Università degli studi di Genova



Blog a cura di Marina Milan, con la partecipazione di studenti, laureandi e laureati dei corsi di Storia del giornalismo e Giornalismo internazionale dell'Università degli studi di Genova (corso di laurea magistrale interdipartimentale in Informazione ed Editoria).

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22 febbraio 2019

In libreria

Ferdinando Camon
Il mestiere di scrittore. Conversazioni critiche
 Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2019, pp.190.

Descrizione
Moravia, Pratolini, Bassani, Cassola, Pasolini, Volponi, Ottieri, Roversi, Calvino sono i nomi che troviamo in questa serie di conversazioni critiche condotte tra gli anni Sessanta e Settanta da Ferdinando Camon, scrittore militante della letteratura: non secondo la modalità dell’intervista né quella del ritratto, ma più propriamente di una narrazione a due voci da cui emerga lo scrittore, la sua opera ma anche le sue letture, i suoi ricordi, la politica, le idee. Ne nasce di volta in volta una dichiarazione di poetica indotta, e perciò soppesata, meditata, esatta, che non risente a una lettura attuale del tempo trascorso, ma è anzi ancora verificabile nell’eredità letteraria lasciata da ognuno di questi maestri.
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20 febbraio 2019

In libreria

Eric McLuhan - Marshall McLuhan
Le tetradi perdute di Marshall McLuhan
Il Saggiatore, Milano, 2019, pp. 281.

Descrizione
Le tetradi perdute – secondo alcuni il vero capolavoro di Marshall McLuhan – nasce come continuazione di Gli strumenti del comunicare e di La legge dei media. Nel corso del loro lavoro di aggiornamento e revisione, Marshall McLuhan e suo figlio Eric trovano uno strumento teorico completamente nuovo, che si manifesta in una forma assolutamente inusitata e che si applica tanto ai prodotti materiali (come gli occhiali) quanto a quelli astratti (come la repubblica) dell’evoluzione. Le nuove leggi scoperte dai McLuhan sono un metodo valido e rivoluzionario per la comprensione di ogni fenomeno umano. Sono le tetradi. Una tetrade raggruppa le quattro leggi che governano tutte le innovazioni umane: ogni innovazione amplifica, rende obsoleto, recupera e capovolge qualcosa. Questi processi hanno luogo in tutti i casi, senza eccezioni, ogni volta che un’innovazione si sviluppa e si diffonde nella cultura e nella società; perciò sono stati chiamati leggi. Sono le leggi dei media nella loro forma definitiva. Per esempio, il refrigeratore amplifica la gamma dei cibi disponibili, rende obsoleti il cibo fresco e il cibo essiccato, recupera il tempo libero di chi provvede alla cucina e si capovolge nell’omogeneità di sapore e consistenza. Oppure: l’orologio amplifica il lavoro, rende obsoleto l’ozio, recupera la storia come forma d’arte e si capovolge in un eterno presente. O ancora: la macchina fotografica amplifica l’aggressione privata, rende obsoleta la privacy, recupera il passato come presente e si capovolge nel dominio pubblico. Le tetradi perdute di Marshall McLuhan è l’opera che offre la cornice teorica conclusiva per l’analisi di ogni nuovo medium. E lo fa in una forma che trascende la forma tradizionale del discorso, la forma saggio, la forma comune di una comunicazione umanistica: una tetrade è una poesia, una strofe di quattro versi, presentata con un suo peculiare codice visivo. Qui accompagnata dalle spiegazioni di Eric McLuhan, che ci consentono di seguire il processo di invenzione e sviluppo delle tetradi nel suo farsi: ci consentono di assistere all’ultima rivelazione del grande filosofo dei media.
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19 febbraio 2019

Le (nuove) parole dell’informazione

Se è vero, come diceva Baricco nel 1998, che ciò che rende speciali i grandi scrittori è la loro capacità di «nominare le cose», il libro Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità (Codice edizioni, Torino 2018, 15€) può a buon diritto essere considerato un libro speciale. Il saggio scritto a quattro mani da Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, infatti, è una sorta di odierno dizionario dell’informazione, in grado di battezzare tutti i processi che caratterizzano la comunicazione contemporanea. Vi si ritrovano precise definizioni di termini ormai noti ai più, come fakenews, troll ed echo chamber, ma soprattutto vengono “nominati” e spiegati alcuni meccanismi per i quali fino a pochi mesi fa non esistevano nomi: newsfeed, backfire effect, webete, debunking, mysidebiase così via. 
Muovendo dalla delusione dell’aspettativa che l’avvento di internet potesse garantire «la nascita di un mondo aperto, che rendesse la conoscenza accessibile a tutti indiscriminatamente e portasse alla costituzione di una società finalmente globale e realmente interconnessa» (p. 11), gli autori analizzano le reali conseguenze che il web ha prodotto sulle tecniche della comunicazione: l’informazione è sempre più spesso affidata ai social network, dove gli utenti prendono il posto dei giornalisti, i post sostituiscono i giornali, i tweet si ergono a notizie. Il primo evidente effetto di questa tendenza è la disintermediazione, «cioè il venire meno della figura dell’intermediario» (p. 26), dell’esperto d’informazione, che poteva garantire la verità delle notizie e l’attendibilità delle fonti. Ne deriva non solo l’imprecisione delle informazioni, con la conseguente proliferazione di fake news, ma soprattutto la semplificazione delle notizie che conduce ad un’irrimediabile polarizzazione delle posizioni: per quanto delicata e complessa sia una questione, si assiste oggi alla radicalizzazione delle opinioni tipica delle ideologie forti. Vero o falso, buono o cattivo, bianco o nero, giusto o sbagliato: non esistono più vie di mezzo e soprattutto non esiste confronto, dialogo fra le fazioni. I dibattiti sui social media si riducono al muro contro muro, alla testarda difesa di una posizione estrema che si oppone ad un’altra posizione estrema, altrettanto difesa e supportata.
Quattrociocchi e Vicini non si limitano a descrivere questi processi con definizioni ed esempi tratti dai più recenti avvenimenti socio-politici, ma si impegnano ad elencare tutti i fattori che stanno alla base della cosiddetta post-truth, definita dall’Oxford Dictionary come «ciò che è relativo a, o che denota, circostanze nelle quali i fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione rispetto agli appelli all’emotività e alle convinzioni personali». Tra questi fattori figurano in particolare alcuni bias cognitivi che svolgono un ruolo determinante «nella nostra capacità di informarci, nella formazione dell’opinione pubblica e nella propaganda» (p. 48); ad essi, si aggiunga la naturale tendenza al narcisismo che viene scatenata dai meccanismi dei social network anche negli individui meno vanitosi, e si avrà un quadro completo dell’informazione nell’epoca della post-verità.
Evitando di accanirsi acriticamente contro le moderne tecniche di comunicazione, ma tentando piuttosto di ricercarne le cause e di studiarne gli sviluppi, Liberi di crederci non è un banale libro di denuncia contro i social network, ma un’approfondita analisi delle nuove frontiere dell’informazionee delle relative problematiche, che arriva addirittura a fornire una “giustificazione” dell’apparente scomparsa di una verità oggettiva: «post-truth forse è solo l’emergere dell’essere umano nella sua più totale e profonda esigenza di emanciparsi dalla dipendenza dagli altri, dagli intermediari. Adesso che tutta la conoscenza dell’umanità è a portata di click, vogliamo esercitare il nostro diritto di scegliere liberamente [a cosa credere]» (p. 130).
Alessandro Rio


Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini,
Liberi di crederci. Informazione, internet e post-verità
Codice edizioni, Torino 2018. 
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16 febbraio 2019

In libreria

Federica Maria Marrella - Federica Muzzarelli
Iconografie del consumo
La costruzione dell’immagine femminile tra moda, arte e pubblicità

Aracne, Roma, 2019, pp. 204.

Descrizione
Il volume esamina la rappresentazione femminile nelle campagne pubblicitarie fotografiche degli otto brand italiani di maggior fatturato di Luxury prêt–à–porter nel quinquennio 2010–2015, sezione abbigliamento. L’opera si sviluppa in due parti. Nella prima si descrive l’immagine iconografica della Ninfa warburghiana, le rappresentazioni femminili descritte da Linda Nochlin, Roland Barthes, Erving Goffman e Marshall McLuhan, proseguendo poi con la delineazione dei “corpi di moda” raccontati da Roberto Grandi e degli archetipi nella fotografia analizzati da Federica Muzzarelli. Nella seconda parte viene sviluppato un percorso iconografico e comunicativo sulla donna, che inizia con l’archeologia dell’immagine e arriva al linguaggio fotografico, sociale e pubblicitario dei nostri giorni.
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13 febbraio 2019

In libreria

Salvatore Sica - Giorgio Giannone Codiglione
Security and hate speech
Personal Safety and Data Security: Rights in the Age of Social Media

Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 328. 

Descrizione
Il volume nasce dall’esperienza culturale e organizzativa del primo G7 dell’avvocatura, tenutosi a Roma il 14 settembre 2017, e da esso mutua l’obiettivo di costruire un ponte di dialogo e di confronto tra le avvocature mondiali sui temi della sicurezza e della tutela dei diritti fondamentali nella nuova realtà informazionale e globale del cosiddetto web 2.0. Un percorso di riflessione innovativo e multidisciplinare, svolto grazie al contributo di avvocati, accademici, giudici, membri di governo e rappresentanti delle istituzioni comunitarie e sovranazionali, con l’obiettivo di fornire una visione d’insieme e di stimolare le successive fasi di questa interazione qualificata. Per una “verità” dell’informazione online tutelata e per un diritto che non sia mero strumento di regolazione della tecnica, ma “opera di tutti”, pilastro di crescita consapevole della società e promozione di valori condivisi.
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05 febbraio 2019

"F" di Fusilado!


Cronache infedeli è un libro scritto da Flavio Fusi, collocabile nella serie narrativa. Un libro composto da nove capitoli, tutti avvincenti e con diversi punti in comune descritti nella presente recensione.  
L’autore. La qualità è garantita quando un professionista di elevata caratura come Flavio Fusi mette per iscritto le vicissitudini che un mestiere vocazionale come quello del giornalista inviato. Non i soliti improvvisati reporter, o neofiti privi di esperienza. Flavio Fusi è un professionista di lungo corso. Pochi come lui possono vantare un bagaglio esperienziale e culturale. Le prove di ciò emergono dai racconti fatti attraverso uno stile di scrittura fluente ma preciso e dettagliato che non va mai a discapito di nulla. Il libro in questione descrive le vicende che lo hanno riguardato nel corso della sua lunga carriera giornalistica da inviato. Terre sparse per il mondo, molte delle quali dimenticate da Dio. Descrive dettagliatamente ambientazioni, eventi, personaggi, ma soprattutto contesti sociali ed economici di mondi in crisi ove regna una realtà atipica per noi occidentali. Una realtà in cui si chiede pace e cibo ma si ottiene guerra e miseria.  Fusi mette da subito le cose in chiaro e avvisa il lettore dei viaggi intrisi di cruente realtà incontrate nel corso degli anni e soprattutto nel corso degli eventi. Questo nei primi capitoli è descritto in maniera precisa e dettagliata tanto che pensando alla miseria kosovara, serba, russa, viene da fermarsi nella lettura e meditare sulla fortuna dell’odierno vivere di noi occidentali.
Il titolo. Contrariamente da quanto possa far pensare il titolo, in tutti i capitoli si viaggia a fianco di un narratore che va a braccetto con la cronaca fedele, tipica di chi il mestiere lo conosce bene ma conscio di dover fare i conti con la memoria. E già, perché Fusi sostiene che la memoria sia quell’elemento che ci distingue dagli animali e che al tempo stesso ci induce in errore lasciando le cose piacevoli e sbiadendo quelle meno. Proprio da questo ragionamento muove la scelta del titolo che sa di ossimoro bello e buono e che nei lettori farà sorgere da subito la voglia di scoprirne il dilemma. Per quanto si voglia, esse non potranno mai dichiararsi fedeli in quanto il tempo ha implacabilmente svolto uno dei suoi compiti più complessi e inspiegabili: cancellare le cose brutte.  Ciò nonostante il libro appare tutt’altro che infedele. Viene quindi da chiedersi quali altre cose più cruente avrebbe riportato il Fusi se solo la memoria non fosse stata a sua volta vittima...ma del tempo; e non si comprende quindi la scelta del titolo così criptico e leggermente fuorviante rispetto al testo.
Tratti caratteristici. I capitoli sono splendenti, scritti nel Sole, si potrebbe dire. Non vi è pagina infatti in cui non compaiano parole luminose come quella di Sole e quella di Luce. Come un’auto che per andar dritta ha bisogno di un buon guidatore, così questo libro ha avuto bisogno di parole strategiche che non lasciano cadere il lettore in un grigiore ambientalistico. D'altronde, trattandosi di guerra e fame, il rischio è elevato. Scelta giusta.
Operazione immedesimazione. Il libro fa immedesimare e leggendolo si ha la sensazione di essere al fianco del cronista; di far parte storia dopo storia di un componente del suo gruppo, cameramen, fonista e altri.  Dispiace la perdita di un loro componente che racconta di aver conosciuto in vita e che muore durante le ardite riprese di una guerriglia tra le tante dei posti raggiunti. La tragedia è descritta bene e incute addirittura rabbia per l’incoscienza dell’operatore. Doveva ripiegare e scappare senza telecamera piuttosto che portare a termine il servizio e la sua vita.  Questo è quello che vien da pensare dopo aver letto le pagine che narrano il nefasto evento. Il magone è in gola, un motivo ci sarà. In altro scenario e contesto Flavio Fusi ci racconta di quando è stato fermato da un poliziotto. “...Fusi suena como fucilado...” così gli dice durante il fermo per la perquisizione. Il modo in cui descrive gli scenari e i contesti rendono meglio il senso di come una semplice recensione riuscirebbe a fare. Operazione immedesimazione riuscita!
E’ davvero interessante per coloro a cui piace il giornalismo di inchiesta e di guerra, fatto in un chiave inedita, quasi intima, giacché egli stesso lo consideri un diario. Una veste singolare che fa dimenticare in più momenti di avere tra le mani un libro. Una capacità espositiva semplice e diretta che spiega bene la voglia e il coraggio di vivere degli autoctoni intervistati e che ci porta a conoscere le inquietudini vissute da persone meno fortunate di noi. Persone che al mattino zappano la terra e alla sera difendono i propri territori con in braccio fucili e fionde. Difficile quindi tenere su la tesi dell’infedeltà. 
Il viaggio dell'eroe. Il buon senso vuole che i cronisti di guerra raggiungano il fronte e che dalle retrovie registrino qualche immagine, intervistino qualcuno e abbandonino il posto quanto prima. Ma ci sono anche professionisti - come il nostro Flavio Fusi - che decidono di affiancare i disperati per più giorni al fine di riportare realtà certe e articoli non asettici . Come già detto, Fusi riporta esattamente la disperazione dei fortunati - si fa per dire - messicani. Loro sono al confine e possono sperare nella benevolenza della vicina America del nord che talvolta  concede loro opportunità di lavoro. Ma questo in pochi lo sanno. Il problema reale proviene dai paesi limitrofi al Messico. Il libro ne parla ampiamente.
Cronache infedeli è un diario dal tratto particolare ove spesso l’autore descrive i luoghi visitati in passato e verso cui fa ritorno a distanza di anni. Un viaggio dell’eroe in loop, che non finisce mai, e in cui il protagonista si dimostra tenace al punto di andare alla continua conferma o smentita che il presente sia come il passato.
La riprova. Pochi sono gli avventurieri che si porterebbero presso un’area geografica locale interposta tra la Russia e la Turchia come quella caucasica. Pochi lo farebbero sia per la propria incolumità e sia perchè di luoghi come il Nagorno Karaback importa poco o nulla. L’autore stupisce e delude. Si addentra e raggiunge questo luogo di contesa tra nazioni che sono una più povera dell’altra: l’Armenia e l’Azerbagian. Ma delude poichè in effetti qui è infedeltà: una volta tanto che a parlare dell’Armenia non è un armeno, il risultato è stato un pò scarno. Cronaca di storia - questa -  che non trova pace e giustizia neanche nel suddetto libro. E’ davvero un Peccato.
Nobiltà d'animo. Non stupisce che un giornalista come lui voglia trasmettere segreti anche ai lettori che sognano un giorno di fare lo stesso mestiere. Fornisce un consiglio che può salvare la vita, proprio come accaduto a lui stesso durante il soggiorno a Nairobi:  
“...nella notte i ragazzi dell’ EBU hanno asciato l’ hotel. E quando si muovo l’Ebu puoi scommetterci, qualcosa succede, sempre. si mettono in movimento significa che presto qualcosa sta per accadere e che pertanto è meglio tagliare la corda quanto prima. La prima regola del giornalista in missione: mai perdere di vista quelle canaglie dell’European Broadcastinng Union...” 
Informazione che per gli addetti alle prime armi può tornare utile. Quindi, generosità e altruismo professionale.
Deformazione professionale. Si da luogo al personale vezzo di osservare e cercare di giustificare anche le scelte grafiche della copertina e si fa notare la presenza del soggetto ivi raffigurato: un soldato con la testa china. Che questo sia in corsa è intuibile dalla posizione delle gambe e ancor di più da quella della testa. Domande: è un soldato qualsiasi quello raffigurato? È in fuga da chi? o forse sarebbe meglio dire: da cosa? Una foto che la maggior parte di noi conosce già. Una foto archètipa e che ha preso posto in ognuno di noi. Taluni la ricorderanno immediatamente, altri dovranno scavare un attimo nei ricordi; e se il collegamento tarda ad arrivare poco importa; basta giungere alla lettura del capitolo dedicato al nefasto evento tedesco perchè il vago ricordo ritorni in mente. Il giornalismo d’inchiesta che racconta e fotografa i disertori alla ricerca di libertà. Quella foto è presente nei libri di storia elementare e media; solitamente è buttata lì nelle ultime pagine, dove la storia contemporanea perde d’importanza, di valore, e viene snobbata...perchè tanto si è a fine anno. Magari, un’altra immagine più esclusiva e leggera poteva rendere di più sia per empatia che per strategia di marketing; ma è pur vero che quando si parla di certi argomenti ci sia poco da tergiversare. Una scelta grafica coerente ma non avvincente. Alcuni diranno che un libro non si giudica dalla copertina. Beh, è vero in parte.
Conclusioni. Per conoscere altri posti visitati da questo grande giornalista basta leggere il suo libro composto così egregiamente e attento ai particolari che a suo modesto avviso “...sono meno di quelli che la mente gli ha concesso di ricordare... 
Durante il corso della presente recensione ci si è più volte posto il quesito se il titolo fosse o meno appropriato e si è lasciato il dubbio che questo non lo fosse. Ciò non per ammonimento ma per riconoscenza di merito di un professionista che ricorda un pò il primo della classe, quello che dice di non aver studiato ma che poi prende 10. La sostanza è tutta dentro e le prove sono tra le pagine, piene di particolari che mai affaticano il lettore neanche quando parla di tribù e avvicendamenti al potere di paesi del sud-Africa e del sud-America. Il giornalista accetta la sfida di descrivere anche i nomi delle tribù locali. Una scelta audace, che sicuramente rallenta la lettura ma che dimostra una lealtà intellettuale che chiede e ottiene fiducia.
Insomma un libro davvero ben fatto e che riempie di emozioni sin dalla premessa che lo apre. Si legge tutto d’un fiato e fa giungere al termine con una maggiore consapevolezza. La consapevolezza che l’essere umano è egoista, cattivo e irrazionale come nessun altro, materializzandoli in morte, fame e miseria generale. Magari fossero infedeli queste cronache.
Joannes Timurian

Flavio Fusi 
Cronache Infedeli 
Voland, Roma, 2017, pp. 288.
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04 febbraio 2019

Tra infobesità e fake news


Paolo Pagliaro, giornalista e voce nota della tv - dal 2008 cura l’editoriale Il Punto di Paolo Pagliaro nella trasmissione Otto e mezzo in onda su La7 -dallo stile riconoscibilissimo per freschezza e lucidità.
Questo libro prende le mosse dalle riflessioni del giornalista sul declino dell’informazione. Con uno sguardo partecipe e analitico Pagliaro pone di fronte al lettore una serie di problematicità che sembrano ormai un tutt’uno con l’informazione stessa: il sensazionalismo a tutti i costi, la manomissione delle parole, l’infobesità e, soprattutto, le fake news nell’epoca della post-verità (dove “post” sta per dopo, ma anche oltre).
“In un periodo d’inflazione di informazioni” - scrive Pagliaro - “per catturare l’attenzione non serve approfondire, verificare, filtrare, sistematizzare. Spesso basta proporre un pensiero semplificato, non importa se labile o bugiardo”. Così torna in essere un abuso che sembrava scomparso da tempo, quello della credibilità popolare, perché, seppur paradossale che sia, “sappiamo sempre di più, ma capiamo sempre di meno”. I dati della classifica OCSE sull’analfabetismo funzionale parlano tristemente chiaro in questo senso: 8 italiani su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella comprensione e 5 milioni di persone hanno completa incapacità di lettura;preoccupanti anche i dati sulla circolazione delle bufale, dato che il fatto di non capire cosa si stia leggendo non implica che venga evitato di condividerlo sui social.
Gli Stati Uniti d’America meritano una digressione particolare sul versante delle fake news, dato che “la madre di tutte le bufale” è nata proprio negli USA: il fatto che il regime iracheno di Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa, semplicemente, non era vero, ma fu un fondamento necessario per l’invasione e la distruzione dell’Iraq. È interessante notare, come fa Pagliaro, anche il fenomeno Donald Trump per la quantità di false notizie che sono circolate in rete durante la campagna elettorale del 2016, la quantità di bugie dette dal candidato stesso e l’incapacità della stampa americana di capire e prevedere il cambiamento politico in atto nel paese. Per questa analisi è fondamentale la decisione dell’Huffington Post di trattare la candidatura di Trump nella sezione intrattenimento e non in quella politica. Questa scelta, esaminata sul sito dell’European Journalism Observatory, è stata vista come specchio dell’omogeneità dei lavoratori di spicco dei media statunitensi: uomini bianchi, liberali e tendenzialmente benestanti, che vivono in quelle parti di paese in cui l’avversario politico di Trump, Hillary Clinton, ha preso percentuali che vanno dal 70% al 98%, persone che vivono e lavorano in una bolla evidentemente distante dalla realtà.
Come nella celebre opera del 1968 di Mario Merz riecheggia, stavolta non in una pentola vuota, ma in quel mare magnum che è Internet la domanda “Che fare?”. Innanzi tutto investire nell’informazione di qualità, andare a ingrossare le file dei debunkers, la più funzionale difesa contro le fake news, puntare sulle breaking news e sulle inchieste; ma i singoli giornalisti cosa possono fare? Due parole: autoregolamentazione volontaria. Idee esposte dal giurista Cass R. Sunstein già più di quindici anni fa, teorizzando un accordo tra produttori per impedire che i notiziari siano una continuazione delle fiction, il prevalere di sensazionalismo e di opinioni rispetto a notizie e fatti. In assenza di questa autoregolamentazione secondo Sunstein è doveroso l’intervento della legge.
Secondo Pagliaro i giornalisti dovrebbero attenersi alle regole d’oro del mestiere: controllare i fatti, essere onesti e avere passione.
Tutto qui?
Sì, tutto qui: questo è il Punto.
 Flavia Dell’Ertole

Paolo Pagliaro
Punto. Fermiamo il declino dell’informazione
Il Mulino, Bologna, 2017, pp. 128.
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03 febbraio 2019

Comunicare in un mondo che cambia


Potrebbe sembrare scontato affermare che il mondo, nel corso degli anni, ha subito notevoli cambiamenti, e che con esso è mutato anche il nostro modo di relazionarci e di comunicare. È, però, proprio ciò che è accaduto, ed è da questo assunto di base che prende le mosse il libro Comunicazione sociale e media digitali di Roberto Bernocchi, Alberto Contri e Alessandro Rea edito da Carocci nel 2018.
Dopo aver introdotto i principali mutamenti che hanno investito il mondo della comunicazione e più precisamente della pubblicità, sia prima sia dopo l’avvento della rivoluzione tecnologica e del fenomeno della globalizzazione, gli autori si sono addentrati nel vivo dei requisiti necessari ad una campagna di utilità sociale di successo, elencando i passaggi da seguire per raggiungere gli obiettivi prefissati: dall’individuazione del target alla creazione di contenuti, passando per la scelta del canale più adatto al messaggio che si vuole veicolare e della strategia da adottare. Tutte tappe fondamentali da non sottovalutare anche per quanto riguarda la pubblicità commerciale, che si differenzia da quella sociale solamente per i contenuti, in quanto le tecniche di diffusione rimangono le stesse. Gli autori, però, non hanno nascosto che sussistono dei problemi strutturali legati alla comunicazione sociale che impediscono all’Italia di stare al passo con le altre nazioni, come la mancanza di personale qualificato e di fondi economici.
A dimostrare che i siti web e i social media sono diventati i luoghi privilegiati della comunicazione di massa concorre un paragrafo, molto interessante, dove gli autori hanno presentato un’accurata descrizione dei social network attualmente più diffusi in Italia, nel quale sono state elencate le loro numerose funzionalità e i metodi per sfruttarli al meglio da parte di un’associazione non profit ma anche da utenti singoli. Segnale, appunto, di come una comunicazione efficace debba necessariamente spostarsi su nuove piattaforme, consapevoli che in futuro queste ultime cambieranno nuovamente, senza però dimenticare che il digitale non è un mondo a sé, ma che per essere maggiormente funzionale necessita del supporto degli strumenti comunicativi tradizionali. Diretta conseguenza di tutto ciò è stata la nascita di nuove figure professionali.
Descrivendo in maniera dettagliata lo scenario comunicativo contemporaneo si è rivelato un testo decisamente utile ed interessante per chiunque abbia intenzione di approfondire le proprie conoscenze in questo ambito. Attraverso l’utilizzo di un linguaggio nel complesso scorrevole, nonostante sia ricco di numerosi termini tecnici assolutamente necessari in un libro di questo tipo, il volume appare pienamente fruibile anche da un lettore che non possiede alcuna conoscenza base in materia.
Alessia Ciardullo

 R. Bernocchi, A. Contri, A. Rea
Comunicazione sociale e media digitali
Carocci, Roma, 2018.
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02 febbraio 2019

Le verità non dette



Il male inutile di Marco Lupis, edito da Rubettino nel 2018, è un libro coinvolgente caratterizzato dalla costante ricerca della verità e dalla necessità di testimoniare per non dimenticare.
L’autore, un reporter di guerra che ha collaborato con testate del calibro di Panorama, La Repubblica, L’Espresso e Il Tempo, conduce il lettore sul campo mettendolo a contatto con una realtà che, forse, per un meccanismo di autodifesa, troppo spesso non riceve la giusta considerazione.
Attraverso i suoi reportage Lupis racconta le vicende che si sono verificate tra gli anni novanta e gli anni duemila in territori che vanno «dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali». In ogni testimonianza emerge l’importanza del ruolo svolto dall’inviato di guerra, il cui compito consiste nel far luce su quelle che sono le verità non dette durante lo svolgimento di un conflitto, raccontando i retroscena di queste vicende e le scelte che i governi e gli eserciti dicono di fare in nome dei cittadini ma che poi, frequentemente, cercano di nascondere.
L’obiettivo è quello di riportare l’attenzione collettiva sulle molteplici guerre che vengono facilmente dimenticate, sui crimini rimasti impuniti, sulle atrocità che l’essere umano è in grado di compiere, su coloro che hanno dedicato e che dedicano la loro vita a degli ideali cercando di
combattere le ingiustizie, sull’importanza del ruolo svolto dal giornalista-testimone ma soprattutto sul dolore e sulla sofferenza di tutte le vittime innocenti.
Tra le esperienze che vengono narrate nel testo quella che suscita un forte impatto emotivo è la testimonianza dei massacri che hanno avuto luogo a Timor Est. Dopo il 1975 quando l’Indonesia decise di annettere con la forza questo territorio, un’ex colonia portoghese, seguirono molti anni di guerra civile che portarono alla morte di gran parte della popolazione. Un vero e proprio genocidio del quale è possibile avere memoria grazie al lavoro svolto dai giornalisti che hanno deciso di sfidare la «sottile linea rossa», che separa la vita dalla morte, in nome della conoscenza.
Un libro utile di fronte all’inutilità del male, un libro per capire, un libro per non dimenticare «perché ciò che viene scritto non può essere cancellato. Scrivere una storia di abusi, raccontare di qualcuno che è stato terrorizzato, picchiato o ucciso, può davvero servire per ottenere giustizia, per trovare e punire i responsabili, anche se […] in tempo di guerra il percorso della giustizia può diventare lunghissimo. E più ancora dopo».
Elena Sofia Guareschi

 Marco Lupis
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas a Bali le testimonianze di un reporter di guerra,  Rubettino, Soveria Mannelli, 2018, pp. 248.


01 febbraio 2019

La costruzione dell’Islam in Occidente



Nato come ideale prosecuzione di Orientalismo (1978) e La questione Palestinese (1992), Covering Islam, del noto critico del concetto di “orientalismo” Edward W. Said, consiste nell’analisi dei processi che hanno portato alla “rappresentazione” e contemporaneamente alla “copertura” del mondo islamico da parte dei media e delle istituzioni occidentali. Lungi dal prendere le difese di quelle società islamiche in cui la repressione delle libertà individuali e i regimi minoritari vengono legittimati, il testo si dimostra utile a comprendere i percorsi che hanno caratterizzato la dialettica tra il mondo Occidentale e quello del Medioriente negli ultimi quarant’anni. Oggi più che mai, è utile comprendere le dinamiche inerenti al mondo islamico che, raccontate all’ordine del giorno, vengono assunte come dati di fatto e accompagnate troppo spesso da affermazioni non ponderate e tanto meno accorte. Solo mettendo in luce il ruolo che i media statunitensi hanno avuto nel veicolare un’immagine dell’Islam semplificata e fuorviante, potremmo essere capaci di cogliere gli obiettivi manipolatori di giornalisti, intellettuali e sedicenti esperti di Islam messi al servizio di una narrazione stereotipata dell’Altro.
Grazie alla costruzione simbolica del nemico islamico, il diverso da “noi” è diventato capro espiatorio, colpevole di una resistenza al progresso offerto dalla modernizzazione. Con minuzia e sagacia, Said ripercorre la cronaca e i dibattiti che hanno trattato i momenti salienti della storia dell’Iran e gli episodi che hanno segnato la memoria dei cittadini americani. Come nel caso della “crisi degli ostaggi” in Iran del 1981, che mette in luce gli ingranaggi mediatici attivati per orientare l’opinione pubblica, lungo le pagine scopriamo come il governo americano abbia gestito notizie e immagini a favore di una visione frammentata della fede musulmana e della situazione politica interna agli stati islamici. Così, attraverso l’attenta rilettura delle affermazioni generali e pressapochiste di accademici e intellettuali intervenuti nel dibattito, il quadro che si compone mostra come gli attacchi tendenziosi all’Islam siano stati sempre più considerati legittimi e legittimati. L’ideologia della modernizzazione, come accusa Said, ha prodotto giudizi ampiamenti contestabili ma rafforzati dalla visione canonica del discorso orientalista e da quella eurocentrica, assunti che, a distanza di più di un ventennio dalla pubblicazione del testo, rimangono attuali e si sono ulteriormente radicati. La più diffusa conoscenza dell’Occidente viene dunque ricondotta dall’autore a una produzione ad hoc, incentrata su una logica di dominio e conquista che ha riscosso enorme successo in particolare negli Stati Uniti, dove per via di una mancata storia coloniale e a causa dei forti interessi petroliferi, la diffidenza nei confronti di una cultura distante migliaia di chilometri si è dimostrata un ottimo deterrente. Ciò che del testo rimane interessante e utile al pubblico contemporaneo, è il tentativo che l’autore fa di aprire una finestra di comprensione e tolleranza sul dialogo tra i due mondi ormai contrapposti, accompagnando il lettore verso un ideale approccio non coercitivo e situazionale, capace di interpretare la conoscenza di una cultura diversa in maniera relativa e non assoluta.
Chiara Rodino

 Edward W. Said
Covering Islam. Come i media e gli esperti determinano la nostra visione del resto del mondo, Massa, Transeuropa, 2017 (ed. or. Covering Islam: How the Media and the Experts Determine How We See The Rest of the World, 1996).
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31 gennaio 2019

In libreria

Ambrogio Borsani
La claque del libro. 

Storia della pubblicità editoriale da Gutenberg ai nostri giorni
Neri Pozza, Milano, 2019, pp. 187.

Descrizione

Abbandonato l'utero dello stampatore il libro si trova di fronte la spaventosa giungla del mercato. Editori rivali, eserciti di concorrenti, scrittori invidiosi, cecchini della critica, influencer malevoli. E su tutti domina il nemico mortale: l'indifferenza del mondo. Contro questi pericoli l'editore provvede a sostenere alcuni dei nuovi nati con squadre di promotori, uffici stampa, agenti pubblicitari. La claque del libro ricostruisce la storia delle promozioni editoriali nei secoli. A cominciare da Peter Shöffer, collaboratore di Gutenberg che nel 1469 per primo ebbe l'idea di stampare un foglio con diciannove titoli e di affiggerlo ai muri. Il libro di Ambrogio Borsani ripercorre le tappe fondamentali delle operazioni di sostegno al libro intrecciandole con la storia della pubblicità. Da Shöffer a Renaudot, primo teorico dello scambio. Da Parmentier a Diderot, infaticabile promotore dell'Encyclopédie. La grande stagione dei manifesti, da Chéret a Depero. Si ricostruiscono le case-histories di lanci clamorosi come quello di Fantomas, l'esempio più sorprendente di marketing tra i libri seriali del primo Novecento, e altri eventi straordinari come Via col vento e Il Piccolo Principe. Storie di grandi scrittori come Mark Twain, Hemingway e Steinbeck che si prestavano volentieri alla pubblicità. Un viaggio tra grandi successi e tonfi paurosi, fino a osservare il libro al tempo dei social. Follower, influencer, like, stroncature, cuoricini, emoticon ammiccanti o dispettosi, incensi e veleni della rete. Dai metodi inflazionati di promozione che promettono a tutti un grande successo al singolare caso di Rupi Kaur, astuta regina della poesia social. La storia del libro come racconto appassionante di splendori e miserie del mondo editoriale.
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28 gennaio 2019

Gente di Avvenire: il futuro raccontato al presente.

Si pensa spesso che i cattolici siano degli “intransigenti retrogradi”. Avvenire rappresenta uno sguardo d’eccezione, la sua storia e le sue aspirazioni, anche per i non-credenti, stupiscono. Sin dalla sua fondazione, Avvenire, organo ufficiale della CEI, è la voce che contraddistingue i cattolici ed il loro pensiero all’interno di una società in trasformazione, tanto quella del 1968, come quella del nuovo millennio. Papa Montini, in una riunione di redazione, fornì alcune indicazioni per il giornalista cattolico: “deve cercare di dare sempre parole severe, facili, amichevoli, divertenti, solenni, e profonde, parole che fanno del bene a chi le accetta.” Viene da chiedersi, allora, se l’aggettivo “cattolico” debba essere circoscritto ai fedeli della Santa Romana Chiesa. Attraverso la narrazione corale dei redattori, con stili narrativi diversi, si scopre che non è così: la redazione di Avvenire è una grande famiglia, in cui laici ed ecclesiastici di credi differenti hanno trovato spazio per diffondere le loro idee, a partire da un comun denominatore: non si può prescindere dal valore della vita umana e della verità, qualunque sia l’ambito in cui si opera. Ecco perché il libro è diviso in sei parti, in cui vengono trattate tematiche care fin dalle origini ad Avvenire ed al Vangelo: il mondo, la Chiesa, la società, la giustizia, la scienza, la cultura.
A ben vedere, i cattolici sono chiamati innanzitutto ad avere un rapporto sano ed etico con le scienze, la cultura, l’economia, la giustizia, i social network, e combattere le declinazioni negative che caratterizzano anche le pagine dei giornali: la tecnoscienza che riduce l’uomo alla sua componente biologica, l’economia che rende infelici e diseguali; la piaga sociale del gioco d’azzardo, manovrato dalla mafia e dalla politica; i social che divengono cassa di risonanza dell’odio e della rabbia, e non vengono adoperati per creare spazi di condivisione e di bene.” La rivoluzione “cattolica” deve avvenire tramite la cultura: una cultura che, secondo le parole del curatore Alessandro Zuccari, “non è solamente l’informazione che si occupa di libri, di musica, di mostre d’arte e questioni storiografiche, quanto piuttosto un’informazione che metta questo patrimonio di conoscenze al servizio di una più profonda comprensione dell’attualità e perfino della cronaca in apparenza minuta.” Si deve estendere alla curiosità onnivora tipica dei veri eruditi, ad una chiave di lettura del passato e del presente, per permettere il dialogo fra voci opposte, segno di una reale apertura al futuro.
Nondimeno, Avvenire esemplifica un modello che dovrebbe essere adottato non soltanto dai quotidiani di ispirazione cattolica, ma da chiunque si occupi di giornalismo e informazione. Come asserisce il direttore Marco Tarquinio nell’introduzione all’opera, “un’informazione ben fatta, accurata e libera nei confronti del pensiero dominante aiuta a vedere il bene ed il male, il brutto ed il bello, il giusto e l’ingiusto, il falso e il vero.”, capace di “dare spazio a chi non ha voce”.
Maria Ester Canepa

Voci del verbo Avvenire. I temi e le idee di un quotidiano cattolico 1968-2018, a cura di Alessandro Zaccuri, Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 192.
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26 gennaio 2019

In libreria

Daniela Attilini
Quelli di via Teulada
Graphofeel, Roma, 2018, pp. 126.

Descrizione
"[...]  via Teulada non è un posto segnalato da guide turistiche, non è un noto monumento e nemmeno un'opera d'arte; ma ognuno di noi può trovarvi un pizzico della propria storia. Ognuno di noi deve qualcosa a quel cancello, a quel cortile ben curato con l'aiuola centrale fiorita. Ognuno di noi, se alza il viso per leggere da lì la storica scritta "Rai-Radiotelevisione Italiana", sa che quella Rai - quei programmi realizzati lì dentro, tra le mura di quegli studi - è entrata tra le mura di
casa nostra. E lo ha fatto prima di tutti. Quando la si chiamava, tanti
tanti anni fa, Mamma Rai forse l'appellativo non era poi tanto sbagliato.
Prefazione di Tito Stagno

25 gennaio 2019

Scuola Holden. Tra Academy, Università e scrittori in serie

La Scuola Holden, nota scuola di scrittura che si fa vanto del volto di Alessandro Baricco come testimonial, diventa università. Sembra una bufala, ma non lo è. Il sito infatti è già aggiornato e nella nuova sezione “Academy” fa sorridere il peso dato alle “sette discipline” insegnate (che conferiscono un diploma simile ad una laurea al Dams).
Queste sono, e cito: “un ristrettissimo numero di capacità fondamentali per chiunque voglia abitare il mondo reale. Sono sette, e le abbiamo chiamate Discipline”. Fa sorridere perché una frase simile, così fresca e giovane, così pubblicitaria, implica una proposizione fondamentale: tutti coloro che non conoscono queste Discipline non sono capaci di abitare il mondo reale.
Ma sorvolando quest'enorme ambizione (giustamente equiparata al costo di
ogni corso proposto), vorrei soffermarmi su ciò che conta davvero in questa scuola: la scrittura. La Scuola nasce come scuola di scrittura, e un paradosso fondamentale sorge navigando a caso nel sito; giustamente la scrittura è considerata un “mestiere artigianale”, nella presentazione. Ma non ne sono sicuro. L'opinione diffusa (da cui, però, bisogna spesso riguardarsi) è che la Scuola sia una officina di autori tutti uguali o simili come i pezzi usciti da una fabbricazione in serie. Tutti capaci di scrivere libri, e molti sono pubblicati dalla stessa casa editrice. Ma li rende, una sola pubblicazione (e, direi, seriale), degli scrittori? O sono una trovata recente, un ingranaggio del piccolo, e poco ridente, mercato librario?
A voi le vostre opinioni, a me le mie. Ma sono convinto che la scrittura non si possa insegnare, e sono ancor più convinto che si possa esercitare a casa, nel silenzio della propria stanzetta o pure sulla metro, nella bolgia di pendolari stressati e simpatici perdigiorno. Non c'è bisogno di pagare una cifra enorme per migliorare i muscoli nella palestra sotto casa. Allo stesso modo, non si paga una cifra simile per allenarsi nella “questione privata” che è la scrittura, ma forse solo per avere gli agganci per pubblicare. O peggio, per scrivere come vogliono gli altri che tu scriva. E dov'è lo scrittore? Dov'è l'artista? E l'ingegno? Dov'è la fantasia? Dove sono gli scrittori? No, non credo siano alla Scuola Holden. Ma queste sono mie opinioni, e se voi siete appena usciti (poveri) da una Scuola simile, non provo nessun odio per voi, ma solo compassione.
Cosimo Angelini
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19 gennaio 2019

In libreria

Carlo Gubitosa
Il giornalismo a fumetti.
Raccontare il mondo col linguaggio della nona arte
NPE, Lucca, 2019, pp. 239.
Descrizione
La storia, la cronaca e le tecniche del graphic journalism in un volume nato
dall'esperienza di un giornalista appassionato di fumetti, che ha imparato a
scriverli su riviste autoprodotte per arrivare fino alle più prestigiose testate nazionali. Questo manuale accompagna in un nuovo genere del giornalismo chi vuole scrivere per il fumetto e chi vuole disegnare per l'informazione, per vivere la magnifica avventura di trasformare buone idee in pagine che possano lasciare il segno del fumetto, della grafica e del giornalismo nella vita di chi legge, ma anche in quella di chi scrive e disegna. Un percorso che inizia con l'avvento del racconto grafico negli USA, passa attraverso l'esperienza italiana della rivista «Mamma!» come laboratorio sperimentale di giornalismo grafico per una generazione di autori, e segue l'ingresso del comics journalism negli spazi più autorevoli della stampa periodica italiana e internazionale. Un volume che raccoglie esperienze, testimonianze e percorsi d'autore, arricchito con un potente impianto di analisi teorica e 48 pagine di sceneggiature originali, 53 tavole di giornalismo a fumetti e 448 pagine di contenuti digitali extra.
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18 gennaio 2019

In libreria

Thierry Frémaux
Cannes Confidential
Il direttore del festival più importante del mondo racconta i dietro le quinte

Donzelli, Roma, 2018, pp. 536.

Descrizione
«Non lascio mai i luoghi da cui provengo e mi affeziono a qualunque posto in cui vado, cosa che, a volte, crea qualche problema nella mia vita. E la mia vita è Cannes». Il Festival di Cannes è il luogo del cinema per eccellenza, un concentrato affascinante, scintillante, glorioso e anche contraddittorio di tutto quello che il cinema ha rappresentato e rappresenta tuttora: dalla sperimentazione allo star system, dal mercato alla scoperta di nuovi talenti. Thierry Frémaux è il direttore del Festival da oltre un decennio: dalle sue scelte dipende il destino di cineasti, produttori, attori, sceneggiatori. In questo libro, scritto in forma di diario, Frémaux racconta in maniera intima e personale in cosa consiste il suo lavoro, accompagnando i lettori in una sorta di backstage letterario del più importante festival del mondo. Frémaux ci guida nel cuore della macchina del Festival, per celebrare anzitutto coloro che lo rendono possibile, perché, come egli stesso scrive: «Cannes appartiene a quelli che lo fanno: i cineasti, gli attori, gli operatori professionali, i giornalisti, gli spettatori, i visitatori, i turisti e i cannensi». L’anno che precede l’evento che mette il cinema al centro del mondo viene ripercorso da Frémaux in un concitato susseguirsi di incontri con star e registi, di aneddoti e storie dal dietro le quinte della Selezione ufficiale. Senza risparmiare giudizi taglienti e inaspettati apprezzamenti. O clamorose esclusioni. Il delicato processo di scelta è preceduto da un lunghissimo lavoro preparatorio che il direttore del Festival descrive in queste pagine in modo magistrale, fino a farci entrare in quello stato di tensione che si conclude con un personalissimo atto decisionale: un no o un sì che cambieranno le sorti di un film. Un omaggio alla settima arte, rivolto non solo alla comunità del cinema, ma a tutti coloro che il cinema lo consumano, lo amano, e non rinunciano a farsi trasportare dai sogni e dalle emozioni che esso veicola.

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16 gennaio 2019

In libreria

Daniela Attilini
Quelli di via Teulada
Graphofeel, Roma, 2018, pp. 126.
Descrizione
 "[....] via Teulada non è un posto segnalato da guide turistiche, non è un noto monumento e nemmeno un'opera d'arte; ma ognuno di noi può trovarvi un pizzico della propria storia. Ognuno di noi deve qualcosa a quel cancello, a quel cortile ben curato con l'aiuola centrale fiorita. Ognuno di noi, se alza il viso per leggere da lì la storica scritta "Rai-Radiotelevisione Italiana", sa che quella Rai - quei programmi realizzati lì dentro, tra le mura di quegli studi - è entrata tra le mura di casa nostra. E lo ha fatto prima di tutti. Quando la si chiamava, tanti tanti anni fa, Mamma Rai forse l'appellativo non era poi tanto sbagliato". - Prefazione di Tito Stagno.
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15 gennaio 2019

Giornalismo in forma di fumetto

Gianluca Costantini è il miglior esponente della nuova frontiera del giornalismo e fedele alla linea è una raccolta delle sue opere, sparse tra le pagine delle testate più autorevoli a livello mondiale, che ci fa comprendere in modo semplice e veloce come il suo lavoro sia un concentrato di carica artistica, espressiva ed emozionale. Lui scandisce le sue cronache con tavole e vignette.
Certe storie hanno un impatto incredibile se rappresentate sotto forma di vignette, proprio come i fumetti che hanno accompagnato la nostra infanzia. Pagine in cui l’autore si schiera e prende una posizione senza renderla ingombrante.
Il tratto grafico è posizionato sulla linea di confine tra reale e irreale: spesso usa fotografie e immagini reali colorate innaturalmente con lo scopo di suscitare determinate emozioni e mettere in risalto alcuni elementi. È impressionante l’uso dei colori caldi nel racconto “il giorno della conoscenza”, Costantini in poche pagine ci sbatte letteralmente in faccia la storia dell’attentato in Ossezia del Nord, quando nel 2004 morirono 300 persone, di cui 186 bambini. Le verità di quel giorno sono poco chiare e Costantini si rivolge direttamente al lettore senza entrare in temi giudiziari non di sua competenza ma vuole creare quell’empatia spesso assente durante le cronache di attentati “non occidentali”.
Oggi il graphic journalism è diventato necessario. Le immagini restano molto più della scritte e Costantini, da giornalista di razza quale è, le utilizza in modo magistrale per raccontare eventi e storie, regalandoci una visione ampia e approfondita delle violazioni dei diritti umani ai quattro angoli del mondo. Dà voce a poeti messi a tacere, giornalisti rinchiusi e attivisti torturati. Un atlante dei diritti umani calpestati.
La sua linea semplice e pulita, parla a nome degli esclusi, a chi toglie agli altri e a se stesso nella vana speranza di un futuro diverso. A tratti ho trovato in Costantini un po’ di De Andrè, non vuole chiamare a una rivoluzione e formare una coscienza di classe ma prova a dare una voce a tutti, nessuno escluso. Leggendo le strisce di “Mafia”, dove Costantini dà spazio non ai morti innocenti, ma ai pregiudicati che nessuno si ricorda, ho subito pensato all’ultima strofa di “città vecchia” del
cantautore genovese: “se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. La persona viene prima di tutto, anche se è la parte cattiva del problema.
Il fumetto di Costantini urla la disperazione di chi si trova in subordinazione e racconta, per dirla sempre in modo Deandreiano, “storie sbagliate”, nel senso che in un mondo civile non dovrebbero succedere.
Assumere attraverso la matita la loro voce è per il giornalista un tentativo di riportare i loro pensieri che altrimenti svanirebbero nell’aria. Una restituzione di presenza, una dichiarazione di esistenza.
Fedele alla linea è il testamento del graphic journalism.
Un libro che vorrei non fosse mai esistito, visto che certe storie non dovrebbero esistere.
Un libro che l’autore dedica a Giulio Regeni e in cui gli dà vita tra le pagine.
Un libro disegnato da una matita ben allenata a seguire l’occhio.

Andrea Tedone

Gianluca Costantini
Fedele alla linea, il mondo raccontato dal Graphic Journalism
BeccoGiallo, Padova, 2018.



12 gennaio 2019

Giornalismo, terrorismo e segreto di stato


Qual è il legame tra servizi segreti e giornalismo? Fino a che punto la divulgazione di informazioni riservate è legittima e non mette in pericolo la sicurezza nazionale di un Paese?
John Lloyd, nel suo Journalism in an Age of Terror, pubblicato nel 2017 ed edito da Reuters Institute for the Study of Journalism, si pone questi quesiti e ripercorre l’evoluzione dei servizi segreti e dei rapporti col mondo del giornalismo in tre Paesi in particolare: Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Alla base dell’analisi di Lloyd c’è una grande verità: la politica è sempre stata e sempre sarà connessa al mondo del giornalismo. Partendo da questo assunto, Lloyd evidenzia che sin dalla seconda guerra mondiale gli stati si erano dotati di un efficiente sistema di spionaggio: era fondamentale per vincere la guerra. La grande differenza con i servizi segreti odierni è che oggi non sempre la segretezza è garantita. Lo scandalo Watergate, poi la divulgazione dei documenti del Pentagono relativi alla guerra in Vietnam e il più recente scandalo di Wikileaks, a cui è seguito il caso Edward Snowden. Insomma, i governi di tutto il mondo hanno sempre tenuto nascoste certe notizie ai cittadini, e poi, da un momento all’altro, queste notizie sono state gettate in pasto all’opinione pubblica, scatenando ovviamente uno scandalo.
Ma la domanda è: è giusto che le persone sappiano come opera la CIA? È giusto informarli sull’esistenza di programmi di sorveglianza di massa come quelli della NSA (National Security Agency)? Tutto questo non compromette l’efficacia stessa dei servizi segreti? La questione è sicuramente complicata, oggi più che mai. In un’epoca in cui la minaccia del terrorismo e delle armi di distruzione di massa sembra più forte che mai, il confine tra privacy e sicurezza nazionale invece è sempre più labile. Non sono altro che due facce della stessa medaglia: impossibile pretendere una cosa senza essere disposti a rinunciare a un po’ dell’altra. Se i governi devono controllare tutti per sconfiggere la nuova minaccia dell’Isis, allora anche le nostre care conversazioni Whatsapp devono essere sotto l’occhio del grande fratello di Orwell.
John Lloyd nel suo libro cerca di districarsi all’interno di questo mondo così complesso: entrano in gioco tanti fattori e ognuno di essi è importante e merita attenzione. L’obbiettivo dell’autore è far riflettere il lettore su una realtà più che mai attuale, mostrandogli che anche lui è coinvolto in questa trama così oscura. Attraverso estratti di interviste a giornalisti premi Pulitzer come Dana Priest e a ex capi di alcune agenzie di intelligence, Lloyd riesce a trovare un filo conduttore all’interno della problematica e offre così al lettore un’analisi chiara e logica. Il linguaggio che usa è conciso e lineare, il testo è ricco di testimonianze dirette che aiutano a vedere la questione sotto diversi punti di vista. Insomma, lo scrittore ci offre la chiave di lettura di un problema tanto complesso quanto affascinante, ma lascia sempre il pubblico libero di farsi un’idea propria.
Con un ritmo sempre più incalzante Lloyd finisce per insinuare nel lettore la consapevolezza di essere come un cane che si morde la coda: non vuole essere spiato, vuole che la sua privacy sia rispettata, ma al tempo stesso pretende che il governo lo difenda da tutti i mali. E questo perché ha paura, perché nella sua testa risuonano ancora le parole dell’ex Presidente della Repubblica francese François Hollande in seguito agli attentati di Parigi: “Siamo in guerra”.
Simona Rizzo


John Lloyd
Journalism in an Age of Terror
Reuters Institute for the Study of Journalism, London, 2017, pp. 272.
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11 gennaio 2019

Fake news e post-verità


Quanto sono affidabili le notizie che leggiamo sui social network e sulle pagine online? Su quali criteri ci basiamo per stabilire se una notizia è vera o frutto di una mente pronta a sviarci pur di ottenere consenso e affondare un nemico? Quali fonti possono essere ancora ritenute autorevoli?
In un mondo tecnologico sempre più soggetto alle fake news, in un continuo oscillare tra vita online e vita offline, Giuseppe Riva tenta di analizzare il fenomeno spiegando le origini, i processi di creazione e gli strumenti di difesa da queste notizie ingannevoli ma create ad opera d'arte.
Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post-verità, è infatti l’ultimo libro di Riva, pubblicato nel 2018 ed edito dal Mulino, Bologna; Riva, professore di Psicologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano, è presidente dell’Associazione Internazionale di CiberPsicologia e autore di altri libri a tema social network e news online tra cui I social network (2016) e Nativi digitali (2014).
In Fake news l’autore, come dichiarato fin dalla premessa, si pone l’obiettivo di rispondere a tre domande: se il termine “fake news” sia solo un modo per definire i processi di disinformazione che da sempre sono presenti in ambito politico; quali sono i meccanismi tecnologici e psicosociali che consentono la creazione e la diffusione delle fake news; come si ci può difendere al giorno d’oggi dalle notizie false che ci sommergono quotidianamente al punto da non saper più distinguere cosa sia vero e cosa sia falso. Nel corso della riflessione per rispondere a tali quesiti, in un viaggio lungo cinque capitoli attraverso quello che l'autore definisce un “mondo di post-verità”, Riva utilizza ed incrocia nozioni di diverse discipline quali filosofia, scienze della comunicazione, psicologia, informatica, sociologia, ciberpsicologia e la scienza delle reti.
L'autore riesce a delineare un quadro generale del fenomeno delle moderne fake news attraverso l'utilizzo di termini semplici e esempi storici che facilitano la comprensibilità; dopo l'analisi dell'influenza che queste notizie hanno sulla comunità e sulle scelte dei singoli individui, passa quindi a spiegarne i metodi di diffusione tramite la persuasiva metafora delle cybertruppe, costituite da bot e troll che contribuiscono quotidianamente a farle penetrare nelle case degli italiani in una non convenzionale guerra alla disinformazione.
Seppur alcuni riferimenti possano sembrare datati (si fa riferimento ad esempio al dipartimento D del KGB russo del 1954), Riva riesce ad attualizzare l'argomento tramite l'analisi delle smart mobs, della nuova sharing economy (con riferimento a Uber e Airbnb) e del ruolo incisivo dei social network; se non avete mai sentito nessuno di questi termini tecnici non fatevi tuttavia spaventare, il libro spiega chiaramente ogni concetto rendendo la lettura accessibile a tutti, anche a coloro che non “masticano” questi concetti.
L'autore utilizza uno stile chiaro, conciso e lineare, con periodi semplici e lessico accessibile a tutti; è chiaro l'intento di rendere la lettura facilmente fruibile e di “alleggerire” concetti tecnici che potrebbero risultare complicati e talvolta incomprensibili. Il tipo di scrittura evita perifrasi, è scorrevole e adatta ad ogni tipo di lettore: anche chi non ha alcuna conoscenza sull’argomento infatti, può facilmente comprendere tutti i concetti trattati, dal momento che l’autore esplica tutto ciò di cui parla anche attraverso esempi facili ed intuitivi.
Camilla Conti


Giuseppe Riva
Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post-verità
Il Mulino, Bologna, 2018.
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08 gennaio 2019

Dark Web e Hacker


Quando la realtà si avvicina alla fantasia. Tra storie che mescolano la suspense dei film di spionaggio all’atmosfera angosciante stile Matrix, il libro di Carola Frediani  (Guerre di Rete) ci fa percorrere un viaggio lungo nove capitoli tra sigle, termini tecnici e nomi di attori, privati e aziendali, che abitano il regno oscuro di Internet. “Guerre di Rete” infatti riesce, con una scrittura fluida e ben calibrata tra descrizione e tecnicismi, ad appassionare il lettore via via che si prosegue nel libro; ovviamente la lettura risulterà ancora più fluida per coloro che ne masticano gli argomenti, ma il libro è rivolto a tutti. Non è infatti solo l’interesse a crescere pagina dopo pagina, ma si sviluppa un senso di paranoia crescente verso quel mondo online nel quale pubblichiamo quotidianamente pensieri e foto di gatti.
Nonostante una parte di queste storie riguardi gli utenti comuni di internet, utilizzatori di Social Network e di servizi di messaggistica, una buona parte dell’analisi di Frediani riguarda il processo democratico che vede coinvolti governi, enti parastatali, ricercatori e dissidenti nella lotta intestina tra intercettazioni e diritto alla privacy. Il primo capitolo tratta proprio di questo, del legame che coinvolse Costin Raiu e Stuxnet, rispettivamente ricercatore di sicurezza informatica e virus che mandò in tilt le centrifughe di un impianto nucleare in Iran, sotto la guida dello Zio Sam. Oltre alle situazioni alla James Bond vissute da Raiu, il libro ci fa immergere in ciò che accade nel cosiddetto Dark Web, dove le vendite di exploit (tecniche di hacking), vulnerabilità zero-day (fragilità dei vari sistemi conosciute solo dagli attaccanti) e spyware, ransomware, virus di ogni genere sono all’ordine del giorno.
Frediani, però, non dà il tempo di abbandonarci a facili retoriche da improvvisati censori di ferro; ci mostra infatti come l’anonimato sul web dia sì riparo a gruppi criminali, ma soprattutto rappresenti l’unica ala protettrice degli attivisti nei governi autoritari. Più avanti nel libro ci farà esplorare il mondo e le persone che ruotano attorno a TOR, il browser crittografato che riesce a celare la nostra identità online. La crittografia è un altro punto centrale, nel testo e nel mondo odierno. Con l’avvento delle nuove app di messaggistica ed il loro utilizzo della crittografia end-to-end, vari governi hanno tentato di fare pressioni sulle case produttrici o di attuare leggi che ne impediscano l’utilizzo, al fine di rendere nuovamente possibili le intercettazioni. Questo non è nemmeno l’unico caso in cui il governo fa braccio di ferro sul tema della sicurezza con attori privati; Frediani ricorda infatti lo scontro tra FBI e Apple, in cui il primo tentò di guadagnarsi l’accesso ad un dispositivo di un attentatore. Cambiano le tecnologie, ma i problemi restano gli stessi: chi controlla i controllori, dotati di un magico passpartout per un accesso universale? Ben più inquietante è il caso riportato sugli Emirati Arabi, in cui il progetto di creare delle “sonde” da installare pubblicamente in ogni dove per poter spiare ogni dispositivo elettronico ricorda neanche troppo da lontano il Grande Fratello di orwelliana memoria.
Tuttavia, precisa l’autrice, se tutto questo parlare di spie, Dark Web e hacker sembra essere qualcosa di lontano dall’utilizzatore comune, ciò non è così. Oltre al caso citato della pubblicazione di nomi e cognomi di migliaia di utenti iscritti ad un portale di incontri extraconiugali, e di come questo abbia portato al suicidio di un padre di famiglia, quotidianamente chiunque è soggetto alla profilazione. Pertanto, non si può ignorare la domanda se ciò influisca sul processo decisionale individuale, e di conseguenza sulla democrazia stessa. In senso lato, ciò che accade online ha necessariamente delle conseguenze offline.
Il libro di Carola Frediani è l’evidente risultato di un approfondito lavoro di ricerca, grazie al suo lavoro di giornalista specializzata in questo settore. Le esaurienti note e le attente descrizioni dei concetti più difficili riveleranno all’utente medio di internet la propria essenza: un’inconsapevole Cappuccetto Rosso in un bosco digitale abitato da lupi.
Matteo Miccichè

Carola Frediani 
Guerre di Rete
Laterza, Bari-Roma, 2018 (II edizione).
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07 gennaio 2019

Il mondo dei "mi piace"

Valentina Croce (1994) è dottore di ricerca in sociologia e ricerca sociale e assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’uomo. Lo stile del suo libro+ è principalmente descrittivo e il testo potrebbe essere definito come un saggio, ove l’autrice tratta in maniera particolarmente accademica il tema dell’identità digitale della nostra epoca.
Il saggio si articola sulla base di un sondaggio: numerosi utenti di Facebook sono stati interrogati sulla tipologia di rapporto che hanno instaurato con i social, i loro comportamenti verso il social in sé e verso gli altri utenti e come tutto ciò si riversi poi nella loro vita quotidiana. Attraverso la percentuale di risposte ottenute, Valentina Croce ha cercato di spiegare a fondo come il fenomeno Facebook abbia rivoluzionato completamente la percezione di Sé di ciascun individuo e i rapporti interpersonali tra individui all’interno di una comunità. L’autrice ha appunto definito in primis il concetto di individuo e di comunità, spiegando come essi si sono andati a formare nel tempo lungo le diverse epoche che si sono avvicendate. In seguito ha accompagnato il lettore attraverso un percorso ragionato che si è concluso affermando che l’individuo, alla continua ricerca del consenso, con l’avvento di Facebook ha dato vita ad un processo di vetrinizzazione virtuale della propria vita: tale processo, secondo la Croce, non dà segni di arresto e presto invaderà tutti gli spazi dell’esistenza umana.
Il messaggio che l’autrice vuole che i lettori percepiscano è il seguente: ciascun individuo nella sua vita cerca di risaltare in qualche modo, di essere originale e non banale. Facebook ha dato, in un certo senso, la possibilità (o meglio la percezione) di farsi conoscere anche a coloro che diversamente sarebbero rimasti nell’ombra.
Lo stile del saggio non è del tutto scorrevole, poiché, come già detto in precedenza, l’autrice si sofferma di frequente sulle descrizioni dei partecipanti al sondaggio, specificando le esatte percentuali che hanno diviso questi ultimi in differenti tipologie di utenti. Si tratta di un percorso introspettivo che spinge il lettore a riflettere a sua volta su quale sia l’atteggiamento da egli adottato nei confronti di questa nuova realtà virtuale.
Uno dei punti di forza di questo testo è proprio quello di accompagnare il lettore attraverso il ragionamento: in particolare la volontà di fargli capire quanto sia diventata importante nella vita di tutti i giorni la possibilità di appoggiarsi a Facebook, che si presta a diversi ruoli: passatempo, luogo dove organizzare consensi o creare discordie, palcoscenico su cui vestire i panni di un personaggio diverso da quello della vita quotidiana.
Ciò che mi ha colpito del testo è stato con quanta precisione Valentina Croce sia riuscita ad analizzare il processo di digitalizzazione della nostra epoca. È interessante capire come le persone abbiano interagito con l’avvento di internet, una novità che è diventata parte delle nostre vite in maniera così semplice e ormai così fondamentale. Lo consiglio ai lettori che siano incuriositi da tematiche di attualità e a lettori molto giovani, i quali, essendo nati nel pieno delle innovazioni tecnologiche, non possono sapere come fosse la vita sociale prima di Facebook.
 Valeria Venturini


Valentina Croce, 
Mi piace! La ricerca del consenso ai tempi di Facebook
Meltemi, Milano,  2018.


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04 gennaio 2019

Corso di scrittura

Corso di scrittura all'Università Ben Gurion di Tel Aviv:
"Non posso insegnarvi a scrivere.
Però vi posso insegnare a cancellare". 
Amos Oz


*Corriere della sera, 4.1.2019.
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28 dicembre 2018

In libreria

Attilio Bolzoni
Giornalisti in terre di mafia.
Quelli che scrivono e quelli che si voltano dall'altra parte
Melampo, Milano, 2018, pp. 176.

Descrizione
Ci sono notizie che fanno male e ci sono notizie che non disturbano mai. Cronache irriverenti e quell'informazione "morbida" che piace a tanti, conformista, remissiva e conciliante. Le due facce del giornalismo in terre di mafia. Quando le grandi organizzazioni criminali si nascondono è più difficile raccontarle, meno sparano e meno finiscono sui giornali. Quando non "parlano" con il linguaggio delle armi - uccidendo, organizzando stragi e attentati - le mafie è come se non ci fossero. Vengono riconosciute solo quando non portano la maschera. In questi anni si è fatto un gran rumore intorno a fenomeni criminali che si sono proposti sulla scena violentemente e si è fatto un gran silenzio su quei sistemi mafiosi o paramafiosi legati ai poteri legali.

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27 dicembre 2018

In libreria

Enzo Mignosi
Quelli di via Solferino.
Un cronista, i suoi anni con il Corriere e la guerra di Palermo
Di Girolamo editore, Trapani, 2018, pp. 210.

Descrizione
Una storia di vita e di giornalismo raccontata come un romanzo da un cronista che ha vissuto per 35 anni sulla linea del fuoco nella Sicilia devastata da delitti e stragi di mafia. Reportage rimbalzati sulle pagine del Corriere della Sera, il santuario della carta stampata. Un pezzo di storia d’Italia che torna d’attualità nella narrazione di un testimone di tragici eventi che hanno sconvolto il Paese: i mille morti ammazzati degli anni Ottanta, i primi pentiti, i grandi processi, gli attentati a Falcone e Borsellino, il crollo dell’impero corleonese. Pagine ricche di pathos in cui l’autore lascia sfilare in sequenza una serie di flash che partono da lontano, dai tempi in cui, ancora ragazzo, combatte a mani nude contro una sorte malevola che sembra sbarrargli la via d’accesso alla professione. La tenacia lo premierà con la firma del contratto di praticante al Giornale di Sicilia e subito, a seguire, con l’incarico di corrispondente del Corriere della Sera. L’inizio di un’avventura straordinaria, che apre le porte del mondo fatato di via Solferino, il tempio del giornalismo nazionale.
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21 dicembre 2018

In libreria

Gabriele Giacomini
Potere Digitale.
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
Meltemi, Milano, 2018, pp. 352.
Descrizione
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia? Per rispondere abbiamo intervistato autorevoli esperti dalle cui parole emergono posizioni ricche e plurali. Attraverso un’analisi dei recenti cambiamenti sociali, questo volume intende affrontare problemi come la crisi dei partiti e dei media tradizionali, l’affacciarsi di nuovi intermediari (come le piattaforme social), la frammentazione e la polarizzazione della sfera pubblica, la sfida della partecipazione online fra limiti e opportunità, l’ipotesi della democrazia digitale. Il web è il luogo dell’informazione libera e autonoma o le informazioni si stanno organizzando attorno a inediti centri di potere? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire una crescente polarizzazione? La democrazia rappresentativa è da superare oppure rimane la soluzione migliore per governare? La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica.
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19 dicembre 2018

Migrazioni e migranti

"Essere "pro o contro" la Grande Migrazione non ha senso: sarebbe come essere "pro o contro" un'inondazione o una tempesta di neve che stanno seppellendo le nostre case. È molto più assennato cercar di capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà, e organizzare risposte adeguate prima che a fornirle siano i fatti"
Raffaele Simone, "L'ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l'Europa", Garzanti, Milano, 2018, p. 23.
Infatti nel 2002 Zygmunt Bauman* aveva scritto:  
"Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire."
Riflessione trascritta da Bauman in tempi non sospetti o per lo meno in tempi in cui l'emigrazione non era così dilagante e debilitante per i migranti e per la Società: impreparata o egoista?
Joannes Timurian


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*Zygmunt Bauman, La società sotto assedio, Laterza, Bari-Roma, 2002.

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18 dicembre 2018

La presenza utile


Mi ha coinvolto. Del resto non può non farlo. Il libro si presenta come un breve riassunto delle esperienze dell'autore come reporter in zone di guerra. Non è scandito da un preciso ordine cronologico, anzi sembra che le varie corrispondenze vengano riportate in base a quel che veniva in mente a Lupis mentre scriveva, almeno così sembra.
Il libro vuole restituire l'idea di ciò che ha vissuto il reporter negli anni seguendo diversi conflitti, eppure non si presenta come un'autobiografia, al contrario, si presenta come una raccolta di diverse corrispondenze scritte in modo più o meno personale in base al coinvolgimento emozionale di Lupis.
Il titolo richiama lo scopo del libro: sostenere la tesi che tutta la violenza dei conflitti sia inutile. Almeno questo è quello che ho pensato leggendo la prima corrispondenza, quella più forte, da Timor Est. Eppure questo scopo dichiarato già nel titolo, andando avanti nella lettura sembra quasi perdersi, venir meno, per poi delinearsi come maggiore consapevolezza nel finale. Ma proseguiamo con ordine.
Lo stile
La prima cosa che salta subito all'occhio è la chiarezza dei testi: le frasi sono scorrevoli, il linguaggio è semplice ma appropriato e l'obbiettività del reporter si alterna fluidamente al suo pensiero critico e personale. Quest'ultima differenza è spesso resa saltando una riga.
Altro dettaglio da notare è come l'autore cambi registro in base al conflitto, ad esempio quando parla del golpe nelle Figi "Golpisti nel Pacifico", l'autore utilizza uno stile più veloce e impersonale come se volesse rendere quei giorni di tensione sotto la forma di un elenco, facendoli risultare piuttosto grotteschi. Uno stile simile – anche se decisamente più ironico – è adottato ne "Guida alle vacanze a rischio".
Al contrario in altri capitoli l'autore fornisce molti più dettagli di natura geopolitica per restituire un quadro più completo al lettore, in particolare in tutti i conflitti legati al terrorismo del sud-est Pacifico, Lupis si sofferma spesso su alcuni punti di collegamento in modo da permetterci di arrivare a unire differenti conflitti in un unico disegno.
Possiamo ritrovare anche un'altra differenza di stile: le interviste. Lupis durante i suoi viaggi ha avuto la fortuna – e il peso – di incontrare anche personaggi che credo gli stessero a cuore, è il caso del subcomandante Marcos, dell'attivista Mireya Garcia e della militante Ingrid Betancourt. In questi resoconti delle interviste fatte, più o meno ufficiali, il giornalista fa trasparire spesso un sentimento di stupore o ineguatezza – entrambi intesi nel senso più positivo possibile – nei confronti di quelle figure così importanti. L'autore permette alle sue emozioni di trasparire, non è un caso che tutte e tre i resoconti si chiudano con una frase forte dell'intervistato. Lupis mostra di essere affascinato da questi personaggi e di rispettarli molto.
Lo scopo
Come già accennato, lo scopo del libro è mostrare quanto le guerra sia dannosa per tutti quelli che ne sono attori o spettatori (come appunto, i reporter).
Il libro si apre con un capitolo molto impegnativo emotivamente sia per l'autore che per lo scrittore ma progressivamente perde intensità altalenando momenti drammatici a situazioni più leggere e positive. Questo non solo per rendere più scorrevole la fruizione dell'opera, ma anche per trasmettere un senso di ineluttabilità che ha accompagnato Lupis nei suoi viaggi per il mondo. Il male inutile non si può evitare in modo semplice.
L'enfasi su questo aspetto la pone lo stesso Lupis nei capitoli finali del libro: La convivenza con i ricordi inaccettabili, con lo stress protratto per mesi e anni, con il senso di pericolo e – mi fecero notare alcuni – con l’ansia e la frustrazione derivante dal senso di impotenza generato dalla consapevolezza – anche soltanto inconscia – di non poter far nulla per cambiare le cose terribili viste e testimoniate (Lupis, p.450). Un altro aspetto che serve a porre enfasi sull'ineluttabilità dei conflitti riportati, sono le conversazioni che Lupis ha con le sue varie redazioni: "rientrai su ordine della redazione" compare più volte nel testo declinata in varie forme.
Il finale è la raison d'être del libro. Nell'ultimo capitolo Lupis inizia a scrivere il libro e riesce a trovare una pace nei suoi ricordi, comprende il «perché» dei suoi viaggi, capisce che ha fatto il reporter per aiutare gli ultimi, quelli che fanno le spese dei conflitti di cui troppo spesso se ne parla in modo sterile. Il male inutile appare come un manifesto dell'utilità del giornalismo di guerra. Marco Lupis ci lascia con questa frase: Era grazie a loro e a quelli come loro, che il mondo poteva ancora essere, malgrado tutto, «quel posto bello, accogliente e dignitoso che avevo creduto». Io verrei chiudere con quello che diceva il subcomandante Marcos, che mi pare possa adattarsi bene al ruolo del reporter di guerra: La nostra è una lotta per la sopravvivenza e per una pace degna. La nostra è una lotta giusta (Lupis, p.232).
Amos Granata


M. Lupis 
Il male inutile. Dal Kosovo a Timor Est, dal Chiapas 
a Bali le testimonianze di un reporter di guerra, 
Rubettino, Soveria Mannelli, 2018.

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