Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

_________________

Scorrendo questa pagina o cliccando un qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie presenti nel sito.



04 febbraio 2019

Tra infobesità e fake news


Paolo Pagliaro, giornalista e voce nota della tv - dal 2008 cura l’editoriale Il Punto di Paolo Pagliaro nella trasmissione Otto e mezzo in onda su La7 -dallo stile riconoscibilissimo per freschezza e lucidità.
Questo libro prende le mosse dalle riflessioni del giornalista sul declino dell’informazione. Con uno sguardo partecipe e analitico Pagliaro pone di fronte al lettore una serie di problematicità che sembrano ormai un tutt’uno con l’informazione stessa: il sensazionalismo a tutti i costi, la manomissione delle parole, l’infobesità e, soprattutto, le fake news nell’epoca della post-verità (dove “post” sta per dopo, ma anche oltre).
“In un periodo d’inflazione di informazioni” - scrive Pagliaro - “per catturare l’attenzione non serve approfondire, verificare, filtrare, sistematizzare. Spesso basta proporre un pensiero semplificato, non importa se labile o bugiardo”. Così torna in essere un abuso che sembrava scomparso da tempo, quello della credibilità popolare, perché, seppur paradossale che sia, “sappiamo sempre di più, ma capiamo sempre di meno”. I dati della classifica OCSE sull’analfabetismo funzionale parlano tristemente chiaro in questo senso: 8 italiani su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella comprensione e 5 milioni di persone hanno completa incapacità di lettura;preoccupanti anche i dati sulla circolazione delle bufale, dato che il fatto di non capire cosa si stia leggendo non implica che venga evitato di condividerlo sui social.
Gli Stati Uniti d’America meritano una digressione particolare sul versante delle fake news, dato che “la madre di tutte le bufale” è nata proprio negli USA: il fatto che il regime iracheno di Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa, semplicemente, non era vero, ma fu un fondamento necessario per l’invasione e la distruzione dell’Iraq. È interessante notare, come fa Pagliaro, anche il fenomeno Donald Trump per la quantità di false notizie che sono circolate in rete durante la campagna elettorale del 2016, la quantità di bugie dette dal candidato stesso e l’incapacità della stampa americana di capire e prevedere il cambiamento politico in atto nel paese. Per questa analisi è fondamentale la decisione dell’Huffington Post di trattare la candidatura di Trump nella sezione intrattenimento e non in quella politica. Questa scelta, esaminata sul sito dell’European Journalism Observatory, è stata vista come specchio dell’omogeneità dei lavoratori di spicco dei media statunitensi: uomini bianchi, liberali e tendenzialmente benestanti, che vivono in quelle parti di paese in cui l’avversario politico di Trump, Hillary Clinton, ha preso percentuali che vanno dal 70% al 98%, persone che vivono e lavorano in una bolla evidentemente distante dalla realtà.
Come nella celebre opera del 1968 di Mario Merz riecheggia, stavolta non in una pentola vuota, ma in quel mare magnum che è Internet la domanda “Che fare?”. Innanzi tutto investire nell’informazione di qualità, andare a ingrossare le file dei debunkers, la più funzionale difesa contro le fake news, puntare sulle breaking news e sulle inchieste; ma i singoli giornalisti cosa possono fare? Due parole: autoregolamentazione volontaria. Idee esposte dal giurista Cass R. Sunstein già più di quindici anni fa, teorizzando un accordo tra produttori per impedire che i notiziari siano una continuazione delle fiction, il prevalere di sensazionalismo e di opinioni rispetto a notizie e fatti. In assenza di questa autoregolamentazione secondo Sunstein è doveroso l’intervento della legge.
Secondo Pagliaro i giornalisti dovrebbero attenersi alle regole d’oro del mestiere: controllare i fatti, essere onesti e avere passione.
Tutto qui?
Sì, tutto qui: questo è il Punto.
 Flavia Dell’Ertole

Paolo Pagliaro
Punto. Fermiamo il declino dell’informazione
Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 128.
____

03 febbraio 2019

Comunicare in un mondo che cambia


Potrebbe sembrare scontato affermare che il mondo, nel corso degli anni, ha subito notevoli cambiamenti, e che con esso è mutato anche il nostro modo di relazionarci e di comunicare. È, però, proprio ciò che è accaduto, ed è da questo assunto di base che prende le mosse il libro Comunicazione sociale e media digitali di Roberto Bernocchi, Alberto Contri e Alessandro Rea edito da Carocci nel 2018.
Dopo aver introdotto i principali mutamenti che hanno investito il mondo della comunicazione e più precisamente della pubblicità, sia prima sia dopo l’avvento della rivoluzione tecnologica e del fenomeno della globalizzazione, gli autori si sono addentrati nel vivo dei requisiti necessari ad una campagna di utilità sociale di successo, elencando i passaggi da seguire per raggiungere gli obiettivi prefissati: dall’individuazione del target alla creazione di contenuti, passando per la scelta del canale più adatto al messaggio che si vuole veicolare e della strategia da adottare. Tutte tappe fondamentali da non sottovalutare anche per quanto riguarda la pubblicità commerciale, che si differenzia da quella sociale solamente per i contenuti, in quanto le tecniche di diffusione rimangono le stesse. Gli autori, però, non hanno nascosto che sussistono dei problemi strutturali legati alla comunicazione sociale che impediscono all’Italia di stare al passo con le altre nazioni, come la mancanza di personale qualificato e di fondi economici.
A dimostrare che i siti web e i social media sono diventati i luoghi privilegiati della comunicazione di massa concorre un paragrafo, molto interessante, dove gli autori hanno presentato un’accurata descrizione dei social network attualmente più diffusi in Italia, nel quale sono state elencate le loro numerose funzionalità e i metodi per sfruttarli al meglio da parte di un’associazione non profit ma anche da utenti singoli. Segnale, appunto, di come una comunicazione efficace debba necessariamente spostarsi su nuove piattaforme, consapevoli che in futuro queste ultime cambieranno nuovamente, senza però dimenticare che il digitale non è un mondo a sé, ma che per essere maggiormente funzionale necessita del supporto degli strumenti comunicativi tradizionali. Diretta conseguenza di tutto ciò è stata la nascita di nuove figure professionali.
Descrivendo in maniera dettagliata lo scenario comunicativo contemporaneo si è rivelato un testo decisamente utile ed interessante per chiunque abbia intenzione di approfondire le proprie conoscenze in questo ambito. Attraverso l’utilizzo di un linguaggio nel complesso scorrevole, nonostante sia ricco di numerosi termini tecnici assolutamente necessari in un libro di questo tipo, il volume appare pienamente fruibile anche da un lettore che non possiede alcuna conoscenza base in materia.
Alessia Ciardullo

 R. Bernocchi, A. Contri, A. Rea
Comunicazione sociale e media digitali
Carocci, Roma, 2018.
___

02 febbraio 2019

Le verità non dette



Il male inutile di Marco Lupis, edito da Rubettino nel 2018, è un libro coinvolgente caratterizzato dalla costante ricerca della verità e dalla necessità di testimoniare per non dimenticare.
L’autore, un reporter di guerra che ha collaborato con testate del calibro di Panorama, La Repubblica, L’Espresso e Il Tempo, conduce il lettore sul campo mettendolo a contatto con una realtà che, forse, per un meccanismo di autodifesa, troppo spesso non riceve la giusta considerazione.
Attraverso i suoi reportage Lupis racconta le vicende che si sono verificate tra gli anni novanta e gli anni duemila in territori che vanno «dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali». In ogni testimonianza emerge l’importanza del ruolo svolto dall’inviato di guerra, il cui compito consiste nel far luce su quelle che sono le verità non dette durante lo svolgimento di un conflitto, raccontando i retroscena di queste vicende e le scelte che i governi e gli eserciti dicono di fare in nome dei cittadini ma che poi, frequentemente, cercano di nascondere.
L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione collettiva sulle molteplici guerre che vengono facilmente dimenticate, sui crimini rimasti impuniti, sulle atrocità che l’essere umano è in grado di compiere, su coloro che hanno dedicato e che dedicano la loro vita a degli ideali cercando di
combattere le ingiustizie, sull’importanza del ruolo svolto dal giornalista-testimone ma soprattutto sul dolore e sulla sofferenza di tutte le vittime innocenti.
Tra le esperienze che vengono narrate nel testo quella che suscita un forte impatto emotivo è la testimonianza dei massacri che hanno avuto luogo a Timor Est. Dopo il 1975 quando l’Indonesia decise di annettere con la forza questo territorio, un’ex colonia portoghese, seguirono molti anni di guerra civile che portarono alla morte di gran parte della popolazione. Un vero e proprio genocidio del quale è possibile avere memoria grazie al lavoro svolto dai giornalisti che hanno deciso di sfidare la «sottile linea rossa», che separa la vita dalla morte, in nome della conoscenza.
Un libro utile di fronte all’inutilità del male, un libro per capire, un libro per non dimenticare «perché ciò che viene scritto non può essere cancellato. Scrivere una storia di abusi, raccontare di qualcuno che è stato terrorizzato, picchiato o ucciso, può davvero servire per ottenere giustizia, per trovare e punire i responsabili, anche se […] in tempo di guerra il percorso della giustizia può diventare lunghissimo. E più ancora dopo».
Elena Sofia Guareschi

 Marco Lupis
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali le testimonianze di un reporter di guerra,  Rubettino, Soveria Mannelli, 2018, pp. 248.


01 febbraio 2019

La costruzione dell’Islam in Occidente



Nato come ideale prosecuzione di Orientalismo (1978) e La questione Palestinese (1992), Covering Islam, del noto critico del concetto di “orientalismo” Edward W. Said, consiste nell’analisi dei processi che hanno portato alla “rappresentazione” e contemporaneamente alla “copertura” del mondo islamico da parte dei media e delle istituzioni occidentali. Lungi dal prendere le difese di quelle società islamiche in cui la repressione delle libertà individuali e i regimi minoritari vengono legittimati, il testo si dimostra utile a comprendere i percorsi che hanno caratterizzato la dialettica tra il mondo Occidentale e quello del Medioriente negli ultimi quarant’anni. Oggi più che mai, è utile comprendere le dinamiche inerenti al mondo islamico che, raccontate all’ordine del giorno, vengono assunte come dati di fatto e accompagnate troppo spesso da affermazioni non ponderate e tanto meno accorte. Solo mettendo in luce il ruolo che i media statunitensi hanno avuto nel veicolare un’immagine dell’Islam semplificata e fuorviante, potremmo essere capaci di cogliere gli obiettivi manipolatori di giornalisti, intellettuali e sedicenti esperti di Islam messi al servizio di una narrazione stereotipata dell’Altro.
Grazie alla costruzione simbolica del nemico islamico, il diverso da “noi” è diventato capro espiatorio, colpevole di una resistenza al progresso offerto dalla modernizzazione. Con minuzia e sagacia, Said ripercorre la cronaca e i dibattiti che hanno trattato i momenti salienti della storia dell’Iran e gli episodi che hanno segnato la memoria dei cittadini americani. Come nel caso della “crisi degli ostaggi” in Iran del 1981, che mette in luce gli ingranaggi mediatici attivati per orientare l’opinione pubblica, lungo le pagine scopriamo come il governo americano abbia gestito notizie e immagini a favore di una visione frammentata della fede musulmana e della situazione politica interna agli stati islamici. Così, attraverso l’attenta rilettura delle affermazioni generali e pressapochiste di accademici e intellettuali intervenuti nel dibattito, il quadro che si compone mostra come gli attacchi tendenziosi all’Islam siano stati sempre più considerati legittimi e legittimati. L’ideologia della modernizzazione, come accusa Said, ha prodotto giudizi ampiamenti contestabili ma rafforzati dalla visione canonica del discorso orientalista e da quella eurocentrica, assunti che, a distanza di più di un ventennio dalla pubblicazione del testo, rimangono attuali e si sono ulteriormente radicati. La più diffusa conoscenza dell’Occidente viene dunque ricondotta dall’autore a una produzione ad hoc, incentrata su una logica di dominio e conquista che ha riscosso enorme successo in particolare negli Stati Uniti, dove per via di una mancata storia coloniale e a causa dei forti interessi petroliferi, la diffidenza nei confronti di una cultura distante migliaia di chilometri si è dimostrata un ottimo deterrente. Ciò che del testo rimane interessante e utile al pubblico contemporaneo, è il tentativo che l’autore fa di aprire una finestra di comprensione e tolleranza sul dialogo tra i due mondi ormai contrapposti, accompagnando il lettore verso un ideale approccio non coercitivo e situazionale, capace di interpretare la conoscenza di una cultura diversa in maniera relativa e non assoluta.
Chiara Rodino

 Edward W. Said
Covering Islam. Come i media e gli esperti determinano la nostra visione del resto del mondo, Massa, Transeuropa, 2017 (ed. or. Covering Islam: How the Media and the Experts Determine How We See The Rest of the World, 1996).
____
 

31 gennaio 2019

In libreria

Ambrogio Borsani
La claque del libro. 

Storia della pubblicità editoriale da Gutenberg ai nostri giorni
Neri Pozza, Milano, 2019, pp. 187.

Descrizione

Abbandonato l'utero dello stampatore il libro si trova di fronte la spaventosa giungla del mercato. Editori rivali, eserciti di concorrenti, scrittori invidiosi, cecchini della critica, influencer malevoli. E su tutti domina il nemico mortale: l'indifferenza del mondo. Contro questi pericoli l'editore provvede a sostenere alcuni dei nuovi nati con squadre di promotori, uffici stampa, agenti pubblicitari. La claque del libro ricostruisce la storia delle promozioni editoriali nei secoli. A cominciare da Peter Shöffer, collaboratore di Gutenberg che nel 1469 per primo ebbe l'idea di stampare un foglio con diciannove titoli e di affiggerlo ai muri. Il libro di Ambrogio Borsani ripercorre le tappe fondamentali delle operazioni di sostegno al libro intrecciandole con la storia della pubblicità. Da Shöffer a Renaudot, primo teorico dello scambio. Da Parmentier a Diderot, infaticabile promotore dell'Encyclopédie. La grande stagione dei manifesti, da Chéret a Depero. Si ricostruiscono le case-histories di lanci clamorosi come quello di Fantomas, l'esempio più sorprendente di marketing tra i libri seriali del primo Novecento, e altri eventi straordinari come Via col vento e Il Piccolo Principe. Storie di grandi scrittori come Mark Twain, Hemingway e Steinbeck che si prestavano volentieri alla pubblicità. Un viaggio tra grandi successi e tonfi paurosi, fino a osservare il libro al tempo dei social. Follower, influencer, like, stroncature, cuoricini, emoticon ammiccanti o dispettosi, incensi e veleni della rete. Dai metodi inflazionati di promozione che promettono a tutti un grande successo al singolare caso di Rupi Kaur, astuta regina della poesia social. La storia del libro come racconto appassionante di splendori e miserie del mondo editoriale.
___

28 gennaio 2019

Gente di Avvenire: il futuro raccontato al presente.

Si pensa spesso che i cattolici siano degli “intransigenti retrogradi”. Avvenire rappresenta uno sguardo d’eccezione, la sua storia e le sue aspirazioni, anche per i non-credenti, stupiscono. Sin dalla sua fondazione, Avvenire, organo ufficiale della CEI, è la voce che contraddistingue i cattolici ed il loro pensiero all’interno di una società in trasformazione, tanto quella del 1968, come quella del nuovo millennio. Papa Montini, in una riunione di redazione, fornì alcune indicazioni per il giornalista cattolico: “deve cercare di dare sempre parole severe, facili, amichevoli, divertenti, solenni, e profonde, parole che fanno del bene a chi le accetta.” Viene da chiedersi, allora, se l’aggettivo “cattolico” debba essere circoscritto ai fedeli della Santa Romana Chiesa. Attraverso la narrazione corale dei redattori, con stili narrativi diversi, si scopre che non è così: la redazione di Avvenire è una grande famiglia, in cui laici ed ecclesiastici di credi differenti hanno trovato spazio per diffondere le loro idee, a partire da un comun denominatore: non si può prescindere dal valore della vita umana e della verità, qualunque sia l’ambito in cui si opera. Ecco perché il libro è diviso in sei parti, in cui vengono trattate tematiche care fin dalle origini ad Avvenire ed al Vangelo: il mondo, la Chiesa, la società, la giustizia, la scienza, la cultura.
A ben vedere, i cattolici sono chiamati innanzitutto ad avere un rapporto sano ed etico con le scienze, la cultura, l’economia, la giustizia, i social network, e combattere le declinazioni negative che caratterizzano anche le pagine dei giornali: la tecnoscienza che riduce l’uomo alla sua componente biologica, l’economia che rende infelici e diseguali; la piaga sociale del gioco d’azzardo, manovrato dalla mafia e dalla politica; i social che divengono cassa di risonanza dell’odio e della rabbia, e non vengono adoperati per creare spazi di condivisione e di bene.” La rivoluzione “cattolica” deve avvenire tramite la cultura: una cultura che, secondo le parole del curatore Alessandro Zuccari, “non è solamente l’informazione che si occupa di libri, di musica, di mostre d’arte e questioni storiografiche, quanto piuttosto un’informazione che metta questo patrimonio di conoscenze al servizio di una più profonda comprensione dell’attualità e perfino della cronaca in apparenza minuta.” Si deve estendere alla curiosità onnivora tipica dei veri eruditi, ad una chiave di lettura del passato e del presente, per permettere il dialogo fra voci opposte, segno di una reale apertura al futuro.
Nondimeno, Avvenire esemplifica un modello che dovrebbe essere adottato non soltanto dai quotidiani di ispirazione cattolica, ma da chiunque si occupi di giornalismo e informazione. Come asserisce il direttore Marco Tarquinio nell’introduzione all’opera, “un’informazione ben fatta, accurata e libera nei confronti del pensiero dominante aiuta a vedere il bene ed il male, il brutto ed il bello, il giusto e l’ingiusto, il falso e il vero.”, capace di “dare spazio a chi non ha voce”.
Maria Ester Canepa

Voci del verbo Avvenire. I temi e le idee di un quotidiano cattolico 1968-2018, a cura di Alessandro Zaccuri, Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 192.
___

26 gennaio 2019

In libreria

Daniela Attilini
Quelli di via Teulada
Graphofeel, Roma, 2018, pp. 126.

Descrizione
"[...]  via Teulada non è un posto segnalato da guide turistiche, non è un noto monumento e nemmeno un'opera d'arte; ma ognuno di noi può trovarvi un pizzico della propria storia. Ognuno di noi deve qualcosa a quel cancello, a quel cortile ben curato con l'aiuola centrale fiorita. Ognuno di noi, se alza il viso per leggere da lì la storica scritta "Rai-Radiotelevisione Italiana", sa che quella Rai - quei programmi realizzati lì dentro, tra le mura di quegli studi - è entrata tra le mura di
casa nostra. E lo ha fatto prima di tutti. Quando la si chiamava, tanti
tanti anni fa, Mamma Rai forse l'appellativo non era poi tanto sbagliato.
Prefazione di Tito Stagno

25 gennaio 2019

Scuola Holden. Tra Academy, Università e scrittori in serie

La Scuola Holden, nota scuola di scrittura che si fa vanto del volto di Alessandro Baricco come testimonial, diventa università. Sembra una bufala, ma non lo è. Il sito infatti è già aggiornato e nella nuova sezione “Academy” fa sorridere il peso dato alle “sette discipline” insegnate (che conferiscono un diploma simile ad una laurea al Dams).
Queste sono, e cito: “un ristrettissimo numero di capacità fondamentali per chiunque voglia abitare il mondo reale. Sono sette, e le abbiamo chiamate Discipline”. Fa sorridere perché una frase simile, così fresca e giovane, così pubblicitaria, implica una proposizione fondamentale: tutti coloro che non conoscono queste Discipline non sono capaci di abitare il mondo reale.
Ma sorvolando quest'enorme ambizione (giustamente equiparata al costo di
ogni corso proposto), vorrei soffermarmi su ciò che conta davvero in questa scuola: la scrittura. La Scuola nasce come scuola di scrittura, e un paradosso fondamentale sorge navigando a caso nel sito; giustamente la scrittura è considerata un “mestiere artigianale”, nella presentazione. Ma non ne sono sicuro. L'opinione diffusa (da cui, però, bisogna spesso riguardarsi) è che la Scuola sia una officina di autori tutti uguali o simili come i pezzi usciti da una fabbricazione in serie. Tutti capaci di scrivere libri, e molti sono pubblicati dalla stessa casa editrice. Ma li rende, una sola pubblicazione (e, direi, seriale), degli scrittori? O sono una trovata recente, un ingranaggio del piccolo, e poco ridente, mercato librario?
A voi le vostre opinioni, a me le mie. Ma sono convinto che la scrittura non si possa insegnare, e sono ancor più convinto che si possa esercitare a casa, nel silenzio della propria stanzetta o pure sulla metro, nella bolgia di pendolari stressati e simpatici perdigiorno. Non c'è bisogno di pagare una cifra enorme per migliorare i muscoli nella palestra sotto casa. Allo stesso modo, non si paga una cifra simile per allenarsi nella “questione privata” che è la scrittura, ma forse solo per avere gli agganci per pubblicare. O peggio, per scrivere come vogliono gli altri che tu scriva. E dov'è lo scrittore? Dov'è l'artista? E l'ingegno? Dov'è la fantasia? Dove sono gli scrittori? No, non credo siano alla Scuola Holden. Ma queste sono mie opinioni, e se voi siete appena usciti (poveri) da una Scuola simile, non provo nessun odio per voi, ma solo compassione.
Cosimo Angelini
____

19 gennaio 2019

In libreria

Carlo Gubitosa
Il giornalismo a fumetti.
Raccontare il mondo col linguaggio della nona arte
NPE, Lucca, 2019, pp. 239.
Descrizione
La storia, la cronaca e le tecniche del graphic journalism in un volume nato
dall'esperienza di un giornalista appassionato di fumetti, che ha imparato a
scriverli su riviste autoprodotte per arrivare fino alle più prestigiose testate nazionali. Questo manuale accompagna in un nuovo genere del giornalismo chi vuole scrivere per il fumetto e chi vuole disegnare per l'informazione, per vivere la magnifica avventura di trasformare buone idee in pagine che possano lasciare il segno del fumetto, della grafica e del giornalismo nella vita di chi legge, ma anche in quella di chi scrive e disegna. Un percorso che inizia con l'avvento del racconto grafico negli USA, passa attraverso l'esperienza italiana della rivista «Mamma!» come laboratorio sperimentale di giornalismo grafico per una generazione di autori, e segue l'ingresso del comics journalism negli spazi più autorevoli della stampa periodica italiana e internazionale. Un volume che raccoglie esperienze, testimonianze e percorsi d'autore, arricchito con un potente impianto di analisi teorica e 48 pagine di sceneggiature originali, 53 tavole di giornalismo a fumetti e 448 pagine di contenuti digitali extra.
___

18 gennaio 2019

In libreria

Thierry Frémaux
Cannes Confidential
Il direttore del festival più importante del mondo racconta i dietro le quinte

Donzelli, Roma, 2018, pp. 536.

Descrizione
«Non lascio mai i luoghi da cui provengo e mi affeziono a qualunque posto in cui vado, cosa che, a volte, crea qualche problema nella mia vita. E la mia vita è Cannes». Il Festival di Cannes è il luogo del cinema per eccellenza, un concentrato affascinante, scintillante, glorioso e anche contraddittorio di tutto quello che il cinema ha rappresentato e rappresenta tuttora: dalla sperimentazione allo star system, dal mercato alla scoperta di nuovi talenti. Thierry Frémaux è il direttore del Festival da oltre un decennio: dalle sue scelte dipende il destino di cineasti, produttori, attori, sceneggiatori. In questo libro, scritto in forma di diario, Frémaux racconta in maniera intima e personale in cosa consiste il suo lavoro, accompagnando i lettori in una sorta di backstage letterario del più importante festival del mondo. Frémaux ci guida nel cuore della macchina del Festival, per celebrare anzitutto coloro che lo rendono possibile, perché, come egli stesso scrive: «Cannes appartiene a quelli che lo fanno: i cineasti, gli attori, gli operatori professionali, i giornalisti, gli spettatori, i visitatori, i turisti e i cannensi». L’anno che precede l’evento che mette il cinema al centro del mondo viene ripercorso da Frémaux in un concitato susseguirsi di incontri con star e registi, di aneddoti e storie dal dietro le quinte della Selezione ufficiale. Senza risparmiare giudizi taglienti e inaspettati apprezzamenti. O clamorose esclusioni. Il delicato processo di scelta è preceduto da un lunghissimo lavoro preparatorio che il direttore del Festival descrive in queste pagine in modo magistrale, fino a farci entrare in quello stato di tensione che si conclude con un personalissimo atto decisionale: un no o un sì che cambieranno le sorti di un film. Un omaggio alla settima arte, rivolto non solo alla comunità del cinema, ma a tutti coloro che il cinema lo consumano, lo amano, e non rinunciano a farsi trasportare dai sogni e dalle emozioni che esso veicola.

___

16 gennaio 2019

In libreria

Daniela Attilini
Quelli di via Teulada
Graphofeel, Roma, 2018, pp. 126.
Descrizione
 "[....] via Teulada non è un posto segnalato da guide turistiche, non è un noto monumento e nemmeno un'opera d'arte; ma ognuno di noi può trovarvi un pizzico della propria storia. Ognuno di noi deve qualcosa a quel cancello, a quel cortile ben curato con l'aiuola centrale fiorita. Ognuno di noi, se alza il viso per leggere da lì la storica scritta "Rai-Radiotelevisione Italiana", sa che quella Rai - quei programmi realizzati lì dentro, tra le mura di quegli studi - è entrata tra le mura di casa nostra. E lo ha fatto prima di tutti. Quando la si chiamava, tanti tanti anni fa, Mamma Rai forse l'appellativo non era poi tanto sbagliato". - Prefazione di Tito Stagno.
___

15 gennaio 2019

Giornalismo in forma di fumetto

Gianluca Costantini è il miglior esponente della nuova frontiera del giornalismo e fedele alla linea è una raccolta delle sue opere, sparse tra le pagine delle testate più autorevoli a livello mondiale, che ci fa comprendere in modo semplice e veloce come il suo lavoro sia un concentrato di carica artistica, espressiva ed emozionale. Lui scandisce le sue cronache con tavole e vignette.
Certe storie hanno un impatto incredibile se rappresentate sotto forma di vignette, proprio come i fumetti che hanno accompagnato la nostra infanzia. Pagine in cui l’autore si schiera e prende una posizione senza renderla ingombrante.
Il tratto grafico è posizionato sulla linea di confine tra reale e irreale: spesso usa fotografie e immagini reali colorate innaturalmente con lo scopo di suscitare determinate emozioni e mettere in risalto alcuni elementi. È impressionante l’uso dei colori caldi nel racconto “il giorno della conoscenza”, Costantini in poche pagine ci sbatte letteralmente in faccia la storia dell’attentato in Ossezia del Nord, quando nel 2004 morirono 300 persone, di cui 186 bambini. Le verità di quel giorno sono poco chiare e Costantini si rivolge direttamente al lettore senza entrare in temi giudiziari non di sua competenza ma vuole creare quell’empatia spesso assente durante le cronache di attentati “non occidentali”.
Oggi il graphic journalism è diventato necessario. Le immagini restano molto più della scritte e Costantini, da giornalista di razza quale è, le utilizza in modo magistrale per raccontare eventi e storie, regalandoci una visione ampia e approfondita delle violazioni dei diritti umani ai quattro angoli del mondo. Dà voce a poeti messi a tacere, giornalisti rinchiusi e attivisti torturati. Un atlante dei diritti umani calpestati.
La sua linea semplice e pulita, parla a nome degli esclusi, a chi toglie agli altri e a se stesso nella vana speranza di un futuro diverso. A tratti ho trovato in Costantini un po’ di De Andrè, non vuole chiamare a una rivoluzione e formare una coscienza di classe ma prova a dare una voce a tutti, nessuno escluso. Leggendo le strisce di “Mafia”, dove Costantini dà spazio non ai morti innocenti, ma ai pregiudicati che nessuno si ricorda, ho subito pensato all’ultima strofa di “città vecchia” del
cantautore genovese: “se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. La persona viene prima di tutto, anche se è la parte cattiva del problema.
Il fumetto di Costantini urla la disperazione di chi si trova in subordinazione e racconta, per dirla sempre in modo Deandreiano, “storie sbagliate”, nel senso che in un mondo civile non dovrebbero succedere.
Assumere attraverso la matita la loro voce è per il giornalista un tentativo di riportare i loro pensieri che altrimenti svanirebbero nell’aria. Una restituzione di presenza, una dichiarazione di esistenza.
Fedele alla linea è il testamento del graphic journalism.
Un libro che vorrei non fosse mai esistito, visto che certe storie non dovrebbero esistere.
Un libro che l’autore dedica a Giulio Regeni e in cui gli dà vita tra le pagine.
Un libro disegnato da una matita ben allenata a seguire l’occhio.

Andrea Tedone

Gianluca Costantini
Fedele alla linea, il mondo raccontato dal Graphic Journalism
BeccoGiallo, Padova, 2018.



12 gennaio 2019

Giornalismo, terrorismo e segreto di stato


Qual è il legame tra servizi segreti e giornalismo? Fino a che punto la divulgazione di informazioni riservate è legittima e non mette in pericolo la sicurezza nazionale di un Paese?
John Lloyd, nel suo Journalism in an Age of Terror, pubblicato nel 2017 ed edito da Reuters Institute for the Study of Journalism, si pone questi quesiti e ripercorre l’evoluzione dei servizi segreti e dei rapporti col mondo del giornalismo in tre Paesi in particolare: Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Alla base dell’analisi di Lloyd c’è una grande verità: la politica è sempre stata e sempre sarà connessa al mondo del giornalismo. Partendo da questo assunto, Lloyd evidenzia che sin dalla seconda guerra mondiale gli stati si erano dotati di un efficiente sistema di spionaggio: era fondamentale per vincere la guerra. La grande differenza con i servizi segreti odierni è che oggi non sempre la segretezza è garantita. Lo scandalo Watergate, poi la divulgazione dei documenti del Pentagono relativi alla guerra in Vietnam e il più recente scandalo di Wikileaks, a cui è seguito il caso Edward Snowden. Insomma, i governi di tutto il mondo hanno sempre tenuto nascoste certe notizie ai cittadini, e poi, da un momento all’altro, queste notizie sono state gettate in pasto all’opinione pubblica, scatenando ovviamente uno scandalo.
Ma la domanda è: è giusto che le persone sappiano come opera la CIA? È giusto informarli sull’esistenza di programmi di sorveglianza di massa come quelli della NSA (National Security Agency)? Tutto questo non compromette l’efficacia stessa dei servizi segreti? La questione è sicuramente complicata, oggi più che mai. In un’epoca in cui la minaccia del terrorismo e delle armi di distruzione di massa sembra più forte che mai, il confine tra privacy e sicurezza nazionale invece è sempre più labile. Non sono altro che due facce della stessa medaglia: impossibile pretendere una cosa senza essere disposti a rinunciare a un po’ dell’altra. Se i governi devono controllare tutti per sconfiggere la nuova minaccia dell’Isis, allora anche le nostre care conversazioni Whatsapp devono essere sotto l’occhio del grande fratello di Orwell.
John Lloyd nel suo libro cerca di districarsi all’interno di questo mondo così complesso: entrano in gioco tanti fattori e ognuno di essi è importante e merita attenzione. L’obbiettivo dell’autore è far riflettere il lettore su una realtà più che mai attuale, mostrandogli che anche lui è coinvolto in questa trama così oscura. Attraverso estratti di interviste a giornalisti premi Pulitzer come Dana Priest e a ex capi di alcune agenzie di intelligence, Lloyd riesce a trovare un filo conduttore all’interno della problematica e offre così al lettore un’analisi chiara e logica. Il linguaggio che usa è conciso e lineare, il testo è ricco di testimonianze dirette che aiutano a vedere la questione sotto diversi punti di vista. Insomma, lo scrittore ci offre la chiave di lettura di un problema tanto complesso quanto affascinante, ma lascia sempre il pubblico libero di farsi un’idea propria.
Con un ritmo sempre più incalzante Lloyd finisce per insinuare nel lettore la consapevolezza di essere come un cane che si morde la coda: non vuole essere spiato, vuole che la sua privacy sia rispettata, ma al tempo stesso pretende che il governo lo difenda da tutti i mali. E questo perché ha paura, perché nella sua testa risuonano ancora le parole dell’ex Presidente della Repubblica francese François Hollande in seguito agli attentati di Parigi: “Siamo in guerra”.
Simona Rizzo


John Lloyd
Journalism in an Age of Terror
Reuters Institute for the Study of Journalism, London, 2017, pp. 272.
___

11 gennaio 2019

Fake news e post-verità


Quanto sono affidabili le notizie che leggiamo sui social network e sulle pagine online? Su quali criteri ci basiamo per stabilire se una notizia è vera o frutto di una mente pronta a sviarci pur di ottenere consenso e affondare un nemico? Quali fonti possono essere ancora ritenute autorevoli?
In un mondo tecnologico sempre più soggetto alle fake news, in un continuo oscillare tra vita online e vita offline, Giuseppe Riva tenta di analizzare il fenomeno spiegando le origini, i processi di creazione e gli strumenti di difesa da queste notizie ingannevoli ma create ad opera d'arte.
Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post-verità, è infatti l’ultimo libro di Riva, pubblicato nel 2018 ed edito dal Mulino, Bologna; Riva, professore di Psicologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano, è presidente dell’Associazione Internazionale di CiberPsicologia e autore di altri libri a tema social network e news online tra cui I social network (2016) e Nativi digitali (2014).
In Fake news l’autore, come dichiarato fin dalla premessa, si pone l’obiettivo di rispondere a tre domande: se il termine “fake news” sia solo un modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti in ambito politico; quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che consentono la creazione e la diffusione delle fake news; come si ci può difendere al giorno d’oggi dalle notizie false che ci sommergono quotidianamente al punto da non saper più distinguere cosa sia vero e cosa sia falso. Nel corso della riflessione per rispondere a tali quesiti, in un viaggio lungo cinque capitoli attraverso quello che l'autore definisce un “mondo di post-verità”, Riva utilizza ed incrocia nozioni di diverse discipline quali filosofia, scienze della comunicazione, psicologia, informatica, sociologia, ciberpsicologia e la scienza delle reti.
L'autore riesce a delineare un quadro generale del fenomeno delle moderne fake news attraverso l'utilizzo di termini semplici e esempi storici che facilitano la comprensibilità; dopo l'analisi dell'influenza che queste notizie hanno sulla comunità e sulle scelte dei singoli individui, passa quindi a spiegarne i metodi di diffusione tramite la persuasiva metafora delle cybertruppe, costituite da bot e troll che contribuiscono quotidianamente a farle penetrare nelle case degli italiani in una non convenzionale guerra alla disinformazione.
Seppur alcuni riferimenti possano sembrare datati (si fa riferimento ad esempio al dipartimento D del KGB russo del 1954), Riva riesce ad attualizzare l'argomento tramite l'analisi delle smart mobs, della nuova sharing economy (con riferimento a Uber e Airbnb) e del ruolo incisivo dei social network; se non avete mai sentito nessuno di questi termini tecnici non fatevi tuttavia spaventare, il libro spiega chiaramente ogni concetto rendendo la lettura accessibile a tutti, anche a coloro che non “masticano” questi concetti.
L'autore utilizza uno stile chiaro, conciso e lineare, con periodi semplici e lessico accessibile a tutti; è chiaro l'intento di rendere la lettura facilmente fruibile e di “alleggerire” concetti tecnici che potrebbero risultare complicati e talvolta incomprensibili. Il tipo di scrittura evita perifrasi, è scorrevole e adatta ad ogni tipo di lettore: anche chi non ha alcuna conoscenza sull’argomento infatti, può facilmente comprendere tutti i concetti trattati, dal momento che l’autore esplica tutto ciò di cui parla anche attraverso esempi facili ed intuitivi.
Camilla Conti


Giuseppe Riva
Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018.
____

08 gennaio 2019

Dark Web e Hacker


Quando la realtà si avvicina alla fantasia. Tra storie che mescolano la suspense dei film di spionaggio all’atmosfera angosciante stile Matrix, il libro di Carola Frediani  (Guerre di Rete) ci fa percorrere un viaggio lungo nove capitoli tra sigle, termini tecnici e nomi di attori, privati e aziendali, che abitano il regno oscuro di Internet. “Guerre di Rete” infatti riesce, con una scrittura fluida e ben calibrata tra descrizione e tecnicismi, ad appassionare il lettore via via che si prosegue nel libro; ovviamente la lettura risulterà ancora più fluida per coloro che ne masticano gli argomenti, ma il libro è rivolto a tutti. Non è infatti solo l’interesse a crescere pagina dopo pagina, ma si sviluppa un senso di paranoia crescente verso quel mondo online nel quale pubblichiamo quotidianamente pensieri e foto di gatti.
Nonostante una parte di queste storie riguardi gli utenti comuni di internet, utilizzatori di Social Network e di servizi di messaggistica, una buona parte dell’analisi di Frediani riguarda il processo democratico che vede coinvolti governi, enti parastatali, ricercatori e dissidenti nella lotta intestina tra intercettazioni e diritto alla privacy. Il primo capitolo tratta proprio di questo, del legame che coinvolse Costin Raiu e Stuxnet, rispettivamente ricercatore di sicurezza informatica e virus che mandò in tilt le centrifughe di un impianto nucleare in Iran, sotto la guida dello Zio Sam. Oltre alle situazioni alla James Bond vissute da Raiu, il libro ci fa immergere in ciò che accade nel cosiddetto Dark Web, dove le vendite di exploit (tecniche di hacking), vulnerabilità zero-day (fragilità dei vari sistemi conosciute solo dagli attaccanti) e spyware, ransomware, virus di ogni genere sono all’ordine del giorno.
Frediani, però, non dà il tempo di abbandonarci a facili retoriche da improvvisati censori di ferro; ci mostra infatti come l’anonimato sul web dia sì riparo a gruppi criminali, ma soprattutto rappresenti l’unica ala protettrice degli attivisti nei governi autoritari. Più avanti nel libro ci farà esplorare il mondo e le persone che ruotano attorno a TOR, il browser crittografato che riesce a celare la nostra identità online. La crittografia è un altro punto centrale, nel testo e nel mondo odierno. Con l’avvento delle nuove app di messaggistica ed il loro utilizzo della crittografia end-to-end, vari governi hanno tentato di fare pressioni sulle case produttrici o di attuare leggi che ne impediscano l’utilizzo, al fine di rendere nuovamente possibili le intercettazioni. Questo non è nemmeno l’unico caso in cui il governo fa braccio di ferro sul tema della sicurezza con attori privati; Frediani ricorda infatti lo scontro tra FBI e Apple, in cui il primo tentò di guadagnarsi l’accesso ad un dispositivo di un attentatore. Cambiano le tecnologie, ma i problemi restano gli stessi: chi controlla i controllori, dotati di un magico passpartout per un accesso universale? Ben più inquietante è il caso riportato sugli Emirati Arabi, in cui il progetto di creare delle “sonde” da installare pubblicamente in ogni dove per poter spiare ogni dispositivo elettronico ricorda neanche troppo da lontano il Grande Fratello di orwelliana memoria.
Tuttavia, precisa l’autrice, se tutto questo parlare di spie, Dark Web e hacker sembra essere qualcosa di lontano dall’utilizzatore comune, ciò non è così. Oltre al caso citato della pubblicazione di nomi e cognomi di migliaia di utenti iscritti ad un portale di incontri extraconiugali, e di come questo abbia portato al suicidio di un padre di famiglia, quotidianamente chiunque è soggetto alla profilazione. Pertanto, non si può ignorare la domanda se ciò influisca sul processo decisionale individuale, e di conseguenza sulla democrazia stessa. In senso lato, ciò che accade online ha necessariamente delle conseguenze offline.
Il libro di Carola Frediani è l’evidente risultato di un approfondito lavoro di ricerca, grazie al suo lavoro di giornalista specializzata in questo settore. Le esaurienti note e le attente descrizioni dei concetti più difficili riveleranno all’utente medio di internet la propria essenza: un’inconsapevole Cappuccetto Rosso in un bosco digitale abitato da lupi.
Matteo Miccichè

Carola Frediani 
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018 (II edizione).
____


07 gennaio 2019

Il mondo dei "mi piace"

Valentina Croce (1994) è dottore di ricerca in sociologia e ricerca sociale e assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’uomo. Lo stile del suo libro+ è principalmente descrittivo e il testo potrebbe essere definito come un saggio, ove l’autrice tratta in maniera particolarmente accademica il tema dell’identità digitale della nostra epoca.
Il saggio si articola sulla base di un sondaggio: numerosi utenti di Facebook sono stati interrogati sulla tipologia di rapporto che hanno instaurato con i social, i loro comportamenti verso il social in sé e verso gli altri utenti e come tutto ciò si riversi poi nella loro vita quotidiana. Attraverso la percentuale di risposte ottenute, Valentina Croce ha cercato di spiegare a fondo come il fenomeno Facebook abbia rivoluzionato completamente la percezione di Sé di ciascun individuo e i rapporti interpersonali tra individui all’interno di una comunità. L’autrice ha appunto definito in primis il concetto di individuo e di comunità, spiegando come essi si sono andati a formare nel tempo lungo le diverse epoche che si sono avvicendate. In seguito ha accompagnato il lettore attraverso un percorso ragionato che si è concluso affermando che l’individuo, alla continua ricerca del consenso, con l’avvento di Facebook ha dato vita ad un processo di vetrinizzazione virtuale della propria vita: tale processo, secondo la Croce, non dà segni di arresto e presto invaderà tutti gli spazi dell’esistenza umana.
Il messaggio che l’autrice vuole che i lettori percepiscano è il seguente: ciascun individuo nella sua vita cerca di risaltare in qualche modo, di essere originale e non banale. Facebook ha dato, in un certo senso, la possibilità (o meglio la percezione) di farsi conoscere anche a coloro che diversamente sarebbero rimasti nell’ombra.
Lo stile del saggio non è del tutto scorrevole, poiché, come già detto in precedenza, l’autrice si sofferma di frequente sulle descrizioni dei partecipanti al sondaggio, specificando le esatte percentuali che hanno diviso questi ultimi in differenti tipologie di utenti. Si tratta di un percorso introspettivo che spinge il lettore a riflettere a sua volta su quale sia l’atteggiamento da egli adottato nei confronti di questa nuova realtà virtuale.
Uno dei punti di forza di questo testo è proprio quello di accompagnare il lettore attraverso il ragionamento: in particolare la volontà di fargli capire quanto sia diventata importante nella vita di tutti i giorni la possibilità di appoggiarsi a Facebook, che si presta a diversi ruoli: passatempo, luogo dove organizzare consensi o creare discordie, palcoscenico su cui vestire i panni di un personaggio diverso da quello della vita quotidiana.
Ciò che mi ha colpito del testo è stato con quanta precisione Valentina Croce sia riuscita ad analizzare il processo di digitalizzazione della nostra epoca. È interessante capire come le persone abbiano interagito con l’avvento di internet, una novità che è diventata parte delle nostre vite in maniera così semplice e ormai così fondamentale. Lo consiglio ai lettori che siano incuriositi da tematiche di attualità e a lettori molto giovani, i quali, essendo nati nel pieno delle innovazioni tecnologiche, non possono sapere come fosse la vita sociale prima di Facebook.
 Valeria Venturini


Valentina Croce, 
Mi piace! La ricerca del consenso ai tempi di Facebook
Meltemi, Milano,  2018.


_____

04 gennaio 2019

Corso di scrittura

Corso di scrittura all'Università Ben Gurion di Tel Aviv:
"Non posso insegnarvi a scrivere.
Però vi posso insegnare a cancellare". 
Amos Oz


*Corriere della sera, 4.1.2019.
___

28 dicembre 2018

In libreria

Attilio Bolzoni
Giornalisti in terre di mafia.
Quelli che scrivono e quelli che si voltano dall'altra parte
Melampo, Milano, 2018, pp. 176.

Descrizione
Ci sono notizie che fanno male e ci sono notizie che non disturbano mai. Cronache irriverenti e quell'informazione "morbida" che piace a tanti, conformista, remissiva e conciliante. Le due facce del giornalismo in terre di mafia. Quando le grandi organizzazioni criminali si nascondono è più difficile raccontarle, meno sparano e meno finiscono sui giornali. Quando non "parlano" con il linguaggio delle armi - uccidendo, organizzando stragi e attentati - le mafie è come se non ci fossero. Vengono riconosciute solo quando non portano la maschera. In questi anni si è fatto un gran rumore intorno a fenomeni criminali che si sono proposti sulla scena violentemente e si è fatto un gran silenzio su quei sistemi mafiosi o paramafiosi legati ai poteri legali.

___

27 dicembre 2018

In libreria

Enzo Mignosi
Quelli di via Solferino.
Un cronista, i suoi anni con il Corriere e la guerra di Palermo
Di Girolamo editore, Trapani, 2018, pp. 210.

Descrizione
Una storia di vita e di giornalismo raccontata come un romanzo da un cronista che ha vissuto per 35 anni sulla linea del fuoco nella Sicilia devastata da delitti e stragi di mafia. Reportage rimbalzati sulle pagine del Corriere della Sera, il santuario della carta stampata. Un pezzo di storia d’Italia che torna d’attualità nella narrazione di un testimone di tragici eventi che hanno sconvolto il Paese: i mille morti ammazzati degli anni Ottanta, i primi pentiti, i grandi processi, gli attentati a Falcone e Borsellino, il crollo dell’impero corleonese. Pagine ricche di pathos in cui l’autore lascia sfilare in sequenza una serie di flash che partono da lontano, dai tempi in cui, ancora ragazzo, combatte a mani nude contro una sorte malevola che sembra sbarrargli la via d’accesso alla professione. La tenacia lo premierà con la firma del contratto di praticante al Giornale di Sicilia e subito, a seguire, con l’incarico di corrispondente del Corriere della Sera. L’inizio di un’avventura straordinaria, che apre le porte del mondo fatato di via Solferino, il tempio del giornalismo nazionale.
____

21 dicembre 2018

In libreria

Gabriele Giacomini
Potere Digitale.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
Meltemi, Milano, 2018, pp. 352.
Descrizione
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere abbiamo intervistato autorevoli esperti dalle cui parole emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi dei recenti cambiamenti sociali, questo volume intende affrontare problemi come la crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme social), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica.
____

19 dicembre 2018

Migrazioni e migranti

"Essere "pro o contro" la Grande Migrazione non ha senso: sarebbe come essere "pro o contro" un'inondazione o una tempesta di neve che stanno seppellendo le nostre case. È molto più assennato cercar di capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà, e organizzare risposte adeguate prima che a fornirle siano i fatti"
Raffaele Simone, "L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa", Garzanti, Milano, 2018, p. 23.
Infatti nel 2002 Zygmunt Bauman* aveva scritto:  
"Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire."
Riflessione trascritta da Bauman in tempi non sospetti o per lo meno in tempi in cui l'emigrazione non era così dilagante e debilitante per i migranti e per la Società: impreparata o egoista?
Joannes Timurian


_____________
*Zygmunt Bauman, La società sotto assedio, Laterza, Bari-Roma, 2002.

____

18 dicembre 2018

La presenza utile


Mi ha coinvolto. Del resto non può non farlo. Il libro si presenta come un breve riassunto delle esperienze dell'autore come reporter in zone di guerra. Non è scandito da un preciso ordine cronologico, anzi sembra che le varie corrispondenze vengano riportate in base a quel che veniva in mente a Lupis mentre scriveva, almeno così sembra.
Il libro vuole restituire l'idea di ciò che ha vissuto il reporter negli anni seguendo diversi conflitti, eppure non si presenta come un'autobiografia, al contrario, si presenta come una raccolta di diverse corrispondenze scritte in modo più o meno personale in base al coinvolgimento emozionale di Lupis.
Il titolo richiama lo scopo del libro: sostenere la tesi che tutta la violenza dei conflitti sia inutile. Almeno questo è quello che ho pensato leggendo la prima corrispondenza, quella più forte, da Timor Est. Eppure questo scopo dichiarato già nel titolo, andando avanti nella lettura sembra quasi perdersi, venir meno, per poi delinearsi come maggiore consapevolezza nel finale. Ma proseguiamo con ordine.
Lo stile
La prima cosa che salta subito all'occhio è la chiarezza dei testi: le frasi sono scorrevoli, il linguaggio è semplice ma appropriato e l'obbiettività del reporter si alterna fluidamente al suo pensiero critico e personale. Quest'ultima differenza è spesso resa saltando una riga.
Altro dettaglio da notare è come l'autore cambi registro in base al conflitto, ad esempio quando parla del golpe nelle Figi "Golpisti nel Pacifico", l'autore utilizza uno stile più veloce e impersonale come se volesse rendere quei giorni di tensione sotto la forma di un elenco, facendoli risultare piuttosto grotteschi. Uno stile simile – anche se decisamente più ironico – è adottato ne "Guida alle vacanze a rischio".
Al contrario in altri capitoli l'autore fornisce molti più dettagli di natura geopolitica per restituire un quadro più completo al lettore, in particolare in tutti i conflitti legati al terrorismo del sud-est Pacifico, Lupis si sofferma spesso su alcuni punti di collegamento in modo da permetterci di arrivare a unire differenti conflitti in un unico disegno.
Possiamo ritrovare anche un'altra differenza di stile: le interviste. Lupis durante i suoi viaggi ha avuto la fortuna – e il peso – di incontrare anche personaggi che credo gli stessero a cuore, è il caso del subcomandante Marcos, dell'attivista Mireya Garcia e della militante Ingrid Betancourt. In questi resoconti delle interviste fatte, più o meno ufficiali, il giornalista fa trasparire spesso un sentimento di stupore o ineguatezza – entrambi intesi nel senso più positivo possibile – nei confronti di quelle figure così importanti. L'autore permette alle sue emozioni di trasparire, non è un caso che tutte e tre i resoconti si chiudano con una frase forte dell'intervistato. Lupis mostra di essere affascinato da questi personaggi e di rispettarli molto.
Lo scopo
Come già accennato, lo scopo del libro è mostrare quanto le guerra sia dannosa per tutti quelli che ne sono attori o spettatori (come appunto, i reporter).
Il libro si apre con un capitolo molto impegnativo emotivamente sia per l'autore che per lo scrittore ma progressivamente perde intensità altalenando momenti drammatici a situazioni più leggere e positive. Questo non solo per rendere più scorrevole la fruizione dell'opera, ma anche per trasmettere un senso di ineluttabilità che ha accompagnato Lupis nei suoi viaggi per il mondo. Il male inutile non si può evitare in modo semplice.
L'enfasi su questo aspetto la pone lo stesso Lupis nei capitoli finali del libro: La convivenza con i ricordi inaccettabili, con lo stress protratto per mesi e anni, con il senso di pericolo e – mi fecero notare alcuni – con l’ansia e la frustrazione derivante dal senso di impotenza generato dalla consapevolezza – anche soltanto inconscia – di non poter far nulla per cambiare le cose terribili viste e testimoniate (Lupis, p.450). Un altro aspetto che serve a porre enfasi sull'ineluttabilità dei conflitti riportati, sono le conversazioni che Lupis ha con le sue varie redazioni: "rientrai su ordine della redazione" compare più volte nel testo declinata in varie forme.
Il finale è la raison d'être del libro. Nell'ultimo capitolo Lupis inizia a scrivere il libro e riesce a trovare una pace nei suoi ricordi, comprende il «perché» dei suoi viaggi, capisce che ha fatto il reporter per aiutare gli ultimi, quelli che fanno le spese dei conflitti di cui troppo spesso se ne parla in modo sterile. Il male inutile appare come un manifesto dell'utilità del giornalismo di guerra. Marco Lupis ci lascia con questa frase: Era grazie a loro e a quelli come loro, che il mondo poteva ancora essere, malgrado tutto, «quel posto bello, accogliente e dignitoso che avevo creduto». Io verrei chiudere con quello che diceva il subcomandante Marcos, che mi pare possa adattarsi bene al ruolo del reporter di guerra: La nostra è una lotta per la sopravvivenza e per una pace degna. La nostra è una lotta giusta (Lupis, p.232).
Amos Granata


M. Lupis 
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas 
a Bali le testimonianze di un reporter di guerra, 
Rubettino, Soveria Mannelli, 2018.

___



15 dicembre 2018

Le sfide etiche della società virtuale


Nel 1970 Masahiro Mori, studioso giapponese, teorizzava la “Uncanny Valley”, ovvero una sorta di repulsione per le macchine quando queste diventano troppo simili all'essere umano, una reazione emotiva negativa paragonabile al perturbamento.
In che modo, quasi cinquanta anni dopo, viviamo l'evoluzione delle tecnologie della comunicazione? Come possiamo interagire con i dispositivi e gli ambienti virtuali in modo sano?
Nel saggio Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione (2018), Adriano Fabris, professore di Filosofia morale ed Etica della comunicazione all'Università di Pisa, analizza opportunità e problemi della società tecnologica in cui viviamo.
A partire da un approfondimento dei concetti di “tecnica”, che implica una presenza costante dell’agire umano e “tecnologia”, che implica invece un certo livello di autonomia, il discorso si sviluppa attraverso un'indagine dell'interazione con i mezzi contemporanei: smartphone, computer e macchine in generale.
Il tema è affrontato dal punto di vista etico, metodo necessario, dato il grado di autonomia che le macchine hanno raggiunto.
Fabris si interroga anche su come i dispositivi che usiamo più spesso incidano sui nostri comportamenti e soprattutto sulle nostre scelte. Si tratta di scelte fondamentali, che ci permettono di accedere agli “ambienti comunicativi”, reali o virtuali, in cui ci muoviamo tutti i giorni: il rischio è che le relazioni reali siano fagocitate da quelle virtuali, in cui “l'altrove è più importante del qui e ora”.
In relazione agli ambienti, in particolare quelli virtuali, da noi abitati, il testo esamina anche le questioni etiche proprie dell'agire di chi opera o anche solamente naviga nella Rete, ad esempio la dibattuta questione della raccolta dei dati degli utenti da parte dei colossi del web, la non neutralità dei motori di ricerca, la differenza tra il condividere ed il partecipare.
L'intelligenza artificiale propria di questi anni si esercita, come tutte le altre tipologie, attraverso molteplici forme di relazione; la differenza è che l'intelligenza artificiale  coinvolge non solo l'azione del dispositivo, ma i dispositivi stessi, rendendo essenziale un approccio etico che vada di pari passo con uno deontologico.
Nonostante il linguaggio piuttosto settoriale, il libro riesce a presentare una visione complessiva della situazione; in particolare aiuta ad analizzare quali siano i modi migliori di rapportarsi alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ormai massicciamente presenti in quasi tutti gli ambiti in cui viviamo.
Martina Todde
Adriano Fabris
Etica per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione
Carocci, Roma, 2018.
____

14 dicembre 2018

In libreria

Raffaele Simone
L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa
Garzanti, Milano, 2018, pp. 262.
Descrizione
La storia ricorderà i nostri anni come gli anni della Grande Migrazione, cioè quel processo attraverso cui milioni di persone in fuga dall'Africa e dall'Asia si sono messe in marcia verso il continente europeo sperando di trovarvi salvezza e benessere. Mai nella storia si era avuto un flusso tanto imponente e inarrestabile. Per quanto sia difficile stabilirne la portata complessiva, è evidente fin d'ora che esso costituisce uno dei tratti salienti del nuovo mondo che la globalizzazione sta modellando. Per l'identità europea, questa ondata (quasi interamente islamica) comporterà differenze difficilissime a assorbirsi e ancor più a integrarsi: punti di vista drasticamente difformi su temi-chiave per l'Occidente (la laicità, l'uguaglianza uomo-donna, l'amministrazione della giustizia, la separazione tra Stato e fedi), concezioni religiose talvolta aggressive, idee premoderne sullo Stato. Irresponsabilmente, l'Europa ha lasciato entrare queste masse senza avere alcun piano di azione comune, consegnando così l'intera questione alle destre. La pubblica opinione, per parte sua, si è divisa tra chi vede nello straniero che attraversa il mare un ospite da accogliere e aiutare e chi invece lo addita come un pericoloso nemico. Il libro di Raffaele Simone assume questa contrapposizione e l'analizza fino in fondo. Distinguendo la retorica politica dai fatti, intrecciando una scrupolosa cura dei dati con originali elaborazioni concettuali, dando nomi e definizioni alle nostre paure quotidiane dinanzi al diverso e sfidando i rischi del Politicamente Corretto, Simone offre una riflessione dura, pungente e libera da ideologie, e propone categorie e criteri per capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà la Grande Migrazione per il Vecchio Continente.
____

13 dicembre 2018

Genova, un futuro possibile... se non trascurata


Lunedì 3 dicembre 2018 il quotidiano "Repubblica-Il Lavoro" ha pubblicato l’articolo Genova, splendida asimmetria firmato da Alberto Diaspro. L’autore mette su carta una vera e propria dedica alla sua città: Genova. Bella nonostante le sue contraddizioni e nonostante le sue magiche asimmetrie che “teletrasportano” chiunque lo voglia da una parte all’altra della città. Un’ esperienza che può essere fatta da tutti.
Non mi era mai capitato di raggiungere un quartiere attraverso un palazzone. Eppure è andata così, proprio mentre mi recavo all’Università presso l'Albergo dei Poveri. Mi è bastato scendere in stazione di Genova Piazza Principe, percorrere duecento metri, attraversare il predetto palazzone e salire un’ultima rampa di scale antiche. Mi sono ritrovato da un quartiere all’altro altro, così, senza neanche accorgermene. La fatica e il tempo sono stati interamente annullati dalla moltitudine di cimeli storici sparsi di qua e di la per i corridoi e dalle suntuose scalinate viste solo nei film e raramente in palazzi istituzionali. L’odore di storia che il legno delle alte porte antiche ha profuso e i marmi splendenti hanno creato un’atmosfera davvero suggestiva che mi ha accompagnato per tutto il percorso. Il viaggio è poi terminato con delle ultime scale esterne - oserei dire malconce, effettivamente frequentate da gerani che “...i giovani oggi lasciano crescere...”.
Ma Genova non è solo fatta di palazzoni storici che si adattano alla città che cresce e che collega più quartieri. Genova è dinamica anche geo-morfologicamente dal momento che sa estendersi in altezza e in larghezza. E l’uomo in questo contesto è stato protagonista indiscusso giacché con tenacia ha voluto costruire anche là dove era difficile e inimmaginabile. Oggi però si inizia a pagare il conto. Penso ovviamente al ponte Morandi, ma penso anche alla particolare rete urbana che nel tempo è andata sviluppandosi, causa di ostruzione dei violenti nubifragi; si ricordano in proposito quelli che qualche anno fa hanno propriamente distrutto il quartiere di Genova Brignole; neanche le sue strade così larghe (via xx Settembre e vie limitrofi) hanno potuto nulla contro la furia della natura. Eppure sembra che queste esperienze non bastino a far capire agli addetti quanto sia opportuno e ancor di più doveroso rivedere i piani urbanistici. E così che Genova-Culturale balza agli onori delle cronache per cose brutte come emergenze mal gestite piuttosto che per cose belle come i tanti eventi culturali.  Quella in gioco, è una partita perduta in partenza sia perché non c’è gara contro la natura e sia perché in Italia le politiche preventive di gestione per simili allarmi dovrebbero essere più efficaci e più studiate. Come a Genova, così nel resto dell’Italia. Non fosse così, non sarebbero accadute molte stragi tra le quali ad esempio quella di Rigopiano: ricordiamo tutti la struttura alberghiera costruita alla base di una suggestiva gola montuosa, poi investita da una valanga causa di 29 morti. Ma questa è altra storia....
A parere personale, penso che l’opportunità offertami di leggere un articolo del genere abbia consentito di dare forma ma soprattutto di dare un nome a quell’insieme di lunghezze differenti che si sviluppano sul territorio genovese e che lo contraddistinguono; sono misure che al fine di non essere contro producenti vanno sviluppate opportunamente, sia che riguardino aspetti geo-morfologici sia che riguardino eventi culturali esclusivi che fanno di Genova un importante luogo di incontro di più culture. Credo che tra le tante città conosciute, Genova sia tra le prime per suggestione e per versatilità. Merito delle sue “...spettacolari asimmetrie!” per dirla come Alberto Diaspro.
Joannes Timurian


___


 

12 dicembre 2018

In libreria

Stefano Mannucci
 L’Italia suonata
 Dagli anni del boom al nuovo millennio: la storia e la musica 
Mursia e Rtl 102.5, Milano, 2018, pp. 780. 
Descrizione
C’è un sentiero che unisce i fatti della storia e la colonna sonora della nostra vita. La prima e unica storia d’Italia suonata a ritmo di pop e rock. Con Modugno gli italiani sognano di volare e si risvegliano nella notte del Vajont. Si scandalizzano con gli amori proibiti di Mina e la follia di Celentano. E poi gli enigmi della morte di Tenco, Gaber che rivendica la libertà dal conformismo, il processo degli autonomi a De Gregori, De André che solidarizza con i suoi rapitori, Dalla elogiato da Berlinguer, Guccini all’osteria con Wojtyla. E ancora: Rino Gaetano, l’irregolare, la rivalità tra Vasco e Ligabue, Pelù di fronte a Gelli, Pino Daniele e i lazzari moderni di Napoli. E mille altre storie, fra stragi impunite, terrorismo, il caso Moro, Tangentopoli e le tragedie dei migranti. Un mare di canzoni indimenticabili per chi c’era e per i millennial che cercano di suonare il futuro. 
Stefano Mannucci, nato a Roma nel 1958, è il Doctor Mann del canale rock Radiofreccia (Gruppo RTL) e scrive su «il Fatto Quotidiano». Dal 1995 al 2016 è stato caporedattore, responsabile del Servizio Spettacoli e inviato de «Il Tempo». Negli anni Ottanta e fino a metà dei Novanta è stato tra i conduttori di Rai Stereonotte e tra le firme di punta del prestigioso periodico specializzato «Rockstar». Con Mursia ha pubblicato Il suono del secolo. Quando il rock ha fatto la storia (2017).
_____

10 dicembre 2018

In libreria

 Bruno Soro 
Capire i fatti. Saggi divulgativi di politica economica e società
Epoké, Novi Ligure, 2018, pp. 272.

Descrizione
Il titolo scelto dall’autore per questa raccolta di saggi lascia intendere che discutere seriamente di economia non è questione banale, in quanto la comprensione dei fatti economico-sociali è cosa diversa dalla loro percezione, tanto più al giorno d’oggi in cui l’informazione viene acquisita in larga parte da fonti incontrollabili come i social media. La percezione, spesso mediata da informazioni imprecise, se non scorrette, ci mette di fronte ai fatti, mentre la spiegazione li ordina in rapporti tra cause ed effetti e ci dà indicazioni su come prevenire effetti avversi intervenendo sulle cause. Ma in economia le cose non sono sempre così semplici. Chiare, brillanti e mai noiose, queste pagine spiegano in modo accattivante perché un sistema economico sia molto più che complicato.

____

06 dicembre 2018

In libreria

Giancarlo Tartaglia 
"Il giornale è il mio amore". 
Alberto Bergamini, inventore del giornalismo moderno. 

Edizioni All-Around, Roma, 2018, pp. 288.
Descrizione

Alberto Bergamini, (1871-1962), giornalista e politico del ’900 è stato l’inventore del giornalismo moderno. Fondatore e direttore de «Il Giornale d’Italia», il quotidiano più diffuso per decenni nel centro e nel Mezzogiorno, ha inventato la terza pagina, ha introdotto l’uso delle illustrazioni e delle fotografie, ha messo al centro del giornalismo la ricerca e l’inseguimento costante delle notizie, arrivando a pubblicare sino a sette edizioni al giorno del suo giornale. Senatore del Regno, è stato, insieme ad Albertini e Frassati, l’artefice e l’interprete di una stagione irripetibile della storia politico-giornalistica del nostre Paese.
____

04 dicembre 2018

In libreria


Marco Pacini,
Epocalisse. Appunti di un cronista pessimista
Mimesis, Milano, 2018, pp. 120.
Descrizione
“Sono un vecchio giornalista di carta che vede cadere a pezzi, giorno dopo giorno, calcinaccio dopo calcinaccio, il suo mondo. Tutto qui.” Marco Pacini intreccia in queste pagine la sua esperienza personale e il suo lavoro di cronista per analizzare le vicende di maggior attualità – dallo sfascio post-elettorale alle tanto discusse fake news –, utilizzando una sana dose di “pessimismo attivo”. Senza scadere in logiche disfattiste, Pacini sottolinea la necessità di opporre a un ottimismo acritico l’arma del buon senso. Basta osservare, guardarsi intorno, per scoprire che, oltre il diktat del tecno-ottimismo, non esiste soltanto il deserto della diffidenza e del pregiudizio. Come sostiene l’autore, il pessimismo “è reazionario solo nel senso che prova a reagire alla progressiva scomparsa del pensiero critico”. Un libro che invita a guardare la realtà con lo sguardo del pessimista che si augura di avere torto e porta avanti la sua battaglia intellettuale proprio sperando che sia così. 
Marco Pacini, caporedattore del settimanale “L’Espresso”, ha lavorato per venticinque anni nei quotidiani, dapprima come cronista politico e autore di inchieste, poi come caporedattore centrale del “Piccolo” di Trieste.
___

03 dicembre 2018

In libreria

Nicola Attadio
Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly
Bompiani, Milano, 2018, pp. 204.
Descrizione
Settembre 1887: una ragazza bussa alla porta di John Cockerill, direttore del ''New York World'' di Joseph Pulitzer. Chiede di essere assunta come reporter. Nessuna donna aveva mai osato tanto. Il suo nome è Elizabeth Cochran, ha ventitré anni, ma già da tre scrive per un quotidiano di Pittsburgh firmandosi Nellie Bly. Una donna reporter non si è mai vista, ma la sua idea di un'inchiesta sotto copertura a Blackwell Island, manicomio femminile di New York, convince Cockerill e Pulitzer ad accettare la sfida. Ne nasce un reportage che farà la storia del giornalismo. Da qui, in un crescendo di popolarità e sotto mille travestimenti, Nellie racconterà l'America agli americani. Diventerà l'incubo di politici e benpensanti, viaggerà in tutto il mondo, vivrà amori e fallimenti. Mentre i grattacieli, i treni, il telegrafo e poi la guerra trasformano la realtà, Nellie Bly si trova a essere pioniera di una figura mai esistita prima: la donna indipendente, artefice del proprio destino, la giornalista intrepida armata solo del proprio sguardo libero e della propria voce.

01 dicembre 2018

In libreria

Alberto Manguel
Vivere con i libri. Un'elegia e dieci digressioni
Einaudi, Torino, 2018, pp. 128.
Descrizione
«Manguel ha tracciato una cartografia dell'eros della lettura. È il Don Giovanni delle biblioteche». «The Guardian» «Uno scrittore scrive quello che può, un lettore legge quello che vuole», disse una volta Jorge Luis Borges. Intendeva che il lettore gode di una libertà che allo scrittore è preclusa: libertà di immaginare e di imparare, certo, ma anche libertà di leggere o non leggere un libro, di decidere cosa è o non è un classico, di ignorare le mode o gli obblighi di lettura. Un lettore o è libero o non è. Forse non è eccessivo definire Alberto Manguel, scrittore, traduttore, critico, direttore della Biblioteca nazionale argentina, il «lettore definitivo». E infatti nel corso di una vita intera dedicata ai libri ha costruito una biblioteca personale di oltre 35 000 volumi. Ma cosa succede quando si ritrova a dover traslocare dalla sua casa nella Loira a un piccolo appartamento newyorkese? Succede che deve scegliere quali volumi portare con sé e quali lasciare in un deposito, passarli in rassegna, uno dopo l'altro, e ascoltare la loro voce. La biblioteca di Manguel, a parte una manciata di esemplari, non possiede volumi particolarmente rari: è composta tanto di umili tascabili quanto di volumi rilegati in pelle, di novità luccicanti e di malconci libri che si porta dietro in ogni trasloco fin da quando era bambino, libri belli e libri brutti. Il fatto è che i libri raccontano tutti una storia. Non solo quella che c'è scritta dentro (che a volte non è nemmeno la piú importante), ma quella che si portano dietro. Perché ogni biblioteca è un luogo di memoria: sugli scaffali si succedono non solo i volumi ma anche il ricordo di quando leggemmo quel determinato testo, la città in cui l'abbiamo comprato, la persona che ce lo consigliò, il piccolo o grande dolore che quella lettura ha saputo lenire. Una libreria è una collezione di malinconie e di gioie, un repertorio di persone amate o dimenticate, un tributo alla speranza (o all'illusione) che quell'inerme massa di carta possa in qualche modo restituirci l'immagine degli individui che siamo. Cosí, mentre imballava la sua biblioteca e ne ascoltava la voce, Manguel ha scritto questa luminosa elegia con «dieci digressioni» che è tanto un diario di letture quanto una meditazione appassionata e urgente sulla lettura nel tempo presente; un'autobiografia e una riflessione sull'importanza delle biblioteche pubbliche e delle librerie per cucire insieme il tessuto civile di una comunità; una storia d'amore e di libertà degna di Eco e di Borges.
___

Archivio blog

Copyright

Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale, ai sensi della legge n. 62/2001. Chi desidera riprodurre i testi qui pubblicati dovrà ricordarsi di segnalare la fonte con un link, nel pieno rispetto delle norme sul copyright.