Biblion, Milano, 2017.
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05 febbraio 2018
Calcio e letteratura
Siamo abituati al giorno d’oggi ad associare la
parola calcio non solo all’evento sportivo, ma a tutto quello che ruota attorno
ad esso: soldi, marketing, visibilità, social network e soprattutto violenza.
Il calcio è visto ormai come uno sport deviante,
senza principi etici, solo un’accozzaglia di giocatori che guardano prima al
loro portafoglio che all’amore per il gioco.
Sergio Giuntini con questo libro vuole invece
raccontare come il calcio sia, volente o nolente, lo Sport in Italia con la “s”
maiuscola e quanto la comunicazione sportiva abbia influenzato il modo di
vederlo.
Un’analisi profonda, lunga più di un secolo, che si
trasforma in un memento per le persone che oggi banalizzano il calcio in una
sola manifestazione sportiva.
Sfogliando le pagine di questo libro si ha la
percezione di come il calcio si sia amalgamato nelle pieghe della società, come
l’abbia accompagnata nel suo sviluppo e di come sia stato veicolo per
manifestare una superiorità politica, come accadde durante il regime fascista.
Un libro nuovo quello di Giuntini. Mai nessuno aveva
raccolto il meglio e il peggio della letteratura calcistica italiana in un solo
libro, riuscendo a raccontare i fatti senza cadere, come spesso succede nella
narrazione sportiva, in retorica inutile.
Un viaggio di un secolo che ha raccolto non solo la
prorompente analisi di Gianni Brera, ma ha anche fatto scoprire analisi
calcistiche di autori particolari che hanno aggiunto una visione diversa del
calcio.
Nonostante il calcio sia lo sport predominante nella
penisola italiana, Giuntini inizia l’excursus sulla comunicazione sportiva
ovviamente dall’estero, citando giornali illustri come il Times che sempre più
inseriva contenuti sportivi nelle sue pagine.
In Italia alla fine dell’800 il calcio era
considerato uno sport di nicchia, come si legge nelle pagine del libro di
Giuntini, dato che sulle pagine dei quotidiani sportivi il ciclismo era quello
che dominava la scena.
Quello che rende unico questo libro è il modo
minuzioso di far entrare il calcio all’interno della narrazione, anche
analizzando il cambiamento del lessico che negli anni ha avuto un distacco
importante dal mondo anglofono, precursore tra tutti Luigi Bosisio che modificò
il titolo della rubrica sulla Gazzetta dello Sport da “Foot-Ball” a “Calcio”.
Non solo giornalismo sportivo, ma anche ogni singolo
aspetto che ha riguardato la comunicazione sportiva italiana, come la nascita
delle riviste e il ruolo istituzionale che si voleva ritagliare a questo sport.
I “comunicati ufficiali” e i “regolamenti e gli statuti” Giuntini li inserisce
nella letteratura del calcio proprio perché verranno inseriti nelle riviste
quali il "Guerin Sportivo" per esempio, proprio per sottolineare come la
comunicazione sportiva non si limitasse al mero racconto, ma anche ad un ruolo
istituzionale ed educativo che si voleva ritagliare in modo sempre più
importante.
Una caratteristica di questo libro è l’inserimento
all’inizio di ogni “capitolo” di frasi di personaggi illustri. Ce n’è una su
tutte che risalta a mio parere e che descrive in modo perfetto quanto la
politica abbia influenzato il racconto del calcio e il modo di insegnare a
guardarlo e forse lo sport in generale. La frase emblematica è stata
pronunciata da Jorge Valdano, ripresa da un concetto del suo mister Menotti,
c.t dell’Argentina di Maradona, che rimarca il dualismo tra sinistra e destra:
un calcio ricreativo e d’avanguardia il primo, un calcio conservatore e duro il
secondo; una frase che non descrive direttamente quello che avverrà durante il
regime fascista, anche perché fu pronunciata quasi 50 anni dopo, ma aiuta a
identificare quanto la destra e il suo pragmatismo abbiano aiutato in un certo
modo allo sviluppo della letteratura calcistica.
Sezione importante infatti del libro è quella
dedicata al modo in cui è stato usato il calcio per strumentalizzare anche la
sfera politica. L’immagine è stata la grande rivoluzione: nascono infatti i
primi settimanali illustrati come La Domenica Sportiva.
Una cosa che Giuntini è riuscito a fare per rendere
questo libro un gioiello è la continua contrapposizione tra i vari autori
citati: la sezione dedicata alla vera e propria letteratura calcistica di
regime mette a confronto per esempio autori antitetici l’uno all’altro come
Gabriele D’Annunzio, il primo a raccontare lo sport in modo differente e in
poesia e Filippo Tommaso Marinetti anch’esso narratore di uno sport visto come
culto e azione per il progresso della società.
La narrativa fascista è sconfinata e nel libro la
parte dedicate a questa è davvero consistente, anche se la principale attività
della comunicazione fascista fu utilizzata a fini propagandistici.
La narrazione sportiva ha coinvolto anche giornalisti
che non propriamente nascevano in quell’ambito e il ricordo del Grande Torino
in questo libro avviene tramite le penne di Dino Buzzati e Indro Montanelli per
il Corriere della Sera con due articoli-gioiello, due affreschi per celebrare
la squadra italiana più forte di sempre.
La Storia della narrazione sportiva però solo ad uno
può essere attribuita, di certo il più grande di sempre: Gianni Brera. La
grandezza del personaggio, quello che ha dato allo sport, la sua critica
graffiante, il suo linguaggio e i suoi neologismi che accompagnano ancora oggi
tutti noi traspaiono perfettamente in questo libro. Un’istantanea perfetta per
godere di quello che è stato il modello per chiunque voglia fare il giornalista
sportivo.
La cosa che mi ha colpito in modo positivo di questo
libro è la sorpresa che mi ha suscitato nel vedere citati autori che ignoravo
fossero compatibili con il mondo calcistico. Uno di questi è Pasolini, che
grazie alla penna di Giuntini ho scoperto essere un amante viscerale del
calcio. Non solo poesia per lui, ma un vero e proprio coinvolgimento personale,
giocatore prima, tifosissimo del Bologna e successivamente poeta del calcio.
Considerava il calcio un “fenomeno di costume importante” e il capocannoniere
di un campionato di calcio come “il miglior poeta dell’anno”. Spunti
interessantissimi, che hanno fatto crescere in me la voglia di scoprire questo
lato di Pasolini a me oscuro.
Dalla letteratura alta di Brera e Pasolini, nella
parte finale del libro Giuntini si concentra sul cambiamento. Non per forza un
cambiamento deve essere proiettato in positivo ed è quello che si percepisce
nelle pagine che si occupano del fenomeno Biscardi: la voglia di calcio negli
anni ’80 era ormai spropositata, lontana anni luce dall’inizio del secolo e
l’autore racconta della involuzione della narrazione calcistica.
Il “salotto” di Biscardi con Il processo del lunedì
aveva portato ad una comunicazione bassa, sgrammaticata, spesso scimmiottata da
ospiti che con il mondo dello sport non avevano propriamente a che fare. È
diventato un simbolo, ha segnato una linea di demarcazione netta e precisa tra
quello che è stata prima e quello che è venuto dopo.
La goliardia e il chiasso sono l’emblema di quel tipo
di comunicazione sportiva che ancora oggi aleggia sopra di noi, anche se come
sottolinea Giuntini, la letteratura del calcio deve marginare questa situazione
che in un certo senso ha portato alla rappresentazione della goliardia del calcio anche nel cinema con i
celeberrimi Lino Banfi e Diego Abatantuono nei loro film più celebri.
Un libro che mi ha stupito in tutto, sia nel modo di
raccontare snello e veloce nonostante sia pieno di nozioni e di cenni storici,
sia nell’efficacia nel mandare messaggi importanti alla società odierna
raccontando quanto sia stata importante la cultura sportiva nello sviluppo del
nostro paese.
Simone Massari
Sergio Giuntini
Calcio e letteratura in Italia (1892-2015)Biblion, Milano, 2017.
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04 febbraio 2018
Così andava il giornalismo
Sentivo in me la
reazione di chi è stato educato al giornalismo in un certo modo: non si
nasconde niente.”
Gianni Minà,
giornalista da più di cinquant’anni, ha mosso i primi passi all’interno di Tuttosport
per approdare poi alla RAI; nel corso della sua carriera ha seguito e
documentato otto mondiali di calcio e sette olimpiadi sportive, ha incontrato e
intervistato grandi figure artistiche, sportive e politiche della storia
contemporanea come Muhammed Ali, Fidel Castro, Chico Buarque, Lula da Silva, il
subcomandante Marcos, Hugo Chávez.
Ma più di tutto il suo lavoro si è caratterizzato per un grande amore,
accompagnato da diversi documentari e libri, per l’America Latina.
Ora, insieme all’attivista
Giuseppe De Marzo, nella conversazione-intervista lunga 240 pagine dal titolo Così
va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà edita da
Edizioni Gruppo Abele per la collana Palafitte, ci fornisce un nuovo punto di
vista sul mondo e sulle dinamiche che lo animano.
Attraverso le sue
esperienze come giornalista e reporter ma soprattutto come uomo, Gianni Minà ci
porta all’interno di un universo, quello dei paesi del Centro e Sud America,
ricco di storia, di cultura, di ideali politici e rivoluzioni sociali vissute
da un popolo pronto a non arrendersi, un universo ancora imprigionato nella
gabbia degli interessi del neoliberalismo e di un sistema economico
capitalistico ormai antiquato ed anacronistico. Grazie alla musica conosce prima
il Brasile all’inizio degli anni Settanta, durante gli anni più duri della
dittatura militare, e scopre il dramma dell’ingiustizia sociale in una parte
del mondo priva delle logiche occidentali; poi l’Argentina, nel vivo della Operacion
Condor e della crudele realtà dei desaparecidos; nel 1987 e nel 1990
incontra e intervista Fidel Castro, protagonista indiscusso del Novecento,
artefice della Rivoluzione cubana; nel 1996 riesce ad intervistare il
subcomandante Marcos, portavoce dell’Esercito Zapatista di Liberazione
Nazionale e della resistenza nella regione del Chiapas in Messico.
Il racconto però non
si dimentica di ricordare come gli Stati Uniti, protagonisti indiscussi del
contesto globale dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, abbiano avuto il ruolo
di regista negli eventi passati e recenti di una zona del mondo in cui la
democrazia ha faticato e tuttora fatica ad affermarsi, in cui le lotte
socialiste hanno prodotto risultati ben diversi rispetto all’Occidente e in cui
la lotta per il diritto alla vita non si è mai esaurita. Gli stessi Stati Uniti
che oggi sembrano essere lo specchio di una crisi che vede l’implosione di
un’economia basata sugli interessi delle grandi multinazionali e sul consumismo
e la sempre più evidente collisione tra libertà e giustizia sociale, crisi che
si personifica nel neoeletto Presidente degli USA, Donald Trump che, come
sostiene Minà, “rappresenta perfettamente questo momento di grande
mediocrità della civiltà occidentale”. Civiltà occidentale a cui appartiene
anche l’Italia che dagli anni Sessanta, con la “strategia della tensione” e
l’allarme terrorismo, ad oggi, con le stime più basse di partecipazione
politica e governi di sinistra interessati solo a favorire il mercato
capitalistico, ha attraversato decenni di decadimento con cui la cittadinanza
sembra non aver fatto ancora i conti.
Da queste esperienze
prendono spunto le critiche di Minà al sistema di informazione (o meglio
disinformazione, mancata informazione, informazione manipolata) italiano ed
internazionale che ha dimenticato il proprio scopo, servire la cittadinanza e
fare servizio sociale. Il giornalismo ha chiuso gli occhi di fronte agli
avvenimenti, per convenienza o per obbedienza, per non tradire un modello di
civiltà all’apparenza liberale e democratico che non accettava alternative, e
questo, secondo gli autori di Così va il mondo, ha creato un clima di
paura, menefreghismo, cattiveria, mancanza di giudizio: un clima da cui uscire
solo attraverso un radicale cambiamento di rotta.
Grazie a questa
intervista Minà ci fornisce una nuova chiave interpretativa della storia
mondiale e ci aiuta a comprendere i nuovi fenomeni geopolitici, partendo dal
terrorismo ideologico e dai flussi migratori verso l’Europa, ma anche, e
soprattutto, quale dovrebbe essere il ruolo del giornalismo e dei giornalisti
nel nuovo scenario globale economico, politico e sociale. Un’intervista, in
definitiva, che ha molto da dire, che riflette e fa riflettere sull’attualità,
sul presente e sul futuro del mondo occidentale e non.
Alessia Malcaus
Così va il mondo. Conversazioni su giornalismo, potere e libertà
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2017, pp. 240.
di Gianni Minà con Giuseppe De Marzo
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2017, pp. 240.
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03 febbraio 2018
Grazia Cherchi: matrona della Repubblica delle Lettere
Recensire l’elegante raccolta degli scritti di Grazia Cherchi con lo spirito
irrimediabilmente segnato dalle saette, stilisticamente fulgide e
sardonicamente impietose, con cui si abbatte sui cattivi recensori dal cuore di
servo, significa puntarsi una pistola alla tempia e giocare alla roulette russa
a ogni parola vergata. È un rischio che tuttavia deve essere corso, giacché, al
prezzo, tutto eventuale, di un solo recensore, magari incosciente, ma di
comprovata buona volontà, i lettori appassionati di ieri e di oggi potranno
forse scoprire o riscoprire un tesoro da sfogliare e un’amica da consultare.
La
raccolta, a cura di Roberto Rossi, è una selezione di articoli, recensioni e
interviste che percorrono il quindicinale lavoro che la Cherchi (1937-1995),
una matrona della Repubblica delle Lettere, scrittrice, giornalista e
-soprattutto! - curatrice editoriale, ha svolto per quotidiani, periodici e
riviste. Questi sono presentati in primis secondo argomento e quindi
cronologicamente. Una breve collezione di J’Accuse contro il mondo editoriale,
garbatamente spassosi, deliziosamente crudi, e tragicamente sinceri, apparsi su
Panorama e l’Unità tra il 1985 e il 1992, costituiscono la
gustosa Ouverture dell’opera; le recensioni competenti, sintetiche e briose,
nell’elogio e nella stroncatura, il suo corpo, agile e levigato sino al
dettaglio ; le interviste e i ritratti
il drammatico finale, dove numerosi – ma sempre pochissimi, per la Cherchi- tra
i migliori autori del dopoguerra (tra gli altri Benni, Fortini, Cederna,
Arbosini, oltre al “giovane” Michele Serra), rispondendo a quesiti personali o
stimolanti, come se si fossero accordati tra loro, paiono unanimi nel
descrivere un paese, l’Italia, dove l’intellettuale è, talvolta felicemente,
solo, sono più quelli che scrivono che quelli che leggono, e gli ideali
social-comunisti, di cui pure la Cherchi stessa era fiero alfiere, sono
naufragati.
Sorvolando
sulla prima parte, che andrebbe letta da chiunque non abbia timore di sorridere
ininterrotto per una buona mezz’ora, sulla dimensione fantozziana dell’editoria
nostrana, la Cherchi colpisce per come nelle sue recensioni riesca a combinare
un eloquio elevato e un approccio colloquiale, quasi intimistico. In ogni
“pezzo” in poche righe alle critiche amalgama citazioni forbite a simpatici
aneddoti dal sapore sconsolato a giudizi sferzanti sulla società. Stronca
spesso, più spesso e più volentieri presenta autori che “devono” essere letti.
I suoi criteri di accettabilità sono vertiginosamente alti, come se i libri
consigliati dovessero essere per lettori e lettrici donne e uomini ideali, “per
la vita”, belli, buoni, colti, e svegli, e non si potessero tollerare liaison
con i midcult, l’equivale delle bionde fascinose e un po' oche, o dei
Marcantoni senza cervello.
Nelle
interviste, l’arguzia, l’intelligenza, la vivacità, della Cherchi, fungono da
specchio a quelle dei suoi intervistati, i quali sono quasi tutti,
nient’affatto incidentalmente, suoi fraterni sodali, e illuminano di suggestivi
chiaroscuri la luce inevitabilmente vintage che permea il libro – si chiede
sempre se si scrive a mano, con la macchina di scrivere (!) o col computer.
La
Cherchi riteneva che una recensione dovesse sempre contenere almeno una
citazione del libro in questione, e nell’esprimere ciò cita a sua volta Geno
Pampaloni. E, “oltre alle citazioni”, le sembrava “altrettanto
indispensabile informare sinteticamente (lo spazio è quello che è) sul
contenuto del libro, trama o plot che dir si voglia (la sua assenza dà adito ai
più biechi sospetti: il libro è stato veramente letto da cima a fondo?), Cui
seguirà, ma già dovrebbe emergere dalla trama inframezzata di citazioni, il
giudizio, che sarà, inevitabilmente, impressionistico, dettato dall’intuito,
dal gusto e dall’esperienza: cos’altro mai potrebbe essere?
Il lettore attento si sarà accorto che qui si è fatto l’esatto contrario.
Federico Burlando
Grazia Cherchi
Scompartimento per lettori e taciturni
Articoli, ritratti, interviste
Minimum fax, Roma, 2017, pp. 345.
Scompartimento per lettori e taciturni
Articoli, ritratti, interviste
Minimum fax, Roma, 2017, pp. 345.
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02 febbraio 2018
Le minacce della proliferazione tecnologica
Per
procedere alla disamina di questo volume è necessario partire da un concetto
fondamentale: la disinformazione è legata all’uso (e abuso) del potere e al
mantenimento di quest’ultimo. Lo sappiamo non solo grazie alla lettura delle
innumerevoli opere distopiche del Novecento – da George Orwell ad Aldous
Huxley, passando per Karin Boye e Margaret Atwood – ma soprattutto guardando
alla nostra storia e al nostro presente. I romanzi distopici infatti, sono
solitamente ambientati in un futuro lontano e poco auspicabile, ma noi sappiamo
bene di non avere alcun bisogno di rivolgere il nostro sguardo a mondi così
distanti per renderci conto degli effetti della manipolazione, intesa come
distorsione della realtà volta al raggiungimento dei propri interessi.
Le tecniche di manipolazione e persuasione hanno subìto un notevole potenziamento
nell’era del cyber-power, caratterizzata dallo sviluppo
convulso dei nuovi media come Facebook e social network affini, blog e siti web
di ogni sorta. Questa “proliferazione tecnologica” – nonostante i risvolti
incredibilmente positivi – ha prodotto (e continua a produrre) conseguenze
negative, come la maggiore vulnerabilità dei singoli e dei governi alla
disinformazione. Lo scopo dell’opera – che si presenta come una raccolta degli
interventi presentati durante il convegno omonimo tenutosi nel 2015 a Roma – è
proprio quello di analizzare l’evoluzione della disinformazione nell’era
tecnologica per trovare strategie adatte a contrastare la manipolazione delle percezioni
dell’opinione pubblica.
Prima di discutere eventuali soluzioni, è necessario fare un passo indietro e capire
cosa si intende per disinformazione. Lo stesso Germani, coordinatore
scientifico del convegno, spiega la differenza tra deception, misrepresentation e disinformazione. La deception riguarda la disinformazione
esclusivamente nell’ambito militare, diplomatico e dell’intelligence. Con misrepresentation si intende la malainformazione non
intenzionale, diffusa a causa della superficialità e dell’ignoranza. La
disinformazione, invece, è un’azione pianificata e deliberatamente ostile, che
persegue un fine occulto attraverso la diffusione di notizie false o distorte.
Proprio per questa sua natura programmatica, la disinformazione – ci spiega
François Géré nel suo intervento – si distingue dalle cosiddette hoax, le “bufale” diffuse in rete da
singoli o piccoli gruppi, e dalla propaganda, in quanto quest’ultima è palese.
La difficoltà di trovare delle soluzioni definitive da parte degli Stati e dei loro
servizi di intelligence risiede proprio nella struttura rigida della
disinformazione. Un altro elemento da tenere in considerazione riguarda il
fatto che in Italia - nonostante i notevoli passi avanti fatti nell’ultimo
periodo circa il dibattito sulle fake
news - si discute ancora poco di disinformazione, sicuramente meno che in altri
paesi come la Cina e la Russia, i quali fanno largo uso della cosiddetta information warfare, basata sul controllo
dell’informazione con l’obiettivo di ottenere un vantaggio, soprattutto dal
punto di vista militare. Indubbiamente questi due paesi hanno una storia
differente rispetto alla nostra, basti pensare alla dezinformacija sovietica durante la Guerra Fredda,
utilizzata ancora oggi dal governo Putin sia in politica estera, per screditare
l’Occidente, sia in politica interna, per mantenere la stabilità del regime.
Sebbene il dibattito sia (ancora) carente, la disinformazione è una minaccia
reale in Italia e si presenta sotto molteplici forme, dalle campagne di disinformazione
economica e finanziaria al depistaggio di indagini giudiziarie da parte di
organizzazioni criminali, prima fra tutte la mafia.
A questo punto sorge spontanea una domanda. Se, come abbiamo visto, la
disinformazione è un’arma utilizzata sia dagli Stati che da attori non-statuali
leciti e illeciti (come vengono definiti da Germani), ossia la criminalità
organizzata e i gruppi terroristici, allora quali sono le soluzioni definitive
al problema? Cosa possiamo fare concretamente? Ciò che colpisce, durante la
lettura delle diverse presentazioni, è proprio la difficoltà nel trovare rimedi
efficaci. Francesco Vitali, autorità garante per la protezione dei dati
personali, affronta la questione dei big data, cioè quell’insieme di tecnologie utilizzate per estrapolare un’enorme
quantità di dati al fine di analizzare determinati fenomeni e prevedere quelli
futuri. Il problema, come spiega lo stesso Vitali, è che le capacità predittive
di tali tecnologie possono rappresentare un rischio per la democrazia, in quanto
il loro uso implica una mancanza di trasparenza. Inoltre, a parer mio,
un’analisi quantitativa basata su dati non è sufficiente per comprendere e
risolvere un tale fenomeno nella sua globalità.
Una
soluzione più consona, seppur di difficile applicazione, potrebbe essere quella
proposta da François Géré, presidente dell’Institut Français d’Analyse Stratégique. Secondo Géré per contrastare la
disinformazione si può agire in tre modi. Innanzitutto, si può cercare di
ristabilire la verità, anche se di solito è troppo tardi. Oppure, si può
attuare una contro-disinformazione, cioè una disinformazione in senso opposto,
ma anche qui la difficoltà sta nel sincerarsi che ci sia stata effettivamente
un’azione disinformativa. Un’altra via potrebbe essere quella della
prevenzione, della previsione delle mosse dell’avversario, ma per fare in modo
che funzioni dobbiamo conoscere perfettamente gli strumenti utilizzati dai
nostri “rivali” e impegnarci ad usarne altri altrettanto efficaci.
Sicuramente la questione non può avere una risoluzione immediata, anche a causa del
continuo evolversi della tecnologia, con il quale è complicato tenere il passo.
Il libro, che si propone come un compendio di interventi di analisti ed esperti
di istituzioni civili e militari, ha in quanto tale un taglio molto tecnico,
che rischia di lasciare spaesato il lettore di fronte a circostanze già così
complesse. L’idea che sta alla base del convegno però, è ottima e indiscutibile
perché, come detto in precedenza, in Italia c’è bisogno di avviare un dibattito
di questo tipo in modo puntuale e approfondito.
Detto questo, credo che il vero cambiamento debba partire da ognuno di noi,
singolarmente, attraverso l’esercizio del nostro spirito critico e della nostra
capacità di discernimento. Non sarà forse questa la vera utopia?
Francesca Lasi
Disinformazione
e manipolazione delle percezioni.
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.
Una nuova minaccia al sistema-paese
a cura di Luigi Sergio Germani
Eurilink, Roma, 2017, pp. 154.
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01 febbraio 2018
John Steinbeck alla guerra
Se c'è una cosa che si può certamente affermare su John Steinbeck, tra
gli autori più prolifici della cosiddetta lost generation americana, è
che non sia mai stato un narratore scontato. Lo si può intuire soltanto
pensando ad una delle sue ultime opere, Le gesta di Re Artù e dei suoi
nobili cavalieri, uscita postuma nel 1976, così diversa per contenuti e
stile dallo Steinbeck lucido, ottimista ed ermetico che tutti conoscevano.
Ebbene, anche questa raccolta di lettere che il letterato americano
raccolse per il quotidiano "Newsday" come inviato sul campo durante il lungo
conflitto vietnamita, dal dicembre 1966 al maggio 1967, presentano un aspetto
tutt'altro che banale.
L'impressione però è che questa volta lo stesso autore / narratore
fosse particolarmente confuso riguardo alla guerra in Vietnam, un conflitto
unico nella storia per geografia e andamento, come lo stesso Steinbeck non
mancò di notare a pochi giorni dal suo sbarco nel Sud Est asiatico.
Se infatti nei primi dispacci, e per gran parte dell'intera opera, lo
scrittore, pur nella sua analisi estremamente lucida, fa tutto il possibile per
supportare e giustificare l'intervento militare statunitense (a differenza
della quasi totalità della letteratura a lui contemporanea e/o futura), nelle
ultime lettere, ed in particolare dopo il ritorno in patria, Steinbeck sembra
nutrire profondi dubbi sulla bontà di un conflitto tanto lungo quanto
dispendioso.
D'altronde, come nota l'autore, a differenza del secondo conflitto
mondiale (di cui Steinbeck fu giornalista inviato in Europa), la guerra del
Vietnam è una guerra senza confini ed eserciti precisi, "una guerra di
sensi, senza fronti e senza retrovie", dove il discrimine tra libertà e
occupazione, tra omicidio e missione militare, è davvero più labile che ma.
In un racconto tanto indecifrabile sia per lo stesso narratore che per
i lettori, pochi aspetti mantengono una propria persistenza e continuità: la
critica spietata di Steinbeck per i metodi e per le subdole strategie attuati
dai Vietcong alle spese della popolazione rurale del Sud (con buona pace delle
tante critiche che spesso hanno bollato Steinbeck come un "simpatizzante
dei rossi"), tuttavia non fomentate da una pura contrapposizione
ideologica (vedasi la brillante critica alla diplomazia americana
nell'insistere a definire Taiwan "la vera Cina" pur di non riconoscere
Mao), ma al limite velate da quel patriottismo quasi connaturato che nasce sul
campo di battaglia (a tale proposito, vedasi la spietata denuncia all'uso da
parte dei comunisti di bambini nelle missioni di guerra, salvo poi proporre
subito dopo allo stesso Vietnam di fare lo stesso a parti invertite).
Un'altra costante del racconto è la curiosità mostrata da Steinbeck in
ogni pagina di questa nuova avventura ("Non guarirò mai da questa
curiosità esagitata. Mi sento ancora come quando da bambino andavo da Salinas a
San Francisco, addirittura a cento miglia di distanza!"), una
curiosità ancor più ammirabile se consideriamo che quando Steinbeck scrisse le
lettere aveva sulle spalle già 64 anni di vita, di cui sei mesi in Europa
durante la Seconda Guerra Mondiale, decine di romanzi pluri-premiati, e perfino
un Nobel per la letteratura.
L'atteggiamento mostrato dall'autore, che tanto gradevolmente traspare
dalla sue parole, è a mio parere un vero e proprio manifesto del giornalismo.
Una cronaca lucida, sincera, ma allo stesso tempo appassionata, che non manca
di aneddoti personali e talvolta ridicoli, alternati a riflessioni geopolitiche
assolutamente non scontate.
A tratti lo Steineck giornalista di guerra appare tale e quale a
quello conosciuto nel 1943, incanalato tra il New Deal rooseveltiano e il
nazionalismo, esaltato dalla descrizione delle armi e dei mezzi militari,
critico verso il pacifismo ipocrita e fine a se stesso, abile nel definire in
modo spietato e incorruttibile il "nemico".
In altri tratti invece prevale lo Steinbeck romanziere, quello
difensore dei contadini vietnamiti e thailandesi (così simili per certi versi
agli okies, protagonisti di Furore), e capace di regalare al
pubblico del Newsday personaggi che sembrano davvero resuscitati dalle pagine
di un romanzo, come il Venerabile Giac, il maestro di judo pacifista che
insegna la quiete interiore ai bambini di Saigon, o il generale di polizia
thailandese che non riesce a capire come Playboy sia diventato "la
bibbia dei giovani americani".
In particolare nelle ultime lettere, dedicate alla sua permanenza in
Laos ed in Giappone prima del rimpatrio, l'autore riesce davvero a fondere
questi due mestieri, il giornalista ed il romanziere, in un connubio di
entusiasmo, capacità comprensiva, esperienza e persino romanticismo, che per un
poco fanno vedere anche gli aspetti più umani di un conflitto definito disumano
da tutta la critica del tempo, da Bob Dylan a Norman Mailer, passando per John
Lennon e Noam Chomsky.
A prescindere dall'aspetto contenutistico, l'opera, uscita postuma
(Steinbeck morirà nel 1968, appena un anno dopo l'esperienza vietnamita), può
essere vista come un lascito testuale del romanziere. La storia ci ha
consegnato tanti John Steinbeck: lo Steinbeck sognatore californiano, lo Steinbeck
socialista dopo la crisi di Wall Street, lo Steinbeck pacifista, lo Steinbeck
ospite di Roosevelt alla Casa Bianca, inviato di guerra, nazionalista,
comunista e anti-comunista. In fin dei conti John Steinbeck ebbe la grande
capacità di vedere e interpretare la realtà dei suoi tempi, una realtà mai
univoca e che quindi mai può essere letta in bianco e nero.
Proprio per questo motivo mi piacerebbe chiudere questa scheda di
lettura con la piccola digressione che l'autore si concede nella lettera del 3
febbraio 1967, dove scrive la sua interpretazione sull'effettivo valore della
guerra:
Francesco Massardo"Per me tutte le guerre sono cattive. Non esistono buone guerre e non credo che esista un soldato pronto a darmi torto. Però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo e girano le spalle: quelli che distolgono lo sguardo hanno forse scoperto che una guerra è buona e una è cattiva? Masterson, il soldato semplice di marina che guada le paludi pullulanti di sanguisughe, la famiglia di contadini delle risaie che si rintana terrorizzata nella sua capanna minata all'estremità di un sentiero pieno di trappole esplosive, io che ho visto questa guerra da vicino: tutti saremmo d'accordo nel dire che è tutto cattivo. Ma tutto il male va eliminato in una volta sola, altrimenti continuerà ad esistere come è sempre esistito".
John Steinbeck
Vietnam in guerra: dispacci dal fronte
a cura di T.E. Barden
Libreria editrice goriziana, Gorizia, 2017.
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30 gennaio 2018
In libreria
Javier Azpeitia
Lo stampatore di Venezia
Guanda, Parma, 2018, pp. 368.
Lo stampatore di Venezia
Guanda, Parma, 2018, pp. 368.
Descrizione
Nel 1530 un giovane si reca in una villa nella campagna modenese per incontrare la vedova di Aldo Manuzio, il famoso stampatore veneziano, e mostrarle la biografia che ha scritto su di lui. Non sa che la storia vera è molto diversa dai toni epici del suo racconto. Da quando era approdato a Venezia nel 1489 con il proposito di realizzare raffinati volumi dei tesori della letteratura greca, Manuzio aveva dovuto affrontare difficoltà impensabili, come il furto dei manoscritti, le imposizioni commerciali del cinico Andrea Torresani – suocero nonché proprietario della stamperia – e la censura dei potenti. Le edizioni con testo originale a fronte, il corsivo, il libro tascabile, innovazioni per le quali Manuzio sarebbe stato ricordato per sempre, erano frutto di compromessi, trucchi, debiti, e lui per realizzarle si era dovuto difendere da attacchi e boicottaggi. Lo stampatore di Venezia racconta gli aspetti più passionali e intimi di Aldo Manuzio, la sua devozione per la cultura classica e il suo cerebrale epicureismo. E racconta gli esordi dell’editoria all’epoca dei Medici, di Savonarola, Tiziano, Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam: un momento storico di crisi e cambiamento nel quale sono riconoscibili le sfide che ancora oggi l’editoria moderna si trova a fronteggiare.
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29 gennaio 2018
Genova in redazione
Giovanni Ansaldo
Il fascino di Sigfrido
Prefazione di Francesco Perfetti
Nino Aragno editore, Torino, 2017, pp. 249.
Il fascino di Sigfrido
Prefazione di Francesco Perfetti
Nino Aragno editore, Torino, 2017, pp. 249.
Descrizione
Quando giunse a Berlino nel gennaio 1921, Giovanni Ansaldo aveva poco più di venticinque anni, essendo nato a Genova il 28 novembre 1895. Nipote del fondatore di una delle più importanti industrie italiane che portava il nome di famiglia, era stato al fronte come capitano e aveva già cominciato a scrivere su alcuni giornali, da «Energie Nove» di Piero Gobetti a «L’Unità» di Gaetano Salvemini, e sul quotidiano socialista «Il Lavoro». Non aveva, probabilmente, ancora deciso di rinunciare alla carriera accademica per dedicarsi, preda del demone della scrittura, al giornalismo. Pensava, infatti, di raccogliere materiale, durante i mesi che avrebbe trascorso in Germania, per fare qualche pubblicazione al fine di conseguire la libera docenza e di scrivere un libro di attualità o di politica. Si era impegnato per ben sette mesi, messa da parte la sua «svogliatezza di anni lontani», nello studio della lingua tedesca, proprio in vista di questo viaggio che considerava importante per il suo futuro. Questo libro raccoglie gli articoli e gli scritti di Giovanni Ansaldo allora dedicati alla Repubblica
di Weimar, e, in particolare, all’occupazione della Saar. Ed è anche l’ultima
fatica di Giovanni Battista Ansaldo, che ha selezionato i testi paterni raccogliendoli e ricopiandoli con cura certosina e devozione filiale.
Quando giunse a Berlino nel gennaio 1921, Giovanni Ansaldo aveva poco più di venticinque anni, essendo nato a Genova il 28 novembre 1895. Nipote del fondatore di una delle più importanti industrie italiane che portava il nome di famiglia, era stato al fronte come capitano e aveva già cominciato a scrivere su alcuni giornali, da «Energie Nove» di Piero Gobetti a «L’Unità» di Gaetano Salvemini, e sul quotidiano socialista «Il Lavoro». Non aveva, probabilmente, ancora deciso di rinunciare alla carriera accademica per dedicarsi, preda del demone della scrittura, al giornalismo. Pensava, infatti, di raccogliere materiale, durante i mesi che avrebbe trascorso in Germania, per fare qualche pubblicazione al fine di conseguire la libera docenza e di scrivere un libro di attualità o di politica. Si era impegnato per ben sette mesi, messa da parte la sua «svogliatezza di anni lontani», nello studio della lingua tedesca, proprio in vista di questo viaggio che considerava importante per il suo futuro. Questo libro raccoglie gli articoli e gli scritti di Giovanni Ansaldo allora dedicati alla Repubblica
di Weimar, e, in particolare, all’occupazione della Saar. Ed è anche l’ultima
fatica di Giovanni Battista Ansaldo, che ha selezionato i testi paterni raccogliendoli e ricopiandoli con cura certosina e devozione filiale.
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27 gennaio 2018
In libreria
Ecosistemi narrativi. Dal fumetto alle serie TV
a cura di Guglielmo Pescatore
Carocci, Roma, 2018, pp. 272.
a cura di Guglielmo Pescatore
Carocci, Roma, 2018, pp. 272.
Descrizione
Che cosa succede quando una narrazione dura anni o decenni? O si espande in una molteplicità di spazi mediali, dando luogo a una pletora di oggetti testuali? Se guardiamo al panorama mediale contemporaneo, ci accorgiamo che queste forme narrative, si tratti di fumetti, giochi di ruolo o serie televisive, sono sempre più presenti e popolari. Le narrazioni estese, spesso innovative come le serie televisive contemporanee – da Buffy al Trono di spade, da Lost a House of Cards – sono difficilmente analizzabili con gli strumenti impiegati per le narrazioni tradizionali. L’estensione nel tempo e nello spazio sembra mettere in crisi le idee di testo, autore, progetto, coerenza, senso, e alla fine l’idea stessa di narrazione. Esposte a vincoli interni e contingenze esterne spesso imprevedibili, le narrazioni estese possono essere trattate come ecosistemi narrativi, prodotti dotati di vita propria, paragonabile a quella biologica. Il volume, a partire da questo approccio innovativo, ne indaga i molteplici aspetti attraverso contributi originali, configurandosi come uno studio ampio e metodologicamente fondato sulle narrazioni seriali contemporanee.
Che cosa succede quando una narrazione dura anni o decenni? O si espande in una molteplicità di spazi mediali, dando luogo a una pletora di oggetti testuali? Se guardiamo al panorama mediale contemporaneo, ci accorgiamo che queste forme narrative, si tratti di fumetti, giochi di ruolo o serie televisive, sono sempre più presenti e popolari. Le narrazioni estese, spesso innovative come le serie televisive contemporanee – da Buffy al Trono di spade, da Lost a House of Cards – sono difficilmente analizzabili con gli strumenti impiegati per le narrazioni tradizionali. L’estensione nel tempo e nello spazio sembra mettere in crisi le idee di testo, autore, progetto, coerenza, senso, e alla fine l’idea stessa di narrazione. Esposte a vincoli interni e contingenze esterne spesso imprevedibili, le narrazioni estese possono essere trattate come ecosistemi narrativi, prodotti dotati di vita propria, paragonabile a quella biologica. Il volume, a partire da questo approccio innovativo, ne indaga i molteplici aspetti attraverso contributi originali, configurandosi come uno studio ampio e metodologicamente fondato sulle narrazioni seriali contemporanee.
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14 gennaio 2018
12 gennaio 2018
Il mainstream è cultura: Il trono di spade
"Ma lo guardano tutti..."
L'altra sera mi sono trovata a cena con degli amici, nonché
inaspettatamente immersa in una discussione su una delle serie TV che da anni
sta spopolando tra fan di tutte le generazioni: Il trono di spade (Game
of Thrones, Ndr). Io e un altro ragazzo abbiamo preso d'assalto
un'amica - povera malcapitata - che fa l'insegnante, nel tentativo di
convincerla a seguire la serie.
Come avviene sempre, a questa domanda è seguita la risposta "Ma lo guardano tutti...".
Come avviene sempre, a questa domanda è seguita la risposta "Ma lo guardano tutti...".
Ecco allora una mistica rivelazione.
Che piaccia o no, il fatto che "tutti" guardino qualcosa, o leggano, seguano, giochino a qualcosa, non fa che donargli valore.
Che piaccia o no, il fatto che "tutti" guardino qualcosa, o leggano, seguano, giochino a qualcosa, non fa che donargli valore.
Innanzi tutto, ergersi a luminari dell'intrattenimento, troppo colti per
apprezzare ciò che è apprezzato dalla massa, pare leggermente eccessivo.
Probabilmente nemmeno de Tocqueville avrebbe potuto permettersi tanto.
In seconda istanza, non è proprio forse il successo a determinare cosa è importante e cosa non lo è? Certo, noi potremo avere la cultura, la preparazione e il gusto necessari per apprezzare un'opera inedita, capolavoro della letteratura al pari della Divina Commedia, ma, a livello puramente utilitaristico, non potremo mai fare sfoggio di tale perfezione se saremo gli unici a conoscerla.
In seconda istanza, non è proprio forse il successo a determinare cosa è importante e cosa non lo è? Certo, noi potremo avere la cultura, la preparazione e il gusto necessari per apprezzare un'opera inedita, capolavoro della letteratura al pari della Divina Commedia, ma, a livello puramente utilitaristico, non potremo mai fare sfoggio di tale perfezione se saremo gli unici a conoscerla.
È necessario guardare Il trono di spade. Anche se è
"mainstream". Soprattutto perché è "mainstream". La cultura
di massa è cultura generale ed entrambe sono, sempre e comunque, cultura: una
comunità molto allargata che comunica con un codice linguistico fatto di
citazioni. Come possiamo approcciarci a essa se alla frase Valar morghulis
non sappiamo come rispondere?
Accanimento anti cultura di massa
Chiunque si rifiuti di adattarsi o anche solo di sforzarsi ad apprendere
la cultura mainstream, si sta auto-escludendo da una componente fondamentale
della vita sociale e comunitaria.
Questo vale ancora più per tutti i professionisti della comunicazione, che hanno il dovere di inserirsi nelle dinamiche e logiche contemporanee, senza ostentare - o per lo meno senza farlo eccessivamente - culture e glorie passate.
Questo vale ancora più per tutti i professionisti della comunicazione, che hanno il dovere di inserirsi nelle dinamiche e logiche contemporanee, senza ostentare - o per lo meno senza farlo eccessivamente - culture e glorie passate.
Mi permetto di parlare di questo argomento proprio perché anche io
appartenevo, fino a poco tempo fa, a questa categoria di anti-mainstreaminsti
accaniti. Nel caso di Game of Thrones, mi trovavo circondata da post sui social
network, da citazioni, da discussioni su un mondo che non conoscevo e che mi
ero, fino ad allora, rifiutata di conoscere. Quando ho avuto la possibilità di
iniziare la serie, l'ho fatto alla maniera in cui uno studente di psicologia
accetta di dover dare un esame di statistica; ma indovinate un po’? Mi è
piaciuto. Non che avessi capito qualcosa di cosa accade al primo episodio; però
sono andata avanti e in tre settimane ho consumato le sette stagioni uscite fino
a oggi.
In fondo, come ho detto prima, se un generico qualcosa conquista milioni di fan in tutto il mondo, un motivo ci sarà.
In fondo, come ho detto prima, se un generico qualcosa conquista milioni di fan in tutto il mondo, un motivo ci sarà.
Il trono di spade
Vi invito allora a procedere con la lettura della saga dello scrittore
americano George R. R. Martin, Cronache del ghiaccio e del fuoco, da cui
è tratta la serie. Se però la prospettiva di leggervi cinque romanzi senza
arrivare a una conclusione non vi alletta troppo, sappiate che è molto più
probabile che il procedere della serie televisiva svelerà il finale in anticipo.
A quanto pare, infatti, l'autore continua a posticipare una possibile data di
pubblicazione del nuovo volume della saga, che sarà intitolato The
winds of winter (I venti dell'inverno, Ndr) e non sarà nemmeno
l'ultimo; mentre è notizia di pochi giorni fa che la HBO, casa di produzione
della serie televisiva britannica, ha previsto la conclusione della serie in
una ottava stagione di soli sei episodi... nel 2019.
Veronica
Rosazza Prin
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11 gennaio 2018
Storia di una professione "in onda"
Nella storia e nel racconto professionale del
giornalista Roberto Amen analizziamo tutte le sfaccettature, tutte le mansioni,
i diversi incarichi con cui un giornalista deve fare i conti ogni giorno.
L’aspetto più interessante a mio avviso sono proprio
i racconti iniziali con cui si apre questo testo, ovvero i racconti di come si
affronta la prima diretta televisiva, dei sentimenti che si mescolano poco
prima di andare in onda, le più svariate sensazioni che ti passano nella mente;
imparare a gestire il bello e il brutto della diretta, gli imprevisti dei
collegamenti, riempire gli eventuali vuoti, commentare al meglio i servizi e le
immagini.
In questa prima parte possiamo capire quindi come la
sequenza in cui si danno le notizie al telegiornale non è casuale, bensì è
frutto di un’analisi accurata, un omicidio o un fatto di cronaca nera sono
raccontati sempre per primi per indicare che sono avvenuti quello stesso
giorno, o perché ci sono nuovi sviluppi recenti su quel caso, ma le notizie
drammatiche devono proseguire con qualcosa di positivo, un messaggio speranzoso
come ad esempio un miglioramento nel settore lavorativo, o una storia a lieto
fine.
Alla fine di questo insieme di notizie l’ascoltatore
per lo più è distratto, ha distolto la mente dai proprio problemi e si è
concentrato sugli avvenimenti successi, oppure è concentrato nei messaggi di
speranza appena sentiti.
La tv diventa quindi uno svago, è motivo si stacco
dalla propria vita.
Questo appena descritto non è però l’unico compito e
l’unico lavoro del giornalista, è forse solo quello più conosciuto, ma cosa c’è
dietro a tutto questo che vediamo?
Roberto Amen ci fa entrare nelle redazioni dove ha
lavorato, il primo lavoro con cui un buon praticante giornalista deve
cimentarsi è quello della stesura di un articolo, se possibile per renderlo più
veritiero è sempre consigliato fare anche delle foto della situazione in
questione, o ad esempio portare foto e video dell’intervistato. In questo caso
è, oltre al giornalista, anche la troupe a entrare nei momenti quotidiani delle
persone coinvolte, rispettando i tempi e i modi dell’intervistato.
Tutto ciò che il giornalista deve riportare è pura
notizia, è il fatto veritiero senza commenti né pregiudizi, la notizia, gli
eventi formano negli ascoltatori un’idea, un loro giudizio critico, le
responsabilità del giornalista sono quelle di fornire le basi perché ognuno
maturi una propria idea.
Questo vale anche per la politica, infatti ogni
trasmissione è tenuta a dedicare lo stesso tempo per ogni fazione politica.
Roberto Amen precisa anche che le scorrettezze
esistono lo stesso in questo settore, infatti una testata giornalistica può
parteggiare per un partito montando dei servizi migliori per il partito in
questione, più piacevoli, e brillanti, e servizi invece confusi e poco chiari
per il partito opposto.
Una grande parte di questo libro è dedicata al
maestro di Roberto Amen, Gigi Bertoccini, colui dal quale, tra le altre, ha appreso
le nuove tecniche di linguaggio giornalistico; questa è sicuramente la parte
più attuale. Il linguaggio giornalistico si è adattato ai nuovi mezzi di
comunicazione come twitter, dove per lanciare un messaggio coinciso che venga
appreso dai giovani nel migliore dei
modi bisogna usare frasi corte, secche, in questa nuova tecnica rientrano anche
le pubblicità televisive che con pochi secondi a disposizione riescono a
vendere qualsiasi tipo di prodotto.
Amen ci regala direi tante nozioni di base del giornalismo,
di come farlo al meglio con profonda umiltà, attento e sensibile alle vicende
umane, a trattarle con rispetto, senza cadere nell’esagerazione pur di fare
qualche ascolto in più.
Questo è stato sicuramente l’aspetto che mi ha
colpita di più, illuminante in questo senso è stato il racconto di come il
giornalista Roberto Amen ha affrontato la storia delicata e agghiacciante del
tentativo di salvataggio, non andato a buon fine, di Alfredino.
In conclusione questo libro è ricco di aneddoti, di
infiniti dettagli, ho cercato di catturare gli aspetti salienti del lavoro di
giornalista, con i pregi e difetti.
Elisa
Cosini
Roberto Amen
In onda. Visioni e
storie di ordinaria tv
Egea, Milano, 2016, 185
pp.
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10 gennaio 2018
I grandi Derby firmati da Gianni Brera
DERBY! edito nel
2015, è la raccolta di tutti gli articoli del giornalista sportivo Gianni Brera
pubblicati in occasione del derby di Milano, la partita tra l’A.C. Milan e la
F.C Internazionale Milano.
L’opera è stata
pubblicata dopo la morte dell’autore per volontà di Paolo Brera, terzogenito del giornalista Gianni Brera e anch'egli
scrittore come il padre.
Il volume
comprende la cronaca delle partite di calcio disputate tra il 1956 e il 1992,
ed è inoltre una preziosa testimonianza dei cambiamenti che sono avvenuti in
una città come Milano. La narrazione inizia dal boom economico avvenuto alla
fine del secondo conflitto bellico e termina nel 1992, periodo in cui le due
società sportive sono di proprietà degli imprenditori milanesi Ernesto
Pellegrini e Silvio Berlusconi mentre Milano, è ormai una metropoli affermata e
famosa in tutto il mondo.
La scelta di
concentrare l’attenzione dell’opera sulla stracittadina è interessante: Il
derby è una partita molto diversa da tutte le altre che si giocano durante la
stagione; lo stadio è colmo di tifosi provenienti dalla stessa città, la
distanza territoriale è quindi nulla, i posti a sedere sono tutti esauriti;
durante la partita entrambe le squadre vengono sospinte e incitate dai propri
tifosi per tutti i novanta minuti. Il cantante Adriano Celentano cantava “Eravamo
in 100.000” per indicare il numero di tifosi presenti allo stadio in
occasione del derby, un evento che quasi scandisce il tempo della città.
La rivalità tra
le due formazioni, nata nel 1909 a causa della creazione dell’Internazionale
Milano da parte di alcuni dissidenti dell’A.C. Milan, con il passare degli anni
assunse anche caratteri politico e sociali.
Per la prima metà del
XX secolo la tifoseria milanese era per la maggior parte divisa a seconda dell’estrazione
sociale di provenienza: il tifoso interista proveniva dalla classe borghese
mentre il tifoso milanista dalla classe operaia e popolare, in un periodo
storico in cui la lotta di classe era particolarmente sentita. I soprannomi con
le quali le due tifoserie si apostrofavano dipendono da questa differenza di classe. I tifosi
milanisti, per esempio, venivano chiamati “casciavit” (cacciavite) o “tramvèe”(tramvai), per la appartenenza alla
classe operaia, mentre i tifosi nerazzuri erano scherniti con epiteti come “bauscia”(sbruffoni)
o “muturèta” (perché potevano
permettersi il privilegio di poter andare allo stadio in moto); questo dualismo
ancora oggi sopravvive ma ha perso molto della natura socio politica che
l’aveva contraddistinta nel corso degli anni.
In occasione del
derby, gli abitanti della città sono stipati sugli spalti dello stadio: mentre
sostengono e incitano la propria squadra i rapporti di parentela e di amicizia
passano in secondo piano per quell’ora e mezza di gioco, come è stato per
Franco e Beppe Baresi, non a caso scelti per la copertina per rappresentare in
un’immagine il concetto di derby milanese. I due fratelli incarnano in pieno lo
spirito del derby milanese; fratelli che si ritrovano in campo come avversari
in una sfida senza alcuna esclusione di colpi, nel pieno rispetto
dell’avversario per fare in modo che la propria squadra prevalga sull’altra.
Le sfide fra le
due rivali milanesi sono raccontate ed analizzate da Gianni Brera con uno stile
ed un linguaggio giornalistico che, fino ad allora, non si erano mai visti
nella comunicazione italiana.
La seconda meta
del XX secolo vede Gianni Brera nei panni del protagonista principale della
cronaca sportiva, dato che egli riesce a dare vita a uno stile giornalistico
innovativo e moderno, basato sulla vena letteraria e narrativa.
La prosa si
sposa e si intreccia con la cronaca sportiva; il frutto è un cocktail frizzante
di piacevole lettura.
Il lettore si
ritrova immerso in una lettura scorrevole e difficile da abbandonare. La
cronaca sportiva è rifinita preziosamente dal giornalista lombardo con termini
e neologismi, utilizzati ancora oggi, e divenuti iconici per questo sport.
Di particolare
importanza è il lessico di Gianni Brera; il giornalista è solito utilizzare
spesso termini propri del dialetto in maniera particolare quello milanese,
avvicinandosi così con il lettore medio.
La scelta
dell’utilizzo del dialetto è molto importante dal punto di vista storico:
l’Italia è ancora una nazione giovane, nata da nemmeno un secolo i tassi di
analfabetismo sono ancora elevati e la maggior parte degli popolazione italiana
parla solamente il proprio dialetto regionale. Il giornalista di San Zenone Po
attraverso le sue opere vuole tentare di elevare le forme dialettali dal
momento che queste sono vere e proprie forme linguistiche.
“Io non penso in
italiano, penso in dialetto perché sono un popolano”. Con questa
frase si può facilmente riassumere tutto il pensiero e l’opera di Gianni Brera.
L’intento del
giornalista milanese è quello di portare modi di dire, pensieri e termini
regionali all’interno di una lingua italiana universale e comprensibile in
tutta la penisola.
Brera vede come
il dialetto, unica lingua conosciuta per la maggior parte della popolazione,
come un mezzo per accompagnare milioni di italiani nel processo di
alfabetizzazione dal dialetto all’italiano. Questo processo tuttavia deve
tenere conto delle peculiarità dei singoli dialetti salvando e valorizzando ciò che si può portare in
italiano.
Per molto tempo
il giornalismo sportivo era stato considerato come una forma di giornalismo di
secondo piano. Il giornalista di San Zenone Po invece, per tutta la sua
carriera, è un fermo sostenitore della cronaca sportiva. Lo sport è una di
quelle forme che unisce le masse sotto un’unica bandiera spingendole a tifare
per essa, uno di quei rari momenti in cui è possibile vedere un’intera nazione
unita.
La pagina
sportiva è da sempre la pagina più letta e amata dai lettori, la pagina che
colpisce l’immaginario collettivo e che permette ai lettori di fantasticare
sulle imprese dei propri beniamini.
Dato che lo
sport gode di questa posizione privilegiata, chi si occupa di cronaca sportiva deve
agire di conseguenza; la prosa deve coinvolgere e trattenere l’attenzione del
lettore e la cronaca deve avere una funzione pedagogica e istruttiva;
avvicinare gli analfabeti a un utilizzo corretto dell’italiano e combattere
anche l’analfabetismo di ritorno, che oggigiorno è una vera e propria piaga.
Lo stile di
Gianni Brera è quindi un misto di narrativa e riferimenti alla cultura
classica; al giornalista milanese si
deve l’introduzione di molti termini calcistici tuttora utilizzati.
Questi termini hanno
tra le origini più svariate; tra i termini proposti da Brera ricordiamo intramontabile
che deriva dalla letteratura classica greca; con questo termine si indica un
giocatore che nonostante l’età avanzata non ha perso lo smalto. Il termine melina
invece deriva dal dialetto bolognese e viene utilizzato per indicare quella
fase del gioco nella quale una squadra cerca di controllare la palla per più
tempo possibile. Il termine goleador deriva dalla spagnolo toreador
della corrida. All’estro di Gianni Brera si deve anche l’introduzione del
termine incornare con cui si fa riferimento a quando un giocatore riesce
a trovare la rete grazie a un colpo di testa e superare i propri marcatori.
Questa immagine legata al mondo della
corrida spagnola e l’attaccante viene paragonato a un toro.
Alla penna e
alla vena artistica di Gianni Brera si deve anche l’adozione di alcuni
nomignoli per alcuni giocatori, questi soprannomi creati dal giornalista sono
rimasti legati in maniera indissolubile all’immagine dei singoli giocatori e
che pronunciati ancora oggi evocano ricordi nell’immaginario dei tifosi.
Gianni Brera per
indicare il difensore Franco Baresi, coniò il termine “piscinin” che nel
dialetto milanese significa piccolino; questo appellativo faceva riferimento sia
al fatto che Franco non era di statura molto elevata per giocare nel ruolo di
difensore, ruolo che tuttavia ricopriva in maniera maestosa e che inoltre era
il fratello minore di Beppe Baresi anch'egli giocatore e rivale in campo.
Un altro
soprannome creato dal giornalista milanese é “bonimba”, per indicare
l’attaccante Roberto Boninsegna. Il termine nasce dall’unione del cognome del
giocatore con la parola “bagonghi” con cui si indicavano i nani da circo.
Questo soprannome nasce dall’aspetto fisico dell’attaccante che, nonostante la
bassa statura, riusciva facilmente a superare i difensori avversari e a
sgusciare tra essi quasi come un nano da circo.
Giovanni Lodetti
viene soprannominato “blasetta”, che nel dialetto milanese indica il
mento pronunciato, caratteristica fisica che lo contraddistingueva.
Il mediano
Gabriele Oriali viene ribattezzato come “piper” perché questo giocatore
correva rapido per il terreno di gioco e rimbalza da una parte all’altra del
campo quasi come la pallina di un flipper, questa sua caratteristica lo rese un
idolo per i suoi tifosi.
Mario Corso
viene apostrofato come participio passato del verbo correre, vista la
sua poco dinamicità.
Gli eterni
rivali Sandro Mazzola e Gianni Rivera sono soprannominati mazzandro e abatino.
Grazie a queste
espressioni Brera riesce ad avvicinare i lettori ai propri idoli sportivi, che
diventano quasi dei familiari per i tifosi. I lettori si trovano immersi nella
lettura degli articoli sportivi e lo affrontano come un romanzo in cui vengono
raccontate le gesta dei loro beniamini.
Il lettore si
trova così costretto a leggere tutto l’articolo per scoprire il finale e
scoprire come il proprio idolo sportivo è riuscito a superare l’avversario.
Lo stile di
scrittura di Gianni Brera può ricordare lo stile dell’epica classica; la
nazione italiana era nata da nemmeno un secolo, si sentiva il bisogno di eroi
comuni a tutta la nazione che potessero unire tutti i tifosi e gli amanti dello
sport sotto un’unica bandiera, quella italiana; attraverso i suoi articoli di
cronaca riuscì a dare agli amanti dello sport quegli idoli e quegli eroi che,
superavano gli avversari e compivano imprese come gli eroi dei poemi omerici.
In questi quasi
40 anni di cronaca sportiva Gianni Brera ha accompagnato milioni di tifosi
delle formazioni milanesi attraverso grandi vittorie, traguardi ma anche
attraverso sconfitte e delusioni.
Brera ha
accompagnato più di una generazione di lettori sportivi, facendo da modello per
molti che si sono avvicinati a questo settore. Negli anni in cui il cartaceo
era la principale forma di informazione per gli italiani, per la maggior parte
analfabeti, egli grazie alla sua penna e all’utilizzo si semplici parole
riusciva a creare immagini forti, molte vicine alla realtà con un leggero contorno poetico, epico e oggi
anche un po’ nostalgico. Avvicinò milioni di italiani alla lettura di
un prodotto giornalistico degno di questo nome elevando anche lo sport a una
funzione pedagogica e istruttiva, cosa forse oggi dimenticata o passata in secondo
piano.
Gianni Brera in
molti dei suoi articoli, anche grazie ai riferimenti alla cultura classica,
riesce a portare i lettori sportivi italiani a conoscere quelle figure iconiche
dell’epica, che non avrebbero avuto altro modo di conoscere.
Francesco Vallerga
Gianni Brera
DERBY!,
BookTime,
Milano, 2015.
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09 gennaio 2018
Punto
Essenziale. Preciso. Costruttivo. Come un punto.
Una pausa del pensiero necessaria non per concluderlo ma per permettere la sua
evoluzione in una riflessione più profonda.
La rapida carrellata di Paolo Pagliaro,
prestigioso giornalista, sui problemi legati alla “post-verità”, evidenzia i
punti salienti dell'attuale pericoloso declino dell'informazione.
Fermare l'overdose informativa che ci sommerge
ogni giorno è possibile. Così come ritrovare la capacità di distinguere tra ciò
che serve a meglio orientare le scelte della nostra vita e tra ciò che, al
contrario, quelle stesse scelte le confonde e le manipola.
L'”infobesità” è una patologia reale. Si annida
tra le fake-news mitragliate in continuazione sui social network e
rimbalzate nelle agende-setting di telegiornali e quotidiani. Il risultato è
che la moltiplicazione del falso sembra essere diventato il paradigma condiviso
dalla maggior parte dei professionisti dell'informazione. A scapito di quella
narrazione dei fatti e della verità che, per tale categoria, dovrebbe essere il principale punto
d'orgoglio. Mentre, in nome delle logiche di mercato e di profitto, prevalgono
emozioni, suggestioni, storytelling, propaganda. Di tutto tranne il racconto
veritiero dei fatti. Ormai, usare la bugia come strumento per ottenere
visibilità e consenso è pratica diffusa e accettata. Tollerata e subita
soprattutto da chi l'informazione non la riceve più perché ne è letteralmente
bombardato, nell'illusoria convinzione di essere cittadino consapevole delle
proprie valutazioni, soggetto attivo e partecipe della costruzione del proprio
futuro, esente da manipolazioni esterne.
Qui ci vuole un punto, una riflessione. Non per
fermarsi, ma per ripartire. Così, auspica l'autore. Una pausa dal respiro più
ampio e meno frettoloso del solito. Il ripristino della facoltà pensante come
abilità condivisa. Il riscatto di chi produce informazione di qualità in modo
eticamente corretto. È una battaglia che va combattuta soprattutto sul web,
dove il narcisismo della politica si nasconde dietro la comunicazione e ne
sostituisce il dibattito e dove il narcisismo di massa affonda l'assenza di
pensiero critico nella velocità virale di opinioni basate sulla diffusione di
fiction.
A risentirne è soprattutto la qualità della
democrazia che trasferisce il potere di condizionare l'opinione pubblica agli
esperti di marketing. Creare pseudo-notizie e farle circolare ad arte sui social
in modo tale che diventino argomento di infinite condivisioni e acquistino così
una valenza di verità fino a conquistare il primo posto tra gli argomenti di
interesse generale.
La strategia della disinformazione si propaga come
un virus, attraverso internet. Distraendo il “pensiero mobile” dei suoi
fruitori dalla manomissione delle opinioni e dei fatti. Ad essere contagiata è
soprattutto la platea dei “nativi digitali” che, riflettendosi nello specchio
della community, credono di sfuggire alla solitudine e presumono di
trovare più libertà di accesso ad un'informazione diretta e priva di
mediazioni. In realtà, l'accesso è facilitato solo al pensiero semplificato e
preconfezionato, con lo scopo di produrre costante distrazione dalla realtà o,
tuttalpiù, saltuaria attenzione parziale, fluttuante nel mare della
dispersività.
Perché, è noto, troppa informazione equivale a
nessuna informazione.
Un eccesso
di disinformation che pervade il quotidiano e rischia di trasformarsi in
una patologia curabile solo rivendicando il “diritto alla disconnessione”.
Mettendo un freno al collegamento H24 per avere il tempo di pensare, farsi
domande, riflettere senza l'ansia di rispondere all'ultimo tweet. Questa è una
delle soluzioni che l'autore propone come cura all'epidemia in corso. Ma non
basta.
É necessario accettare di non potere essere
informati su tutto in ogni momento. E quello che sembra il limite del parziale
e del provvisorio si evolve in un'opportunità di sviluppo dell'intelligenza
collettiva del gruppo a cui si appartiene. Raccogliendo le capacità dei singoli
per non disperdere le energie e concentrandosi sugli argomenti di vero
interesse per approfondire e pensare in profondità.
Ma il “disagio del pensiero”, come disse J.
Kennedy nel 1962, costa tempo e fatica. Al contrario delle più comode opinioni
e dei facili pregiudizi precotti dalla rete.
Diventa, quindi, prioritario investire sulla
produzione di informazione di qualità e formare professionisti eticamente
preparati, passando attraverso accordi economici e politici che coinvolgano le
grandi piattaforme di distribuzione delle notizie e i potenti gruppi
editoriali.
Per esempio, punire la diffusione arbitraria di fake-news,
etichettandole in modo ben visibile, può essere anche un modo per difendere la
reputazione di chi le informazioni le produce e le diffonde.
Così come combattere la creazione di falsi
profili-clone sui social, i cosiddetti bot, che tanto piacciono
alla politica, è un modo imprescindibile per salvaguardare il buon
funzionamento del sistema democratico. Infatti, l'anonimo popolo della rete si
nutre di notizie false ma non del tutto inverosimili, che acquistano validità
proprio per la loro capacità di essere rilanciate e condivise. Ed è proprio
questo popolo, lo “sciame digitale”, ad essere esposto alle conseguenze della
manipolazione del mercato del consenso.
Secondo
l'autore è l'autodisciplina, sia di chi produce sia di chi consuma
informazione, una delle soluzioni più
realistiche alla deriva attuale. Il controllo dei fatti e delle fonti e
l'onestà nel riferirli si confermano come i cardini dell'informazione
professionale di cui Paolo Pagliaro, anche in questo testo, è sicuro interprete
ed orgoglioso portavoce. Con quel pizzico di passione che è la molla che aiuta
a distinguere tra verità e idee. Un punto, questo, su cui l'autore fornisce lo
spazio e gli strumenti necessari alla riflessione, auspicando, tra le righe, la
nascita di un pubblico più critico capace di pretendere un'informazione onesta
e veritiera. Sarà allora che anche il mercato e la politica saranno obbligate
ad adeguarsi alle esigenze della comunità, fermando il declino dell'informazione
di qualità.
Ecco. A volte, basta fermarsi su un punto.
Paolo Pagliaro
Punto. Fermiamo il declino dell'informazione
Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 128.07 gennaio 2018
L'America di Oriana Fallaci
Viaggio in America è il titolo di un’opera della celebre scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, pubblicata nel 2014. É il 1965 quando la Fallaci decide di raccontare il Paese a stelle e strisce in una serie di articoli per l’Europeo, racchiusi successivamente in questo libro da Rizzoli Editore. Oriana, curiosa di capire il mondo e gli uomini, vuole raccontare com’è l’America vista da un’italiana. L’America non appartiene solo agli americani, perciò ha il diritto di raccontare ciò che va e ciò che invece non va: «Ho il diritto di sapere chi sono, se sono felici o infelici, mascalzoni o perbene. Ho il diritto di ascoltarli, osservarli, spiarli», scrive l’autrice. Così, la vastità e la complessità degli Stati Uniti la spingono a intraprendere un viaggio per poter raccontare il Paese dopo averlo osservato più da vicino.
Il libro è suddiviso in sei parti che racchiudono straordinari ritratti di cantanti, politici, astronauti, attori e divi di Hollywood e una descrizione delle tante facce della New York degli anni Sessanta, spesso presentata come un inferno, dove possedere una rivoltella equivale ad avere la macchina per lavare i piatti, la televisione, il telefono, l’automobile, il frigorifero; e poi lo spumeggiante viaggio on the road con l’amica Shirley MacLaine per percorrere all’incontrario la strada degli antichi pionieri che nell’Ottocento si mossero dalla Virginia alla California. La silenziosa Death Valley, Las Vegas, il Grand Canyon, sono solo alcune delle numerose tappe del viaggio con la MacLaine. «L’America è così vasta, paurosamente vasta. C’è di tutto in America». Così, per sentirsi di nuovo a casa attraverserà il paese per far visita, da buona toscana, a Florence in Alabama. Ed è proprio qui, negli stati del Sud, che comprenderà il dramma d’essere nato color della notte in un Paese dove la maggioranza delle persone è color del giorno. Nelle oltre due settimane di viaggio Oriana confessa che la comodità americana è assai attraente, sì, ma anche che le manca qualcosa. In uno scenario perfetto, in una vita perfetta fatta di benessere, prati curati, piscine riscaldate, bibite fresche, campi da tennis e tecnologia, ciò di cui sono privi gli Stati Uniti sono i fantasmi. Vale a dire i fantasmi di coloro che levigarono i sassi su cui si cammina: lì non c’è memoria, non ci sono ricordi né tradizioni e i troppi comfort stanno per ingoiarla. Si sente rimbecillita da quel mondo dove tutto è troppo. L’America impaziente che non si affeziona mai a nulla, si stacca senza dolore da tutto: genitori, figli, coniugi, case, paesaggi. Sono queste, secondo lei, le cose che un europeo non può comprendere.
Il libro si conclude con un’inchiesta sui teenager americani, preziosa per capire la società dell’epoca e con delle “Lettere dall’America”, contenenti gli aneddoti più strambi come le maldestre intercettazioni telefoniche da parte della CIA o una Fallaci intenta a fumare le bucce delle banane. Un rapporto di odio e amore, quello tra Oriana e l’America. Gli USA, però, sono una continua scoperta e questo la elettrizza. L’autrice, con uno stile sfrontato e brillante, racconta di un’America che forse non è cambiata poi così tanto e che, forse, non odia poi così tanto: «Dell’America mi piacciono i western, i ponti, i biondi, la Costituzione, sebbene sia spesso dimenticata, il roast beef che qui lo cuociono bene, non bruciato di fuori e crudo di dentro, ma d’un bel rosa unito dalla buccia all’interno. Mi piace. E poi mi piace il garbo delle telefoniste che qui non sono villane, mi piace il sorriso con cui i poliziotti del Kennedy Airport mi dicono tutte le volte che torno a New York: «Welcome home», benvenuta a casa».
Il libro è suddiviso in sei parti che racchiudono straordinari ritratti di cantanti, politici, astronauti, attori e divi di Hollywood e una descrizione delle tante facce della New York degli anni Sessanta, spesso presentata come un inferno, dove possedere una rivoltella equivale ad avere la macchina per lavare i piatti, la televisione, il telefono, l’automobile, il frigorifero; e poi lo spumeggiante viaggio on the road con l’amica Shirley MacLaine per percorrere all’incontrario la strada degli antichi pionieri che nell’Ottocento si mossero dalla Virginia alla California. La silenziosa Death Valley, Las Vegas, il Grand Canyon, sono solo alcune delle numerose tappe del viaggio con la MacLaine. «L’America è così vasta, paurosamente vasta. C’è di tutto in America». Così, per sentirsi di nuovo a casa attraverserà il paese per far visita, da buona toscana, a Florence in Alabama. Ed è proprio qui, negli stati del Sud, che comprenderà il dramma d’essere nato color della notte in un Paese dove la maggioranza delle persone è color del giorno. Nelle oltre due settimane di viaggio Oriana confessa che la comodità americana è assai attraente, sì, ma anche che le manca qualcosa. In uno scenario perfetto, in una vita perfetta fatta di benessere, prati curati, piscine riscaldate, bibite fresche, campi da tennis e tecnologia, ciò di cui sono privi gli Stati Uniti sono i fantasmi. Vale a dire i fantasmi di coloro che levigarono i sassi su cui si cammina: lì non c’è memoria, non ci sono ricordi né tradizioni e i troppi comfort stanno per ingoiarla. Si sente rimbecillita da quel mondo dove tutto è troppo. L’America impaziente che non si affeziona mai a nulla, si stacca senza dolore da tutto: genitori, figli, coniugi, case, paesaggi. Sono queste, secondo lei, le cose che un europeo non può comprendere.
Il libro si conclude con un’inchiesta sui teenager americani, preziosa per capire la società dell’epoca e con delle “Lettere dall’America”, contenenti gli aneddoti più strambi come le maldestre intercettazioni telefoniche da parte della CIA o una Fallaci intenta a fumare le bucce delle banane. Un rapporto di odio e amore, quello tra Oriana e l’America. Gli USA, però, sono una continua scoperta e questo la elettrizza. L’autrice, con uno stile sfrontato e brillante, racconta di un’America che forse non è cambiata poi così tanto e che, forse, non odia poi così tanto: «Dell’America mi piacciono i western, i ponti, i biondi, la Costituzione, sebbene sia spesso dimenticata, il roast beef che qui lo cuociono bene, non bruciato di fuori e crudo di dentro, ma d’un bel rosa unito dalla buccia all’interno. Mi piace. E poi mi piace il garbo delle telefoniste che qui non sono villane, mi piace il sorriso con cui i poliziotti del Kennedy Airport mi dicono tutte le volte che torno a New York: «Welcome home», benvenuta a casa».
Paola Alemanno
Oriana Falalci
Viaggi in America
Rizzoli, Milano, 2014.
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06 gennaio 2018
Rewire: positivo, con un “ma”…
Adattarsi a un mondo in continua trasformazione, tanto più se nell’era della tecnologia, non è un compito semplice. Le trasformazioni sono repentine e radicali, al punto tale che chiunque si trovi a dover lavorare - ma anche solo vivere - in un simile tumulto, spesso non fa in tempo ad adeguarsi che è già tempo di cambiare. Quello che sembra ormai ovvio è che ci troviamo oggi nell’era della globalità, in cui le idee, i processi, le tendenze e anche le problematiche non si trovano circoscritte in un’area definita, ma divengono comuni a realtà geografiche anche molto distanti tra loro.
Di fronte a questo panorama in divenire, Ethan Zuckerman, studioso americano delle nuove forme di comunicazione e di cultura digitale, propone alcuni ragionamenti e considerazioni utili a chi stia cercando di orientarsi nell’oggi; lo fa attraverso Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, edito in Italia da Egea e uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel giugno 2013, pubblicato dalla W. W. Norton & Company.
Questa recensione fa riferimento alla versione epub: E. Zuckerman, Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, Egea editore 2014.
Cosmopoliti…
Il cosmopolitismo sembra essere un argomento che sta molto a cuore all’autore, non solo perché ha così intitolato la sua opera: basandosi sulla definizione proposta dal filosofo Kwame Antony Appiah, l’uomo e la donna cosmopoliti dimostrano un «genuino interesse per le concezioni e le pratiche altrui, impegnandosi a comprendere, se non anche ad accettare o ad adottare, modi di vivere differenti» dal proprio; il cosmopolita, inoltre, «abbraccia seriamente l’idea di avere degli obblighi nei confronti degli altri». In quest’ottica, il divenire un cosmopolita deve essere, secondo Zuckerman, l’obiettivo di chiunque voglia fare comunicazione. Altro consiglio centrale nell’analisi dell’autore riguarda la possibilità di essere xenofili e figure ponte: i primi sono «individui attirati dall’insolito, che traggono ispirazione ed energia creativa nell’ampia diversità del pianeta», mentre i secondi «si muovono a cavallo tra due ambiti culturali; ne fanno parte, ad esempio, quei blogger impegnati a tradurre e contestualizzare i contenuti da una cultura all’altra». Tutti questi elementi sono fondamentali, secondo quanto asserisce Zuckerman, nel mondo globalizzato in cui viviamo: le differenze identitarie - di genere, di etnia, religione, lingua - portano allo sviluppo di differenze cognitive, che sono, a loro volta, il valore aggiunto per eccellenza dell’era della globalità.
… digitali.
L’elemento digitale è proprio quello entro cui si muove Zuckerman: non solo si trova alla base della semplicità con cui avvengono oggi le comunicazioni e, quindi, dei rapporti contemporanei, ma è anche - e soprattutto - il futuro di imprese, persone e mezzi di informazione.
L’inflazione dell’esempio
Tutti questi elementi sono presentati attraverso l’utilizzo smodato di esempi: sebbene gli stessi rappresentino uno strumento utile per illustrare ragionamenti complessi, specialmente a chi si stia approcciando per la prima volta a simili argomenti, la loro massiccia presenza all’interno di questo volume risulta eccessivamente pesante anche per il lettore più attento. Volendo azzardare una stima, una buona metà dell’intero volume è persa in esempi: esempi sulla diffusione di nozioni e notizie, esempi tratti dall’Antica Grecia sull’approccio cosmopolita, esempi di come lo sviluppo delle connessioni possa costituire anche, a volte, un pericolo; anche gli aneddoti occupano un ruolo importante in Rewire: sulla nascita dei forum, sulle discussioni che hanno portato alla fondazione di Global Voices, sull’esportazione dell’acqua Evian. Una scelta stilistica che ha stravolto il proposito dell’esistenza stessa dell’esempio, appesantendo la lettura e rendendola eccessivamente lenta e difficoltosa.
Il vademecum della globalità digitalizzata
Nota decisamente positiva riguardo l’utilità delle teorie racchiuse nel piccolo volume. Concetti rilevanti come quello di homophily o di serendipità emergono chiari e evidenti, creando un filo conduttore che accompagna il lettore lungo tutto il suo percorso: il processo di notiziabilità internazionale, la gestione dei social network da parte di algoritmi sempre più aggiornati e “invadenti”, il ruolo fondamentale delle traduzioni in un mondo sempre più Eng sub ma con una forte componente idiomatica.
La lettura di Rewire somiglia a una palestra di comunicazione e di vita, che fornisce tutti gli elementi necessari per comprendere, almeno basilarmente, le dinamiche che muovono l’era della globalità e come fare a inserirvisi come professionisti della comunicazione e non solo.
Global Voices
Un intero capitolo del volume è, poi, dedicato a Global Voices, una rete internazionale di bloggers fondata da Zuckerman stesso e da Rebecca MacKinnon, con lo scopo di abbattere le barriere comunicative tra i Paesi “forti” e quelli più “deboli”: partendo dalla constatazione che, sul piano della discussione internazionale, maggiore spazio viene concesso a voci provenienti da contesti elitari e occidentali, Global Voices sfrutta i contributi generati dagli utenti di internet per «offrire a chiunque voglia esprimersi i mezzi per farlo, come anche di offrire gli strumenti adatti a chiunque voglia prestare ascolto a queste voci».
I volontari che collaborano a questo interessante progetto, ricercano e traducono, ogni giorno, i pezzi più interessanti pubblicati sui blog del loro Paese, in modo da renderli disponibili al resto del mondo. Quanti di noi sono adegutamente informati sulle questioni provenienti dalla Nigeria? Dall’Angola, dallo Sri Lanka, dalla Lettonia o dal Paraguai? Quello che fa il progetto Global Voices (all’indirizzo internet https://it.globalvoices.org/ per la versione italiana) è strappare il pesante velo delle barriere linguistiche e mediatiche, per aiutare chi sia interessato a mantenersi aggiornato, andando a pescare le produzioni originali delle voci meno ascoltate online e servendole su un piatto d’argento al pubblico internazionale.
Must-have
Un lavoro certamente accurato, impegnato e impegnativo quello di Ethan Zuckerman, che ha messo a disposizione del pubblico le competenze acquisite in anni di esperienza sul campo e di studi approfonditi. Potessi suggerire una nuova edizione, proporrei all’autore le mie considerazioni sull’impiego dell’esempio come strumento esplicativo; tuttavia ho trovato l’opera interessante e sostanzialmente utile: non è necessario avere interessi professionali negli elementi trattati; l’importanza fondamentale dei concetti “cosmopolita”, “digitale” e “era della globalità” - abilmente condensati nel titolo - rende Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità un testo must-have per ogni appassionato del mondo, della contemporaneità e dell’umanità.
Veronica Rosazza Prin
Di fronte a questo panorama in divenire, Ethan Zuckerman, studioso americano delle nuove forme di comunicazione e di cultura digitale, propone alcuni ragionamenti e considerazioni utili a chi stia cercando di orientarsi nell’oggi; lo fa attraverso Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, edito in Italia da Egea e uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel giugno 2013, pubblicato dalla W. W. Norton & Company.
Questa recensione fa riferimento alla versione epub: E. Zuckerman, Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità, Egea editore 2014.
Cosmopoliti…
Il cosmopolitismo sembra essere un argomento che sta molto a cuore all’autore, non solo perché ha così intitolato la sua opera: basandosi sulla definizione proposta dal filosofo Kwame Antony Appiah, l’uomo e la donna cosmopoliti dimostrano un «genuino interesse per le concezioni e le pratiche altrui, impegnandosi a comprendere, se non anche ad accettare o ad adottare, modi di vivere differenti» dal proprio; il cosmopolita, inoltre, «abbraccia seriamente l’idea di avere degli obblighi nei confronti degli altri». In quest’ottica, il divenire un cosmopolita deve essere, secondo Zuckerman, l’obiettivo di chiunque voglia fare comunicazione. Altro consiglio centrale nell’analisi dell’autore riguarda la possibilità di essere xenofili e figure ponte: i primi sono «individui attirati dall’insolito, che traggono ispirazione ed energia creativa nell’ampia diversità del pianeta», mentre i secondi «si muovono a cavallo tra due ambiti culturali; ne fanno parte, ad esempio, quei blogger impegnati a tradurre e contestualizzare i contenuti da una cultura all’altra». Tutti questi elementi sono fondamentali, secondo quanto asserisce Zuckerman, nel mondo globalizzato in cui viviamo: le differenze identitarie - di genere, di etnia, religione, lingua - portano allo sviluppo di differenze cognitive, che sono, a loro volta, il valore aggiunto per eccellenza dell’era della globalità.
… digitali.
L’elemento digitale è proprio quello entro cui si muove Zuckerman: non solo si trova alla base della semplicità con cui avvengono oggi le comunicazioni e, quindi, dei rapporti contemporanei, ma è anche - e soprattutto - il futuro di imprese, persone e mezzi di informazione.
L’inflazione dell’esempio
Tutti questi elementi sono presentati attraverso l’utilizzo smodato di esempi: sebbene gli stessi rappresentino uno strumento utile per illustrare ragionamenti complessi, specialmente a chi si stia approcciando per la prima volta a simili argomenti, la loro massiccia presenza all’interno di questo volume risulta eccessivamente pesante anche per il lettore più attento. Volendo azzardare una stima, una buona metà dell’intero volume è persa in esempi: esempi sulla diffusione di nozioni e notizie, esempi tratti dall’Antica Grecia sull’approccio cosmopolita, esempi di come lo sviluppo delle connessioni possa costituire anche, a volte, un pericolo; anche gli aneddoti occupano un ruolo importante in Rewire: sulla nascita dei forum, sulle discussioni che hanno portato alla fondazione di Global Voices, sull’esportazione dell’acqua Evian. Una scelta stilistica che ha stravolto il proposito dell’esistenza stessa dell’esempio, appesantendo la lettura e rendendola eccessivamente lenta e difficoltosa.
Il vademecum della globalità digitalizzata
Nota decisamente positiva riguardo l’utilità delle teorie racchiuse nel piccolo volume. Concetti rilevanti come quello di homophily o di serendipità emergono chiari e evidenti, creando un filo conduttore che accompagna il lettore lungo tutto il suo percorso: il processo di notiziabilità internazionale, la gestione dei social network da parte di algoritmi sempre più aggiornati e “invadenti”, il ruolo fondamentale delle traduzioni in un mondo sempre più Eng sub ma con una forte componente idiomatica.
La lettura di Rewire somiglia a una palestra di comunicazione e di vita, che fornisce tutti gli elementi necessari per comprendere, almeno basilarmente, le dinamiche che muovono l’era della globalità e come fare a inserirvisi come professionisti della comunicazione e non solo.
Global Voices
Un intero capitolo del volume è, poi, dedicato a Global Voices, una rete internazionale di bloggers fondata da Zuckerman stesso e da Rebecca MacKinnon, con lo scopo di abbattere le barriere comunicative tra i Paesi “forti” e quelli più “deboli”: partendo dalla constatazione che, sul piano della discussione internazionale, maggiore spazio viene concesso a voci provenienti da contesti elitari e occidentali, Global Voices sfrutta i contributi generati dagli utenti di internet per «offrire a chiunque voglia esprimersi i mezzi per farlo, come anche di offrire gli strumenti adatti a chiunque voglia prestare ascolto a queste voci».
I volontari che collaborano a questo interessante progetto, ricercano e traducono, ogni giorno, i pezzi più interessanti pubblicati sui blog del loro Paese, in modo da renderli disponibili al resto del mondo. Quanti di noi sono adegutamente informati sulle questioni provenienti dalla Nigeria? Dall’Angola, dallo Sri Lanka, dalla Lettonia o dal Paraguai? Quello che fa il progetto Global Voices (all’indirizzo internet https://it.globalvoices.org/ per la versione italiana) è strappare il pesante velo delle barriere linguistiche e mediatiche, per aiutare chi sia interessato a mantenersi aggiornato, andando a pescare le produzioni originali delle voci meno ascoltate online e servendole su un piatto d’argento al pubblico internazionale.
Must-have
Un lavoro certamente accurato, impegnato e impegnativo quello di Ethan Zuckerman, che ha messo a disposizione del pubblico le competenze acquisite in anni di esperienza sul campo e di studi approfonditi. Potessi suggerire una nuova edizione, proporrei all’autore le mie considerazioni sull’impiego dell’esempio come strumento esplicativo; tuttavia ho trovato l’opera interessante e sostanzialmente utile: non è necessario avere interessi professionali negli elementi trattati; l’importanza fondamentale dei concetti “cosmopolita”, “digitale” e “era della globalità” - abilmente condensati nel titolo - rende Rewire: cosmopoliti digitali nell’era della globalità un testo must-have per ogni appassionato del mondo, della contemporaneità e dell’umanità.
Veronica Rosazza Prin
Ethan Zuckerman
Rewire: cosmopoliti digitali
nell’era della globalità
Egea, Milano, 2014
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Web
05 gennaio 2018
La critica teatrale nel Web
Com’è cambiata la critica teatrale, così come la conosciamo oggi, nel corso degli anni? Qual era il ruolo del critico ieri e qual è il ruolo del critico oggi? Come ha cambiato il modo di fare critica l’introduzione di internet nel nostro quotidiano? Ma soprattutto - e questo si può dire l’interrogativo più grande - oggi la critica esiste ancora?
Possiamo dire che il libro cerca, partendo dai tempi antichi, di rispondere, per quanto possibile, a tutte queste domande, e lo fa nel modo più sintetico e chiaro possibile, considerando che si trovano addirittura riferimenti all’antica Grecia fino ad arrivare ai giorni nostri.
Ciò che rende interessante questo libro è che, per fare chiarezza e per rispondere ai quesiti che ci siamo posti all’inizio e ad altri che emergono tra le pagine, utilizza soprattutto pensieri di critici, ma anche di chi la critica in un certo senso la subisce, come ad esempio gli ideatori di uno spettacolo teatrale; o talvolta il pubblico, che non dovrebbe solamente subire ma anche ragionare ma che, specialmente oggi, con la valanga di informazioni che lo travolge spesso si fida e si affida nelle mani di chi giudica al posto suo.
I temi affrontati nei diversi capitoli sono svariati; per citarne due: si illustra il passaggio che è avvenuto dall’utilizzo della critica tradizionale alla critica attuale, ossia il passaggio da analogico a digitale ma, uno degli aspetti a risultare più interessante, soprattutto perché di grande attualità, è anche l’ultimo che viene analizzato ed è l’interrogativo che interessa il nostro tempo: com’è cambiato il ruolo del critico con l’arrivo di internet? Esiste ancora il mestiere del critico nel senso vero e proprio del termine? I due quesiti sono così complessi che anche per gli autori è difficile arrivare ad una conclusione definitiva; nonostante ciò viene comunque spiegato passo passo e in modo chiaro il processo che ha portato alla trasformazione di questa figura oggi così complessa, e soprattutto viene mostrata una fotografia del mondo odierno che ha sì dato modo a ciascuno di esprimersi e di pubblicare idee, pensieri, recensioni, musica e altre opere o produzioni spesso auto-finanziate, ma ha anche tolto una serietà e una autorevolezza tipiche dei critici di altri tempi. Se ciò possa essere considerato un bene od un male si può dire che neanche Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, i due autori del libro, lo abbiamo chiarito con certezza. Si può forse affermare che anche la figura del critico troverà il suo spazio in questa nuova era, sicuramente con le dovute modifiche che subirà nel tempo, così come la figura del giornalista, ad esempio, che è in continua evoluzione. Il libro, come detto, non fornisce risposte complete, ma aiuta senza dubbio nella formazione di una propria idea attraverso un’analisi approfondita dell’evoluzione di un mestiere e fornisce degli spunti per comprendere a fondo l’utilità della critica ai giorni nostri; e questo è, forse, l’elemento più importante perché, se il pubblico riuscirà nuovamente a capirne l’importanza, sarà forse possibile far sì che questo mestiere non scompaia del tutto.
Alice Ferraro
Giulia Alonzo - Oliviero Ponte di Pino
Dioniso e la nuvola. L'informazione e la critica teatrale in rete:
nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici,
Possiamo dire che il libro cerca, partendo dai tempi antichi, di rispondere, per quanto possibile, a tutte queste domande, e lo fa nel modo più sintetico e chiaro possibile, considerando che si trovano addirittura riferimenti all’antica Grecia fino ad arrivare ai giorni nostri.
Ciò che rende interessante questo libro è che, per fare chiarezza e per rispondere ai quesiti che ci siamo posti all’inizio e ad altri che emergono tra le pagine, utilizza soprattutto pensieri di critici, ma anche di chi la critica in un certo senso la subisce, come ad esempio gli ideatori di uno spettacolo teatrale; o talvolta il pubblico, che non dovrebbe solamente subire ma anche ragionare ma che, specialmente oggi, con la valanga di informazioni che lo travolge spesso si fida e si affida nelle mani di chi giudica al posto suo.
I temi affrontati nei diversi capitoli sono svariati; per citarne due: si illustra il passaggio che è avvenuto dall’utilizzo della critica tradizionale alla critica attuale, ossia il passaggio da analogico a digitale ma, uno degli aspetti a risultare più interessante, soprattutto perché di grande attualità, è anche l’ultimo che viene analizzato ed è l’interrogativo che interessa il nostro tempo: com’è cambiato il ruolo del critico con l’arrivo di internet? Esiste ancora il mestiere del critico nel senso vero e proprio del termine? I due quesiti sono così complessi che anche per gli autori è difficile arrivare ad una conclusione definitiva; nonostante ciò viene comunque spiegato passo passo e in modo chiaro il processo che ha portato alla trasformazione di questa figura oggi così complessa, e soprattutto viene mostrata una fotografia del mondo odierno che ha sì dato modo a ciascuno di esprimersi e di pubblicare idee, pensieri, recensioni, musica e altre opere o produzioni spesso auto-finanziate, ma ha anche tolto una serietà e una autorevolezza tipiche dei critici di altri tempi. Se ciò possa essere considerato un bene od un male si può dire che neanche Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, i due autori del libro, lo abbiamo chiarito con certezza. Si può forse affermare che anche la figura del critico troverà il suo spazio in questa nuova era, sicuramente con le dovute modifiche che subirà nel tempo, così come la figura del giornalista, ad esempio, che è in continua evoluzione. Il libro, come detto, non fornisce risposte complete, ma aiuta senza dubbio nella formazione di una propria idea attraverso un’analisi approfondita dell’evoluzione di un mestiere e fornisce degli spunti per comprendere a fondo l’utilità della critica ai giorni nostri; e questo è, forse, l’elemento più importante perché, se il pubblico riuscirà nuovamente a capirne l’importanza, sarà forse possibile far sì che questo mestiere non scompaia del tutto.
Alice Ferraro
Giulia Alonzo - Oliviero Ponte di Pino
Dioniso e la nuvola. L'informazione e la critica teatrale in rete:
nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici,
FrancoAngeli, Milano, 2017, pp. 192.
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