerario psicologico e politico del protagonista, la cui autobiografia si intreccia con la Storia. Il protagonista vede Genova imbandierata accogliere Mussolini, ascolta i commenti in casa e fuori che vanno dall’approvazione incondizionata fino al più radicale dissenso: ascolta e registra. Nasce in lui il dubbio, che diventa col tempo consapevolezza, che il Regime stia mistificando la realtà e che la guerra sia presentata come una conseguenza inevitabile. Chiamato alle armi nel 1944, è testimone del disfacimento dell’Esercito nelle fasi finali della guerra. Prende parte alle operazioni che condurranno alla liberazione di Genova dall’occupazione nazifascista.
*Mario Canevara (1924-2015)
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01 gennaio 2017
Warhol, serigrafo fuori registro
Tra iperbolici echi mediatici di un mercato a tutto mondo, la mostra su Warhol e la Pop Society, al Palazzo Ducale di Genova sino al 26 febbraio 2017 non possiamo perderla, se vogliamo capire perché il nostro tempo è potentemente amorfo, superbamente potente.
La pop art è stata la pandemia del multiplo stonato che ci ha trascinato nel magma delirante del barocchetto digitale, genialmente compresso nel nostro deambulare quotidiano.
Obesità da pixel puntinato, retinato, bulimia molto americana, troppo.
Andrew Warhola nasce il 6 agosto 1928 a Pittsburgh. Si farà chiamare Andy Warhol: un intellettuale, un artista, uno scrittore, fotografo o cineasta o, soltanto, scaltro businessman o, forse, anche cattivo serigrafo che inciampa su un fuori registro - normali fogli di scarto in ogni stamperia - e sa trovare il pozzo di petrolio?
Su Andy l'artista, una luce l'accende la giovane famiglia Trump, con un Donald così difficile e poco emulsionante verso lui da meritarsi l'aggettivo di persona "ordinaria", e si pensi che soltanto alcuni mesi prima, nell'estate dell'81 in uno dei suoi accerchiamenti allo establishment ricco e famoso verso il quale il suo magazine Interview fungeva da testa di cuoio, Warhol definiva il biondo miliardario un bell'uomo.
Andy aveva lavorato molto producendo diversi "dipinti" nei toni del nero e dell'argento dedicati alla Trump Tower, pensati per il suo ingresso, ma i Trump ne restarono perplessi, la moglie inoltre ne fu contrariata perché i colori non si intonavano alle tappezzerie. Rimedierà, in seguito, ma non sappiamo con quanta efficacia, cercandosi le mazzette dei colori.
Andy era convinto che i Trump avrebbero capito l'importanza della sua opera d'arte dedicata al loro grattacielo-tempio tanto da dedicargli la copertina del catalogo. Sembrava una grande idea, ma solo per Andy.
Questo è il senso che si rileva sfiorando appena quella che a mio avviso è l'opera più originale di Andy, i Diari (Istituto Geografico De Agostini, 1989), purtroppo molto poco celebrati forse perché la parte umanata è la parte vera, quella che si spinge oltre i ricchi e famosi, vip e arrivisti. Ci sono anche "checche, lesbiche e amfetamine", party e vernissage starlet, giovani artisti talentuosi, una cronaca della sua Factory argentata nella 47a e dell'America esaltante e al contempo deprimente sino alla terribilità di un colpo di pistola che quasi lo imbuca per il Creatore, esploso - si racconta - da una "lesbica pazza" che frequentava la Factory per via dei suoi film underground.
E qui, si sente il bisogno di rifugiarsi nella velocità delle arti descritte dal Vasari (inutile scomodare il Bellori, troppo colto) in cui troviamo quella densità oracolare che ci restituisce il sentiero per uscire dal buco nero dell'arte meccanica, impenetrabile e straziata, che a partire dagli anni sessanta ha mutato la società, come si osserva anche nelle intenzioni della mostra, curata da Luca Beatrice.
"Ma se la scrittura per essere in-colta e così naturale com'io favello, non è degna de lo orecchio di Vostra Eccellenzia, scusimi, che la penna d'un disegnatore non ha forza di linearli e d'ombreggiarli; si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessità di procacciarmi i bisogni della vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che col pennello."
Teste, ritratti, mezze figure, accondiscendenti oppure su commissione, grandi sarti, industriali, cantanti pronti ad autoacquistarsi, superstar e miti capaci di sedurre il mercato, Greta, Mao, la Gioconda, Nicholson, Liz, Fiorucci, Armani, Versace, Travolta, Dylan, Elvis e, naturalmente, il nostro Agnelli.
Poi simboli di ogni genere, commerciali, sociali, politici, pubblicitarie, sedie elettriche, falci e martelli, Coca Cola, dollari. Una produzione industriale di serigrafie in cui l'artista lasciava intendere troppe cose, persino un senso politico, impegnato, ma che è palesemente assente.
Di certo sappiamo che la sua firma apposta su un lavoro a stampa serigrafica, generata dalla fotomeccanica, supera strepitosamente, spudoratamente, di molto, di moltissimo il mercato di un Durer, di un Rembrandt o di un Goya che sublimemente disegnavano e incidevano direttamente sulla lastra di metallo la loro unica e fragile matrice.
E qui ricordiamo Benjamin secondo cui la riproducibilità deve fare i conti con ciò che si definisce l'aura dell'opera d'arte. Qualcosa di irreperibile, presente nelle opere del passato, un valore che ne garantiva l'autenticità, proveniente da interventi tecnici non imitabili. L'opera limitata a pochi, che manteneva integro il suo valore per tutta la comunità e mai percepita come facsimile da ognuno.
Fenomeno elettronico di massa, invece, che zampilla dai nostri pori.
Non che il nostro biondo scapigliato fosse privo di competenze artistiche, si deduce anche dalle sue illustrazioni nei libri in mostra.
Le sue polaroid - notevoli, in mostra - venivano riprodotte su acetato e per essere compiacente con la committenza lavorava di fotoritocco, aggraziava nasi, occhi, bocca, collo, l'immagine veniva poi ingrandita a 40 x 40 cm e quindi si procedeva alla serigrafia, si creava la mascheratura per la selezione dei colori: bocca, occhi, cravatte, giacche, contorni. Tutto veniva serigrafato in sovrapposizione alla foto oppure in fuori registro.
Questo era il tocco stregato che dava ai multipli di Andy specificità e folgorazione. In arte, tutto può accadere: se osserviamo gli artisti contemporanei più celebrati e le loro trovate, allora sì che Andy è un gigante. Gauguin sosteneva che le idee superano la tecnica e Warhol le idee le aveva, soprattutto su come gestire la sua rete di relazioni che arrivava molto in alto, su, su, sino ai Kennedy e al presidente degli States, Carter.
Pat Hackett, studentessa universitaria, cronista della Factory, avrebbe meritato il Pulitzer Prize for Fiction per aver reso possibile i Diari, tratti da ventimila pagine di appunti. Tutte le mattine ascoltava per ore il resoconto del giorno prima, incontri, amici, feste, spese, incassi. Andy teneva conto persino delle telefonate ed era felice quando poteva usare il telefono degli altri. Pat non riceveva paga, forse il rimborso del bus, ma non è certo. Trascriveva, correggeva, migliorava il discorso. Andy detta i suoi Diari dalla fine del settantasei sino alla sua morte, il 22 febbraio 1987, per problemi alla cistifellea.
"Ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con più commodità e con più lode mia e con più satisfazione altrui potrò forse così col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano."
Francesco Pirella
*Francesco Pirella, editore e studioso dell'arte grafica, è fondatore e direttore di ARMUS Archivio Museo della stampa di Genova.
22 dicembre 2016
In libreria
Massimo Marzi
Il BeneGiornale
Alla ricerca del Bene da promuovere e diffondere per stare meglio
Armando Editore, Roma, 2016, pp. 304.
Descrizione
Il BeneGiornale
Alla ricerca del Bene da promuovere e diffondere per stare meglio
Armando Editore, Roma, 2016, pp. 304.
Descrizione
Il BeneGiornale è un format radio-televisivo e vuole essere un nuovo modo di "mettere in comune il bene" attraverso la diffusione della parte buona, sana, bella, giusta e positiva del mondo, promuovendo fiducia, ottimismo, etica, moralità, onestà e solidarietà per arginare e contrastare il dilagare delle brutte notizie. Le pagine di questo volume sono una tangibile “anticipazione” di idonei contenuti informativi da trasmettere attraverso futuri BeneGiornali radiotelevisivi. Il libro si propone di riaccendere le speranze sui miglioramenti possibili nel presente e prefigura fiduciose prospettive per il futuro.
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12 dicembre 2016
Fino a che punto conta la nazionalità?
Il recente terremoto che ha colpito il cuore dell'Italia è stato l'ennesimo duro colpo che la popolazione si è ritrovata ad affrontare con le proprie forze. Da mesi ormai intere famiglie sono senza abitazione e vivono come possono nella speranza di poter ricostruire un futuro. La stessa speranza che è insita anche nei numerosissimi migranti che, costretti a scappare da una situazione invivibile, hanno visto nell'Italia una possibilità di ricominciare. Ma è davvero così?
Il problema più evidente pare infatti riuscire, dopo i recenti avvenimenti, a far fronte alle spese non solo a sostegno di queste popolazioni che chiedono asilo, ma anche per la ricostruzione di chi in questo paese ci ha sempre abitato.
C'è dunque una priorità nei confronti dell'uno o dell'altro? È sicuramente una questione tanto delicata quanto spinosa poiché, quando la gravità prende il sopravvento, l'umanità passa in secondo piano ed emerge forse più la nazionalità che la solidarietà nei confronti di chi, per motivi differenti, è in una condizione non poi così diversa.
Maria Eugenia Sabbadini
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11 dicembre 2016
Tra Pinocchio e Gian Burrasca
“Ne ammazza più la penna” è un titolo ambivalente che
mette il pubblico di fronte ad una serie di brevi letture lasciando quesiti
aperti e disparati.
Chi sono le vere vittime della penna?
La penna, forse, ha “ammazzato” i protagonisti delle
storie d’Italia riportate negli articoli dei diversi giornalisti che si sono
susseguiti nel tempo?
O, forse, sono state più le volte in cui gli stessi
giornalisti e scrittori si sono visti soccombere di fronte a quelle notizie e
idee da loro portate alla luce e che mai avrebbero dovuto raggiungere
l’opinione pubblica nei diversi momenti storici e politici vissuti?
Nel percorso storico intrapreso e riportato da Vercesi,
dai tempi della caduta di Napoleone fino agli anni Sessanta del Novecento,
attraverso fatti, notizie ed aneddoti, emerge come vi sia stata un’evoluzione
del giornalismo e come, allo stesso tempo, ciò che accadeva nel periodo post
giacobino si sia mantenuto e ripetuto nel tempo.
Vi sono giornalisti eroici che hanno rischiato la loro
stessa esistenza in nome della verità e della loro onestà intellettuale.
Silvio Pellico, durante i dieci anni di detenzione nel
duro carcere dello Spielberg, avrebbe scritto un’opera letteraria come “Le
mie Prigioni”, senza conoscerne e goderne mai il successo meritato e
riconosciuto, a posteriori, dal pubblico. Scontata la pena, una volta tornato
libero, decise di tenersi lontano dalla politica, senza mai rinnegare le
proprie idee e continuando a coltivare la sua vena giornalistica e letteraria.
Vi sono, quindi, giornalisti che non hanno mai tradito sé
stessi.
Giuseppe Mazzini, il quale dedicò la sua intera esistenza
al mondo dell’informazione, può essere considerato, nuovamente, un vero eroe.
Non bastava impegnarsi; ogni articolo doveva riportare la firma in calce. Ci si
doveva esporre in prima persona.
Non sempre, però, si poteva rischiare ed apporre la firma
sugli articoli pubblicati.
O meglio, forse ci si sarebbe anche potuti scontrare con i
grandi poteri centrali e le estreme dittature, ma a quale prezzo?
Così, soprattutto in tempo di guerra, la maggior parte dei
professionisti avrebbe optato per l’autocensura e, così, per
l’autoconservazione.
Vi sono i codardi e “fifoni”: quelli che hanno respirato
una boccata di libertà con l’uscita dalla scena politica di Napoleone e che,
appena sono venuti a conoscenza dell’imminente ritorno di Sua Maestà, ne
hanno condiviso la gioia universale sui giornali e con il popolo.
E poi, vi sono i carrieristi, gli ambiziosi o, meglio ancora,
gli arrivisti che sanno quando è giunto il tempo di cogliere un’opportunità;
quelli avidi di successo e potere e che, per questo, sanno cavalcare l’onda
cambiando repentinamente la propria direzione, senza vergogna e senza alcuno
scrupolo.
Vercesi, nelle vicende narrate in piccoli paragrafi e
scorci di storia, ha la grande capacità di far emergere nel lettore un’immagine
del giornalista alquanto complessa.
Emerge l’amante della verità, dell’amor proprio e
dell’onestà intellettuale.
Emerge il timoroso che preferisce mettersi al riparo da
ogni possibile ritorsione.
E, infine, emerge l’arrampicatore.
Lo sguardo al passato di Vercesi sembra unirsi e
mescolarsi con quello dei giorni nostri, facendo diventare il ruolo del
giornalista ed i problemi ruotanti intorno alla sua professione quanto mai
attuali e in continuità con quelli dei secoli precedenti.
In conclusione, risulta significativo il paragone che lo
scrittore utilizza tra due personaggi fantasiosi della letteratura italiana:
Pinocchio da un lato e Gian Burrasca dall’altro.
Pinocchio, il burattino che vedrà allungarsi il naso tutte
le volte in cui dirà una bugia, già da bambino è abbastanza adulto e
responsabile da sapere che il mondo, senza il suo senso di colpa, non sta
insieme. Pinocchio è un libro aperto, come appare.
Pinocchio è la vittima predestinata delle autorità.
Gian Burrasca, invece, è bugiardo come il demonio e le sue
vittime se ne accorgeranno troppo tardi (quando se ne accorgono). E’ la
disperazione dei genitori, è il prototipo di tutti i no global, un kamikaze.
Gian Burrasca rappresenta l’estremismo ed è nemico di tutte le autorità.
Pinocchio rappresenta il politically correct; Gian
Burrasca è l’outsider.
Di fronte a
questi due immaginari, l’Italia non è mai riuscita a scegliere.
Valentina Trinchero
Pier Luigi Vercesi
Ne ammazza più la penna.
Pier Luigi Vercesi
Ne ammazza più la penna.
Storie d'Italia vissute nelle redazioni dei giornali
Palermo, Sellerio, 2014, pp. 384
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10 dicembre 2016
Musica e poesia: musica è poesia?
È la domanda che, in varie forme, si sono posti probabilmente in molti quest'anno, quando si è deciso di consegnare il Nobel per la Letteratura al musicista americano Bob Dylan. In molti hanno infatti criticato l'assegnazione della commissione sostenendo che i testi scritti dal cantautore non posseggano la stessa valenza delle poesie normalmente intese; ovvero stampate su carta o qualsiasi altro supporto e fatte per essere lette o declamate. Di conseguenza, sarebbe stato meglio premiare altri autori, poeti “tradizionali”. Ma c'è davvero un motivo, al di là della consuetudine, per cui i testi di un cantautore popolare come Dylan non possano essere considerati poesia?
Della poesia condividono la forma: i versi. In numerosissimi casi si basano su figure retoriche, in particolare metafore: espedienti tipici di qualsiasi genere di poesia. E se ancora permanesse qualche dubbio sicuramente Francesco Ciabattoni, docente di Letteratura Italiana Medievale all'Università di Georgetown, potrebbe ben dissolverlo col suo ultimo libro: La citazione è sintomo d'amore. In quest'opera, che analizza i testi più o meno famosi di alcuni noti cantautori italiani – da De André a Guccini -, il professor Ciabattoni dimostra con un'attenta analisi come non soltanto tali composizioni possano essere considerate poesia esse stesse, ma come siano spesso ispirate ad altri testi letterari. E poesie che contengono riferimenti ad altre poesie « diventano più poesia della poesia stessa ». Ed anche Bob Dylan è stato influenzato da molti poeti e scrittori da lui conosciuti ed amati, facendo rivivere frammenti del loro spirito attraverso la propria musica, donandogli una nuova personalità: la propria. E tra tutti i poeti, da secoli, vi sono frequenti giochi di riprese e citazioni.
Ma l'elemento della musica, come entra in tutto questo? Ciabattoni afferma che si tratta di un ulteriore arricchimento della dimensione poetica, capace di accompagnare o distorcere con una minima variazione il messaggio trasmesso dalle parole. Intrecciandosi alla lettura piana ed alla lettura metaforica può divenire, quindi, un terzo livello d'interpretazione. E dopotutto, la grande poesia europea difficilmente avrebbe potuto svilupparsi per come la conosciamo oggi se i trovatori provenzali non avessero cantato, girovagando per le strade, le loro romanze al suono del liuto. A seguito delle influenze che ha avuto la sua poesia sui posteri, se fosse vivo, non meriterebbe forse un Nobel anche Arnaut Daniel?
Silvia Marcantoni Taddei
Francesco Ciabattoni
La citazione è sintomo d'amore.
Cantautori italiani e memoria letteraria
Carocci, Roma, 2016
09 dicembre 2016
La grande giovinezza e la piccola saggezza
Il referendum o, come definito da Maurizio Crozza durante la puntata del talk show politico di Giovanni Floris su La7, “referenzium”, a cui sono stati chiamati alle urne gli italiani domenica 4 dicembre, ha evidenziato un grido collettivo di no.
Una sconfitta plateale, al termine della quale Matteo Renzi, secondo le notizie riportate, avrebbe affermato: “Non credevo che mi odiassero così”.
I sondaggi hanno messo in risalto le ragioni che hanno portato a questo risultato politico: in primo luogo, si tratterebbe di un malcontento diffuso tra gli italiani.
Il no è stato un modo, l'unico che gli italiani hanno avuto a disposizione negli ultimi anni, per dire "basta, non ci prendete in giro, per noi non state facendo niente", così interviene su La Repubblica Roberto Saviano.
A votare no sono stati i più giovani e, soprattutto, i giovani del Sud Italia.
Ed ecco che, a tratti, questo giudizio popolare sembra raccontare qualcosa in più; sembra riuscire a collegarsi e a narrarci altre storie, altre “faccende”: personali , da un lato, e socialmente condivise, dall’altro.
Matteo Renzi, il primo ministro più giovane di tutta la storia della Repubblica Italiana, voleva essere l’innovatore e il “rottamatore” di una classe politica immobile ed anziana.
“Attacco alla casta, antiparlamentarismo, mozione degli istinti antipolitici: sono tutti elementi di un inedito populismo del potere che Renzi ha provato a impersonare nel tentativo — o nella tentazione — di disegnarsi un doppio profilo di lotta e di governo, usando le armi dell’antipolitica per combatterla”, scrive Ezio Mauro.
Tutto ciò si è amaramente rivelato un suicidio.
Ed è a questo punto che sembrerebbe emergere uno scontro generazionale e, di conseguenza, il forse necessario incontro, dialogo e appoggio reciproco tra identità che rappresentano ciascuna decenni differenti.
Forse, se Renzi avesse dato maggior ascolto ai consigli provenienti dalla vecchia classe dirigente del suo partito sarebbe riuscito ad inserire la riforma costituzionale in un contesto culturale e conoscitivo differente ed avrebbe ottenuto risultati diversi.
Forse, i giovani avrebbero potuto informarsi ancor più a fondo prima di insorgere e di alzare i toni e sbattere un secco no in faccia ai più esperti adulti.
Forse, se la saggezza ed l'esperienza del vecchio si fosse mescolata alla richiesta di rottamazione degli adulti e alla spregiudicatezza dei giovani, si sarebbe aperto un lungo dialogo, un lungo viaggio di ascolto reciproco che avrebbe portato ad un cambiamento più lento e ponderato, ma anche più stabile.
Ed è all’interno di queste riflessioni che torna vivo nella mente un film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale cinematografiche nel maggio 2015: Youth. La giovinezza.
Il cinema si è più volte occupato, attraverso vari volti e storie, dello scontro e incontro tra diverse generazioni. La stessa storia, tra cui quella del giornalismo, narra della volontà di ribellarsi, con toni spesso anche accesi, dei più giovani nei confronti dei propri discendenti.
Youth. La giovinezza è un film che passeggia, proprio come fanno i due protagonisti ottantenni Fred (Michael Cane) e Mick (Harvey Keitel), che passeggiando cercano se stessi, cercano di ricordare e trovare il perché delle cose.
Ecco, Youth è un film in cerca di un senso e alla ricerca di un buon finale (che non arriva).
Uno dei protagonisti, che recita il ruolo di regista a compimento del suo ultimo film testamento, chiama una delle sue giovani collaboratrici ad osservare il panorama delle Alpi svizzere da un binocolo.
“La vedi quella montagna di fronte?”, chiede il regista.
“Si, sembra vicinissima”, risponde timidamente lei.
“Esatto! Questo è quello che si vede da giovani, si vede tutto vicinissimo. Quello è il futuro.”
Il regista ruota velocemente l’obiettivo del binocolo e, così, capovolge altrettanto rapidamente la visione degli oggetti e, insieme, della vita.
“E adesso… questo è quello che si vede da vecchi, si vede tutto lontanissimo. Quello è il passato.”
Giovane e vecchio sembrano, così, affacciarsi ad uno stesso panorama con vissuti ed esperienze contrapposte. Vicino e lontano, spregiudicatezza e saggezza, passione sfrontata e maturità e, in definitiva, novellino incauto ed anziano accorto sembrano apparire distanti, ma, contemporaneamente, faccia di una stessa medaglia.
Allora l’incontro generazionale, forse spesso non riuscito e impossibile da compiersi per molti aspetti, appare quanto mai inevitabile e necessario, tanto in politica quanto nella vita quotidiana di ognuno di noi.
Valentina Trinchero
Una sconfitta plateale, al termine della quale Matteo Renzi, secondo le notizie riportate, avrebbe affermato: “Non credevo che mi odiassero così”.
I sondaggi hanno messo in risalto le ragioni che hanno portato a questo risultato politico: in primo luogo, si tratterebbe di un malcontento diffuso tra gli italiani.
Il no è stato un modo, l'unico che gli italiani hanno avuto a disposizione negli ultimi anni, per dire "basta, non ci prendete in giro, per noi non state facendo niente", così interviene su La Repubblica Roberto Saviano.
A votare no sono stati i più giovani e, soprattutto, i giovani del Sud Italia.
Ed ecco che, a tratti, questo giudizio popolare sembra raccontare qualcosa in più; sembra riuscire a collegarsi e a narrarci altre storie, altre “faccende”: personali , da un lato, e socialmente condivise, dall’altro.
Matteo Renzi, il primo ministro più giovane di tutta la storia della Repubblica Italiana, voleva essere l’innovatore e il “rottamatore” di una classe politica immobile ed anziana.
“Attacco alla casta, antiparlamentarismo, mozione degli istinti antipolitici: sono tutti elementi di un inedito populismo del potere che Renzi ha provato a impersonare nel tentativo — o nella tentazione — di disegnarsi un doppio profilo di lotta e di governo, usando le armi dell’antipolitica per combatterla”, scrive Ezio Mauro.
Tutto ciò si è amaramente rivelato un suicidio.
Ed è a questo punto che sembrerebbe emergere uno scontro generazionale e, di conseguenza, il forse necessario incontro, dialogo e appoggio reciproco tra identità che rappresentano ciascuna decenni differenti.
Forse, se Renzi avesse dato maggior ascolto ai consigli provenienti dalla vecchia classe dirigente del suo partito sarebbe riuscito ad inserire la riforma costituzionale in un contesto culturale e conoscitivo differente ed avrebbe ottenuto risultati diversi.
Forse, i giovani avrebbero potuto informarsi ancor più a fondo prima di insorgere e di alzare i toni e sbattere un secco no in faccia ai più esperti adulti.
Forse, se la saggezza ed l'esperienza del vecchio si fosse mescolata alla richiesta di rottamazione degli adulti e alla spregiudicatezza dei giovani, si sarebbe aperto un lungo dialogo, un lungo viaggio di ascolto reciproco che avrebbe portato ad un cambiamento più lento e ponderato, ma anche più stabile.
Ed è all’interno di queste riflessioni che torna vivo nella mente un film di Paolo Sorrentino, uscito nelle sale cinematografiche nel maggio 2015: Youth. La giovinezza.
Il cinema si è più volte occupato, attraverso vari volti e storie, dello scontro e incontro tra diverse generazioni. La stessa storia, tra cui quella del giornalismo, narra della volontà di ribellarsi, con toni spesso anche accesi, dei più giovani nei confronti dei propri discendenti.
Youth. La giovinezza è un film che passeggia, proprio come fanno i due protagonisti ottantenni Fred (Michael Cane) e Mick (Harvey Keitel), che passeggiando cercano se stessi, cercano di ricordare e trovare il perché delle cose.
Ecco, Youth è un film in cerca di un senso e alla ricerca di un buon finale (che non arriva).
Uno dei protagonisti, che recita il ruolo di regista a compimento del suo ultimo film testamento, chiama una delle sue giovani collaboratrici ad osservare il panorama delle Alpi svizzere da un binocolo.
“La vedi quella montagna di fronte?”, chiede il regista.
“Si, sembra vicinissima”, risponde timidamente lei.
“Esatto! Questo è quello che si vede da giovani, si vede tutto vicinissimo. Quello è il futuro.”
Il regista ruota velocemente l’obiettivo del binocolo e, così, capovolge altrettanto rapidamente la visione degli oggetti e, insieme, della vita.
“E adesso… questo è quello che si vede da vecchi, si vede tutto lontanissimo. Quello è il passato.”
Giovane e vecchio sembrano, così, affacciarsi ad uno stesso panorama con vissuti ed esperienze contrapposte. Vicino e lontano, spregiudicatezza e saggezza, passione sfrontata e maturità e, in definitiva, novellino incauto ed anziano accorto sembrano apparire distanti, ma, contemporaneamente, faccia di una stessa medaglia.
Allora l’incontro generazionale, forse spesso non riuscito e impossibile da compiersi per molti aspetti, appare quanto mai inevitabile e necessario, tanto in politica quanto nella vita quotidiana di ognuno di noi.
Valentina Trinchero
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05 dicembre 2016
In libreria
Antonio Pilati
Rivoluzione digitale e disordine politico
Prefazione di Giulio Sapelli
Guerini &Associati, Milano, 2016, 176 pp.
disponibile anche in formato ebook
Descrizione
Rivoluzione digitale e disordine politico
Prefazione di Giulio Sapelli
Guerini &Associati, Milano, 2016, 176 pp.
disponibile anche in formato ebook
Descrizione
Da un quarto di secolo uno straordinario vento di innovazione sta trasformando in tutto il mondo la vita di miliardi di persone. Lo alimentano due processi epocali diversi, eppure legati da affinità e influenze reciproche: uno è la rivoluzione digitale che sovverte economia e società; l’altro è il crollo dell’ordine politico che dalla fine della seconda guerra mondiale dava stabilità alle relazioni internazionali. A prima vista poco o nulla li unisce: uno attiene allo sviluppo della tecnologia, l’altro alle complicate vicissitudini della politica. Tuttavia li lega una stretta dipendenza: il disordine politico di oggi deriva da premesse maturate negli ultimi vent’anni proprio grazie alle innovazioni della tecnologia: l’estensione dei mercati su scala mondiale, il potenziamento delle capacità organizzative, il cambio radicale dell’interazione sociale. In questo libro l’Autore esamina per quali vie, in Occidente, un grande progresso tecnico si è tramutato in una drammatica crisi della politica.
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30 novembre 2016
Seminari di pratica giornalistica
A conclusione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti e i laureandi del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro di mercoledì 30.11.2016 sarà dedicato al tema "Cronista da marciapiede cercasi" con la partecipazione del giornalista Andrea Ferro (Radio 24).
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7, ore 14-16
*ultimo seminario del ciclo del I semestre).
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29 novembre 2016
Il gran spettacolo della cronaca nera
Davide Bagnoli, autore di un recente saggio sui più noti casi di cronaca nera degli ultimi anni, è giornalista, addetto stampa ed educatore, il cui ultimo lavoro è proprio questo preso in considerazione. Il suo intento è quello di ripercorrere passo, passo i casi entrati a far parte della cronaca nera che hanno suscitato una particolare attenzione mediatica tanto da essere definiti come una "spettacolarizzazione" dell’evento stesso, facendo quasi passare in secondo piano la tragicità della morte che è il vero fulcro della notizia. Analizzati cinque casi emblematici che sono entrati ormai nel cuore e nella memoria di chi li ha vissuti, anche se indirettamente, quasi in prima persona, Bagnoli tenta di trovare una spiegazione all’inevitabile domanda strettamente connessa a quanto appena detto: perché siamo così inconsciamente attratti dalla morte e dal macabro? E successivamente: Perché, da un certo momento in poi, la cronaca nera ha assunto toni mediatici tendenti alla sua spettacolarizzazione facendo perdere il senso della notizia e diventando sempre più un mero argomento di cui chiacchierare tra una notizia di gossip e un’altra di politica?
L’autore struttura il suo discorso presentando cinque casi ben noti, il primo dei quali è la tragedia di Vermicino del 1981 che vede protagonista Alfredino, un bambino di sei anni precipitato in un pozzo alla profondità di trentasei metri. Da quel momento in poi le sorti della cronaca e il modo di vivere la notizia (e la tragedia) sarebbero cambiate per sempre. Infatti per la prima volta nella storia le emittenti della Rai decisero di trasmettere ininterrottamente la diretta tenendo davanti allo schermo per settantadue ore ben trenta milioni di ascoltatori che, quando venne deciso di interrompere le riprese per far allontanare l’immensa folla giunta sul posto, chiesero insistentemente di riprendere immediatamente il collegamento per poter in qualche modo essere vicini al bambino. Purtroppo il fiato sospeso non solo degli italiani ma anche del resto del mondo si spense con la notizia che, nonostante i molteplici tentativi, non erano riusciti a trarre in salvo Alfredino. Si aprì però una nuova era perché da quel momento in poi casi affini a quello di Vermicino sarebbero stati seguiti con una partecipazione dei media e del pubblico molto più intrusiva. Si è discusso molto infatti sulla presenza di un pubblico che, pur essendo nella propria abitazione, sembrava aver assistito sul posto ai tentativi di salvataggio del piccolo e del fatto che il caso avesse assunto una portata mediatica mai vista prima. E quello fu soltanto l’inizio di una nuova era del giornalismo.
Gli altri casi descritti riguardano rispettivamente la vicenda di Cogne, il rapimento di Tommaso Onofri, l’omicidio di Meredith Kercher e quello di Sarah Scazzi ad Avetrana. Rappresentano esempi che vanno dagli anni 2000 a pochi mesi fa e che, quindi, hanno certamente risentito delle nuove innovazioni tecnologiche per quanto riguarda la comunicazione e la sua diffusione. Se dunque il processo di spettacolarizzazione della cronaca nera era già iniziato nei primi anni ’80, non ha fatto altro che espandersi ancora più rapidamente, rendendo i casi di cronaca vere e proprie "fiction" seguite dal pubblico in ogni sua sfaccettatura. Un pubblico che da spettatore è passato ad essere giudice tanto quanto quelli nelle aule dei tribunali, influenzato dai giornalisti a prendere parte ed essere colpevolista o innocentista e a trovare addirittura lui stesso il colpevole dei gialli più discussi. Si è visto molto bene nei confronti di Annamaria Franzoni, per cui l’opinione pubblica si è letteralmente divisa in due, e ancora di più nei confronti della famiglia Misseri su chi avesse ucciso Sarah. Tutto questo processo mediatico, in cui la notizia tragica si è fusa con la sua pubblicizzazione in ogni aspetto, ha condotto ad una spettacolarizzazione della cronaca nera alla portata di tutti; chiunque può dare il suo parere, tutti si vedono chiamati in causa per un aspetto o per l’altro, non esistono più confini di distinzione tra il giornalista che riportava la notizia e il pubblico che la recepiva. E la spiegazione di questo fenomeno Bagnoli la ricerca nel fatto che l’uomo è per natura attratto dal macabro; fin dall’antichità siamo stati a contatto con la morte e tutto ciò che attiene ad essa, oggi ci siamo solamente abituati di più a considerarla come la normalità, non scandalizza ma al contrario attrae, essendo sempre più presente nella quotidianità sotto svariate forme. Non è però l’unica motivazione, altri invece creano una sorta di alienazione tra il carnefice e la vittima, si rivedono in uno e sono grati di non essere l’altro. Inoltre, sostiene sempre l’autore, avvertiamo proprio la necessità di essere a contatto con il macabro e ciò che porta con sé perché consente a molti di ottenere una sorta di beneficio personale confrontando i propri problemi personali con la gravità che invece è propria di altri.
Il saggio di Bagnoli risulta quindi di estrema attualità e interesse proprio perché tratta di vicende a cui abbiamo assistito con i nostri occhi, anche se da dietro uno schermo, su cui abbiamo espresso il nostro personale parere. L’impostazione con cui struttura il saggio è schematica e segue un filo logico tale che il lettore riceve prima le basi e poi ci riflette sopra; il lessico utilizzato rende scorrevole la lettura e, personalmente, visti i temi trattati, ho trovato interessanti gli spunti e le prospettive proposte su una tematica così quotidiana e in costante evoluzione.
Maria Eugenia Sabbadini
Davide Bagnoli
La cronaca nera in Italia.
I perché della sua spettacolarizzazione
Temperino rosso, Brescia, 2016
Temperino rosso, Brescia, 2016
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28 novembre 2016
In libreria
Raffaele Fiengo
Il cuore del potere. "Il “Corriere della Sera” nel racconto di un suo storico giornalista"
(Introduzione di Alexander Stille)
Chiarelettere, Milano, 2016, pp. 416.
Il cuore del potere. "Il “Corriere della Sera” nel racconto di un suo storico giornalista"
(Introduzione di Alexander Stille)
Chiarelettere, Milano, 2016, pp. 416.
Descrizione
Una storia e una testimonianza. Di chi si è battuto per quarant’anni in difesa dell’indipendenza del giornale più famoso d’Italia, il giornale della borghesia illuminata, il giornale di Luigi Albertini e Luigi Einaudi, un giornale che veramente libero non è mai stato perché sempre al centro di appetiti economici e politici. Raffaele Fiengo, giornalista del “Corriere” dagli anni Sessanta, di formazione liberal, ci offre la sua versione dei fatti attraverso le lotte che ha condotto con tenacia sempre dalla parte dei giornalisti per affermare i principi di una stampa libera. Una lotta dura, dai tempi eroici della direzione di Piero Ottone alla strisciante occupazione della P2 sotto Franco Di Bella fino ai disegni egemonici di Craxi e poi le indebite pressioni dei governi Berlusconi. Oggi gli attori sono cambiati ma con le interferenze del marketing e della nuova pubblicità, e l’invasione dei social network, il mestiere del giornalista è ancora più contrastato, anche al “Corriere”, da sempre “istituzione di garanzia” in un’Italia esposta a continue onde emotive e a tensioni di ogni tipo. Se cade il “Corriere” cade la democrazia. E questo libro lo dimostra. Come scrive Alexander Stille nell’introduzione, “considerate le varie lotte avvenute per il controllo del ‘Corriere’, è un miracolo che da lì sia uscito tanto buon giornalismo, tanta informazione corretta, e ciò grazie agli sforzi di tanti giornalisti interessati soprattutto a fare bene il proprio lavoro”.
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Storia italiana
26 novembre 2016
In libreria
Franco Recanatesi
La mattina andavamo in piazza Indipendenza
Cairo editore, Milano, 2016, 384 pp.
Descrizione
La mattina andavamo in piazza Indipendenza
Cairo editore, Milano, 2016, 384 pp.
Descrizione
«Il nostro obiettivo è superare nelle vendite il Corriere della Sera.» Quando, nell’autunno del 1975, Eugenio Scalfari annunciò che la sua nave pirata prossima al varo, battezzata la Repubblica, avrebbe battagliato con l’incrociatore di via Solferino che da un secolo solcava i mari indisturbato, fu accolto da risolini di scherno. E invece…
Questa è la storia di un quotidiano che dopo appena undici anni – esempio unico al mondo – ha toccato il primato delle vendite nel proprio Paese. L’appassionante testa a testa fra i due grandi giornali – che da allora non si è mai arrestato – si svolge parallelamente a una delle fasi storiche più tumultuose e drammatiche conosciute dall’Italia, segnata da terrorismo, scandali epocali, furiose battaglie civili e politiche.
Mentre la Repubblica compie quarant’anni, un giornalista che nel quotidiano di piazza Indipendenza ha ricoperto ogni ruolo racconta quella straordinaria avventura. Partendo da lontano: il felice incontro fra i due protagonisti, Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, la loro passione per la carta stampata, il tentativo di coinvolgere Montanelli, fino alla realizzazione del grande sogno cullato per oltre vent’anni. Dalla complicata gestazione alla volata verso il milione di copie. Il clima eccitato, teso e goliardico della redazione, ma anche i tormenti e i contrasti, gli amori e i tradimenti. Le minacce brigatiste. Le vicende pubbliche e private dei suoi più celebri giornalisti: i litigi Pansa-Bocca, i capricci di Biagi, il pianto della Aspesi, gli scherzi di Guzzanti, le fughe di Forattini e Terzani. E quella volta che Scalfari, in lacrime, chiese aiuto a Beethoven.
Questa è la storia di un quotidiano che dopo appena undici anni – esempio unico al mondo – ha toccato il primato delle vendite nel proprio Paese. L’appassionante testa a testa fra i due grandi giornali – che da allora non si è mai arrestato – si svolge parallelamente a una delle fasi storiche più tumultuose e drammatiche conosciute dall’Italia, segnata da terrorismo, scandali epocali, furiose battaglie civili e politiche.
Mentre la Repubblica compie quarant’anni, un giornalista che nel quotidiano di piazza Indipendenza ha ricoperto ogni ruolo racconta quella straordinaria avventura. Partendo da lontano: il felice incontro fra i due protagonisti, Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, la loro passione per la carta stampata, il tentativo di coinvolgere Montanelli, fino alla realizzazione del grande sogno cullato per oltre vent’anni. Dalla complicata gestazione alla volata verso il milione di copie. Il clima eccitato, teso e goliardico della redazione, ma anche i tormenti e i contrasti, gli amori e i tradimenti. Le minacce brigatiste. Le vicende pubbliche e private dei suoi più celebri giornalisti: i litigi Pansa-Bocca, i capricci di Biagi, il pianto della Aspesi, gli scherzi di Guzzanti, le fughe di Forattini e Terzani. E quella volta che Scalfari, in lacrime, chiese aiuto a Beethoven.
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25 novembre 2016
24 novembre 2016
Nostra contemporaneità
"Guardo la televisione, i talk show con
tutti che urlano e si lamentano, e mi sembra di vivere all'inferno. Poi guardo
dalla finestra e mi sembra di vivere in un posto normale. Con problemi ma
normale». Il meccanico pachistano vive qui da trent'anni. Ha sposato
un'italiana, ha figli italiani, è contento del suo lavoro, la globalizzazione
per lui e per molti altri ha significato stare meglio, molto meglio di quello
che il destino avrebbe potuto riservargli. Quando parliamo di globalizzazione
pensiamo ai contraccolpi negativi che ha avuto dalle nostre parti: perdita di
posti di lavoro, maggiore precarietà sociale, meno garanzie, smarrimento
identitario. Ci dimentichiamo del colossale balzo in avanti che centinaia di
milioni di persone hanno potuto fare in Asia e in parte dell'Africa e del
Sudamerica. Mentre noi scendevamo di un gradino, loro salivano una intera
scala, partendo da zero. Il nostro concetto di globalizzazione non è per niente
globalizzato, e questo ci impedisce di coglierne le ragioni profonde, che sono
quelle della più colossale inclusione della storia. Viaggia chi prima non
viaggiava, guadagna chi prima non guadagnava, mangia chi prima non mangiava.
L'umanità intera pretende di vivere e non più di vegetare, e questa non è una
novità che può essere ignorata se non si vuole sbagliare analisi. La parola più
pronunciata in Occidente, da Brexit in poi, è "esclusione"; è vera, è
percepibile, ma riguarda pezzi di noi, non il mondo. Il mondo, nella sua
totalità, oggi è molto più inclusivo di ieri."
Michele Serra
*“Repubblica”, 22.11.2016 (L’Amaca)
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Si dovrebbe leggere con grande attenzione questa "Amaca" di Michele Serra che ricorda a noi occidentali quale benessere abbia raggiunto quella parte del pianeta che definivamo "terzo mondo". Noi guardiamo alla nostra CRISI e dimentichiamo che negli ultimi decenni milioni di bambini hanno avuto l'opportunità di nutrirsi, di andare a scuola, di correre verso la contemporaneità. (mmilan)
23 novembre 2016
Seminari di pratica giornalistica
In prosecuzione delle attività di pratica giornalistica per gli studenti e i laureandi del corso LM in Informazione ed Editoria l'incontro del 23.11.2016 sarà dedicato al tema "Cronista a bordo campo” con la partecipazione de giornalista Riccardo Re (Sky Sport ).
Appuntamento al polo didattico dell'Albergo dei Poveri, aula 7 (h.14-16).
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20 novembre 2016
Genova in libreria
Roberto Beccaria
Auguste Papon. Il re degli impostori
Erga edizioni, Genova, 2016, 193 pp.
Auguste Papon. Il re degli impostori
Erga edizioni, Genova, 2016, 193 pp.
Descrizione
Auguste Papon è un cavaliere d’industria – così venivano chiamati i truffatori nell’Ottocento – che ebbe l’audacia di tentare una truffa perfino ai danni di Cavour. Fu un finto marchese, un finto ufficiale, un finto monaco, un finto assicuratore, ma un vero ricattatore in più occasioni e la sua vittima più famosa fu il re di Baviera Ludwig I, a causa della sua storia d’amore con la celebre ballerina Lola Montez. La sua vita e le sue “imprese” si sono svelate all’Autore un po’ per volta e in modo assolutamente frammentario. Una vicenda che prende le mosse dalla Genova risorgimentale, che il bibliotecario genovese Roberto Beccaria, vestiti gli inconsueti panni dell’ “investigatore storico”, ha inseguito per molti anni attraverso gli archivi di mezzo mondo, dall’Italia alla Svizzera, dalla Francia alla Germania fino al Brasile, analizzando documenti d’archivio e bibliografici, testimonianze manoscritte e a stampa, non sempre facili da interpretare. Il volume offre un ampio corredo di immagini e di note che offrono interessanti spunti di approfondimento. Papon, avventuriero sublime, è un uomo sorprendentemente moderno, emblema del delinquente incallito e inesauribile, perfino simpatico e stupefacente nella sua sfrenata recidività: solo per questo meriterebbe di essere protagonista di un film d’avventura.
Auguste Papon è un cavaliere d’industria – così venivano chiamati i truffatori nell’Ottocento – che ebbe l’audacia di tentare una truffa perfino ai danni di Cavour. Fu un finto marchese, un finto ufficiale, un finto monaco, un finto assicuratore, ma un vero ricattatore in più occasioni e la sua vittima più famosa fu il re di Baviera Ludwig I, a causa della sua storia d’amore con la celebre ballerina Lola Montez. La sua vita e le sue “imprese” si sono svelate all’Autore un po’ per volta e in modo assolutamente frammentario. Una vicenda che prende le mosse dalla Genova risorgimentale, che il bibliotecario genovese Roberto Beccaria, vestiti gli inconsueti panni dell’ “investigatore storico”, ha inseguito per molti anni attraverso gli archivi di mezzo mondo, dall’Italia alla Svizzera, dalla Francia alla Germania fino al Brasile, analizzando documenti d’archivio e bibliografici, testimonianze manoscritte e a stampa, non sempre facili da interpretare. Il volume offre un ampio corredo di immagini e di note che offrono interessanti spunti di approfondimento. Papon, avventuriero sublime, è un uomo sorprendentemente moderno, emblema del delinquente incallito e inesauribile, perfino simpatico e stupefacente nella sua sfrenata recidività: solo per questo meriterebbe di essere protagonista di un film d’avventura.
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